Sperimentazione di uno sportello di assistenza psicologica in un centro-trapianti

di Daniela Di Martino L’iter da affrontare per un trapianto d’organo solido è un’esperienza che può d e t e r m i n a r e d i f fi c o l t à psicologiche o psicosociali notevoli nei pazienti.S e p e r a l c u n i r e p a r t i o s p e d a l i e r i è o r m a i consolidata la presenza di una figura dedicata alla salute mentale (ad es. nei reparti di oncologia o maternità); per contro, l’inserimento stabile di psicologi nei centri-trapianto è ancora diffuso a macchia di l e o p a r d o s u l t e r r i t o r i o nazionale.Sono molte le aree di rischio e di potenziale necessità di intervento psicologico in un evento come il trapianto: la fase pre-intervento e postintervento (molto differenti anche in base al tipo di organo da trapiantare) aderenza terapeutica assistenza ai familiari e in particolar modo a quelli che donano organi ai propri congiunti a c c omp a g n ame n t o e sostegno per suppor tare un’adeguata qualità della vita nel pre e post-trapianto c o n t e n i m e n t o e d elaborazione di fattori emotivi fortemente impattanti a causa della drammaticità esistenziale di un evento di questo tipo. Va da sé che è fondamentale considerare in questi pazienti la necessità di un approccio multidisciplinare che guardi al paziente nella sua totalità. Scindere corpo e mente nel trattamento di questi pazienti non solo non conduce ad un’adeguata presa in carico dei bisogni di cura, ma potrebbe essere quanto mai pericoloso in considerazione del fatto che buona parte del successo terapeutico è determinato dalla gestione comportamentale nel posttrapianto: a partire dalla compliance terapeutica, per arrivare al monitoraggio delle proprie condizioni di salute nel tempo. Il riconoscimento e la presa in carico del paziente n e g l i a s p e t t i umani ed esistenziali sono aspetti funzionali a garantire la riuscita del processo di cura, p e r c o n s e n t i r e c i ò è indispensabile inglobare nell’intervento terapeutico gli aspetti psicologici,etici e psicosociali. Sul territorio campano si è m o s s a i n t a l s e n s o l ’ e s p e r i e n z a d i un’associazione volontaristica nata in seno al Reparto di Medicina Interna, Epatologia ed Ecografia Interventistica dell’ U.O. di Gragnano (Na). L’associazione, denominata A s t r a O n l u s , o v v e r o , “Associazione Trapiantati di Fegato e cura delle malattie epatiche”, è un’ associazione nata con l’obiettivo di tutelare gli interessi morali e materiali dei trapiantati di fegato. Tra le tante attività svolte, si occupa anche di sostenere il reparto offrendo ai pazienti servizi di natura specialistica e socioassistenziale. Tra le attività di natura specialistica è stata offerta, per un certo periodo di t e m p o , l a c o n s u l e n z a psicologica ai pazienti afferenti al reparto.L’esperienza può essere così sintetizzata: il paziente in a t t e s a d i t r a p i a n t o o trapiantato è un paziente complesso, il cui trattamento in termini psicologici varia a seconda del momento storicoclinico del percorso e a seconda della patologia che porta a l l a necessità d i trapianto d’organo. Nel periodo pre-trapianto è importante la gestione dello stress derivante dalla mutata condizione di salute; i l paziente va sostenuto e a c c o m p a g n a t o nell’adattamento alle nuove c o n d i z i o n i d i v i t a che impattano su molteplici livelli: individuale,familiare,sociale e lavorativo. L’alterazione dell’immagine corporea, la perdita della propria routine e capacità lavorativa, la modifica delle relazioni f a m i l i a r i possono essere esperienze fortemente penose a livello psichico, tali da ingenerare forme depressive,ansiose o atteggiamenti evitanti. Il posttrapianto è caratterizzato dalla consapevolezza di dover convivere per tutta la vita con una condizione diversa rispetto alla precedente; indurre il paziente a ritrovare una nuova normalità non è un’operazione semplice e richiede che il trapiantato v e n g a s o s t e n u t o nell’individuazione delle i s o r s e p r e s e n t i p e r ricominciare a riappropriarsi progressivamente della sua vita.Il ritorno alla vita quotidiana n e l p o s t – t r a p i a n t o è un’esperienza lenta e talvolta difficoltosa, pertanto un paziente andrebbe seguito nell’immediato post-intervento, ma anche nel medio e lungo periodo. E’ stato osservato che nell’immediato posttr a p i a n t o v i una f o r t e percezione di un’esperienza di “rinascita”, trasversale in quasi tutti i pazienti, tuttavia nel tempo possono emergere con forza vissuti depressivi o ansiosi correlati alla propria condizione; essi vanno a s s o l u t a m e n t e g e s t i t i , soprattutto con l’obiettivo di sostenere un’adeguata qualità della vita nel tempo. E’ chiaro che seguire un paziente da trapiantare o t rapiantat o r ichiede una g r a n d e p r e p a r a z i o n e psicologica in tutti i curanti, la presenza di una figura esperta in salute mentale nei centritrapianto si integra nel processo di cura con la sua competenza specifica. I l trattamento di simili pazienti è infatti di tipo multidisciplinare e richiede equipe ben formate sia sugli aspetti squisitamente clinici e fisiologici del pre e post-trapianto, oltreché sugli a s p e t t i p s i c o
Spazi di apprendimento e benessere psicologico

L’ abbandono delle aule tradizionali in favore di spazi adattabili che incoraggiano il lavoro di gruppo, la discussione e lo scambio di idee. Inoltre, la disposizione degli arredi e il colore delle pareti possono influenzare lo stato d’animo degli studenti. Ad esempio, una disposizione degli arredi che favorisce il lavoro di gruppo può incoraggiare la collaborazione tra gli studenti. Infine, i colori vivaci e stimolanti non solo rendono lo spazio più accogliente, ma possono anche migliorare l’energia e la creatività degli studenti.
Sostenere la genitorialità nella sua complessità: racconto di un’esperienza di un corso di sostegno alla genitorialità

di Barbara Casella da Psicologinews Scientific La famiglia è il primo luogo in cui cresce e si sviluppa l’essere umano. Una relazione soddisfacente tra genitori e figli diviene, pertanto, di fondamentale importanza per una crescita armonica dell’individuo. Non è scontato che la relazione genitore-figlio si sviluppi con naturale facilità, in quanto essere genitori ed educare è un compito molto complesso, che si modifica durante tutto l’arco della vita in base allo sviluppo psico-fisico di ogni componente della famiglia ed è influenzato da fattori di diversa natura. La famiglia segue nel corso degli anni un processo evolutivo, passando da una fase all’altra e con una continua ristrutturazione dei rapporti tra i membri. Gli eventi evolutivi che accompagnano ogni f a m i g l i a , comportano d e i cambiamenti nell’organizzazione del sistema familiare e nelle relazioni interpersonali. Quando le vecchie modalità relazionali non sono più idonee, bisogna sperimentarne nuove, più funzionali e adeguate alla fase del ciclo di vita che la famiglia sta attraversando. Nella rappresentazione della famiglia come un sistema vivo in continuo movimento e in evoluzione, si evidenzia la complessità del ruolo genitoriale. Oggi, la famiglia si trova costantemente sottoposta ad un doppio messaggio: da un lato si ribadisce il suo ruolo centrale, vista come pilastro fondamentale della società; dall’altro vede fortemente ridotto lo spazio e l’efficacia della sua azione educativa. I genitori si sentono sempre più messi alla prova, sottoposti alla concorrenzialità dei mass-media e, soprattutto, dei social. Il fascino di stili di vita patinati, l’attrattiva di nuovi modelli culturali e il carente riconoscimento sociale del ruolo genitoriale, favoriscono nei genitori un maggior numero di incertezze e una poca consapevolezza delle proprie capacità educative. Essere genitori è un compito complesso, non esistono linee guida o certezze infallibili, anzi è un ruolo in continuo mutamento tutt’altro che statico, che dovrebbe avere la capacità dinamica di rivedere continuamente i l proprio stile educativo, affrontando in modo funzionale i cambiamenti messi in campo dal sistema familiare. La genitorialità incorpora in sé, sia aspetti individuali relativi alla rappresentazione, più o meno consapevole, di come un genitore debba essere e, sia aspetti di coppia, ossia della modalità relazionale che i partner condividono nell’assolvere questo specifico compito. Questa c o m p l e s s i t à , ben r a p p r e s e n t a l’impossibilità di confinare la genitorialità solo nell’evento biologico della nascita. Diventare genitori comporta significativi cambiamenti individuali e relazionali che evolveranno lungo tutto il ciclo vitale degli individui coinvolti. Non si può essere genitori sempre allo stesso modo, perché sarà necessario assolvere impegni differenti e adottare modalità comunicative e interattive diverse secondo l’età dei figli. Un approccio relazionale funzionale, o uno stile comunicativo efficace attuato con un bambino di sei anni, non potrà rimanere invariato dinanzi ad un ragazzino di quindici anni. La consapevolezza dell’importanza e della complessità del ruolo genitoriale ha sviluppato e consolidato sempre di più l’idea di sostenere la genitorialità. La formazione dei genitori è ritenuta un prezioso strumento di prevenzione primaria, in quanto il potenziamento delle capacità genitoriali divengono indispensabili per gestire situazioni educative quotidiane. I percorsi di sostegno alla genitorialità non sono d e s t i n a t i a f a m i g l i e d e fi n i t e “problematiche” ma può essere un cammino utile a tutti i genitori per migliorare la relazione con i figli, la consapevolezza del proprio ruolo, le dinamiche familiari e la crescita di ogni membro della famiglia. Da circa quarant’anni gli interventi in educazione parentale si sono moltiplicati nella maggior parte dei paesi occidentali. In Italia, a partire dagli anni sessanta è avvenuta la diffusione delle scuole dei genitori, attuate da varie istituzioni cattoliche. Questa evoluzione si è avuta per un ventennio, con un successivo affievolimento negli anni ottanta. Dopo questo calo d’interesse, negli anni novanta entra nel mondo dei servizi alla persona il concetto di “sostegno alla genitorialità”, che sostituisce quello, ormai obsoleto, di “educazione dei genitori”. Questo nuovo approccio è meno legato alle istituzioni cattoliche ed è più aperto e centrato sulla persona. L’obiet t ivo principale è quel lo di aumentare le abilità educative dei genitori e i l loro sentimento di competenza, al fine di accompagnare la crescita dei propri figli. I percorsi psicologici di sostegno alla genitorialità hanno lo scopo di rafforzare la relazione genitori-figli, puntando sulla consapevolezza del compito di ciascun genitore. E’ importante promuovere in modo parallelo la conoscenza delle competenze g e n i t o r i a l i e i l riconoscimento della singolarità del figlio, identificandolo come parte staccata da sé, separata, differente, fuori dal proprio campo personale. La premessa genitoriale spesso è alterata dalla convinzione che avendo messo al mondo un figlio, lo si conosce meglio di chiunque altro. E’ necessario favorire, invece, una diversa conoscenza del figlio, indirizzando i genitori a non ritenere la prole come un proprio prolungamento ma guardare un figlio come una persona con una propria individualità. Se il riconoscimento dell’altro non avviene, non si dà vita all’incontro e la possibilità di creare uno scambio relazionale è limitata, o può divenire disfunzionale. La curiosità e la conoscenza verso la persona che si ha di fronte, nel suo modo di comunicare, di esprimere bisogni, paure, rende possibile ripensare a nuove modalità di approccio e confronto con i propri figli. Il sostegno alla genitorialità permette di rinforzare le risorse di ciascun genitore, in modo che ognuno impari ad utilizzarle in autonomia nel proprio sistema familiare. Questo lavoro mira ad aiutare le famiglie a gestire autonomamente i problemi che la vita quotidiana comporta e di ottenere una migliore qualità della vita per tutti i suoi membri e, di conseguenza, per tutta la società. Ambienti relazionali positivi e f a c i l i t a n t i lo scambio interpersonale, possono far sentire i soggetti coinvolti maggiormente ascoltati, accolti e guidati in un processo di crescita personale ed interpersonale. Nel sostenere i genitori è importante
Solitudine tra dolore e cura: la complessità dell’isolamento volontario

di Vincenzo Martone Ti è mai capitato di sentire il bisogno di stare solo, anche quando tutto intorno ti spingeva a fare il contrario? A me sì. E quando capita, mi torna spesso alla mente una frase di Jessica Lange, che in un’intervista disse:“Ho sempre vissuto con la solitudine. Ma non mi sono mai annoiata.” È davvero possibile che una condizione dalle mille sfaccettature, come la solitudine, tanto temuta in un mondo che è sempre più connesso, possa diventare uno spazio fertile, addirittura curativo?In questo articolo esploriamo cosa dicono le neuroscienze su solitudine, isolamento socialee fenomeni estremi come quello degli hikikomori. Scopriremo che non tutta la solitudine famale – e che, in certi casi, può perfino salvarci. Solitudine e dell’Isolamento Sociale: cosa ci dicono le neuroscienze? Diversi studi, di stampo neuroscientifico, hanno dimostrato che l’esclusione sociale,l’isolamento autoimposto (o quello subìto) e la solitudine sono associate all’attivazione dellestesse aree cerebrali implicate nel dolore fisico. In particolare, si è osservata un’attivazionedella corteccia cingolata anteriore e dell’insula anteriore, le stesse aree coinvolte neldolore affettivo, in studi come, ad esempio, quello di Eisenberger et al. (2003), i quali hannomostrato come l’esclusione simulata da un gioco attivi queste aree del cervello 1 . Altri studi,come quello di Kross et al. (2011), hanno altresì dimostrato che pensare ad un’esperienzadolorosa di rifiuto, attiva anche la corteccia somatosensoriale secondaria e l’insulaposteriore, normalmente associate al dolore fisico. Anche l’amigdala, parte del sistema limbico coinvolta nella risposta alla minaccia e all’ansia sociale, risulta frequentemente iperattiva nei soggetti che sperimentano solitudine cronica. Quando la solitudine è scelta volontariamente, si è però notato che gli effetti possono essere benefici. Essa consente uno spazio per la riflessione, la creatività e l’equilibrio mentale. A livello cerebrale, questa condizione è stata associata all’attivazione della rete neurale che compone il Default Mode Network (DMN) – un insieme di regioni (come lacorteccia prefrontale mediale e il cingolato posteriore) che si attivano durante stati di riposoe profonda introspezione.Difatti, studi recenti hanno evidenziato che brevi periodi di solitudine volontaria favoriscono l’attività riflessiva e migliorano l’umore e la creatività, proprio grazie al coinvolgimento del DMN 5 – diversamente, periodi prolungati di attivazione di questa rete rappresentano la presenza di un stato psicologico alterato, come ad esempio l’umore depresso. Hikikomori: La Solitudine Patologica Quando si indaga la solitudine, non si può fare a meno di menzionare il fenomeno deglihikikomori, il quale rappresenta un caso estremo di isolamento sociale (non) scelto.Originariamente osservato in Giappone, è oggi presente anche in molti paesi occidentali.Con il suddetto termine, ci si riferisce a giovani (prevalentemente uomini) che si ritirano dallavita sociale per mesi o anni, spesso vivendo isolati nella propria stanza. Le cause includono,per la maggiore, ansia sociale, pressione scolastica e disadattamento culturale – èquindi una risposta indotta da condizioni esterne.Studi epidemiologici stimano una prevalenza del 1–2% tra i giovani giapponesi 7 . La maggiorparte presenta comorbidità psichiatriche (disturbi dell’umore, ansia sociale, spettroautistico), e il loro isolamento è vissuto come doloroso e reattivo, non come introspezionebenefica 8-9 .Di conseguenza si possono ritrovare, fattori culturali e tecnologici (come l’iperconnessionedigitale e il ritiro nella vita online), i quali giocano un ruolo chiave nell’insorgenza delfenomeno 10 .Solitudine vs. Isolamento: Il Punto di Vista di Jessica LangeIn un’intervista rilasciata nel 2015 al programma DP/30: Emmy Watch, l’attrice JessicaLange ha dichiarato: “Lonely? That’s a condition I’ve been livied my whole life. But bored?no.” (“Sono sempre stata una persona solitaria. Ma non mi sono mai annoiata.”) 11 . Questafrase può definire una sorta di punto di arrivo alla consapevolezza dei propri statienterocettivi: perché ci insegna che l’isolamento indesiderato (come nel dolore del rifiutosociale o negli hikikomori) può ferire, ma la solitudine scelta può persino curare. È unospazio fertile dove si coltivano consapevolezza, creatività e benessere.Tecniche come la mindfulness e la meditazione, ampiamente usate per la gestione dell’ansiae della depressione, si basano proprio sulla valorizzazione del tempo in solitudine, comerisorsa per ritrovare sé stessi.Cosa si può fare nelle situazioni cui si percepisce un forte isolamento? Impara a distinguere isolamento e introspezione: Se senti che la solitudine tisvuota anziché nutrirti, parlane con qualcuno di fiducia o con un professionista. Nontemere l’aiuto Dedica tempo alla creatività: Scrivere, disegnare, camminare o anche soloosservare il paesaggio in silenzio può aiutare a trasformare la solitudine in occasionedi contatto con sé stessi. Riconosci i tuoi bisogni relazionali: Volersi bene significa anche sapere quando siha bisogno degli altri. Accetta la solitudine come condizione umana: Ogni persona sperimenta momenti di solitudine. Accoglierla senza giudizio può renderla meno spaventosa. Coltiva un rituale personale: Anche 10 minuti al giorno per una pratica riflessiva (meditazione, yoga, pilates, …) possono cambiare il nostro modo di “essere soli”. In Sintesi Tutto dipende dal valore che scegliamo di attribuire alla solitudine: se come rifugio o comeprigione. Ed è qui che entra in gioco la salute mentale, sempre frutto di una complessainterazione tra genetica e ambiente. Bibliografia: Eisenberger, N. I., Lieberman, M. D., & Williams, K. D. (2003). Does Rejection Hurt?An fMRI Study of Social Exclusion. Science, 302(5643), 290–292. Kross, E., Berman, M. G., Mischel, W., Smith, E. E., & Wager, T. D. (2011). Socialrejection shares somatosensory representations with physical pain. PNAS, 108(15),6270–6275. Cacioppo, J. T., et al. (2009). In the Eye of the Beholder: Individual Differences inPerceived Social Isolation Predict Regional Brain Activation to Social Stimuli. Journalof Cognitive Neuroscience, 21(1), 83–92. Andrews-Hanna, J. R. (2012). The Brain’s Default Network and Its Adaptive Role inInternal Mentation. The Neuroscientist, 18(3), 251–270. Fox, M. D., et al. (2005). The human brain is intrinsically organized into dynamic,anticorrelated functional networks. PNAS, 102(27), 9673–9678. Zhou HX, Chen X, Shen YQ, Li L, Chen NX, Zhu ZC, Castellanos FX, Yan CG.Rumination and the default mode network: Meta-analysis of brain imaging studiesand implications for depression. Neuroimage. (2020) Feb 1;206:116287. Kato, T. A., et al. (2019). Hikikomori : Multidimensional understanding, assessment,and future international perspectives. Psychiatry and Clinical Neurosciences, 73(8),427–440. Teo, A. R., & Gaw, A. C. (2010). Hikikomori, a Japanese Culture-Bound Syndrome ofSocial Withdrawal? A Proposal for DSM-5. Journal of Nervous and Mental Disease,198(6), 444–449. Tateno, M., et al. (2012). Hikikomori as a possible clinical term
Solitudine e isolamento sociale: anziani e sfide

Nel tessuto sociale contemporaneo, la solitudine e l’isolamento sociale negli anziani sono diventate questioni di crescente rilevanza e complessità. Mentre il processo di invecchiamento inevitabilmente porta a una serie di cambiamenti nella vita di una persona, è cruciale riconoscere e affrontare il fenomeno dell’isolamento sociale che spesso accompagna questa fase della vita. Questo fenomeno ha implicazioni profonde, infatti può avere un impatto significativo sia sulla salute fisica che su quella mentale degli individui anziani. Solitudine e isolamento negli anziani Con l’avanzare dell’età, gli anziani possono trovarsi ad affrontare una serie di sfide che contribuiscono alla loro sensazione di solitudine. La perdita di coniugi, amici e colleghi di lunga data, insieme alla riduzione della mobilità e delle opportunità sociali, possono creare un senso di distacco. Questi cambiamenti, se non adeguatamente affrontati, possono condurre a una spirale discendente di solitudine cronica e isolamento sociale. Si specifica che, nonostante il processo di invecchiamento possa contribuire ad entrambi, in realtà solitudine ed isolamento sociale non sono la medesima cosa. La solitudine è, infatti, un’esperienza soggettiva caratterizzata dalla percezione di essere soli o isolati, anche quando si è circondati da altre persone. L’isolamento sociale, invece, si riferisce alla mancanza di rete e di contatti sociali significativi o alla mancata partecipazione ad attività sociali. Fattori di rischio Ci sono diversi fattori che possono contribuire alla solitudine e all’isolamento sociale negli anziani. Uno di questi può essere il cambiamento nelle dinamiche familiari, con una diminuzione dei legami significativi e un aumento del numero di persone anziane che vivono da sole. Inoltre, eventi traumatici come la perdita del coniuge o degli amici, la pensione e la riduzione della mobilità possono aumentare il rischio di isolamento sociale e solitudine. Meccanismi psicologici ed implicazioni Sotto la superficie della solitudine anziana, si celano complessi meccanismi psicologici che influenzano il benessere emotivo degli anziani. La solitudine può innescare sentimenti di vuoto, tristezza e disconnessione, alimentando una percezione distorta della realtà e delle relazioni interpersonali. Inoltre, l’isolamento sociale può erodere l’autostima e la fiducia degli anziani, portandoli a rinchiudersi ulteriormente in sé stessi e ad evitare contatti sociali significativi. La solitudine e l’isolamento sociale possono avere gravi implicazioni psicologiche sugli anziani. La mancanza di interazioni sociali significative può portare a sentimenti di depressione, ansia e bassa autostima. Gli anziani che si sentono soli possono anche sperimentare un senso di vuoto emotivo e un deterioramento della salute mentale. Inoltre, la solitudine può influenzare negativamente la cognizione, aumentando il rischio di declino cognitivo e demenza. Strategie per una minor solitudine degli anziani Per affrontare efficacemente la solitudine anziana e l’isolamento sociale, è necessario adottare un approccio olistico che coinvolga l’individuo, la famiglia, la comunità e il sistema sanitario. Alcune strategie chiave includono: 1. Promuovere la connessione interpersonale: organizzare attività sociali, gruppi di supporto e incontri comunitari può fornire agli anziani l’opportunità di connettersi con gli altri e di coltivare nuove amicizie; 2. Valorizzare l’indipendenza e l’autonomia: sostenere l’autonomia degli anziani attraverso servizi di trasporto, accesso a strutture ricreative e programmi di assistenza domiciliare può ridurre la loro dipendenza dagli altri e promuovere un senso di autoefficacia; 3. Incentivare uno stile di vita attivo: promuovere l’esercizio fisico regolare, l’attività mentale stimolante e una dieta equilibrata può migliorare il benessere generale degli anziani e ridurre il rischio di solitudine e isolamento sociale; 4. Favorire il supporto emotivo: creare uno spazio sicuro e non giudicante dove gli anziani possano esprimere i propri sentimenti, le preoccupazioni e le paure può favorire un clima di solidarietà e sostegno reciproco; 5. Integrare la tecnologia in modo significativo: utilizzare la tecnologia in modo creativo e inclusivo, offrendo formazione e supporto agli anziani nell’uso di dispositivi digitali, può facilitare le comunicazioni e mantenere i legami con amici e familiari, specialmente in situazioni di distanza fisica. Conclusioni La solitudine anziana e l’isolamento sociale rappresentano sfide complesse che richiedono un impegno collettivo per essere affrontate in modo efficace. Solo attraverso un approccio integrato possiamo creare comunità inclusive e solidali in cui gli anziani possano vivere una vita piena di significato e connessione. Affrontare la solitudine anziana non è solo un imperativo morale, ma anche un investimento nella salute e nel benessere di tutta la società.
Soft Skills: cosa sono le competenze trasversali

Per Soft skills o Competenze trasversali si intende una combinazione di abilità sociali, competenze comunicative, emotive e relazionali. Attraversano i vari campi di vita dell’individuo, come quello familiare, sociale, relazionale. Vengono apprese principalmente attraverso il vissuto e le esperienze personali, sebbene, recentemente, la crescente attenzione rivolta alle competenze trasversali abbia portato a integrarle anche nel contesto scolastico e formativo. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) le ha definite come “competenze di vita” ovvero ciò che serve per affrontare la vita in maniera efficace. Sono suddivise in 10 punti: consapevolezza di sé, gestione delle emozioni, gestione dello stress, comunicazione efficace, relazioni efficaci, empatia, pensiero creativo, pensiero critico, prendere decisioni, risolvere problemi. Possono, inoltre, essere raggruppate in 3 aree: emotive (consapevolezza di sè, gestione delle emozioni, gestione dello stress); relazionali (empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci); cognitive (risolvere i problemi, prendere decisioni, pensiero critico, pensiero creativo). Le soft skills ricoprono un ruolo sempre più centrale all’interno del bagaglio di competenze richieste in vari ambiti, in particolare nel mondo del lavoro. Esse hanno a che fare con il “saper essere”, con il cosiddetto “fattore umano”, riguardano ciò che ci rende efficaci ed efficienti nel lavoro e anche in altri contesti della nostra vita. Riguardano le nostre capacità e competenze relazionali, gestionali, cognitive e di efficacia personale. Ultimamente, particolare attenzione viene posta alle “competenze emotive”, che sono alla base della nostra capacità di gestire efficacemente le relazioni interpersonali. Il termine competenze emotive racchiude al suo interno la consapevolezza di sé, ovvero la conoscenza di noi stessi, delle nostre emozioni, del nostro corpo e dei nostri pensieri, gestione delle emozioni e gestione dello stress. Non è semplice acquisire o sviluppare le soft skills, alcune volte sono capacità innate, ma si accrescono e si affinano nell’ambiente di vita. Sicuramente la scuola, e in generale ambienti di formazione, è un laboratorio privilegiato per far emergere e sviluppare le competenze trasversali. Nonostante questo anche le esperienze quotidiane sono fondamentali per acquisire e sviluppare le soft skills. Può essere utile identificare le soft skills che fanno già parte del nostro bagaglio personale, diverso per ognuno di noi, così da poter implementare quello che già c’è e riflettere su come spenderle nella vita quotidiana e non solo. Fatto questo, si potrà iniziare ad agire per colmare eventuali lacune e allenare nuove abilità utili per vivere meglio.
Società egocentrica, il trionfo del narcisismo sui social networks

Nella società odierna i social networks rivestono un ruolo di primaria importanza: sono canali di comunicazione, strumenti di socializzazione e vetrine per il proprio ego.In un precedente articolo abbiamo visto come i social possono influenzare l’immagine veicolata all’esterno, restituendo agli utenti una versione idealizzata di sé. Negli anni i media digitali sono profondamente cambiati: da strumenti di relazione sono diventati il mezzo preferito per una comunicazione egocentrica, basata sull’autocelebrazione. La tendenza a veicolare contenuti autocelebrativi è molto più forte nei soggetti con elevati livelli di narcisismo, per i quali i social networks diventano uno strumento di autoaffermazione. Cos’è il narcisismo? Il termine si presta a diverse interpretazioni, a seconda che venga utilizzato per descrivere un tratto della personalità, un concetto della teoria psicoanalitica o un problema socioculturale. Nella concezione comune, il narcisista è una persona egocentrica, egoista e vanitosa, accecata dall’amore per se stessa.La psicologia scinde il sano “amor proprio” dalla condotta del narcisista pervaso da grandiosità e necessità di ammirazione.L’individuo con disturbo narcisistico della personalità si sente speciale ed esagera la narrazione delle proprie qualità e traguardi, animato da fantasie di successo e potere. Narcisismo e social networks Nel narcisismo patologico, il narcisista crede fermamente di essere un eletto, una persona superiore. Tutto gira attorno a lui, il rapporto con gli altri si svuota di significato ed è caratterizzato dalla totale assenza di empatia. L’altro è una mera fonte di continue attenzioni e gratificazioni di cui il narcisista si nutre, mai sazio del desiderio di essere amato e ammirato. In quest’ottica i social networks diventano lo strumento ideale in cui dare sfogo alla propria autocelebrazione, in maniera unidirezionale e virale. Ed ecco che selfie, reel e stories diventano lo strumento prescelto per coltivare il proprio ego e raccogliere consensi. Una ricerca ha dimostrato che le persone con narcisismo tendono a ricercare maggiormente feedback relativi ai contenuti postati sui social (Żemojtel-Piotrowska et al., 2018). Questo vale sia per i social media di tipo testuale, che per quelli prettamente visivi, come Instagram. I social per i narcisisti rappresentano un mezzo per catturare l’attenzione degli altri utenti, ricercare consensi e conferme, alimentando la percezione di essere speciali e superiori alla media.
Social: educare alle potenzialità e ai rischi del web

I social sono ad oggi il mezzo di comunicazione più diffuso ma l’utilizzo che se ne fa può generare molteplici effetti. Il potere del social network è quello di amplificare all’ennesima potenza qualsiasi tipo di fenomeno, facendolo entrare nel vortice dei click e trasformandolo in tendenza. Ognuno di noi possiede almeno un dispositivo dotato di connessione ad internet e controlla più o meno frequentemente le notizie che velocemente scorrono sulle diverse home page. La ricondivisione a catena può avere effetti positivi e negativi in base alla valenza del messaggio che si sta trasmettendo. Ogni contenuto ha sempre l’obiettivo di ottenere like, ma allo stesso tempo ha anche il potere di condizionare chi lo osserva. Così, come fino a un decennio fa le tendenze erano influenzate dagli spot pubblicitari, oggi l’esercito di influencer (termine coniato non a caso) si espone mostrando stralci della propria vita reale. Ma quanto c’è di reale in quello che si mostra non è dato saperlo. Sicuramente dei modelli estetici, comportamentali, relazionali vengono lanciati in rete spesso senza contestualizzare determinati commenti e informazioni. Ognuno si sente libero di dire la propria criticando e anche insultando, con commenti violenti, i contenuti non graditi quando basterebbe semplicemente non seguire più determinate pagine o profili. Invece questo tipo di atteggiamento può generare fenomeni specifici, come il cyberbullismo o revenge porn per citarne alcuni, ed avere gravi effetti e conseguenze sulla vita delle persone, talvolta irreversibili. Il mondo dei social resta sempre specchio del mondo reale e anche nei commenti ai post si respira un clima poco inclusivo e discriminatorio Ma qualcosa sta cambiando e forse anche grazie al particolare periodo storico che stiamo attraversando e che ha reso i social, in alcuni casi, l’unica possibilità di incontro tra le persone. Il movimento che sta invadendo le piattaforme web negli ultimi tempi porta ad un’importante inversione di rotta. Il potenziale comunicativo dei social è stato canalizzato anche in campagne di sensibilizzazione, incontri di informazione su temi più vari connessi al benessere, condivisione di contatti e pratiche utili per gestire momenti critici. Molte influencer hanno iniziato a pubblicare stralci di storie sempre più aderenti alla realtà, senza alimentare il divario tra le vite dei follower e le proprie, rese perfette da filtri ed effetti omologanti, che servono a produrre esclusivamente una percezione distorta delle cose. Si sono mostrate spesso senza trucco, hanno iniziato ad affrontare questioni delicate come l’acne per gli adolescenti, la cellulite, le rughe. Ma anche aspetti connessi alla propria vita relazionale e psicologica. Molti personaggi famosi hanno dichiarato di aver sofferto di depressione, di baby blues post gravidanza. Molti blogger hanno fatto coming out. Hanno denunciato abusi. Tutto ciò non annulla il vissuto di inadeguatezza, ma riduce il senso di rifiuto verso aspetti della propria esistenza che si riscoprono comuni a molte persone e permette di aprire un confronto, di sentirsi meno soli in situazioni che sono più diffuse di quanto immaginiamo. Le app che ci accompagnano ogni giorno nei nostri percorsi di vita possono diventare un’importante strumento di cambiamento. In che modo? Educando all’utilizzo dei social; lavorando sul rispetto delle esistenze altrui, sullo sviluppo di un pensiero critico che permetta di selezionare le fake news da quelle attendibili, sulla sensibilizzazione ad un linguaggio corretto ed inclusivo che permetta di dire la propria senza offendere e discriminare.
Social influencer: la risonanza sociale dei protagonisti del web

Internet ha generato una profonda evoluzione dei modelli comunicativi e sociali: in una prospettiva egocentrica, ogni utente dotato di un account ha la possibilità di costruire la sua vetrina virtuale, una finestra sul mondo digitale che permette di esporre la propria vita (reale o fittizia che sia) alla platea virtuale in ascolto. Nello scenario di tale sovraesposizione mediatica, le aziende sono state costrette a inventare nuove strategie per avvicinarsi al pubblico e per differenziarsi dalla pubblicità tradizionale riaffermando il bisogno di unicità e genuinità in chiave 4.0. Proprio in questo contesto nascono gli influencer: personaggi talmente popolari in rete da avere la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte degli utenti. A cosa si deve il loro successo? Nonostante la figura dell’influencer sia molto cambiata nel tempo, trasformandoli da ragazzi della porta accanto a vere e proprie web star, conserva un fattore decisivo: la credibilità e la fiducia agli occhi del consumatore. Il follower istintivamente si identifica con il personaggio, prova empatia e fiducia, si immedesima nella storia narrata e assimila il messaggio veicolato. Uno dei rischi di questo fenomeno è l’Highlight Reel Effect:i follower confrontano la loro vita con quella patinata esibita dagli influencer, questo genera insicurezza e insoddisfazione, fino alla depressione. Si tende sempre più al raggiungimento di un’immagine ideale, di un modello di perfezione estetica e di status sociale di un mondo dorato e inaccessibile.Esistono dei pericoli anche per la salute psicologica dell’influencer, perennemente sotto stress e sotto i riflettori per restare fedele all’immagine di perfezione costruita, schiavo dei like da cui dipendono la sua affermazione sociale e la sua carriera e continuamente esposto ad una gogna mediatica per ogni passo falso commesso. Come anticipato, gli influencer si stanno evolvendo: consapevoli del loro potere di persuasione lo esercitano per portare l’attenzione su temi di grande impatto sociale, come il body shaming, la discriminazione e la violenza di genere, il razzismo e surriscaldamento globale. La tecnologia con la sua viralità può essere un mezzo per diffondere messaggi positivi con una potenza straordinaria, la chiave è non farsi sopraffare dallo strumento, ma mettere mente e cuore nel messaggio.
Snoezelen: benessere e ambienti multisensoriali

Cos’è un ambiente Snoezelen? Uno spazio Snoezelen è un ambiente creato artificialmente dove è possibile gestire suoni, luci, temperature, aromi e altro ancora. Le attrezzature multisensoriali stimolano i sensi, promuovendo sensazioni di benessere e facilitando l’azione cognitiva. In queste stanze, è possibile osservare i livelli di eccitazione neurofisiologica delle persone, influenzando positivamente l’ambiente neurochimico. L’ambiente sensoriale può anche contribuire ad alleviare lo stress, l’ansia e il dolore, mirando a massimizzare la concentrazione individuale e a promuovere reazioni significative e produttive a situazioni, oggetti e persone nell’ambiente circostante. La risposta adattativa è un processo dinamico in continua evoluzione, facilitato dall’ambiente Snoezelen. Da dove nasce Snoezelen? Negli anni ’80, i terapisti olandesi Jan Hulsegge e Al Verheuli hanno introdotto il concetto di Snoezelen. Per dimostrare gli effetti positivi della loro terapia, hanno creato una tenda sensoriale sperimentale usando semplici divisori di plastica e una varietà di stimoli. All’interno di questa tenda, hanno incluso un ventilatore che muoveva stringhe di carta e proiettato inchiostro mescolato con acqua su uno schermo. Sono stati riprodotti i suoni di strumenti musicali a percussione. Infine, sono stati aggiunti oggetti tattili, bottigliette di profumo, saponi, creme profumate e cibi aromatizzati. Questi elementi hanno fornito una vasta gamma di sensazioni e stimolazioni sensoriali, contribuendo al benessere e al rilassamento delle persone coinvolte nella terapia Snoezelen. Come è arredato l’ambiente multisensoriale? Per creare un ambiente Snoezelen ottimale per la stimolazione cognitiva e sensoriale, viene consigliato di arredare la stanza con una serie di attrezzature appositamente progettate. Tra queste, una poltrona confortevole, avvolgente e girevole offre comfort e sostegno. Una struttura orizzontale morbida e rotonda, adatta sia al riposo che alla stimolazione del movimento. Un’attrezzatura di questo tipo consentirebbe, infatti, di favorire attività di propriocezione grazie al movimento oscillante. Elementi morbidi come tappeti e cuscini con diverse finiture tattili possono essere posizionati sia a terra che su strutture per offrire varietà sensoriale. Tende leggere tattili, materiali per esperienze tattili e odorose e effetti luminosi come proiettori, lampade a bolle e luci UV possono arricchire ulteriormente l’ambiente. Elementi per attività sensoriali insieme a giocattoli che offrono effetti visivi, sonori e tattili, possono essere integrati per favorire esperienze interattive. Infine, effetti sonori come la musica rilassante, i suoni della natura e gli effetti ritmici possono essere utilizzati per calmare e rilassare i partecipanti. Esperienze di degustazione di diverse bevande aromatizzate e cibi completano l’esperienza sensoriale. Chi può trarre beneficio da un ambiente Snoezelen? Gli ambienti Snoezelen facilitano la terapia di soggetti affetti da una vasta gamma di disturbi. Tra essi i disturbi post-traumatici, stress, ansia associata all’abuso di sostanze, demenza, disabilità dello sviluppo, disabilità cognitive, autismo e disturbi da deficit di attenzione e/o iperattività (ADHD). Questi ultimi soggetti spesso manifestano un’ipersensibilità eccessiva o una scarsa sensibilità alla normale esperienza sensoriale della vita. Ciò può portare a sentirsi a disagio con il proprio corpo e a mostrare comportamenti impegnativi o esprimere insoddisfazione. Sono comunemente etichettati come individui incapaci di rilassarsi e mantenere un stato di equilibrio. In questo contesto, gli ambienti Snoezelen offrono un rifugio sensoriale in cui esplorare i propri vissuti in modo sicuro e confortevole, aiutando a regolare le esperienze sensoriali e a trovare momenti di calma e soddisfazione. Inoltre, l’ambiente Snoezelen offre alle persone con disabilità cognitive e a coloro che vivono in condizioni particolari di fragilità l’opportunità di godere e controllare una vasta gamma di esperienze sensoriali. Queste persone spesso non sperimentano il mondo come la maggioranza di noi e possono affrontare limitazioni nei movimenti, nella vista, nell’udito, nelle abilità cognitive, nei comportamenti, nella percezione, nel dolore e in altri contesti. Queste sfide possono creare ostacoli al loro godimento della vita. Tuttavia, la stimolazione multisensoriale offre loro l’opportunità di superare queste barriere, consentendo loro di esplorare e vivere esperienze sensoriali che altrimenti potrebbero essere difficili da raggiungere. Ancora, negli ultimi anni la metodologia Snoezelen ha dimostrato di produrre risultati significativi anche nel trattamento dei disturbi comportamentali nella demenza, noti come BPSD (Behavioral and Psychological Symptoms of Dementia). Studi condotti in RSA e nuclei Alzheimer hanno evidenziato miglioramenti nella gestione di momenti critici nelle attività quotidiane, come il fare il bagno ai pazienti affetti da Alzheimer.