Stress e Mentalizzazione

di Adelina Detcheva Nel linguaggio corrente, l’utilizzo della parola “stress” ha una duplice polarità. Da una parte, essa vuol indicare una condizione psicofisica ben specifica, in senso fortemente evocativo: pesantezza, tensione, malessere ad accezione fortemente fisica, dovuto a problemi non ben identificati, sebbene spesso collocabili in uno specifico dominio (es. lavoro); dall’altra, rimane una parola vaga, vuota, confusa. Insomma, dal punto di vista clinico, essa vuol dire tutto e non vuol dire niente. Niente di specifico, niente di definibile dal punto di vista del senso. Insomma, spesso prova “stress” chi non sa cosa prova, ma vive una situazione spiacevole dal punto di vista fisico e dell’umore, sebbene non riesca a mettere a fuoco le determinanti di questa condizione. Distress Lo stress è un costrutto al centro dell’indagine interdisciplinare. Tra fisiologia e psicologia, lo stress nel linguaggio corrente è noto soprattutto nella sua accezione negativa, ovvero come il “distress” a livello scientifico, di senso opposto rispetto al concetto di “eustress”, una sorta di eccitazione gioiosa (Selye, 1975). Definibile come una percezione soggettiva di incapacità di gestire la situazione, in quanto questa richiederebbe risorse eccedenti rispetto a quelle di cui ci sentiamo in possesso (Lazarus e Folkman, 1984), il distress ci disorganizza, ci butta a terra, ci lascia incapaci di reagire in modo adattivo. Distress e corpo E’ noto ormai, anche a livello culturale, la modalità con cui il distress consuma il corpo. La ricerca neuroscientifica ha fatto passi importantissimi negli ultimi anni. Pensiamo allo stress acuto: tachicardia, pressione sanguigna alta, ansia, insomma, risposta di allarme che ci carica di adrenalina e mette il corpo in una condizione di “iperarousal”, ovvero di uno stato di attivazione fisico e psicologico abnorme. Se, invece, pensiamo allo stress cronico, ovvero ad una situazione di costante stress che la persona non riesce a gestire, ecco che si viene travolti da risposte ormonali di cortisolo (il cosiddetto “ormone dello stress”) a rilascio costante che abbattono le difese immunitarie, abbassano il tono dell’umore, inducendo sentimenti profondamente avvilenti, come la disperazione e la demoralizzazione (Porcelli, 2009). Stressor Lo stressor è il fattore stressante, la situazione che ci espone ad una condizione di disagio. In letteratura, si parla di eventi psicosociali stressanti, i cosiddetti “life events”, situazioni oggettivamente impegnative che sfidano le persone a reagire. Una buona lista di eventi psicosociali viene esplorata da Paykel et alii (1971) ed include stressors di vario genere, come ad es. lutti di persone care, malattie gravi di persone significative o della persona, matrimoni, relazioni di coppia conflittuali (separazioni, divorzi, tradimenti), difficoltà economiche (licenziamenti, fallimenti, debiti), trasferimenti, gravidanze e aborti, adozioni. Insomma, si tratta di sfide adattive nuove che la persona si trova a fronteggiare con gli strumenti attuali che possiede. Coping Certo, gli eventi psicosociali ci mettono in gioco, ma sono le risposte del soggetto a fare la differenza. Parliamo di coping, ovvero di quelle strategie soggettive che la persona mette in atto per fronteggiare le nuove sfide della propria vita (Taylor, Stanton, 2007). In letteratura vengono solitamente indicate modalità di coping maggiormente funzionali alla situazione o, al contrario, modalità disfunzionali, ovvero che non funzionano, non riducono il distress della persona e/o non l’aiutano ad adattarsi alla nuova condizione. Risorse Le risorse solitamente sono dovunque. Per definire una cornice di lettura di questo utile aiuto, in primis possiamo indicarle come interne ed esterne. Vi sono così caratteristiche personali “forti”, come ad es. il senso di umorismo, la fiducia, la determinazione, la capacità di mentalizzazione, la resilienza, e le risorse esterne, come il sostegno sociale, incluso l’aiuto di familiari, persone significative, professionisti. Insomma, si tratta di fattori che supportano l’adattamento e favoriscono la percezione di benessere. Mentalizzazione La mentalizzazione è un costrutto dotato di uno straordinario potenziale in psicologia clinica e psicoterapia. Sapere cosa proviamo, cosa ci disturba, in poche parole, essere capaci di riflettere sulla nostra esperienza interna ed esterna, è un fattore di protezione trasversale in una serie di situazioni che potrebbero minare il nostro benessere e la nostra salute mentale (Allen e Fonagy, 2006). Essa potenzia il nostro adattamento, media la risposta della persona di fronte agli stressors, modula l’attivazione psicofisica del nostro corpo. In altre parole, la capacità di mentalizzazione può trasformare una situazione aspecifica e generica di disregolazione psicofisica in un aspetto specifico della nostra esperienza suscettibile di essere ristrutturato, risignificato ed, infine, superato. Non si tratta di un costrutto soltanto cognitivo, in quanto le emozioni sono centrali per sua definizione. Tuttavia, esso è anche cognitivo, nel senso che ha la peculiarità “mentalizzante” di dare forma al nostro vissuto emotivo. Certo, la consapevolezza emotiva non è tutto e ci sono, di solito nella vita, molti altri fattori di vario genere in gioco, ma la mentalizzazione, in ogni caso, protegge il corpo e la mente, ponendosi similmente ad un faro che ci guida durante la tempesta. “Nessun problema può resistere all’assalto di una riflessione approfondita”. (Voltaire) Bibliografia Allen J.G., Fonagy P. (2006). La mentalizzazione. Il Mulino: Bologna, 2008. Folkman S., Lazarus R.S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. Springer: New York. Paykel E.S., Prusoff B.A., Uhlenhut E.H. (1971). Scaling of life events. Archives of General Psychiatry,25,340-7. Porcelli P. (2009). Medicina psicosomatica e psicologia clinica. Raffaello Cortina: Milano. Selye H. (1975). Implications of stress concept. New York State Journal of Medicine, 75(12), 2139–2145. Taylor S.E., Stanton A.L. (2007). Coping resources, coping processes, and mental health. Annual Review Clinical Psychology, 3, 377-401.
Stress e Fattori di Rischio Psicosociali

di Martino Daniela scientific 3 2022 Lo stress è una reazione relativamente aspecifica alle sollecitazioni ( stressors o stimoli) dell’ambiente esterno e/o interno. E’ dunque un meccanismo di risposta alle richieste ambientali che ha natura del tutto fisiologica e non patologica(eustress): Senza stress c’è la morte(Hans Selye) Tuttavia, gli studi, l’esperienza clinica e la ricerca, dimostrano che in alcune condizioni la risposta di stress può divenire disfunzionale, ovvero, nei seguenti casi specifici: 1 – per inadeguata intensità degli stimoli (sovra o sottostimolazione) 2 – per eccessiva durata degli stessi 3 – per caratteristiche di personalità del soggetto. In questi casi la reazione di stress può diventare patologica e trasformarsi in una sindrome da stress negativo (distress), che è caratterizzato da: a – disturbi cogni t ivi (perdi ta di concentrazione, difficoltà ad assumere decisioni, persistenti pensieri negativi, diminuita abilità dei managers, ecc.) b – disturbi emozionali (perdita di entusiasmo, i r r i t a b i l i t à , a n s i a , depressione, ecc.) c – disturbi fisici (palpitazioni, mal di schiena, mal d i t e s t a , d i s t u r b i gastrici,ecc.) d – disturbi comportamentali (decremento d e l l a p e r f o r m a n c e , d i s t u r b i dell’alimentazione, aumento di errori e infortuni, abuso di alcool e tabacco, stato di sovra o sotto eccitazione, ecc.). Uno dei maggiori fattori di stress sul lavoro è rappresentato dalle relazioni interpersonali. A tal proposito L. Levi ha messo a punto il modello dello stress cosiddetto “psicosociale”,secondo cui le i n t e r a z i o n i s o c i a l i e i r a p p o r t i interpersonali possono rappresentare per le persone una fonte stressogena, in grado di produrre tutti i disturbi psicosomatici alla pari dei altri stimoli ambientali, fisici o organici. Le interazioni lavorative, se non gestite correttamente possono esporre a danni alla salute fisica e psicologica, insieme ad a l t r i f a t t o r i . Proprio questa consapevolezza ha spinto molti ricercatori a circoscrivere e definire il campo dei f a t t o r i che incidono maggiormente sullo stress da lavoro. I fattori meglio individuati dalle ricerche sono i seguenti: -il carico di lavoro, -i ritmi, – i turni lunghi o mal pianificati in successione -rumore Secondo un’ indagine (1999/2000) dell’European Agency for Safety and Health at work nei paesi industrializzati e post industriali le malattie professionali di carattere fisico, organico o con forte correlazione causa/effetto, sono in continua diminuzione, di contro, sono invece in aumento le patologie stress correlate, aspecifiche e multifattoriali. E’ probabile che in larga parte ciò sia dovuto alla forte precarizzazione del mercato del lavoro, alle difficoltà di ricollocazione,agli obiettivi organizzativi sempre più pretenziosi, alla scarsa valorizzazione delle risorse umane, alla mancanza di una visone etica del lavoro; fattori questi che impattano in maniera pesante sul senso di autoefficacia dell’individuo, oltre a determinare tutti quei disturbi connessi alla sfera ansiosa e depressiva. Quanto non appena accennato ci dà il senso del perché nel mondo del lavoro si consumino tanti drammi di umana sof ferenza. Uno studio di Hans Leymann, stima che l’8% dei suicidi avvenuti in Svezia in un anno, trovi nel lavoro un rapporto diretto di causa-effetto. Un malessere con cui gli operatori della prevenzione dovranno confrontarsi nel tempo a venire,sia lavorando a livello individuale, sia a livello organizzativo, spingendo i contesti di lavoro a occuparsi sempre di più dei fattori che ormai notoriamente possono intervenire sul miglioramento del benessere lavorativo, ovvero : -Funzione e Cultura organizzativa Comunicazione, sostegno nella risoluzione di problemi e sviluppo personale; definizione degli obiettivi organizzativi -Ruolo nell’organizzazione Coerenza di ruolo, ripartizione equa delle responsabilità per i dipendenti —-Evoluzione della carriera Evoluzione di carriera, promozione del capitale umano, retribuzione, sicurezza dell’impiego, sensibilizzazione rispetto al valore sociale attribuito al lavoro –Autonomia decisionale/Controllo P a r t e c i p a z i o n e a l p r o c e s s o decisionale,controllo sul lavoro -Rapporti interpersonali sul lavoro Riduzione dell’ isolamento fisico o sociale, rapporti funzionali con i s u p e r i o r i , cura d e l l e r e l a z i o n i interpersonali, supporto sociale. –Interfaccia famiglia-lavoro Conciliazione tra casa e lavoro. Riepilogando lo stress non è una malattia, ma piuttosto una disfunzione di sistema che può arrecare danni se non adeguatamente controllato nei contesti lavorativi. In questo senso, non vi è una ricetta magica per la gestione dei fattori stress lavoro-correlato, tuttavia vi sono diverse indicazioni di ricerca che indicano come il clima organizzativo in un’azienda/realtà lavorativa possa essere migliorato, anche in modo significativo, con interventi tempestivi e mirati che coinvolgono in modo coordinato l’ambito relazionale, organizzativo, gestionale e sanitario. Bibliografia -Eu-Osha. Calculating the costs of work-related stress and psychosocial risks – A literature review. Bilbao: European agency for Safety and Health at Work; 2014. -Eu-Osha. ESEnER – European Survey of Enterprises on new and Emerging Risks 2- preliminary findings. Bilbao: European agency for Safety and Health at Work; 2015. -Inail. Indagine nazionale sulla salute e sicurezza sul Lavoro. Milano: Inail; 2014. -Cox T. Stress. London: Macmillan; 1978. -Cox T, Griffiths AJ. The assessment of psychosocial hazards at work. In: Shabracq MJ, Winnubst JAM, Cooper CL. Handbook of Work and Health Psychology. Clichester: Wiley & Sons; 1995. -Coordinamento Tecnico Interregionale della Prevenzione nei Luoghi di Lavoro. Valutazione e gestione del rischio da stress lavoro-correlato: guida operativa; 2010. -Leka S, Cox T. The European Framework for Psychosocial Risk Management: PRIMA-EF. UK: I-WHO; 2 0 0 8 . p p 8 0 – 9 5 ( I S B n 978-0-9554365-2-9). -PRIMA-EF network. PRIMA-EF. Guida al contesto europeo per la gestione del rischio psicosociale. Una risorsa per i datori di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori. Protecting Workers’ Health
Stress da Vacanze

Finalmente è tempo di vacanza, il momento che tutti stavamo aspettando per rilassarci un po’, staccare dalla quotidianità e ritrovare il buonumore… o no?! In questo momento dell’anno non vediamo l’ora di liberarci dallo stress da lavoro, indossare quei vestiti freschi e goderci qualche giorno al mare, in montagna o in una città d’arte. In alcuni casi però, lo stress che volevamo lasciare fuori dalle nostre ferie può rimanere lì dietro l’angolo e, a volte, può compromettere l’intera vacanza. Ma cos’è lo stress da vacanze? E come si può riuscire a vivere delle vacanze senza stress? Le vacanze possono essere per molte persone fonte di stress prima ancora che inizino: sembra paradossale, ma lo stress da vacanze colpisce milioni di vacanzieri. Già il solo progettare una vacanza, infatti, può dare avvio ad alcune problematiche legate: al tipo di vacanza alla compagnia al budget da utilizzare. La vacanza può ingigantire le nostre aspettative. Sì, perché quando si pensa a una vacanza, è comune avere l’idea che ci si debba divertire a tutti i costi, che si vivranno esperienze che non è possibile fare nel corso dell’anno, che si ritornerà rigenerati, abbronzati e in piena forma. Avere qualche giorno da dedicare al benessere della coppia è senza dubbio una grande opportunità. Ci si potrà prendere del tempo per vivere una maggiore intimità senza dividersi tra impegni lavorativi, figli e altre attività quotidiane. Se in vacanza si ha l’opportunità di trascorrere molto più tempo insieme al partner, può capitare, però, che quello che dovrebbe essere un periodo di relax, possa diventare fonte di litigi e incomprensioni. Fare una vacanza in famiglia può essere sinonimo di vacanze stressate. Vacanze, stress e famiglia infatti sembrano a volte una combinazione a cui è difficile far fronte. Parliamo, ad esempio, delle vacanze con figli piccoli. Lo stress e l’ansia possono essere immediati, Come godersi allora i benefici del mare, della montagna o di un momento di vero relax senza pensare “le vacanze mi stressano”? La tensione e lo stress che possiamo vivere in vacanza potrebbero essere sintomo di qualcos’altro (come un disturbo d’ansia o una depressione estiva) e possono raccontarci qualcosa in più su di noi. Anche per affrontare lo stress da vacanze la psicologia può venirci in aiuto. Un professionista potrebbe aiutarci a capire qual è la vera fonte del nostro stress e aiutarci a cambiare alcuni comportamenti che magari assumiamo con facilità ma che poi, in fin dei conti, non ci fanno stare bene.
STRESS “BUONO” E “CATTIVO”

Spesso si tende a pensare allo stress come a un fenomeno unicamente negativo, associato ad ansia, frustrazione e malessere. Tuttavia, esiste una forma di stress che può essere un potente alleato per raggiungere i nostri obiettivi e migliorare la nostra vita. Esso può assumere due forme distinte, con effetti diametralmente opposti sul nostro benessere psicofisico: eustress (o stress positivo) distress (o stress negativo). L’eustress è lo stress positivo, quello che ci motiva, ci stimola e ci spinge a superare i nostri limiti. È tutto ciò che sentiamo prima di una presentazione importante, l’eccitazione di un nuovo progetto o la gioia di una sfida. Esso ci aiuta ad aumentare la concentrazione, migliorare le prestazioni e a sviluppare nuove abilità. Ci spinge a uscire dalla nostra comfort zone e a rafforzare la nostra autostima. Il distress, invece, è quello negativo, quello che ci sovrasta, ci crea ansia e ci fa sentire sopraffatti. Il distress può avere conseguenze negative sulla nostra fisica e mentale, causando disturbi del sonno, depressione e ansia, mal di testa, problemi digestivi… È importante imparare a riconoscere i segnali del nostro corpo e della nostra mente per capire se stiamo sperimentando eustress o distress. Come abbia visto sopra, non tutto lo stress è negativo. Molte volte, è il modo in cui interpretiamo una situazione a determinare se proveremo distress o eustress. Come possiamo trasformare il distress in eustress? Cambiare prospettiva, considerando una sfida come un’opportunità di crescita e non una minaccia Impostare obiettivi realistici, celebrando ogni piccolo successo Imparare a praticare tecniche di rilassamento (come yoga, meditazione, mindfulness) Chiedere aiuto, rivolgendosi a un professionista quando lo stress diventa eccessiva e inizia a compromettere la propria qualità della vita Vivere uno stile di vita sano, facendo attività sportiva, seguendo una dieta equilibrata e dormendo a sufficienza In conclusione, lo stress è una parte normale della vita di tutti noi, ma è importante imparare a gestirlo in modo sano. Comprendendo la differenza tra eustress e distress, possiamo sfruttare al meglio le potenzialità del primo e ridurre gli effetti negativi del secondo.
Strategie di trattamento per i disturbi specifici dell’apprendimento scolastico

di Chiara Viganò scientific sett ott 22 I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono problematiche di natura neurobiologica che comporta una compromissione significativa nell’acquisizione di abilità scolastiche, quali la lettura, la scrittura ed il calcolo. Il focus di tale articolo verterà sul fornire indicazioni circa strategie e metodologie che possono essere attuate per il trattamento di tali DSA. Innanzitutto, è importante specificare alcuni termini rilevanti nella pratica. La Consensus Conference – Raccomandazioni per la Pratica Clinica – 2007 (CCRPC- 2007) definisce come “presa in carico” il processo continuativo con cui deve essere garantita la coordinazione tra gli interventi affinché venga incentivata la riduzione del disturbo, l’inserimento sociale, scolastico e lavorativo del singolo. All’interno di questa cornice avviene il trattamento, definito quale insieme delle azioni volte ad incrementare l’efficienza di un processo alterato. Esso è guidato da un professionista sanitario che definisce alcune specificità riguardo obiettivi, metodologie e modalità di erogazione del trattamento stesso, il quale deve avvenire il più precocemente possibile e ultimato quando il suo effetto non cambia la prognosi naturale del disturbo. L’efficacia del trattamento dipende principalmente da alcuni fattori, quali: la gravità e la pervasività del disturbo, la motivazione al trattamento, la durata del trattamento e la rete di risorse. È considerato efficace nel momento in cui si evidenziano miglioramenti nell’evoluzione del processo [1]. In questo articolo si pone attenzione ai DSA p i ù comunemente riconosciuti: dislessia, disortografia e discalculia. La dislessia emerge generalmente all’inizio della scolarizzazione e causa una difficoltà nella lettura, e talvolta altresì nella scrittura, che non risulta fluente e corretta. Interventi efficaci devono avere determinate caratteristiche: – le abilità da insegnare devono essere rese esplicite; – devono essere intensivi: 15/30 minuti a sessione quotidiana per 1-2 mesi; – devono comprendere attività per promuovere le abilità metafonologiche e l’associazione tra grafemi e fonemi, esercizi per lo sviluppo del lessico e la lettura di testi [2,3]. Avendo affermato che bisogna tenere in considerazione la rapidità e la correttezza di lettura come elementi principali che caratterizzano tale problematica, è bene elencare le componenti che li determinano ed il relativo trattamento: – la discriminazione visiva e la selezione visuo-spaziale vengono valutate mediante il subtest “Ricerca di simboli” della Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC-III). Per quanto concerne il trattamento per i soggetti al primo ciclo di scuola primaria s i consiglia l’uso delle schede dell’Area DV del Trattamento del le difficoltà di lettura di Cornoldi e gruppo MT (1992); mentre per soggetti più grandi si propongono programmi al computer che richiedono l’individuazione rapida di differenze e somiglianze visive, come Bachi spaziali e il software Occhio alla lettera di Vio e Moresco [1,4]; – il riconoscimento sublessicale o lessicale è esaminato tramite prove di lettura di parole e di non parole della DDE-2 (Sartori, Job e Tressoldi, 2007) [7]. Per il trattamento si consigliano programmi informatici in grado di facilitare il recupero delle corrispondenze fonologiche tra unità sublessicali o parole intere (es. software Tachistoscopio e Sillabe, Dislessia Evolutiva, Il trattamento sublessicale, WinABC e Instant Reader); – la denominazione dei grafemi s i verifica attraverso delle relative prove della DDE-2 [7]. Affinchè il trattamento sia maggiormente efficace è utile presentare al soggetto grafemi con una forma che suggerisce il fonema, con l’ausilio di software che presentino i grafemi in associazione alle loro corrispondenze fonemiche (es. Occhio alla lettera); -la fusione fonologica, cioè la capacità di mantenere in memoria fonologica a breve termine dei fonemi o sillabe fino alla completa fusione per estrarne una parola, si valuta tramite prove della batteria di Prove di requisito per la diagnosi di difficoltà di lettura e scrittura (PRCR-2, Cornoldi e Gruppo MT, 1995), prove di sintesi fonemica della Batteria di valutazione delle competenze metafonologiche (CMF, Marotta e Trasciani, 2004) o della Batteria di valutazione neuropsicologica per l’età evolutiva (BVN, 5-11, Bisiacchi et al., 2005) [4,5,6]. Tale componente può essere allenata tramite materiali differenti quali, carte, memory, ecc. oppure software come Il Jolly, Pescatore, Fondiamoleletterine [1]. La disortografia, invece, è un disturbo specifico di scrittura che si manifesta tramite difficoltà nella trascrizione in simboli grafici dei suoni che compongono le parole udite ed è riscontrabile a partire dai 7/8 anni. Generalmente è difficile che la disortografia si presenti senza che vi siano altre difficoltà di lettura e/o ulteriori problemi di apprendimento, essendo un’abilità che richiede l’acquisizione ed il controllo di ulteriori competenze afferenti diversi domini, come quello prassico, linguistico e cognitivo. Affinché vi sia una correttezza ortografica è necessario prendere in considerazione diverse componenti, per ognuna delle quali è comprensibile la definizione di un trattamento specifico: – per valutare la memoria e la discriminazione fonologica è possibile somministrare prove di discriminazione uditiva della BVN5-11 (Bisiacchi et al., 2005) o la Prova di ripetizione di non parole da ascolto della batteria PRCR-2 (Cornoldi e Gruppo MT, 1995). Per quanto concerne il relativo trattamento è necessario fare riferimento ad esercizi indicati dal logopedista [4,5]; – un ulteriore elemento concerne la segmentazione fonemica, cioè l’individuazione dei fonemiche compongono la parola ascoltata o pensata. La valutazione avviene mediante la somministrazione della prova di analisi fonemica della Batteria PRCR-2 (Cornoldi e Gruppo MT, 1995), della Batteria CMF (Marotta e Trasciani, 2004) o della Batteria BVN 5-11 (Bisiacchi et al., 2005) [6]. Per il relativo trattamento sono consigli abili esercizi presenti nell’area MUSFU (Memoria Uditiva Segmentazione e Fusione Uditiva) del programma per il trattamento della lettura di Cornoldi e Gruppo MT (1985). È possibile altresì creare da sé esercizi, quali “Arriva un treno carico di…”, oppure chiedere di riferire la parte più piccola della parola udita o chiedere i l risultato nel momento in cui si toglie il primo o l’ultimo suono di una parola [1,4,5,6]; – quando invece bisogna valutare la capacità di associare fonemi identificati tramite la relativa analisi con i grafemi corrispondenti, è importante comprendere innanzitutto se si è davanti ad una confusione visiva o visuo-spaziale oppure se la difficoltà è nell’associazione fonema-grafema. Ulteriore considerazione da tenere a mente riguarda il fatto che non sempre la corrispondenza fonema-grafema è biunivoca [1]. L a valutazione di tale
Stimoli in eccesso: come i nuovi cartoni animati possono influire negativamente sullo sviluppo dei bambini

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione nel mondo dell’animazione. I cartoni animati, da sempre fonte di intrattenimento e immaginazione per i bambini, si sono trasformati in prodotti audiovisivi estremamente dinamici, dai colori accesi, ritmi frenetici e cambi di scena continui. Se da un lato questo cambiamento rispecchia una tecnologia sempre più avanzata e una volontà di attrarre l’attenzione, dall’altro solleva interrogativi fondamentali sugli effetti a lungo termine sullo sviluppo cognitivo ed emotivo dei bambini. io stessa, da studentessa di psicologia ed occupandomi talvolta di accudire bambini, mi ritrovo sempre più spesso a discutere con genitori preoccupati per la crescente difficoltà dei loro figli a mantenere l’attenzione, a tollerare la noia o a giocare in modo spontaneo e creativo. Una delle cause principali di queste difficoltà, è proprio il tipo di stimolazione continua e intensa a cui i bambini sono esposti, anche – e soprattutto – tramite l’intrattenimento. I cartoni animati oggi: un bombardamento sensoriale I cartoni moderni sono radicalmente diversi da quelli che le generazioni precedenti ricordano con affetto. Dove un tempo le animazioni si sviluppavano in modo lineare, con scene più lente e dialoghi semplici, oggi il ritmo è vorticoso. I cambi di inquadratura avvengono spesso ogni pochi secondi, i suoni sono intensi e costanti, i colori sempre saturi e brillanti, spesso con effetti visivi lampeggianti o iperrealistici. Studi di neuropsicologia dello sviluppo hanno evidenziato che la mente infantile è particolarmente sensibile agli stimoli visivi e uditivi. L’eccessiva esposizione a questo tipo di contenuti, soprattutto nei primi anni di vita, può interferire con la maturazione dei circuiti dell’attenzione sostenuta, una delle funzioni esecutive fondamentali per l’apprendimento scolastico e la regolazione emotiva. Un lavoro pubblicato sul Journal of Pediatrics da Christakis et al. (2004) ha mostrato una correlazione significativa tra la quantità di tempo trascorso dai bambini davanti a programmi televisivi ad alto contenuto di stimoli rapidi prima dei tre anni e un aumento di sintomi di disattenzione e impulsività in età scolare. Sovrastimolazione e autoregolazione Uno dei problemi principali è che il cervello dei bambini in età prescolare non è ancora capace di filtrare in modo efficiente gli stimoli in entrata. Quando la stimolazione sensoriale è eccessiva, il sistema nervoso entra in una condizione simile all’iperattivazione: il bambino può diventare irrequieto, facilmente irritabile, oppure – paradossalmente – mostrare un’apparente dipendenza da questi stimoli. Molti genitori osservano che i propri figli sembrano “incollati” allo schermo, ma diventano nervosi o apatici appena finisce il programma. Questo comportamento è il risultato di una regolazione disfunzionale del sistema dopaminergico: lo stesso meccanismo che si osserva nei circuiti della ricompensa coinvolti nelle dipendenze. La continua esposizione a cartoni “iperstimolanti” crea quindi una tolleranza sempre maggiore: il bambino ha bisogno di contenuti sempre più rapidi e intensi per mantenere lo stesso livello di interesse. Questo rende estremamente difficile per loro accettare attività meno stimolanti ma fondamentali per lo sviluppo, come il gioco simbolico, la lettura o semplicemente l’interazione sociale reale. Effetti sulla creatività e sulla capacità di concentrazione Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda la creatività. L’immaginazione nei bambini si sviluppa attraverso esperienze che richiedono uno spazio di elaborazione interna: il “tempo morto” tra un input e l’altro è cruciale perché consente di pensare, riflettere, inventare. I cartoni animati moderni, al contrario, tendono a riempire ogni secondo con stimoli precostituiti, privando il bambino della possibilità di completare con la propria mente ciò che manca. Anche la velocità delle scene ha un impatto significativo. Un celebre esperimento condotto da Lillard e Peterson (2011) ha dimostrato che solo nove minuti di visione di un cartone animato estremamente rapido, possono avere un impatto negativo temporaneo sulla capacità di problem-solving e sull’autoregolazione nei bambini di 4 anni. Sebbene l’effetto sia momentaneo, l’esposizione quotidiana e ripetuta può produrre un’influenza cronica sullo sviluppo cognitivo. Un confronto con i cartoni “di una volta” Non si tratta di nostalgia, ma di evidenze stilistiche e funzionali. Cartoni come Heidi, Il Mondo di David Gnomo o La Pimpa erano costruiti con una narrativa lineare, tempi lenti, pause tra un evento e l’altro, e una grafica semplice ma espressiva. Questi elementi permettevano al bambino di seguire la storia, immedesimarsi nei personaggi, anticipare le azioni e, soprattutto, riflettere. La semplicità visiva aiutava lo sviluppo del pensiero simbolico, mentre le pause nella narrazione favorivano la comprensione e l’elaborazione emotiva. Oggi, invece, l’estetica ipermoderna rischia di sovrastare il contenuto, privilegiando l’effetto shock alla profondità narrativa. Cosa possiamo fare: consigli per i genitori Non si tratta di demonizzare i cartoni animati in sé, ma di scegliere con consapevolezza. Ecco alcune raccomandazioni basate sulle evidenze scientifiche più recenti: Limitare la durata dell’esposizione: per i bambini sotto i 2 anni, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’assenza totale di schermi. Dai 2 ai 5 anni, si consiglia di non superare un’ora al giorno, sempre accompagnata da un adulto. Preferire cartoni a ritmo lento: scegliere contenuti con narrazioni semplici, scene lunghe e poco dinamismo visivo. Ottimi esempi sono Daniel Tiger’s Neighborhood, Peppa Pig o le vecchie puntate de Il Mondo di Elmer. Guardare insieme ai figli: la co-visione permette al genitore di spiegare, commentare e rallentare mentalmente il ritmo, aiutando il bambino a elaborare ciò che vede. Alternare con attività “lente”: incentivare giochi creativi, attività manuali, letture condivise e momenti di noia costruttiva. Osservare le reazioni del bambino: se mostra irritabilità, difficoltà a concentrarsi o richieste ossessive di visione, è importante rivedere l’uso dei media e, se necessario, consultare uno psicologo. Conclusione I cartoni animati non sono tutti uguali. Mentre alcuni possono essere strumenti educativi e fonte di gioia condivisa, altri, troppo veloci e carichi di stimoli, possono contribuire a difficoltà cognitive e comportamentali nei bambini. In un’epoca in cui la tecnologia evolve rapidamente, è fondamentale accompagnare i più piccoli verso un uso sano e consapevole degli strumenti digitali. Solo così potremo preservare il loro diritto a un’infanzia fatta di gioco, scoperta e pensiero libero. Bibliografia Christakis, D. A., Zimmerman, F. J., DiGiuseppe, D. L., & McCarty, C. A. (2004). Early television exposure and subsequent attentional problems in children. Pediatrics, 113(4), 708-713. Lillard, A. S., & Peterson, J. (2011). The
Stati d’Animo durante le Festività: Tra Gioia, Nostalgia e Ansia

Le festività sono per molti un periodo ricco di emozioni contrastanti. Se da un lato evocano immagini di gioia, calore e celebrazione, dall’altro possono rappresentare un terreno fertile per sentimenti di malinconia, ansia e, talvolta, solitudine. La psicologia delle emozioni ci insegna che le festività agiscono come un potente catalizzatore emotivo, portando alla luce esperienze vissute, aspettative presenti e paure future. In questo articolo, esploreremo i vari stati d’animo che emergono durante le festività e come possono essere affrontati. La Gioia della Connessione e l’Importanza del Rituale In molte culture, le festività sono momenti di condivisione e connessione. La gioia che deriva dalle riunioni con la famiglia e con gli amici, dallo scambio di doni, dai pasti condivisi e dai rituali comuni ha una profonda base psicologica. I rituali, infatti, creano un senso di appartenenza e identità sociale, fattori cruciali per il benessere emotivo. Attraverso i rituali festivi, si rinnova il legame con la propria comunità e si rinforzano i rapporti affettivi. La psicologia sociale ha osservato come la celebrazione collettiva contribuisca a rafforzare i legami affettivi e l’autostima individuale. Inoltre, il valore simbolico dei rituali aumenta la consapevolezza del significato della festa stessa, rendendola un’occasione per riflettere su cosa sia veramente importante per noi. I rituali, come decorare l’albero di Natale, accendere candele o preparare piatti tradizionali, non solo ci avvicinano agli altri, ma ci aiutano anche a sentirci parte di una tradizione più ampia. Questa dimensione temporale, che lega passato, presente e futuro, contribuisce a dare alla vita un senso di continuità e stabilità. Nostalgia e Malinconia: Il Passato che Riaffiora Per molti, le festività portano alla luce ricordi del passato, innescando una forte nostalgia. Ricordi di momenti felici, di persone che non ci sono più, di luoghi e tempi che non possiamo più rivivere, tornano spesso alla mente. Questa “nostalgia delle festività” può generare una profonda malinconia, amplificata dal contrasto tra il desiderio di felicità associato alle feste e il ricordo di ciò che si è perso. La nostalgia, in realtà, può essere interpretata come una risposta adattiva: ci permette di riconnetterci a momenti positivi e può persino aiutare a rafforzare il senso di sé, ma al tempo stesso può far emergere un senso di perdita difficile da elaborare. Alcuni studi suggeriscono che la nostalgia ha una funzione protettiva per la salute mentale, ma che può anche innescare stati depressivi, specialmente quando accompagnata da rimpianti o sentimenti di solitudine. Le persone che hanno perso recentemente una persona cara o che attraversano cambiamenti significativi nella loro vita sono particolarmente suscettibili a questi sentimenti. È importante, quindi, essere consapevoli che la malinconia durante le festività è un’esperienza comune e naturale. Pressione delle Aspettative e Stress Festivo Il carico di aspettative legato alle festività è spesso elevato. Le aspettative personali e sociali riguardano la felicità, l’armonia familiare e la perfezione nella celebrazione. Tutti dovrebbero sentirsi sereni, tutti dovrebbero divertirsi, ogni riunione dovrebbe essere speciale. Questo “imperativo della felicità” può diventare una fonte di pressione e stress, particolarmente per chi si sente incapace di soddisfare queste aspettative. La psicologia del confronto sociale ha dimostrato come l’essere esposti a immagini idealizzate, spesso amplificate dai social media, possa portare a sentimenti di inadeguatezza. Lo stress durante le festività può anche essere aggravato dalla necessità di dover organizzare, gestire spese extra o mantenere relazioni interpersonali in equilibrio. Per alcuni, il carico mentale delle festività è tale da trasformarsi in un periodo stressante anziché in uno di sollievo. Diventa quindi importante adottare delle strategie di gestione dello stress, come il limitare le aspettative e concedersi il permesso di dire “no” alle richieste che risultano eccessive. Ansia e Tensioni nelle Riunioni Familiari Le festività, oltre a portare gioia, rappresentano per molte persone un terreno fertile per ansia e tensioni. Le dinamiche familiari, talvolta complicate e conflittuali, possono riemergere durante le riunioni festive, esacerbando vecchi dissapori o amplificando divergenze mai del tutto risolte. Alcune persone possono sentirsi in dovere di partecipare a riunioni familiari nonostante le tensioni e, in questi contesti, l’ansia può facilmente manifestarsi come reazione a conflitti latenti o a sensazioni di inadeguatezza. Questa ansia è particolarmente comune tra coloro che non si sentono completamente accettati dai propri familiari o che hanno avuto esperienze di conflitto con loro. La psicologia della famiglia ci insegna che la vicinanza emotiva prolungata può rendere le interazioni familiari una fonte di stress piuttosto che di supporto, soprattutto se i membri della famiglia presentano diversi sistemi di valori o visioni della vita. Un metodo per affrontare queste situazioni può essere quello di prepararsi mentalmente, imparando a gestire i propri limiti emotivi e fissando confini che possano tutelare il proprio benessere psicologico. Solitudine e Festività: Una Realtà Diffusa Per alcune persone, le festività accentuano la solitudine. La percezione dell’isolamento può essere amplificata dal vedere altri celebrare in compagnia. La solitudine durante le feste può colpire persone di tutte le età e situazioni: individui anziani che hanno perso il loro coniuge, giovani lontani da casa, persone che hanno terminato una relazione o che vivono difficoltà sociali. La solitudine durante le festività è un fenomeno che la psicologia riconosce come diffuso, e spesso ignorato dalle narrative comuni. Le strategie di coping per la solitudine possono includere l’impegno in attività che diano significato al periodo festivo, come il volontariato o l’organizzazione di piccoli momenti di convivialità con amici e conoscenti. Per molti, queste attività possono rappresentare un’opportunità per trasformare la solitudine in un’occasione di connessione e solidarietà. Strategie di Gestione Emotiva durante le Festività Esistono molte strategie di coping che possono aiutare ad affrontare gli stati d’animo legati alle festività. Una delle tecniche più utili è la pratica della mindfulness, che aiuta a rimanere presenti nel momento senza essere travolti da pensieri del passato o ansie sul futuro. La mindfulness è particolarmente efficace nel ridurre l’ansia e migliorare l’umore, aumentando la consapevolezza e l’accettazione delle proprie emozioni. Anche la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) può rivelarsi utile, in quanto permette di identificare e correggere i pensieri negativi che influenzano il nostro stato d’animo. Ad esempio,
Stare bene con se stessi: un esercizio pratico da applicare quotidianamente

Stare bene con se stessi? E’ possibile! Imparando a relazionarci con l’altro. Anche a costo di dire qualche no. Essere autentici e pienamente se stessi a volte ci risulta difficile! Così, il più delle volte, ci rinunciamo, rischiando di spegnerci lentamente negando i nostri bisogni. Ma annullare se stessi, il più delle volte, genera negatività. Capita che, poi, un giorno, inevitabilmente, ci si rende conto che si è dato troppo o si è subito tanto. Certo non si può pretendere che il cambiamento avvenga ad un tratto! Per quello è fondamentale determinazione e perseveranza. Quali sono i passi che ci portano ad essere assertivi? Facciamo un bilancio della nostra situazione attuale: quali sono gli ambiti in cui tendo ad annullarmi o ad essere aggressivo? 2. Capiamo quali sono i nostri obiettivi: come vorrei essere nelle relazioni? 3. Quali possono essere i miei bisogni? Se il nostro vissuto è piacevole, vorrà dire che i bisogni sono soddisfatti. 4. Quali sono i pensieri che affollano la mente quando ci mettiamo in relazione con l’altro? Alcuni possono essere giudizi verso noi stessi o verso altri, la paura di conseguenze negative, preconcetti. Ricordiamo che spesso sono proprio questi pensieri che governano le nostre azioni! La cosa importante è che abbiamo la possibilità di cambiare i nostri comportamenti, ma non quelli degli altri! Quindi, anche se abbiamo riconosciuto quali possono essere i nostri limiti (dati da pensieri, paure, credenze), teniamo in mente che solo noi abbiamo davvero il potere di cambiare le cose! Impariamo a trasformare in potenziale d’azione i pensieri che ci bloccano! La prima cosa da fare è riconoscere qual è il proprio modo abituale di funzionare. Possiamo, se vogliamo, prendere nota a posteriori di tutto ciò che accade dentro di noi a seguito di un’interazione. Questo può essere utile per venire a conoscenza dei nostri vissuti più profondi e dei bisogni ad essi legati. Soltanto dopo potrei chiedere a me stesso qual è il più piccolo passo possibile che mi avvicinerebbe a soddisfare un mio bisogno. Soltanto così si passa dall’essere reattivo all’essere proattivo, autoaffermando se stessi.
Stanchi? La strategia del recupero attivo

Ti sei mai sentito come un computer con troppe finestre aperte? Quando la testa scoppia, fai fatica a concentrarti e senti di non farcela più, stai vivendo un sovraccarico cognitivo. Questo succede quando il nostro cervello è pieno di informazioni e compiti da svolgere. In questi momenti, significa che siamo sopraffatti e abbiamo bisogno di riposarci. Secondo la teoria dei sistemi dinamici, ogni essere vivente è parte di un grande insieme interconnesso. Per questo motivo ci sentiamo stanchi. Ecco perché è importante adottare la strategia del recupero attivo, organizzando le attività e procedendo un passo alla volta.
SQUID GAME: UN’ANALISI PSICOLOGICA

Squid Game ha catturato l’immaginario collettivo a livello mondiale, diventando un vero e proprio fenomeno culturale. Al di là del puro intrattenimento, la serie sudcoreana si ben presta a un’analisi psicologica approfondita per esplorare gli aspetti oscuri della natura umana e le dinamiche sociali che ci governano. Uno degli elementi centrali di Squid Game è la disperazione economica che spinge i partecipanti a rischiare la vita per una somma di denaro. La serie ci mostra persone che sono molto povere e che vogliono a tutti i costi cambiare la loro vita. Questo ci fa capire che le difficoltà economiche sono un problema per molte persone. Ma allo stesso tempo, la possibilità di vincere una fortuna ci fa sognare e ci fa capire perché queste persone rischiano così tanto. I giochi mortali a cui vengono sottoposti i concorrenti mettono a nudo la natura umana in tutte le sue sfaccettature. Altruismo, egoismo, cooperazione e tradimento si intrecciano tra di loro. La serie ci mostra come, in situazioni estreme, le persone siano disposte a compiere azioni impensabili per sopravvivere o per aiutare gli altri. La violenza presente in Squid Game non è fine a se stessa, ma funge da metafora per le ingiustizie sociali e le difficoltà che molte persone affrontano nella vita quotidiana. La serie ci invita a riflettere sul ruolo della violenza nella nostra società e sulle sue conseguenze psicologiche. La violenza nei giochi di Squid Game non è solo una conseguenza delle dinamiche competitive, ma anche uno strumento per mantenere l’ordine e il controllo sui partecipanti. Inoltre, nella serie, pur essendoci scene molto cruente, ci troviamo di fronte a una normalizzazione della violenza, che viene resa quasi come un elemento di routine. Squid Game va oltre l’intrattenimento, offrendo un’analisi critica della società contemporanea e delle sue contraddizioni. Si tratta di una serie che ci fa pensare e che ci tocca nel profondo. Ci invita a riflettere sul valore della vita e sull’importanza delle relazioni umane.