Eco-ansia: cos’è e come intervenire

Il cambiamento climatico sta avendo forti ripercussioni in numerosi ambiti, tra cui quello della salute mentale (come abbiamo analizzato in questo precedente articolo). Gli eventi meteorologici e i disastri naturali indotti dal cambiamento climatico hanno un forte impatto sulla nostra salute mentale, in quanto possono causare disturbi del sonno, stress, depressione, disturbi da stress post-traumatico e ideazione suicidaria. Si è osservato come tra i principali effetti psicologici del cambiamento climatico vi sia una nuova patologia, denominata eco-ansia. Che cos’è l’eco-ansia? L’American Psychological Association[1] si riferisce all’eco-ansia, o climate anxiety, come a “una paura cronica del dominio dell’ambiente”, che va da uno stress lieve a disturbi clinici come depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico e suicidio, a strategie di coping disadattive come la violenza fisica e l’abuso di sostanze[2]. Più semplicemente, l’eco-ansia è una forma specifica di ansia relativa allo stress o al disagio causato dai cambiamenti ambientali e dalla nostra conoscenza di essi. Non esiste una diagnosi specifica di “Eco-ansia”. La sintomatologia auto-segnalata può includere attacchi di panico, insonnia, pensiero ossessivo e/o cambiamenti dell’appetito causati da preoccupazioni ambientali[3]. L’eco-ansia si presenta non solo a causa della paura di un pericolo percepito ma anche nel momento in cui entra in gioco il senso di colpa o la sensazione di impotenza per il mancato controllo sulla natura. Chi sono i gruppi maggiormente colpiti dall’eco-ansia? La climate anxiety viene avvertita in modo molto più forte tra i giovani, in particolare da coloro tra i 15 e i 30 anni. Questo dato può riferirsi al fatto che i giovani, a differenza degli adulti, avranno maggiori probabilità di sopravvivere alle avversità climatiche nei prossimi decenni e a dovervi fare fronte. L’eco-ansia tende anche ad essere maggiore nelle persone che si preoccupano profondamente dell’ambiente[2, 4]. Un’indagine italiana condotta nel 2019 su un campione nazionale di 800 giovani adulti ha indicato che, per il 51% di loro, il cambiamento climatico rappresenta la fonte primaria del loro disagio[5]. È probabile che i livelli di ansia climatica aumentino nel tempo poiché sempre più persone ne saranno direttamente colpite. Le persone in condizioni di povertà, le popolazioni indigene, i bambini e le persone che vivono in circostanze precarie (ad esempio, in aree soggette a siccità o incendi, o regioni vulnerabili all’innalzamento del livello del mare) sono tra i gruppi maggiormente a rischio di subire i gravi effetti del cambiamento climatico[4]. Eco-ansia: adattiva o disadattiva? L’ansia evocata dalla minaccia del cambiamento climatico può essere adattativa o disadattiva[4]. Quella adattiva può motivare l’attivismo climatico, fornendo un impulso ad agire per affrontare le minacce climatiche, ad esempio trovando modi per ridurre la propria impronta di carbonio. L’ansia disadattiva può assumere la forma di passività ansiosa, nella quale la persona si sente ansiosa ma incapace di affrontare il problema del cambiamento climatico, e può assumere la forma di un disturbo d’ansia innescato o esacerbato da fattori di stress climatici. Un’ansia eccessiva può essere grave e debilitante, e merita attenzione clinica. Come risultato di una maggiore consapevolezza dell’impatto del cambiamento climatico sull’ambiente, quindi, alcune persone sono spinte ad agire mentre altre sono sopraffatte. Per altre ancora, l’ansia è così intensa da diventare paralizzate, impedendo loro di agire. È ciò che viene chiamata eco-paralisi, in cui le persone diventano così angosciate dal problema da non essere in grado di agire e, di conseguenza, a volte sono giudicate erroneamente come disinteressate e apatiche[3]. Come intervenire? È necessario comprendere che l’ansia non è necessariamente un “problema” di cui liberarsi ma, nelle giuste dosi, può creare consapevolezza e spingerci ad agire in maniera congrua. Il cambiamento climatico è anche un problema psicologico, ma ciò non significa che debba essere individualizzato o medicalizzato. L’ansia climatica non dovrebbe essere vista come un problema da risolvere o una condizione da curare ma, piuttosto, come un aumento di consapevolezza del nostro impatto sul mondo. Invece di patologizzare l’ansia climatica, è necessario chiedersi come è possibile creare maggiore consapevolezza del problema e individuare azioni concrete. Oltre, quindi, ad un lavoro di supporto psicologico individuale, per imparare a riconoscere e gestire l’ansia sarà necessario sviluppare forti reti sociali fondate su relazioni supportive e una solida relazione con la natura che ci circonda. Per concludere, i sintomi dell’ansia climatica non sono necessariamente sentimenti di cui liberarsi ma da cui imparare, solo però se possono essere percepiti in modo sicuro, attraverso lo sviluppo di azione pro-ambiente e cambiamento sociale e psicologico. Bibliografia [1] American Psychological Association (2017). Mental Health and our Changing Climate: Impacts, Implications and Guidance. (https://www.apa.org/news/press/releases/2017/03/mental-healthclimate.pdf). [2] Dodds J. (2021). The psychology of climate anxiety. BJPsych Bulletin, 45, 222–226. doi:10.1192/bjb.2021.18 [3] Usher K., Durkin J. e Bhullar N. (2019). Eco-anxiety: How thinking about climate change-related environmental decline is affecting our mental health. International Journal of Mental Health Nursing, 28, 1233–1234. doi: 10.1111/inm.12673 [4] Taylor S. (2020). Anxiety disorders, climate change, and the challenges ahead: Introduction to the special issue. Journal of Anxiety Disorders, 76, 102313. [5] SWG. Lotta Contro i Cambiamenti Climatici. 2019. Available online: https://www.swg.it/politicapp?id=yedv

Ecco chi è il bambino iperattivo

Riconoscere e discriminare una diagnosi di iperattività da un comportamento vivace. Come comportarsi con un bambino iperattivo e a chi rivolgersi Nella pratica clinica uno degli abusi terminologici che più spesso incontro è quello del bambino iperattivo. Ma come distinguere un possibile ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) da un bambino vivace? BAMBINO IPERATTIVO VS BAMBINO VIVACE Sicuramente un ADHD è un bambino con difficoltà ad ascoltare le richieste, ad eseguire gli ordini. Il suo modo disordinato di voler fare più cose contemporaneamente può far perdere la pazienza a chi gli sta vicino. Bisogna tener presente che tali comportamenti spesso derivano da un disagio e sgridarli può essere controproducente, ovvero può aumentare la loro insicurezza e può isolarli ancora di più dagli altri. Di fronte a questi comportamenti è utile mostrarsi fermi e assertivi nelle richieste e chiedere loro una cosa per volta. Inoltre  utilizzare poche regole, semplici e ben delineate in modo che i bimbi sappiano esattamente cosa fare e riescano a concentrarsi sull’obiettivo da raggiungere. Il genitore di un ADHD spesso si chiede qual è l’approccio migliore al bambino, se è più utile alzare i toni, o assecondarlo. QUALE SCELTA MIGLIORE PER UN GENITORE? Qualunque sia la scelta questi genitori hanno in comune il fatto di sentirsi incompetenti e insicuri (“dottoressa non so se sto facendo bene”). Pertanto, rivolgersi ad uno psicologo per azioni di supporto educativo può essere utile a sentirsi accolti ed ascoltati in questi stati d’animo di smarrimento. Come fare quindi a discriminare un ADHD da un bambino vivace? DIFFERENZE SIGNIFICATIVE Premesso che la vivacità è una caratteristica positiva nei bambini in quanto li rende attivi e curiosi nei confronti delle esperienze circostanti, sarebbe utile prestare attenzione ai seguenti segnali: difficoltà a stare seduti e fermi quando si deve continue distrazioni per qualsiasi stimolo esterno dare delle risposte talvolta sconnesse rispetto alle domande che gli vengono poste difficoltà nel mantenere l’attenzione durante lo studio o il gioco In tal caso rivolgersi a professionisti specializzati, come un neuropsichiatra infantile potrà essere utile al fine di lasciarsi indirizzare sul percorso più idoneo da seguire e tutelare il benessere psicofisico del bambino e dei suoi genitori.

E’ possibile evitare di pensare a quello che non si vuole pensare?

Strategie per evitare di rimuginare e amplificare stati d’animo negativi. Quante volte è capitato a tutti noi di avere un pensiero rispetto al comportamento di un’altra persona e di iniziare a rimuginare, rimanendo intrappolati in qualcosa che sembra non avere soluzione. Perchè accade? I pensieri diventano oggetto di rimuginio quando perdono il contatto con i fatti. Per questo motivo, vengono valutati non per quello che sono, ma per le emozioni a cui danno vita. Le emozioni allora generano pensieri giudicanti e chi soffre a causa delle emozioni negative, crede di poterle diminuire utilizzando i pensieri che esse stesse producono. Facciamo un esempio: penso che Michele non abbia una buona opinione di me, mi sento triste, penso che ha ragione in fondo. Cerco di non provare tristezza e di non pensarci, amplificando in realtà il contenuto del mio pensiero. Cosa si potrebbe fare? Tradurre i pensieri in descrizione dei fatti potrebbe essere la cosa più utile da fare. Comprendere da quali fatti hanno avuto origine determinate emozioni consente di scegliere poi i comportamenti più efficaci per uscire dalla sofferenza, anzichè rimuginare. Il pensiero viene utilizzato come uno strumento potentissimo per affrontare i problemi, ma questo ci porta spesso ad allontanarci dalla realtà delle cose. Dimentichiamo che l’esperienza deriva sempre dal contatto, attraverso i sensi, con l’esterno. Quando siamo agganciati a pensieri che ci limitano la visione esterna, dovremmo imparare a distinguere tra giudizi/opinioni e fatti; imparare a riconoscere quali sono le reazioni automatiche che avvengono e a osservare e descrivere ciò che accade. In questo modo si può agire consapevolmente. Seguire una regola senza tener conto del contesto è una forma di pliance. Il tracking serve invece a spostare l’attenzione dal contenuto di una regola alla sua funzione. In questo modo si può tenere traccia dei propri comportamenti e degli effetti reali.

DUE corpi e DUE anime

di Ludovica Autelitano Io non sono un luogo comune. Io sono il luogo dell’anima dove risiedono sia rumori che suoni. Ho le dita delicate, fai attenzione. Con le mani ho accarezzato ma anche colpito, a torto, a ragione. Mia nonna mi diceva “hai occhi che sono due stelle” e io, quelle stelle, le ho fatte correre per il mondo in cerca delle tue. Io sono sapori sapore del latte materno di birra di torte fatte in casa e cioccolato amaro. In me abita tutto e il contrario di tutto. Ecco. E’ in questo luogo che io ti accolgo. Ti accolgo nella mia storia, ti scelgo mentre sulle mie spalle porto il generoso peso del mio albero genealogico e ti porto con me perché stare insieme non sia celebrare un corpo e un’anima, ma avere imparato dove inizia uno e finisce l’altro. Mi rendo conto che quanto detto supera le aspirazioni fusionali insite nella promessa amorosa e nelle fantasie di ciascuno ma potremmo, forse dovremmo, chiederci: “Cosa scelgo io di quest’uomo, di questa donna?”, “Chi sono io per lui? Chi è lei per me?”. Un padre? Una madre? Che padre? Che madre? Un amico o forse una Casa? Un salvagente? Un approdo? Ah, ecco…Un/una compagno/a! Ma cos’è? Che fa? Come si comporta? Come scrive Salvador Minuchin in “Famiglia e terapia della famiglia”, “Ogni coppia ha una sua storia specifica; per alcune non viene mai il momento in cui si sentono “sposati”. Così il processo, dal rito di passaggio in presenza di un giudice di pace o simili, al tempo in cui vi siete sentiti realmente sposati può andare avanti per un pezzo. Alcune persone divorziano senza essere state neppure sposate”. Come può avere ragione d’essere l’idea di Minuchin? Scoperchiando il vaso di Pandora è possibile riscontrare come la coppia nasca sul malinteso, su quello che non si è detto all’inizio, con lo sguardo, tra le pieghe dei primi sorrisi, nel cuore dell’implicito che crea il legame. E, cosa, esattamente, non ci si è detti? Che non si sarebbe rimasti uguali. Che sarebbero cambiati gli sguardi, le parole, gli obiettivi…i bisogni. Insomma, ci si sarebbe evoluti.Io e te non siamo quelli di un tempo, siamo un’altra Io e un altro Te e, dopo tutto questo tempo, ci andiamo ancora bene? “Senti – bisognerebbe domandarsi – quando ci siamo conosciuti a te piaceva il mare, chè per caso ti piace ancora? O adesso preferisci la montagna?”. Eppure queste domande non vengono fatte, tra le bollette e gli impegni, le coppie dimenticano di RI-guardare sé stesse e rilanciare il patto che le aveva unite all’inizio. Così passano i mesi e gli anni e un giorno, girandosi, ci si può scoprire diversi, troppo diversi ed è quello il momento della scelta: posso accettare che tu sia diventato altro da quello che avevo scelto? Posso accettare che il nostro patto di coppia debba trasformarsi come naturale evoluzione del legame? Posso accettare di essere io stesso/a cambiato/a? Dipende. Da cosa? Da cosa ci aveva uniti poiché, come scrive Angelo, “Quanto più le relazioni nella famiglia di origine sono prive di elementi conflittuali irrisolti, tanto più la scelta del partner è libera nel senso che i vincoli, le preclusioni, la necessità di legarsi a un particolare tipo di partner sono molto meno presenti”. Spesso, infatti, facciamo con il partner quello che prima facevamo con i genitori. Non litighiamo più con la mamma perché adesso litighiamo con il fidanzato, smettiamo di lottare con un padre autoritario e continuiamo la stessa lotta con il marito. Invece di perseguire interventi strategici volti a cambiare l’Altro, la psicoterapia di coppia è essenziale per favorire uno spazio dialogico che sappia evidenziare sia la circolarità delle dinamiche relazionali che la verticalità e cioè: “Dove abbiamo imparato la relazione”? Chi ci ha insegnato a progettarla in un modo piuttosto che in un altro? Esiste un momento nella vita di coppia in cui ciò che ci aveva attratto all’inizio viene messo in crisi dal disvelamento, da ciò che non è riuscito a seguire il flusso del cambiamento. La psicoterapia di coppia è questo: aprire la porta che conduce ai nostri bisogni e avere il coraggio di capire dove ci porta

Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

down social networks

Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.

Dove Nasce la Violenza?

di Alessandra Moranzoni Il bambino “respira” fin dalla nascita e ancor prima, il “clima relazionale” nel quale è immerso.Se il riconoscimento dell’altro in quanto altro da sé, diverso da sé, portatore di un suo valore, fa parte dell’esperienza relazionale del bambino, allora svilupperà degli “anticorpi” nei riguardi della violenza, dell’odio, del rifiuto difensivo verso ciò che è estraneo, diverso, altro da sé. Questo tipo di “clima relazionale” è fatto della curiosità nell’andare a scoprire e riconoscere nell’altro le sue caratteristiche, i suoi bisogni, i suoi desideri.E’ fatto della tolleranza verso ciò che dell’altro si discosta da noi e dai nostri desideri.Il tal senso, dobbiamo considerare che l’incontro con l’altro si accompagna sempre ad aspettative e idealizzazioni rispetto a come dovrebbe- potrebbe essere; si accompagna alle fantasie, alle immagini nella mente dei genitori prima della nascita del figlio, così come alle aspettative e ai desideri degli insegnanti sull’alunno.Durante il corso di ogni storia relazionale, che sia di coppia, filiale, amicale o altro, c’è una continua dialettica tra le aspettative, le proiezioni sull’altro e l’accoglienza della realtà- diversità dell’altro.Chiunque è parte di un’interazione, è chiamato a fare i conti con quanto l’altro si discosta dall’immagine- progetto desiderata. L’idealizzazione che accompagna sempre l’incontro amoroso, che sia con un figlio o partner o altro, è importante sia mantenuta nel tempo, ma si trasformi adattandosi ai cambiamenti e alle vicende della vita. Per il benessere emotivo è indispensabile che l’inevitabile investimento narcisistico insito nella relazione, faccia solo da sfondo e non sia la figura dominante “dell’affresco” relazionale. Anche l’accoglienza delle fragilità e dei limiti è una sfida alla quale siamo chiamati costantemente nella relazione. Così come la tolleranza e l’apertura ad accogliere l’altro, pur nel dolore e nella fatica che comporta, specie nelle situazioni di malattia e disabilità, che richiedono ancora di più un profondo lavoro intrapsichico di lutto ed elaborazione trasformativa. Sono partita un po’ da lontano, ma è lì, nelle esperienze relazionali precoci, l’origine di ogni possibile futuro sviluppo relazionale, pur nelle infinite possibilità di variazione che gli incontri nel corso della vita possono favorire, sollecitare e germogliare se accolti.Le prime relazioni rappresentano il terreno “sufficientemente buono” per usare le parole di D. W. Winnicott, sufficientemente nutriente, annaffiato, illuminato, dove il seme della persona possa germogliare e crescere sviluppando un altrettanto “sufficientemente buona” relazione con gli altri che via via incontrerà sulla sua strada. Perché ciò possa avvenire è altrettanto indispensabile fare l’esperienza di poter riconoscere, tollerare e trasformare la frustrazione, l’odio e la rabbia di cui ognuno è portatore, perché anch’esse fanno parte dell’incontro con l’altro in quanto diverso, straniero da sé.E ancora una volta, se il bambino avrà respirato nello scambio relazionale con le figure importanti della sua vita, che siano esse genitori, insegnanti o altre persone incontrate nel tragitto, tale possibilità, questo modo di funzionare, potrà diventare parte della sua esperienza, e produrre “anticorpi” verso la violenza. Fare violenza sull’altro infatti, presuppone il disconoscimento dell’altro come portatore di un suo valore, di un’alterità. Spesso le violenze nascono da una con-fusione tra sé e l’altro che non lascia scampo.

Dove inizia davvero una Dipendenza

Ci sono esperienze che iniziano senza intenzione. Si prova qualcosa di nuovo per curiosità o per noia, può accadere in compagnia o a volte persino in momenti di solitudine. Non c’è un momento preciso in cui si decide. Semplicemente accade. E all’inizio non sembra nulla di importante. Non tutte le persone che provano l’utilizzo di droghe o comportamenti a rischio di dipendenza scivolano poi nella dipendenza patologica. La gran parte, una volta terminata l’esperienza, si ferma e non desidera ripeterla. E la differenza spesso non sta nella sostanza o nel comportamento in sé, ma in quello che l’esperienza riesce a fare nella persona. In alcuni casi quell’esperienza sposta qualcosa che la persona ha dentro: abbassa un rumore, riempie temporaneamente un vuoto angosciante, rende tutto più leggero anche se per un tempo breve. Non si tratta quindi solo di piacere, ma di una sfumatura più complessa e sottile, potremmo dire un “sollievo”. Ed è proprio qui che la “curiosità” smette di essere solo tale. Non è davvero un caso E’ molto comune il pensiero secondo cui una dipendenza nasca per caso, magari per via di un incontro, un contesto o una situazione insolita. E in parte è vero: soprattutto in adolescenza può capitare di trovarsi in ambienti o momenti in cui questo tipo di esperienze sono accessibili e socialmente accettabili. Ma questo non basta a spiegare tutto. Per alcune persone, quell’esperienza arriva nel momento in cui serve di più. E da quel momento diventa significativa. Non necessariamente voler ripetere l’esperienza è un processo consapevole. E’ possibile che si cerchi in modo automatico di raggiungere una sensazione, o di evitarne altre. E così inizia un vero e proprio allenamento di un meccanismo che gradualmente si cristallizza. La ricerca dell’esperienza diventa prima possibilità, poi ricerca e infine entra a far parte delle abitudini personali. E tale processo non è sempre evidente o eclatante.  Quando qualcosa “funziona troppo bene” C’è un passaggio sottile, quasi invisibile. All’inizio non c’è l’idea di “avere un problema”.C’è solo qualcosa che funziona per calmarsi, non pensare, sentirsi meglio o forse… “sentirsi meno”. Lentamente tutto ciò si trasforma in qualcosa di necessario. Succede a piccoli passaggi e spesso ci si accorge di questo cambiamento solo molto più avanti. Quando inizia davvero? Nel cortometraggio animato Nuggets, questo passaggio è rappresentato in modo semplice e potente. All’inizio c’è una scoperta. Poi un effetto. Poi la ricerca di quell’effetto. E a un certo punto qualcosa cambia, ma senza un confine netto. È proprio questa gradualità a rendere il processo difficile da riconoscere mentre accade. Forse la domanda non è solo quando si prova qualcosa per la prima volta. Ma quando quell’esperienza inizia ad avere una funzione rilevante per la persona. Quando diventa un modo per gestire qualcosa che, altrimenti, resta difficile da sostenere. Se qualcosa inizia senza sembrare un problema, quando lo diventa davvero? E soprattutto: in quale momento smette di essere una scelta? Bibliografia Bechara, A. (2005). Decision making, impulse control and loss of willpower to resist drugs. Nature Neuroscience, 8(11), 1458–1463.  Everitt, B. J., & Robbins, T. W. (2005). Neural systems of reinforcement for drug addiction. Nature Neuroscience, 8(11), 1481–1489. Tull, M. T., Weiss, N. H., Adams, C. E., & Gratz, K. L. (2010). The role of emotion regulation in substance use. Journal of Anxiety Disorders, 24(6), 656–664.

Dormire sugli allori? Come il cervello si allena nel sonno

Quando facciamo bene qualcosa, quando miglioriamo una prestazione – che sia sportiva, lavorativa o ludica – proviamo sentimenti di orgoglio, piacere, eccitazione e queste emozioni aiutano a rafforzare i comportamenti in cui ci siamo appena impegnati. Allo stesso modo, il dolore del fallimento rende meno probabile ripetere recenti comportamenti fallimentari. Questo accade da svegli. Ma cosa succede quando dormiamo? In un recente studio, Virginie Sterpenich e colleghi, dell’Università di Ginevra, hanno fatto giocare due gruppi di persone a due  giochi a computer, progettati per essere molto coinvolgenti e per ingaggiare due aree cerebrali molto diverse. Un gioco prevedeva l’individuazione di un viso in un set di 18 visi diversi, e l’altro gioco implicava la navigazione attraverso un labirinto 3D. Tutti i soggetti coinvolti hanno svolto entrambe le attività, mentre Sterpenich e il suo team ne scansionavano il cervello durante l’azione, utilizzando sia un elettroencefalogramma, che misura l’attività elettrica nel tempo, sia la risonanza magnetica funzionale, che fornisce informazioni su quali aree del cervello sono attive, misurando la quantità di flusso sanguigno presente e le aree coinvolte. Al termine dei giochi, i partecipanti sono stati accompagnati a dormire in uno scanner cerebrale. I ricercatori hanno utilizzato un’intelligenza artificiale, addestrata sui dati di elettroencefalogramma e risonanza magnetica funzionale, per decodificare le scansioni cerebrali dei giocatori addormentati, compararle con quelle registrate da svegli durante il gioco e investigare se riproducevano un gioco oppure l’altro durante il sonno. Ma facciamo un passo indietro: quello che i soggetti dell’esperimento non sapevano è che i giochi erano truccati, in modo che ogni partecipante vincesse solo una delle partite. I giocatori erano quindi convinti che vittorie e sconfitte fossero il reale risultato delle loro prestazioni. L’ipotesi della ricerca era: se i nostri cervelli hanno maggiore probabilità di ripetere le cose per cui sono ricompensati, allora, quando dormiamo, i giocatori dovrebbero ripercorrere più spesso la partita che hanno vinto rispetto a quella che hanno perso.  Che cosa è emerso dalle scansioni, paragonate, del cervello dei giocatori mentre erano svegli e mentre dormivano? Si è scoperto che, in effetti, i partecipanti eseguivano, durante il sonno, una sorta di “replay neurale” del gioco in cui avevano vinto. La ricompensa, provata soggettivamente dopo aver vinto il gioco, rendeva più probabile il verificarsi di un replay neurale nel sonno; proprio di quel gioco e non dell’altro, in cui avevano sperimentato il fallimento. Questo suggerisce che le nostre menti provano emozione anche durante il sonno e che tendono a preferire le esperienze positive. In questo studio nessuno dei partecipanti, durante la scansione in laboratorio, è arrivato alla fase REM, il momento in cui si verificano la maggior parte dei sogni. La riproduzione neurale con rivisitazione del gioco vinto si è verificata durante il sonno a onde lente, quando i sogni tendono ad essere poco frequenti, opachi e non vengono ricordati. Lo studio di Ginevra aggiunge quindi un elemento all’ipotesi che le esperienze positive vengano provate, riprodotte e rivisitate durante il sonno non-REM e quelle negative durante il sonno REM. Con un’ipersemplificazione, potremmo dire che il sonno non-REM ci fa dormire sugli allori, mentre il sonno REM, con i suoi contenuti spesso spaventosi, serve a consolidare le memorie più utili per la nostra sopravvivenza, per prepararci alle sfide del giorno seguente. 

Doomscrolling: perché continuiamo a scorrere notizie negative anche quando ci fanno stare male?

Ti è mai capitato di prendere il telefono “solo per cinque minuti” e ritrovarti, mezz’ora dopo, ancora immerso tra notizie drammatiche, video ansiogeni e contenuti negativi? Questo comportamento ha un nome: doomscrolling. Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi doom (“rovina”, “catastrofe”) e scrolling (“scorrere”). Indica la tendenza a consumare compulsivamente contenuti negativi online, soprattutto sui social network e nei siti di informazione. Negli ultimi anni questo fenomeno è diventato sempre più comune, influenzando il benessere psicologico di molte persone. Perché il cervello si concentra sulle notizie negative? Dal punto di vista evolutivo, il nostro cervello è programmato per prestare maggiore attenzione ai pericoli. Questo meccanismo, chiamato bias della negatività, aveva una funzione di sopravvivenza: riconoscere rapidamente una minaccia aumentava le possibilità di salvarsi. Oggi, però, questo sistema entra in gioco anche davanti a notifiche, titoli allarmanti e contenuti emotivamente forti. Le notizie negative catturano più facilmente la nostra attenzione rispetto a quelle neutre o positive. Il problema è che i social media e gli algoritmi tendono a mostrarci proprio ciò che ci trattiene più a lungo sullo schermo. L’illusione di “dover sapere tutto” Molte persone continuano a leggere notizie negative perché sentono il bisogno di restare informate. In realtà, spesso il doomscrolling non aumenta davvero la comprensione degli eventi, ma alimenta uno stato di allerta costante. Si crea così un circolo vizioso: Questo meccanismo può diventare automatico, soprattutto nei momenti di fragilità emotiva o stress. Gli effetti psicologici del doomscrolling Un’esposizione continua a contenuti negativi può avere conseguenze importanti sul benessere mentale. Tra gli effetti più comuni troviamo: In alcune persone può emergere anche una percezione distorta della realtà, come se il mondo fosse costantemente pericoloso o senza possibilità di cambiamento positivo. Gli adolescenti e i giovani adulti risultano particolarmente vulnerabili, perché trascorrono molte ore online e costruiscono parte della propria identità anche attraverso il confronto digitale. Quando informarsi diventa sovraccarico emotivo Essere informati è importante, ma esiste una differenza tra informazione consapevole e sovraesposizione emotiva. Il problema non è conoscere ciò che accade nel mondo, bensì restare immersi per ore in contenuti che mantengono il sistema nervoso in uno stato continuo di attivazione. Molte persone utilizzano il telefono nei momenti di pausa o prima di dormire, senza rendersi conto che il cervello continua a elaborare le emozioni suscitate dai contenuti visualizzati. Come interrompere il ciclo del doomscrolling Non è necessario eliminare completamente social o notizie, ma può essere utile sviluppare un rapporto più consapevole con il digitale. Alcune strategie pratiche possono aiutare: Anche piccoli cambiamenti possono ridurre significativamente il senso di sovraccarico mentale. Ritrovare uno spazio mentale più sano In un mondo iperconnesso, proteggere il proprio benessere psicologico significa anche imparare a scegliere quali contenuti lasciare entrare nella propria mente. Il doomscrolling non nasce da debolezza o superficialità, ma da meccanismi psicologici profondi che coinvolgono attenzione, emozioni e bisogno di controllo. Diventarne consapevoli è il primo passo per interrompere automatismi che, nel tempo, possono influenzare il nostro equilibrio emotivo.

Don Gabriele Amorth, il Diavolo suo e quello di Russel Crowe

russel crow e padre amorth

L’occasione per questo nuovo articolo è stata l’uscita nelle sale del film “L’Esorcista del Papa”, una pellicola hollywoodiana che si spaccia come “ispirata ai libri di Don Gabriele Amorth”. Nel ruolo del famoso esorcista un Russel Crowe non più prestante come ne “Il Gladiatore” ma di sicuro con lo stesso piglio da arrogante cowboy adattissimo per il ruolo di combattente contro quei “cattivoni” degli Apache, oops, volevo dire contro i Diavoli. In un precedente articolo “Don Gabriele Amorth e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo”, vi avevo già parlato di questa particolare esperienza del nostro gruppo della Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. In particolare, vi avevo accennato di quanto questo percorso sia stato fondamentale per mettere meglio a fuoco il ruolo delle ritmicità tra i corpi, in quel contesto mediato dalla cadenza delle preghiere corali, negli spazi della cura quale un contesto esorcistico è a tutti gli effetti. Chi come noi lo ha conosciuto bene, il vero Amorth, e lo ha visto all’opera non può che provare un grande fastidio per questa ingiusta trasposizione cinematografica, per nulla coerente con la mitezza e le capacità di ascolto e accoglienza, diciamo, dell’originale presbitero. Ho potuto assistere a decine di ore di sue videointerviste “riservate” dell’archivio della nostra scuola e la differenza salta agli occhi. Non ce lo vedo proprio tirarsi su dopo un esorcismo con un cicchetto di whiskey sorseggiato da una fiaschetta da tasca in perfetto stile yankee come invece il buon Russel Crowe nel film. Ma la cosa che più ci ha fatto indignare è la falsificazione di come vengono praticati gli esorcismi nel film. In più di vent’anni nei quali abbiamo raccolto una documentazione unica al mondo assistendo a migliaia di rituali mai abbiamo avuto modo di assistere a quei ridicoli effetti speciali da b-movie di fantascienza. Soprattutto poi, per non traumatizzare la sua, diciamo “utenza”, quel simpatico esorcista che fu persino trai nostri docenti, non faceva mai durare i suoi esorcismi per più di una mezz’ora e la fase clou, il cosiddetto “Interrogatorio a Satana” mai più di cinque minuti. Parliamo di quel particolare momento nel quale cioè la presunta posseduta, perché più del novanta per cento erano donne, parlava avendo assunto l’identità del demone. L’esorcista di cui stiamo parlando, quello vero, aveva una modalità del tutto “estensiva” e mai “intensiva”, preferiva cioè rituali brevi ma ripetuti nel tempo, dalle nostre ricerche con una frequenza soprattutto quindicinale e per un periodo di almeno due o tre anni, una media di cinque anni, fino a dodici. A parte le “possessioni croniche” che invece richiedessero pertanto una pratica esorcistica a vita. Varie sarebbero le considerazioni da fare, in particolare rispetto le ricadute che filmacci come questi possano avere sui nostri giovani. “Il Perturbante” come lo avrebbe chiamato Freud o “L’Ombra” come invece direbbe Jung sempre più viene da loro incontrato in contesti virtuali. Ne consegue che l’industria delle merci mediatiche per “colpire” e quindi “vendere meglio” i loro prodotti, si spingano sempre più verso iperboli, verso eccessi che ovviamente, mentre di certo riescono a turbare, ne rendono sempre più difficile l’elaborazione necessaria per un rapporto sufficientemente armonico con il profondo. Torneremo su questo argomento per approfondire la questione nel prossimo articolo.