Effetto Dunning-Kruger: quando l’autovalutazione è illusoria

Nella vastità della psicologia umana, esistono molti fenomeni che influenzano il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. Uno di questi, noto come l’effetto Dunning-Kruger, getta luce su un aspetto intrigante della mente umana: la nostra (in)capacità di valutare con precisione le nostre competenze. Le rapine di Pittsburgh L’effetto Dunning-Kruger prende il suo nome dai due psicologi David Dunning e Justin Kruger che pubblicarono il loro lavoro “Unskilled and Unaware of It: How Difficulties In Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments” nel 1999.  L’interesse per l’argomento nacque da un fatto di cronaca. Il 6 gennaio 1995 accadde che un 44enne di nome Wheeler McArthur commise due rapine in pieno giorno. L’uomo, però, mise in atto le rapine presso due banche di Pittsburg senza, però, nascondere il proprio volto. Chiaramente, fu catturato meno di un’ora dopo grazie alle telecamere di sorveglianza. McArthur, dopo essere stato arrestato, affermò di essersi cosparso il volto di succo di limone, convinto che questo lo rendesse invisibile alle telecamere. L’idea del succo di limone gli arrivò da alcuni amici. Dopo aver sentito parlare di questo “trucco”, Mc Arthur decise di testarlo per conto suo: si versò del succo di limone sul viso e si scattò una foto per verificare se il suo volto sarebbe risultato invisibile. La foto effettivamente non mostrava il suo volto. Ciò, però, era dovuto al fatto che, con il limone negli occhi, non riuscì a inquadrarsi correttamente, finendo per puntare la fotocamera verso il soffitto. Gli studi di Dunning e Kruger Questo curioso episodio attirò l’attenzione di David Dunning, professore di psicologia sociale alla Cornell University, il quale rifletté sulla possibilità che l’incapacità di McArthur nel comprendere il proprio errore fosse un risultato della sua stessa mancanza di consapevolezza delle proprie limitazioni cognitive. Sarà proprio a partire da questo fatto che lo psicologo, insieme al suo allievo Justin Kruger, iniziò a mettere in atto vari esperimenti. Gli studi dei due psicologi consistevano nel somministrare ai partecipanti alcuni test di logica, grammatica e umorismo. I risultati mostrarono che coloro che ottennero punteggi inferiori tendevano a sovrastimare le proprie capacità, mentre coloro che ottennero punteggi superiori tendevano a sottovalutarle. Questo suggerisce che la carenza di competenza può portare ad una mancanza di consapevolezza dei propri limiti. In cosa consiste l’effetto Dunning-Kruger? Secondo la teoria di Dunning e Kruger derivante dagli esperimenti, questo fenomeno di sovrastima delle proprie conoscenze o abilità in un determinato campo si potrebbe spiegare facendo riferimento ad una serie di fattori psicologici sottostanti, i quali potrebbero influenzare il modo in cui percepiamo noi stessi e le nostre capacità.  In primo luogo, citiamo il fatto che le persone incompetenti potrebbero non avere le competenze necessarie per riconoscere le proprie carenze rispetto ad individui più competenti. Coloro che mancano di conoscenze o saggezza per ottenere risultati migliori, infatti, spesso non sono consapevoli di questo fatto. Questa mancanza di consapevolezza potrebbe essere attribuita, oltre che ad una scarsa consapevolezza di sé, ad una carenza nelle capacità metacognitive, ovvero la capacità di valutare in modo accurato le proprie abilità, di giudicare le loro competenze e di riconoscere quando hanno bisogno di migliorare. Inoltre, l’effetto Dunning-Kruger potrebbe essere esacerbato dalla mancanza di feedback accurati. Se le persone non ricevono feedback obiettivi sulle proprie prestazioni, possono continuare a sovrastimare le proprie abilità senza rendersi conto dei loro limiti. Conclusioni sull’effetto Dunning-Kruger In conclusione, l’effetto Dunning-Kruger offre un’affascinante prospettiva sulla complessità della mente umana e sulla nostra capacità di valutare con precisione le nostre abilità. Comprendere questo fenomeno può aiutarci a diventare individui più consapevoli e competenti, in grado di navigare con successo le sfide della vita quotidiana. Per superare l’effetto Dunning-Kruger, è essenziale sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti. Ciò può essere raggiunto attraverso l’autovalutazione onesta, il ricevimento di feedback costruttivi e il perseguimento costante del miglioramento personale. Inoltre, è importante essere consapevoli dell’effetto Dunning-Kruger negli altri e di come possa influenzare il modo in cui interagiamo con loro. Bibliografia David Dunning, Kerri Johnson, Joyce Ehrlinger, Justin Kruger. (2003). American Psychological Society.  Dunning, D. (2011). The Dunning–Kruger effect: On being ignorant of one’s own ignorance. In Advances in experimental social psychology (Vol. 44, pp. 247-296). Academic Press. Gibbs S., Moore K., Steel G., McKinnon A., (2017), “The Dunning-Kruger Effect in a workplace computing setting”, Computers in Human Behavior, Vol. 72, p. 589-595 Kruger, J., & Dunning, D. (1999). Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments. Journal of personality and social psychology, 77(6), 1121.

Effetto Cocktail Party: la mente e la selezione delle informazioni

Immaginiamo di essere ad una festa affollata, musica alta, persone che chiacchierano in tutte le direzioni. Il caos sembra dominare l’ambiente. Tuttavia, anche in questa confusione, riusciamo a sentire qualcuno pronunciare il nostro nome dall’altra parte della stanza, catturando istantaneamente la nostra attenzione. Questo fenomeno psicologico è noto come “effetto cocktail party“, un termine coniato nel 1953 dallo psicologo britannico Colin Cherry. L’effetto cocktail party è un esempio affascinante di come il nostro cervello filtra e gestisce le informazioni sensoriali, selezionando quelle rilevanti per noi. Questo fenomeno ci offre una finestra per comprendere come la nostra attenzione possa funzionare in ambienti complessi, come riusciamo a ignorare il “rumore” e concentrarci su stimoli significativi, anche quando questi sono deboli o periferici.  La selettività dell’attenzione Uno dei principi fondamentali che emerge dall’effetto cocktail party è la selettività dell’attenzione, ovvero la capacità della nostra mente di concentrare le risorse cognitive su stimoli specifici, ignorandone altri. In ambienti rumorosi e complessi, riceviamo una quantità straordinaria di informazioni sensoriali attraverso i suoni, le immagini e i movimenti. Tuttavia, il nostro cervello è programmato per non sovraccaricarsi e selezionare solo ciò che ritiene utile o importante in un dato momento. L’attenzione selettiva viene spesso paragonata a un faro che illumina solo una parte della scena mentre tutto il resto rimane in ombra. In questo contesto, l’effetto cocktail party dimostra come la nostra attenzione può essere catturata da stimoli rilevanti, come il suono del nostro nome, anche se stavamo focalizzando la nostra attenzione altrove. Dietro l’effetto Cocktail Party Il sistema uditivo è altamente specializzato nel rilevare i cambiamenti nei suoni ambientali. Quando il nostro cervello riconosce un suono familiare o rilevante, come il nostro nome, attiva rapidamente le reti di attenzione. In particolare, la corteccia prefrontale e le aree del lobo parietale svolgono un ruolo cruciale nel dirigere l’attenzione verso questi stimoli. Questa capacità di “switchare” l’attenzione sembra dipendere dal funzionamento di complessi meccanismi neuronali che integrano l’elaborazione sensoriale e le informazioni relative ai nostri bisogni, obiettivi e interessi. Uno studio condotto con tecniche di neuroimaging ha mostrato che l’ascolto selettivo durante un dialogo in un ambiente rumoroso aumenta l’attività nella corteccia uditiva primaria, responsabile della decodifica dei suoni, e nelle aree prefrontali coinvolte nel controllo cognitivo. Questo dimostra che, a livello cerebrale, siamo in grado di isolare uno stimolo significativo in mezzo al rumore, anche senza essere coscientemente focalizzati su di esso. L’importanza del fattore rilevanza L’effetto cocktail party si manifesta soprattutto quando lo stimolo che cattura la nostra attenzione è altamente rilevante per noi. Il nostro nome, per esempio, è una delle informazioni più personali e significative che possiamo sentire. Questo accade perché il cervello riconosce il nome come parte integrante della nostra identità, attribuendogli una priorità cognitiva. Oltre al nostro nome, altri fattori che possono catturare la nostra attenzione includono informazioni che riguardano la nostra sicurezza, l’eventualità di una ricompensa, o anche temi che riflettono i nostri interessi personali o le nostre preoccupazioni attuali. Per esempio, un genitore può essere immediatamente attratto dal suono del pianto di un bambino, anche se lontano e coperto da altri rumori. Implicazioni nella vita quotidiana L’effetto cocktail party ha importanti implicazioni in diversi contesti della vita quotidiana, dalla comunicazione interpersonale all’apprendimento, fino alla pubblicità e alla tecnologia. Comunicazione e relazioni: in ambienti sociali, come cene, feste o riunioni di lavoro, essere in grado di concentrarsi sulla conversazione con una persona in particolare, nonostante il rumore di fondo, è fondamentale per mantenere una comunicazione efficace. Inoltre, saper utilizzare elementi rilevanti per attirare l’attenzione dell’interlocutore può migliorare la qualità delle relazioni; Apprendimento e insegnamento: l’effetto cocktail party sottolinea l’importanza di catturare l’attenzione degli studenti durante le lezioni. Gli insegnanti possono utilizzare strategie come la personalizzazione dei contenuti, l’uso di parole chiave o stimoli visivi per favorire una maggiore concentrazione su temi rilevanti per gli studenti; Pubblicità e marketing: nell’era della sovrastimolazione, l’effetto cocktail party è sfruttato dai professionisti del marketing per creare messaggi che emergano dal “rumore” pubblicitario. Le campagne che riescono a personalizzare il messaggio o a utilizzare parole chiave pertinenti per il consumatore hanno maggiori probabilità di catturare l’attenzione; Tecnologia e interfacce digitali: con l’aumento dell’uso di dispositivi digitali, la capacità di gestire molteplici fonti di informazione è cruciale. Le tecnologie che riescono a filtrare e mostrare solo le informazioni più rilevanti possono migliorare l’esperienza utente e ridurre il sovraccarico cognitivo. Conclusione sull’effetto Cocktail Party L’effetto cocktail party ci rivela quanto la nostra mente sia abile nel gestire e selezionare informazioni importanti in contesti caotici. Comprendere questo fenomeno ci aiuta a migliorare la nostra consapevolezza su come funziona l’attenzione e su come possiamo sfruttarla per ottimizzare la comunicazione e l’apprendimento. In un mondo sempre più sovraccarico di stimoli, la capacità di filtrare il rumore e concentrarsi su ciò che conta è una risorsa preziosa.

Educazione socio-affettiva

L’ educazione sessuale dovrebbe includere l’educazione emotiva ed affettiva, per un’aspetto, quello della sessualità, che è parte integrante della salute e del benessere di ogni individuo. In Italia è consigliata ma non obbligatoria come altre materie scolastiche. Quando si vuole educare alla sessualità quindi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non ci si deve confondere con l’educazione riguardante il solo “comportamento sessuale”, ma si devono comprendere molte aree (Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BZgA, 2010). L’educazione affettiva ed emotiva dovrebbe accompagnare e completare l’educazione sessuale. Le molteplici emozioni che esperiamo quotidianamente sono rappresentate dai desideri, dalle simpatie/antipatie, dagli innamoramenti e dagli amori che ci mettono in gioco.  Educare individui nella loro interezza, sia dal punto di vista cognitivo che affettivo, è un compito difficile ma fondamentale che spetta alla famiglia, alla scuola e alla società intera. Il primo gruppo sociale del bambino è la famiglia; poi ci sarà l’asilo nido e/o la scuola dell’infanzia. I fatti di cronaca sempre troppo frequenti legati ad amori violenti, femminicidi, aggressioni da parte di persone fidate o sconosciute danno l’idea di quanto l’educazione all’affettività sia centrale nello sviluppo dell’essere umano fin dalla sua infanzia. Piaget, uno dei più importanti psicologi dell’età infantile, considera essenziale ai fini dell’apprendimento l’interazione fra lo sviluppo dell’affettività e quello delle funzioni intellettuali già dal periodo preverbale.  L’apprendimento avviene sempre all’interno di una relazione significativa: il bambino, in quanto “essere sociale”, già dai primi mesi di vita inizia a svilupparecompetenze interpersonali: decifrare segnali sociali ed emozionali, ascoltare, mettersi dal punto di vista dell’altro, capire quale comportamento sia accettabile in una situazione. Se pensiamo all’organizzazione del nostro sistema scolastico, l’apprendimento avviene all’interno delle classi, composte dall’insegnante e dagli studenti pari d’età, ognuno portatore della propria unicità.Lavorare con il gruppo e sul gruppo per sviluppare e apprendere un “alfabeto emotivo” è la grande sfida della scuola italiana che non riguarda una disciplina specifica, ma le interessa tutte. Prevedere momenti in cui bambini e ragazzi possono condividere emozioni e stati d’animo crea rispetto e fiducia nell’altro che accoglie; diventano occasioni importanti per de-costruire vecchi e nuovi stereotipi e conoscere e valorizzare le differenze.  Educare all’affettività vuol dire anche educare alle differenze di genere. Il genere è un particolare costrutto sociale in cui si intersecano elementi biologici (i corpi sono differenti), psicologici (le identità, le personalità), culturali e storici (la peculiare declinazione di femminilità e mascolinità che ciascuno apprende e la sua evoluzione nel tempo). Il riconoscimento delle differenze di genere può produrre un’apertura sulle differenze e sulla capacità relazionale che è anche capacità di convivenza..

Educazione emotiva: lo psicologo a scuola

L’educazione emotiva aiuta bambini ed adolescenti a rispondere in modo costruttivo alle emozioni. Perché è importante il contesto scuola? In questo momento, stiamo assistendo ad un numero sempre maggiore di bambini con difficoltà emotive o comportamentali. Facciamo qualche esempio: bullismo, comportamenti oppositivi e difficoltà ad accettare le regole, ansia. Perché succede? I fattori che possono contribuire ad ampliare il disagio, che i bambini manifestano poi sul piano comportamentale ed emotivo, sono numerosi e, per la maggior parte, dipendono dai contesti che il bambino vive. Viviamo in un contesto sociale dove i social hanno sostituito le comunicazioni e le interazioni tra coetanei, oltre che in un momento storico particolarmente difficile per tutti: le immagini alla televisione raccontano di un mondo fatto di violenza e povertà. Inoltre, per raggiungere un buon equilibrio emotivo, è importante che il bambino acquisisca una buona tolleranza verso la frustrazione. Al contrario, il volerlo proteggere da emozioni negative o situazioni sfavorevoli, potrebbe minare la capacità del bambino di leggere ed esprimere il proprio mondo interiore, fungendo da miccia nei comportamenti. Compaiono spesso anche modalità di pensiero assolutistiche e rigide che creano sofferenza a lungo andare. Ad esempio: “non sono MAI stato bravo”; “sono SEMPRE arrabbiato perché NESSUNO vuole stare con me”. Questi pensieri negativi possono influenzare il modo in cui trattiamo noi stessi e gli altri, e sfociare in disturbi emozionali. Perché può essere importante un programma di educazione emotiva a scuola? La scuola è uno dei contesti fondamentali per la crescita di ognuno. Si trascorre molto tempo lì e gli insegnanti diventano altre figure di riferimento per i bambini. Se si crea un ambiente sicuro, il bambino si sentirà anche più a suo agio nell’esporre ciò che sente. Ciascuno potrebbe riconoscersi nelle problematiche di un compagno, facilitando un senso di appartenenza e supporto reciproco. Tali programmi fungono da prevenzione primaria, dato che si interviene prima che si manifesti qualsiasi forma di disagio, o secondaria (quando vi sono prime manifestazioni di disagio). In ogni caso, ricordiamoci sempre che la scuola non è solo trasmissione di didattica, ma vuol dire apprendere diverse competenze, quelle competenze che serviranno per la vita!

Educare i propri figli: quale stile adottare?

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La gioia provata alla nascita di un figlio porta i neo genitori a porsi un grosso interrogativo: come educare questo piccolo batuffolino? quale stile educativo adotteremo? Il primo obiettivo per i genitori, oltre all’accudimento del neonato, è la creazione di un relazione fondata sulla fiducia, collaborazione e comprensione reciproca, in modo da fornire un ambiente sereno per lo sviluppo. E’ necessario che entrambi i genitori adottino uno stesso atteggiamento educativo, che può assumere tre forme differenti: 1 Autoritario Con questo stile, si educavano i figli fino alla fine degli anni 60. I genitori impongono delle regole, in cui le trasgressioni sono punite severamente. Crescere in un ambiente così rigido, impedisce al bambino di sperimentare e di apprendere sbagliando. I figli spesso subiscono le regole e non ne comprendono il valore. Tali bambini, anche da adulti, non riescono a sviluppare un proprio pensiero e tenderanno ad assecondare passivamente gli altri. Spesso il rapporto genitore-figlio è poco soddisfacente, per l’assenza di dialogo. 2.Lassista Educare con lo stile lassista significa che i genitori non impartiscono regole e confini. Spesso si definiscono “amici dei loro figli”, ignorando il loro ruolo genitoriale. Anche in questo caso, un atteggiamento lassista crea confini e ruoli poco definiti. Questi bambini svilupperanno poca fiducia in se stessi, perché non potranno contare su una guida sicura. Spesso sperimentano un falso senso di onnipotenza che esercitano soprattutto nelle mura domestiche e che può portare a comportamenti antisociali. 3. Autorevole È lo stile più consono allo sviluppo psicofisico del bambino. I genitori autorevoli sono in grado di fornire regole chiare e coerenti all’età. Spiegano il motivo di punizioni e divieti. Accettano negoziazioni e sono pronti a mettersi in discussione. I bambini crescono con una buona autostima e autonomia; sono rispettosi delle regole, ma non le seguono passivamente. Esse sono interiorizzate. I figli hanno un buon dialogo con i genitori, sviluppando maggiori e migliori competenze sociali.    

Eco-ansia: cos’è e come intervenire

Il cambiamento climatico sta avendo forti ripercussioni in numerosi ambiti, tra cui quello della salute mentale (come abbiamo analizzato in questo precedente articolo). Gli eventi meteorologici e i disastri naturali indotti dal cambiamento climatico hanno un forte impatto sulla nostra salute mentale, in quanto possono causare disturbi del sonno, stress, depressione, disturbi da stress post-traumatico e ideazione suicidaria. Si è osservato come tra i principali effetti psicologici del cambiamento climatico vi sia una nuova patologia, denominata eco-ansia. Che cos’è l’eco-ansia? L’American Psychological Association[1] si riferisce all’eco-ansia, o climate anxiety, come a “una paura cronica del dominio dell’ambiente”, che va da uno stress lieve a disturbi clinici come depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico e suicidio, a strategie di coping disadattive come la violenza fisica e l’abuso di sostanze[2]. Più semplicemente, l’eco-ansia è una forma specifica di ansia relativa allo stress o al disagio causato dai cambiamenti ambientali e dalla nostra conoscenza di essi. Non esiste una diagnosi specifica di “Eco-ansia”. La sintomatologia auto-segnalata può includere attacchi di panico, insonnia, pensiero ossessivo e/o cambiamenti dell’appetito causati da preoccupazioni ambientali[3]. L’eco-ansia si presenta non solo a causa della paura di un pericolo percepito ma anche nel momento in cui entra in gioco il senso di colpa o la sensazione di impotenza per il mancato controllo sulla natura. Chi sono i gruppi maggiormente colpiti dall’eco-ansia? La climate anxiety viene avvertita in modo molto più forte tra i giovani, in particolare da coloro tra i 15 e i 30 anni. Questo dato può riferirsi al fatto che i giovani, a differenza degli adulti, avranno maggiori probabilità di sopravvivere alle avversità climatiche nei prossimi decenni e a dovervi fare fronte. L’eco-ansia tende anche ad essere maggiore nelle persone che si preoccupano profondamente dell’ambiente[2, 4]. Un’indagine italiana condotta nel 2019 su un campione nazionale di 800 giovani adulti ha indicato che, per il 51% di loro, il cambiamento climatico rappresenta la fonte primaria del loro disagio[5]. È probabile che i livelli di ansia climatica aumentino nel tempo poiché sempre più persone ne saranno direttamente colpite. Le persone in condizioni di povertà, le popolazioni indigene, i bambini e le persone che vivono in circostanze precarie (ad esempio, in aree soggette a siccità o incendi, o regioni vulnerabili all’innalzamento del livello del mare) sono tra i gruppi maggiormente a rischio di subire i gravi effetti del cambiamento climatico[4]. Eco-ansia: adattiva o disadattiva? L’ansia evocata dalla minaccia del cambiamento climatico può essere adattativa o disadattiva[4]. Quella adattiva può motivare l’attivismo climatico, fornendo un impulso ad agire per affrontare le minacce climatiche, ad esempio trovando modi per ridurre la propria impronta di carbonio. L’ansia disadattiva può assumere la forma di passività ansiosa, nella quale la persona si sente ansiosa ma incapace di affrontare il problema del cambiamento climatico, e può assumere la forma di un disturbo d’ansia innescato o esacerbato da fattori di stress climatici. Un’ansia eccessiva può essere grave e debilitante, e merita attenzione clinica. Come risultato di una maggiore consapevolezza dell’impatto del cambiamento climatico sull’ambiente, quindi, alcune persone sono spinte ad agire mentre altre sono sopraffatte. Per altre ancora, l’ansia è così intensa da diventare paralizzate, impedendo loro di agire. È ciò che viene chiamata eco-paralisi, in cui le persone diventano così angosciate dal problema da non essere in grado di agire e, di conseguenza, a volte sono giudicate erroneamente come disinteressate e apatiche[3]. Come intervenire? È necessario comprendere che l’ansia non è necessariamente un “problema” di cui liberarsi ma, nelle giuste dosi, può creare consapevolezza e spingerci ad agire in maniera congrua. Il cambiamento climatico è anche un problema psicologico, ma ciò non significa che debba essere individualizzato o medicalizzato. L’ansia climatica non dovrebbe essere vista come un problema da risolvere o una condizione da curare ma, piuttosto, come un aumento di consapevolezza del nostro impatto sul mondo. Invece di patologizzare l’ansia climatica, è necessario chiedersi come è possibile creare maggiore consapevolezza del problema e individuare azioni concrete. Oltre, quindi, ad un lavoro di supporto psicologico individuale, per imparare a riconoscere e gestire l’ansia sarà necessario sviluppare forti reti sociali fondate su relazioni supportive e una solida relazione con la natura che ci circonda. Per concludere, i sintomi dell’ansia climatica non sono necessariamente sentimenti di cui liberarsi ma da cui imparare, solo però se possono essere percepiti in modo sicuro, attraverso lo sviluppo di azione pro-ambiente e cambiamento sociale e psicologico. Bibliografia [1] American Psychological Association (2017). Mental Health and our Changing Climate: Impacts, Implications and Guidance. (https://www.apa.org/news/press/releases/2017/03/mental-healthclimate.pdf). [2] Dodds J. (2021). The psychology of climate anxiety. BJPsych Bulletin, 45, 222–226. doi:10.1192/bjb.2021.18 [3] Usher K., Durkin J. e Bhullar N. (2019). Eco-anxiety: How thinking about climate change-related environmental decline is affecting our mental health. International Journal of Mental Health Nursing, 28, 1233–1234. doi: 10.1111/inm.12673 [4] Taylor S. (2020). Anxiety disorders, climate change, and the challenges ahead: Introduction to the special issue. Journal of Anxiety Disorders, 76, 102313. [5] SWG. Lotta Contro i Cambiamenti Climatici. 2019. Available online: https://www.swg.it/politicapp?id=yedv

Ecco chi è il bambino iperattivo

Riconoscere e discriminare una diagnosi di iperattività da un comportamento vivace. Come comportarsi con un bambino iperattivo e a chi rivolgersi Nella pratica clinica uno degli abusi terminologici che più spesso incontro è quello del bambino iperattivo. Ma come distinguere un possibile ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) da un bambino vivace? BAMBINO IPERATTIVO VS BAMBINO VIVACE Sicuramente un ADHD è un bambino con difficoltà ad ascoltare le richieste, ad eseguire gli ordini. Il suo modo disordinato di voler fare più cose contemporaneamente può far perdere la pazienza a chi gli sta vicino. Bisogna tener presente che tali comportamenti spesso derivano da un disagio e sgridarli può essere controproducente, ovvero può aumentare la loro insicurezza e può isolarli ancora di più dagli altri. Di fronte a questi comportamenti è utile mostrarsi fermi e assertivi nelle richieste e chiedere loro una cosa per volta. Inoltre  utilizzare poche regole, semplici e ben delineate in modo che i bimbi sappiano esattamente cosa fare e riescano a concentrarsi sull’obiettivo da raggiungere. Il genitore di un ADHD spesso si chiede qual è l’approccio migliore al bambino, se è più utile alzare i toni, o assecondarlo. QUALE SCELTA MIGLIORE PER UN GENITORE? Qualunque sia la scelta questi genitori hanno in comune il fatto di sentirsi incompetenti e insicuri (“dottoressa non so se sto facendo bene”). Pertanto, rivolgersi ad uno psicologo per azioni di supporto educativo può essere utile a sentirsi accolti ed ascoltati in questi stati d’animo di smarrimento. Come fare quindi a discriminare un ADHD da un bambino vivace? DIFFERENZE SIGNIFICATIVE Premesso che la vivacità è una caratteristica positiva nei bambini in quanto li rende attivi e curiosi nei confronti delle esperienze circostanti, sarebbe utile prestare attenzione ai seguenti segnali: difficoltà a stare seduti e fermi quando si deve continue distrazioni per qualsiasi stimolo esterno dare delle risposte talvolta sconnesse rispetto alle domande che gli vengono poste difficoltà nel mantenere l’attenzione durante lo studio o il gioco In tal caso rivolgersi a professionisti specializzati, come un neuropsichiatra infantile potrà essere utile al fine di lasciarsi indirizzare sul percorso più idoneo da seguire e tutelare il benessere psicofisico del bambino e dei suoi genitori.

E’ possibile evitare di pensare a quello che non si vuole pensare?

Strategie per evitare di rimuginare e amplificare stati d’animo negativi. Quante volte è capitato a tutti noi di avere un pensiero rispetto al comportamento di un’altra persona e di iniziare a rimuginare, rimanendo intrappolati in qualcosa che sembra non avere soluzione. Perchè accade? I pensieri diventano oggetto di rimuginio quando perdono il contatto con i fatti. Per questo motivo, vengono valutati non per quello che sono, ma per le emozioni a cui danno vita. Le emozioni allora generano pensieri giudicanti e chi soffre a causa delle emozioni negative, crede di poterle diminuire utilizzando i pensieri che esse stesse producono. Facciamo un esempio: penso che Michele non abbia una buona opinione di me, mi sento triste, penso che ha ragione in fondo. Cerco di non provare tristezza e di non pensarci, amplificando in realtà il contenuto del mio pensiero. Cosa si potrebbe fare? Tradurre i pensieri in descrizione dei fatti potrebbe essere la cosa più utile da fare. Comprendere da quali fatti hanno avuto origine determinate emozioni consente di scegliere poi i comportamenti più efficaci per uscire dalla sofferenza, anzichè rimuginare. Il pensiero viene utilizzato come uno strumento potentissimo per affrontare i problemi, ma questo ci porta spesso ad allontanarci dalla realtà delle cose. Dimentichiamo che l’esperienza deriva sempre dal contatto, attraverso i sensi, con l’esterno. Quando siamo agganciati a pensieri che ci limitano la visione esterna, dovremmo imparare a distinguere tra giudizi/opinioni e fatti; imparare a riconoscere quali sono le reazioni automatiche che avvengono e a osservare e descrivere ciò che accade. In questo modo si può agire consapevolmente. Seguire una regola senza tener conto del contesto è una forma di pliance. Il tracking serve invece a spostare l’attenzione dal contenuto di una regola alla sua funzione. In questo modo si può tenere traccia dei propri comportamenti e degli effetti reali.

DUE corpi e DUE anime

di Ludovica Autelitano Io non sono un luogo comune. Io sono il luogo dell’anima dove risiedono sia rumori che suoni. Ho le dita delicate, fai attenzione. Con le mani ho accarezzato ma anche colpito, a torto, a ragione. Mia nonna mi diceva “hai occhi che sono due stelle” e io, quelle stelle, le ho fatte correre per il mondo in cerca delle tue. Io sono sapori sapore del latte materno di birra di torte fatte in casa e cioccolato amaro. In me abita tutto e il contrario di tutto. Ecco. E’ in questo luogo che io ti accolgo. Ti accolgo nella mia storia, ti scelgo mentre sulle mie spalle porto il generoso peso del mio albero genealogico e ti porto con me perché stare insieme non sia celebrare un corpo e un’anima, ma avere imparato dove inizia uno e finisce l’altro. Mi rendo conto che quanto detto supera le aspirazioni fusionali insite nella promessa amorosa e nelle fantasie di ciascuno ma potremmo, forse dovremmo, chiederci: “Cosa scelgo io di quest’uomo, di questa donna?”, “Chi sono io per lui? Chi è lei per me?”. Un padre? Una madre? Che padre? Che madre? Un amico o forse una Casa? Un salvagente? Un approdo? Ah, ecco…Un/una compagno/a! Ma cos’è? Che fa? Come si comporta? Come scrive Salvador Minuchin in “Famiglia e terapia della famiglia”, “Ogni coppia ha una sua storia specifica; per alcune non viene mai il momento in cui si sentono “sposati”. Così il processo, dal rito di passaggio in presenza di un giudice di pace o simili, al tempo in cui vi siete sentiti realmente sposati può andare avanti per un pezzo. Alcune persone divorziano senza essere state neppure sposate”. Come può avere ragione d’essere l’idea di Minuchin? Scoperchiando il vaso di Pandora è possibile riscontrare come la coppia nasca sul malinteso, su quello che non si è detto all’inizio, con lo sguardo, tra le pieghe dei primi sorrisi, nel cuore dell’implicito che crea il legame. E, cosa, esattamente, non ci si è detti? Che non si sarebbe rimasti uguali. Che sarebbero cambiati gli sguardi, le parole, gli obiettivi…i bisogni. Insomma, ci si sarebbe evoluti.Io e te non siamo quelli di un tempo, siamo un’altra Io e un altro Te e, dopo tutto questo tempo, ci andiamo ancora bene? “Senti – bisognerebbe domandarsi – quando ci siamo conosciuti a te piaceva il mare, chè per caso ti piace ancora? O adesso preferisci la montagna?”. Eppure queste domande non vengono fatte, tra le bollette e gli impegni, le coppie dimenticano di RI-guardare sé stesse e rilanciare il patto che le aveva unite all’inizio. Così passano i mesi e gli anni e un giorno, girandosi, ci si può scoprire diversi, troppo diversi ed è quello il momento della scelta: posso accettare che tu sia diventato altro da quello che avevo scelto? Posso accettare che il nostro patto di coppia debba trasformarsi come naturale evoluzione del legame? Posso accettare di essere io stesso/a cambiato/a? Dipende. Da cosa? Da cosa ci aveva uniti poiché, come scrive Angelo, “Quanto più le relazioni nella famiglia di origine sono prive di elementi conflittuali irrisolti, tanto più la scelta del partner è libera nel senso che i vincoli, le preclusioni, la necessità di legarsi a un particolare tipo di partner sono molto meno presenti”. Spesso, infatti, facciamo con il partner quello che prima facevamo con i genitori. Non litighiamo più con la mamma perché adesso litighiamo con il fidanzato, smettiamo di lottare con un padre autoritario e continuiamo la stessa lotta con il marito. Invece di perseguire interventi strategici volti a cambiare l’Altro, la psicoterapia di coppia è essenziale per favorire uno spazio dialogico che sappia evidenziare sia la circolarità delle dinamiche relazionali che la verticalità e cioè: “Dove abbiamo imparato la relazione”? Chi ci ha insegnato a progettarla in un modo piuttosto che in un altro? Esiste un momento nella vita di coppia in cui ciò che ci aveva attratto all’inizio viene messo in crisi dal disvelamento, da ciò che non è riuscito a seguire il flusso del cambiamento. La psicoterapia di coppia è questo: aprire la porta che conduce ai nostri bisogni e avere il coraggio di capire dove ci porta

Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

down social networks

Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.