UN NUOVO NATALE: imparare a gioire dopo una perdita

Il Natale è un periodo particolarmente difficile per le persone in lutto, perché le vacanze sono di solito un momento in cui si guarda al futuro, ma ora il futuro appare difficile, inimmaginabile e l’incertezza crea sempre paura. Siamo dunque preoccupati per quello che dovremo affrontare. Molte persone o famiglie in lutto, specialmente il primo Natale dopo la perdita, scelgono di non festeggiare nulla. Provano ad andare avanti con le loro vite, fanno come se fosse un giorno normale. Altre famiglie preferiscono fare qualcosa di diverso, come organizzare un viaggio in un posto diverso. Si tende a fare qualcosa che non ricordi queste date, che non ricordi quello che è successo, si tende a stare dove non si conosce nessuno… al sicuro dai rituali di Natale. Consigli su come affrontare il Natale Ciò che è chiaro è che dopo la perdita di una persona cara, nulla è più lo stesso. Tuttavia, prima o poi sarai costretto a costruire un nuovo Natale, ad affrontare la celebrazione che si ripeterà anno dopo anno e a creare nuovi modi di vivere queste vacanze. L’assenza di una persona cara diventa più evidente quando nessuno ne parla. Anziché evitare di parlare di chi non c’è più, impegnatevi a condividere ricordi e storie che riguardano quella persona durante le riunioni con amici e parenti, consiglia la psicoterapeuta Mayra Mendez, coordinatrice di un programma per le disabilità intellettive e dello sviluppo, nonché dei servizi per la salute mentale, presso il Providence Saint John’s Child and Family Development Center di Santa Monica, California. Mendez consiglia di concentrarsi sugli aneddoti divertenti e ricordarsi che va bene ridere e godersi questi ricordi insieme agli altri. È un modo perfettamente normale e sano per fare i conti con la tristezza. È importante parlare di ciò che si prova, condividere storie e ricordi sulla persona amata, e ricordare la vita di chi non c’è più in una cornice positiva, che celebri e onori l’esistenza di quella persona”, ha spiegato Mendez. Riduci i fattori di stress legati al periodo. Le feste sono piene di obblighi stressanti, come gli eventi sociali, lo scambio di regali e cucinare. Concediti il permesso di ridurre gli impegni per avere più spazio per guarire. Annullarsi completamente e non prendere parte ai festeggiamenti non è un’opzione salutare, ma di sicuro puoi prenderti delle pause e un po’ di spazio dagli eventi e dagli obblighi che causano uno stress non necessario. Tuttavia, Mendez sottolinea che è importante restare in contatto con la tua “rete di supporto” e comunicare i tuoi piani se scegli di rinunciare ad attività o incontri. Prova a chiedere aiuto. Mendez invita a cercare una cura o un sostegno che possa aiutarti se il dolore ti sembra insopportabile. Unisciti a gruppi di supporto, partecipa a conferenze o eventi della comunità religiosa e cerca l’aiuto professionale di un analista. Entrare in connessione con altre persone che condividono la tua stessa esperienza può aiutarti ed evitare l’isolamento, che potrebbe aumentare il rischio di depressione, aggiunge Mendez. Accettare ed affrontare la tua perdita è un passo importante nell’elaborazione del lutto. E anche se le vacanze sono un periodo frenetico, il tuo benessere mentale ed emotivo è troppo importante per essere trascurato. Fai attenzione ai comportamenti potenzialmente dannosi. Mendez dice che il periodo delle feste può intensificare le sensazioni di dolore e perdita, perciò fa’ attenzione alle tue emozioni. Spossatezza, perdita dell’appetito e sensazioni di apatia e impotenza possono indicare che il dolore provato potrebbe esporti al rischio di depressione. Gli esperti avvertono che questo può condurre a comportamenti poco sani, come consumo eccessivo di alcol, allontanamento dalle situazioni sociali o autolesionismo. Le prime festività senza una persona amata sono difficili. Anche se niente rimpiazzerà mai ciò che hai perso, prenderti cura di te stesso, dedicare del tempo al ricordo di quella persona e goderti le tradizioni delle feste può alleviare un po’ di sofferenza aiutandoti ad andare avanti nell’elaborazione del lutto. spiega Mendez “Ci vuole tempo per adattarsi all’esperienza profonda e improvvisa della morte di una persona cara… Il dolore è il processo di adattamento generato da questa mancanza irreversibile”. E ricorda: Anche se i festeggiamenti, forse, non saranno più gli stessi, possono essere comunque gioiosi mentre ricordi una persona amata.
IL DENARO È SEMPRE MOTIVAZIONE ESTRINSECA?

Come tutti sappiamo, il denaro è una motivazione estrinseca per eccellenza! Prima di continuare è utile ricordare la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca: siamo mossi da motivazione intrinseca tutte le volte che ci impegniamo in un’attività senza il bisogno di ricompense esterne, ma solo perché abbiamo piacere nel farla; invece, quando un’attività non ci porta di per sé alcuna gratifica, spesso per agire abbiamo bisogno di una motivazione estrinseca. Ora dovrebbe essere più chiaro perché il denaro è sicuramente una delle motivazioni estrinseche. Se si lavorasse solamente per guadagnare, allora potremmo affermare che il denaro è sicuramente motivante. MA SIAMO CERTI CHE IN TUTTI I CONTESTI LAVORATIVI IL DENARO E’ UNA MOTIVAZIONE ESTRINSECA? Nei lavori ad alta motivazione intrinseca se si ancora il pagamento alla performance, gli incentivi estrinseci demotivano molto poiché fanno calare il piacere intrinseco della motivazione. Questo avviene poiché: c’è uno spostamento dell’attenzione dal piacere al dovere viene introdotta la dimensione del controllo (“se produci, ti pago”) si incrinano le relazioni rendendole più impersonali tra capi e utenti e più competitive tra colleghi si rischia che l’incentivo monetario sostituisca altri incentivi più importanti (come il supporto sociale, il sentirsi autonomi, il ricevere dei feedback…) Queste scoperte sconvolgono totalmente gli assunti degli economisti, in quanto in un’ottica prettamente economica e puramente comportamentista più si pagano le persone più le performance dovrebbero migliorare. In realtà, questi studi dimostrano che non è affatto vero che il rinforzo monetario agisce direttamente sulla prestazione, ma piuttosto sullo sforzo e sull’impegno che le persone ci mettono. Inoltre, da alcune ricerche emerge anche l’esistenza di una bassa correlazione tra quanto si è pagati e quanto si è soddisfatti del proprio lavoro. Questo dipende dal fatto che possono esserci altri aspetti del lavoro considerati come più importanti (come i contenuti, l’autonomia, la job security, il worklife balance), dalla teoria dell’adattamento edonico, dal confronto sociale e dall’equità organizzativa percepita. TEORIA DELL’ADATTAMENTO EDONICO Partendo dalla teoria dell’adattamento edonico, un cambiamento nel reddito può impattare sulla nostra soddisfazione solamente in modo temporaneo in quanto ci adattiamo presto alla nuova situazione. Il modello economico presuppone che a pari condizioni, si dovrebbero avere gli stessi livelli di soddisfazione. Facciamo un esempio: se lo stipendio non cala, la propria soddisfazione dovrebbe rimanere costante, ma in realtà non accade così. La nostra soddisfazione aumenta in concomitanza dell’aumento dello stipendio, ma dopo un certo periodo di tempo i livelli di questa diminuiscono. Questo accade perché il nostro sistema percettivo funziona per variazioni e ci adattiamo facilmente alla nuova circostanza. EFFETTO DEI PARI E DELLA POSIZIONE RELATIVA In aggiunta, la nostra soddisfazione non deve mai essere considerata in termini assoluti, ma relativi: ci riteniamo soddisfatti della nostra paga in base a quanto guadagnano i nostri colleghi. Questo è dovuto al cosiddetto effetto dei pari e della posizione relativa: se percepiamo di non essere tra i primi in classifica, è più probabile che proviamo un senso di insoddisfazione. EQUITA’ ORGANIZZATIVA PERCEPITA Infine, al di là del valore assoluto del nostro stipendio, è più importante capire quanto le persone percepiscono che la loro paga sia equa rispetto a quella dei colleghi e quanto sia equa rispetto al contributo che ognuno personalmente porta. Per concludere, considerare il denaro solamente come una motivazione estrinseca è molto rischioso in quanto in certe situazioni può assumere un potere negativo. Per questi motivi, l’incentivo monetario deve essere trattato con molta cura! BIBLIOGRAFIA: Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollar and sense. How we misthink money and how to spend smarter. USA Kahneman, D., Knetsch, J.L, & Thaler, R.H. (1990). Experimental tests of the endowment effect and the coarse theorem. Journal of Political Economy, 98(1990), 1325-1348 Singler, E. (2018). The four challenges of behavioral science in the workplace: cognitive biases in action. (a cura di), Nudge management: applying behavioral science to boost well-being, engagement and performance at work(pp.47-87). Francia: Pearson
Il colloquio clinico di stampo psicodinamico

Il colloquio costituisce lo strumento più importante a disposizione dello psicologo clinico. Poiché “l’oggetto d’indagine” è un individuo, nulla può sostituire la conoscenza diretta dell’altro che si verifica attraverso il dialogo. L’approccio psicodinamico al colloquio clinico si basa sull’importanza della relazione tra terapeuta e paziente. Quando questi ultimi s’incontrano per la prima volta sono due sconosciuti che entrano in contatto, ciascuno con una serie di aspettative riguardanti l’altro. La cornice concettuale del colloquio dinamico è che coinvolge due persone. Ciascuno porta un passato personale nel presente e proietta aspetti interni di rappresentazioni del Sé e dell’oggetto nell’altro (Langs). Uno dei compiti principali del terapeuta psicodinamico è quello di differenziare i sentimenti e le reazioni verso il paziente che nascono dal controtransfert in senso stretto da quelli che nascono da vissuti propri. Questo dipende dalla familiarità che ciascuno ha con il proprio mondo interno per cui avere un’esperienza di trattamento personale (psicoanalisi o psicoterapia) è estremamente preziosa per individuare e comprendere il controtransfert. Il transfert è attivo in ogni relazione significativa, elementi di transfert sono presenti fin dal primo incontro tra terapeuta e paziente. Il transfert può svilupparsi addirittura prima dell’incontro poiché entrambi possono farsi una costruzione dell’altro attraverso delle informazioni che possiedono. Il transfert è per definizione una ripetizione, cioè i sentimenti associati ad una figura vengono vissuti nei confronti del terapeuta nel colloquio. Ovviamente gli schemi transferali in un colloquio clinico psicodinamico forniscono indicazioni su relazioni significative della vita del paziente. Per terapia psicodinamica s’intende un metodo di cura fondato sul presupposto teorico che i problemi psicologici siano la manifestazione di conflitti interni alla psiche e che la chiave del loro superamento stia nel portare il paziente a prendere conoscenza di tali conflitti. Il primo obiettivo di un colloquio psicodinamico deve essere sempre quello di stabilire un rapporto ed una comprensione condivisa. Ciascun individuo è l’autore della propria storia. Ognuno vive contemporaneamente in un mondo esterno ed in un mondo interno: nel primo si è più coscienti, nel secondo si è all’oscuro. Il mondo interno inconscio determina i sentimenti e le azioni che si hanno nel mondo esterno. Tra il mondo interno e quello esterno c’è una costante interazione. Se essi sono in armonia non si verificano problemi, ma se i progetti e i desideri consci differiscono da quelli inconsci ci troviamo di fronte al conflitto e alla confusione. Il colloquio clinico che si svolge tra due persone avviene in un luogo e questo luogo ha una grande importanza nello svolgimento del colloquio stesso. Tale relazione s’inscrive all’interno di un setting con il quale mantiene un rapporto dinamico. Il compito del terapeuta è quello di cercare di essere empatico e far sentire il paziente accettato e considerato come una persona unica con problemi propri. I terapeuti che cercheranno di immergersi empaticamente nelle esperienze dei pazienti favoriranno un legame con loro basato sul tentativo di comprendere il punto di vista del paziente. Piuttosto che fare commenti rassicurativi (tipici di amici e familiari), il terapeuta dovrebbe riconoscere e condividere con il paziente la sua sofferenza. Accanto a questo dovrebbe cercare di interpretare il materiale che porta il paziente stando attento alle difese che sono in atto. Il terapeuta non è “un genitore che giudica”, ma un genitore comprensivo che cerca di guidarlo per le strade della sua mente. Un approccio psicodinamico fornisce una comprensione diagnostica estremamente attenta alle debolezze e alle forze dell’io dei pazienti, alle loro relazioni oggettuali intrapsichiche quali si manifestano nei rapporti familiari e sociali, alla loro capacità di lavoro psicologico e alle origini infantili dei loro attuali problemi. Una valutazione psicodinamica può portare il clinico a valutare interventi interpretativi e fa affiorare materiale inconscio.
Regolare le emozioni dei bambini

Regolare le emozioni dei bambini è un compito che l’adulto deve svolgere. Quali sono le strategie da attuare? La regolazione emotiva indica la capacità di modulare l’intensità e la durata delle emozioni, valutando l’ambiente e adattandosi in modo flessibile a seconda del contesto in cui ci si trova. Nei bambini, tra 0 e 3 anni, quando si sperimenta un’emozione, ad essa, usualmente, corrisponde un’azione, senza che ci sia la mediazione del pensiero (come avviene per gli adulti). Per questo motivo, il bambino non è in grado di gestire le sue emozioni e quindi le azioni e, in questo, è necessario l’intervento dell’adulto. In cosa può consistere? E’ importante che i bambini vengano contenuti da un adulto capace di sorreggere le loro emozioni, regolarle e mostrare quali possono essere i comportamenti più funzionali. In questo modo, col passare del tempo, impareranno da soli a gestire i propri stati emotivi. All’età di circa 7, 8 anni i bambini sviluppano la metacognizione, grazie alla quale possono riflettere sui propri stati mentali ed auto-osservarsi. Così, imparano a gestire da soli le proprie emozioni, anche quelle più intense. Il bambino, dunque, necessita di un adulto che sia emotivamente disponibile e sufficientemente in sintonia con lui, in modo da fornirgli aiuto quando, in preda alle proprie emozioni, può mettere in atto reazioni intense. Tuttavia, il passaggio all’autoregolazione emotiva è un processo soggettivo. Le differenze dipendono sostanzialmente sia da fattori di natura biologica e temperamentale sia possono essere legati agli stili di attaccamento e ai contesti educativi. Non dimentichiamo, dunque, che quelli che definiamo “capricci“, a volte sono espressione di un bambino che sta comunicando, con i mezzi che ha a disposizione, ciò che vive in quel momento. Più il bambino è piccolo, più comunica attraverso i propri comportamenti. E’ utile dunque che l’adulto in questi momenti si chieda: come si sente? che bisogni ha? Siamo noi adulti che, avendo una maturità diversa, abbiamo la capacità di fermarci a riflettere per gestire in modo adeguato le diverse situazioni, in un modo che sia utile per la crescita dei nostri bimbi. Ma vediamo insieme qualche strategia che l’adulto potrebbe utilizzare: fornire al bambino un contatto fisico rassicurante (holding). Il contenimento può essere utile sia in casi di rabbia che di agitazione o tristezza. In questo modo il bambino comprende che l’adulto è più forte delle loro emozioni e questo li può rassicurare. Nominare il più possibile ciò che sta succedendo e offrirgli alternative di comportamento lo aiuta a comprendere e poi a padroneggiare quello che vive. Ricordiamoci che tutte le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti! Anche l’adulto può esprimere i propri sentimenti al bambino, valutando bene il momento. Se ciò che l’adulto sta provando è disorganizzante, sarebbe meglio allontanarsi e riavvicinarsi quando si è calmi, spiegando ciò che è successo. “L’adulto deve fare bene l’adulto se si vuole che il bambino impari a fare bene il bambino” G. Nicolodi
Come vi fa sentire il Natale? I rituali e la loro funzione

Il periodo di Natale è un momento complesso dell’anno. Al di là del significato religioso, il Natale e i rituali che lo accompagnano – cene, pranzi, scambi di regali – porta con sé diverse e spesso contrapposte emozioni. Alcune persone lo vivono come una festività gioiosa e importante per rafforzare e celebrare i legami familiari, altre lo soffrono per lo stesso motivo: quando si hanno legami ambivalenti o negativi con le persone che compongono la famiglia, o se non si ha un nucleo familiare con cui festeggiare, o si è subita una perdita o un lutto, il Natale può diventare fonte di grande sofferenza e acuire le esperienze di solitudine degli individui. Il Natale, con la sua portata di emozioni comunque forti, positive o negative, è un perfetto esempio di uno dei comportamenti umani più frequenti in tutte le culture e a tutte le latitudini: l’utilizzo del rituale. I rituali accompagnano la nostra esistenza dalla nascita alla morte e hanno un potentissimo effetto sia sociale sia psicologico: contribuiscono a strutturare la nostra vita. I rituali di gruppo accompagnano e definiscono gli eventi sociali significativi : nascite, compleanni, matrimoni, funerali, lauree, etc. Molte persone hanno rituali personali che aiutano a organizzare le loro giornate: iniziare la giornata con gli stessi gesti, fare alcune azioni prima di una prova importante; esistono mille possibilità di ritualizzare un momento e ognuno di noi conosce i propri gesti ripetuti in occasioni personali di vario rilievo. La ripetizione è la chiave e l’essenza del rituale e la ricerca – psicologica, antropologica e sociale – conferma che i rituali offrono numerosi vantaggi psicologici, dandoci un senso di controllo e contribuendo a ridurre l’ansia relativa a un particolare evento. Tornando al Natale, periodo in cui i dolci saranno protagonisti, parliamo di un’altra funzione del rituale: quella di amplificare il piacere. I ricercatori dell’Università del Minnesota e di Harvard hanno dimostrato che l’attuazione di un rituale aumenta il piacere di mangiare cioccolato. L’esperimento era semplice e ha coinvolto due gruppi di persone. Ad un gruppo veniva data una barretta di cioccolato e si invitavano le persone a mangiarlo. Ad un secondo gruppo, prima di far consumare la barretta di cioccolato, i ricercatori chiedevano di eseguire un rituale: spezzare a metà la barretta di cioccolato senza rimuovere la confezione esterna, quindi scartare solo metà della barretta e mangiarla, e infine scartare la seconda metà e mangiarla. È stato in seguito somministrato un questionario a tutti i partecipanti. Rispetto alle persone del primo gruppo, i partecipanti del secondo gruppo, che avevano eseguito il rituale, hanno attribuito punteggi significativamente più alti, testimoniando di avere apprezzato di più il cioccolato, di averlo mangiato più lentamente per poterlo assaporare e di averlo valutato come più saporito. I rituali sembrano quindi anche aumentare il piacere e il nostro coinvolgimento nelle esperienze. Se il Natale non è la vostra passione, potete pensare di creare un piccolo rituale personale per sopportarlo più facilmente; o, perlomeno, per amplificare il piacere di qualcosa che vi piace. E aiutarvi, così, a superarlo meglio.
Natale e social detox: la FOMO non va in vacanza

Natale e social detox: cosa fare quando la FOMO non va in vacanza?Viviamo in una società iperconnessa, i nostri ritmi sono sempre più frenetici e i nostri tempi scanditi dall’incessante trillo di notifiche. Tra smart working, email e social networks siamo sempre incollati ad uno schermo. Le vacanze di Natale sono un’occasione perfetta per depurarci dall’utilizzo smodato della tecnologia, eppure non sempre è così. Questo perché i dispositivi digitali sono ormai parte integrante della nostra vita e costituiscono uno strumento indispensabile per raccontare la quotidianità e coltivare le relazioni. Talvolta l’attaccamento allo smartphone assume contorni sempre più preoccupanti, spie di una vera e propria sindrome: la FOMO. L’acronimo si traduce letteralmente in “fear of missing out“, ovvero la paura di essere tagliati fuori e si riferisce alla preoccupazione compulsiva riguardo alla perdita di un’opportunità di interazione sociale. La FOMO costituisce una vera e propria forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso” e al tempo stesso manifesta il desiderio, talvolta ossessivo, di monitorare costantemente ciò che viene pubblicato dai suoi amici sui social networks. Questa tendenza si conferma anche in vacanza, dove sempre più utenti scelgono di utilizzare gli strumenti digitali come forma di intrattenimento. L’esigenza di restare perennemente connessi e postare contenuti in real time talvolta arriva all’esasperazione e genera un sovraccarico emotivo fonte di ansia e stress che si riflette negativamente sulla salute mentale. La soluzione è il social detox: ovvero un periodo di disintossicazione dai social media e dai digital device quando diventano una presenza troppo invadente e ingombrante, per riscoprire l’interazione genuina nella vita reale. Come attuare il social detox? Stabilire dei tempi per la fruizione digitaleImporsi un tempo massimo da dedicare ai social networks e rispettarlo, ci aiuta a prendere il controllo della nostra vita e a limitare le occasioni di distrazione, rafforzando così l’autocontrollo e la capacità di concentrazione. Privilegiare attività che implicano il contatto direttoRiappropriarsi del piacere di vivere le relazioni vis a vis, apprezzare la compagnia delle persone con cui si condividono interessi e passioni e costruire nuove opportunità di interazione nella vita reale. Affrontare il disagioSpesso la dipendenza da smartphone o da altri strumenti digitali cela un malessere latente, è bene prendere coscienza del proprio disagio ed avere il coraggio di chiedere aiuto per prendersi cura del proprio benessere psicofisico. Quando ci si accorge di non possedere gli strumenti per fronteggiare il problema in maniera autonoma è importante chiedere aiuto ad un professionista che possa guidarci verso la risoluzione.
Il cervello può modificarsi? Ansia e Depressione: quali aree cerebrali sono coinvolte e come possono “modificare” il cervello

di Alessia Barbato NON DEVI CONTROLLARE I TUOI PENSIERI. DEVI SOLO SMETTERE DI LASCIARTI CONTROLLARE. (Dan Millman) Da sempre si parla degli effetti dei disturbi depressivi o d’ansia sulla struttura cerebrale. Uno studio (Poul Videbech,MD and B. Ravnkilde,2015) mostra però che la Depressione è collegata ad aree del cervello, come l’ippocampo, che si riducono di dimensioni. L’ippocampo è una delle aree del cervello che è stata ampiamente studiata nei pazienti con disturbi dell’umore. Questo interesse si basa su un ampio corpus di studi neuropsicologici e di neuroimaging. L’ippocampo è coinvolto nell’apprendimento e nella memoria episodica e dichiarativa , che diventano spesso deficitarie con la depressione. Inoltre, un’ampia ricerca sui roditori e sull’uomo (Kim JJ, Diamond DM, 2002) ha dimostrato che le sue funzioni mnemoniche e la sua neuroplasticità sono altamente sensibili allo stress, cioè all’aumento dei livelli di cortisolo, che si trova in un’ampia percentuale di pazienti con DM (depressione maggiore). Tuttavia, quando la depressione è associata all’ansia un’area del cervello diventa “significativamente” più grande. Un nuovo studio (D. Espinoza Oyarce, 2020) pubblicato dai ricercatori dell’Australian National University (ANU), ha scoperto che nel tempo l’associazione tra disturbi depressivi e d’ansia ha un profondo effetto sulle aree del cervello associate alla memoria e all’elaborazione emotiva. Lo studio ha esaminato il cervello di oltre 10.000 persone per trovare gli effetti della depressione e dell’ansia sul volume del cervello. Quando, dunque, entrambi i disturbi si manifestano insieme, portano ad un aumento delle dimensioni della parte del cervello legata alle emozioni, l’amigdala. L’ansia riduce in media l’effetto della depressione sulle dimensioni del volume del cervello del 3%, nascondendo in qualche modo i vari effetti di riduzione della depressione; ciò diventerebbe ancora più rilevante più avanti nella vita perché un ippocampo più piccolo è un fattore di rischio per l’Alzheimer e potrebbe accelerare lo sviluppo della demenza. Grazie a questi studi, dunque, è possibile poter parlare di “aree cerebrali che subiscono modifiche”, ma per capirne ancora di più, soprattutto per capire le conseguenze di questi disturbi, i neuroscienziati continuano oggi ad approfondire queste interessanti ricerche. Bibliografia Kim JJ, Diamond DM, 2002 “The stressed hippocampus” Puol Videbech, MD,B. Ravnikilde “Hippocampal Volume and Depression: A Meta-Analysis of MRI Studies” 2015 Daniela Espinoza Oyarce “your brain gets bigger if you’re anxious and depressed” 2020
Il bambino adottato e l’importanza delle prime figure di attaccamento

È nel nucleo familiare che nascono le prime relazioni interpersonali: in famiglia si apprende la maniera di rapportarsi agli altri, dell’esprimersi verbalmente, del dare e del ricevere. L’importanza del primo legame di accudimento Winnicott sostiene che, per un sano sviluppo, il bambino debba crescere in un ambiente favorevole dove la madre (o il cargiver) sappia comprendere appieno i bisogni del figlio. Attraverso l’handiling ossia la manipolazione, la madre avvia un processo di personalizzazione senza il quale il bambino non potrebbe sentirsi “persona”. La rottura del legame di attaccamento è probabile causa di disturbo, così anche l’internalizzazione di modelli d’attaccamento precoce disturbati, possono influenzare le relazioni successive in modo da rendere la persona più esposta e più vulnerabile (Bowlby). Bowlby rileva, dunque, la necessità di “una base sicura” per una buona salute mentale, l’attaccamento di cui parla va oltre il soddisfacimento dei bisogni primari, si tratta del bisogno concreto di vicinanza e di affetto. Determinate carenze dell’infanzia possono portare a disturbi del comportamento o a patologie come la depressione o all’ansia, come esito di disgregazioni infantili del legame con i genitori, fino a comportamenti psicopatici. La funzione riparativa dei genitori adottivi Il bambino adottato è un bambino che, nella maggior parte dei casi, non ha vissuto questo primo legame d’attaccamento per cui i genitori adottivi si trovano a dover fare una sorta di “riparazione” per cercare di riproporre un nuovo legame di attaccamento. La coppia genitoriale dovrebbe cercare di creare un proprio spazio interno, uno spazio emotivo-affettivo per il bambino adottato, che gli permetta di sviluppare le proprie potenzialità, di accogliere i suoi bisogni specifici e di favorire l’elaborazione del suo passato traumatico. La coppia dovrebbe cercare di aiutare il figlio adottivo ad elaborare il lutto per i genitori biologici, lavoro senza il quale risulta difficile pensare ad un buon attaccamento ed un successivo adattamento ai genitori adottivi. Nei casi in cui il bambino è informato o ha il vissuto del fatto che i genitori biologici lo hanno rifiutato, può avere delle fantasie aggressive verso quest’ultimi con la conseguente paura di essere punito. Questa situazione lo porterà a conformarsi facilmente alle richieste della famiglia adottiva, sviluppando un falso Se’ (Winnicott). Quando la relazione adottiva non segue il suo giusto percorso si farà presente un sentimento di estraneità e di diversità che segnala l’impossibilità reciproca di amarsi.
LA FAMIGLIA E’ DOVE C’E’ AMORE: Famiglie Arcobaleno

Per famiglia arcobaleno si intende, una famiglia composta da coppie dello stesso sesso che hanno dei figli. A volte si tratta di uomini o donne che sono diventati padri e madri da una precedente relazione eterosessuale, prima di scoprire di avere un altro orientamento sessuale o, possono essere coppie omosessuali che desiderando un figlio ricorrono alla fecondazione assistita all’estero o all’adozione. Fanno parte delle famiglie arcobaleno anche genitori single omosessuali che, per ragioni diverse, riescono ad avere un bambino diventando successivamente genitori single. Le famiglie omogenitoriali si trovano ad affrontare quotidianamente molte sfide: ottenere supporto dalle famiglie di origine, affermare la legittimità della loro realtà e affrontare i giudizi degli altri.Un altro grave indice che conduce all’ignoranza, ovvero l’ignorare il sapere su queste famiglie, è dato dalla naturalizzazione: l’omogenitorialità viene spesso considerata inammissibile sulla base del presupposto che due individui dello stesso sesso non sono in grado di generare vita. STUDI SULL’OMOGENITORIALITA’ I numerosi studi sull’argomento si sono principalmente incentrati sull’influenza che questi genitori possono avere sui figli e in particolare sul condizionamento della loro sessualità, sullo sviluppo psicologico e sui possibili problemi sociali. Come affermato da vari autori, da David Cramer a Charlotte J. Patterson, non si ha alcuna evidenza empirica per cui individui omosessuali non siano in grado di essere buoni genitori. Come affermato da Patterson stesso, gli studi hanno messo in evidenza che la maggior parte delle coppie omosessuali tende a dividersi alla pari il lavoro domestico e familiare e si ritengono soddisfatte della loro vita di coppia. Sempre Cramer a Pattinson esprimono quali siano i timori secondo i quali si ritiene che non si possano affidare figli a coppie lesbiche e gay: il primo è che lo sviluppo dell’identità sessuale possa essere messo a repentaglio nei figli di coppie omosessuali; il secondo è che i figli possano avere maggiori insorgenze di disturbi mentali, di adattamento, problemi comportamentali durante le varie fasi dello sviluppo; il terzo è che la prole potrebbe avere difficoltà relazionali a causa delle etichette e dello stigma; inoltre che possano essere maggiormente esposti all’abuso sessuale da parte di amici dei genitori o dei genitori stessi in quanto ritenuti “perversi”. Per quanto riguarda il primo timore è utile considerare tre aspetti dell’identità sessuale: l’identità di genere, il comportamento di ruolo di genere e l’orientamento sessuale. Per quanto riguarda l’identità di genere è stata condotta una ricerca in cui tutti i bambini, che sono stati seguiti durante l’età infantile, adolescenziale e poi nella fase adulta hanno avuto uno sviluppo di identità di genere ordinario ovvero che tutti si riconoscevano nel proprio genere di appartenenza. Circa il comportamento del ruolo di genere gli studi affermano, sia per gli interessi che per le preferenze di attività, i figli di genitori gay e lesbiche hanno comportamenti meno stereotipati, meno legati al ruolo di genere e al comportamento di genere ovvero che tendono a scegliere liberamente sport, studi e professioni considerati tipicamente maschili o femminili. Rispetto all’orientamento sessuale dei minori, una delle preoccupazioni è che i figli di genitori omosessuali potessero divenire omosessuali a loro volta mentre i dati espongono, rispetto all’orientamento sessuale, che i figli di persone gay e lesbiche hanno la stessa probabilità di essere eterosessuali o omosessuali. L’American Psychiatric Association e Patterson (1995) hanno evinto che lo sviluppo delle relazioni con i pari è ordinario in quanto i figli di genitori omosessuali hanno medesime capacità relazionali di bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Inoltre, in una ricerca condotta in Inghilterra, nella relazione con gli adulti (Golombok, 1983), le madri lesbiche divorziate tendono ad avere contatti maggiori con il padre rispetto alle madri divorziate eterosessuali. Per quanto riguarda la discriminazione da parte dei pari essa dipende dagli ambienti e dai contesti che sono più o meno ostili ed in cui è radicato il pregiudizio. È stato studiato che le conseguenze di tale pregiudizio produrrebbero traumi psicologici o difficoltà dovuti ad atti di bullismo. Ciò è osservabile anche in altre situazioni familiari atipiche come nei figli di genitori separati o stranieri. Per quanto riguarda gli abusi sessuali questi vengono perpetrati per la maggior parte da maschi, come dimostrato, e hanno luogo solitamente in famiglia; sono i padri perlopiù che abusano delle figlie femmine e quindi in un contesto eterosessuale. I risultati delle ricerche internazionali dimostrano quindi che i figli di genitori gay o lesbiche si sviluppano emotivamente, cognitivamente, socialmente e sessualmente, esattamente come i bambini che hanno genitori eterosessuali. L’orientamento sessuale dei genitori conta molto meno dell’avere genitori che li amino e li educhino. Il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali nelle nostre società non toglie valori alla societàsemmai ne aggiunge. Andiamo incontro ad una società sempre più variegata, un futuro sempre più cosmopolita; accettare le differenze, qualunque esse siano, non potrà che renderci più ricchi e migliori.
Languishing e Pandemic fatigue: il vuoto lasciato dalla pandemia

Dallo scoppio della pandemia il tempo è passato inesorabile. Le nostre abitudini e il nostro modo di vivere si sono inevitabilmente modificati, rendendo la nostra vita pre-pandemia solo un ricordo lontano. Nonostante un apparente allentamento delle restrizioni e il ritorno ad una vita quasi “normale”, gli effetti e le conseguenze della pandemia incombono su di noi a livello sia fisico che sociale che psicologico. Spesso ci sentiamo stanchi, affaticati, demotivati, abbiamo difficoltà a concentrarci. Insomma, avremmo solo voglia di “tirare i remi in barca” e lasciarci trasportare dal mare in tempesta, senza opporci, e vedere dove ci porta. Perché? Languishing: senso di stagnazione e vuoto Lo psicologo Adam Grant, in un articolo del New York Times, sostiene che “il languishing è l’emozione dominante del 2021”. L’illanguidimento (o languishing) è un senso di stagnazione e vuoto, di immobilità; è come se stessimo confondendo le nostre giornate, guardando la nostra vita attraverso un vetro appannato. È un’emozione che si colloca tra la depressione e il flourishing, è l’assenza di benessere. Non si hanno sintomi di malattia mentale, ma non si funziona nemmeno al proprio meglio. Il languishing attenua la motivazione e rende difficile concentrarsi sui vari aspetti della propria vita. Che cos’è la pandemic fatigue? Questa emozione non deve essere sottovalutata, specialmente se associata a quella che è stata definita come pandemic fatigue. Quest’ultima è un tema sviluppato dall’OMS nel documento “Pandemic fatigue. Reinvigorating the public to prevent Covid-19”, dove viene definita come una crescente demotivazione delle persone nel mettere in atto i comportamenti protettivi raccomandati per la tutela della salute dei singoli e delle comunità. Viene definita anche come stress o stanchezza psico-emotiva dovuti alla pandemia. La pandemic fatigue porta con sé segni di stanchezza e affaticamento causati dal perdurare della pandemia. Secondo l’OMS, il 60% dei cittadini europei soffre di pandemic fatigue. All’inizio della pandemia, infatti, gran parte delle persone ha attivato un sistema di adattamento mentale e fisico da cui attingere nei momenti di forte stress, per fronteggiare la nuova realtà. Con il prolungarsi della situazione di crisi, tuttavia, le persone devono adottare un diverso stile di gestione dello stress, ma la stanchezza e l’affaticamento mentale e fisico rendono sempre più difficile fronteggiare in maniera sana una situazione che continua a protrarsi nel tempo. Subentra infatti un malessere profondo derivante dalla sensazione di perdita di controllo sulla propria vita, di deprivazione e di affaticamento. Si sta sviluppando una letteratura emergente sull’affaticamento mentale e fisico dovuto alle restrizioni relative al Covid-19. Gli effetti psicologici negativi della pandemia sono ben documentati. I ricercatori hanno riferito che gli individui sperimentano maggiori livelli di stress, ansia, depressione, tendenze ossessivo-compulsive, si sentono emotivamente svuotati e incapaci di agire in modo efficiente. Inoltre, sperimentano una diminuzione della motivazione, difficoltà nel dormire, sensazione di impotenza, disperazione e risentimento. Oltre a questi problemi, esiste una letteratura emergente sull’affaticamento fisico e mentale dovuto alle restrizioni legate al COVID-19. Haktanir e colleghi (2021) hanno sviluppato uno studio con l’obiettivo di indagare la misura in cui gli individui sperimentano la pandemic fatigue e la sua relazione con la paura del coronavirus, l’intolleranza dell’incertezza, l’apatia e la cura di sé. I risultati, raccolti dai 516 partecipanti allo studio, hanno mostrato come il 34,40% dei partecipanti ha riferito che il livello di precauzioni relative al COVID-19 è diminuito rispetto alle misure adottate all’inizio della pandemia. Inoltre, è presente una correlazione significativa tra stanchezza pandemica e paura del coronavirus, intolleranza all’incertezza e cura di sé. Infine, il modello sviluppato suggerisce che i partecipanti con punteggi più alti nella paura del coronavirus e nell’intolleranza all’incertezza tendevano a segnalare anche un punteggio di pandemic fatigue più significativo. Il fatto che un individuo su tre prenda meno precauzioni non è solo una minaccia per la salute degli individui, ma anche per la collettività. La sensazione di stanchezza e sfinimento dovuta a uno stato di crisi prolungato, definito pandemic fatigue, costituisce quindi una reazione naturale di fronte ad una situazione di cui non si intravede la fine. Una volta compreso il perché di tali sentimenti di immobilismo, affaticamento e demotivazione, possiamo capire come farvi fronte. A volte è rassicurante lasciarsi trasportare dal mare senza opporre resistenza. Prima o poi, però, sarà necessario riprendere i remi in mano e direzionare la barca, imparando come navigare nella tempesta. Fonti – https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2021/11/18/illanguidimentofbclid=IwAR28fMjcQVjlr2SxjedKq-Fq_tTgpMJljgjdpjWw6Il1L44oOwW1SQIdkLs – World Health Organization (2020). Pandemic fatigue -Reinvigorating the public to prevent COVID-19. https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/335820/WHO-EURO-2020-1160-40906-55390-eng.pdf – Haktanir A., Can N., Seki T., Kurnaz M.F., Dilmaç B. (2021). Do we experience pandemic fatigue? current state, predictors, and prevention. Current Psychology. https://doi.org/10.1007/s12144-021-02397-w