Il nuovo anno: buoni propositi o obiettivi?

Il nuovo anno spesso inizia con buoni propositi. Cosa possiamo fare affinché i buoni propositi diventino obiettivi? “L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità”. Così cantava Lucio Dalla in una famosa canzone del 1979. Il brano è ricco di riflessioni sull’anno passato e volge con uno sguardo speranzoso verso il futuro. E diciamocelo, è quello che facciamo tutti prima che finisca l’anno! Spesso, tuttavia, quelli che sono i buoni propositi per il nuovo anno rimangono tali, lasciandoci un senso di amarezza e facendoci bloccare in un circolo vizioso di pensieri negativi e procrastinazioni. “Ecco, sono il solito! Anche quest’anno non ci sono riuscito! Lo farò in seguito! Sono un debole!” Perchè non riusciamo a realizzare i nostri buoni propositi per il nuovo anno? Ci possono essere diverse ragioni per cui non si riesce a portare a termine ciò che ci si è prefissati nell’anno appena trascorso: può succedere che i nostri desideri vengano influenzati da pressioni esterne e che non partano da una motivazione reale. Riflettiamo su quali siano davvero i nostri bisogni! Questo può generare nell’individuo una spinta motivazionale più forte, ovvero il passaggio all’azione per ottenere ciò che si desidera. Stiamo attenti a non creare pensieri magici! La nostra mente è programmata per sviluppare immagine fantasiose quando non riesce a trovare soluzioni reali e concrete. Poniamoci obiettivi che siano realmente raggiungibili, anche se vorrà dire iniziare con un piccolo passo! Non basta dire “da domani andrò in palestra!”. Proviamo a programmare con date, orari e siamo quanto più precisi nel farlo: ci darà una spinta diversa ad agire! Come faccio a capire quali sono davvero gli obiettivi da pormi? Immaginiamo: siamo esploratori e durante l’anno appena trascorso abbiamo girovagato raggiungendo tappe, in alcuni momenti, mentre in altri abbiamo evitato luoghi sconosciuti. Com’è stato? Cosa abbiamo perso? Cosa abbiamo guadagnato? Abbiamo un altro percorso da intraprendere nel nuovo anno, ma non sappiamo che sentiero imboccare. I pensieri nascono spontanei “sarà la scelta giusta?”. A questa domanda non c’è una risposta, ma finchè sono consapevole della direzione da imboccare, non avrò smarrito la strada. Proviamo dunque ad individuare quali sono le cose più importanti per noi che, come una bussola, ci indicano la direzione da intraprendere. E solo allora definiamo gli obiettivi, le tappe del nostro percorso. In questo modo, la spinta ad agire sarà realistica e i “vecchi buoni propositi” hanno maggiori possibilità di trasformarsi in obiettivi concreti. “Esplora. Sogna. Scopri. “ M. Twain Buon viaggio a tutti!

Capodanno e buoni propositi: un film già visto?

Siamo alla fine di un anno difficile, come il precedente: la pandemia è un protagonista indiscusso delle nostre vite e ha avuto un enorme impatto su tutti noi; sia su chi l’ha vissuta in prima persona, con la perdita di amici o parenti, sia su chi l’ha vissuta, fortunatamente, senza queste tragedie personali. Perché il Covid ha modificato il nostro senso di concepire il presente e il futuro e perché ci lascia in costante incertezza; e l’incertezza e la confusione sono due delle esperienze più intollerabili per la mente umana. Nello scorso articolo, abbiamo parlato dell’importanza dei rituali, che hanno anche la funzione di permetterci di riappropriarci – attraverso azioni concrete – di una sensazione di controllo e di possibilità di incidere sulla realtà. E veniamo al Capodanno e ai propositi che si fanno per il nuovo anno: come se fosse un gigantesco lunedì, lo immaginiamo come un momento da cui iniziare a cambiare, per diventare migliori, più produttivi, più felici, più diversi da noi stessi dell’anno scorso. E allora, visto che tutto è cambiato negli ultimi due anni, perché è cambiata la nostra percezione dell’esistenza, proviamo a cambiare il solito film e a utilizzare degli accorgimenti per fare propositi utili e, perché no, davvero realizzabili nell’anno nuovo, senza rimandarli al Grande Lunedì del 2023. L’argomento è complesso, lungo e articolato: qui desidero solo accennare ad alcune accortezze perché i propositi non restino tali. Prima regola: stabilire quali sono i punti precisi da cui parte un comportamento abitudinario, una routine. Come suggerisce Duhigg, nel libro “ Il potere dell’abitudine”, ci sono cinque elementi che la sostengono: 1. Un orario preciso nella giornata 2. Un luogo preciso 3. La presenza di qualcuno di preciso 4. Un’emozione particolare 5. Un precedente comportamento che è stato ritualizzato. Tutte le ricerche più recenti sui comportamenti abitudinari provano che è molto difficile estinguere totalmente un comportamento che non desideriamo faccia più parte della nostra vita. Molto più utile, e foriero di risultati, lavorare per modificarlo. In questo modo, possiamo incidere sul complesso sistema di azione- ricompensa che il nostro cervello utilizza per procedere e, soprattutto, risparmiare forza di volontà, una delle nostre risorse più importanti e che si estingue più facilmente. Quindi, sia che desideriamo introdurre un nuovo comportamento abitudinario virtuoso, sia che vogliamo cambiarne uno che riteniamo nocivo per noi, occorre: 1. Identificare qual è l’elemento che lo fa partire 2. Stabilire qual è la ricompensa che cerchiamo 3. Trovare una nuova routine. È facile individuare i “grilletti”, i “segnali” che fanno partire una routine: rientrano più o meno sempre nei cinque elementi elencati prima. Più difficile è capire qual è la ricompensa che cerchiamo. Ipersemplificando, ad esempio: prendiamo un caffè a metà mattina perché sentiamo bisogno di una sostanza stimolante; o perché ci annoiamo e andare a prendere il caffè ci distrae un attimo dal lavoro; o perché lo beviamo con qualcuno che ci fa sorridere e possiamo passare qualche minuto con questa persona? Solo quando identifichiamo esattamente qual è la ricompensa che sostiene un comportamento, possiamo davvero cambiarlo. È molto importante mantenere stabile il grilletto e la ricompensa e cambiare solo il comportamento. Se, nell’esempio precedente, prendiamo il caffè per stare con una persona, possiamo mantenere tutto stabile – pausa a metà mattina e chiacchiere – bevendo una spremuta o un bicchiere d’acqua al posto del caffè.  Non è proprio così semplice? È vero, altrimenti non esisterebbe la nostra complessità individuale, ricca di storia personale e familiare. Ma tentare di scomporre le abitudini, individuare gli elementi semplici e modificare un comportamento, o costruirne uno nuovo, significa fare piccoli progressi e premiarli, senza affrontare temi esistenziali di cambiamento radicale, destinati al fallimento o ad essere rinviati al prossimo Capodanno. Quindi, concediamoci di sperare in un anno proficuo, di leggero e continuo miglioramento, di compassione e di autocompassione, di analisi e di applicazione. Il proposito più importante? Continuare ad essere curiosi o diventarlo di più, ogni giorno; con la consapevolezza che gli avvenimenti avversi, come la pandemia, possono portare a pensare in modo nuovo. Mille auguri a tutti: quest’anno ce li meritiamo ancora di più.

Psicologia e Pandemia: la comunicazione digitale al tempo del Covid

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Psicologia e Pandemia: com’è cambiata la comunicazione digitale al tempo del Covid? Il Covid 19 ci ha presi tutti alla sprovvista, cogliendo impreparati soprattutto gli “addetti ai lavori” che si sono dovuti confrontare con un’emergenza di tale portata. La pandemia ci ha costretti a significativi cambiamenti: dall’adozione di misure straordinarie di contenimento e di prevenzione, fino alla gestione della comunicazione istituzionale, specialmente in digitale. Il flusso delle comunicazioni, raramente univoche, è stato caratterizzato da grande caos e incertezza, ciò ha alimentato negli utenti l’insorgere di sentimenti negativi, come paura, ansia, tristezza e impotenza. Il primo fattore rilevante è il cambiamento degli attori coinvolti nel processo comunicativo. Se prima i media tradizionali erano dominati da giornalisti e conduttori, ora nei salotti televisivi così come sui social network, si avvicendano scienziati, medici e virologi, diventati improvvisamente i punti di riferimento al tempo del Covid. Spesso i pareri degli esperti sono discordanti, o magari così paiono a chi non ha strumenti adeguati per comprendere appieno le sfumature del linguaggio scientifico. L’assenza di una fonte di informazione unica, verificata e inconfutabile contribuisce a creare incertezza e preoccupazione. Se pensiamo ad esempio alla comunicazione digitale possiamo osservare come, in mancanza di precise linee guida del Ministero della salute, le singole Regioni si siano attrezzate autonomamente utilizzando il web e i social network come canali ufficiali di informazione. La scelta dell’uso (spesso improprio) per la comunicazione istituzionale di un canale bidirezionale come quello dei social, è particolarmente rischiosa a causa del dibattito che si innesca solitamente sotto ad un post. All’interno delle community si dibatte su quali informazioni siano attendibili e quali no, basandosi su percezioni e convinzioni spesso prive di fondamento. Questo ci porta al problema dell’infodemia: una sovraesposizione alle informazioni, spesso non verificate, che rende difficile orientarsi su un determinato argomento a causa della difficoltà a reperire fonti affidabili.L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto esplicito riferimento al fenomeno dell’infodemia nel suo report sul Covid, evidenziando il rischio di incorrere in fake news. Per sconfiggere queste problematiche occorre lavorare su due fronti: da un lato potenziando la comunicazione istituzionale basandola su principi di trasparenza e autorevolezza; dall’altro educando gli utenti alla ricerca attiva e consapevole di informazioni sicure e attendibili da fonti verificate.

L’immagine di se e il concetto di autostima

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L’immagine di sé e l’autostima sono due concetti che hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica.  L’immagine di sé rappresenta la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Essa riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche. Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via.  L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé. Esso è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Il concetto di autostima e l’immagine di sé sono quindi collegati ma diversi. L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessi, e sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi. Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso. Anche gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.

Il trauma complesso

di Jessica Luchetti I traumi complessi si ripetono nel tempo e includono esperienze di abusi, maltrattamenti, condizione di trascuratezza e abbandono. Hanno un impatto determinante se avvengono in età evolutiva, modellando la personalità, causando un’alterazione dell’identità e una dissociazione tra gli stati dell’Io. Le situazioni traumatiche hanno in comune un’esperienza che suscita impotenza e una perdita di controllo. Il trauma attiva arcaici meccanismi di difesa dalle minacce ambientali (in un primo momento immobilità tonica o freezing e successivamente immobilità cataplettica dopo le reazioni di attaccofuga) provocando il distacco dall’usuale esperienza di sé e del mondo esterno e conseguenti sintomi dissociativi. Tale distacco sembra implicare una sospensione immediata delle normali funzioni riflessive e metacognitive; si verifica quindi una dis-integrazione della memoria dell’evento traumatico rispetto al flusso continuo dell’autocoscienza e della costruzione di significati. Da questa esperienza deriva la molteplicità non integrata degli stati dell’io che caratterizza la dissociazione patologica (Liotti e Farina, 2011). Per il bambino è impossibile sottrarsi a queste esperienze di trascuratezza, violenza, abuso, ripetute e prolungate e viene intaccata la sua identità che risulta frammentata. Gli effetti sul funzionamento psichico sono gravi quando le strutture mentali non sono ancora formate. Il trauma evolutivo incide negativamente su vari aspetti: sull’attaccamento (insicurezza circa l’affidabilità del mondo e delle relazioni, tendenza all’isolamento), sulla regolazione degli affetti (deficit nell’autoregolazione emotiva, difficoltà nel riconoscere gli stati interni), sul controllo comportamentale (tendenza all’aggressività), sulle capacità cognitive (difficoltà nella modulazione dell’attenzione e nella regolazione delle funzioni esecutive) e sul concetto di Sé ( danneggiato per bassa autostima, tendenza alla vergogna e al senso di colpa). Inoltre provoca stati dissociativi (con conseguenza di alterazioni degli stati di coscienza, depersonalizzazione) e crea danni biologici (disturbi somatici). Van Der Kolk usando l’espressione “the body keeps the score” (1994) suggerisce che il nostro corpo è infatti, testimone e contenitore delle esperienze traumatiche. La dissociazione sopra citata sembra una protezione dal dolore, ma in realtà è un’esperienza dalla quale la mente deve difendersi per non cadere nell’abisso. Inoltre essa ha gravi ripercussioni sulla capacità di regolazione emotiva, sulle capacità metacognitive e sull’identità. Il trauma si collega anche alla tematica della vergogna. La vergogna sperimentata è spesso rinforzata dall’atteggiamento dei caregiver abusanti o maltrattanti, spesso negando l’evento, andando ad alimentare un circolo che la rinforza e che alimenta il comportamento di sottomissione della vittima. Il trauma può essere descritto come un evento che distorce il tempo, che lo blocca in un punto. Vi sono varie emozioni che accompagnano il trauma come: paura/terrore che il trauma si ripeterà, ira e rabbia nei confronti dell’origine del trauma, tristezza e dolore, sentimenti di colpa nei confronti della propria rabbia e degli impulsi distruttivi, vergogna per il fatto di sentirsi disperati e vuoti, disperazione esistenziale e sensazione che nessuno potrà capire. Infine, è importante citare Masud Kahn, psicoanalista inglese di origine indiana che espone tra i suoi principali contributi teorici il concetto di trauma cumulativo. Egli ha elaborato la teoria del trauma cumulativo che riguarda l’esperienza quotidiana e protratta di fallimenti e carenze nelle cure materne, che vanno a costituire nel bambino delle microfratture nella coesione del Sé. Questo tipo di trauma è riconoscibile come una serie di circostanze di distress e mancata sintonizzazione nella relazione con la madre, che appaiono fattori secondari nella valutazione dello stato di salute mentale del bambino, ma che tuttavia a lungo termine generano una situazione di frammentazione (Khan, 1963). Il trauma cumulativo può caratterizzarsi per una serie di abbandoni, rifiuti, intrusioni, silenzi, mancata assoluzione delle necessità primarie del bambino di cure materne, mancata sintonizzazione affettiva e mancato rispecchiamento con la figura significativa. Gli eventi di natura traumatica hanno un profondo impatto sui bambini piccoli. I bambini con sintomi di stress traumatico spesso hanno difficoltà a regolare il loro comportamento e le loro emozioni. Possono provare paura in una situazione nuova, tentando di non distaccarsi dalla figura di riferimento, si spaventano facilmente, sono difficili da consolare e/o sono aggressivi e impulsivi. Possono anche avere problemi per addormentarsi e perdere le abilità che hanno acquisto recentemente durante lo sviluppo o sperimentare un eventuale declino della funzione mentale nel funzionamento psichico e nel comportamento. Queste esperienze traumatiche possono portare ad una vulnerabilità nello sviluppo di sintomi dissociativi, ansia e depressione. BIBLIOGRAFIAFerenczi S. (1932),La confusione delle lingue tra adulti e bambini. In Opere, vol. 4, Cortina, Milano 2002.Liotti G., Farina B., Sviluppi traumatici, Raffaello Cortina Editore, 2011Lingiardi V., McWilliams N. (2020), PDM 2, Manuale Diagnostico Psicodinamico, Cortina RaffaelloKahn, M. (1963),The Concept of Cumulative Trauma.The Psichoanalytic Study of the Child, vol. 18, Issue 1, 286-306.Van Der Kolk, B.A. (2015), Il corpo accusa il colpo, Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche, Raffaello Cortina Editore, Milano.Van Der Kolk, B.A, McFarlane A.C & Weisaeth, L. (2004),Stress Traumatico. Gli effetti sulla mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili. Magi, Roma.Van Der Kolk B., Olafson E., Liautaud, E. J., Mallah E., Hubbard, K. R., kagan, R., Lanktree, C., Blaustein, M., Cloitre, M., Derosa, R., Julian Ford, J., Spinazzola. J., Cook, A. (2005), Complex Trauma in Children and Adolescents, Psychiatr. Ann.

UN NUOVO NATALE: imparare a gioire dopo una perdita

Il Natale è un periodo particolarmente difficile per le persone in lutto, perché le vacanze sono di solito un momento in cui si guarda al futuro, ma ora il futuro appare difficile, inimmaginabile e l’incertezza crea sempre paura. Siamo dunque preoccupati per quello che dovremo affrontare.  Molte persone o famiglie in lutto, specialmente il primo Natale dopo la perdita, scelgono di non festeggiare nulla. Provano ad andare avanti con le loro vite, fanno come se fosse un giorno normale. Altre famiglie preferiscono fare qualcosa di diverso, come organizzare un viaggio in un posto diverso. Si tende a fare qualcosa che non ricordi queste date, che non ricordi quello che è successo, si tende a stare dove non si conosce nessuno… al sicuro dai rituali di Natale. Consigli su come affrontare il Natale Ciò che è chiaro è che dopo la perdita di una persona cara, nulla è più lo stesso. Tuttavia, prima o poi sarai costretto a costruire un nuovo Natale, ad affrontare la celebrazione che si ripeterà anno dopo anno e a creare nuovi modi di vivere queste vacanze. L’assenza di una persona cara diventa più evidente quando nessuno ne parla. Anziché evitare di parlare di chi non c’è più, impegnatevi a condividere ricordi e storie che riguardano quella persona durante le riunioni con amici e parenti, consiglia la psicoterapeuta Mayra Mendez, coordinatrice di un programma per le disabilità intellettive e dello sviluppo, nonché dei servizi per la salute mentale, presso il Providence Saint John’s Child and Family Development Center di Santa Monica, California. Mendez consiglia di concentrarsi sugli aneddoti divertenti e ricordarsi che va bene ridere e godersi questi ricordi insieme agli altri. È un modo perfettamente normale e sano per fare i conti con la tristezza. È importante parlare di ciò che si prova, condividere storie e ricordi sulla persona amata, e ricordare la vita di chi non c’è più in una cornice positiva, che celebri e onori l’esistenza di quella persona”, ha spiegato Mendez. Riduci i fattori di stress legati al periodo. Le feste sono piene di obblighi stressanti, come gli eventi sociali, lo scambio di regali e cucinare. Concediti il permesso di ridurre gli impegni per avere più spazio per guarire. Annullarsi completamente e non prendere parte ai festeggiamenti non è un’opzione salutare, ma di sicuro puoi prenderti delle pause e un po’ di spazio dagli eventi e dagli obblighi che causano uno stress non necessario. Tuttavia, Mendez sottolinea che è importante restare in contatto con la tua “rete di supporto” e comunicare i tuoi piani se scegli di rinunciare ad attività o incontri. Prova a chiedere aiuto. Mendez invita a cercare una cura o un sostegno che possa aiutarti se il dolore ti sembra insopportabile. Unisciti a gruppi di supporto, partecipa a conferenze o eventi della comunità religiosa e cerca l’aiuto professionale di un analista. Entrare in connessione con altre persone che condividono la tua stessa esperienza può aiutarti ed evitare l’isolamento, che potrebbe aumentare il rischio di depressione, aggiunge Mendez. Accettare ed affrontare la tua perdita è un passo importante nell’elaborazione del lutto. E anche se le vacanze sono un periodo frenetico, il tuo benessere mentale ed emotivo è troppo importante per essere trascurato. Fai attenzione ai comportamenti potenzialmente dannosi. Mendez dice che il periodo delle feste può intensificare le sensazioni di dolore e perdita, perciò fa’ attenzione alle tue emozioni. Spossatezza, perdita dell’appetito e sensazioni di apatia e impotenza possono indicare che il dolore provato potrebbe esporti al rischio di depressione. Gli esperti avvertono che questo può condurre a comportamenti poco sani, come consumo eccessivo di alcol, allontanamento dalle situazioni sociali o autolesionismo. Le prime festività senza una persona amata sono difficili. Anche se niente rimpiazzerà mai ciò che hai perso, prenderti cura di te stesso, dedicare del tempo al ricordo di quella persona e goderti le tradizioni delle feste può alleviare un po’ di sofferenza aiutandoti ad andare avanti nell’elaborazione del lutto. spiega Mendez  “Ci vuole tempo per adattarsi all’esperienza profonda e improvvisa della morte di una persona cara… Il dolore è il processo di adattamento generato da questa mancanza irreversibile”. E ricorda: Anche se i festeggiamenti, forse, non saranno più gli stessi, possono essere comunque gioiosi mentre ricordi una persona amata.

IL DENARO È SEMPRE MOTIVAZIONE ESTRINSECA?

Come tutti sappiamo, il denaro è una motivazione estrinseca per eccellenza!  Prima di continuare è utile ricordare la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca: siamo mossi da motivazione intrinseca tutte le volte che ci impegniamo in un’attività senza il bisogno di ricompense esterne, ma solo perché abbiamo piacere nel farla; invece, quando un’attività non ci porta di per sé alcuna gratifica, spesso per agire abbiamo bisogno di una motivazione estrinseca.  Ora dovrebbe essere più chiaro perché il denaro è sicuramente una delle motivazioni estrinseche. Se si lavorasse solamente per guadagnare, allora potremmo affermare che il denaro è sicuramente motivante. MA SIAMO CERTI CHE IN TUTTI I CONTESTI LAVORATIVI IL DENARO E’ UNA MOTIVAZIONE ESTRINSECA? Nei lavori ad alta motivazione intrinseca se si ancora il pagamento alla performance, gli incentivi estrinseci demotivano molto poiché fanno calare il piacere intrinseco della motivazione. Questo avviene poiché: c’è uno spostamento dell’attenzione dal piacere al dovere viene introdotta la dimensione del controllo (“se produci, ti pago”) si incrinano le relazioni rendendole più impersonali tra capi e utenti e più competitive tra colleghi si rischia che l’incentivo monetario sostituisca altri incentivi più importanti (come il supporto sociale, il sentirsi autonomi, il ricevere dei feedback…) Queste scoperte sconvolgono totalmente gli assunti degli economisti, in quanto in un’ottica prettamente economica e puramente comportamentista più si pagano le persone più le performance dovrebbero migliorare. In realtà, questi studi dimostrano che non è affatto vero che il rinforzo monetario agisce direttamente sulla prestazione, ma piuttosto sullo sforzo e sull’impegno che le persone ci mettono.  Inoltre, da alcune ricerche emerge anche l’esistenza di una bassa correlazione tra quanto si è pagati e quanto si è soddisfatti del proprio lavoro. Questo dipende dal fatto che possono esserci altri aspetti del lavoro considerati come più importanti (come i contenuti, l’autonomia, la job security, il worklife balance), dalla teoria dell’adattamento edonico, dal confronto sociale e dall’equità organizzativa percepita.  TEORIA DELL’ADATTAMENTO EDONICO Partendo dalla teoria dell’adattamento edonico, un cambiamento nel reddito può impattare sulla nostra soddisfazione solamente in modo temporaneo in quanto ci adattiamo presto alla nuova situazione. Il modello economico presuppone che a pari condizioni, si dovrebbero avere gli stessi livelli di soddisfazione. Facciamo un esempio: se lo stipendio non cala, la propria soddisfazione dovrebbe rimanere costante, ma in realtà non accade così. La nostra soddisfazione aumenta in concomitanza dell’aumento dello stipendio, ma dopo un certo periodo di tempo i livelli di questa diminuiscono. Questo accade perché il nostro sistema percettivo funziona per variazioni e ci adattiamo facilmente alla nuova circostanza. EFFETTO DEI PARI E DELLA POSIZIONE RELATIVA In aggiunta, la nostra soddisfazione non deve mai essere considerata in termini assoluti, ma relativi: ci riteniamo soddisfatti della nostra paga in base a quanto guadagnano i nostri colleghi. Questo è dovuto al cosiddetto effetto dei pari e della posizione relativa: se percepiamo di non essere tra i primi in classifica, è più probabile che proviamo un senso di insoddisfazione. EQUITA’ ORGANIZZATIVA PERCEPITA Infine, al di là del valore assoluto del nostro stipendio, è più importante capire quanto le persone percepiscono che la loro paga sia equa rispetto a quella dei colleghi e quanto sia equa rispetto al contributo che ognuno personalmente porta. Per concludere, considerare il denaro solamente come una motivazione estrinseca è molto rischioso in quanto in certe situazioni può assumere un potere negativo. Per questi motivi, l’incentivo monetario deve essere trattato con molta cura! BIBLIOGRAFIA: Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollar and sense. How we misthink money and how to spend smarter. USA Kahneman, D., Knetsch, J.L, & Thaler, R.H. (1990). Experimental tests of the endowment effect and the coarse theorem. Journal of Political Economy, 98(1990), 1325-1348 Singler, E. (2018). The four challenges of behavioral science in the workplace: cognitive biases in action. (a cura di), Nudge management: applying behavioral science to boost well-being, engagement and performance at work(pp.47-87). Francia: Pearson

Il colloquio clinico di stampo psicodinamico

Il colloquio costituisce lo strumento più importante a disposizione dello psicologo clinico. Poiché “l’oggetto d’indagine” è un individuo, nulla può sostituire la conoscenza diretta dell’altro che si verifica attraverso il dialogo. L’approccio psicodinamico al colloquio clinico si basa sull’importanza della relazione tra terapeuta e paziente. Quando questi ultimi s’incontrano per la prima volta sono due sconosciuti che entrano in contatto, ciascuno con una serie di aspettative riguardanti l’altro. La cornice concettuale del colloquio dinamico è che coinvolge due persone. Ciascuno porta un passato personale nel presente e proietta aspetti interni di rappresentazioni del Sé e dell’oggetto nell’altro (Langs). Uno dei compiti principali del terapeuta psicodinamico è quello di differenziare i sentimenti e le reazioni verso il paziente che nascono dal controtransfert in senso stretto da quelli che nascono da vissuti propri. Questo dipende dalla familiarità che ciascuno ha con il proprio mondo interno per cui avere un’esperienza di trattamento personale (psicoanalisi o psicoterapia) è estremamente preziosa per individuare e comprendere il controtransfert. Il transfert è attivo in ogni relazione significativa, elementi di transfert sono presenti fin dal primo incontro tra terapeuta e paziente. Il transfert può svilupparsi addirittura prima dell’incontro poiché entrambi possono farsi una costruzione dell’altro attraverso delle informazioni che possiedono. Il transfert è per definizione una ripetizione, cioè i sentimenti associati ad una figura vengono vissuti nei confronti del terapeuta nel colloquio. Ovviamente gli schemi transferali in un colloquio clinico psicodinamico forniscono indicazioni su relazioni significative della vita del paziente. Per terapia psicodinamica s’intende un metodo di cura fondato sul presupposto teorico che i problemi psicologici siano la manifestazione di conflitti interni alla psiche e che la chiave del loro superamento stia nel portare il paziente a prendere conoscenza di tali conflitti. Il primo obiettivo di un colloquio psicodinamico deve essere sempre quello di stabilire un rapporto ed una comprensione condivisa. Ciascun individuo è l’autore della propria storia. Ognuno vive contemporaneamente in un mondo esterno ed in un mondo interno: nel primo si è più coscienti, nel secondo si è all’oscuro. Il mondo interno inconscio determina i sentimenti e le azioni che si hanno nel mondo esterno. Tra il mondo interno e quello esterno c’è una costante interazione. Se essi sono in armonia non si verificano problemi, ma se i progetti e i desideri consci differiscono da quelli inconsci ci troviamo di fronte al conflitto e alla confusione. Il colloquio clinico che si svolge tra due persone avviene in un luogo e questo luogo ha una grande importanza nello svolgimento del colloquio stesso. Tale relazione s’inscrive all’interno di un setting con il quale mantiene un rapporto dinamico. Il compito del terapeuta è quello di cercare di essere empatico e far sentire il paziente accettato e considerato come una persona unica con problemi propri. I terapeuti che cercheranno di immergersi empaticamente nelle esperienze dei pazienti favoriranno un legame con loro basato sul tentativo di comprendere il punto di vista del paziente. Piuttosto che fare commenti rassicurativi (tipici di amici e familiari), il terapeuta dovrebbe riconoscere e condividere con il paziente la sua sofferenza. Accanto a questo dovrebbe cercare di interpretare il materiale che porta il paziente stando attento alle difese che sono in atto. Il terapeuta non è “un genitore che giudica”, ma un genitore comprensivo che cerca di guidarlo per le strade della sua mente. Un approccio psicodinamico fornisce una comprensione diagnostica estremamente attenta alle debolezze e alle forze dell’io dei pazienti, alle loro relazioni oggettuali intrapsichiche quali si manifestano nei rapporti familiari e sociali, alla loro capacità di lavoro psicologico e alle origini infantili dei loro attuali problemi. Una valutazione psicodinamica può portare il clinico a valutare interventi interpretativi e fa affiorare materiale inconscio.

Regolare le emozioni dei bambini

Regolare le emozioni dei bambini è un compito che l’adulto deve svolgere. Quali sono le strategie da attuare? La regolazione emotiva indica la capacità di modulare l’intensità e la durata delle emozioni, valutando l’ambiente e adattandosi in modo flessibile a seconda del contesto in cui ci si trova. Nei bambini, tra 0 e 3 anni, quando si sperimenta un’emozione, ad essa, usualmente, corrisponde un’azione, senza che ci sia la mediazione del pensiero (come avviene per gli adulti). Per questo motivo, il bambino non è in grado di gestire le sue emozioni e quindi le azioni e, in questo, è necessario l’intervento dell’adulto. In cosa può consistere? E’ importante che i bambini vengano contenuti da un adulto capace di sorreggere le loro emozioni, regolarle e mostrare quali possono essere i comportamenti più funzionali. In questo modo, col passare del tempo, impareranno da soli a gestire i propri stati emotivi. All’età di circa 7, 8 anni i bambini sviluppano la metacognizione, grazie alla quale possono riflettere sui propri stati mentali ed auto-osservarsi. Così, imparano a gestire da soli le proprie emozioni, anche quelle più intense. Il bambino, dunque, necessita di un adulto che sia emotivamente disponibile e sufficientemente in sintonia con lui, in modo da fornirgli aiuto quando, in preda alle proprie emozioni, può mettere in atto reazioni intense. Tuttavia, il passaggio all’autoregolazione emotiva è un processo soggettivo. Le differenze dipendono sostanzialmente sia da fattori di natura biologica e temperamentale sia possono essere legati agli stili di attaccamento e ai contesti educativi. Non dimentichiamo, dunque, che quelli che definiamo “capricci“, a volte sono espressione di un bambino che sta comunicando, con i mezzi che ha a disposizione, ciò che vive in quel momento. Più il bambino è piccolo, più comunica attraverso i propri comportamenti. E’ utile dunque che l’adulto in questi momenti si chieda: come si sente? che bisogni ha? Siamo noi adulti che, avendo una maturità diversa, abbiamo la capacità di fermarci a riflettere per gestire in modo adeguato le diverse situazioni, in un modo che sia utile per la crescita dei nostri bimbi. Ma vediamo insieme qualche strategia che l’adulto potrebbe utilizzare: fornire al bambino un contatto fisico rassicurante (holding). Il contenimento può essere utile sia in casi di rabbia che di agitazione o tristezza. In questo modo il bambino comprende che l’adulto è più forte delle loro emozioni e questo li può rassicurare. Nominare il più possibile ciò che sta succedendo e offrirgli alternative di comportamento lo aiuta a comprendere e poi a padroneggiare quello che vive. Ricordiamoci che tutte le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti! Anche l’adulto può esprimere i propri sentimenti al bambino, valutando bene il momento. Se ciò che l’adulto sta provando è disorganizzante, sarebbe meglio allontanarsi e riavvicinarsi quando si è calmi, spiegando ciò che è successo. “L’adulto deve fare bene l’adulto se si vuole che il bambino impari a fare bene il bambino” G. Nicolodi

Come vi fa sentire il Natale? I rituali e la loro funzione

Il periodo di Natale è un momento complesso dell’anno. Al di là del significato religioso, il Natale e i rituali che lo accompagnano – cene, pranzi, scambi di regali – porta con sé diverse e spesso contrapposte emozioni. Alcune persone lo vivono come una festività gioiosa e importante per rafforzare e celebrare i legami familiari, altre lo soffrono per lo stesso motivo: quando si hanno legami ambivalenti o negativi con le persone che compongono la famiglia, o se non si ha un nucleo familiare con cui festeggiare, o si è subita una perdita o un lutto, il Natale può diventare fonte di grande sofferenza e acuire le esperienze di solitudine degli individui. Il Natale, con la sua portata di emozioni comunque forti, positive o negative, è un perfetto esempio di uno dei comportamenti umani più frequenti in tutte le culture e a tutte le latitudini: l’utilizzo del rituale. I rituali accompagnano la nostra esistenza dalla nascita alla morte e hanno un potentissimo effetto sia sociale sia psicologico: contribuiscono a strutturare la nostra vita. I rituali di gruppo accompagnano e definiscono gli eventi sociali significativi : nascite, compleanni, matrimoni, funerali, lauree, etc. Molte persone hanno rituali personali che aiutano a organizzare le loro giornate: iniziare la giornata con gli stessi gesti, fare alcune azioni prima di una prova importante; esistono mille possibilità di ritualizzare un momento e ognuno di noi conosce i propri gesti ripetuti in occasioni personali di vario rilievo. La ripetizione è la chiave e l’essenza del rituale e la ricerca – psicologica, antropologica e sociale – conferma che i rituali offrono  numerosi vantaggi psicologici, dandoci un senso di controllo e contribuendo a ridurre l’ansia relativa a un particolare evento. Tornando al Natale, periodo in cui i dolci saranno protagonisti, parliamo di un’altra funzione del rituale: quella di amplificare il piacere. I ricercatori dell’Università del Minnesota e di Harvard hanno dimostrato che l’attuazione di un rituale aumenta il piacere di mangiare cioccolato. L’esperimento era semplice e ha coinvolto due gruppi di persone. Ad un gruppo veniva data una barretta di cioccolato e si invitavano le persone a mangiarlo. Ad un secondo gruppo, prima di far consumare la barretta di cioccolato,  i ricercatori chiedevano di eseguire un rituale: spezzare a metà la barretta di cioccolato senza rimuovere la confezione esterna, quindi scartare solo metà della barretta e mangiarla, e infine scartare la seconda metà e mangiarla. È stato in seguito somministrato un questionario a tutti i partecipanti. Rispetto alle persone del primo gruppo, i partecipanti del secondo gruppo, che avevano eseguito il rituale, hanno attribuito punteggi significativamente più alti, testimoniando di avere apprezzato di più il cioccolato, di averlo mangiato più lentamente per poterlo assaporare e di averlo valutato come più saporito. I rituali sembrano quindi anche aumentare il piacere e il nostro coinvolgimento nelle esperienze. Se il Natale non è la vostra passione, potete pensare di creare un piccolo rituale personale per sopportarlo più facilmente; o, perlomeno, per amplificare il piacere di qualcosa che vi piace. E aiutarvi, così, a superarlo meglio.