Cambiamento climatico: come promuovere azioni concrete?

La comunità scientifica, da anni, ci sta mettendo in guardia riguardo i pericoli futuri derivati dalle conseguenze del cambiamento climatico. Eppure non molto stiamo facendo per provi rimedio. Perché? Uno dei problemi principali del cambiamento climatico è la sua astrattezza: le conseguenze per la collettività a lungo termine sono molto più astratte delle conseguenze per il sé nel qui e ora[1]. La scienza psicologica può offrire soluzioni evidence-based al cambiamento climatico? Cambiamento climatico come dilemma sociale I dilemmi sociali sono conflitti tra l’interesse personale a breve termine e l’interesse collettivo a lungo termine. Il cambiamento climatico può essere descritto come un dilemma sociale pervasivo, che coinvolge (a) conflitti sociali tra interessi personali e interessi collettivi e (b) conflitti temporali tra interessi a breve termine e interessi futuri[2]. I dilemmi sociali sono piuttosto complessi perché rappresentano una sfida per la mente umana, che per molte persone è focalizzata sull’interesse personale a breve termine. Ci sono molte ragioni per cui gli individui possono in gran parte ignorare il cambiamento climatico: economia, convenienza e bias ottimistico, tra i tanti[1]. Ma tutto ciò continua a verificarsi perché il concetto di cambiamento climatico e le sue conseguenze sono difficili da comprendere appieno. Il cambiamento climatico è reale, ma è difficile “vedere” quanto sia reale. Mentre le persone possono avere una forte preoccupazione per l’ambiente, la complessità di questo particolare dilemma sociale – la sua astrattezza, estensione del tempo e natura intergruppo – tende a scoraggiare le azioni che aiutano a ridurre il cambiamento climatico[2]. In che modo è possibile promuovere azioni che aiutino a garantire un ambiente e un futuro sostenibili? Avendo compreso come la distanza psicologica è uno dei problemi chiave della spinta ad agire per il cambiamento climatico, la soluzione sarebbe passare dall’astrattezza alla concretezza[1]. Spostare il concetto di cambiamento climatico da un’idea astratta a un problema più concreto con conseguenze nel mondo reale, stimolerebbe probabilmente le persone ad agire. La serietà e l’urgenza sono cruciali per un cambiamento di comportamento e per incrementare la cooperazione. Come rendere psicologicamente più urgenti le conseguenze future? 1 – Rendere le conseguenze del cambiamento climatico più concrete: l’educazione sulle conseguenze concrete del cambiamento climatico aumenterebbe probabilmente la fiducia degli individui riguardo il suo impatto negativo e li incoraggerebbe ad agire, sebbene questa educazione debba essere adattata alle diverse comunità per essere efficace. 2 – Rendere il futuro più concreto: pensare al futuro dei propri figli e nipoti può rendere meno astratta la preoccupazione per il futuro del mondo, riducendo la distanza psicologica del cambiamento climatico. Anche pensare come la propria comunità o i luoghi familiari e vicini possano cambiare a causa del cambiamento climatico può aiutare a diminuire l’astrattezza delle conseguenze del cambiamento. 3 – Ridurre l’incertezza quando possibile (e plausibile): è necessario incrementare la spiegazione e la comprensione di concetti scientifiche e combattere le fake news. Inoltre, piuttosto che concentrarsi sugli aspetti negativi, gli approcci psicologici positivi possono essere più efficaci nell’aumentare i comportamenti sostenibili. Insegnare come impegnarsi in comportamenti sostenibili anche nelle proprie comunità potrebbe ispirare le persone, riducendo l’incertezza e promuovendo un senso di speranza e ottimismo. È possibile anche sviluppare, così, le proprie idee e suggerimenti su come affrontare il cambiamento climatico, aumentando la motivazione intrinseca. Questo tipo di motivazione ha spesso più successo della motivazione estrinseca nell’iniziare e sostenere il cambiamento del comportamento ambientale. 4 – Rendere più concrete le azioni strumentali: un feedback concreto sui risultati positivi è essenziale per promuovere il riconoscimento della gravità e dell’urgenza del cambiamento climatico. In conclusione, promuovere un senso di concretezza, ciò che si può fare in termini di azione effettive, spesso comporta una chiara intenzione attuativa. Misure e azioni concrete a livello locale riducono la distanza psicologica del cambiamento climatico. La responsabilità individuale può quindi diventare responsabilità collettiva, in base alla quale le persone si ispirano, si incoraggiano e si correggono a vicenda nel tentativo di raggiungere gli obiettivi per combattere il cambiamento climatico. Organizzato in questo modo, il successo a livello locale può poi diventare un successo a livello globale. Per combattere il cambiamento climatico, individui, comunità e governi devono lavorare insieme per ridurre la distanza psicologica del cambiamento climatico e designare il futuro del pianeta come la preoccupazione principale. Fonti [1] Van Lange P.A.M. e Huckelba A.L. (2021). Psychological distance: How to make climate chiange less abtract and closer to the self. Current Opinion in Psychology, 42:49–53. https://doi.org/10.1016/j.copsyc.2021.03.011 [2] Van Lange P.A.M., Joireman J. E Milinski M. (2018). Climate change: what psychology can offer in terms of insights and solution. Current Directions in Psychological Science, 24($), 269-274. doi: 10.1177/0963721417753945

Come praticare l’Alimentazione Consapevole

Consigli semplici per chi non ha il tempo di contemplare l’uvetta di Greta Monica Del Taglia Per molti di noi non è fattibile mangiare con consapevolezza ad ogni pasto, come potrebbe invece avvenire facilmente durante un percorso terapeutico o un corso di meditazione, soprattutto per le innumerevoli distrazioni e impegni quotidiani. Anche perché, familiari, amici e colleghi, potrebbero non avere abbastanza tempo o pazienza di condividere i pasti con noi, che ci prendiamo una pausa ad ogni singolo boccone. La mindful eating (alimentazione consapevole) può essere praticata durante un percorso terapeutico o in occasioni particolari, mentre un’attenzione consapevole all’atto del mangiare dovrebbe diventare uno stile di vita e far parte della nostra quotidianità. Vengono qui elencati alcuni suggerimenti da tenere in considerazione per differenziare un’alimentazione meccanica da un’alimentazione consapevole in modo da riconnettere corpo e mente. Mindless Eating (alimentazione non consapevole) Mindful Eating (alimentazione consapevole) Riempirsi di cibo ignorando i segnali del proprio corpo Ascoltare il proprio corpo e fermarsi quando si è sazi Mangiare in base all’emozione del momento (ad esempio, se tristi, annoiati, soli…) Mangiare quando il corpo lo richiede (ad esempio, quando borbotta lo stomaco, quando l’energia cala). Mangiare da soli, in orari e posti casuali Mangiare con gli altri, ad orari regolari e seduti a tavola Mangiare cibi consolatori Mangiare cibi salutari e genuini Considerare il cibo un prodotto finito Considerare la provenienza del cibo Mangiare e contemporaneamente dedicarsi ad altre attività Mangiare senza distrazioni 1. Riconnettere mente e corpo – Mangiare velocemente, riempirsi di cibo e ignorare i segnali del corpo Vs mangiare lentamente e fermarsi quando si avverte la sazietà. Rallentare è il modo migliore per permettere a mente e corpo di comunicare e decidere di cosa abbiamo bisogno per nutrirci. Il corpo invia i segnali di sazietà dopo circa 20 minuti dall’inizio del pasto, questo è il motivo per cui spesso mangiamo di più. Ma, se rallentassimo, potremmo dare la possibilità al nostro corpo di mangiare nella giusta quantità. Alcuni suggerimenti per rallentare sono risaputi: sedersi, masticare a lungo, posare le posate tra un boccone e l’altro, e tutti quei vecchi rimedi che potrebbero sembrarci noiosi. 2. Imparare ad ascoltare il corpo – “Stai rispondendo ad un bisogno emotivo o ad un bisogno fisiologico?” Spesso ascoltiamo prima la nostra mente, ma come in molte pratiche di meditazione, dovremmo sintonizzarci prima con il nostro corpo. Anziché mangiare quando siamo in preda alle emozioni, come stress, solitudine, tristezza, frustrazione, noia, ecc. dovremmo fermarci e chiederci: “Il nostro stomaco borbotta? Siamo stanchi? Siamo un po’ confusi?”. Troppo spesso si ascoltano le emozioni, meno le richieste del corpo. La vera consapevolezza nell’alimentazione si raggiunge quando si ascolta in profondità il segnale della fame. Bisognerebbe, quindi, chiedere a se stessi: “Quali sono i miei segnali di fame fisica, e quali le cause scatenanti della mia fame emotiva?”. 3. Sviluppare uno stile alimentare salutare – Mangiare da soli e in modo casuale Vs Mangiare con gli altri, seduti a tavola e ad orari regolari. Un altro modo di mangiare in modo automatico è quando gironzoliamo cercando nelle credenze, mangiando quello che ci capita, a qualsiasi ora, invece di pianificare pasti e spuntini. Mangiare con consapevolezza ci permette di rallentare e impedisce che i segnali di fame compaiano anche in situazioni non ideali (ad esempio, per evitare di prendere l’abitudine di mangiare in macchina tutti i giorni e a qualsiasi ora). Sebbene non siano banditi gli spuntini, tenere una routine alimentare consente di ottenere notevoli benefici sull’umore e sul sonno. Questo significa sedersi (ad un tavolo!), mettere il cibo in un piatto e non mangiarlo dalla scatola, usare le posate e non le mani. Ciò che aiuta è anche mangiare con altre persone, ci si può godere maggiormente il cibo e la conversazione, senza il rischio di mangiare troppo o troppo poco. Tutto parte da come mettiamo in ordine la spesa nel frigo o nelle credenze. Bisogna fare attenzione a cosa è in vista; se ci limitiamo a mangiare in cucina o nella sala da pranzo, abbiamo la possibilità di mangiare in modo più consapevole e salutare. Quando il cibo è in vista, tendiamo a mangiarlo e, spesso, si tratta di cibo spazzatura. Ci sono molte ragioni per cui l’esercizio dell’uvetta è molto potente, una di queste è che rallentando e mangiando cibi salutari come l’uvetta, riusciamo di più ad apprezzarne il gusto e il sapore senza doverci convincere delle loro tanto decantate proprietà nutritive. Non è necessario pianificare ogni boccone, è importante essere flessibili, godersi i pasti più abbondanti durante le festività e in occasioni particolari. Inoltre, nell’alimentazione quotidiana, è opportuno non imporsi restrizioni, per evitare di eccedere in un secondo tempo e avere dei sensi di colpa. Un altro consiglio è evitare di fare la spesa quando si è affamati, oltre a non “sentirsi autorizzati”, un effetto psicologico che può influenzare i nostri comportamenti alimentari, è quello del “sentirsi autorizzati”, che ha dimostrato come i consumatori che comprano un cibo salutare (ad es., il cavolo), siano portati successivamente a scegliere prodotti “poco sani” (ad es., alcol o gelati). La persona agisce in modo da rafforzare un’immagine positiva di sé (facendo scelte salutari), ma poi tende a fare scelte negative (comprando cibo spazzatura). 4. Comprendere le motivazioni – Mangiare cibi consolatori dal punto di vista emotivo Vs Mangiare cibi salutari dal punto di vista nutritivo. Si tratta di una sfida difficile, ma si possono trovare cibi salutari e, al tempo stesso, appaganti. Ma tornando alla nostra uvetta: “Prima di provarla ci sembrava stuzzicante?”. Vi sono molte ragioni per cui l’esercizio dell’uvetta è molto potente, soprattutto perché, quando rallentiamo e mangiamo cibi sani, spesso riusciamo ad apprezzarli maggiormente rispetto a quando ci convinciamo delle loro proprietà nutritive. Abituandoci a mangiare in modo più sano, sarà più facile non abbuffarci di cibi calorici, riuscendo ad apprezzare una varietà di cibi nutrienti e salutari. 5. Come approcciarsi al cibo – Tenere conto da dove provengono i cibi Vs Considerare il cibo un prodotto finito. A meno che non siate agricoltori o

Come sono gli adolescenti di oggi

L’adolescenza è una tappa evolutiva che consente il passaggio dall’infanzia all’età adulta, o almeno così dovrebbe essere. Oggi sembra che in alcune persone, invece, sia uno stato continuo in cui vivono per troppi anni. Gli adolescenti sono un mondo a parte, un mondo meraviglioso e imprevedibile, spesso incomprensibile. I genitori pretendono che i figli adolescenti siano responsabili, ordinati, maturi…. Ma non ricordano più loro com’erano a quell’età ?!? È un’età complessa e affascinante allo stesso tempo poiché ci si sente padroni del mondo e allo stesso tempo un puntino nell’oceano. Alle scuole medie si vedono ragazzini che iniziano il loro percorso di studio che sono ancora dei bambini e che all’ultimo anno “sbocciano” e diventano adolescenti a tutti gli effetti. La preadolescenza (dagli 11 ai 13 anni circa), segna la fine della fase di latenza ed è un periodo in cui avviene un aumento delle pulsioni libidiche ed aggressive, maschi e femmine intraprendono percorsi di sviluppo psicologico diversi a questo punto. Dentro di loro avviene un cambiamento radicale: gli ormoni impazziscono, il corpo cambia e le emozioni si confondono, spesso passano dall’euforia alla depressione in un attimo. Questa è l’età in cui si definisce meglio la personalità, si mette in ordine il proprio vissuto infantile per strutturarsi maggiormente. Lo psicoanalista Peter Blos, basandosi sul lavoro di Margaret Mahler, parla di un secondo processo di separazione-individuazione attraverso il quale gli adolescenti cercano di definire la loro nuova identità affrancandosi dai genitori e dalla loro famiglia migrando nell’età adulta. Questo è un processo che si alterna fra il desiderio di emancipazione dai genitori e la paura regressiva che ne impedisce il distacco. Nella prima fase dell’adolescenza (dai 13 ai 15 anni circa) i ragazzi sono fortemente influenzati dal gruppo dei pari ed affrontano la sfida della separazione rompendo i legami con gli oggetti primari. Successivamente (dai 15 ai 18 anni circa) emergono con forza gli impulsi sessuali e forme più evolute di pensiero. Nella tarda adolescenza (dai 18 ai 20 anni) la struttura fisica si solidifica e si delineano gli interessi nelle aree del lavoro, dell’amore e dell’ideologia. Dopo queste fasi, segue quella della post-adolescenza che armonizza le varie parti della personalità dei soggetti facendoli approdare all’età adulta. L’adolescenza è anche l’età in cui emergono le patologie psichiatriche, che possono andare dal disturbo alimentare al disturbo di personalità. A volte, inizialmente è difficile capire il confine tra malattia mentale ed un normale comportamento adolescenziale. Gli adolescenti spesso non pensano, agiscono senza rendersi conto delle conseguenze delle loro azioni. Nel mondo psicoanalitico, il concetto di acting out significa “passaggio all’atto” cioè il mettere in atto una serie di comportamenti inconsci, impulsivi, atti che potrebbero arrivare addirittura all’omicidio o al suicidio. Per questo motivo l’età adolescenziale è una fase molto delicata e complessa.

Avere a che fare con la perdita durante il Covid-19

Il Covid-19 ha obbligato il genere umano a rapportarsi con la perdita: un aspetto che fa parte della vita, spesso mal tollerato. Tutti, nel corso di questi ultimi due anni, abbiamo ascoltato telegiornali o programmi televisivi o conferenze che ci hanno riportato un numero sempre maggiore di decessi, mentre alcuni di noi, oltre ad ascoltare determinate notizie alla televisione, purtroppo hanno perduto persone care e vivono ancora più da vicino gli effetti disastrosi di questa pandemia. Ognuno di noi ha la sua storia e a ognuno di noi il Covid-19 ha fatto perdere qualcosa o qualcuno. Pertanto vorrei che ciascuno provasse a indirizzare le parole di questo testo alla propria esperienza. Perché la perdita ha accomunato tutti: chi ha perso la possibilità di avere vicino gli amici o i familiari che vivono lontano; chi ha perso l’occasione di salutarsi o la possibilità di festeggiare; chi ha perso il lavoro e tutti abbiamo perso la nostra quotidianità e il ritmo che scandiva le nostre giornate. Le fasi del lutto: Elisabeth Kubler Ross ha descritto cinque fasi che conducono all’elaborazione di una perdita e che non devono necessariamente presentarsi in questa sequenza:   Negazione: “non posso crederci, sembra un film, è surreale“. La realtà e il dolore è talmente intollerabile che abbiamo bisogno di difenderci, rifiutando che sia vero. Contrattazione: nonostante i momenti di sconforto, vi sono anche momenti in cui si immagina il dopo e si sognano le cose che si vorrebbero fare. Rabbia: ci si sente soli e si ha bisogno di direzionare la rabbia esternamente (verso il sistema, verso gli altri) oppure internamente. Depressione: sembra non esserci proprio via d’uscita, questa è la fase in cui si guarda con maggiore consapevolezza alle perdite subite. Accettazione: si riesce a creare un nuovo equilibrio che ci definisca e che sia in continuità con la nostra storia personale Perché è così difficile che l’elaborazione avvenga durante la diffusione di questo virus? Più la perdita avviene improvvisamente, senza avere la possibilità di prepararsi all’idea che “da domani” bisognerà abituarsi a vivere la quotidianità in un modo diverso, più diventa difficile riuscire a reintegrarla nella propria storia; inoltre l’elaborazione inizia anche grazie a dei rituali, dei gesti che aiutano a  prendere consapevolezza di ciò che è avvenuto, a tirare fuori le proprie risorse e a proseguire nel corso della propria vita, nonostante il dolore subito. Chi ha creato una nuova routine probabilmente avrà notato un graduale adattamento alla nuova realtà, avvenuto proprio grazie all’utilizzo di strategie di coping. In psicologia, con il termine coping, si fa proprio riferimento a tutte quelle strategie mentali e comportamentali che consentono all’individuo di fronteggiare lo stress e le difficoltà che si presentano. Quando si sceglie di agire, nonostante la sofferenza provata, si sta ampliando la flessibilità psicologica donando vitalità alla propria vita. Mantenendo, invece, una visione di sé e del mondo rigida, ci si focalizzerà soltanto su ciò che non può essere fatto, perdendo la possibilità di compiere azioni che riempiano i momenti e che conducano a realizzare obiettivi che aggiungano valore alla propria vita. E’ proprio durante una crisi che ci si sente più fragili poiché viene messo in discussione il proprio equilibrio. L’etimologia del termine “crisi” deriva dal latino crisis e dal greco κρίσις (scelta, decisione). E la crisi rappresenta, pertanto, anche il momento più fertile, quello in cui abbiamo l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività, della vitalità e riorganizzare la propria vita in un modo diverso. “L’ordine è necessario per non perdersi, il disordine per ritrovarsi” Radomska Ma come fare? Essere bloccati, “sentire che la propria vita sia ferma” può diventare occasione di ripartenza. Pensiamo a un corridore che, prima di iniziare la sua corsa o vincere una maratona, è fermo nella sua postazione di partenza fino allo scoppio di un colpo di rivoltella che sancisce il “via!”

Lo farò domani… Procrastinare è umano, ma a volte diventa diabolico

Qual è la portata psicologica della procrastinazione? L’abbiamo provata tutti: è un irresistibile chiamata a rimandare qualcosa, a non iniziare un compito, a ritardare in ogni modo. E per alcuni, con l’andare del tempo, diventa una trappola faticosa, che rende molte azioni quasi impossibili, perché incagliate nella palude della sospensione. Ma cosa significa per la nostra mente procrastinare? La ricerca neuroscientifica ha trovato evidenze del fatto che l’amigdala è coinvolta anche nella procrastinazione. Ne abbiamo già parlato, a proposito delle memorie traumatiche e dei sogni a contenuto spaventoso: l’amigdala è quella struttura a forma di mandorla che si è sviluppata nel nostro cervello in un lungo passato evolutivo e che funziona da meccanismo di sopravvivenza, per proteggerci dal pericolo. La sua funzione iniziale, in presenza di minacce nell’ambiente che ci circondava, era quella di rilasciare ormoni utili a spingerci a fuggire dalla situazione pericolosa incontrata. Oggi siamo raramente in presenza di minacce per la nostra sopravvivenza, non incontriamo tigri o orsi o predatori voraci ogni giorno; ma il meccanismo si attiva anche quando incontriamo un compito che troviamo poco attraente, difficile o che ci provoca ansia nella vita quotidiana. Quando il sistema limbico individua un come minaccioso, sgradevole, complicato, l’amigdala si attiva come davanti a un T-rex, per spingerci a evitare la fonte della minaccia. Evitandolo oggi e domani, e domani ancora, ci troviamo a procrastinare indefinitamente. Ma quale soluzione si può tentare, per evitare di evitare? Molte ricerche concordano nello stabilire come una tabella di marcia possa funzionare da “calmante” per l’amigdala.  In poche parole, è in nostro potere attenuare la reazione al compito che sentiamo come difficile o ansiogeno. Si tratta di avvisare – passatemi il termine – il nostro cervello: ad esempio, informarlo che ci esporremo solo per poco tempo alla minaccia. Un’azione volontaria e specifica che può disinnescare, o perlomeno attenuare, il sistema di protezione automatico. Un esempio pratico? Programmare un timer per dedicare 25 minuti, senza distrazioni, all’azione che vorremmo rimandare; finiti i 25 minuti, sospendere e fare una pausa di 5 minuti; ripetere per quattro volte e poi riposarsi per una trentina di minuti. È una tecnica semplice, che consente di ottenere risultati utili, iniziando a fare progressi verso l’obiettivo finale. A questo punto, occorre registrare e apprezzare ogni piccolo avanzamento: i ricercatori hanno rilevato che celebrare ogni piccola vittoria sostiene la motivazione e la aumenta ogni volta, nella direzione di raggiungere l’obiettivo. Quindi: rassicurare il sistema limbico con un’azione frammentata e registrare e celebrare i primi risultati, che rinforzano la motivazione, è un esercizio che può aiutare ad evitare la procrastinazione. Per diventare più produttivi e sentirsi più soddisfatti di sé.

Iperconnessione e insonnia: siamo la società che non dorme mai

iperconnessione insonnia

Iperconnessione e insonnia: quando il nostro rapporto con la tecnologia genera stress.Nei precedenti articoli abbiamo parlato delle implicazioni psicologiche correlate all’uso delle nuove tecnologie. L’avvento di questi nuovi canali ha generato una profonda trasformazione nel modo di comunicare e relazionarci e nel comportamento umano online e offline nella sua globalità. Nonostante siano un preziosissimo strumento, l’uso poco consapevole dei social network e di internet può generare comportamenti disfunzionali, che si sono accentuati notevolmente durante il lockdown. Le fisiologiche limitazioni imposte dalla pandemia hanno portato a un utilizzo smisurato degli strumenti digitali per proseguire le normali azioni della vita quotidiana e colmare l’assenza di contatto e relazioni in presenza. Abbiamo visto così nascere problematiche di internet addiction e di social addiction, ovvero veri e propri casi di iperconnessione e dipendenza dai nuovi media. In particolare sono aumentati fenomeni come la nomofobia: l’utilizzo compulsivo dello smartphone e dei social network e la costante sensazione di perdersi qualcosa se non si è perennemente connessi. Ma lo stress generato dall’iperconnessione non riguarda soltanto i momenti di svago, anzi. L’introduzione dello smart working ha costretto le persone meno avvezze alla tecnologia ad apprendere e padroneggiare in breve tempo gli strumenti digitali, facendo i conti con un senso di inadeguatezza e impotenza che genera distress e frustrazione. L’iperstimolazione tecnologica del telelavoro e la costante reperibilità da remoto ha reso sempre più labili i confini tra vita privata e vita professionale, fonte di stress perpetrato che spesso genera in burnout: sindrome da esaurimento emotivo. L’estensione delle ore di lavoro, già difficili da conciliare con la vita domestica, ha portato ad una drastica riduzione delle ore di sonno caratterizzate inoltre da una scarsa qualità del riposo. Questo fenomeno è stato approfondito dall’indagine condotta dall’Università dell’Aquila durante il primo lockdown su 2.123 italiani, da cui è emersa una forte correlazione tra insonnia e dipendenza digitale.In particolare negli utenti che hanno intensificato l’esposizione ai dispositivi digitali, è stato riscontrato un notevole peggioramento della qualità del sonno, caratterizzato da sintomi di insonnia, riduzione delle ore di riposo e ritardo nelle fasi di addormentamento e risveglio. Ancora una volta questi risultati ci portano a riflettere sul bisogno di educazione e preparazione all’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie per integrarle nella propria vita quotidiana in maniera corretta, sana ed efficace.

L’impatto psicologico della Procreazione Medicalmente Assistita

di Cinzia Iole Gemma Per affrontare la tematica della procreazione medicalmente assistita è necessario anzitutto definire cosa s’intende per fertilità e sterilità. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una coppia è da considerare infertile quando non è in grado di concepire o di avere un bambino dopo un anno o più di rapporti non protetti, viceversa è da considerare sterile una coppia nella quale uno o entrambi i coniugi sono affetti da una condizione fisica permanente che non renda possibile avere dei bambini. Secondo l’OMS l’infertilità rappresenta un problema che colpisce il 10%-15% degli individui in età fertile, perciò su scala mondiale si stima l’infertilità di 50-80 milioni di soggetti, in particolari nei paesi industrializzati. Questo quadro secondo quanto riportato, può aumentare nel prossimo futuro, anche a causa di un numero crescente di donne che decidono di ritardare la possibilità di avere dei bambini. Per milioni di coppie nel mondo, l’impossibilità biologica di avere dei bambini è considerata come un dramma ed è descritta come un’esperienza che induce stress sia all’interno della coppia sia individualmente (Andreotti et al. 2000). La riproduzione o procreazione medicalmente assistita (PMA) si riferisce all’insieme di metodiche e trattamenti che aiutano il processo riproduttivo, siano esse chirurgiche, farmacologiche, ormonali o di altro tipo. La scelta di intraprendere un percorso di riproduzione assistita viene vissuta dalla coppia come l’ultima possibilità per poter coronare il proprio sogno. Ed è proprio in nome di tale desiderio che viene intrapreso questo percorso impegnativo, fatto di esami diagnostici, terapie e procedure più o meno invasive sul proprio corpo (Righetti et al. 2001). La PMA si pone come una pratica emotivamente costosa che investe gravosamente chi la affronta, ponendolo in una condizione di disagio emotivo. Scoprire e avere la consapevolezza di non essere abili al concepimento diventa fonte di alterazione della vita di coppia che coinvolge l’individuo con notevoli ripercussioni sociali e sofferenza personale che con il tempo non fanno altro che acuirsi diventando incontenibili andando a inficiare il benessere e l’equilibrio mentale (Conversano et al. 2007) L’infertilità è concettualizzata come una grave crisi nella vita. Una crisi che evoca reazioni emotive che è possibile classificare in quattro fasi principali: La fase iniziale (shock, sorpresa, negazione); la fase reattiva (frustrazione, rabbia, ansia, senso di colpa, dolore, depressione, isolamento); la fase di adattamento (accettazione) e una fase di risoluzione (pianificazione per soluzioni future). Le reazioni nel corso di una crisi sono determinati da fattori quali le influenze della manifestazione in sé, personalità preesistente, fattori culturali e il sostegno della famiglia e amici (Conversano et al. 2007). Gli effetti della diagnosi di sterilità hanno ripercussioni: · Sull’identità personale: conseguente perdita dell’autostima e dubbi rispetto alla propria identità e quella di coppia. · Rispetto alla relazione con il proprio partner: paura di essere abbandonati associata a un sentimento ambivalente che vede da una parte la chiusura nei confronti dell’altro e dall’altra ricerca di supporto e di avvicinamento. • Sulla vita sociale: isolamento e vergogna per la propria condizione. In questo contesto assume particolare importanza la reazione della coppia a tale diagnosi.  Le persone che affrontano tale realtà, infatti, si percepiscono come corpi malati che non sono in grado di procreare e quindi sottratti della possibilità di perpetuare sé stessi attraverso un’altra vita. La coppia va incontro a un vero e proprio trauma, con la presenza di sentimenti ambivalenti di vergogna e di invidia verso chi ha la possibilità di procreare. Successivamente si sviluppa un sentimento di perdita, del tutto analogo a quello provato durante un lutto vero e proprio. Le cognizioni di pretrattamento di impotenza e di accettazione rispetto alla possibile mancanza di figli sono i fattori che giocano un ruolo fondamentale nel determinare la risposta emotiva al fallimento del trattamento. Risulta quindi importante, fin dall’inizio, attivare un‘assistenza psicosociale dedicata a cambiare il significato della sterilità. Di conseguenza, il sostegno psicologico dovrebbe essere non solo specificamente mirato ad aiutare la donna a regolare la propria accettazione emotiva di un possibile fallimento del trattamento e dell’eventuale sterilità, ma anche offrire un’opportunità per discutere le reali possibilità di gravidanza e l’opportunità di continuare o meno il trattamento, compresi gli aspetti emotivi a lungo termine coinvolti nella decisione. I professionisti che si occupano della fertilità possono promuovere il processo di accettazione, discutendo i problemi d’infertilità con le coppie e migliorando la loro comunicazione sulla questione, cercando di pianificare con la coppia i trattamenti in caso di insuccesso e misurare eventuali differenze di motivazione per il trattamento tra i coniugi (Boivin et al. 2001; Kentenich et al. 2002). I professionisti dovrebbero anche preparare i loro pazienti alle possibili reazioni emotive che un trattamento senza successo può scatenare. Infatti, Hammarberg et al. (2008) sottolineano come sia necessario per la coppia informarsi sugli aspetti emotivi dei loro problemi di fertilità. Tale educazione psicosociale, ad esempio,si propone dispiegare in anticipo alla coppia che una maggiore sofferenza è una reazione naturale al trattamento senza successo e ciò potrebbe migliorare il loro controllo sulla risposta emotiva al fallimento del trattamento. Nella maggior parte dei casi, la conoscenza riassicurerà la coppia che ciò che sta sperimentando è parte di una reazione normale e non un’indicazione di regolazione disfunzionale. Bibliografia Andreotti S, Bucci AR, Marozza MI (1999). Gravidanza Fivet: rappresentazioni materne e aspetti psicologici. Psichiatria e Psicoterapia Analitica 18, 34-42. Ardenti R (1999). Il supporto psicologico durante l’iter della PMA. Bambini e genitori speciali? Dal bambino desiderato al bambino reale. Atti di Convegno Internazionale. Reggio Emilia 30-31 ottobre 1998 Roma: Percorsi editoriali. Boivin J, Griffiths E, Venetis CA (2011). Emotional distress in infertile women and failure of assisted reproductive technologies: meta-analysis of prospective psychosocial studies. British Medical Journal 223-342. Cecotti M (2004). Procreazione medicalmente assistita. Roma: Armando editore. Cipolletta S, Faccio E (2013). Time experience during the assisted reproductive journey: A phenomenological analysis of Italian couples’ narratives. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 31(3), 285-298 Conversano G, Valentino V, Lensi E, Cela V, Artini PG, Genazzani AR (2007). Dalla diagnosi di sterilità/infertilità ai protocolli di procreazione assistita: vissuti psicologici delle coppie sterili. Giornale Italiano di

Arrivano i mostri: il dismorfismo corporeo e i disturbi alimentari

Vi è mai capitato di guardarvi allo specchio e vedere riflessa un’immagine che non assomiglia voi? E’ una sensazione comune quando ci si trova in un periodo do particolare affaticamento o stress o quando si ha un cattivo rapporto con il cibo. I disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione sono molto frequenti negli adolescenti e nei giovani adulti e trascurarne la cura può influire negativamente sullo sviluppo corporeo e sulla salute psicofisica degli individui. Alcuni studi hanno mostrato che le patologie legate all’alimentazione sono spesso ‘sottostimate’ cioè non vengono diagnosticate in tempi brevi e questo comporta un peggioramento del decorso del disturbo. Si può dire con chiarezza, grazie alla numerosa mole di studi condotti sull’argomento che il cibo, come tramite simbolico tra il mondo interno e il mondo esterno, benesi presta come mezzo per esprimere il disagio e le difficoltà relazionali. Il Ministero della Salute nel 2018 a seguito di una riflessione profonda sull’argomento ha istituito il CODICE LILLA, un iter ospedaliero pensato appositamente pe accogliere e avviare un percorso terapeutico, sia medico che psicologico mirato per chiunque si presenti in Pronto Soccorso con un sospetto Disturbo Alimentare. L’obiettivo del progetto è quello di formare in maniera adeguata gli operatori sanitari per permettere una migliore identificazione e assistenza per le persone con patologie connesse ai disturbi dell’alimentazione ed evitare così interventi frammentati, dispersivi ed inefficaci, se non addirittura la non identificazione del disturbo sotteso ai sintomi portati in Pronto Soccorso. La definizione di questo codice ha poi portato al rinnovamento delle Linee Guida nazionali per la riabilitazione nutrizionale introducendo la parte riguardante gli operatori di Pronto Soccorso. Nella situazione familiari gli aspetti sa tenere sott’occhio sono i seguenti: una repentina perdita di peso, l’abitudine a sminuzzare il cibo in pezzetti piccoli o piccolissimi, fare tanta attività fisica, l’uso di diuretici o lassativi, le continue lamentele di sentirsi o vedersi grassi quando ciò non corrisponda alla realtà. L’attenzione ai sintomi ed il contatto con professionisti qualificati associati ad un trattamento precoce e standardizzato costituiscono la modalità più efficace di intervento.

ONLINE DISINIBITION EFFECT: LA VIOLENZA VERBALE IN RETE

Il termine Disinhibition effect fa riferimento a quel fenomeno che determina “un allentamento o un totale abbandono delle restrizioni sociali quando comunichiamo con altri individui online.”  Da questa definizione si evince dunque come la Disinhibition effect si riferisca alla trasgressione delle restrizioni sociali, quando ci troviamo a comunicare con gli altri, tramite dispositivi tecnologici. Questo effetto è stato ampiamente studiato in ambito psicologico: a tal proposito, è stato dimostrato quanto il mondo online porti il soggetto a sentirsi “meno vincolato” da tutta una serie di vincoli sociali imposti e che sono ancora presenti nel mondo offline. Ma perché ci sentiamo più disinibiti online? Quando siamo sul web funzioniamo in modo diverso, rispetto a quando siamo offline. I primi studi su cervello e tecnologia mettono in evidenza, oltre all’iperstimolazione della corteccia visiva, uditiva e somato-sensoriale, anche un cambiamento del profilo cognitivo delle persone che usano quotidianamente la tecnologia digitale. Per esempio, cambiano modi e tempi di lettura degli ipertesti, emerge la tendenza a delegare i processi della propria memoria di lavoro alla tecnologia digitale ecc. e per quanto riguarda l’effetto di disinibizione online, è interessante sottolineare che appare diminuire la capacità di attendere e di mentalizzare le assenze, cioè di rappresentarsele internamente, mentre aumenta la tendenza ad agire compulsivamente, cioè in modo impulsivo, non controllato.  Suler (2004) ha cercato di rispondere alla domanda, individuando sei fattori che, interagendo tra loro, potrebbero spiegare l’effetto della disinibizione online. Oggi, potrebbero sembrare fattori legati a modalità di stare online ormai del tutto o in parte superate, ma questi sei fattori potrebbero conservare alcuni aspetti, che sono centrali nella comunicazione umana e, pertanto, potrebbero ancora contribuire all’effetto di disinibizione quando siamo online. Anonimato dissociativo. Questo tipo di anonimato è uno dei principali fattori che creano l’effetto di disinibizione. Quando le persone hanno l’opportunità di separare le azioni online dal loro stile di vita e dalla loro identità personale, si sentono meno vulnerabili nel rivelare sé stessi e nell’agire. In un processo di dissociazione, il Sé virtuale diventa un Sé separato. Nel caso di ostilità espressiva o altre azioni devianti, la persona, attraverso il meccanismo del moral disengagement(disimpegno morale), può evitare la responsabilità di quei comportamenti, quasi come se le restrizioni morali del Sè fossero state temporaneamente sospese nella psiche online. Invisibilità. In molti ambienti virtuali, specialmente quelli che sono basati sulle chat, le persone non possono vedersi tra di loro. Questa invisibilità dà alla gente il coraggio di navigare in siti web e fare cose che altrimenti non farebbero. L’anonimato è l’occultamento dell’identità, che è diverso dal non essere visti. Nella comunicazione tramite email, chat, messaggistica istantanea e blog, la gente può sapere molto delle identità e delle vite degli altri. Tuttavia, non possono vedersi o sentirsi. Anche se l’identità di tutti è nota, l’opportunità di essere fisicamente invisibili amplifica l’effetto della disinibizione. Asincronicità. Nella posta elettronica, nelle chat e nelle bacheche, la comunicazione è asincrona. Le persone non interagiscono tra loro in tempo reale e il non dover far fronte alla reazione immediata di qualcuno, disinibisce le persone. Alcune possono anche sperimentare la comunicazione asincrona come “fuga” dopo un messaggio personale, emotivo o ostile. Ci si sente sicuri a metterlo “là fuori” dove può essere lasciato da parte. Immaginazione dissociativa. Consciamente o inconsciamente, gli utenti possono esperire che il proprio Sé virtuale viva in una dimensione fittizia, separata dalle richieste e dalle responsabilità del mondo reale. Essi dividono le attività online dai fatti offline. Emily Finch (2002), autrice e avvocato penalista che studia il furto d’identità nel cyberspazio, ha suggerito che alcune persone vedono la loro vita nel mondo virtuale come una specie di gioco con regole e norme che non si applicano alla vita quotidiana. Le persone, una volta che spengono il computer e tornano alla loro routine, credono di potersi lasciare alle spalle il ‘gioco’ e l’identità virtuale, abbandonando la responsabilità di ciò che accade in un mondo considerato fittizio. Di per sé, non si tratta di qualcosa di completamente negativo, anzi, questo effetto potrebbe rendere più semplice – per persone con un temperamento introverso – stringere nuove relazioni, o anche solo scambiare opinioni con altri videogiocatori. Tuttavia, Lo scienziato descrive alcune tipologie di disinibizione potenzialmente pericolose, e cerca di analizzarne i fattori: • Benign Disinhibition: le persone possono condividere informazioni personali, come segreti, emozioni, paure, desideri o mettere in atto gesti di gentilezza o generosità esagerati. • Toxic Disinhibition: il lato opposto di quello che possiamo immaginare come un continuum è rappresentato da comportamenti violenti, aggressivi, minacciosi che difficilmente sarebbero attuati nella vita di tutti i giorni. Questo tipo di disinibizione ci aiuta a comprendere il funzionamento di alcune community di giocatori online, in cui è “normale” insultare pesantemente gli avversari o prendere di mira compagni di squadra meno esperti, considerati responsabili del cattivo andamento di una partita. L’obiettivo della condivisione di questo modello non è quello di trasmettere l’idea che le interazioni online siano pericolose; al contrario, la miglior difesa contro i potenziali rischi derivanti da questi fattori sta proprio nella consapevolezza della loro esistenza: nella maggior parte dei casi, ricordarsi che al di là dello schermo o dietro il viso di un avatar ci sono delle persone come noi, è sufficiente per relazionarsi con il normale livello di cautela che farà si che l’interazione con gli altri sia un’esperienza piacevole e nello stesso tempo sicura.

La solitudine degli studenti drop out

Se perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola.                    È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Don Milani La solitudine degli studenti drop out ci pone di fronte ad un momento di grande riflessione psicologica. Gli studenti drop out interrompono il percorso di studi per diverse cause. Di seguito si riportano i casi di ragazzi che hanno abbandonato la scuola. Ciro quindici anni lascia la scuola per accudire suo fratello che è malato e non ha tempo per studiare. Lucia non sostiene l’esame di maturità perchè convinta di essere poco intelligente per frequentare la scuola. Davide vive per strada e si guadagna da vivere in maniera illecita. Ha davvero poco tempo per pensare all’apprendimento! Rosa vive un dramma familiare: ha un padre alcolista e violento. Questo le impedisce di essere serena. Roberta vive in una casa famiglia e crede di avere un destino già segnato. Pensa che vivere sia davvero inutile. Inutile per lei è anche la scuola. Ogni volta che uno studente abbandona la scuola significa che la scuola perde, ma le perdite si sa, comportano una sconfitta amara per la scuola stessa. La solitudine degli studenti drop -out è da condannare? Sicuramente no! La solitudine degli studenti drop out non è da condannare. Abbiamo davanti ai nostri occhi ragazzi che urlano per dolore e sofferenza. Per questi ragazzi la scuola non è una priorità, ma un problema che si aggiunge ad altri e che non permette di uscire dalla solitudine giornaliera in cui si è immersi. Gli studenti drop out interrompono il percorso di studi per vari motivi. Alcune volte a scuola lo studente deve misurarsi anche nello sguardo degli altri, che stigmatizza la solitudine e il disagio. Questa situazione crea attimi di profondo sconforto per l’allievo, il quale comincia a perdere fiducia nell’altro. In altri momenti, invece, la scuola mostra interesse solo per il ruolo di studente e non per il ruolo sociale (Maggiolini,1994). Ciò significa non sintonizzarsi con i vissuti dei ragazzi e non comprendere le loro difficoltà. Gli studenti drop out, tuttavia, prima di abbandonare la scuola sperimentano diversi percorsi di disagio e di disadattamento, che vanno accolti, compresi e seguiti. Cosa può fare la scuola per rompere la solitudine dei ragazzi? David Aspy e Flora Roebuck, sostengono che un insegnante efficace contribuisce alla riuscita dei ragazzi, compensando alcune volte anche un’educazione familiare carente. È fondamentale, quindi, che la scuola impari a leggere i segnali di malessere attraverso l’osservazione del comportamento, per poi intervenire in maniera adeguata. Solo se ascoltiamo la voce dei ragazzi, possiamo evitare di perderli. La solitudine degli studenti drop out ha bisogno di speranza e autenticità. Diamo loro la possibilità di vedere la luce in fondo al tunnel della solitudine. Più censuriamo e più i comportamenti di devianza e di drop out diventano esplosivi. Ciascun studente possiede grandi abilità e attitudini. Perchè non farle emergere? Cominciamo ad osservare i segni e i segnali di questi ragazzi. Chiediamo loro: chi sei e chi vorresti essere? Scambiamo opinioni senza scambiare i ruoli, perchè a scuola la relazione educativa si intreccia con l’apprendimento in maniera significativa. Utilizzando il dialogo educativo possiamo far emergere le parole giuste, per aiutare ad allargare gli orizzonti a chi orizzonti non vede.