Lutto ecologico: fronteggiare i sentimenti di perdita ambientale

I profondi cambiamenti dell’ambiente naturale e dell’ecosistema, sia per la distruzione creata dall’uomo che dalle forze naturali sia come conseguenza del cambiamento climatico, possono evocare dolore, tristezza e sentimenti di perdita nei confronti dell’ambiente. Queste emozioni sono state esaminate sotto i termini di lutto ecologico (ecological grief) e solastalgia. Il lutto è una risposta umana alla perdita. Sebbene il processo di lutto sia ben compreso nella letteratura psicologica in risposta alla perdita di una persona amata, raramente questo concetto viene esteso alle perdite incontrate nel mondo naturale. Il lutto, infatti, è anche una risposta naturale e legittima alle perdite ecologiche e può diventare più comune man mano che si intensificherà il cambiamento climatico. Cos’è l’ecological grief? L’ecological grief, traducibile come lutto ecologico, è definito come “il dolore provato in relazione alle perdite ecologiche sperimentate o previste, inclusa la perdita di specie, ecosistemi e paesaggi significativi a causa di cambiamenti ambientali acuti o cronici”[1] [ p. 275]. In altre parole, è la reazione psicologica alle perdite ambientali. È particolarmente sentito dalle persone che mantengono stretti rapporti di vita, di lavoro e culturali con l’ambiente naturale. Allo stesso modo, la solastalgia si riferisce all’angoscia causata dalla perdita del proprio ambiente quotidiano. Cunsolo ed Ellis[1] evidenziano tre contesti legati al clima in cui può essere vissuto il lutto ecologico: lutto associato a perdite ecologiche fisiche: è associato alla scomparsa fisica, al degrado e/o alla morte di specie, ecosistemi e paesaggi. Può emergere in seguito a disastri acuti legati al clima (cioè eventi meteorologici estremi o disastri naturali). Ricerche indicano anche come può presentarsi in risposta a cambiamenti ecologici lenti e graduali, come cambiamenti a lungo termine dei modelli meteorologici, dei paesaggi o degli ecosistemi. lutto associato a interruzioni della conoscenza dell’ambiente e perdita di identità: per le persone che mantengono stretti rapporti di vita e culturali con il mondo naturale, le concezioni individuali e collettive dell’identità personale sono spesso costruite in relazione alla terra, comprese le sue caratteristiche fisiche, gli usi e la conoscenza di essa. Di conseguenza, il cambiamento climatico può interrompere un senso coerente di sé attraverso il suo impatto su paesaggi, modelli meteorologici ed ecosistemi. lutto associato a perdite ecologiche future previste: emerge dall’ansia o dalla preparazione per perdite future. È un lutto anticipatorio per cambiamenti ambientali che non sono ancora avvenuti. In questi casi, il lutto è anche legato al dolore per le perdite future riguardanti la cultura, i mezzi di sussistenza e i modi di vita. Il lutto ecologico e la solastalgia sono stati osservati in varie popolazioni in tutto il mondo. L’ecologica grief può presentarsi ad esempio sotto forma di perdita dell’identità culturale e personale in seguito a modificazioni ambientali, come distruzione del senso di comunità e dell’attaccamento ai luoghi, come fattore di stress e aumento del rischio percepito di depressione e suicidio[2]. In particolare, gli individui che vivono a stretto contatto con la natura, come gli indigeni o gli agricoltori, sono più vulnerabili al lutto ecologico e alla solastalgia[2]. Questi risultati evidenziano l’impatto negativo sulla salute mentale di eventi ecologici “cronici” sotto forma di profondi cambiamenti ambientali. I prossimi anni saranno quindi cruciali per il mondo ed il suo ecosistema. Il lutto ecologico e l’ansia per le perdite ambientali attuali o per i cambiamenti futuri sono un segno di relazione e connessione con il mondo naturale. Ciò che serve sono spazi accessibili e sicuri per esplorare queste reazioni emotive e la messa in atto di azioni per rafforzare e supportare approcci di guarigione e resilienza. Tali emozioni possono quindi diventare la motivazione per agire in modo consapevole nei confronti dell’ambiente. Fonti [1] Cunsolo A. e Ellis N.R. (2018). Ecological grief as a mental health response to climate change-related loss. Nat Clim Chang., 8:275–81. doi: 10.1038/s41558-018-0092-2 [2] Thoma MV, Rohleder N e Rohner SL (2021). Clinical Ecopsychology: The Mental Health Impacts and Underlying Pathways of the Climate and Environmental Crisis. Front. Psychiatry 12:675936. doi: 10.3389/fpsyt.2021.675936
CONOSCETE I NUDGE?

di Beatrice Brambilla Per comprendere l’origine della teoria dei nudge e le sue implicazioni, si deve necessariamente partire dagli assunti della psicologia economica, che si propongono come strada alternativa al paradigma economico dominante. Gli economisti definiscono l’essere umano come un egoista razionale in grado di elaborare tutte le informazioni disponibili e di mantenere preferenze definite e stabili in ogni diverso contesto. MA SIAMO DAVVERO COSI’? ASSOLUTAMENTE NO! Dai numerosi studi della psicologia economica emerge che siamo soggetti a molti limiti cognitivi, che spesso non ci permettono di prendere le decisioni migliori. Da questi presupposti Thaler e Sustein (2008) hanno sviluppato le politiche di nudging, cioè interventi che agiscono a livello profondo sfruttando o contrastando i limiti cognitivi, ma allo stesso preservando la libertà di scelta. Se è noto l’utilizzo di queste “spinte gentili” nel campo della politica, degli investimenti, dei risparmi e della salute pubblica, l’applicazione dei nudge nelle organizzazioni, in particolare nel settore delle Risorse Umane, è un’area ancora molto poco sviluppata. Purtroppo, in passato, e in parte ancora adesso, si nutre poca fiducia in questi pungoli e si prediligono interventi basati su incentivi prettamente economici. Per colmare queste lacune, alcuni ricercatori hanno fatto una selezione di dominio generale di studi, che ha permesso loro di individuare alcune strategie di nudging molto vantaggiose, non solo a livello di profitti, ma anche nel dare un contributo ambientale. VEDIAMO ORA DEGLI ESEMPI PRATICI… Al giorno d’oggi a seguito del rapido aumento della popolazione e delle crescenti minacce ambientali, si sta sviluppando un interesse nel potenziale ruolo delle strategie di nudging, soprattutto nell’area della tutela e della conservazione delle risorse. In passato, si credeva che gli incentivi monetari fossero la modalità più efficiente per determinare cambiamenti ambientali, soprattutto nei settori del risparmio energetico. Tuttavia, recenti studi hanno individuato alcune categorie di nudge che potrebbero generare risposte efficaci: Meccanismi di feedback Confronti sociali Cambiamento delle opzioni predefinite (o meglio conosciute come default) Esaminando la letteratura sui meccanismi di feedback, gli studiosi sono giunti alla conclusione che comunicare i propri livelli di consumo ai consumatori stimoli il risparmio energetico (soprattutto quello elettrico). Inoltre, fornire lettere contenenti informazioni di confronto sociale alle famiglie riduce i consumi di circa il 2%. Un’ipotesi per cui i confronti sociali sono efficaci è il fatto che forniscono informazioni sulle azioni dei pari, le quali possono fungere da guida comportamentale. MA dobbiamo stare molto attenti perché non bisogna mai lasciare intendere alle persone “pungolate” che il loro comportamento sia migliore rispetto alla media in quanto si potrebbe verificare un effetto boomerang e incentivare azioni peggiori rispetto a quelle iniziali. L’ultima categoria di nudge riguarda il cambiamento delle opzioni predefinite particolarmente utile nella stampa dei documenti, che ogni anno consuma una grande quantità di carta. Quando si inviano documenti a una stampante, possiamo scegliere se stampare fronte/retro oppure solo fronte: la prima tipologia di stampa risulta essere più ecologia in quanto spreca meno risorse. Impostare, quindi, l’opzione fronte/retro come default diminuisce il consumo quotidiano di carta del 12% e l’effetto creato si mantiene costante nel tempo. Per ottenere benefici su scala globale sarebbe utile convincere i produttori a impostare valori predefiniti ecologici nel momento di produzione dei macchinari. Vediamo ora come i responsabili HR possono sfruttare le politiche di nudging… Un intervento molto potente ed efficace è il default, soprattutto per ridurre la durate delle riunioni manageriali e migliorare la prestazione dei lavoratori nei compiti che necessitano di molta concentrazione. Le riunioni lavorative durano molto a causa della tendenza dell’uomo a cercare sempre più informazioni, anche se non necessarie; cambiando la durata dei meeting da un’ora a mezz’ora è possibile andare incontro a un notevole risparmio di tempo che potrebbe essere dedicato ad altre attività e quindi a una miglior efficienza. Inoltre, potrebbe essere utile, impostare un “no-meeting day” combinato anche con il lavoro da casa. Proseguendo, i dipendenti vengono distratti spesso dalle notifiche della posta elettronica o dei cellulari; disattivando il loro suono e impostando l’aggiornamento delle e-mail una volta all’ora piuttosto che all’arrivo di ogni nuovo messaggio si potrebbe mantenere alta la concentrazione. Andando avanti, numerose ricerche dimostrano che progettare in un determinato modo lo spazio fisico circostante può portare a una maggior produttività e migliori performance. A questo scopo è stato creato il nudge “SALIENT”, il cui acronimo si riferisce ad alcuni aspetti da curare nella progettazione di un ambiente lavorativo: suoni, aria, illuminazione, immagini, arredamento, elementi naturali e colore delle pareti. Il punto d’inizio è avere ben presente quali siano gli obiettivi in ogni settore dell’azienda perché in base a essi si fanno determinate scelte piuttosto che altre. Per fare qualche esempio un moderato livello di rumore (70 decibel) è efficace per stimolare la creatività; se, invece, è troppo intenso può creare distrazioni e ridurre la concentrazione. La creatività può essere stimolata anche dalla luce naturale e da una bassa intensità, mentre una elevata incrementa il livello di attenzione e di concentrazione. Infine, anche il colore delle pareti può essere sfruttato per una maggior produttività perché scatena inconsciamente delle associazioni nell’uomo: il rosso è spesso correlato a uno stato di allerta e vigilanza, mentre il blu stimola maggiormente la creatività. Tutti questi risultati suggeriscono che per un responsabile delle Risorse Umane sia essenziale conoscere il funzionamento della mente umana, in particolare le aree nelle quali fallisce o dove ha più successo, per progettare degli interventi adatti a chi ha di fronte. Inoltre, è necessario un cambiamento nell’attuale mondo del lavoro perché troppo concentrato sui processi cognitivi razionali, a discapito delle dimensioni più profonde. CONCLUDO DICENDO CHE IN GENERALE È AUSPICABILE CHE LE RICERCHE FUTURE SI CONCENTRINO MAGGIORMENTE SULL’APPLICAZIONE DEI NUDGE ALL’INTERNO DEL CONTESTO ORGANIZZATIVO, IN QUANTO RIMANE UN’AREA ANCORA POCO SVILUPPATA. BIBLIOGRAFIA: Deutsch, M., & Gerard, H.B. (1955). A study of normative and informational social influences upon individual judgement. The Journal of Abnormal and Social Psychology, 51(3), 629-636 Shantz, A. & Latham, G.P. (in press). The effect of primed goals on employee performance: implications for Human Resource Management. Human Resource Management Singler, E. (2018). First key
Gli effetti della separazione conflittuale sui figli

di Federica Cirino Pomicino La maggior parte delle coppie che decidono di separarsi quando hanno dei figli, non riescono ad affrontare questo momento senza, in qualche modo, coinvolgerli. È quasi sempre un momento molto conflittuale poiché difficilmente avviene in serenità e con la decisione di entrambi i coniugi. Insieme agli avvocati, dovrebbe assistere a questo momento anche uno psicologo, un mediatore che possa cercare di contenere la rabbia e la conflittualità esistente. Qualcuno che cerchi di contenere e incanalare nella giusta direzione le emozioni che si provano. La rabbia ed il dolore del fallimento si mischiano e si confondono, in un momento in cui non si riesce ad essere sempre lucidi. Ci si trova a dover elaborare un lutto su più fronti. Il lutto, come dice Freud, è uno shock emotivo, un trauma. E quando avviene una separazione oltre al lutto della perdita della persona amata, vi è anche il lutto della perdita della famiglia e del progetto di vita condiviso. I figli si trovano a dover fronteggiare la perdita della stabilità data dall’unione della famiglia e spesso sono costretti a prendere posizione contro uno dei due genitori, a favore dell’altro. È più scontato che i figli s’identifichino con il genitore del proprio sesso o prendano le parti del più debole. Spesso il rischio è che i bambini tendano a costruirsi un falso sé (Winnicott), cioè si creano un adattamento compiacente alle richieste dei genitori. Per paura di acuire il conflitto esistente tra i genitori, si ritrovano ad assecondare le loro richieste e le loro modalità relazionali. A volte, possono subentrare angosce profonde di morte verso il genitore fragile che spinge i figli a mettere in atto comportamenti disadattivi, come problemi alimenti o d’insonnia. Possono emergere anche comportamenti aggressivi verso i pari, oltre che verso l’adulto. Questo accade quando il bambino non riesce a parlare di quello che sta vivendo, tenendo compresso dentro di se la rabbia e la confusione che prova. Quando non riesce a trovare un terreno fertile intorno a lui che possa spiegare o contenere le emozioni che circolano in famiglia e dentro di lui. Vi sono famiglie che dopo la separazione riescono, in qualche modo, a ritrovare un equilibrio, ricordandosi che se anche la coppia coniugale non esiste più, quella genitoriale deve continuare a vivere. Purtroppo mantenere la funzione genitoriale insieme all’altro non è affatto semplice quando non c’è più l’amore coniugale e spesso tante coppie restano conflittuali per tutta la vita. Tendono ad utilizzare i figli per ferire l’altro, mettendoli contro l’altro genitore, sminuendo o creando un’immagine negativa genitoriale. Tutti abbiamo bisogno di introiettare dentro di noi l’immagine di due “buoni genitori” (Melanie Klein) per essere noi un domani un genitore non irrisolto. Tutto questo, ovviamente crea un forte disagio nei figli ai quali resta dentro un’esperienza di vita così negativa che li può condizionare nella creazione delle relazioni future che vivranno.
Coppia: come si crea il legame?

Nella coppia il legame tra i partner si crea grazie all’interazione tra vari sistemi motivazionali: attaccamento, sessualità e accudimento. Negli anni, é stata data sempre più attenzione al concetto di sistema motivazionale, inteso come un sistema volto a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Lichtenberg (1987) ha sottolineato che la motivazione del comportamento umano può essere sia interna che esterna. Successivamente, tuttavia, si è visto come essa non dipenda solo da fattori interni o esterni quanto dalle reciproche influenze tra ambiente interno ed esterno. Nella coppia, dunque, la misura in cui un partner influenza l’altro, può variare in qualsiasi momento, attivando una regolazione reciproca e un’autoregolazione individuale delle motivazioni. Quali sono i sistemi motivazionali coinvolti nella dinamica di coppia? Secondo molti studiosi, i sistemi motivazionali coinvolti sono tre: Il sistema di attaccamento il cui scopo è garantirsi la protezione nelle situazioni di pericolo, mantenendosi vicino alla figura di attaccamento; Il sistema di accudimento il cui scopo è offrire protezione attraverso comportamenti che promuovono prossimità e benessere in situazioni di pericolo. Ad esempio, quando si cerca di rassicurare il partner o lo si aiuta se lo si vede in difficoltà; Il sistema sessuale il cui scopo è garantire la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una relazione fisica. Come si influenzano i sistemi in una relazione? Sperimentare, dunque, diversi sentimenti nel corso del tempo, all’interno di una relazione di coppia, dipende dall’intreccio di questi tre sistemi. In alcuni momenti, di fatto, i tre sistemi interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, in altri uno di essi può predominare sugli altri. La cosa importante da sottolineare é che ogni coppia ha una propria organizzazione funzionale rispetto a questi sistemi motivazionali. Nel momento in cui, quindi, dovesse esserci uno sbilanciamento a favore di uno solo, non è da intendersi come patologico. Può essere che una coppia abbia trovato il proprio equilibrio attraverso un’organizzazione sbilanciata o che, in alcuni momenti della storia di coppia, si verifichi uno sbilanciamento che è funzionale in quel determinato periodo. Essere consapevoli di questi meccanismi, potrebbe servire ad offrire diverse chiavi di lettura al proprio funzionamento di coppia, ma anche ai bisogni individuali che possono esserci alla base. “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso ma siediti e aspetta. (…) E ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e vá dove lui ti porta.”- S. Tamaro Castellano R., Velotti P., Zavattini G. C. (2014). Cosa ci fa restare insieme? Edizioni Il Mulino.
Intelligenza emotiva: come svilupparla nei bambini?

Tornate indietro nel tempo, a quando eravate piccoli. Chi vi aiutava di più quando eravate tristi, arrabbiati, frustrati, delusi? Chi vi consolava? Aver avuto un adulto competente, ben regolato emotivamente e presente quando eravamo bambini è la migliore premessa per regolare le emozioni, una volta diventati adulti. E quando è il nostro turno di aiutare i piccoli, a sviluppare competenze positivamente adattive, alcune riflessioni possono aiutare ad essere efficaci e a fornire strumenti utili per il loro futuro in costruzione. Immaginiamo una situazione frustrante per un bambino: una gara andata male, una partita persa, un lego costruito con pazienza e distrutto dal fratellino o dalla sorellina piccola. Non sono eventi drammatici, ma per la bimba o il bimbo che li vivono possono essere molto intensi, in quanto a sensazioni di frustrazione, tristezza, rabbia. Qual è la strategia migliore che un adulto può adottare? La risposta sembra banale, ma contiene un fondamentale principio, utile nei casi più leggeri, come gli eventi descritti sopra, così come nelle situazioni davvero drammatiche che possono accadere nella vita dei bambini: essere presenti, essere accanto, ascoltare, consolare; ed evitare di suggerire comportamenti immediatamente riparatori (“Cosa vuoi che sia! Lo ricostruisci e sarà di nuovo perfetto”). La cosa migliore da fare è la più semplice, e allo stesso tempo la più difficile, e a volte insormontabile, per chi non ha avuto un esempio nella propria infanzia: avvicinarsi fisicamente, chiedere alla bimba di descrivere cosa è successo, ascoltare il suo pianto e la sua rabbia, abbracciarla e non provare subito a saltare alla soluzione. Molti bambini, oggi adulti, hanno sperimentato tutt’altro: le reazioni alle frustrazioni, ai loro pianti, alle difficoltà espresse, spesso hanno ricevuto delle risposte diverse, che vanno da “piantala di piangere, non è niente” a insulti di vario grado, a “vattene in camera tua”, a “quando ti è passata ti parlo di nuovo”; oppure a risposte di segno opposto, da “te ne compro un altro” a vari gradi di iperconsolazione, che – pur con segno opposto – non rassicurano i bambini, come ci insegna la teoria dell’attaccamento. Al contrario: ascoltare, regolare le emozioni con una presenza tranquilla e tranquillizzante, e non offrire soluzioni sbrigative, è un messaggio molto potente: fa capire ai bambini che le emozioni, anche le più intense e sgradevoli, svolgono la propria funzione di sfogo e allertano un adulto che può aiutare. Fa passare un insegnamento fondamentale per il loro futuro: non spaventarsi di fronte alle emozioni negative, riconoscerne il significato, accettarle e utilizzarle, per capire meglio e affrontare le cose. E anche per chiedere aiuto, quando serve.
Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale

Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale degli utenti.Nasce un nuovo mondo, una terza dimensione in cui il mondo online e offline si compenetrano dando vita ad una nuova realtà. Il termine “Meta” indica il Metaverso: un insieme di spazi virtuali generati dai computer e popolati da “avatar“ o ologrammi, in cui convergono diverse tecnologie che consentono di fare qualsiasi cosa. Nel Metaverso le persone potranno incontrarsi e interagire pur non essendo fisicamente nello stesso posto, potranno teletrasportarsi in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento per svolgere le attività quotidiane o vivere esperienze eccezionali. Un mondo parallelo e virtuale in cui si vive e si agisce per mezzo della propria identità digitale. Quali saranno gli effetti sulla nostra salute mentale? Stiamo assistendo alla genesi di una rivoluzione virtuale che stravolgerà la società al pari, se non più, di quella digitale.Lo stesso Zuckerberg ha definito Meta come “il nuovo Internet”, in versione aumentata. Il rischio più grande che corriamo è quello di distaccarci completamente dalla realtà. Vivere in un universo virtuale proiettando la nostra immagine ideale rischia di farci perdere di vista chi siamo realmente.Siamo preparati a questo upgrade? Proprio come accade nei social network con le fake news, saremo in grado di distinguere cosa è reale da cosa non lo è?Sono in tanti a nutrire delle preoccupazioni, addirittura la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha espresso su Twitter il proprio disappunto, definendo Meta “un cancro per la democrazia”. Corriamo il pericolo di affrontare una svolta epocale con candida incoscienza, senza sviluppare le strategie di coping necessarie per far fronte a questa trasformazione. Meta non è un semplice gioco, ma una nuova dimensione relazionale, un’altra faccia della nostra realtà che è bene identificare con consapevolezza per non farci trovare, ancora una volta, vulnerabili e impreparati. Per cogliere questa inestimabile opportunità di progresso occorre, come sempre, una buona dose di attenzione e una corretta educazione digitale.
Odontofobia: storie familiari della paura del dentista.

L’OSM ha riconosciuto l’odontofobia o paura del dentista come disturbo fobico specifico. Si presenta come una paura irrazionale per tutto ciò che riguarda lo studio dentistico, dagli strumenti agli interventi, compreso il semplice controllo di routine. Migliorare il proprio sorriso è un passo importante per la propria autostima e per la socializzazione. L’ odontofobia sembra essere molto diffusa a livello mondiale, con un incidenza del 15% della popolazione. I sintomi evidenti sono tipici delle fobie: forte ansia, tachicardia, tremore e sudorazione eccessiva. A queste reazioni fisiologiche si aggiungono comportamenti disfunzionali. L’odontofobia arriva a far rimandare gli appuntamenti, procrastinare un controllo con conseguente compromissione della salute dentale. La paura del dentista spesso si manifesta sin dalla tenera età e nasce in seno alla famiglia. Spesso i genitori raccontano la loro esperienza anche davanti al bambino, soffermandosi sull’aspetto negativo e sul dolore provato. In questo modo, si trasmette la paura della visita dal dentista, l’ansia provata, al punto che i bambini la incamereranno come modello comportamentale da adottare. Proprio in virtù dell’idea del dolore e della paura, in alcune situazioni, gli stessi genitori minacciano i propri figli di portarli dal dentista. La visita odontoiatrica, quindi, nell’immaginario di un bambino, sarà vista come punizione, contribuendo ad aumentarne l’alone negativo. Anche da adulti si porteranno dietro un’informazione distorta del medico: prima di prenotare un appuntamento per risolvere un problema, faranno ricorso a tanti farmaci per alleviare temporaneamente il sintomo. Resta sempre opportuno sottolineare l’importanza del ruolo del dottore come promotore del benessere psico-fisico. Si può approcciare alle difficoltà parlando di eventuali preoccupazioni in modo da trovare insieme al professionista la strategia più efficace ed idonea.
Disabilità e interventi psicologici durante l’emergenza Covid

di Antonella Amitrano Secondo l’OMS la disabilità è il risultato dell’interazione tra salute e ambiente sfavorevole. Nell’ambiente sono compresi aspetti naturali, architettonici, tecnologici, interpersonali e politici, esso può agire da facilitatore o da barriera nel caso in cui faciliti o meno il funzionamento dell’individuo. In questo senso nessuna persona può funzionare in maniera autonoma al di fuori dell’ambiente di riferimento. Dunque la disabilità può essere definita come: “minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione della persona all’interno nella società su base di uguaglianza con gli altri” (Convenzione delle Nazioni Unite, 2006). Per garantire la crescita ottimale e l’integrazione sociale della persona con disabilità sono fondamentali diversi tipi di interventi a sostegno della persona e della sua famiglia. Innanzitutto sono essenziali interventi precoci di sostegno psicologico alla persona con disabilità e ai suoi familiari, interventi psicoterapeutici che arrivano ad un livello più profondo della struttura della personalità consentendo l’elaborazione del lutto legato ai vissuti di impotenza, senso di colpa, sensazione di inferiorità, per giungere all’accettazione della “diversità” come risorsa, oltre che incrementare il senso di empowerment sia individuale che genitoriale e valorizzare le capacità di adattamento dell’intero nucleo familiare. Altri interventi utili sono quelli psicoeducativi che sono programmi di attività che includono due fasi: una in cui lo psicologo fornisce informazioni alla persona con disabilità, ai suoi familiari rispetto alla problematica ed un’altra fase di sviluppo delle abilità e cambiamento di atteggiamenti e comportamenti disfunsionali con appositi training. Ulteriori interventi sono di tipo riabilitativo, assistenziale e di risocializzazione è importante quindi che ci sia un lavoro di rete con le diverse istituzioni coinvolte e la famiglia delle persone con disabilità attraverso percorsi condivisi, tenendo conto dei bisogni individuali e contestuali. Nel periodo storico attuale dell’emergenza Covid-19 diversi studi dimostrano che la pandemia può avere un importante impatto sociopsicologico sulla popolazione, soprattutto per le persone in quarantena che hanno un limitato accesso alle interazioni interpersonali e non hanno potuto accedere alle normali fonti di sostegno psicologico (Riccio, Giacomozzi B., Paternolli C., Mania A., Dell’Eva V., 2020; Brooks et al., 2020; Collado Hernandez e Torre Rugarcia, 2015) gli effetti psicologici negativi annoverati comprendono: sintomi da stress post-traumatico, confusione ed irascibilità. Tra i fattori di stress ci sono: estensione della durata della quarantena, le paure legate all’infezione, la frustrazione, la monotonia, gli approvvigionamenti e i viveri inadeguati, le informazioni inesatte, le perdite finanziarie e la stigmatizzazione (Brooks, et al., 2020; Zhang et al., 2020; Collado Hernandez e Torre Rugarcia, 2015). Questi aspetti tendono ad intensificarsi all’interno di quei nuclei familiari che vivono la loro quotidianità accanto ad un loro familiare con disabilità, Infatti il modo in cui una famiglia reagisce agli eventi stressanti dipende dall’interazione di fattori diversi: le dinamiche familiari, la capacita di effettuare una valutazione corretta del problema, le strategie disponibili per affrontarlo, le risorse materiali e i supporti sociali forniti dall’esterno (Riccio G., Giacomozzi B., Paternolli C.,Mania A., Dell’Eva V, 2020; Barnes, 2009). Spesso infatti le persone con disabilità devono interfacciarsi costantemente con i centri di riabilitazione e gli altri servizi (come scuola, enti territoriali) necessari al proprio benessere. Tuttavia a causa dell’emergenza Covid e le misure di restrizione sanitaria c’è stata una temporanea sospensione di tali servizi, che ha determinato un senso di disorientamento nelle persone con disabilità e loro familiari, venendo a mancare quei punti saldi che scandiscono la loro routine quotidiana. A questo proposito per affrontare e gestire il senso di disorientamento e l’aumentato stress all’interno delle famiglie sono stati forniti dei suggerimenti utili che sono: scandire le giornate con attività simili a quelle del periodo precedente al lockdown, mantenere le relazioni con la rete di amici, familiari o altri punti di riferimento della persona con disabilità e ritagliare uno spazio durante la giornata in cui dedicarsi del tempo attraverso attività piacevoli o anche sportive che hanno un effetto benefico sull’autostima, alleggerendo le tensioni e il malessere generale. Bibliografia Barnes, D. (2009), Trasmettere valori. Tre generazioni a confronto. Milano: Unicopli. Brooks Webster R.K., Smith L.E., Woodland L., Wessel S., Greenberg N.e Rubin G.J. (2020), The psychological impact of quarantine and how to reduce it:rapid review of the evidence, The Lancet, Vol. 395, pp.912-920, ISSUE 10227, in https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)30460-8. Collado Hernandez B. e Torre Rugarcia Y. (2015). Actitudes hacia la prevención de riesgos laborales en profesionales sanitarios en situaciones de alerta epidemiológica, Medicina y Seguridad del Trabajo, Vol.61, n. 239, pp. 233-253, ISSN 1989-7790, in http://dx.doi.org/10.4321/S0465-546X2015000200009. Riccio G. e Giacomozzi B., Paternolli C., Mania A., Dell’Eva V. (2020). Lo psicologo dell’Emergenza a supporto delle famiglie, di bambini e ragazzi con disabilità: un vademecum per orientarsi all’interno delle fatiche quotidiane nella pandemia Covid-19, Rivista di Psicologia dell’Emergenza e dell’Assistenza Umanitaria, 22, 96-101. Zhang J., Wu W., Zhao X. e Zhang W. (2020), Recommended psychological crisis intervention response to the 2019 novel coronavirus pneumonia outbreak in China: a model of West China Hospital, Precision Clinical Medicine, in Doi: 10.1093/ pcmedi/pbaa006.
NÉ CARNE NÉ PESCE MA PREADOLESCENTE

di Giada Mazzanti Prendiamo a confronto lo stesso bambino ma a distanza di un anno: dalla quarta alla quinta primaria, anche se è lo stesso bambino a distanza di solo un anno notiamo già diverse differenze non solo di crescita fisica ma anche di sviluppo del pensiero, cambiamento di interessi e una nuova curiosità per il mondo, non solo ma piano piano, insorgono le prime discussioni e richieste di autonomia. Questo perché nel momento in cui si raggiungono i nove/dieci anni (ultimamente sempre prima anche verso gli 8 anni) fino ai dodici anni non si è più bambini ma nemmeno adolescenti si è in quella fase, definita da genitori e nonni, in cui non si è “né carne né pesce”. Intuitivamente si percepiscono le differenze tra un bambino, un adolescente e un ragazzino a metà via tra le due fasi ma vediamo com’è costruita la fase evolutiva denominata come preadolescenza. La preadolescenza è una via di mezzo tra due fasi, è dunque possibile trovare sia ragazzini con fisici sviluppati tipici degli adolescenti ma che hanno ancora atteggiamenti sul versante infantile e anche il contrario quindi bambini con una fisicità non sviluppata ma una mentalità e comportamento adolescenziale; è un momento molto variegato e la diversa maturazione dipende anche da aspetti ambientali, non solo biologici. Un preadolescente passa dall’essere bambino all’affacciarsi a una età adulta in cui in mondo non è più magico, i genitori non hanno più le abilità straordinarie e la conoscenza di ogni cosa; si affaccia alla realtà, si disillude: cade il proprio senso di onnipotenza e i genitori sono persone normali che commettono errori. La disillusione continua anche nella sperimentazione del piacere del rischio in cui non si ha la certezza di quello che si fa ma si mette in gioco la propria autonomia. La messa in gioco dei nuovi desideri e impulsi permette la costruzione dei fattori che andranno a costruire l’identità dell’ex-bambino. I genitori che stanno leggendo sanno quale sia il migliore strumento usato dai preadolescenti: l’aggressività ma intesa come forza del confronto anche fisico e opposizione. Inizia ad emergere il lato oppositivo che spesso spaventa ma va accolto e regolamentato; sempre più importante è anche il senso di appartenenza e il confronto con i pari sia dello stesso sesso ma anche con il sesso opposto: se ne prende le distanze per potersi confrontare con un sempre più emergente Sé sessuato. In questo modo, il bambino non più bambino ma preadolescente, nella continua tensione tra infanzia e adolescenza sperimenta la disillusione della realtà e le sempre più frequenti lamentele, la diffidenza e ambivalenza sono funzionali al raggiungimento della consapevolezza dei limiti di sé e della realtà. Anche le abilità cognitive, intese come sviluppo di interessi e di conoscenze non solo scolastiche, si sviluppano e il preadolescente scopre nuovi svaghi e nuove curiosità, nasce un appetito mentale volto alla ricerca di nuove esperienze stimolanti. Per riassumere si può dire che la preadolescenza sia caratterizzata sia dall’investimento nel pensiero e nell’azione ma anche da una forza pulsionale di conoscenza, intesa come ricerca (Freud, 1905). Abbiamo detto prima che la preadolescenza è un continuo gioco tra spinte adolescenziali e regressive; il cambiamento ormai è inevitabile e continuo, ciò provoca sì piacere e grandi aspettative ma il proprio corpo, che era stabile, ora cambia assieme alla totalità del ragazzino venendo così a mancare l’unità e la costanza. È un grande tumulto che provoca del turbamento nella concezione di se stessi, quindi la sfida del preadolescente è quella di riuscire a gestire e tollerare tutto ciò. Per esempio, se il ragazzino di undici anni vuole andare al parco sotto casa con due amici, come fanno gli adolescenti ma poi chiede un abbraccio dalla mamma come i bambini più piccoli non c’è da spaventarsi perché la preadolescenza è la fase delle ambivalenze tra comportamenti tipicamente adolescenziali e comportamenti più sul versante regressivo. La fluttuazione tra i due poli è utile per mantenere una continuità di se stessi e tollerare le continue e nuove pulsionalità. Il tema della preadolescenza è molto delicato e multisfacettato e lo si può ritrovare anche nella letteratura, si guardi anche solo l’opera di Carroll “Alice nel paese delle meraviglie”. L’argomento principe è il corpo e come esso cambi e si modifichi in base al contesto, non solo ma vengono trattate anche le meraviglie del viaggio fantastico e anche le angosce che esso racchiude. Nel libro non avviene una vera e propria crescita ma le alterazioni che il corpo subisce trasmettono la stessa discontinuità della percezione del sé che sperimenta il preadolescente. Fonti Agosta R., Crocetti G. 2007. Preadolescenza. Il bambino caduto dalle fiabe. Edizioni Pendragon. Bologna. Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale, in OSF IV, Boringhieri, Torino. 1970 Gaddini E. Il cambiamento catastrofico in W. R. Bion e il “breakdown” di D. Winnicott, in “Rivista di psicoanalisi”, 3-4 1981.
Halloween: Il Fascino della Paura

di Sara Di Nunzio Perché fantasmi, castelli infestati, Halloween, storie di streghe e leggende macabre attirano da sempre persone di tutte le età? La paura è un’emozione primaria che ci preserva dai pericoli inattesi e da situazioni potenzialmente dannose, che minacciano la nostra sicurezza. Tuttavia, non esiste solo questo tipo di paura ma c’è anche quella che viene ricercata di proposito. Alcune persone hanno bisogno di stimoli ed emozioni che esorcizzino le nostre paure inconsce come essere aggrediti, perdere qualcuno, sentirsi impotenti o essere abbandonati. Ecco perché alcuni vedono film horror, leggono libri gialli o sono affascinati da storie di streghe e fantasmi. Questa tensione fa sentire vivi e in allerta, ci fanno immedesimare e ci avvicinano a ciò che ci spaventa, permettendoci di mantenere una distanza di sicurezza. La paura, a differenza di quello che potremmo pensare, non attiva il cervello ma lo calma. Ogni persona che si trova in una situazione percepita come paurosa o pericolosa attiva, la parte del cervello che gestisce le emozioni, l’amigdala, che innesca la cosiddetta risposta “reagisci e scappa”, che si concretizza per esempio nei palmi delle mani che sudano mentre le pupille si dilatano e fa in modo che vengano pompati nell’organismo dopamina e adrenalina, ma il cervello di alcune persone ne rilascia in quantità maggiore, ed è questo uno dei motivi per cui alcune persone si divertono a provare paura. Per quanto la paura sia distruttiva, essa può anche attrarre, fungere da stimolo: imbattersi nel nuovo, nell’ignoto, intraprendere sfide e avventure, vivere cambiamenti, affrontare il timore trasformandolo in curiosità e ricavandone soddisfazione e gioia – tutto ciò può preparare la via a un rapporto migliore con il mondo e con noi stessi. La paura, infatti, ci stimola a imparare da noi stessi e a superare gli ostacoli che la vita ci pone davanti. Avere il meglio sulla paura ci emancipa da ciò che ci sembra schiacciante e minaccioso regalandoci godimento e attrattiva, infondendoci la convinzione di poterla dominare; portandoci così magari a perseguire obiettivi più nobili, significativi non solo per l’individuo, ma anche per la società circostante. Il significato Psicologico di Halloween Da qualche anno, è sbarcata anche in Italia la festa di Halloween. La notte del 31 ottobre, in cui grandi e piccini, si travestono da spaventosi fantasmi, streghe cattive, vampiri assetati di sangue o zombie. Tutti questi costumi rappresentano personaggi immaginari, ma spaventosi che durante tutto l’anno vengono “dimenticati” ma che per l’occasione diventano accessibili a tutti. Halloween è una festa antichissima di origine celtica che nasce in Irlanda per celebrare la fine dell’estate. I colori tipici erano l’arancione per ricordare la fine della mietitura e il nero, a simboleggiare l’imminente arrivo dell’inverno. Durante questa festa venivano accesi grandi fuochi sulle colline per guidare il pascolo del bestiame e per spaventare le anime dei morti e degli spiriti che tornavano sulla Terra per una notte alla ricerca di un corpo da possedere. Doveva essere una notte molto speciale. Come ogni festa popolare, anche quella di Halloween ha un significato psicologico, infatti nasconde il desiderio di esorcizzare ciò che l’uomo teme da sempre, la morte, il terrore ultimo che ci accomuna tutti e che, soprattutto nella nostra cultura attuale, costituisce un tabù di cui raramente si parla. Questa festa diventa una delle poche occasioni in cui la morte, ha accesso alla nostra quotidianità, ma attenuata da stratagemmi che la rendono innocua: i dolci, i festeggiamenti, l’atmosfera scherzosa. Halloween consente, insomma, di avvicinarci in modo meno drammatico a ciò che temiamo. Scherzare sulla morte rende meno angosciante il pensare la morte. Non a caso il giorno successivo, infatti, si svolge la ricorrenza cristiana della commemorazione dei defunti. Perciò scherzare sulla morte risulta essere un modo per sottrarsi all’angoscia della fine e perdita della vita. Sembra che i bambini siano proprio attratti da ciò che appare mostruoso e pauroso, perché la paura è un sentimento che i bambini iniziano a conoscere molto presto al quale hanno bisogno di dare concretezza; infatti, già dai tre anni tutto ciò che fa paura e che appare troppo astratto e ingestibile viene trasformato in qualcosa di concreto a cui viene dato un nome in modo che sia più facile affrontarla e gestirla. I bambini, infatti, amano travestirsi e prendere le sembianze di personaggi che ammirano o che rappresentano per loro particolari doti di forza o bellezza; indossandone i panni, possono sperimentare altre identità. Travestirsi dai personaggi che di solito li spaventano, come streghe o fantasmi, consente loro di esorcizzare la paura diventando loro stessi quelle creature e sentendosi così al sicuro. Il “per finta”, sia nella fiaba che nella festa di Halloween, è ciò che consente di approcciarsi a ciò che spaventa in un modo rassicurante. Nel caso di Halloween, oltre a streghe e fantasmi, entra in gioco il tema della morte, della quale dagli 8-10 anni in poi i bambini acquisiscono consapevolezza. Essere immersi in un’ambientazione così tetra aiuta allora i bambini ad avere un avvicinamento giocoso al tema della morte e integrarlo nella loro vita, esorcizzando ancora una volta le loro paure. Possiamo quindi dire che benché sia una festa importata può essere sfruttata a nostro favore in quanto utile a livello psicologico a tutte le età. E tu sei pronto a festeggiare Halloween?