Iperconnessione e insonnia: siamo la società che non dorme mai

Iperconnessione e insonnia: quando il nostro rapporto con la tecnologia genera stress.Nei precedenti articoli abbiamo parlato delle implicazioni psicologiche correlate all’uso delle nuove tecnologie. L’avvento di questi nuovi canali ha generato una profonda trasformazione nel modo di comunicare e relazionarci e nel comportamento umano online e offline nella sua globalità. Nonostante siano un preziosissimo strumento, l’uso poco consapevole dei social network e di internet può generare comportamenti disfunzionali, che si sono accentuati notevolmente durante il lockdown. Le fisiologiche limitazioni imposte dalla pandemia hanno portato a un utilizzo smisurato degli strumenti digitali per proseguire le normali azioni della vita quotidiana e colmare l’assenza di contatto e relazioni in presenza. Abbiamo visto così nascere problematiche di internet addiction e di social addiction, ovvero veri e propri casi di iperconnessione e dipendenza dai nuovi media. In particolare sono aumentati fenomeni come la nomofobia: l’utilizzo compulsivo dello smartphone e dei social network e la costante sensazione di perdersi qualcosa se non si è perennemente connessi. Ma lo stress generato dall’iperconnessione non riguarda soltanto i momenti di svago, anzi. L’introduzione dello smart working ha costretto le persone meno avvezze alla tecnologia ad apprendere e padroneggiare in breve tempo gli strumenti digitali, facendo i conti con un senso di inadeguatezza e impotenza che genera distress e frustrazione. L’iperstimolazione tecnologica del telelavoro e la costante reperibilità da remoto ha reso sempre più labili i confini tra vita privata e vita professionale, fonte di stress perpetrato che spesso genera in burnout: sindrome da esaurimento emotivo. L’estensione delle ore di lavoro, già difficili da conciliare con la vita domestica, ha portato ad una drastica riduzione delle ore di sonno caratterizzate inoltre da una scarsa qualità del riposo. Questo fenomeno è stato approfondito dall’indagine condotta dall’Università dell’Aquila durante il primo lockdown su 2.123 italiani, da cui è emersa una forte correlazione tra insonnia e dipendenza digitale.In particolare negli utenti che hanno intensificato l’esposizione ai dispositivi digitali, è stato riscontrato un notevole peggioramento della qualità del sonno, caratterizzato da sintomi di insonnia, riduzione delle ore di riposo e ritardo nelle fasi di addormentamento e risveglio. Ancora una volta questi risultati ci portano a riflettere sul bisogno di educazione e preparazione all’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie per integrarle nella propria vita quotidiana in maniera corretta, sana ed efficace.
L’impatto psicologico della Procreazione Medicalmente Assistita

di Cinzia Iole Gemma Per affrontare la tematica della procreazione medicalmente assistita è necessario anzitutto definire cosa s’intende per fertilità e sterilità. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una coppia è da considerare infertile quando non è in grado di concepire o di avere un bambino dopo un anno o più di rapporti non protetti, viceversa è da considerare sterile una coppia nella quale uno o entrambi i coniugi sono affetti da una condizione fisica permanente che non renda possibile avere dei bambini. Secondo l’OMS l’infertilità rappresenta un problema che colpisce il 10%-15% degli individui in età fertile, perciò su scala mondiale si stima l’infertilità di 50-80 milioni di soggetti, in particolari nei paesi industrializzati. Questo quadro secondo quanto riportato, può aumentare nel prossimo futuro, anche a causa di un numero crescente di donne che decidono di ritardare la possibilità di avere dei bambini. Per milioni di coppie nel mondo, l’impossibilità biologica di avere dei bambini è considerata come un dramma ed è descritta come un’esperienza che induce stress sia all’interno della coppia sia individualmente (Andreotti et al. 2000). La riproduzione o procreazione medicalmente assistita (PMA) si riferisce all’insieme di metodiche e trattamenti che aiutano il processo riproduttivo, siano esse chirurgiche, farmacologiche, ormonali o di altro tipo. La scelta di intraprendere un percorso di riproduzione assistita viene vissuta dalla coppia come l’ultima possibilità per poter coronare il proprio sogno. Ed è proprio in nome di tale desiderio che viene intrapreso questo percorso impegnativo, fatto di esami diagnostici, terapie e procedure più o meno invasive sul proprio corpo (Righetti et al. 2001). La PMA si pone come una pratica emotivamente costosa che investe gravosamente chi la affronta, ponendolo in una condizione di disagio emotivo. Scoprire e avere la consapevolezza di non essere abili al concepimento diventa fonte di alterazione della vita di coppia che coinvolge l’individuo con notevoli ripercussioni sociali e sofferenza personale che con il tempo non fanno altro che acuirsi diventando incontenibili andando a inficiare il benessere e l’equilibrio mentale (Conversano et al. 2007) L’infertilità è concettualizzata come una grave crisi nella vita. Una crisi che evoca reazioni emotive che è possibile classificare in quattro fasi principali: La fase iniziale (shock, sorpresa, negazione); la fase reattiva (frustrazione, rabbia, ansia, senso di colpa, dolore, depressione, isolamento); la fase di adattamento (accettazione) e una fase di risoluzione (pianificazione per soluzioni future). Le reazioni nel corso di una crisi sono determinati da fattori quali le influenze della manifestazione in sé, personalità preesistente, fattori culturali e il sostegno della famiglia e amici (Conversano et al. 2007). Gli effetti della diagnosi di sterilità hanno ripercussioni: · Sull’identità personale: conseguente perdita dell’autostima e dubbi rispetto alla propria identità e quella di coppia. · Rispetto alla relazione con il proprio partner: paura di essere abbandonati associata a un sentimento ambivalente che vede da una parte la chiusura nei confronti dell’altro e dall’altra ricerca di supporto e di avvicinamento. • Sulla vita sociale: isolamento e vergogna per la propria condizione. In questo contesto assume particolare importanza la reazione della coppia a tale diagnosi. Le persone che affrontano tale realtà, infatti, si percepiscono come corpi malati che non sono in grado di procreare e quindi sottratti della possibilità di perpetuare sé stessi attraverso un’altra vita. La coppia va incontro a un vero e proprio trauma, con la presenza di sentimenti ambivalenti di vergogna e di invidia verso chi ha la possibilità di procreare. Successivamente si sviluppa un sentimento di perdita, del tutto analogo a quello provato durante un lutto vero e proprio. Le cognizioni di pretrattamento di impotenza e di accettazione rispetto alla possibile mancanza di figli sono i fattori che giocano un ruolo fondamentale nel determinare la risposta emotiva al fallimento del trattamento. Risulta quindi importante, fin dall’inizio, attivare un‘assistenza psicosociale dedicata a cambiare il significato della sterilità. Di conseguenza, il sostegno psicologico dovrebbe essere non solo specificamente mirato ad aiutare la donna a regolare la propria accettazione emotiva di un possibile fallimento del trattamento e dell’eventuale sterilità, ma anche offrire un’opportunità per discutere le reali possibilità di gravidanza e l’opportunità di continuare o meno il trattamento, compresi gli aspetti emotivi a lungo termine coinvolti nella decisione. I professionisti che si occupano della fertilità possono promuovere il processo di accettazione, discutendo i problemi d’infertilità con le coppie e migliorando la loro comunicazione sulla questione, cercando di pianificare con la coppia i trattamenti in caso di insuccesso e misurare eventuali differenze di motivazione per il trattamento tra i coniugi (Boivin et al. 2001; Kentenich et al. 2002). I professionisti dovrebbero anche preparare i loro pazienti alle possibili reazioni emotive che un trattamento senza successo può scatenare. Infatti, Hammarberg et al. (2008) sottolineano come sia necessario per la coppia informarsi sugli aspetti emotivi dei loro problemi di fertilità. Tale educazione psicosociale, ad esempio,si propone dispiegare in anticipo alla coppia che una maggiore sofferenza è una reazione naturale al trattamento senza successo e ciò potrebbe migliorare il loro controllo sulla risposta emotiva al fallimento del trattamento. Nella maggior parte dei casi, la conoscenza riassicurerà la coppia che ciò che sta sperimentando è parte di una reazione normale e non un’indicazione di regolazione disfunzionale. Bibliografia Andreotti S, Bucci AR, Marozza MI (1999). Gravidanza Fivet: rappresentazioni materne e aspetti psicologici. Psichiatria e Psicoterapia Analitica 18, 34-42. Ardenti R (1999). Il supporto psicologico durante l’iter della PMA. Bambini e genitori speciali? Dal bambino desiderato al bambino reale. Atti di Convegno Internazionale. Reggio Emilia 30-31 ottobre 1998 Roma: Percorsi editoriali. Boivin J, Griffiths E, Venetis CA (2011). Emotional distress in infertile women and failure of assisted reproductive technologies: meta-analysis of prospective psychosocial studies. British Medical Journal 223-342. Cecotti M (2004). Procreazione medicalmente assistita. Roma: Armando editore. Cipolletta S, Faccio E (2013). Time experience during the assisted reproductive journey: A phenomenological analysis of Italian couples’ narratives. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 31(3), 285-298 Conversano G, Valentino V, Lensi E, Cela V, Artini PG, Genazzani AR (2007). Dalla diagnosi di sterilità/infertilità ai protocolli di procreazione assistita: vissuti psicologici delle coppie sterili. Giornale Italiano di
Arrivano i mostri: il dismorfismo corporeo e i disturbi alimentari

Vi è mai capitato di guardarvi allo specchio e vedere riflessa un’immagine che non assomiglia voi? E’ una sensazione comune quando ci si trova in un periodo do particolare affaticamento o stress o quando si ha un cattivo rapporto con il cibo. I disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione sono molto frequenti negli adolescenti e nei giovani adulti e trascurarne la cura può influire negativamente sullo sviluppo corporeo e sulla salute psicofisica degli individui. Alcuni studi hanno mostrato che le patologie legate all’alimentazione sono spesso ‘sottostimate’ cioè non vengono diagnosticate in tempi brevi e questo comporta un peggioramento del decorso del disturbo. Si può dire con chiarezza, grazie alla numerosa mole di studi condotti sull’argomento che il cibo, come tramite simbolico tra il mondo interno e il mondo esterno, benesi presta come mezzo per esprimere il disagio e le difficoltà relazionali. Il Ministero della Salute nel 2018 a seguito di una riflessione profonda sull’argomento ha istituito il CODICE LILLA, un iter ospedaliero pensato appositamente pe accogliere e avviare un percorso terapeutico, sia medico che psicologico mirato per chiunque si presenti in Pronto Soccorso con un sospetto Disturbo Alimentare. L’obiettivo del progetto è quello di formare in maniera adeguata gli operatori sanitari per permettere una migliore identificazione e assistenza per le persone con patologie connesse ai disturbi dell’alimentazione ed evitare così interventi frammentati, dispersivi ed inefficaci, se non addirittura la non identificazione del disturbo sotteso ai sintomi portati in Pronto Soccorso. La definizione di questo codice ha poi portato al rinnovamento delle Linee Guida nazionali per la riabilitazione nutrizionale introducendo la parte riguardante gli operatori di Pronto Soccorso. Nella situazione familiari gli aspetti sa tenere sott’occhio sono i seguenti: una repentina perdita di peso, l’abitudine a sminuzzare il cibo in pezzetti piccoli o piccolissimi, fare tanta attività fisica, l’uso di diuretici o lassativi, le continue lamentele di sentirsi o vedersi grassi quando ciò non corrisponda alla realtà. L’attenzione ai sintomi ed il contatto con professionisti qualificati associati ad un trattamento precoce e standardizzato costituiscono la modalità più efficace di intervento.
ONLINE DISINIBITION EFFECT: LA VIOLENZA VERBALE IN RETE

Il termine Disinhibition effect fa riferimento a quel fenomeno che determina “un allentamento o un totale abbandono delle restrizioni sociali quando comunichiamo con altri individui online.” Da questa definizione si evince dunque come la Disinhibition effect si riferisca alla trasgressione delle restrizioni sociali, quando ci troviamo a comunicare con gli altri, tramite dispositivi tecnologici. Questo effetto è stato ampiamente studiato in ambito psicologico: a tal proposito, è stato dimostrato quanto il mondo online porti il soggetto a sentirsi “meno vincolato” da tutta una serie di vincoli sociali imposti e che sono ancora presenti nel mondo offline. Ma perché ci sentiamo più disinibiti online? Quando siamo sul web funzioniamo in modo diverso, rispetto a quando siamo offline. I primi studi su cervello e tecnologia mettono in evidenza, oltre all’iperstimolazione della corteccia visiva, uditiva e somato-sensoriale, anche un cambiamento del profilo cognitivo delle persone che usano quotidianamente la tecnologia digitale. Per esempio, cambiano modi e tempi di lettura degli ipertesti, emerge la tendenza a delegare i processi della propria memoria di lavoro alla tecnologia digitale ecc. e per quanto riguarda l’effetto di disinibizione online, è interessante sottolineare che appare diminuire la capacità di attendere e di mentalizzare le assenze, cioè di rappresentarsele internamente, mentre aumenta la tendenza ad agire compulsivamente, cioè in modo impulsivo, non controllato. Suler (2004) ha cercato di rispondere alla domanda, individuando sei fattori che, interagendo tra loro, potrebbero spiegare l’effetto della disinibizione online. Oggi, potrebbero sembrare fattori legati a modalità di stare online ormai del tutto o in parte superate, ma questi sei fattori potrebbero conservare alcuni aspetti, che sono centrali nella comunicazione umana e, pertanto, potrebbero ancora contribuire all’effetto di disinibizione quando siamo online. Anonimato dissociativo. Questo tipo di anonimato è uno dei principali fattori che creano l’effetto di disinibizione. Quando le persone hanno l’opportunità di separare le azioni online dal loro stile di vita e dalla loro identità personale, si sentono meno vulnerabili nel rivelare sé stessi e nell’agire. In un processo di dissociazione, il Sé virtuale diventa un Sé separato. Nel caso di ostilità espressiva o altre azioni devianti, la persona, attraverso il meccanismo del moral disengagement(disimpegno morale), può evitare la responsabilità di quei comportamenti, quasi come se le restrizioni morali del Sè fossero state temporaneamente sospese nella psiche online. Invisibilità. In molti ambienti virtuali, specialmente quelli che sono basati sulle chat, le persone non possono vedersi tra di loro. Questa invisibilità dà alla gente il coraggio di navigare in siti web e fare cose che altrimenti non farebbero. L’anonimato è l’occultamento dell’identità, che è diverso dal non essere visti. Nella comunicazione tramite email, chat, messaggistica istantanea e blog, la gente può sapere molto delle identità e delle vite degli altri. Tuttavia, non possono vedersi o sentirsi. Anche se l’identità di tutti è nota, l’opportunità di essere fisicamente invisibili amplifica l’effetto della disinibizione. Asincronicità. Nella posta elettronica, nelle chat e nelle bacheche, la comunicazione è asincrona. Le persone non interagiscono tra loro in tempo reale e il non dover far fronte alla reazione immediata di qualcuno, disinibisce le persone. Alcune possono anche sperimentare la comunicazione asincrona come “fuga” dopo un messaggio personale, emotivo o ostile. Ci si sente sicuri a metterlo “là fuori” dove può essere lasciato da parte. Immaginazione dissociativa. Consciamente o inconsciamente, gli utenti possono esperire che il proprio Sé virtuale viva in una dimensione fittizia, separata dalle richieste e dalle responsabilità del mondo reale. Essi dividono le attività online dai fatti offline. Emily Finch (2002), autrice e avvocato penalista che studia il furto d’identità nel cyberspazio, ha suggerito che alcune persone vedono la loro vita nel mondo virtuale come una specie di gioco con regole e norme che non si applicano alla vita quotidiana. Le persone, una volta che spengono il computer e tornano alla loro routine, credono di potersi lasciare alle spalle il ‘gioco’ e l’identità virtuale, abbandonando la responsabilità di ciò che accade in un mondo considerato fittizio. Di per sé, non si tratta di qualcosa di completamente negativo, anzi, questo effetto potrebbe rendere più semplice – per persone con un temperamento introverso – stringere nuove relazioni, o anche solo scambiare opinioni con altri videogiocatori. Tuttavia, Lo scienziato descrive alcune tipologie di disinibizione potenzialmente pericolose, e cerca di analizzarne i fattori: • Benign Disinhibition: le persone possono condividere informazioni personali, come segreti, emozioni, paure, desideri o mettere in atto gesti di gentilezza o generosità esagerati. • Toxic Disinhibition: il lato opposto di quello che possiamo immaginare come un continuum è rappresentato da comportamenti violenti, aggressivi, minacciosi che difficilmente sarebbero attuati nella vita di tutti i giorni. Questo tipo di disinibizione ci aiuta a comprendere il funzionamento di alcune community di giocatori online, in cui è “normale” insultare pesantemente gli avversari o prendere di mira compagni di squadra meno esperti, considerati responsabili del cattivo andamento di una partita. L’obiettivo della condivisione di questo modello non è quello di trasmettere l’idea che le interazioni online siano pericolose; al contrario, la miglior difesa contro i potenziali rischi derivanti da questi fattori sta proprio nella consapevolezza della loro esistenza: nella maggior parte dei casi, ricordarsi che al di là dello schermo o dietro il viso di un avatar ci sono delle persone come noi, è sufficiente per relazionarsi con il normale livello di cautela che farà si che l’interazione con gli altri sia un’esperienza piacevole e nello stesso tempo sicura.
La solitudine degli studenti drop out

Se perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Don Milani La solitudine degli studenti drop out ci pone di fronte ad un momento di grande riflessione psicologica. Gli studenti drop out interrompono il percorso di studi per diverse cause. Di seguito si riportano i casi di ragazzi che hanno abbandonato la scuola. Ciro quindici anni lascia la scuola per accudire suo fratello che è malato e non ha tempo per studiare. Lucia non sostiene l’esame di maturità perchè convinta di essere poco intelligente per frequentare la scuola. Davide vive per strada e si guadagna da vivere in maniera illecita. Ha davvero poco tempo per pensare all’apprendimento! Rosa vive un dramma familiare: ha un padre alcolista e violento. Questo le impedisce di essere serena. Roberta vive in una casa famiglia e crede di avere un destino già segnato. Pensa che vivere sia davvero inutile. Inutile per lei è anche la scuola. Ogni volta che uno studente abbandona la scuola significa che la scuola perde, ma le perdite si sa, comportano una sconfitta amara per la scuola stessa. La solitudine degli studenti drop -out è da condannare? Sicuramente no! La solitudine degli studenti drop out non è da condannare. Abbiamo davanti ai nostri occhi ragazzi che urlano per dolore e sofferenza. Per questi ragazzi la scuola non è una priorità, ma un problema che si aggiunge ad altri e che non permette di uscire dalla solitudine giornaliera in cui si è immersi. Gli studenti drop out interrompono il percorso di studi per vari motivi. Alcune volte a scuola lo studente deve misurarsi anche nello sguardo degli altri, che stigmatizza la solitudine e il disagio. Questa situazione crea attimi di profondo sconforto per l’allievo, il quale comincia a perdere fiducia nell’altro. In altri momenti, invece, la scuola mostra interesse solo per il ruolo di studente e non per il ruolo sociale (Maggiolini,1994). Ciò significa non sintonizzarsi con i vissuti dei ragazzi e non comprendere le loro difficoltà. Gli studenti drop out, tuttavia, prima di abbandonare la scuola sperimentano diversi percorsi di disagio e di disadattamento, che vanno accolti, compresi e seguiti. Cosa può fare la scuola per rompere la solitudine dei ragazzi? David Aspy e Flora Roebuck, sostengono che un insegnante efficace contribuisce alla riuscita dei ragazzi, compensando alcune volte anche un’educazione familiare carente. È fondamentale, quindi, che la scuola impari a leggere i segnali di malessere attraverso l’osservazione del comportamento, per poi intervenire in maniera adeguata. Solo se ascoltiamo la voce dei ragazzi, possiamo evitare di perderli. La solitudine degli studenti drop out ha bisogno di speranza e autenticità. Diamo loro la possibilità di vedere la luce in fondo al tunnel della solitudine. Più censuriamo e più i comportamenti di devianza e di drop out diventano esplosivi. Ciascun studente possiede grandi abilità e attitudini. Perchè non farle emergere? Cominciamo ad osservare i segni e i segnali di questi ragazzi. Chiediamo loro: chi sei e chi vorresti essere? Scambiamo opinioni senza scambiare i ruoli, perchè a scuola la relazione educativa si intreccia con l’apprendimento in maniera significativa. Utilizzando il dialogo educativo possiamo far emergere le parole giuste, per aiutare ad allargare gli orizzonti a chi orizzonti non vede.
Lutto ecologico: fronteggiare i sentimenti di perdita ambientale

I profondi cambiamenti dell’ambiente naturale e dell’ecosistema, sia per la distruzione creata dall’uomo che dalle forze naturali sia come conseguenza del cambiamento climatico, possono evocare dolore, tristezza e sentimenti di perdita nei confronti dell’ambiente. Queste emozioni sono state esaminate sotto i termini di lutto ecologico (ecological grief) e solastalgia. Il lutto è una risposta umana alla perdita. Sebbene il processo di lutto sia ben compreso nella letteratura psicologica in risposta alla perdita di una persona amata, raramente questo concetto viene esteso alle perdite incontrate nel mondo naturale. Il lutto, infatti, è anche una risposta naturale e legittima alle perdite ecologiche e può diventare più comune man mano che si intensificherà il cambiamento climatico. Cos’è l’ecological grief? L’ecological grief, traducibile come lutto ecologico, è definito come “il dolore provato in relazione alle perdite ecologiche sperimentate o previste, inclusa la perdita di specie, ecosistemi e paesaggi significativi a causa di cambiamenti ambientali acuti o cronici”[1] [ p. 275]. In altre parole, è la reazione psicologica alle perdite ambientali. È particolarmente sentito dalle persone che mantengono stretti rapporti di vita, di lavoro e culturali con l’ambiente naturale. Allo stesso modo, la solastalgia si riferisce all’angoscia causata dalla perdita del proprio ambiente quotidiano. Cunsolo ed Ellis[1] evidenziano tre contesti legati al clima in cui può essere vissuto il lutto ecologico: lutto associato a perdite ecologiche fisiche: è associato alla scomparsa fisica, al degrado e/o alla morte di specie, ecosistemi e paesaggi. Può emergere in seguito a disastri acuti legati al clima (cioè eventi meteorologici estremi o disastri naturali). Ricerche indicano anche come può presentarsi in risposta a cambiamenti ecologici lenti e graduali, come cambiamenti a lungo termine dei modelli meteorologici, dei paesaggi o degli ecosistemi. lutto associato a interruzioni della conoscenza dell’ambiente e perdita di identità: per le persone che mantengono stretti rapporti di vita e culturali con il mondo naturale, le concezioni individuali e collettive dell’identità personale sono spesso costruite in relazione alla terra, comprese le sue caratteristiche fisiche, gli usi e la conoscenza di essa. Di conseguenza, il cambiamento climatico può interrompere un senso coerente di sé attraverso il suo impatto su paesaggi, modelli meteorologici ed ecosistemi. lutto associato a perdite ecologiche future previste: emerge dall’ansia o dalla preparazione per perdite future. È un lutto anticipatorio per cambiamenti ambientali che non sono ancora avvenuti. In questi casi, il lutto è anche legato al dolore per le perdite future riguardanti la cultura, i mezzi di sussistenza e i modi di vita. Il lutto ecologico e la solastalgia sono stati osservati in varie popolazioni in tutto il mondo. L’ecologica grief può presentarsi ad esempio sotto forma di perdita dell’identità culturale e personale in seguito a modificazioni ambientali, come distruzione del senso di comunità e dell’attaccamento ai luoghi, come fattore di stress e aumento del rischio percepito di depressione e suicidio[2]. In particolare, gli individui che vivono a stretto contatto con la natura, come gli indigeni o gli agricoltori, sono più vulnerabili al lutto ecologico e alla solastalgia[2]. Questi risultati evidenziano l’impatto negativo sulla salute mentale di eventi ecologici “cronici” sotto forma di profondi cambiamenti ambientali. I prossimi anni saranno quindi cruciali per il mondo ed il suo ecosistema. Il lutto ecologico e l’ansia per le perdite ambientali attuali o per i cambiamenti futuri sono un segno di relazione e connessione con il mondo naturale. Ciò che serve sono spazi accessibili e sicuri per esplorare queste reazioni emotive e la messa in atto di azioni per rafforzare e supportare approcci di guarigione e resilienza. Tali emozioni possono quindi diventare la motivazione per agire in modo consapevole nei confronti dell’ambiente. Fonti [1] Cunsolo A. e Ellis N.R. (2018). Ecological grief as a mental health response to climate change-related loss. Nat Clim Chang., 8:275–81. doi: 10.1038/s41558-018-0092-2 [2] Thoma MV, Rohleder N e Rohner SL (2021). Clinical Ecopsychology: The Mental Health Impacts and Underlying Pathways of the Climate and Environmental Crisis. Front. Psychiatry 12:675936. doi: 10.3389/fpsyt.2021.675936
CONOSCETE I NUDGE?

di Beatrice Brambilla Per comprendere l’origine della teoria dei nudge e le sue implicazioni, si deve necessariamente partire dagli assunti della psicologia economica, che si propongono come strada alternativa al paradigma economico dominante. Gli economisti definiscono l’essere umano come un egoista razionale in grado di elaborare tutte le informazioni disponibili e di mantenere preferenze definite e stabili in ogni diverso contesto. MA SIAMO DAVVERO COSI’? ASSOLUTAMENTE NO! Dai numerosi studi della psicologia economica emerge che siamo soggetti a molti limiti cognitivi, che spesso non ci permettono di prendere le decisioni migliori. Da questi presupposti Thaler e Sustein (2008) hanno sviluppato le politiche di nudging, cioè interventi che agiscono a livello profondo sfruttando o contrastando i limiti cognitivi, ma allo stesso preservando la libertà di scelta. Se è noto l’utilizzo di queste “spinte gentili” nel campo della politica, degli investimenti, dei risparmi e della salute pubblica, l’applicazione dei nudge nelle organizzazioni, in particolare nel settore delle Risorse Umane, è un’area ancora molto poco sviluppata. Purtroppo, in passato, e in parte ancora adesso, si nutre poca fiducia in questi pungoli e si prediligono interventi basati su incentivi prettamente economici. Per colmare queste lacune, alcuni ricercatori hanno fatto una selezione di dominio generale di studi, che ha permesso loro di individuare alcune strategie di nudging molto vantaggiose, non solo a livello di profitti, ma anche nel dare un contributo ambientale. VEDIAMO ORA DEGLI ESEMPI PRATICI… Al giorno d’oggi a seguito del rapido aumento della popolazione e delle crescenti minacce ambientali, si sta sviluppando un interesse nel potenziale ruolo delle strategie di nudging, soprattutto nell’area della tutela e della conservazione delle risorse. In passato, si credeva che gli incentivi monetari fossero la modalità più efficiente per determinare cambiamenti ambientali, soprattutto nei settori del risparmio energetico. Tuttavia, recenti studi hanno individuato alcune categorie di nudge che potrebbero generare risposte efficaci: Meccanismi di feedback Confronti sociali Cambiamento delle opzioni predefinite (o meglio conosciute come default) Esaminando la letteratura sui meccanismi di feedback, gli studiosi sono giunti alla conclusione che comunicare i propri livelli di consumo ai consumatori stimoli il risparmio energetico (soprattutto quello elettrico). Inoltre, fornire lettere contenenti informazioni di confronto sociale alle famiglie riduce i consumi di circa il 2%. Un’ipotesi per cui i confronti sociali sono efficaci è il fatto che forniscono informazioni sulle azioni dei pari, le quali possono fungere da guida comportamentale. MA dobbiamo stare molto attenti perché non bisogna mai lasciare intendere alle persone “pungolate” che il loro comportamento sia migliore rispetto alla media in quanto si potrebbe verificare un effetto boomerang e incentivare azioni peggiori rispetto a quelle iniziali. L’ultima categoria di nudge riguarda il cambiamento delle opzioni predefinite particolarmente utile nella stampa dei documenti, che ogni anno consuma una grande quantità di carta. Quando si inviano documenti a una stampante, possiamo scegliere se stampare fronte/retro oppure solo fronte: la prima tipologia di stampa risulta essere più ecologia in quanto spreca meno risorse. Impostare, quindi, l’opzione fronte/retro come default diminuisce il consumo quotidiano di carta del 12% e l’effetto creato si mantiene costante nel tempo. Per ottenere benefici su scala globale sarebbe utile convincere i produttori a impostare valori predefiniti ecologici nel momento di produzione dei macchinari. Vediamo ora come i responsabili HR possono sfruttare le politiche di nudging… Un intervento molto potente ed efficace è il default, soprattutto per ridurre la durate delle riunioni manageriali e migliorare la prestazione dei lavoratori nei compiti che necessitano di molta concentrazione. Le riunioni lavorative durano molto a causa della tendenza dell’uomo a cercare sempre più informazioni, anche se non necessarie; cambiando la durata dei meeting da un’ora a mezz’ora è possibile andare incontro a un notevole risparmio di tempo che potrebbe essere dedicato ad altre attività e quindi a una miglior efficienza. Inoltre, potrebbe essere utile, impostare un “no-meeting day” combinato anche con il lavoro da casa. Proseguendo, i dipendenti vengono distratti spesso dalle notifiche della posta elettronica o dei cellulari; disattivando il loro suono e impostando l’aggiornamento delle e-mail una volta all’ora piuttosto che all’arrivo di ogni nuovo messaggio si potrebbe mantenere alta la concentrazione. Andando avanti, numerose ricerche dimostrano che progettare in un determinato modo lo spazio fisico circostante può portare a una maggior produttività e migliori performance. A questo scopo è stato creato il nudge “SALIENT”, il cui acronimo si riferisce ad alcuni aspetti da curare nella progettazione di un ambiente lavorativo: suoni, aria, illuminazione, immagini, arredamento, elementi naturali e colore delle pareti. Il punto d’inizio è avere ben presente quali siano gli obiettivi in ogni settore dell’azienda perché in base a essi si fanno determinate scelte piuttosto che altre. Per fare qualche esempio un moderato livello di rumore (70 decibel) è efficace per stimolare la creatività; se, invece, è troppo intenso può creare distrazioni e ridurre la concentrazione. La creatività può essere stimolata anche dalla luce naturale e da una bassa intensità, mentre una elevata incrementa il livello di attenzione e di concentrazione. Infine, anche il colore delle pareti può essere sfruttato per una maggior produttività perché scatena inconsciamente delle associazioni nell’uomo: il rosso è spesso correlato a uno stato di allerta e vigilanza, mentre il blu stimola maggiormente la creatività. Tutti questi risultati suggeriscono che per un responsabile delle Risorse Umane sia essenziale conoscere il funzionamento della mente umana, in particolare le aree nelle quali fallisce o dove ha più successo, per progettare degli interventi adatti a chi ha di fronte. Inoltre, è necessario un cambiamento nell’attuale mondo del lavoro perché troppo concentrato sui processi cognitivi razionali, a discapito delle dimensioni più profonde. CONCLUDO DICENDO CHE IN GENERALE È AUSPICABILE CHE LE RICERCHE FUTURE SI CONCENTRINO MAGGIORMENTE SULL’APPLICAZIONE DEI NUDGE ALL’INTERNO DEL CONTESTO ORGANIZZATIVO, IN QUANTO RIMANE UN’AREA ANCORA POCO SVILUPPATA. BIBLIOGRAFIA: Deutsch, M., & Gerard, H.B. (1955). A study of normative and informational social influences upon individual judgement. The Journal of Abnormal and Social Psychology, 51(3), 629-636 Shantz, A. & Latham, G.P. (in press). The effect of primed goals on employee performance: implications for Human Resource Management. Human Resource Management Singler, E. (2018). First key
Gli effetti della separazione conflittuale sui figli

di Federica Cirino Pomicino La maggior parte delle coppie che decidono di separarsi quando hanno dei figli, non riescono ad affrontare questo momento senza, in qualche modo, coinvolgerli. È quasi sempre un momento molto conflittuale poiché difficilmente avviene in serenità e con la decisione di entrambi i coniugi. Insieme agli avvocati, dovrebbe assistere a questo momento anche uno psicologo, un mediatore che possa cercare di contenere la rabbia e la conflittualità esistente. Qualcuno che cerchi di contenere e incanalare nella giusta direzione le emozioni che si provano. La rabbia ed il dolore del fallimento si mischiano e si confondono, in un momento in cui non si riesce ad essere sempre lucidi. Ci si trova a dover elaborare un lutto su più fronti. Il lutto, come dice Freud, è uno shock emotivo, un trauma. E quando avviene una separazione oltre al lutto della perdita della persona amata, vi è anche il lutto della perdita della famiglia e del progetto di vita condiviso. I figli si trovano a dover fronteggiare la perdita della stabilità data dall’unione della famiglia e spesso sono costretti a prendere posizione contro uno dei due genitori, a favore dell’altro. È più scontato che i figli s’identifichino con il genitore del proprio sesso o prendano le parti del più debole. Spesso il rischio è che i bambini tendano a costruirsi un falso sé (Winnicott), cioè si creano un adattamento compiacente alle richieste dei genitori. Per paura di acuire il conflitto esistente tra i genitori, si ritrovano ad assecondare le loro richieste e le loro modalità relazionali. A volte, possono subentrare angosce profonde di morte verso il genitore fragile che spinge i figli a mettere in atto comportamenti disadattivi, come problemi alimenti o d’insonnia. Possono emergere anche comportamenti aggressivi verso i pari, oltre che verso l’adulto. Questo accade quando il bambino non riesce a parlare di quello che sta vivendo, tenendo compresso dentro di se la rabbia e la confusione che prova. Quando non riesce a trovare un terreno fertile intorno a lui che possa spiegare o contenere le emozioni che circolano in famiglia e dentro di lui. Vi sono famiglie che dopo la separazione riescono, in qualche modo, a ritrovare un equilibrio, ricordandosi che se anche la coppia coniugale non esiste più, quella genitoriale deve continuare a vivere. Purtroppo mantenere la funzione genitoriale insieme all’altro non è affatto semplice quando non c’è più l’amore coniugale e spesso tante coppie restano conflittuali per tutta la vita. Tendono ad utilizzare i figli per ferire l’altro, mettendoli contro l’altro genitore, sminuendo o creando un’immagine negativa genitoriale. Tutti abbiamo bisogno di introiettare dentro di noi l’immagine di due “buoni genitori” (Melanie Klein) per essere noi un domani un genitore non irrisolto. Tutto questo, ovviamente crea un forte disagio nei figli ai quali resta dentro un’esperienza di vita così negativa che li può condizionare nella creazione delle relazioni future che vivranno.
Coppia: come si crea il legame?

Nella coppia il legame tra i partner si crea grazie all’interazione tra vari sistemi motivazionali: attaccamento, sessualità e accudimento. Negli anni, é stata data sempre più attenzione al concetto di sistema motivazionale, inteso come un sistema volto a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Lichtenberg (1987) ha sottolineato che la motivazione del comportamento umano può essere sia interna che esterna. Successivamente, tuttavia, si è visto come essa non dipenda solo da fattori interni o esterni quanto dalle reciproche influenze tra ambiente interno ed esterno. Nella coppia, dunque, la misura in cui un partner influenza l’altro, può variare in qualsiasi momento, attivando una regolazione reciproca e un’autoregolazione individuale delle motivazioni. Quali sono i sistemi motivazionali coinvolti nella dinamica di coppia? Secondo molti studiosi, i sistemi motivazionali coinvolti sono tre: Il sistema di attaccamento il cui scopo è garantirsi la protezione nelle situazioni di pericolo, mantenendosi vicino alla figura di attaccamento; Il sistema di accudimento il cui scopo è offrire protezione attraverso comportamenti che promuovono prossimità e benessere in situazioni di pericolo. Ad esempio, quando si cerca di rassicurare il partner o lo si aiuta se lo si vede in difficoltà; Il sistema sessuale il cui scopo è garantire la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una relazione fisica. Come si influenzano i sistemi in una relazione? Sperimentare, dunque, diversi sentimenti nel corso del tempo, all’interno di una relazione di coppia, dipende dall’intreccio di questi tre sistemi. In alcuni momenti, di fatto, i tre sistemi interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, in altri uno di essi può predominare sugli altri. La cosa importante da sottolineare é che ogni coppia ha una propria organizzazione funzionale rispetto a questi sistemi motivazionali. Nel momento in cui, quindi, dovesse esserci uno sbilanciamento a favore di uno solo, non è da intendersi come patologico. Può essere che una coppia abbia trovato il proprio equilibrio attraverso un’organizzazione sbilanciata o che, in alcuni momenti della storia di coppia, si verifichi uno sbilanciamento che è funzionale in quel determinato periodo. Essere consapevoli di questi meccanismi, potrebbe servire ad offrire diverse chiavi di lettura al proprio funzionamento di coppia, ma anche ai bisogni individuali che possono esserci alla base. “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso ma siediti e aspetta. (…) E ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e vá dove lui ti porta.”- S. Tamaro Castellano R., Velotti P., Zavattini G. C. (2014). Cosa ci fa restare insieme? Edizioni Il Mulino.
Intelligenza emotiva: come svilupparla nei bambini?

Tornate indietro nel tempo, a quando eravate piccoli. Chi vi aiutava di più quando eravate tristi, arrabbiati, frustrati, delusi? Chi vi consolava? Aver avuto un adulto competente, ben regolato emotivamente e presente quando eravamo bambini è la migliore premessa per regolare le emozioni, una volta diventati adulti. E quando è il nostro turno di aiutare i piccoli, a sviluppare competenze positivamente adattive, alcune riflessioni possono aiutare ad essere efficaci e a fornire strumenti utili per il loro futuro in costruzione. Immaginiamo una situazione frustrante per un bambino: una gara andata male, una partita persa, un lego costruito con pazienza e distrutto dal fratellino o dalla sorellina piccola. Non sono eventi drammatici, ma per la bimba o il bimbo che li vivono possono essere molto intensi, in quanto a sensazioni di frustrazione, tristezza, rabbia. Qual è la strategia migliore che un adulto può adottare? La risposta sembra banale, ma contiene un fondamentale principio, utile nei casi più leggeri, come gli eventi descritti sopra, così come nelle situazioni davvero drammatiche che possono accadere nella vita dei bambini: essere presenti, essere accanto, ascoltare, consolare; ed evitare di suggerire comportamenti immediatamente riparatori (“Cosa vuoi che sia! Lo ricostruisci e sarà di nuovo perfetto”). La cosa migliore da fare è la più semplice, e allo stesso tempo la più difficile, e a volte insormontabile, per chi non ha avuto un esempio nella propria infanzia: avvicinarsi fisicamente, chiedere alla bimba di descrivere cosa è successo, ascoltare il suo pianto e la sua rabbia, abbracciarla e non provare subito a saltare alla soluzione. Molti bambini, oggi adulti, hanno sperimentato tutt’altro: le reazioni alle frustrazioni, ai loro pianti, alle difficoltà espresse, spesso hanno ricevuto delle risposte diverse, che vanno da “piantala di piangere, non è niente” a insulti di vario grado, a “vattene in camera tua”, a “quando ti è passata ti parlo di nuovo”; oppure a risposte di segno opposto, da “te ne compro un altro” a vari gradi di iperconsolazione, che – pur con segno opposto – non rassicurano i bambini, come ci insegna la teoria dell’attaccamento. Al contrario: ascoltare, regolare le emozioni con una presenza tranquilla e tranquillizzante, e non offrire soluzioni sbrigative, è un messaggio molto potente: fa capire ai bambini che le emozioni, anche le più intense e sgradevoli, svolgono la propria funzione di sfogo e allertano un adulto che può aiutare. Fa passare un insegnamento fondamentale per il loro futuro: non spaventarsi di fronte alle emozioni negative, riconoscerne il significato, accettarle e utilizzarle, per capire meglio e affrontare le cose. E anche per chiedere aiuto, quando serve.