L’INTELLIGENZA NELLE EMOZIONI

di Giada Mazzanti “mamma ho preso 8 nel compito di matematica” “ohh ma quanto è intelligente il mio bambino” Vi ricorda qualcosa? Probabilmente è una conversazione che potrebbe esservi capitata nel corso della carriera scolastica. Comunemente si associa il concetto di intelligenza al successo scolastico/accademico ma il costrutto si riduce soltanto all’ottenere delle buone prestazioni? Tale quesito se lo sono posti diversi studiosi nel corso del tempo: lo stesso Darwin, suo cugino Galton, Binet che costruì dei test mentali per dedurne l’età, detta età mentale; Stern, partendo dall’indice individuato da Binet, trovò il modo per renderlo universale per ogni età tramite il “quoziente intellettivo”; esso consiste nel dividere l’età mentale del soggetto per la sua età cronologica e moltiplicare il risultato per cento. Per poi arrivare a Gardner con la teorizzazione delle intelligenze multiple e a Sternberg sull’intelligenza triarchica. Queste teorie permettono la costruzione di test che vanno ad analizzare solo l’aspetto cognitivo dell’intelligenza considerandola come un costrutto monolitico scisso sia dalle emozioni che dalla motivazione. La sfera emotiva e motivazionale però influenzano la prestazione intellettiva e sono profondamente relati sia al QI sia alla costruzione della personalità; infatti, gli studi sulla meta-cognizione hanno evidenziato come una scarsa percezione di efficienza intellettiva si ripercuota sia sulla stima di sé e sia sull’autoefficacia causando una scarsa prestazione. Per tutti questi motivi quando si valuta l’intelligenza è bene considerare sia la massima prestazione cognitiva, sia l’intelligenza usata nei contesti quotidiani ma anche considerare quei fattori che possono essere accostati alla personalità come motivazione, meta-cognizione, comprensione delle emozioni, stili cognitivi e interpersonali e apertura mentale. Ma cosa si intende per emozione? Qual è la differenza con il sentimento? Sono due concetti fondamentali che spesso, nella quotidianità vengono confusi e non ci si riflette a sufficienza. Con “emozione” si intendono tutti gli stati affettivi intensi e di breve durata, danno luogo anche a comportamenti mentre i sentimenti sono stati affettivi di minore intensità più durevoli nel tempo e sono condizioni interne che danno azione e motivano un comportamento (Lazarus, Folkman 1984) Il primo studioso della funzione dell’emozione è stato Darwin considerandola come strumento di sopravvivenza della specie, da lui molti si sono affacciati allo  studio del costrutto facendo sì che si creasse una eterogeneità di approcci teorici; essi però concordano nel considerare l’emozione come un processo che coinvolge tutto l’organismo a livello psicofisiologico, cognitivo e comportamentale che permette l’interazione organismo-ambiente ovvero l’adattamento del soggetto rispetto agli stimoli, al contesto e alle interazioni sociali. L’emozione nell’ottica evolutiva è fondamentale fin dall’inizio della vita per la costruzione della personalità; detto ciò, si può dire che nel bambino, tale competenza, sia indice di benessere e sia anche relata all’ambito della socializzazione e apprendimento. Emerge, dunque, che l’intelligenza emotiva è legata all’apprendimento, vediamo in che modo. Come dimostrano studi neuroscientifici (Mercenaro 2006), l’emozione è legata al pensiero, memoria e apprendimento nel senso che ogni apprendimento è marcato emotivamente. Altri studiosi ancora (Gottman, Declaire 1997; Dwyer 2002) evidenziano che anche i bambini aventi una buona competenza emotiva e inseriti in un ambiente di apprendimento sicuro ottengono risultati migliori nell’acquisizione delle conoscenze, non solo ma riescono a stabilire relazioni sociali migliori e gestiscono meglio le situazioni frustranti. Grazie a queste evidenze emerge, non solo la parzialità nella modalità valutativa dell’intelligenza come sola performance cognitiva ma anche la non completezza dell’educazione scolastica che tende a potenziare lo sviluppo cognitivo a discapito di quello affettivo. Viene a delinearsi il bisogno di ridefinire la pedagogia scolastica, essa dovrebbe considerare il tema della conoscenza emotiva come motore dell’apprendimento e della formazione di personalità. se non si tenesse di conto dell’area emotiva il rischio che ne deriverebbe sarebbe che l’incapacità di capire e gestire il proprio stato emotivo intralcerebbe il funzionamento delle abilità conoscitive. Ovviamente non va dimenticato che nel processo di apprendimento è fondamentale che vi sia un buon rapporto tra studenti e insegnati; infatti, il sentirsi accettati nel gruppo e stimolati dall’insegnate permette di aumentare la motivazione e apprendere in modo proficuo. Come si nota, l’apprendimento scolastico è analogo all’intero processo educativo, avviene solo se viene investita l’intera persona nelle sue relazioni con l’insegnante e con i compagni di classe (Csikszentmihalyi 1992, Blandino, Granieri 1995). La modalità più lampante per implementare le competenze nell’ambito emotivo e quindi per tenere sempre presente l’intelligenza emotiva sono l’attuazione di progetti, soprattutto nelle scuole primarie ma non solo, volti all’alfabetizzazione emotiva sia degli alunni ma anche degli insegnanti. Bibliografia Blandino G., Granieri B. (1995). La disponibilità ad apprendere. Dimensioni emotive nella scuola e nella                    formazione degli insegnanti. Raffaello Cortina, Milano. Dwyer B.M. (2002). Training strategies for the twenty-first Century: using recent Research on learning to                 enhance training “innovations in education and teaching International”, 39(4):265-267. Gottman J., Declaire J. (1997). Intelligenza emotiva per un figlio. Rizzoli, Milano. Lazarus R.S., Folkman S. (1984). Stress, Appraisal and coping, Springer. New York. Mancini G., Trombini E. (2011). Salle emozioni all’intelligenza emotiva. Espress Edizioni, Torino. Mercenaro S. (2006). La mente emotiva. Carocci, Roma. Passer M., Holt H., Brember A., Sutherland E., Vliek M., Smith R. (2013). Psicologia generale. La scienza della   mente e del pensiero. McGrawHill Education.

PREVENIRE IL TRAUMA DEL FALLIMENTO ADOTTIVO

di Sara Di Nunzio Il termine post-adozione designa il periodo che ha inizio con l’arrivo del bambino nella sua nuova famiglia e individua una serie di interventi finalizzati a garantire la buona integrazione del minore all’interno del nucleo familiare e del contesto sociale.  La necessità di creare una rete di servizi che accompagnino le famiglie oltre il primo anno dall’ingresso del minore adottato è una richiesta pressante in quanto il servizio di post-adozione va indubbiamente potenziato, anzi in molti casi soprattutto in Italia va proprio creato. Secondo una recente ricerca del professor Jesùs Palacios, professore dell’Università di Siviglia, in Spagna, le famiglie che si trovano a fare i conti con un’adozione complessa e che vivono un momento di crisi non sempre chiedono aiuto, nonostante la presenza di servizi di post adozione gratuiti e specializzati, composti da équipe di psicologi e neuropsichiatri. Infatti secondo questa ricerca per Rosa Rosnati docente di psicologia dell’adozione e dell’affido presso l’Università Cattolica di Milano, i dati confermano la necessità di un cambiamento di prospettiva culturale: l’adozione non è esclusivamente un canale per avere un figlio, ma ha in sé una intrinseca dimensione sociale​. Se i genitori hanno fin dall’inizio questa prospettiva, saranno più predisposti a chiedere aiuto: adottare non è un’impresa che può essere condotta in solitaria. Fin dal momento della valutazione delle coppie è importante tenere conto della loro disponibilità a confrontarsi con altri, a mettersi in rete, aiutarli non solo a maturare le competenze genitoriale ma anche ad acquisire delle competenze genitoriali terapeutiche per consentire ai bambini di recuperare dopo le esperienze traumatiche che hanno vissuto. L’indagine del professor Palacios si riferisce agli anni 2003-2012, analizzando soprattutto i fallimenti adottivi che hanno riguardato l’1,32% delle adozioni, numeri molto inferiori rispetto a quel 3% di cui si parla generalmente in Italia. Attraverso questa ricerca il professor Palacios ha evidenziato dei fattori di rischio determinanti, Il 94% dei fallimenti riguardano bambini che sono stati inseriti in famiglia quando avevano più di due anni, ma contrariamente a quanto si pensa, il rischio non aumenta con l’aumentare dell’età e un bambino adottato da grande non è un bambino molto più a rischio. Un altro fattore di rischio è l’adozione di fratelli: il 40% dei fallimenti adottivi coinvolge adozioni di fratelli. in poco più della metà dei casi il fallimento riguarda tutti i fratelli, mentre quando ad essere allontanato è solo uno dei figli, nel 70% dei casi si tratta del figlio maggiore. Dal punto di vista dei professionisti, è stato sottolineato come si tenda a proporre servizi di consulenza e si facciano invece pochi interventi per sviluppare l’attaccamento. Esplorando il panorama giuridico  La Spagna in particolare ha da poco cambiato la sua normativa di riferimento, ponendo un limite di due anni ai tentativi di recupero delle capacità genitoriali delle famiglie di origine e proibendo l’istituzionalizzazione per i minori sotto i 3 anni. Esplorando brevemente il panorama giuridico italiano, è indubbio poter confermare che la svolta decisiva, riguardo la tutela dei diritti dei minori adottati, si è concretizzata negli anni ’60, quando con la riforma del diritto di famiglia il minore venne riconosciuto titolare di diritti fondamentali che devono essere tutelati. Già la nostra Costituzione del 1948, con gli artt. 30 e 31, aveva sancito l’impegno dello Stato italiano nel sostegno della famiglia attraverso l’erogazione di servizi per sostenerla nell’adempimento dei suoi doveri. Nell’ordinamento italiano l’adozione dei minori in stato di abbandono è considerata legittimante, dunque irrevocabile: una volta emessa, la sentenza di adozione non può più essere rimossa e pari trattamento è assicurato ai minori stranieri in stato di abbandono, secondo la normativa prevista per l’adozione internazionale. Secondo la concezione più moderna dell’adozione, il rapporto adottivo è assimilato infatti al rapporto di filiazione legittima e la nuova famiglia adottiva sostituisce la famiglia d’origine con acquisto del cognome dell’adottante, redazione di un nuovo atto di nascita e acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero. Come qualsiasi altro rapporto giuridico di filiazione, anche il rapporto nato da un’adozione legittimante potrà essere interrotto in caso di inadeguatezza genitoriale: il minore allontanato dalla famiglia adottiva dopo la pronuncia di adozione, considerato ormai figlio legittimo, sarà come tale allontanato, collocato in una struttura o sottoposto ad affidamento ed eventualmente nuovamente dichiarato adottabile. La restituzione del minore Il fallimento adottivo è un fenomeno le cui conseguenze negative ricadono non solo sul bambino stesso e sulla sua famiglia adottiva ma sul complesso di servizi chiamati ad interessarsi al percorso di un’adozione internazionale.  La ricerca sul fenomeno della restituzione di minori adottati provenienti da Paesi stranieri ha preso in considerazione i minori transitati o presenti nelle diverse strutture residenziali di accoglienza. Dai dati si evince che la maggiore percentuale di minori viene inserita nelle “comunità di accoglienza” e in secondo luogo in “comunità familiare”. Molto residuale, invece, la presenza di minori accolti in “gruppi appartamento”, mentre soprattutto in alcune zone ancora si ricorre al ricovero in istituti di tipo tradizionale. Per comprendere le ragioni che hanno determinato l’inserimento in ciascuna specifica struttura, emerge chiaramente come la scelta della struttura residenziale non segua sempre criteri basati sui bisogni del minore ma, piuttosto, molto più frequentemente il principio dell’immediata disponibilità all’accoglienza e dei costi non troppo elevati. L’allontanamento dal nucleo familiare avviene spesso nella delicata fase della transizione adolescenziale, a seguito di momenti di accesa esasperazione delle relazioni genitore-figlio adottivo, tanto da essere inizialmente attuato come intervento di emergenza. Solo in misura residuale l’allontanamento risulta frutto di una valutazione approfondita e articolata della situazione familiare dalla quale scaturisca un progetto di intervento costruito e programmato a medio-lungo termine. Per questo il sostegno degli operatori nel post-adozione è fondamentale. Secondo Rosa Rosnati, gli operatori non hanno il compito di valutare le capacità e mancanze della coppia, bensì di individuare le risorse presenti in ciascuno dei coniugi, nella coppia, nella famiglia e nel contesto sociale, pertanto l’obiettivo sarebbe quello di creare reti sociali che possano sostenere la famiglia adottiva. Fonti: Vadilonga F., Curare l’adozione. Modelli di sostegno e presa in carico della crisi adottiva. Milano: Raffaello Cortina, 2010. Andolfi M., Chistolini

Il cambiamento climatico e il suo impatto sulla salute mentale

Il cambiamento climatico non è solo una delle più grandi minacce alla salute globale del ventunesimo secolo, ma è anche una delle sfide più importanti nella storia dell’umanità. L’azione dell’uomo ha avuto un impatto sulla Terra su larga scala, sotto forma di inquinamento, degrado ambientale, distruzione dell’aria, del suolo, dell’acqua e degli ecosistemi, nonché della distruzione di specie in tutto il mondo. L’impronta umana ha innescato cambiamenti climatici e ambientali che mettono in pericolo anche la stessa sopravvivenza umana. La crisi climatica e ambientale può influire, sia direttamente che indirettamente, sulla salute e sul benessere delle persone. Sebbene le ricerche abbiano dimostrato significativi effetti sulla salute fisica, l’indagine riguardante l’impatto sulla salute mentale dei fattori di stress climatici e ambientali è un’emergente area di ricerca. È uno dei principali ambiti di ricerca dell’Ecopsicologia, una branca della Psicologia ambientale. L’Ecopsicologia cerca le radici dei problemi ambientali nella psicologia umana e nella società e le radici di alcuni problemi personali e sociali nella nostra relazione disfunzionale con il mondo naturale. Esplora l’interdipendenza psicologica degli esseri umani con il resto della natura e le implicazioni per l’identità, la salute e il benessere. Le ricerche che studiano l’impatto degli stressor ambientali e climatici sulla salute mentale si sono concentrate su diversi aspetti relativi al cambiamento climatico, tra cui: eventi meteorologici estremi e disastri naturali: collegati a un’ampia gamma di esiti negativi di salute mentale, tra cui i più comunemente riportati sono il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e la depressione, nonché i disturbi d’ansia, il suicidio e l’abuso di sostanze; aumento delle temperature e ondate di calore estremo: considerati un grave problema di salute pubblica in quanto collegati ad una vasta gamma di conseguenze sulla salute mentale, inclusi comportamenti aggressivi e criminali, disturbi della veglia e del sonno, depressione e suicidio; siccità: connessa ad un aumento di stress psicologico e suicidi; insicurezza idrica e alimentare: la scarsità d’acqua e di cibo è stata collegata a disagio psicologico, tendenza al suicidio, ansia, disperazione e depressione, preoccupazione, vergogna e stigma; inquinamento atmosferico: l’esposizione alle particelle inquinanti è stata collegata alla sintomatologia depressiva e al deterioramento cognitivo, nonché a malattie che colpiscono il sistema nervoso centrale (SNC), come il morbo di Alzheimer; profondi cambiamenti sull’ambiente naturale: possono evocare dolore, tristezza e sentimenti di perdita. Queste emozioni sono state precedentemente esaminate con i termini di dolore ecologico e solastalgia. I fattori di stress climatico e ambientale possono esercitare un impatto sulla salute mentale attraverso molteplici percorsi. 1 – Percorso biologico Data la relazione intrecciata tra salute fisica e mentale, i danni fisici causati da eventi ambientali o esposizione a tossine ambientali, nonché malattie o condizioni di salute causate da fattori di stress climatici e ambientali, possono aumentare la vulnerabilità allo sviluppo di malattie mentali. I dati esistenti supportano l’idea che esiste un legame tra i cambiamenti climatici e il verificarsi di lesioni fisiche. Eventi meteorologici estremi e disastri naturali possono aumentare il rischio di lesioni. 2 – Percorso emotivo La crisi climatica e ambientale può essere intesa come un grave fattore di stress globale, associato a particolari aspetti che evocano o intensificano le risposte emotive negative. Il fatto che l’esistenza dell’umanità possa essere minacciata dalle conseguenze di questa crisi la collega a temi come la minaccia esistenziale, la distruzione o la morte. Queste associazioni possono aumentare la consapevolezza della mortalità, che può attivare le difese psicologiche e provocare reazioni emotive profondamente angoscianti. La portata globale della crisi può inoltre dar luogo a sentimenti di apatia, intorpidimento, perdita di controllo, impotenza, incertezze sul futuro, nonché uno stato di “eco-paralisi”, in particolare nei giovani. Questi sentimenti possono essere ulteriormente esacerbati osservando l’apparente inerzia dei leader globali e della popolazione in generale per mitigare o affrontare adeguatamente la crisi. 3 – Percorso cognitivo I fattori di stress climatici e ambientali possono avere un impatto sulla salute mentale in quanto possono influenzare il concetto di Sé e indurre meccanismi di difesa, come la negazione, e strategie di coping disadattivi. 4 – Percorso comportamentale I comportamenti dannosi per la salute sono spesso risposte disadattive per facilitare il fronteggiamento di emozioni e stati affettivi negativi, come rabbia e paura, o circostanze e ambienti sfavorevoli o dannosi. Esempi di comportamenti dannosi per la salute sono la mancanza di attività fisica, l’alterazione del sonno, l’attività criminale e la violenza. 5 – Percorso sociale I fattori di stress climatico e ambientale possono destabilizzare le reti sociali, interrompere il sostegno sociale e ridurre la coesione sociale. Ad esempio, è stato dimostrato che l’insicurezza alimentare porta alla disperazione e a bassi livelli di autoefficacia, che destabilizzano le relazioni sociali e aumentano il rischio di depressione. Inoltre, sono stati osservati cambiamenti nel comportamento sociale urbano a causa dell’inquinamento atmosferico, come una minore interazione con i vicini (cioè una minore “reciprocità sociale”), collegata alla sintomatologia depressiva. Infine, il cambiamento climatico, l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente possono compromettere lo stato socio-economico di un individuo e, in ultima analisi, la sua salute mentale attraverso l’interruzione dello stipendio o dell’istruzione, la perdita del lavoro o di mezzi di sussistenza, oppure attraverso la migrazione forzata. Se il cambiamento climatico e ambientale continuerà a farsi strada, ci si può aspettare un suo sempre maggior impatto negativo sulla salute mentale. Il cambiamento climatico non è solo una delle maggiori sfide di questo secolo ma è probabilmente una delle sfide più importanti nella storia dell’umanità. Data la dipendenza degli esseri umani da un ambiente sano, l’arresto del cambiamento climatico e la protezione dell’ambiente naturale devono diventare una priorità assoluta. Un cambiamento verso la protezione del mondo naturale e uno stile di vita più sostenibile può, in definitiva, favorire un miglioramento della salute mentale. Fonti Thoma MV, Rohleder N e Rohner SL (2021). Clinical Ecopsychology: The Mental Health Impacts and Underlying Pathways of the Climate and Environmental Crisis. Front. Psychiatry 12:675936. doi: 10.3389/fpsyt.2021.675936 Morganstein JC e Ursano RJ (2020). Ecological Disasters and Mental Health: Causes, Consequences, and Interventions. Front. Psychiatry 11:1. doi: 10.3389/fpsyt.2020.00001 Cianconi P, Betrò S e Janiri L (2020). The Impact of Climate Change on Mental

Media Digitali: tenere fuori dalla portata dei bambini

di Angela Atzori Introduzione In seguito allo sviluppo tecnologico degli ultimi anni, in Italia, come del resto, nel mondo intero, si assiste ad un incremento della diffusione di tablet, smartphone, pc, tv dallo schermo digitale e altro.Considerando i dati forniti dall’ISTAT (2018) grazie alla ricerca effettuata da un Gruppo di lavoro congiunto Istat-FUB (Fondazione Ugo Bordoni), si osserva che se nel 1997, la percentuale di italiani che possedeva un cellulare era piuttosto esigua, pari al 27,3% , nel 2016 era notevolmente incrementata raggiungendo il valore del 95% . In base ai dati forniti da una ricerca pubblicata in PEW RESEARCH CENTER (2018) si ha la conferma che la tecnologia mobile si è diffusa rapidamente in tutto il mondo e si stima che oggi più di 5 miliardi di persone dispongano di dispositivi mobili e oltre la metà di queste connessioni sono smartphone. Nello specifico in 18 economie avanzate intervistate, dispone di smartphone una mediana del 76%, rispetto a una mediana di solo il 45% nelle economie emergenti.Come sostiene la pediatra Jenny Radesky (2016) l’innovazione tecnologica ha trasformato i media ed il loro ruolo anche nella vita dei neonati e dei bambini piccoli tanto che sono sempre di più quelli che utilizzano quotidianamente le nuove tecnologie, persino nelle famiglie economicamente svantaggiate. I bambini di oggi di conseguenza hanno un accesso ai media digitali che è sicuramente maggiore rispetto a qualsiasi generazione precedente. Nella ricerca condotta da Dominigues e Montanari nel 2017, la maggior parte dei bambini aveva iniziato ad utilizzare i media digitali prima di un anno di età e a due anni di età la maggior parte dei bambini utilizzava quotidianamente un dispositivo mobile. Dallo studio condotto da Kabali HK e colleghi (citati inBeena Johnson, 2020) che includeva 422 genitori di bambini di età compresa tra 1 e 60 mesi, è emerso che il più giovane ad utilizzare un dispositivo mobile, aveva addirittura 6 mesi.L’uso pervasivo di questi media coinvolge dunque tutti i bambini, anche quelli in età precocissime, inferiori ai due anni di vita. Questo aspetto della realtà che sta diventando una normalità, quasi o ormai consolidata, è sotto gli occhi di tutti: quanti di noi infatti possono affermare di non aver mai visto un bimbo, magari di due anni o anche meno, intento a fare tap su uno smartphone, su un tablet, oppure completamente concentrato di fronte alla tv mentre i genitori o chi per loro si dedicano ad altro?Secondo Cubelli e Vicari (2016) per molti genitori questi strumenti digitali sono utili per impegnare, distrarre, accudire i loro figli e per dedicarsi al lavoro o agli altri compiti domestici.Ma quali effetti hanno sullo sviluppo cognitivo, linguistico, emotivo-affettivo del bambino? Quali sono le conseguenze per le condizioni di benessere e di salute?Queste domande sono oggetto di interesse da diverso tempo della comunità scientifica. Psicologi, pediatri, neuropsichiatri ed altri esperti dello sviluppo infantile, si interrogano e orientano i loro studi in modo sempre più attento e profondo sull’impatto di tablet, smartphone ed altri dispositivi a schermo digitale ( non solo quindi della tv), sulla salute e sullo sviluppo degli infanti da 0 a 6 anni concentrandosi in alcuni casi nello specifico nella fascia d’età inferiore ai due anni.Già nel 1999 l’American Academy of Pediatrics (AAP) aveva emesso delle raccomandazioni sui media (in quel caso ci si riferiva alla tv) scoraggiandone caldamente l’utilizzo in particolare da 0 a 2 anni e consegnava ai pediatri il compito di discutere con i genitori, durante le visite di mantenimento della salute/benessere dei piccoli, i “media limits”, ossia di stabilire dei limiti proprio sul loro uso in quella fascia di età (Brown, 2011). I motivi sottostanti a tale raccomandazione, risiedevano nel fatto che l’AAP sosteneva che ci fossero potenzialmente più effetti negativi in questa fascia di età, rispetto a quelli positivi. Uno studio longitudinale condotto da Zimmerman e Christakis, (2005) constatava che la visione della tv prima dei 3 anni aveva modesti effetti negativi sullo sviluppo cognitivo e dunque gli autori, suggerivano una maggior aderenza alle linee guida dell’AAP secondo cui i bambini di età inferiore ai 2 anni non dovrebbero guardare la tv.Nelle nuove raccomandazioni dell’AAP (2016) è messo nero su bianco di evitare qualsiasi tipo di media digitali (a parte videochat) nei bambini di età inferiore ai 18 mesi e dai 18 ai 24 mesi si raccomanda un uso limitatissimo selezionando con accuratezza i contenuti da vedere solo in presenza di un adulto, evitando perciò che i bambini utilizzino i media in totale autonomia e solitudine. Mentre dai 2 ai 5 anni si raccomanda di limitare l’uso dello schermo a massimo un’ora al giorno, sempre sotto la supervisione del genitore, purché la scelta ricada su contenuti di alta qualità (Radesky, 2016).Anche l’OMS allo stesso modo, nelle nuove linee guida del 2019 inerenti l’attività fisica, il comportamento sedentario e il sonno per i bambini sotto i 5 anni, raccomanda il divieto assoluto degli schermi per i bambini da zero a due anni e per quelli della fascia di età 2-4 anni raccomanda di non lasciarli mai per più di un’ora al giorno a guardare schermi televisivi o di altro tipo come smartphone o tablet.È evidente che negli ultimi anni si assiste ad un incremento (seppur ancor contenuto) degli studi sugli effetti che seguono ad un’esposizione precoce ai diversi dispositivi digitali. Sebbene la letteratura internazionale si sia concentrata essenzialmente sulla tv, poiché diffusa da più tempo rispetto a tablet, smartphone, computer, ha fornito molte informazioni sull’ impatto di uno schermo sullo sviluppo cognitivo. Alla luce di ciò, e come suggerisce Anderson (2017) poiché l’esperienza di guardare tv è simile a quella degli altri strumenti digitali, è possibile basarsi anche su queste ricerche. Rischi per lo sviluppo e la salute Prima di elencare gli effetti negativi conseguenti all’esposizione ai media digitali, è importante sapere che la comprensione sostanziale della televisione con contenuti diretti ai bambini, non compare prima dei due anni di età e che in questo periodo essi imparano più da presentazioni di vita reale che dal video (Anderson, 2017). I neonati e i

Le evidenze emotive

di Umberto Maria Cianciolo Le microespressioni sono movimenti facciali rapidi segnalanti l’esperienza emotiva del soggetto. Attraverso il volto è possibile rintracciare tre tipologie di segnali: 1. statici: aspetti permanenti come il colore della pelle, la struttura ossea, grandezza, forma e posizione dei lineamenti ecc. 2. a variazione lenta: riguardano cambiamenti che avvengono gradualmente nel tempo come la formazione di rughe permanenti o le alterazioni del tono muscolare o della pigmentazione della pelle; 3. rapidi: sono prodotti dai movimenti dei muscoli facciali che producono variazioni temporanee nell’aspetto del viso, come cambiamenti di forma e posizione dei lineamenti (es. sollevare le sopracciglia).  Tra questi, quelli “rapidi” sono di certo quelli a cui prestare più attenzione nello studio delle emozioni. Questi cambiamenti passano velocissimi sul viso, si manifestano per due o tre secondi, se non per frazioni di secondo e vengono denominati dagli autori “microespressioni” (Ekman e Friesen, 2003, p. 25). Del resto, differenziamo un’emozione da un sentimento, o da uno stato d’animo, proprio per la sua connotazione di transitorietà. Difatti, la ricerca dimostra che proprio da questi segnali “rapidi” è possibile individuare esattamente l’emozione corrispondente nonché distinguere ciascuna delle emozioni di base dalle loro mescolanze (Ekman e Friesen, 2003). Gli stati d’animo sono comunque affini alle emozioni: i primi, come detto, hanno una durata maggiore rispetto alle seconde, per quanto per tutto il periodo è possibile che compaia sul volto una mimica emotiva corrispondente; inoltre, lo stato d’animo può manifestarsi visivamente attraverso la frequenza con cui “la corrispondente mimica completa compare e scompare sul viso” (Ekman e Friesen, 2003, p. 22). Inoltre, rispetto al riconoscimento emotivo, Ekman e Friesen (2003) ci dicono che i segnali “statici” ed “a lenta variazione” possono influire sulle implicazioni di un messaggio emotivo: “Se i segnali facciali rapidi ci dicono che una persona è arrabbiata, la nostra impressione sul perché è arrabbiata e su quello che può fare dipende in parte da quello che ci dicono gli altri segnali (statici e lenti) circa la sua età, razza, sesso, personalità, temperamento e carattere” (Ekman e Friesen, 2003, p. 21). I segnali che abbiamo definito “rapidi” inviano anche messaggi definiti “emblematici” (Ekman e Friesen, 2003, p. 23). Si tratta di movimenti specifici comprensibili all’interno di un sistema culturale, o sub-culturale, di riferimento: strizzare l’occhio, fare cenni con il capo per il “sì” o il “no”. Vi sono, a tal proposito, degli emblemi che possono essere definiti “emotivi”, perché il messaggio che trasmettono riguarda un’emozione. Questi emblemi somigliano alla mimica dell’emozione corrispondente ma ne differiscono abbastanza, tanto che la persona che osserva colui il quale li sta producendo è in grado di comprendere che quest’ultimo non sta provando quell’emozione ma la sta semplicemente nominando:  “Per esempio, un emblema emotivo del disgusto è arricciare il naso, che è una parte della mimica del disgusto. Quando si usa come emblema si presenta da solo, quasi senza sollevare il labbro superiore, e compare e scompare molto rapidamente, cosicché non si può confonderlo con l’espressione autentica dell’emozione. Il messaggio è: <<Fa schifo (ma non è che lo provi in questo momento)>>” (Ekman e Friesen, 2003, p. 23). E ancora, i segnali “rapidi” sono utilizzati anche come punteggiatura, introducendo nel discorso verbale accenti, virgole e punti fermi. Dunque, appurato che il nostro volto veicola evidenti segnali rappresentanti le emozioni (le microespressioni) per quale motivo i soggetti non riescono a individuarle? Una prima risposta a questa domanda potrebbe riguardare, come già accennato, il fatto che le microespressioni compaiano e scompaiano sul viso in brevissimo tempo: questo breve lasso di tempo in cui si manifestano rende comprensibilmente necessario un allenamento affinché le si possano individuare sul viso della persona osservata. Difatti, è raro che le microespressioni arrivino a durare sino a cinque o dieci secondi, se non quando ci troviamo di fronte ad un sentimento intenso, comunque accompagnato sempre da una manifestazione vocale, dal pianto, dal riso, da un grido o da parole (Ekman e Friesen, 2003). Inoltre, le mimiche molto prolungate spesso non sono espressioni autentiche di un’emozione, ma esagerazioni della stessa, simulazioni che il soggetto compie per ingannare l’interlocutore; simulazione che l’interlocutore stesso sarà in grado di smascherare. A volte, però, le esagerazioni non sono simulazioni: possono rappresentare, da parte del soggetto che le produce, un tentativo di manifestare un’emozione vera prendendone le distanze. Gli autori (Ekman & Friesen, 2003), riportano un esempio: abbiamo accettato di partecipare ad un’impresa che si rivela più rischiosa del previsto. Potremmo, allora, esibire esageratamente un’espressione terrorizzata e il nostro compagno d’avventura potrebbe approfittarne per manifestare anche i suoi dubbi oppure ridere di noi; in questo secondo caso potremmo però affermare che stavamo giocando, che stavamo fingendo per mettere l’altro alla prova. Una seconda risposta alla domanda la si potrebbe rintracciare in norme sociali di buona educazione. È raro, infatti, che guardiamo di continuo l’interlocutore durante una conversazione perché non vogliamo mettere in imbarazzo l’interlocutore o noi stessi: se volesse comunicarci il suo stato emotivo lo direbbe a parole, altrimenti rischieremmo di invadere i confini convenzionali. “Guardare fissa una persona in volto è una mossa intima. Possiamo prenderci questa libertà solo se l’altro ci autorizza esponendosi al pubblico, o se il nostro ruolo sociale (di interrogante, giurato, genitore, datore di lavoro ecc.) ce lo consente – oppure quando esplicitamente cerchiamo l’intimità, invitando l’altro a ricambiare lo sguardo” (Ekman e Friesen, 2003, p. 28). Decidiamo di non guardare in viso l’interlocutore anche per evitare di avere obblighi nei suoi confronti e/o per poter fingere di non sapere: se guardassimo il volto di una persona che mostra rabbia, saremmo allora costretti a chiederci se è per causa nostra. E ancora, la scelta di non guardare il volto dell’interlocutore potrebbe essere il prodotto di un apprendimento avvenuto nel corso dell’infanzia: abbiamo imparato molto precocemente, che è conveniente non guardare certe espressioni sul volto, chiunque le manifesti: “Un bambino, per esempio, impara che è pericoloso guardare il babbo quando è arrabbiato e che è sempre meglio distogliere gli occhi dalle facce incollerite” (Ekman e Friesen, 2003, p. 29). Secondo Ekman e Friesen (2003),

L’ansia: un consigliere prezioso?

Cosa c’è di utile e informativo nell’ansia e come possiamo utilizzarla. Tra gli autori che studiano gli effetti dello stress e dell’ansia sul cervello umano, Wendy Suzuki, professore di Neuroscienze all’università di New York, ci dà una prospettiva interessante. Partiamo da un presupposto: di fronte agli eventi stressanti e all’ansia che provocano in noi, tutti sviluppiamo strategie che ci permettono di fronteggiarli e tornare sui binari. Queste azioni e comportamenti sono spesso automatici e sotto la soglia della coscienza e si sono sviluppati quando eravamo più giovani e meno inclini a comprendere i nostri meccanismi mentali. Hanno tutti uno scopo preciso: quello di alleviare le sensazioni spiacevoli e di confortarci. Ma cosa succede quando questi meccanismi non funzionano più per arginare lo stress? Come molti sanno, possono irrigidirsi e diventare delle vere e proprie trappole e rendere le cose peggiori, in termini di salute, sicurezza e qualità delle relazioni nella vita di ogni giorno. Il periodo Covid ha esacerbato molte risposte ai fattori esterni, perché la situazione di minaccia continua ha provato i nostri sistemi di difesa oltre la soglia e li ha spesso resi molto più rigidi. Tornare indietro non si può; ma forse non serve, forse è un’autentica opportunità per andare avanti, con più curiosità e attenzione e con la consapevolezza che molte persone stanno attraversando momenti simili. Utilizzare l’ansia come informazione è utile. Perché ci dice che qualcosa si è squilibrato nel rapporto cervello-corpo e che bisogna attivarsi. Non per annullare la sensazione, come ci siamo allenati a fare fin da piccoli, ma per trovare un rimedio alle cause sottostanti, affrontandole da adulti. Ognuno, se vorrà, potrà approfondire i motivi, ma alcuni semplici consigli possono aiutare. Eccone alcuni, di cui parla la dottoressa Suzuki: non isolarsi, imparare a condividere la propria esperienza con gli altri. Parlare della difficoltà, non dissimulare e non chiudersi. Chiedere aiuto, quando serve. Cercare orari regolari di riposo, per aiutare il corpo. Creare routine giornaliere e seguirle con costanza, perché aiutano a regolare le emozioni. Fare movimento all’aperto. Tutti questi comportamenti, che sembrano i consigli della nonna, hanno solide basi di ricerca scientifica: introdurli nelle scelte quotidiane fa la differenza, da subito, in termini di produzione di endorfine e di aumento della motivazione. Stop alle pulizie esagerate, all’utilizzo continuativo dei social e alle abbuffate da serie televisive: metodi che servono a zittire e ad accantonare solo per un po’ l’ansia, per farla tornare a breve più forte di prima. Sostituirli con comportamenti virtuosi può essere difficile all’inizio, ma consente di diminuire in tempi brevi i livelli di stress. Impariamo a usare l’ansia come una richiesta di attivazione; una richiesta utile e chiara: dopo un lungo periodo di incertezza, può fare sorprendentemente bene ripartire da zero. O da tre, come diceva Troisi.

Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

down social networks

Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.

Che cosa sogni?

di Antonella Buonerba È l’incipit del percorso terapeutico quando il paziente è seduto davanti a me, dopo che mi ha raccontato i motivi della sua richiesta di aiuto. Perché è importante utilizzare l’interpretazione dei sogni nella pratica clinica?  I sogni vengono definiti da Freud come la strada maestra dell’inconscio. Rappresentano, pertanto, quella parte di noi stessi che ci risulta estranea, incomprensibile e a volte inaccettabile.Essi rappresentano il ponte con la sfera di noi che non conosciamo, ma che è presente nella nostra vita psichica, tanto da condizionarne i pensieri e i comportamenti radicandosi a volte nelle espressioni del corpo attraverso le varie forme di somatizzazione. Conoscere il mondo dell’inconscio significa intraprendere un viaggio a ritroso nella nostra infanzia e adolescenza, lì dove affondano le radici delle nostre emozioni più profonde, mai risolte, ma che spingono verso la manifestazione e il  riconoscimento di se stesse con la stessa forza e determinazione con cui, una volta, sono state negate e rimosse.Esse si legano  a particolari traumi psichici che, a causa dell’immaturità dell’Io, non hanno potuto essere elaborati, sedimentandosi nell’inconscio e trovando espressione continua ed evidente nel linguaggio del sogno. Si tratta di un lavoro che, obbedendo alle leggi della censura, trasforma il contenuto inconscio in qualcosa di più accettabile e di congruo alla nostra vita reale, senza peraltro mai riuscirci definitivamente, seguendo logiche che non conoscono né spazio e né tempo in un racconto il cui significato è noto solo al terapeuta. “Ho cominciato a sognare”, mi dicono i pazienti. L’attivazione del sogno è frutto di dinamiche di transfert e controtransfert che si innescano sulla base di una fiducia reciproca che scatta già dalle prime battute e che va a corroborate tutta la terapia, accompagnandola fino al buon esito della stessa.I pazienti, a volte, sono impazienti e mi chiedono il significato di dei sogni. Ma proprio perché si tratta di una comunicazione tra inconscio e inconscio non è opportuno rilevarglielo perché ciò comprometterebbe il lavoro analitico, scatenando le difese dell’Io. Solo alla fine dell’analisi, che assume una durata soggettiva, a seconda del grado di reticenza del paziente, vengono scoperte le carte, si arriva ad una condivisione delle nuove sensazioni derivanti dai sogni prodotti da un inconscio finalmente libero, pulito, che ha solo bisogno di ulteriore tempo per assestarsi, come un’atleta che si infortuna, o dopo una lunga degenza. A lavoro ultimato, l’inconscio darà all’io la spinta propulsiva non solo per risolvere il sintomo, ma anche per donare al paziente nuove consapevolezze che lo spingeranno ad agire in maniera serena e creativa.

Identità di genere: sorpresa, ascolto, empatia. Gli insegnanti si confrontano con i ragazzi

Può succedere che lavorando come psicologa nelle scuole, gli insegnanti chiedano aiuto perché hanno saputo che un loro alunno sta seguendo il percorso per cambiare sesso. L’adolescenza è un momento di crisi e l’identità sessuale e il cambiamento del corpo occupano un posto centrale. L’alunno che vive una condizione di ingabbiamento nel proprio corpo sessuato che però sente estraneo può decidere di intraprendere un percorso che lo porti a cambiare sesso. Il sesso è inteso erroneamente in modo ‘binario’ maschio/femmina in realtà anche le Linee guida in merito affermano che ‘ il genere è un costrutto non binario che ammette un’ampia gamma di possibilità delle identità di genere e che l’identità di genere di una persona può essere o meno congruente con il sesso assegnato alla nascita’.   Il passaggio fondamentale da fare quindi è proprio quello di rielaborare il modo binario di intendere il genere e noi psicologi siamo chiamati ad essere facilitatori in tal senso. In particolare a mettere consapevolezza sul fatto che l’identità di genere può non essere allineata al sesso assegnato alla nascita e che il passaggio al sesso a cui ci si sente di appartenere rappresenta una ‘rinascita’ per l’individuo. Infatti la mancanza di modelli positivi di riferimento piò portare i ‘transgender’ ad isolarsi e a convivere con lo stigma sociale dovuto alla loro condizione, l’assenza di guida e supporto può diventare una condizione di rischio per la salute mentale della persona. Per questo diventa fondamentale lavorare sull’accoglienza e sul pregiudizio e prevenire lo stigma. In un contesto scolastico la comprensione della non dualità di genere, l’accettazione e l’empatia possono favorire un ambiente sano e disteso in cui la persona può cominciare a sperimentare di poter essere finalmente se stessa senza sentirsi sbagliata o inadeguata. Non è facile lavorare su concetti sedimentati e strutturati e le difficoltà sono tante, ma il professionista competente e formato sull’argomento può dare un apporto significativo.