La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico: spunti di riflessione

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Nel presente articolo sono riportati alcuni spunti di riflessione sull’importanza di p o r r e a t t e n z i o n e s u l l o s t r e s s psicoemotivo vissuto dalla fratria di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato preso in esame quanto riferito da coppie genitoriali di bambini ed adolescenti con la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico rispetto agli altri figli presenti in famiglia. Il lavoro svolto attraverso colloqui, interviste e test specifici ha messo in evidenza la necessità di fornire a questi genitori non solo delle corrette i n f o r m a z i o n i s u l l a g e s t i o n e psicoeducativa del figlio o dei figli con disabilità ma anche suggerimenti per un adeguato supporto emotivo agli altri membri presenti nel sistema familiare. In particolar modo, tale esigenza è risultata importante nei casi in cui la scoperta della patologia del minore e la sua quotidianità hanno generato un “blocco” sul versante comunicativo-relazionale generale tra le varie figure, portando a disfunzionalità anche piuttosto rischiose, con l’attivazione da un lato di conflitti, dall’altro di vere e proprie sensazioni abbandoniche da parte degli altri figli presenti. Introduzione Con il termine fratria, in ambito della psicologia della famiglia, si intende la presenza di fratelli nel nucleo familiare. Fratelli che rappresentano una valida risorsa per la crescita psicoemotiva della persona. La relazione nel sottosistema figli si basa su di una spazialità di ruolo e gerarchia orizzontale rispetto alla verticalità del rapporto con i genitori. Inoltre, la dimensione temporale rende speciale tale relazione basandosi su di una maggiore continuità, garantita da una vicinanza di età tra i membri e da una prospettiva di condivisione della vita insieme superiore rispetto ai propri padri ed alle proprie madri. Naturalmente all’interno della fratria agiscono numerose variabili, tra cui l’unicità di ogni individuo, l’ambiente esterno e l’ambiente familiare, che potrebbero portare a crepe e fratture nell’equilibrio delicato di questo rapporto. Ad esempio, l’assenza dei genitori potrebbe permettere ai fratelli di instaurare un rapporto molto profondo, oppure, al contrario, la rigidità genitoriale, o la triangolazione di un genitore su un fratello, potrebbe portare i fratelli ad allontanarsi e a non essere un sostegno l’uno per l’altro. Cosa accade, però, quando un fratello o una sorella, o più di essi, sono affetti da una patologia del neurosviluppo molto invalidante sul versante comunicativo-relazionale come il Disturbo dello Spettro Autistico? Come cambiano gli assetti familiari allo stato attuale e rispetto alla progettazione del domani? Diverse ricerche internazionali e l’esperienza diretta con tali famiglie offrono spunti sui quali riflettere che evidenziano l’importanza di una presa in carico globale dell’intero sistema, dando opportunità di confronto a tutti gli attori coinvolti. La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico Molte ricerche sulla fratria rispetto al Disturbo dello Spettro Autistico si sono concentrate sui fattori genetici e biologici della patologia. Infatti, per quel che riguarda la familiarità del disturbo gli studi sui gemelli hanno fornito dati molto suggestivi. In particolare, è stata segnalata una concordanza, fra gemelli monozigoti, variabile dall’86% al 92%. Nei gemelli dizigoti, la concordanza sarebbe di circa il 26%. Nei fratelli non gemelli, invece, l’incidenza sarebbe di circa il 2%, con un rischio 100 volte superiore a quello stimato nella popolazione generale (0,02%) (2). Altri studi sulle fratrie hanno, invece, dimostrato che tra il 3 % ed il 5 % dei casi, un altro/un’altra fratello/sorella presenta delle anomalie “nello spettro dei disturbi autistici”, se uno dei membri della famiglia ne è affetto (3) (4). Attualmente, un certo numero di cromosomi ha attirato l’attenzione di molti studi scientifici (il 2, il 13, il 15 e il 17), anche se i ricercatori sono concordi nel pensare che non vi è un unico gene responsabile dell’autismo, ma che ve ne siano diversi ad interagire fra di loro. Oltre agli studi genetici, molte indagini si sono focalizzate sugli aspetti emotivi e sociali riguardanti la fratria e la disabilità. Numerosi ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che le criticità comportamentali del Disturbo dello Spettro Autistico influenzino l’intero nucleo familiare, così che la fratria del bambino con autismo presenti maggiori possibilità di sviluppare dei problemi d’adattamento sociale (5) (6). In generale, molti lavori si sono incentrati sul capire se avere un fratello o una sorella con autismo porti a delle conseguenze negative sullo sviluppo psicosociale, provando a rilevare se la convivenza con uno o più soggetti con questa patologia possa avere effetti sulla struttura della personalità, dell’identità sociale e delle competenze relazionali dei membri della fratria. I disturbi prevalenti nell’autismo come difficoltà della comunicazione verbale e n o n v e r b a l e , p r o b l e m a t i c h e nell’interazione sociale, interessi limitati, difficoltà d’adattamento sociale, comportamenti stereotipati, sono le sfide adattative con le quali si devono rapportare e confrontare le fratrie. Fratelli e sorelle, infatti, devono affrontare l’insieme di questi comportamenti, cosa che presuppone dei cambiamenti all’interno del nucleo familiare (7). Ma se da un lato numerose ricerche, in tale ambito, hanno dimostrato che le fratrie sono soggette a problemi d’adattamento, altre non hanno messo in evidenza alcuna differenza tra le fratrie di bambini con autismo e quelle di bambini senza handicap o affetti da sindrome di Down (8) (9). Durante il lavoro svolto dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II livello dell’ASL CE, in diversi colloqui ed interviste è emerso che molti genitori di bambini con disabilità sentono la necessità di fornire uno spazio di ascolto incentrato sulla gestione degli aspetti psicoemotivi dei figli “normotipici”. Sono state, infatti, riportate esperienze di disagio nella condivisione degli ambienti familiari, vissuti di gelosia o di abbandono rispetto alle figure genitoriali, sensazioni di vergogna, difficoltà di accettazione della malattia del proprio familiare o anche angoscia per il proprio futuro in

L’Adolescenza

di Marika Porricelli da Psicologinews Scientific L’adolescenza è un periodo particolarmente critico, che si pone all’attenzione di tanti specialisti provenienti da campi anche molto eterogenei tra di loro. Questo articolo indaga la perniciosa trappola dei comportamenti di rischio in cui molti adolescenti si ritrovano spesso, senza e s s e r n e n e a n c h e p i e n ame n t e consapevoli. L’obiettivo è quello di indagare le possibili cause di tale vulnerabilità che possono essere di tipo non solo sociale e psicologico, ma anche e soprattutto di tipo neurofisiologico. L’aspetto fondamentale è la descrizione dell’evoluzione del cervello di un adolescente e le differenze morfologiche e funzionali che esso presenta rispetto a quello di un soggetto adulto. Un altro aspetto che è stato affrontato è la descrizione di tutti i più frequenti comportamenti di rischio tra gli adolescenti con particolare attenzione al disturbo psicopatologico dato dalla dipendenza da internet, che spesso è poco riconosciuto. Infine viene indagata una possibile prassi di intervento specialistico. 1. INTRODUZIONE Dalla Relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, curata dal Dipartimento per le politiche antidroga è stato stimato che in Italia un terzo della popolazione residente di età compresa tra i 15 e i 64 anni abbia assunto almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita (M = 39,5%; F = 27,2%). Questo è dimostrabile anche dagli ingressi negli Istituti Penali per Minorenni in Italia di minori con imputazioni per reati droga correlati, che solo nel 2017 sono stati 163. La maggior parte degli ingressi riguarda soggetti di età inferiore a 18 anni (71%) e maschi (98%). Più nello specifico dai dati emerge che un terzo della popolazione tra i 15 e i 64 anni riferisce di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita (M = 39,1%; F = 26,4%). Anche per quanto riguarda sostanze stimolanti, quali amfetamine ed ecstasy tra i giovani adulti tali prevalenze risultano più elevate: si attesta infatti una stima di circa 350.000 giovani-adulti tra i 15 e i 24 anni. Inoltre il 3,2% dei residenti in Italia ha utilizzato sostanze allucinogene (come LSD, funghi allucinogeni ecc.) almeno una volta nel corso della propria vita, e tra questi si osserva un consumo più elevato tra i più giovani, di quasi 350.000 giovani tra i 15 e i 24 anni. 2. L’ADOLESCENZA 2.1 Il punto di inizio e di fine dell’adolescenza Sappiamo dalla letteratura che l’adolescenza viene descritta come una particolare fase della vita caratterizzata da molteplici cambiamenti e sfide. Essa è una fase di sviluppo il cui range di etá crea ancora oggi crea incompatibilitá tra i ricercatori. Ad esempio all’inizio del 20 ° secolo, G. Stanley Hall definì vagamente l’adolescenza come un periodo di sviluppo periodo che va dai 14 ai 24 anni nel suo trattato sull’adolescenza. Tuttavia, più di 50 anni fa, l’OMS propose l’adolescenza come un periodo che andava dai 10 ai 20 anni, notando che sebbene sia inizi con la pubertà, ha un punto di fine meno ben definito. Per questo motivo in Italia per convenzione spesso si utilizza come punto di fine dell’adolescenza il raggiungimento dell’età legislativa dei 18 anni, ma come espresso precedentemente dal punto di vista fisiologico e psicologico stabilire il punto di fine dell’adolescenza è piuttosto difficile. L’adolescenza comprende sia elementi di crescita biologica che importanti transizioni di ruolo sociale, elementi entrambi cambiati nel secolo scorso. Da un lato la pubertà precoce ha accelerato l’inizio dell’adolescenza in quasi tutte le popolazioni, mentre dall’altro il concetto di “crescita continua” h a i n n a l z a t o i l p u n t o d i fi n e dell’adolescenza fino a ben 20 anni. Allo stesso modo il ritardo nelle transizioni di r u o l o , come i l completamento dell’istruzione, il matrimonio e la genitorialità, continuano a modificare le percezioni popolari di quando inizia l’età adulta. 2.2 Le sfide dell’adolescenza L’adolescenza corrisponde ad un periodo di particolari sfide psicologiche sociali in cui il giovane si ritrova a dover costruire una propria identità personale credibile e che g l i permetta di addentrarsi nel mondo sociale “degli a d u l t i ” . Ma o l t r e a t a l i sfide e c amb i ame n t i p s i c o – s o c i a l i c h e coinvolgono l’adolescente vi sono anche molteplici cambiamenti cerebrali e ormonali che interessano in particolare la maturazione delle regioni cerebrali legate alla percezione delle emozioni e l a g e s t i o n e d e l r i s c h i o d e l l a gratificazione. 3.IL CERVELLO DI UN ADOLESCENTE Il cervello degli adolescenti risulta essere profondamente diverso da quello degli adulti; diversamente da quello di altri organi, infatti, lo sviluppo dell’encefalo si c o s t r u i s c e s o l o g r a d u a l m e n t e modificandosi nel corso dello sviluppo dell’individui. Ed i l processo di connessione delle aree cerebrali non può dirsi completo prima dei 25 anni, per tale motivo la caratteristica centrale del cervello degli adolescenti è il basso livello di connessione nell’area frontale. In altre parole le significative difficoltà degli adolescenti nel comprendere le conseguenze delle loro azioni e nel prendere decisioni razionali vanno pertanto attribuite all’incompleto e insufficiente sviluppo della connettività dei loro lobi frontali. Oggi, grazie all’utilizzo delle tecniche di brain imaging, è possibile osservare la maturazione del cervello nel corso dell’adolescenza, in particolare il completamento dello sviluppo del lobo frontale, che, dal punto di vista filogenetico, rappresenta quell’aspetto che distingue gli esseri umani da tutte le altre specie animali. Le prime aree del cervello a raggiungere il completo sviluppo sono il tronco cerebrale e il mesencefalo; esse regolano le funzioni corporee essenziali alla sopravvivenza (respirazione, digestione, escrezione, termoregolazione), le cosiddette funzioni autonome. Le aree

L’aumento delle richieste di consulenza psicologica durante la pandemia da COVID-19. Alcune considerazioni sul lavoro con i preadolescenti

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific Come è ben noto, durante l’ultimo anno nella popolazione è stato rilevato un importante aumento della sintomatologia ansioso-depressiva, anche in soggetti solitamente non a rischio. La paura del contagio, le restrizioni volte al c o n t e n i m e n t o d e l l ’ i n f e z i o n e , l’avvicendarsi di molteplici disposizioni governative ha portato la maggior parte delle persone a sviluppare quella che è stata definita “Pandemic Fatigue”, ovvero la stanchezza da pandemia (Murphy, 2020). Essa appare particolarmente complessa nei preadolescent i , fasci a d’et à generalmente caratterizzata da fisiologiche dinamiche conflittuali nel rapporto con i genitori e con il gruppo dei pari. I ragazzi fra gli 11 ed i 15 anni, infatti, già solitamente intenti a c o n f r o n t a r s i con l e complesse trasformazioni psicofisiche tipiche del loro momento evolutivo, stanno sviluppando sempre più di frequente comportamenti distruttivi o vissuti depressivi (Silva et al., 2020). I genitori, naturalmente preoccupati e confusi, chiedono di frequente di essere sostenuti nella gestione di tali dinamiche, angosciati dalla possibilità che insorgano comportamenti distruttivi se non, addirittura, psicopatologici (Canzi et al., 2021). “Dottoressa!” ricordo una madre “Come faccio a tenerlo in casa? Significherebbe lasciarlo davanti ai videogiochi tutto il giorno!” “È diventato aggressivo, risponde sempre male!” Oppure: “Sta sviluppando dei sintomi ansiosi, non dorme la notte!” Se la consulenza psicologica per questa fascia d’età è sempre difficile (poiché la tipica diffidenza del preadolescente è spesso di ostacolo all’innescarsi dell’alleanza terapeutica), in questo momento l’accesso al loro mondo interno si sta rivelando ancora più complessa (Rogora & Bizzarri, 2020). Il senso di frustrazione e di angoscia legato ai contenuti della pandemia, unito anche ad uno scoraggiamento nei confronti del mondo adulto che, tanto incerto nella gestione di un evento sanitario così complesso, sembra comportare anche un’importante difficoltà di affidarsi al dialogo con il mondo esterno (Amran, 2020; Musso & Casibba, 2020). “Ma io non ho niente da dirti!” dicono alcuni di loro “Io sto bene, è solo che mi scoccio di stare a casa. Che ci sto a fare? Tanto se me lo prendo, non muoio!” oppure “Proprio a me doveva capitare la madre ansiosa? Le mamme dei miei amici non hanno tutta questa paura!” ma anche “Ho paura per me e per la mia famiglia. La notte ho gli incubi!” La rigidità di tali pensieri, noto, sembra essere aggravata dal sentimento di solitudine che circonda le loro vite in questa f a s e . L’ i m p o s s i b i l i t à d i confrontarsi con gli altri, di vedere anche il malessere altrui, porta i preadolescenti, che sono ancora in fase di acquisizione di una visione prospettica della loro esperienza di vita, a maturare la convinzione di essere gli unici a patire il disagio dell’isolamento, sottovalutando la portata collettiva dell’emergenza da COVID-19. “Io non vedo i miei amici da un sacco di tempo!” “A me non piace la DAD!” Fabrizio De Andrè diceva che spesso “il dolore degli altri è dolore a metà” ed il nostro compito di clinici, credo, è sicuramente quello di comprendere e contenere le preoccupazioni dei nostri piccoli pazienti, ma anche di aiutarli ad acquisire una visione più completa della complessità della situazione pandemica. Ciò anche per anche per consentire loro di accedere ad una maggiore tollerabilità delle frustrazioni legate alle restrizioni sociali ed anche delle incertezze del mondo adulto riguardo i tempi del loro definitivo superamento. Bibliografia Amran MS. (2020). Psychosocial risk factors associated with mental health of adolescents amidst the COVID-19 pandemic outbreak. International Journal o f S o c i a l P s y c h i a t r y . D O I : 10.1177/0020764020971008 Canzi E., Ferrari L., Lopez G., Danioni F., et al. (2021). Essere genitori durante l’emergenza COVID-19: stress percepito e d i f fi c o l t à emo t i v e d e i fi g l i . Maltrattamento e abuso all’infanzia, 1:29-46, DOI:10.3280/MAL2021-001003 Murphy J. (2020). Pandemic Fatigue. Ir Med J, 113(6):90. Musso P. & Cassibba R. (2020). Adolescenti in tempo di Covid-19: dalla movida alla responsabilità, in “Psicologia c l i n i c a d e l l o s v i l u p p o , R i v i s t a quadr imest rale” 2:191-194, doi : 10.1449/97612 Rogora C. & Bizzarri V. (2020). “Non sarà più come prima”. Adolescenti e psicopatologia Alcune riflessioni durante la pandemia da Covid-19. Psicobiettivo 2 : 1 3 7 – 1 4 8 D O I : 1 0 . 3 2 8 0 / PSOB2020-002011 Silva CA, Queiroz LB, Fonseca C, Silva LE, Lourenço B & Marques H. (2020). Spotlight for healthy adolescents and adolescents with preexisting chronic d i s e a s e s d u r i n g t h e COVID- 1 9 pandemic. Clinics, 75 DOI: 10.6061/ clinics/2020/e1931

LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORETAMENTALE DI II E DI III GENERAZIONE NEL TRATTAMENTO D’USO DA SOSTANZE (DUS)

di Ilaria Di Giusto da Psicologinews Scientific L a Terapia Cognitivo-comportamentale di II generazione ed il Disturbo d’Uso di Sostanze La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) è considerato il modello di trattamento del disturbo d’uso da sostanze maggiormente supportato da evidenze scientifiche. Risulta essere incisiva nel ridurre la gravità delle ricadute e nell’aumentare la durata degli effetti (Carroll, 1996). L’efficacia è determinata anche dalla compatibilità della TCC con altri approcci come la farmacoterapia ed i l counseling, considerati in un intervento integrato nel trattamento del disturbo. Obiettivo fondamentale della terapia cognitivo-comportamentale di II generazione è quello di focalizzarsi sui pensieri d i s f u n z i o n a l i c h e p o r t a n o a compor tament i maladat t i v i e di riconoscere nella dipendenza un importante schema comportamentale. Tale considerazione trova fondamento nelle teorie dell’apprendimento sociale r i s p e t t o a l l ’ a c q u i s i z i o n e ed a l mantenimento del problema della dipendenza da uso di sostanze e mira a favorire l’astinenza (intesa come dismissione dal l ’uso) at t raverso l’acquisizione di abilità di coping efficaci ed alternative all’uso. La TCC parte dal presupposto che le sostanze funzionano come regolatori emotivi esterni in persone con deficit ad attuare un controllo emotivo interiorizzato. Per intervenire terapeuticamente è fondamentale, innanzitutto, stabilire una relazione terapeutica empatica, sulla cui base si può successivamente facilitare ed elaborare un confronto sulle problematiche direttamente connesse all’uso, correlate, ad esempio, all’impatto che l’uso delle sostanze ha determinato nei diversi ambiti di vita del soggetto (famiglia, lavoro, cura di sé…). In tale modo si può sostenere ed argomentare la possibilità di un cambiamento della condizione di partenza, fornendo un feedback sulla situazione attuale e sulle conseguenze nefaste a cui la persona potrà arrivare mantenendo la condizione d’uso. Un intervento centrato sulla motivazione mira ad aumentare il senso di autoefficacia del paziente, e quindi la sensazione di poter contare sulle proprie abilità personali di fronteggiamento di situazioni complesse, attraverso l’identificazione di obiettivi concreti e raggiungibili. In questo modo, stabilendo obiettivi intermedi e specifici, fissando, ad esempio, brevi periodi di astinenza, il paziente, nel rispettare il patto con il terapeuta, incrementerà la fiducia in se stesso. Ma la semplice motivazione non è condizione sufficiente per promuovere il cambiamento, motivo per cui il terapeuta deve accompagnare i l soggetto nelle varie fasi, cercando di favorire una modifica del comportamento disfunzionale, supportandolo e garantendo il raggiungimento dei risultati, implementando nuove abilità personali; ponendosi come alleato non giudicante, in grado di permettere al paziente di scoprire e mettere in discussione le proprie credenze patogene. In questo modo, si riesce ad intervenire sul potenziamento del livello di consapevolezza del soggetto rispetto a l l e condotte d ’ u s o . Una fase indispensabile, affinché ciò si verifichi, è quella dell’automonitoraggio che il soggetto dovrà svolgere, con l’ausilio del terapeuta, attraverso, ad esempio, il completamento di modelli come l’ABC di A. Ellis o il CEPA di G. Liotti, così da procedere alla stilatura di un resoconto definito degli episodi di consumo, con riguardo al contesto, alle emozioni, ai pensieri ed alle azioni correlati all’evento. In questo modo verrà favorito il potenziamento di abilità di tipo metacognitivo e metariflessivo anche rispetto all’individuazione di quelle situazioni di rischio che possono rappresentare fattori scatenanti per la comparsa della condotta disfunzionale, la cui supervisione e consapevolezza può favorire la prevenzione di ricadute future. Il rafforzamento della relazione terapeutica porterà il terapeuta a rappresentare una “nuova base sicura”, da cui il paziente potrà allontanarsi per sperimentarsi nei nuovi schemi comportamentali e nel raggiungimento degli obiettivi concordati, così da potersi esporre a situazioni di vita, assumendo comportamenti e condotte adeguate e funzionali al mantenimento della propria condizione di dismissione e all’ambiente circostante. La fase di definizione degli obiettivi a breve, media e lunga s c a d e n z a , d i v i e n e u n o s t e p fondamentale per poter valutare l’utilizzo di nuove competenze ed abilità personali e sociali, anche nel riconoscimento ed inserimento in attività stabili e positive, che possano rappresentare un nuovo investimento da parte del soggetto. L a Terapia Cognitivo-Comportamentale di III onda: la mindfulness nel trattamento del DUS La terapia cognitivista di stampo “ razionalista” proposta da Beck prevedeva, quindi, una modificazione cognitiva nel modo di pensare del paziente e del suo sistema di credenze per creare una modificazione durevole a livello comportamentale (Beck, 1995). Tutte le teorie di ispirazione cognitivista condividono il presupposto che il trattamento debba implicare una forma di modificazione dei pattern disfunzionali che preveda lo sforzo attivo da parte del soggetto per indurre un cambiamento nelle cognizioni e nelle emozioni. Con la TCC di terza generazione si assiste all’integrazione tra tradizionali tecniche di modificazione di pattern d i s f u n z i o n a l i d i p e n s i e r o e comportamento con strategie basate sull’accettazione. (Tomas, Carniato, 2015). Queste tecniche terapeutiche e m e r g e n t i p r o m u o v o n o u n atteggiamento di apertura e accettazione nei confronti di eventi psicologici, anche di quelli esperiti come ‘negativi’. Le persone con DUS, si sforzano di controllare la realtà mantenendo solo il “positivo” dell’esperienza ed evitando il “negat ivo” , at t raverso l ’addiction (dipendenza psicologica da una sostanza o da un oggetto spinge alla ricerca dell’oggetto stesso). La dipendenza è caratterizzata spesso da impulsività e vulnerabilità emotiva e la sostanza viene a rappresentare, attraverso il corpo, un sistema di regolazione esterna. Con la mindfulness s i può e s p e r i r e una maggiore accettazione ed un minore evitamento delle emozioni difficili, imparando a reagire con uno schema maggiormente comprensivo ed equilibrato, ampliando le proprie competenze emotive. Essa, infatti, propone l’opportunità di guardare alla propria esperienza “negativa” e dolorosa non

CORPO e GESTALT

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific “La frattura più profonda, da lungo tempo radicata nella nostra cultura e di conseguenza data per scontata, è la dicotomia mente/corpo: la superstizione che esista una separazione, ancorché una interdipendenza, di due diversi tipi di sostanza, quella mentale e quella fisica. E’ stata creata un’infinita serie di filosofie che asseriscono che l’idea, lo spirito, la mente causano il corpo, oppure, materialisticamente, che questi fenomeni o epifenomeni sono il risultato o la sovrastruttura della materia fisica (per esempio Marx). Né l’uno né l’altro. Noi siamo organismi, noi (cioè qualche misterioso io) non abbiamo un organismo. Siamo un’unità integrale, ma abbiamo la libertà di astrarre molti aspetti da questa totalità. A-strarre, non sot-trarre, separare.” Fritz Perls La Psicoterapia del la Gestalt considera la mente e il corpo come inscindibili, parti che definiscono la complessità della persona. Corpo, mente, pensieri, emozioni, sentimenti, immaginario, sensorialità, movimento, sono espressione di un tutto che è più della semplice addizione di parti. L’individuo è il frutto del funzionamento integrato nel tempo e nello spazio dei vari aspetti del tutto. L’approccio della Gestalt è quindi diretto tanto al corpo q u a n t o a l l a m e n t e , e o p e r a simultaneamente con tutti gli aspetti d e l l a p e r s o n a p e r g i u n g e r e all’esperienza dell’integrazione. L a c u l t u r a o c c i d e n t a l e s i cont raddist ingue per la divisione artificiosa tra mente e corpo. Tale scissione si può osservare anche nel nostro linguaggio. Non esiste, infatti, una parola che ci permetta di dire “Io – corpo”, e ci riferiamo ad esso dicendo “il mio corpo”, come se fosse un oggetto che possediamo, e non come una parte del sé. La parola “mio” nella maggior parte dei casi non indica un’identità tra esperienza corporea e sé, ma implica possesso nel senso di proprietà e sottolinea la distinzione tra il possessore e l’oggetto posseduto. Dalle parole di J. I. Kepner: “la nostra esistenza è un’esistenza incarnata in cui i pensieri e gli atteggiamenti sono corporei e muscolari, ed influenzano le secrezioni dei nostri organi ed i ritmi delle nostre cellule così come i nostri stati d’animo” . La s a l u t e e l a m a l a t t i a s o n o suggestionate dai nostri atteggiamenti, dalla tensione, dalla respirazione e dai sentimenti. Il vissuto corporeo e mentale sono strettamente collegati; la realtà corporea costituisce il fondamento primario dell’esperienza umana, essa è “intrinseca” al nostro rapporto con il mondo e forma una base per il contatto con l’ambiente in modo da poter andare incontro ai nostri bisogni e crescere: “Quando ego e corpo vengono vissuti in maniera integrata la realtà che ne risulta è più profonda di ciascuna delle due vissute separatamente” (Wilber, 1981). L’insieme non è semplicemente il risultato di una somma di pezzi scissi; ha, invece, una propria unità intrinseca, una particolare struttura ed integrazione. Da questo punto di vista, curare esclusivamente un aspetto della persona o identificare una parte come la causa del problema significa frammentare artificialmente ciò che in realtà è qualcosa che funziona come unità. Il corpo e la psiche emergono come aspetti dello stesso fenomeno, come chiarisce Giovanni Salonia: “In termini clinici questo significa inserire i vari comportamenti, le comunicazioni, le consapevolezze f rammentar ie del paziente in una totalità che ne dà il significato e nello stesso tempo ne indica la direzionalità” . Se durante la crescita aspetti o qualità del sé diventano problematici in relazione a un particolare ambiente fisico o sociale, allora il bambino per affrontare il conflitto tra il bisogno di essere accettato e la difesa delle qualità del sé, potrà decidere di alienare parti inaccettabili per l’ambiente. Le qualità rinnegate, così come le sensazioni, i bisogni, le espressioni, i movimenti e le immagini ad esse associate, vengano tenuti lontani dalla consapevolezza in uno spazio conflittuale, dove continuano ad esistere e ad essere in azione. In questo senso, le variazioni individuali nella struttura corporea non sono casuali, ma “pregne” di significato. Esse si sono sviluppate come “reazione creativa” all’esperienza personale di vita, e vanno lette all’interno di quello specifico contesto. L’adattamento organismico agli eventi della vita è un processo che modella non solo il pensiero e le opinioni, ma anche le reazioni fisiche ed emotive, perfino il modo di muoversi, di stare in piedi, di sedersi, ovvero il modo attraverso cui ci “incarniamo”. L’individuo che nel passato ha evitato il dolore, perché troppo piccolo e indifeso, può continuare a farlo da adulto, in una illusoria quanto inconsapevole fuga dal dolore. La contrazione prolungata è una modalità per attutire e smorzare le sensazioni corporee ed in questo modo si può giungere a escludere dalla percezione anche le emozioni e i sentimenti. Si verifica, così, i l meccanismo paradossale per cui, operando una separazione dal proprio corpo nel tentativo di evitare il dolore, la persona sta soffocando anche la sede del piacere e si preclude tale esperienza (Wilber, 1981). Il terapeuta della Gestalt generalmente parte dall’osservazione fenomenologica, per poi contattare le strutture profonde. Collega gli elementi del codice linguistico non-verbale con il contesto esperienziale del paziente e d e l l a relazione terapeutica. L’interesse verso il corpo è d i r e t t o e s s e n z i a l m e n t e all’esperienza che l’individuo fa del suo corpo, vale a dire il “come” la persona si esprime o contat ta l’ambiente. Se il terapeuta osserva una particolare posizione, forma o atteggiamento che il paziente assume in seduta, può invitarlo a prenderne contatto più pienamente, forse accentuando un gesto o un movimento, o ripetendo e “esagerando” una c e r t a a t t i t u d i n e corporea. Sostenendolo e accompagnandolo, è anche possibile scoprire

Gli Accadimenti e la loro Narrazione. Come gli eventi si trasformano nel racconto

L’opera di D.P. Spence: “Verità narrativa e verità storica” di Alberta Casella da Psicologinews Scientific Il filo conduttore dei miei articoli fin qui pubblicati riporta costantemente alla comunicazione tra persone, alla difficoltà di intendersi, alle modalità per chiarirsi. Questo argomento, oltre ad essere pane quotidiano nella vita di tutti noi nelle interazioni con il partner, l’amica o chiunque altro soggetto, è anche l’argomento centrale della pratica psicoterapeutica e conoscerne le implicazioni può aiutare, se non a risolvere, almeno a comprendere, il perché di molte incomprensioni interpersonali. Altri autori hanno approfondito questo affascinante argomento e saranno trattati nei prossimi articoli, mantenendo un filo conduttore coerente che accompagni il lettore nell’approfondimento della comunicazione tra le persone Riprendo, quindi, il discorso degli articoli precedenti dando spazio ad un autore a me caro, Donald P. Spence il quale, nel 1982, con il suo libro “Verità narrativa e verità storica”, cercò di controbattere il pensiero freudiano con una nuova teoria della narrazione che si concretizzò, poi, nel costruttivismo. Ad oggi, la scrittura di Spence, continuamente antinomica tra verità narrativa e storica e piuttosto ridondante, appare datata ma la sua idea resta, a mio avviso, affascinante è utile. Brevemente proverò a illustrarne i contenuti di base, fornendo qualche connessione con altri autori e la pratica psicologica, rimandando, poi, il lettore appassionato ad un più esaustivo studio. Talvolta, quando le persone parlano tra di loro, è problematico intendersi giacché ciascuno si esprime con un lessico che è il riflesso delle sue esperienze e delle sue memorie. Nella conversazione, chi ascolta traduce le parole dell’altro nel suo personale contesto associativo ed immette, quindi, qualcosa di sé nel senso del discorso. Spence intende illustrarci le inevitabili difficoltà che si incontrano quando vogliamo mettere i pensieri, le immagini in parole. Spesso è impossibile descrivere esattamente quanto abbiamo visto nella realtà o in un sogno poiché le immagini visive, collegate a sottili sensazioni ed emozioni, sfuggono a qualsiasi descrizione verbale precisa e le parole rimangono, comunque, vaghe ed approssimative. I problemi che l’autore evidenzia nel corso della sua analisi portano a conclusioni evidenti: risulta chiaro che, a seconda delle parole e dello stile linguistico che usiamo per descrivere un particolare evento o ricordo, plasmiamo in modo differente il passato o meglio lo “inventiamo” con l’uso stesso del linguaggio. E’questa, un’idea particolarmente affascinante in quanto postula che il dialogo continuamente reinventa e trasforma gli eventi narrati, restituendoli cambiati nei loro particolari; ne è esempio qualsiasi conversazioni quotidiana tra amici dove il racconto di accadimenti avvenuti nell’arco della giornata muta a seconda delle persone cui il protagonista li racconta ed a seconda di quante volte egli lo ripeta. Questa trasformazione è, appunto, ciò che Spence pone nei termini di verità storica e verità narrativa, intendendo, per la prima, i veri accadimenti della vita del paziente, per la seconda, il modo in cui essi vengono espressi da quest’ultimo e capiti dal terapeuta: “Spence radicalizza tale bipolarità (…) da una parte c’è la verità storica del paziente, quello che è veramente accaduto al paziente, mentre dall’altra c’è la verità narrativa che viene costruita nel lavoro analitico”. E’ importante, quindi, sottolineare come la stessa verità storica, che si suppone il paziente porti nei racconti, divenga automaticamente verità narrativa, nel momento stesso in cui essa viene elaborata in parole, espressa sotto forma di discorso coerente, elevata a dignità di realtà: “una volta che una certa costruzione ha acquisito verità narrativa, diventa non meno vera di qualunque altro tipo di verità; questa nuova realtà diventa parte significante della cura psicoanalitica”. Accade, cioè, che la nuova realtà rimpiazza l’originale creando così nuovi ricordi peraltro inconfutabili in quanto nessuno, e meno che mai il paziente stesso, potrà portare elementi che li paragonino al vero passato della sua vita; dal momento che non disporremo mai di una vera copia originale di quel dato sogno o ricordo raccontato, dobbiamo affidarci solo alla ricostruzione di esso fatta durante l’analisi. “La costruzione verbale che noi creiamo non solo plasma il passato, ma anzi, essa stessa diventa il passato”. I motivi di tale trasformazione sono spesso inconsci, legati a nuclei affettivi collegati all’avvenimento da narrare; non è da escludere, però, un comportamento v o l o n t a r i o , quando i l soggetto volutamente maschera la verità non volendola divulgare e rendere pubblica agli altri. Il postulato freudiano della ri-scoperta nel passato degli accadimenti della vita sembra divenire, allora, puramente accademico; la tecnica freudiana confida nel potere di chiarire il passato del paziente e teorizza che il suo compito primo è quello di “svelare” la natura degli accadimenti passati e degli eventi che la persona ha “sotterrato” nella sua memoria al fine di rendere la realtà più accettabile, ma, al contempo, entrando in un circolo vizioso nevrotico che non gli permette di riconoscere le cause dei suoi sintomi. Quest’analisi viene definita come “archeologica” in quanto si prefigge di ritrovare le cause nel vero passato del paziente: successivamente anche Freud ammette l’impossibilità di ricostruire “come un mosaico” la realtà della vita passata del soggetto, relegando la questione della verità storica, su un piano secondario rispetto all’importanza della ricostruzione fatta dall’analista resa valida, nel lavoro terapeutico, su un piano più specificatamente emotivo. Nonostante che le posizioni di Freud e di Spence sembrino diametralmente opposte ed inconciliabili, Ricoeur cerca per esse un punto di incontro affermando che, parallelamente all’impegno narrativo, è d’obbligo per l’analista un impegno “esplicativo” rappresentato da u n l i v e l l o d i a n a l i s i t e o r i c a metapsicologica che comprenda in sé l ’ i n t e r a r e t e ovvero l a t e o r i a , l’interpretazione, i l trattamento terapeutico e la narrazione. In tal modo egli auspica una visione più completa ed unitaria del processo di spiegazione analitica, pur ammettendo che i problemi d’interpretazione delle narrazioni del paziente rimangono, comunque, i n s o l u b i l i e che è praticamente impossibile stabilire

MOBBING: Terrore psicologico negli ambienti di lavoro

di Veronica Lombardi da Psicologinews Scientific Non ci sto. Non ci starei. Non ci vorreistare. Eppure…non posso, non potrei,non vorrei dovere. Qualche tempo fa mi ha molto colpito un articolo, apparso su un quotidiano nazionale, che parlava di un caso di un lavoratore sottoposto a vessazioni da parte del datore di lavoro, in quanto la vittima, convivente con una persona immunodepressa avrebbe voluto ricorrere all’istituto dello smart working, appunto per tutelare la salute della persona convivente vista l’attuale emergenza sanitaria da Covid-19. Il datore di lavoro nel non concedere tale strumento normativo, ha costretto il lavoratore da prima a bruciare tutte le ferie ed in seguito lo ha di fatto costretto ad assentarsi dal lavoro per “finte” malattie che lo hanno portato alla fine all’esclusione dal gruppo di lavoro ed in seguito a perdere il lavoro. Oggi, si identifica questo fenomeno come “Mobbing”. Nel lavoro, si creano alleanze e collaborazioni spesso più basate sulla simpatia, sulle connivenze e talvolta sull’amicizia, piuttosto che sulla vera professionalità. Ma in molti casi, si scatenano antipatie e modalità di reazione decisamente critiche tra colleghi e superiori. Vi sono persone, che a seguito di queste c.d. “ostilità” nell’ambiente lavorativo si sentono afflitte fino al punto di ammalarsi. Questa reazione di disagio, causata da colleghi e superiori, fino a qualche anno fa veniva interpretata considerando l’individuo emotivamente fragile, eccessivamente sensibile alle azioni degli altri, oppure sofferente di una visione paranoica dei fatti. L a p a r o l a “mo b b i n g ” è s t a t a originariamente usata nel campo del l ’etologia, Konrad Lorenz l ’ha impiegata per indicare il comportamento il comportamento aggressivo di alcuni tipi di uccelli nei confronti dei loro simili, finalizzati all’allontanamento dal gruppo. In inglese, infatti, il verbo to mob significa appunto aggredire. In ambito psicologico, il primo ad applicare il termine “mobbing” è stato lo psicologo del lavoro tedesco Heinz Leymann. Con questo termine si vuole definire l’insieme di azioni tendenziose, che hanno per unico scopo quello di distruggere un collega o un sottoposto comprendono allusioni subdole, calunnie, umiliazioni, intimidazioni le continue vessazioni fino ad arrivare, in alcuni casi, alle molestie sessuali. Ovviamente il mobbing non comprende quei conflitti occasionali, propri di tutti gli ambienti di lavoro, i pettegolezzi , le invidie esistono ovunque!! Il mobbing è la messa in atto di una vera e propria attività persecutoria esercitata su un individuo all’interno di un gruppo di lavoro, tesa all’allontanamento dello stesso dal gruppo o dal posto di lavoro. Le persone oggetto di mobbing sono indistintamente umoni e donne e non si fanno notare per avere tratti tipici della vittima. Le vittime non sono responsabili della loro situazione e sarebbe quindi sbagliato attribure loro la colpa. Un cattivo clima di lavoro, un’organizzazione carente nella distribuzione dei compiti e quadri che non dispongono delle giuste qualità dirigenziali necessarie per lo svolgimento corretto della loro funzione , sono le cause che consentono al mobbing di attecchire. Da ricerche condotte nei paesi nord europei, è emerso che chi esercita il mobbing sono per il 44% colleghi e colleghe, il 37% i capi il 10% i capi coalizzati coi colleghi e per il 9% i sottoposti. Ma analizziamo, ora nel dettaglio le fasi del fenomeno in argomento: I° Fase- La futura vi t t ima viene individuata e vista come persona fastidiosa, iniziano i primi attacchi che a poco a poco si moltiplicano. II° Fase – tutti si rifiutano di collaborare con la persona colpita , iniziano a circolare false storie sulla psicologia della persona, voci sul suo stato psichico al punto che la vittima non riesce più a controllarle. III° Fase – La persona colpita diventa un caso, a tal punto che il datore di lavoro deve occuparsene. In questa fase tenta di allontanare la vittima usando ogni mezzo a disposizione, spesso le norme del Diritto del Lavoro. Non è più in discussione né l’origine del conflitto né i possibili responsabili, la colpa viene attribuita esclusivamente alla vittima e le voci si fanno sempre più insistenti. IV° Fase – La vittima, a causa della disperazione dovuta al mobbing di cui è oggetto, è diventata aggressiva oppure depressa e le voci su un’instabilità psichica si moltiplicano. La malattia psichica di una vittima di mobbing viene vista come la causa e non come la conseguenza dei problemi che si presentano nell’ambiente di lavoro. In Italia, recentemente, sono stati aperti degli sportelli di consulenza nell’ambito dei sindacati di categoria , ove sono presenti persone formate ad accogliere informaoni e denunce di mobbing. In ambito normativo, gli art. 2087 del codice civile, l’art.582 del Codice Penale anche se non specifici, vengono comunque applicati in caso di mobbing conclamato, che è tuttavia molto difficile da dimostrare, che determina spesso la difficoltà nel denunciare, addirittura, di essere o essere stati vittime di mobbing. Nell’articolo citato in premessa il lavoratore ha invece avuto la forza di denunciare attraverso una lettera aperta poi pubblicata in stralcio, sul quotidiano. Nelle vittime di mobbing si riscontrano i sintomi psichitici e psicosomatici elencati nelle varie fasi del fenomeno, un senso di disagio psichico nella prima fase, sintomi psicosomatici nella seconda che, nella terza e quarta fase, possono spingersi fino alla depressione, ai comportamenti ossessivi, all’abuso di medicinali, alcol o di sostanze stupefacenti. In queste fasi è alto il pericolo di suicidio. Nella quarta fase, infine, la vittima è esclusa dal mondo del lavoro. BIBLIOGRAFIA Alexsander F. (1951) , Medicina psicosomatica, Giunti Barbera, Firenze; Argyle M. (1974) Il comportamento sociale, Il Mulino, Bologna; Arieti S. e Bemporad J.R. (1981), La depressione Grave e Lieve, Feltrinelli, Milano; Baker E.F. (1973) L’Uomo nel la Trappola, Astrolabio, Roma; Nolfe G. e L. M. Sicca (2020) Mobbing. Narrazioni individuali e organizzative – Editoriale scientifica, Napoli; R. Colantonio (2020) – Storie di Mobbing. 89 sentenze Iemme edizioni, Napoli; Marcello Pedrazzoli (2007) Vessazioni e a n g h e r i e s u l l a v o r o . Tu t e l e , responsabilità e danni nel

Chi aiuta chi ci aiuta?

di Daniela Di Martino da Psicologinews Scientific La supervisione è un’attività molto importante nella formazione degli psicoterapeuti, ma anche nell’attività psicoterapeutica stessa. E’ una relazione duale in cui un supervisore sostiene un collega nella gestione di un paziente, aiutandolo a riflettere sui propri vissuti all’interno del rapporto terapeutico, sul metodo e sugli strumenti utilizzati. In genere, il fine di una supervisione è di risolvere un momento di impasse nella terapia. I motivi per cui è sentita la necessità di una supervisione sono individuabili nella necessità del confronto e della condivisione di cui il terapeuta, dedicato all’attività clinica, chiuso nel suo studio, sente il bisogno, ma rappresenta anche un atto di responsabilità verso il paziente. Nel confronto, infatti, il p r o f e s s i o n i s t a , r i c e v e s t i m o l i all’integrazione del proprio paradigma di riferimento e, al tempo stesso, li trasforma nel “fare meglio” all’interno della relazione terapeutica. Compito del supervisore è di supportare il terapeuta nell’ autosservazione, l’ obiettivo è quello di spingere alla rimodulazione dell’azione terapeutica, rendendola osservabile da un’ angolatura esterna. L’ accesso ad un focus esterno, infatti, non è sempre accessibile quando si è coinvolti in prima persona nel legame terapeutico. L’ o b i e t t i v o e s s e n z i a l e d i u n a supervisione è la co-costruzione di una nuova conoscenza riguardo alla terapia, guardando sia al proprio modo di essere nella relazione con il paziente, sia al modo di essere del paziente nel contesto e s t e r n o / i n t e r n o a l l a r e l a z i o n e terapeutica. Le modalità della supervisione, in genere, possono essere diverse: terapeuta e supervisore si incontrano a cadenza fissa, oppure l’incontro avviene al bisogno, quando il terapeuta, che per qualche motivo è in difficoltà col suo paziente, chiede aiuto ad un collega ritenuto più esperto. Essere terapeuti a confronto Ogni clinico riconosce dunque l ’ importanza dell’ attività di supervisione nella propria pratica professionale. La percezione dell’ attività di supervisione quale strumento essenziale, ai fini dell’ e s e r c i z i o d e l l a p r o f e s s i o n e psicoterapeutica, ha spinto alcuni psicologi, operanti sul territorio di Castellammare di Stabia (Na), a collaborare in tal senso. Ormai da nove lunghi anni, questi psicologi collaborano e si conf rontano sui temi del l a psicoterapia e della relazione. Il team di lavoro è formato da psicologi di diverso orientamento e approccio terapeutico, gli incontri di supervisione si svolgono una volta al mese, vengono discussi un paio di casi ad incontro, a turno e/o a richiesta da parte dei partecipanti. A questo punto entriamo nel merito. Il gruppo è formato da 11 psicoterapeuti (dieci psicologi e uno psichiatra), 3 ad orientamento cognitivo-comportamentale (Dott.ssa Anna Di Martino, Dott.ssa Daniela Di Martino, Dott.ssa Antonietta Lapegna), 1 ad orientamento Gestalt (Dott. Gaetano Malafronte- psichiatra), 2 ad orientamento transazionale psicodinamico (Dott. Remo Dello Ioio, Dott.ssa Pia Vicinanza), 2 ad orientamento umanistico bioenergetico (Dott.ssa Margherita Di Maio, Dott. Luca Castaldo -psicoterapeuta in formazione), 1 ad orientamento psico-dinamico (Dott.ssa Anna Romano), 1 ad indirizzo metacognitivo-interpersonale (Dott. Nicola Vangone), 1 psicologo esperto in sessuologia e dipendenze (dott. Aldo Ivano Iezza). Q u e s t o t e a m s i c o n f r o n t a periodicamente mediante un nuovo modo di fare supervisione, che è stato r ibat tezzato “intervisione molti-orientata”, il nome vuole sottolineare che la relazione di lavoro si basa su un rapporto simmetrico tra pari. I membri non sono in una relazione di potere, l’obiettivo è il confronto, ciò mediante: osservazione, valutazione e feedback da parte di tutti i partecipanti al gruppo. Ciascuno è animato da uno spirito collaborativo, teso a facilitare l’autovalutazione del lavoro al “ s u p e r v i s i o n a t o ” , o m e g l i o “intervisionato”. L’ultimo termine è più appropriato: in una intervisione non c’è un supervisore che assume su di sé la responsabilità del terapeuta, la responsabilità è assunta dall’intero gruppo che diventa figurativamente supervisore. Un incontro di supervisione prevede: l’ascolto attento della ricostruzione verbale del caso (domanda palese e latente, risorse/punti di debolezza del paziente) e delle dinamiche presenti n e l l a r e l a z i o n e t e r a p e u t i c a ; l’osservazione delle dinamiche interne al terapeuta che si racconta nella relazione col paziente; le azioni che il terapauta ha messo in atto e la risposta del paziente; le strategie utilizzate e quelle possibili nel futuro. Infine, vengono discusse le difficoltà o le motivazioni per cui ha sentito la necessità di portare i l caso in intervisione. Alla definizione del caso, seguono le domande dei terapeuti presenti, questo secondo passaggio è utile a chiarire ulteriormente aspetti in ombra. Questa è un momento molto importante, che spinge ad un ulteriore approfondimento e soprattutto induce maggiore chiarezza nel collega che ha portato quello specifico caso all’ attenzione di tutti. In questa fase viene anche ad essere “intervisionato” il livello di alleanza terapeutico ipotizzato e verificato. Questa è anche la fase in cui si giunge a definire meglio e a circostanziare la diagnosi psichiatrica e psicologica, ciò dà contorni e limiti al progetto terapeutico ed è utile a fornire consapevolezza rispetto a quanto intrapreso fino ad allora. Infine, vi è il momento dedicato ai feedback, che ogni collega darà secondo il proprio approccio. Questo è il momento più creativo, interessante e formativo, soprattutto per la ricchezza di prospettive che presenta. In questo senso, all’intervisione si associa una volontà informativa e formativa molto potente, capace di fornire mezzi di riflessione e di apprendimento su casi specifici che, difficilmente è possibile incontrare in

Convivere con la malattia rara ai tempi del COVID-19. Alcune riflessioni a partire dalla lettura del libro “Nessuno è escluso” di Fortunato Nicoletti (LFA Publisher, 2020)

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific La ricezione di una diagnosi di malattia è definita, in letteratura scientifica, la “ c o m u n i c a z i o n e d e l l e c a t t i v e notizie” (Buckman, 2003; Freda et al., 2015) ed è un compito tanto complesso da portare la medicina ad identificare una serie di protocolli dialogici per sostenere i medici nella sua esecuzione. In pediatria il compito è ancora più difficile perché a dover ricevere la cattiva notizia sono (almeno) tre persone (ovvero i genitori ed il bambino) e perché, ad esso, si affianca la necessità di sostenere la famiglia nel difficile percorso di comprensione e declinazione nel l a quot idiani t à dei protocol l i terapeutici (Jankovic & Gangemi, 2018; Freda et al., 2015). Questo è quanto dicono medici e psicologi che da anni lavorano nel sistema sanitario, operando per attivare importanti risorse necessarie a fronteggiare le difficoltà connesse alla gestione e la cura della malattia cronica (Buckman, 2003; Jankovic & Gangemi, 2018; Freda et al., 2015). Fortunato e Maria Nicoletti, invece, raccontano cosa avviene dall’altro lato della scrivania, ovvero la storia di una famiglia che, dopo tante altre esperienze impegnative, fra cui il trasferimento da Napoli a Milano, ha deciso di condividere con i lettori lo sgomento ed il disorientamento di chi vede trasformate le emozioni per la n a s c i t a d i R o b e r t a M a r i a i n preoccupazioni pr ima per la sua sopravvivenza, e poi per la qualità della sua vita. Per una bambina affetta da una malattia rara, infatti, il percorso di cura può trasformarsi in un vero e proprio calvario; spesso queste malattie sono dette “orfane”, ovvero talmente rare che non rappresentano un comune oggetto di ricerca, per le quali non sono disponibili terapie specifiche, e sono di interesse limitato per ricercatori e medici (Zhang et al . , 2011) . Ciò non fa al t ro che a u m e n t a r e l o sgomento ed i l disorientamento a cui si accennava prima, portando però la famiglia ad attivare risorse e conoscenze al punto tale da sviluppare quella che in let teratura viene defini ta la “ lay competence”, una competenza detta “ingenua”, ovvero non acquisita mediante uno specifico percorso di studi, ma attraverso l’esperienza vissuta (Salvatore & Valsiner, 2010). Ecco quindi che la famiglia Nicoletti, come tante famiglie che gestiscono una malattia orfana, si è ritrovata a diventare titolare della cura della piccola Roberta, collaborando attivamente con la medicina per la definizione di tempi e modalità di intervento, contribuendo a strutturarne i percorsi e promuovendo lo sviluppo di reti associazionistiche che mettono in comunicazione, con grande benefici, realtà similari. Nonostante la messa in atto di tante risorse, la loro situazione è stata u l t e r i o r m e n t e c o m p l e s s i z z a t a dall’insorgere dell’epoca pandemica (Chung et al. 2020): per una bambina con una condizione clinica tanto delicata, essere contagiata dal COVID-19 potrebbe comportare conseguenze molto pericolose per la sua vita; pertanto, la sua sicurezza richiede comportamenti estremamente severi, che devono essere rigorosamente rispettati da tutta la sua famiglia ma anche degli operatori sanitari che le offrono assistenza domiciliare. A tale riguardo, un’ultima considerazione riguarda l’affaticamento dei figli più grandi. È infatti sempre importante non trascurare la questione dei siblings, ovvero i fratelli del figlio con malattia cronica, che si trovano a vivere, in particolare modo in età adolescenziale, una particolare fatica nella gestione del fratello o, nel loro caso, della sorella bisognosa di cure (Grootenhuis et al., 2020). Infatti, durante un’emergenza sanitaria complessa come quella attuale, alla profonda consapevolezza delle necessità familiari, ed ai vissuti affettivi nei confronti di Roberta, possono infatti anche affiancarsi stanchezze ancora più difficili da gestire rispetto a quelle del mondo adulto, soprattutto se associate ai profondi sacrifici richiesti loro dalle già faticose misure di contenimento. Ritengo che i contenuti descritti in questo testo siano di grande interesse, soprattutto per gli operatori sanitari, poiché rappresenta la possibilità, ancora una volta, di apprendere dall’esperienza delle persone che incontro nel mio lavoro, di non dimenticare mai il loro punto d i v i s t a , i loro tempi d i elaborazione e soprattutto il rispetto della loro fatica richiesta dalla gestione delle necessità familiari. Bibliografia •B u c k m a n R . , 2 0 0 3 . L a comunicazione della diagnosi in caso di malattie gravi. Trad. It. Roma: Raffaello Cortina Editore. ISBN 9788870787986 •Chung CYC, Wong WHS, Fung JLF, Rare Disease Hong Kong, Chiung BHY (2020). Impact of COVID-19 pandemic on patients with rare disease in Hong Kong. European Journal of Medical Genetics, 63(12) DOI 10.1016/j.ejmg.2020.104062 •Freda M.F., Dicé F. & De Luca Picione R. (2015). Una proposta metodologica di integrazione: Lo Scaffolding Psicologico per la relazione sanitaria. Rivista di Psicologia Clinica, 2:11-25. doi: 10.14645/RPC.2015.2.540 •Grootenhuis M., Jankovic M., van der Bergh E. & Aarsen F. (2020). Psychosocial care. In: Caron et al., Oxford Textbook of Cancer in Children, Oxfors University Press. Oxford (UK): 9780192517692 •Jankovic M. & Gangemi M., 2018. Comunicazione di diagnosi difficile… ma non solo. Quaderni ACP, 25(2): 52-55. ISBN 2039-1374 •Salvatore S. & Valsiner J. (2010). Between the General and the Unique: Overcoming the nomothetic versus idiographic opposition. Theory and Psychology, 20(6), 817-833. •Zhang M., Zhu C., Jacomy A. & Lu LJ. (2011). The Orphan Disease Networks. The American Journal of Human Genetics 88(6):755-66 DOI: 10.1016/j.ajhg.2011.05.006

In coppia: vivere per sempre felici e contenti si può?

Le relazioni di coppia possono essere vissute in modi differenti. La cosa certa è che è una sfida, scegliere come rispondere è fondamentale. “L’amore dura per sempre”, “Esiste la metà perfetta della mela”, “Non si dovrebbe mai litigare in coppia”. Queste sono soltanto alcune delle frasi che spesso si sentono dire quando si parla di amore e di coppie, ma diciamoci la verità! Non sono certo reali e fattibili. Sognare è bello e , probabilmente, i cartoni animati e le commedie sentimentali non ci aiutano a rimanere con i piedi per terra, e qual è la verità allora? Se nella nostra mente continuano ad esserci questi pensieri, è normale che, qualsiasi episodio accada con il partner, influenzerà il giudizio che dò alla mia coppia. Lasciare andare queste credenze e focalizzarsi sulle azioni da compiere per creare un rapporto solido è invece realmente d’aiuto. Si può e si deve scegliere quali comportamenti mettere in atto per diventare il partner che vorremmo essere, considerando che vivere in coppia rappresenta sempre una sfida. La domanda è: quanto siamo disposti a fare per costruire la relazione che vorremmo? Non c’è modo di non scegliere. Russ Harris (2011) utilizza una metafora particolarmente chiara ed esplicativa: è come se tu potessi scegliere di rimanere sulla staccionata (e quindi non decidere) oppure scegliere di scendere dalla staccionata (da una parte o dall’altra), decidendo cosa fare. Stare seduti sulla staccionata, infatti, va bene per un breve periodo, ma poi diventa doloroso: è come rimanere nella relazione e arrendersi, facendo cose che peggiorano il rapporto di coppia. Tutte le storie d’amore seguono delle fasi in cui si va dall’innamoramento folle, caratterizzato anche dal rilascio di ormoni come la serotonina, l’ossitocina, la dopamina, i testosteroni e gli estrogeni che ci fanno vivere la storia come se fosse la più bella del mondo, ad una fase di disillusione in cui iniziano ad esserci più chiari anche i difetti del partner, fino alla scelta consapevole di voler restare in coppia con quella persona, che si vede e si sceglie esattamente per com’è. Quest’ultima è la fase più matura, quella in cui è necessario, di tanto in tanto, fermarsi e chiedersi: “nonostante le difficoltà, le differenze caratteriali, i desideri, che tipo di qualità personali voglio mettere in gioco in questa relazione? Come voglio comportarmi?” Perchè, attenzione, i desideri non sono la stessa cosa dei valori. Desiderare di ricevere più affetto riguarda qualcosa che voglio ottenere dall’altro. Ma cosa posso fare io, considerando che ho controllo soltanto sulle mie azioni? Potrei, ad esempio, essere affettuoso o sottolineare quando anche il partner lo è. Il valore indica quali sono le cose più importanti e, se abbiamo chiari quali sono i nostri valori, sapremo anche quali comportamenti scegliere e quale direzione seguire. Ad esempio, potrebbe essere importante il valore del prendersi cura e sarà utile chiedersi: cosa vuol dire per me prendersi cura? In che modo posso prendermi cura dell’altro? Agire in questo modo permette sia di dare un senso di pienezza alla propria vita che di appagamento, derivato dall’essere fedeli a se stessi. Non vuol dire che non ci saranno momenti di difficoltà perchè l’amore e il dolore sono come i due partner di un ballo: si muovono rimanendo mano nella mano ma… quanto è meraviglioso danzare! Hurris, R. (2011). Se la coppia è in crisi. Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole. Franco Angeli.