Comunicazione: come migliorarla attraverso l’assertività

La comunicazione è uno strumento importante di relazione. Con l’assertività si impara ad esprimere se stessi in modo chiaro e diretto. Quando si parla di comunicazione si fa riferimento ad un sistema in cui si verifica uno scambio di informazioni. Per creare e sviluppare relazioni soddisfacenti diventa fondamentale saper comunicare: in coppia, con i propri familiari, nell’ambito lavorativo e in qualsiasi gruppo sociale. Ma come si comunica in modo assertivo? Possiamo sintetizzare alcune delle caratteristiche principali di una persona che comunica in modo assertivo così: ha ben chiaro cosa desidera e qual è il suo obiettivo; agisce per ottenerlo; rispetta i diritti degli altri; non si sente in colpa; mantiene una buona opinione di sé anche quando è difficile raggiungere ciò che desidera. Pertanto, il comportamento assertivo si può inserire tra uno stile passivo e uno stile aggressivo. Nello stile passivo non si è in grado di difendere i propri diritti o esprimere i propri bisogni per cui vi è maggiore probabilità di essere influenzati o di subire le scelte degli altri. Al contrario, nel comportamento aggressivo, si ha la tendenza ad imporsi sull’altro come se esistessero soltanto i propri bisogni e pensando di essere immuni dal commettere errori. Perché tutto questo può influire sull’autostima? L’autostima è la valutazione che ogni persona ha di se stessa e di sè in relazione agli altri. Quando non si ha una buona autostima e non ci si sente sicuri del proprio valore spesso, sentendosi inadeguati, non si dà importanza ai propri bisogni, si evita di agire per soddisfarli, si è incerti sulle proprie scelte. Ed è proprio per questo motivo che è fondamentale, già all’interno del proprio nucleo familiare, che gli adulti facciano da modello ai bambini, insegnandogli come dialogare con loro, con apertura e chiarezza. Facciamo degli esempi: vanno utilizzate frasi in prima persona come “io mi sento così quando tu…” oppure “io penso che….”; va incoraggiata l’apertura dell’interlocutore e l’espressione dei suoi pensieri, come “e tu cosa ne pensi? Come ti senti?” quando c’è un disaccordo è importante descrivere il comportamento inadeguato, senza giudicare. Se un bambino o un adolescente non ha rispettato la volontà dei genitori, è importante esplicitare cosa ha sbagliato e non dire frasi come “mi fai sempre arrabbiare” o “se fai così non mi vuoi bene”.
La paura della paura. Cosa sono gli attacchi di panico?

Secondo Cindy Aaronson PhD, psichiatra clinica presso il Mount Sinai Health System di New York, gli attacchi di panico sono sorprendentemente comuni; almeno un terzo di noi ne sperimenterà uno ad un certo punto della vita. Ma quali sono i sintomi e come riconoscerli? Le manifestazioni variano da persona a persona: possono includere cuore che batte molto forte, mancanza di respiro, stordimento, sudorazione, tremori, nausea, formicolio o intorpidimento alle dita delle mani e dei piedi e un senso opprimente di morte imminente. Il senso di morte è distintivo degli attacchi di panico. Per molte persone, queste sensazioni allarmanti, che possono imitare quelle di un infarto o di altre gravi condizioni mediche, sono accompagnate dalla convinzione di essere sul punto di morire. Ma c’è anche una forma, dice Aaronson, in cui si avverte una sensazione di “irrealtà”, dove il tempo e la percezione vengono confusi, spesso descritta da chi l’ha provata come un’esperienza fuori dal corpo, in cui le persone avvertono di perdere il controllo e sentono di essere sull’orlo di impazzire. Molte persone in preda a un attacco di panico si presentano al pronto soccorso credendo di avere un infarto o di soffocare. Ma vediamo cosa avviene. È come se il corpo avesse una normale risposta di paura fisiologica, solo che questa risposta avviene in un momento del tutto inappropriato. In alcuni casi, possono essere in gioco la genetica o i cambiamenti nella funzione cerebrale. In altri, lo stress è un fattore. Lo stress percepito da piccoli, con continue sollecitazioni ed esposizione alla paura da bambini, è uno dei fattori di predisposizione. Gli attacchi di panico iniziano con qualcosa che fa battere forte il cuore: uno stimolo nell’ambiente – forse un suono o un profumo associato a un evento traumatico – o anche qualcosa di innocuo, come una dose di caffeina che accelera il battito. Una volta innescato, la cascata di risposte fisiologiche nel corpo è abbastanza universale. Il battito accelerato del cuore fa scattare un allarme di pericolo nel cervello e sollecita un’esagerazione della risposta di paura del corpo. L’ amigdala – che svolge un ruolo chiave nell’elaborazione delle emozioni – invia un segnale di pericolo all’ ipotalamo – un piccolo centro di comando che si trova in cima al tronco cerebrale e coordina funzioni corporee involontarie come la respirazione, la pressione sanguigna e il battito cardiaco. L’ ipotalamo invia messaggi attraverso il sistema nervoso autonomo alle ghiandole surrenali, spingendole a inondare il flusso sanguigno con ormoni tra cui adrenalina e cortisolo. Questi messaggeri chimici attivano i riflessi di sopravvivenza del corpo e lo preparano a intraprendere un’azione difensiva. Recentissimi studi suggeriscono che potrebbero essere coinvolte anche altre strutture del cervello, in particolare la corteccia insulare e una parte del tronco cerebrale chiamata “nucleo del tratto solitario” – regioni che insieme ricevono e mappano i segnali dal cuore, dai polmoni e dal flusso sanguigno. Ma torniamo ai sintomi e alle manifestazioni. Cosa succede esattamente? Le pupille si dilatano e la frequenza respiratoria aumenta, per consentire al corpo di assumere ossigeno extra per difendersi. Il metabolismo cellulare si modifica, per massimizzare la quantità di glucosio disponibile per cervello e muscoli. Il sangue viene deviato lontano da regioni non essenziali come lo stomaco e le dita di mani e piedi e veicolato verso i principali muscoli delle braccia e delle gambe, rafforzandoli per combattere la minaccia o avere forza e velocità sufficienti per fuggire dalla scena. Gli attacchi di panico in genere raggiungono il picco e si attenuano entro 10 o 15 minuti, e ci sono una serie di tecniche concrete che possono aiutare a superarli. La principale è riconoscere l’ esperienza come un attacco di panico e non come una crisi medica più seria, e concentrarsi a pensare che non c’è nulla di fisicamente pericoloso in questo. Sapere di cosa si tratta è già un fondamentale aiuto per chi ne soffre. Escludendo sintomi specifici di attacco cardiaco, come pressione al petto o dolore che si accumula o si irradia al braccio o alla mascella, occorre concentrarsi sul fatto che il panico passa sempre, è una condizione che dura alcuni minuti, terrorizzanti certo, ma senza conseguenze reali per l’incolumità. Detto a freddo, sembra una banalità, impossibile da applicare quando ci si sente soffocare o perdere il controllo; ma come in molte altre situazioni, è questione di allenamento. Più si applica una razionalizzazione del momento, ogni volta che accade, più si riesce a diminuirne l’impatto. La Aaronson suggerisce di dire a se stessi: “Tutto ciò che il mio corpo sta facendo in questo momento è progettato per tenermi al sicuro e proteggermi”. Questa azione coinvolge immediatamente un’altra regione del nostro cervello: la corteccia frontale. Quest’area, posizionata appena dietro la fronte, è responsabile del pensiero cosciente, del giudizio e della risoluzione dei problemi. Portare un senso di curiosità e analisi nel modo in cui osserviamo le sensazioni, anche quelle terrificanti dell’attacco di panico, può aiutare a ricordare che sono solo processi fisici transitori e a sopportarli meglio. L’altro strumento importante è il respiro. La maggior parte delle persone respira in media da 12 a 20 respiri al minuto. E quando si è in iperventilazione, i respiri arrivano anche a raddoppiarsi. Judson Brewer, psichiatra, neuroscienziato e direttore della ricerca e dell’innovazione presso il Mindfulness Center della Brown University a Providence, consiglia di provare a rallentare gradualmente la respirazione fino a un numero compreso tra cinque e 10 respiri al minuto e di fare in modo che le espirazioni siano più lunghe delle inspirazioni. Questo tipo di respirazione profonda stimola il nervo vago, il nervo più lungo del corpo, che attraversa regioni tra cui l’apparato digerente e il diaframma e trasporta segnali e informazioni sensoriali da e verso il cervello, regolando le funzioni tra cui la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria e la digestione. Il nervo vago è una strada a doppio senso. Respirando in modo lento e controllato, si invia un segnale potente al cervello: che siamo rilassati e non c’è nulla da temere. A sua volta, questo stimola alcune parti del muscolo
DAD e psicologia: tra innovazione digitale e lacune relazionali

Lo scenario psico-sociale degli ultimi due anni ha cambiato profondamente il mondo scolastico già proiettato verso la scuola digitale, docenti e alunni a causa dell’emergenza pandemica si sono trovati ad affrontare la transizione tecnologica nel minor tempo possibile. L’adozione della didattica a distanza come modalità di insegnamento e apprendimento alternativo si è rivelata una grande opportunità nell’ambito dell’istruzione, ma anche un grande rischio per la salute psicologica di ragazzi, genitori e docenti.L’elemento che maggiormente ha caratterizzato quest’esperienza è sicuramente l’assenza di contatto umano che regola la creazione delle relazioni e lo sviluppo dell’empatia. Il confronto con l’altro e in particolare con il gruppo dei pari, è un tassello fondamentale per la costruzione dell’identità.La mancanza di relazione e l’isolamento vissuto davanti allo schermo portano gli studenti ad una fruizione passiva e poco stimolante dei contenuti formativi, la soglia di attenzione cala notevolmente e gli insegnanti da remoto fanno fatica a cogliere quei segnali tipici della comunicazione non verbale che fanno da feedback nel processo di apprendimento. L’utilizzo della tecnologia può presentare dei rischi anche per i nativi digitali: diventa fonte di stress e frustrazione se condiziona negativamente l’esperienza didattica; la costante presenza sui dispositivi (per ragioni didattiche o per svago), incrementa la possibilità di distrarsi e in concomitanza con la condizione di isolamento può sfociare progressivamente in dipendenza. Anche per i docenti la DAD presenta dei notevoli pericoli: dall’ansia da prestazione al burnout derivante dalla condizione di iperconnessione,fino al senso di inadeguatezza dovuto all’incapacità di gestire gli strumenti digitali da un giorno all’altro, che incide notevolmente sull’autostima e sul grado di soddisfazione lavorativa. La soluzione per una Scuola Digitale che possa garantire buone performance educative e tutelare la salute psico-fisica dell’intero sistema scuola, è un’attività preventiva di educazione digitale e accompagnamento alla transizione tecnologica. In questo modo sarà possibile creare degli equilibri sani e duraturi e scandire tempi e modi tra vita didattica online e vita offline.
L’uragano dell’adolescenza si è abbattuto sulla famiglia

L’adolescenza è una fase di passaggio e di crescita, in cui si esplica la trasformazione dell’ essere bambino al diventare adulto. Questa transizione non è serena, ma rappresenta un vero e proprio uragano, con conseguenze sia devastanti che di ricostruzione. Lo sviluppo puberale e la comparsa dei caratteri sessuali secondari costituisce l’inizio dell’adolescenza. I notevoli cambiamenti fisici fanno da cornice alle turbolenze di natura affettiva. Con il corpo, cambia anche lo sviluppo emotivo e relazione del ragazzo. L’adolescente perde la propria condizione di bambino e crea dei nuovi ruoli e regole comportamentali in famiglia, a scuola e nel gruppo dei pari. E’ un processo che influenza sensibilmente l’equilibrio familiare per i suoi molteplici aspetti. E’ uno degli eventi critici del ciclo vitale della famiglia. Durante l’adolescenza la parola d’ ordine è contraddizione: da una parte si reclama l’indipendenza e l’autonomia dai genitori, mentre dall’altro si percepisce la necessità di una sicurezza familiare, dettata da una casa, lo studio, le relazioni stabili e storiche. Attualmente, con l’industrializzazione e il prolungamento della scolarizzazione obbligatoria, si assiste ad un allungamento del limite temporale adolescenziale. A tali fattori si aggiungono le difficoltà a trovare un lavoro stabile e ben remunerato. I genitori però non sono esenti da questa prolungata adolescenza. Spesso si rendono protagonisti e fautori di questo status quo. Essi mettono in atto strategie comportamentali di protezione nei confronti dei loro figli, compromettendo lo sviluppo e il consolidamento della loro autostima. Spesso, per evitare gli effetti logoranti dell’uragano, i genitori tendono ad essere estremamente permissivi e non prediligono il dialogo/confronto. Non si facilita il processo di separazione, ma li si rende ancora più dipendenti, aumentando la già fisiologica confusione, per mancanza di regole e di modelli di identificazione. Portami dove nascono gli uragani e poi arrivano gli arcobaleni più belli.(Fabrizio Caramagna)
Un trattamento innovativo per la Dislessia Evolutiva: gli Action Video Games

di Chiara Viganò La Dislessia Evolutiva (DE) è un disturbo del neurosviluppo contraddistinto da difficoltà nell’apprendimento di abilità di lettura e, soprattutto, nel riconoscimento accurato e fluente di parole, nella decodifica fonologica e nello spelling. Risultano invece maggiori le capacità di comprensione [1]. La presenza di DE è riconosciuta dal 7% al 16% tra i bambini in età scolare, con una significativa prevalenza nei maschi rispetto alle femmine definita da un rapporto che varia da 1.5:1 a 3:1 [2,3,4]. Le cause della DE non sono ancora certe, in quanto la relativa evoluzione segue ciò che è definito principio di equifinalità, per cui da differenti fattori di rischio è possibile ottenere il medesimo esito [5]. A ciò si aggiunge anche la difficoltà data dai diversi sintomi che caratterizzano tale disturbo, come problemi di lettura, difficoltà sensoriali visive ed uditive, deficit fonologici e motori. L’identificazione delle origini del disturbo è fondamentale per poter pianificare trattamenti di prevenzione che incrementino le possibilità di esiti migliori in soggetti a rischio [6,7]. Negli ultimi anni diversi studi sono stati svolti per la promozione di un nuovo trattamento percettivo-visivo per la DE basato sull’utilizzo degli Action Video Games (AVG), cioè giochi di azioni caratterizzati da elevata velocità nel cambiamento di eventi e nel movimento di oggetti, elevato livello di carico percettivo, cognitivo e motorio, imprevedibilità temporale e spaziale, rilevanza degli eventi che avvengono nella periferia dello schermo [8]. Ponendo a confronto giocatori di AVG e di non-action video games (NAVG) è stato possibile identificare delle capacità attentive visuo-spaziali maggiori, delle migliori abilità di elaborazione dell’informazione e riconoscimento di stimoli nei giocatori di AVG [9,10]. I medesimi esiti sono stati riscontrati altresì in bambini con DE, per i quali si evidenziarono anche degli incrementi significativi nella velocità di lettura di parole e non-parole, senza conseguenze negative circa l’accuratezza di lettura, in seguito ad un intervento di 12 ore basato esclusivamente sull’uso di AVG. Evidenze affermano che ben l’80% dei giocatori di AVG, rispetto a quelli di NAVG, accresce le proprie competenze di lettura, in particolare per quanto concerne la lettura di brani di parole e non-parole [10,11]. Gli esiti sopra citati consentono di affermare l’importanza e l’incisività di trattamenti facenti uso di AVG per ridurre gli esiti negativi in soggetti con DE, consentendo un incremento di abilità percettive e attentive con effetti diretti sulle competenze di lettura [10]. Gli AVG potrebbero perciò essere presi in considerazione quale trattamento preventivo per limitare problematiche date dalla DE. BIBLIOGRAFIA [1] American Psychiatric Association (2013). DSM-5 Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th edition). Washington: DC author. [2] Fletcher, J. M. (2009). Dyslexia: The evolution of a scientific concept. Journal of International Neuropsychology Society, 15(4), 501–508. doi:10.1017/S1355617709090900. [3] Peterson, R.L., & Pennington, B. (2015). Developmental Dyslexia. Annual Review of Clinical Psychology, 11, 283–307. doi:10.1016/S0140-6736(12)60198-6. [4] Gori, S., & Facoetti, A. (2015). How the visual aspects can be crucial in reading acquisition: The intriguing case of crowding and developmental dyslexia. Journal of Vision, 15(1):8, 1–20. [5] Goswami, U. (2003). Why theories about developmental dyslexia require developmental designs. Trends in Cognitive Sciences, Volume 7, Issue 12, Pages 534-540, ISSN 1364-6613, da https://doi.org/10.1016/j.tics.2003.10.003. [6] Clark, A. K., Helland, T., Specht, K., Narr, L. K., Manis, R. F., Toga, W. A. & Hugdahl, K. (2014). Neuroanatomical precursors of dyslexia identified from pre-reading through to age 11. Brain, 137, 3136-3141. [7] Bavelier, D. & Green, C.S (2019). Enhancing Attentional Control: Lessons from Action Video Games. Neuron. Oct;104(1),147-163. DOI: 10.1016/j.neuron.2019.09.031. [8] Green, C.S., Li, R., & Bavelier, D. (2010). Perceptual learning during action video game playing. Topics in Cognitive Science, 2(2), 202-216. DOI:10.1111/j.1756- 8765.2009.01054.x [9] Green, C.S., & Bavelier, D. (2003). Action video game modifies visual selective attention. Nature,423, 534–537. [10] Franceschini, S., Gori, S., Ruffino, M., Ronconi, L., Viola, S., Noce, F., Cataudella, C., Molteni, M., & Facoetti, A. (2015). Attenzione visiva e Dislessia Evolutiva. Evidenze dagli Action Video Games. Dislessia, 12(2), 153-174. [11] Franceschini, S., Bertoni, S., Ronconi, L., Molteni, M., Gori, S., & Facoetti, A. (2015). “Shall We Play a Game?”: Improving Reading Trough Action Video Games in Developmental Dyslexia. Current Developmental Disorders Reports, 2(4), 318-329. DOI: 10.1007/s40474-015-0064-4.
La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico: spunti di riflessione

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Nel presente articolo sono riportati alcuni spunti di riflessione sull’importanza di p o r r e a t t e n z i o n e s u l l o s t r e s s psicoemotivo vissuto dalla fratria di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato preso in esame quanto riferito da coppie genitoriali di bambini ed adolescenti con la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico rispetto agli altri figli presenti in famiglia. Il lavoro svolto attraverso colloqui, interviste e test specifici ha messo in evidenza la necessità di fornire a questi genitori non solo delle corrette i n f o r m a z i o n i s u l l a g e s t i o n e psicoeducativa del figlio o dei figli con disabilità ma anche suggerimenti per un adeguato supporto emotivo agli altri membri presenti nel sistema familiare. In particolar modo, tale esigenza è risultata importante nei casi in cui la scoperta della patologia del minore e la sua quotidianità hanno generato un “blocco” sul versante comunicativo-relazionale generale tra le varie figure, portando a disfunzionalità anche piuttosto rischiose, con l’attivazione da un lato di conflitti, dall’altro di vere e proprie sensazioni abbandoniche da parte degli altri figli presenti. Introduzione Con il termine fratria, in ambito della psicologia della famiglia, si intende la presenza di fratelli nel nucleo familiare. Fratelli che rappresentano una valida risorsa per la crescita psicoemotiva della persona. La relazione nel sottosistema figli si basa su di una spazialità di ruolo e gerarchia orizzontale rispetto alla verticalità del rapporto con i genitori. Inoltre, la dimensione temporale rende speciale tale relazione basandosi su di una maggiore continuità, garantita da una vicinanza di età tra i membri e da una prospettiva di condivisione della vita insieme superiore rispetto ai propri padri ed alle proprie madri. Naturalmente all’interno della fratria agiscono numerose variabili, tra cui l’unicità di ogni individuo, l’ambiente esterno e l’ambiente familiare, che potrebbero portare a crepe e fratture nell’equilibrio delicato di questo rapporto. Ad esempio, l’assenza dei genitori potrebbe permettere ai fratelli di instaurare un rapporto molto profondo, oppure, al contrario, la rigidità genitoriale, o la triangolazione di un genitore su un fratello, potrebbe portare i fratelli ad allontanarsi e a non essere un sostegno l’uno per l’altro. Cosa accade, però, quando un fratello o una sorella, o più di essi, sono affetti da una patologia del neurosviluppo molto invalidante sul versante comunicativo-relazionale come il Disturbo dello Spettro Autistico? Come cambiano gli assetti familiari allo stato attuale e rispetto alla progettazione del domani? Diverse ricerche internazionali e l’esperienza diretta con tali famiglie offrono spunti sui quali riflettere che evidenziano l’importanza di una presa in carico globale dell’intero sistema, dando opportunità di confronto a tutti gli attori coinvolti. La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico Molte ricerche sulla fratria rispetto al Disturbo dello Spettro Autistico si sono concentrate sui fattori genetici e biologici della patologia. Infatti, per quel che riguarda la familiarità del disturbo gli studi sui gemelli hanno fornito dati molto suggestivi. In particolare, è stata segnalata una concordanza, fra gemelli monozigoti, variabile dall’86% al 92%. Nei gemelli dizigoti, la concordanza sarebbe di circa il 26%. Nei fratelli non gemelli, invece, l’incidenza sarebbe di circa il 2%, con un rischio 100 volte superiore a quello stimato nella popolazione generale (0,02%) (2). Altri studi sulle fratrie hanno, invece, dimostrato che tra il 3 % ed il 5 % dei casi, un altro/un’altra fratello/sorella presenta delle anomalie “nello spettro dei disturbi autistici”, se uno dei membri della famiglia ne è affetto (3) (4). Attualmente, un certo numero di cromosomi ha attirato l’attenzione di molti studi scientifici (il 2, il 13, il 15 e il 17), anche se i ricercatori sono concordi nel pensare che non vi è un unico gene responsabile dell’autismo, ma che ve ne siano diversi ad interagire fra di loro. Oltre agli studi genetici, molte indagini si sono focalizzate sugli aspetti emotivi e sociali riguardanti la fratria e la disabilità. Numerosi ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che le criticità comportamentali del Disturbo dello Spettro Autistico influenzino l’intero nucleo familiare, così che la fratria del bambino con autismo presenti maggiori possibilità di sviluppare dei problemi d’adattamento sociale (5) (6). In generale, molti lavori si sono incentrati sul capire se avere un fratello o una sorella con autismo porti a delle conseguenze negative sullo sviluppo psicosociale, provando a rilevare se la convivenza con uno o più soggetti con questa patologia possa avere effetti sulla struttura della personalità, dell’identità sociale e delle competenze relazionali dei membri della fratria. I disturbi prevalenti nell’autismo come difficoltà della comunicazione verbale e n o n v e r b a l e , p r o b l e m a t i c h e nell’interazione sociale, interessi limitati, difficoltà d’adattamento sociale, comportamenti stereotipati, sono le sfide adattative con le quali si devono rapportare e confrontare le fratrie. Fratelli e sorelle, infatti, devono affrontare l’insieme di questi comportamenti, cosa che presuppone dei cambiamenti all’interno del nucleo familiare (7). Ma se da un lato numerose ricerche, in tale ambito, hanno dimostrato che le fratrie sono soggette a problemi d’adattamento, altre non hanno messo in evidenza alcuna differenza tra le fratrie di bambini con autismo e quelle di bambini senza handicap o affetti da sindrome di Down (8) (9). Durante il lavoro svolto dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II livello dell’ASL CE, in diversi colloqui ed interviste è emerso che molti genitori di bambini con disabilità sentono la necessità di fornire uno spazio di ascolto incentrato sulla gestione degli aspetti psicoemotivi dei figli “normotipici”. Sono state, infatti, riportate esperienze di disagio nella condivisione degli ambienti familiari, vissuti di gelosia o di abbandono rispetto alle figure genitoriali, sensazioni di vergogna, difficoltà di accettazione della malattia del proprio familiare o anche angoscia per il proprio futuro in
L’Adolescenza

di Marika Porricelli da Psicologinews Scientific L’adolescenza è un periodo particolarmente critico, che si pone all’attenzione di tanti specialisti provenienti da campi anche molto eterogenei tra di loro. Questo articolo indaga la perniciosa trappola dei comportamenti di rischio in cui molti adolescenti si ritrovano spesso, senza e s s e r n e n e a n c h e p i e n ame n t e consapevoli. L’obiettivo è quello di indagare le possibili cause di tale vulnerabilità che possono essere di tipo non solo sociale e psicologico, ma anche e soprattutto di tipo neurofisiologico. L’aspetto fondamentale è la descrizione dell’evoluzione del cervello di un adolescente e le differenze morfologiche e funzionali che esso presenta rispetto a quello di un soggetto adulto. Un altro aspetto che è stato affrontato è la descrizione di tutti i più frequenti comportamenti di rischio tra gli adolescenti con particolare attenzione al disturbo psicopatologico dato dalla dipendenza da internet, che spesso è poco riconosciuto. Infine viene indagata una possibile prassi di intervento specialistico. 1. INTRODUZIONE Dalla Relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, curata dal Dipartimento per le politiche antidroga è stato stimato che in Italia un terzo della popolazione residente di età compresa tra i 15 e i 64 anni abbia assunto almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita (M = 39,5%; F = 27,2%). Questo è dimostrabile anche dagli ingressi negli Istituti Penali per Minorenni in Italia di minori con imputazioni per reati droga correlati, che solo nel 2017 sono stati 163. La maggior parte degli ingressi riguarda soggetti di età inferiore a 18 anni (71%) e maschi (98%). Più nello specifico dai dati emerge che un terzo della popolazione tra i 15 e i 64 anni riferisce di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita (M = 39,1%; F = 26,4%). Anche per quanto riguarda sostanze stimolanti, quali amfetamine ed ecstasy tra i giovani adulti tali prevalenze risultano più elevate: si attesta infatti una stima di circa 350.000 giovani-adulti tra i 15 e i 24 anni. Inoltre il 3,2% dei residenti in Italia ha utilizzato sostanze allucinogene (come LSD, funghi allucinogeni ecc.) almeno una volta nel corso della propria vita, e tra questi si osserva un consumo più elevato tra i più giovani, di quasi 350.000 giovani tra i 15 e i 24 anni. 2. L’ADOLESCENZA 2.1 Il punto di inizio e di fine dell’adolescenza Sappiamo dalla letteratura che l’adolescenza viene descritta come una particolare fase della vita caratterizzata da molteplici cambiamenti e sfide. Essa è una fase di sviluppo il cui range di etá crea ancora oggi crea incompatibilitá tra i ricercatori. Ad esempio all’inizio del 20 ° secolo, G. Stanley Hall definì vagamente l’adolescenza come un periodo di sviluppo periodo che va dai 14 ai 24 anni nel suo trattato sull’adolescenza. Tuttavia, più di 50 anni fa, l’OMS propose l’adolescenza come un periodo che andava dai 10 ai 20 anni, notando che sebbene sia inizi con la pubertà, ha un punto di fine meno ben definito. Per questo motivo in Italia per convenzione spesso si utilizza come punto di fine dell’adolescenza il raggiungimento dell’età legislativa dei 18 anni, ma come espresso precedentemente dal punto di vista fisiologico e psicologico stabilire il punto di fine dell’adolescenza è piuttosto difficile. L’adolescenza comprende sia elementi di crescita biologica che importanti transizioni di ruolo sociale, elementi entrambi cambiati nel secolo scorso. Da un lato la pubertà precoce ha accelerato l’inizio dell’adolescenza in quasi tutte le popolazioni, mentre dall’altro il concetto di “crescita continua” h a i n n a l z a t o i l p u n t o d i fi n e dell’adolescenza fino a ben 20 anni. Allo stesso modo il ritardo nelle transizioni di r u o l o , come i l completamento dell’istruzione, il matrimonio e la genitorialità, continuano a modificare le percezioni popolari di quando inizia l’età adulta. 2.2 Le sfide dell’adolescenza L’adolescenza corrisponde ad un periodo di particolari sfide psicologiche sociali in cui il giovane si ritrova a dover costruire una propria identità personale credibile e che g l i permetta di addentrarsi nel mondo sociale “degli a d u l t i ” . Ma o l t r e a t a l i sfide e c amb i ame n t i p s i c o – s o c i a l i c h e coinvolgono l’adolescente vi sono anche molteplici cambiamenti cerebrali e ormonali che interessano in particolare la maturazione delle regioni cerebrali legate alla percezione delle emozioni e l a g e s t i o n e d e l r i s c h i o d e l l a gratificazione. 3.IL CERVELLO DI UN ADOLESCENTE Il cervello degli adolescenti risulta essere profondamente diverso da quello degli adulti; diversamente da quello di altri organi, infatti, lo sviluppo dell’encefalo si c o s t r u i s c e s o l o g r a d u a l m e n t e modificandosi nel corso dello sviluppo dell’individui. Ed i l processo di connessione delle aree cerebrali non può dirsi completo prima dei 25 anni, per tale motivo la caratteristica centrale del cervello degli adolescenti è il basso livello di connessione nell’area frontale. In altre parole le significative difficoltà degli adolescenti nel comprendere le conseguenze delle loro azioni e nel prendere decisioni razionali vanno pertanto attribuite all’incompleto e insufficiente sviluppo della connettività dei loro lobi frontali. Oggi, grazie all’utilizzo delle tecniche di brain imaging, è possibile osservare la maturazione del cervello nel corso dell’adolescenza, in particolare il completamento dello sviluppo del lobo frontale, che, dal punto di vista filogenetico, rappresenta quell’aspetto che distingue gli esseri umani da tutte le altre specie animali. Le prime aree del cervello a raggiungere il completo sviluppo sono il tronco cerebrale e il mesencefalo; esse regolano le funzioni corporee essenziali alla sopravvivenza (respirazione, digestione, escrezione, termoregolazione), le cosiddette funzioni autonome. Le aree
L’aumento delle richieste di consulenza psicologica durante la pandemia da COVID-19. Alcune considerazioni sul lavoro con i preadolescenti

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific Come è ben noto, durante l’ultimo anno nella popolazione è stato rilevato un importante aumento della sintomatologia ansioso-depressiva, anche in soggetti solitamente non a rischio. La paura del contagio, le restrizioni volte al c o n t e n i m e n t o d e l l ’ i n f e z i o n e , l’avvicendarsi di molteplici disposizioni governative ha portato la maggior parte delle persone a sviluppare quella che è stata definita “Pandemic Fatigue”, ovvero la stanchezza da pandemia (Murphy, 2020). Essa appare particolarmente complessa nei preadolescent i , fasci a d’et à generalmente caratterizzata da fisiologiche dinamiche conflittuali nel rapporto con i genitori e con il gruppo dei pari. I ragazzi fra gli 11 ed i 15 anni, infatti, già solitamente intenti a c o n f r o n t a r s i con l e complesse trasformazioni psicofisiche tipiche del loro momento evolutivo, stanno sviluppando sempre più di frequente comportamenti distruttivi o vissuti depressivi (Silva et al., 2020). I genitori, naturalmente preoccupati e confusi, chiedono di frequente di essere sostenuti nella gestione di tali dinamiche, angosciati dalla possibilità che insorgano comportamenti distruttivi se non, addirittura, psicopatologici (Canzi et al., 2021). “Dottoressa!” ricordo una madre “Come faccio a tenerlo in casa? Significherebbe lasciarlo davanti ai videogiochi tutto il giorno!” “È diventato aggressivo, risponde sempre male!” Oppure: “Sta sviluppando dei sintomi ansiosi, non dorme la notte!” Se la consulenza psicologica per questa fascia d’età è sempre difficile (poiché la tipica diffidenza del preadolescente è spesso di ostacolo all’innescarsi dell’alleanza terapeutica), in questo momento l’accesso al loro mondo interno si sta rivelando ancora più complessa (Rogora & Bizzarri, 2020). Il senso di frustrazione e di angoscia legato ai contenuti della pandemia, unito anche ad uno scoraggiamento nei confronti del mondo adulto che, tanto incerto nella gestione di un evento sanitario così complesso, sembra comportare anche un’importante difficoltà di affidarsi al dialogo con il mondo esterno (Amran, 2020; Musso & Casibba, 2020). “Ma io non ho niente da dirti!” dicono alcuni di loro “Io sto bene, è solo che mi scoccio di stare a casa. Che ci sto a fare? Tanto se me lo prendo, non muoio!” oppure “Proprio a me doveva capitare la madre ansiosa? Le mamme dei miei amici non hanno tutta questa paura!” ma anche “Ho paura per me e per la mia famiglia. La notte ho gli incubi!” La rigidità di tali pensieri, noto, sembra essere aggravata dal sentimento di solitudine che circonda le loro vite in questa f a s e . L’ i m p o s s i b i l i t à d i confrontarsi con gli altri, di vedere anche il malessere altrui, porta i preadolescenti, che sono ancora in fase di acquisizione di una visione prospettica della loro esperienza di vita, a maturare la convinzione di essere gli unici a patire il disagio dell’isolamento, sottovalutando la portata collettiva dell’emergenza da COVID-19. “Io non vedo i miei amici da un sacco di tempo!” “A me non piace la DAD!” Fabrizio De Andrè diceva che spesso “il dolore degli altri è dolore a metà” ed il nostro compito di clinici, credo, è sicuramente quello di comprendere e contenere le preoccupazioni dei nostri piccoli pazienti, ma anche di aiutarli ad acquisire una visione più completa della complessità della situazione pandemica. Ciò anche per anche per consentire loro di accedere ad una maggiore tollerabilità delle frustrazioni legate alle restrizioni sociali ed anche delle incertezze del mondo adulto riguardo i tempi del loro definitivo superamento. Bibliografia Amran MS. (2020). Psychosocial risk factors associated with mental health of adolescents amidst the COVID-19 pandemic outbreak. International Journal o f S o c i a l P s y c h i a t r y . D O I : 10.1177/0020764020971008 Canzi E., Ferrari L., Lopez G., Danioni F., et al. (2021). Essere genitori durante l’emergenza COVID-19: stress percepito e d i f fi c o l t à emo t i v e d e i fi g l i . Maltrattamento e abuso all’infanzia, 1:29-46, DOI:10.3280/MAL2021-001003 Murphy J. (2020). Pandemic Fatigue. Ir Med J, 113(6):90. Musso P. & Cassibba R. (2020). Adolescenti in tempo di Covid-19: dalla movida alla responsabilità, in “Psicologia c l i n i c a d e l l o s v i l u p p o , R i v i s t a quadr imest rale” 2:191-194, doi : 10.1449/97612 Rogora C. & Bizzarri V. (2020). “Non sarà più come prima”. Adolescenti e psicopatologia Alcune riflessioni durante la pandemia da Covid-19. Psicobiettivo 2 : 1 3 7 – 1 4 8 D O I : 1 0 . 3 2 8 0 / PSOB2020-002011 Silva CA, Queiroz LB, Fonseca C, Silva LE, Lourenço B & Marques H. (2020). Spotlight for healthy adolescents and adolescents with preexisting chronic d i s e a s e s d u r i n g t h e COVID- 1 9 pandemic. Clinics, 75 DOI: 10.6061/ clinics/2020/e1931
LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORETAMENTALE DI II E DI III GENERAZIONE NEL TRATTAMENTO D’USO DA SOSTANZE (DUS)

di Ilaria Di Giusto da Psicologinews Scientific L a Terapia Cognitivo-comportamentale di II generazione ed il Disturbo d’Uso di Sostanze La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) è considerato il modello di trattamento del disturbo d’uso da sostanze maggiormente supportato da evidenze scientifiche. Risulta essere incisiva nel ridurre la gravità delle ricadute e nell’aumentare la durata degli effetti (Carroll, 1996). L’efficacia è determinata anche dalla compatibilità della TCC con altri approcci come la farmacoterapia ed i l counseling, considerati in un intervento integrato nel trattamento del disturbo. Obiettivo fondamentale della terapia cognitivo-comportamentale di II generazione è quello di focalizzarsi sui pensieri d i s f u n z i o n a l i c h e p o r t a n o a compor tament i maladat t i v i e di riconoscere nella dipendenza un importante schema comportamentale. Tale considerazione trova fondamento nelle teorie dell’apprendimento sociale r i s p e t t o a l l ’ a c q u i s i z i o n e ed a l mantenimento del problema della dipendenza da uso di sostanze e mira a favorire l’astinenza (intesa come dismissione dal l ’uso) at t raverso l’acquisizione di abilità di coping efficaci ed alternative all’uso. La TCC parte dal presupposto che le sostanze funzionano come regolatori emotivi esterni in persone con deficit ad attuare un controllo emotivo interiorizzato. Per intervenire terapeuticamente è fondamentale, innanzitutto, stabilire una relazione terapeutica empatica, sulla cui base si può successivamente facilitare ed elaborare un confronto sulle problematiche direttamente connesse all’uso, correlate, ad esempio, all’impatto che l’uso delle sostanze ha determinato nei diversi ambiti di vita del soggetto (famiglia, lavoro, cura di sé…). In tale modo si può sostenere ed argomentare la possibilità di un cambiamento della condizione di partenza, fornendo un feedback sulla situazione attuale e sulle conseguenze nefaste a cui la persona potrà arrivare mantenendo la condizione d’uso. Un intervento centrato sulla motivazione mira ad aumentare il senso di autoefficacia del paziente, e quindi la sensazione di poter contare sulle proprie abilità personali di fronteggiamento di situazioni complesse, attraverso l’identificazione di obiettivi concreti e raggiungibili. In questo modo, stabilendo obiettivi intermedi e specifici, fissando, ad esempio, brevi periodi di astinenza, il paziente, nel rispettare il patto con il terapeuta, incrementerà la fiducia in se stesso. Ma la semplice motivazione non è condizione sufficiente per promuovere il cambiamento, motivo per cui il terapeuta deve accompagnare i l soggetto nelle varie fasi, cercando di favorire una modifica del comportamento disfunzionale, supportandolo e garantendo il raggiungimento dei risultati, implementando nuove abilità personali; ponendosi come alleato non giudicante, in grado di permettere al paziente di scoprire e mettere in discussione le proprie credenze patogene. In questo modo, si riesce ad intervenire sul potenziamento del livello di consapevolezza del soggetto rispetto a l l e condotte d ’ u s o . Una fase indispensabile, affinché ciò si verifichi, è quella dell’automonitoraggio che il soggetto dovrà svolgere, con l’ausilio del terapeuta, attraverso, ad esempio, il completamento di modelli come l’ABC di A. Ellis o il CEPA di G. Liotti, così da procedere alla stilatura di un resoconto definito degli episodi di consumo, con riguardo al contesto, alle emozioni, ai pensieri ed alle azioni correlati all’evento. In questo modo verrà favorito il potenziamento di abilità di tipo metacognitivo e metariflessivo anche rispetto all’individuazione di quelle situazioni di rischio che possono rappresentare fattori scatenanti per la comparsa della condotta disfunzionale, la cui supervisione e consapevolezza può favorire la prevenzione di ricadute future. Il rafforzamento della relazione terapeutica porterà il terapeuta a rappresentare una “nuova base sicura”, da cui il paziente potrà allontanarsi per sperimentarsi nei nuovi schemi comportamentali e nel raggiungimento degli obiettivi concordati, così da potersi esporre a situazioni di vita, assumendo comportamenti e condotte adeguate e funzionali al mantenimento della propria condizione di dismissione e all’ambiente circostante. La fase di definizione degli obiettivi a breve, media e lunga s c a d e n z a , d i v i e n e u n o s t e p fondamentale per poter valutare l’utilizzo di nuove competenze ed abilità personali e sociali, anche nel riconoscimento ed inserimento in attività stabili e positive, che possano rappresentare un nuovo investimento da parte del soggetto. L a Terapia Cognitivo-Comportamentale di III onda: la mindfulness nel trattamento del DUS La terapia cognitivista di stampo “ razionalista” proposta da Beck prevedeva, quindi, una modificazione cognitiva nel modo di pensare del paziente e del suo sistema di credenze per creare una modificazione durevole a livello comportamentale (Beck, 1995). Tutte le teorie di ispirazione cognitivista condividono il presupposto che il trattamento debba implicare una forma di modificazione dei pattern disfunzionali che preveda lo sforzo attivo da parte del soggetto per indurre un cambiamento nelle cognizioni e nelle emozioni. Con la TCC di terza generazione si assiste all’integrazione tra tradizionali tecniche di modificazione di pattern d i s f u n z i o n a l i d i p e n s i e r o e comportamento con strategie basate sull’accettazione. (Tomas, Carniato, 2015). Queste tecniche terapeutiche e m e r g e n t i p r o m u o v o n o u n atteggiamento di apertura e accettazione nei confronti di eventi psicologici, anche di quelli esperiti come ‘negativi’. Le persone con DUS, si sforzano di controllare la realtà mantenendo solo il “positivo” dell’esperienza ed evitando il “negat ivo” , at t raverso l ’addiction (dipendenza psicologica da una sostanza o da un oggetto spinge alla ricerca dell’oggetto stesso). La dipendenza è caratterizzata spesso da impulsività e vulnerabilità emotiva e la sostanza viene a rappresentare, attraverso il corpo, un sistema di regolazione esterna. Con la mindfulness s i può e s p e r i r e una maggiore accettazione ed un minore evitamento delle emozioni difficili, imparando a reagire con uno schema maggiormente comprensivo ed equilibrato, ampliando le proprie competenze emotive. Essa, infatti, propone l’opportunità di guardare alla propria esperienza “negativa” e dolorosa non
CORPO e GESTALT

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific “La frattura più profonda, da lungo tempo radicata nella nostra cultura e di conseguenza data per scontata, è la dicotomia mente/corpo: la superstizione che esista una separazione, ancorché una interdipendenza, di due diversi tipi di sostanza, quella mentale e quella fisica. E’ stata creata un’infinita serie di filosofie che asseriscono che l’idea, lo spirito, la mente causano il corpo, oppure, materialisticamente, che questi fenomeni o epifenomeni sono il risultato o la sovrastruttura della materia fisica (per esempio Marx). Né l’uno né l’altro. Noi siamo organismi, noi (cioè qualche misterioso io) non abbiamo un organismo. Siamo un’unità integrale, ma abbiamo la libertà di astrarre molti aspetti da questa totalità. A-strarre, non sot-trarre, separare.” Fritz Perls La Psicoterapia del la Gestalt considera la mente e il corpo come inscindibili, parti che definiscono la complessità della persona. Corpo, mente, pensieri, emozioni, sentimenti, immaginario, sensorialità, movimento, sono espressione di un tutto che è più della semplice addizione di parti. L’individuo è il frutto del funzionamento integrato nel tempo e nello spazio dei vari aspetti del tutto. L’approccio della Gestalt è quindi diretto tanto al corpo q u a n t o a l l a m e n t e , e o p e r a simultaneamente con tutti gli aspetti d e l l a p e r s o n a p e r g i u n g e r e all’esperienza dell’integrazione. L a c u l t u r a o c c i d e n t a l e s i cont raddist ingue per la divisione artificiosa tra mente e corpo. Tale scissione si può osservare anche nel nostro linguaggio. Non esiste, infatti, una parola che ci permetta di dire “Io – corpo”, e ci riferiamo ad esso dicendo “il mio corpo”, come se fosse un oggetto che possediamo, e non come una parte del sé. La parola “mio” nella maggior parte dei casi non indica un’identità tra esperienza corporea e sé, ma implica possesso nel senso di proprietà e sottolinea la distinzione tra il possessore e l’oggetto posseduto. Dalle parole di J. I. Kepner: “la nostra esistenza è un’esistenza incarnata in cui i pensieri e gli atteggiamenti sono corporei e muscolari, ed influenzano le secrezioni dei nostri organi ed i ritmi delle nostre cellule così come i nostri stati d’animo” . La s a l u t e e l a m a l a t t i a s o n o suggestionate dai nostri atteggiamenti, dalla tensione, dalla respirazione e dai sentimenti. Il vissuto corporeo e mentale sono strettamente collegati; la realtà corporea costituisce il fondamento primario dell’esperienza umana, essa è “intrinseca” al nostro rapporto con il mondo e forma una base per il contatto con l’ambiente in modo da poter andare incontro ai nostri bisogni e crescere: “Quando ego e corpo vengono vissuti in maniera integrata la realtà che ne risulta è più profonda di ciascuna delle due vissute separatamente” (Wilber, 1981). L’insieme non è semplicemente il risultato di una somma di pezzi scissi; ha, invece, una propria unità intrinseca, una particolare struttura ed integrazione. Da questo punto di vista, curare esclusivamente un aspetto della persona o identificare una parte come la causa del problema significa frammentare artificialmente ciò che in realtà è qualcosa che funziona come unità. Il corpo e la psiche emergono come aspetti dello stesso fenomeno, come chiarisce Giovanni Salonia: “In termini clinici questo significa inserire i vari comportamenti, le comunicazioni, le consapevolezze f rammentar ie del paziente in una totalità che ne dà il significato e nello stesso tempo ne indica la direzionalità” . Se durante la crescita aspetti o qualità del sé diventano problematici in relazione a un particolare ambiente fisico o sociale, allora il bambino per affrontare il conflitto tra il bisogno di essere accettato e la difesa delle qualità del sé, potrà decidere di alienare parti inaccettabili per l’ambiente. Le qualità rinnegate, così come le sensazioni, i bisogni, le espressioni, i movimenti e le immagini ad esse associate, vengano tenuti lontani dalla consapevolezza in uno spazio conflittuale, dove continuano ad esistere e ad essere in azione. In questo senso, le variazioni individuali nella struttura corporea non sono casuali, ma “pregne” di significato. Esse si sono sviluppate come “reazione creativa” all’esperienza personale di vita, e vanno lette all’interno di quello specifico contesto. L’adattamento organismico agli eventi della vita è un processo che modella non solo il pensiero e le opinioni, ma anche le reazioni fisiche ed emotive, perfino il modo di muoversi, di stare in piedi, di sedersi, ovvero il modo attraverso cui ci “incarniamo”. L’individuo che nel passato ha evitato il dolore, perché troppo piccolo e indifeso, può continuare a farlo da adulto, in una illusoria quanto inconsapevole fuga dal dolore. La contrazione prolungata è una modalità per attutire e smorzare le sensazioni corporee ed in questo modo si può giungere a escludere dalla percezione anche le emozioni e i sentimenti. Si verifica, così, i l meccanismo paradossale per cui, operando una separazione dal proprio corpo nel tentativo di evitare il dolore, la persona sta soffocando anche la sede del piacere e si preclude tale esperienza (Wilber, 1981). Il terapeuta della Gestalt generalmente parte dall’osservazione fenomenologica, per poi contattare le strutture profonde. Collega gli elementi del codice linguistico non-verbale con il contesto esperienziale del paziente e d e l l a relazione terapeutica. L’interesse verso il corpo è d i r e t t o e s s e n z i a l m e n t e all’esperienza che l’individuo fa del suo corpo, vale a dire il “come” la persona si esprime o contat ta l’ambiente. Se il terapeuta osserva una particolare posizione, forma o atteggiamento che il paziente assume in seduta, può invitarlo a prenderne contatto più pienamente, forse accentuando un gesto o un movimento, o ripetendo e “esagerando” una c e r t a a t t i t u d i n e corporea. Sostenendolo e accompagnandolo, è anche possibile scoprire