Catfishig: la minaccia psicologica reale di una finta identità virtuale

Negli ultimi tempi il termine “Catfishing” è rimbalzato tra telegiornali e programmi televisivi per la triste vicenda di Daniele, il 24enne di Forlì che ha deciso di farla finita dopo aver scoperto che la sua fidanzata, frequentata virtualmente per un anno, era in realtà un’altra persona. Questo fenomeno, ancora poco conosciuto in Italia, è molto frequente negli USA, tanto da aver dato vita al docu-reality “Catfish: false identità” che racconta storie di catfishing. Cos’è il catfishing? Secondo l’Accademia della Crusca, il termine Catfish indica una persona che costruisce in rete un proprio profilo fingendo di essere un’altra persona per burlare o truffare qualcuno o al fine di instaurare in rete rapporti amicali (a volte anche sentimentali) con una falsa identità. Cosa spinge le persone a fare catfishing? Generalmente ci sono diversi aspetti che spingono il catfish a costruirsi una finta identità virtuale. Potrebbe trattarsi di un individuo particolarmente insicuro che convive con la paura di non essere accettato; di una persona profondamente insoddisfatta della sua vita, che prova a sublimare i propri desideri costruendosi un’identità alternativa e fasulla.Che sia per noia o per uno scopo preciso, i catfish riescono a costruire un vero e proprio alter ego digitale che gli consente di instaurare relazioni con vittime inconsapevoli. Gli effetti del catfishing sulla vittima Le vittime di catfishing sono spesso insicure e fragili e trovano conforto e speranza nelle attenzioni dei loro persecutori. Queste condizioni di partenza creano terreno fertile per un gioco di potere che mira a creare un rapporto di dipendenza affettiva. Una volta scoperto il tranello, le vittime cadono in una spirale di delusione, tristezza e vergogna, accompagnata da frustrazione e rabbia verso se stessi. Come contrastare il fenomeno? Purtroppo ad oggi non viene fatto un lavoro di prevenzione mirata sul catfishing. Per fronteggiare questa minaccia occorre fare un lavoro strategico e strutturato di informazione e formazione sin dalle scuole agendo su due livelli. Da un lato descrivendo il fenomeno e i pericoli che ne derivano, fornendo gli strumenti necessari a riconoscerlo; dall’altro lavorando sulla consapevolezza e sull’autostima dei ragazzi, affinché ci siano sempre meno catfish.
Cara Rose, sei certa che Jack sia esistito davvero?

di Fabio Battisti “Non ho niente di lui, vive solo nei miei ricordi” Una Rose ultracentenaria è l’unica in grado in grado di ricordare una delle più belle storie d’amore d’inizio e fine del XX secolo. Lo sfondo cinematografico del Titanic sembra quasi una scusa per narrarla, soprattutto per giustificare la sua breve durata attraverso una tragedia nella sciagura. Ma siamo sicuri che il naufragio abbia avuto esclusivamente questa funzione? Le funzioni psichiche del cinema sono conosciute quanto sottovalutate e molteplici. L’idea della grande storia d’amore che termina suo malgrado ricorda tanto le mitiche vicende di “Via col vento” e “Casablanca”, nelle quali la relazione, cristallizzata nel tempo, permetteva al grande pubblico di immedesimarsi per via delle frustrazioni sentimentali del passato oppure per le insoddisfazioni correlate con la vita matrimoniale. In “Titanic” tuttavia la decisione non appartiene ad uno o entrambi i protagonisti, quanto a un fato cinico che tronca l’esistenza di uno dei due amanti. Quest’ultimo sembra tuttavia completare il “rituale iniziatico” che caratterizza il racconto stesso di Rose: le conferma che diventerà una donna libera, emancipata, sicura di sè, a prescindere dalle situazioni economiche e sociali nelle quali si ritroverà a vivere scambiando la sua identità con una ragazza defunta, totalmente speculare a quella di una ragazza ricca intrappolata in un destino di schiava e sull’orlo del suicidio. L’idea struggente dell’amore perduto appare un dazio obbligato, da pagare per essere salvata e traghettata verso una nuova vita, anagrafica e mentale. Il fatto è che Jack sembra fin troppo funzionale e curato, calato ad arte in quello che si rivelerà il processo evolutivo di Rose. Visto che di mezzo c’è una sciagura con in mezzo migliaia di vittime e questa ragazza a distanza di oltre 80 anni ricorda tutto…potrei concedermi una deformazione professionale? Uno shock del genere non avrà comportato un trauma, in grado di dare forma e contenuti al bisogno di essere salvata sia dalla morte fisica che da quella interiore? Come ricorda nel finale, “Jack mi ha salvato, in tutti i modi in cui una persona può essere salvata”: un Principe Azzurro, già di suo poco credibile, al confronto passerebbe per un dilettante. D’altra parte oltre a Jack vengono a mancare i suoi amici, mentre chi lo ha conosciuto non si potrà più riconfrontare con Rose per eventuali smentite. Esiste quindi la possibilità che non viva soltanto nei suoi ricordi, ma nella sua immaginazione. Inverosimile? Eppure stiamo parlando di un periodo storico nel quale Freud curava le “paralisi isteriche” e altre problematiche riguardanti quelle donne rispecchianti le condizioni sociali e psichiche di Rose, incastrate tra agiatezze economiche e vincoli culturali dell’epoca. Solo che non c’era tempo e spazio per la Psicoanalisi e tanto meno per gestire eventuali conseguenze post-traumatiche: l’esigenza di Rose di liberarsi dalla prigione dorata si sarebbe correlata al trauma stesso, includendovi la possibilità di un’ampia zona d’ombra dove nascondere un amore in ogni caso impossibile. C’è una forte possibilità che “My heart will go on” di Celine Dion si riferisca a una figura immaginaria? Scusatemi, non si tratta di un “esperimento sociale” per polarizzare l’odio di una generazione verso il mio mestiere. Non dimentichiamo che in ogni caso l’intera storia d’amore è di per sè un evento di fantasia, come tante trasposizioni cinematografiche. Quello che potrebbe sorprendere in realtà sono le nostre capacità adattive, anche nei momenti più gravi, nei contesti più insopportabili e perfino nelle…patologie, seppur controproducenti in queste situazioni sono comunque un tentativo di tutela da qualcosa di insopportabile e devastante. In fondo, qualora Jack fosse stato veramente il frutto dell’immaginazione di Rose, chi avrebbe ritenuto giusto biasimarla?
Capricci: cosa sono e cosa può fare un adulto?

I capricci sono comportamenti indesiderati che nascondono un bisogno. Come può agire un genitore di fronte a un capriccio? “È’ impossibile fare la spesa con mio figlio, se vuole qualcosa inizia a piangere finché non vince lui” “Eravamo in fila in posta e mio figlio continuava a urlare e non sapevo proprio cosa fare” Questi sono solo alcuni dei commenti che spesso si sentono dire tra genitori. In entrambi i casi c’è un bimbo che piange e urla e si dispera. Perchè? Solitamente con capricci si indicano comportamenti non desiderabili che vengono messi in atto in un determinato contesto (spesso in contesti sociali). Nascono da una forte frustrazione che il bambino prova e, non sapendo gestire questo stato d’animo, attraverso il pianto, comunica all’adulto di aver bisogno di aiuto. Esatto, cari genitori! Anche i capricci servono a comunicare! Pensiamo alla temibile “fase dei due anni”. A quest’età il bambino inizia a percepirsi come essere separato dal caregiver e, attraverso i “no, mio, io” inizia ad autoaffermarsi. Il pianto, fin da quando un bambino nasce, è espressione di qualcosa. E spesso, un genitore, comprensibilmente stanco delle urla o imbarazzato se si trova in un contesto sociale, non riesce ad interpretare il messaggio del bambino, arrabbiandosi a sua volta e innescando un circolo vizioso che va ad autoalimentarsi. Cosa può fare un genitore in questi casi? Imparare a fermarsi e a non reagire di istinto. Può essere utile anche per il bambino comprendere che ci si può arrabbiare, riconoscere quello che si sta provando ed etichettarlo per parlarne successivamente. Per i più piccoli è importante che il genitore “si calmi per calmare” e che faccia notare la sua presenza sintonizzandosi con il bisogno del bambino. Il bambino non possiede ancora strategie per fronteggiare la sua frustrazione e dire “dopo compriamo il gelato” non è utile perché il bimbo non comprende la temporalità come un adulto. Ogni suo bisogno riguarda il qui e ora. Empatizzare consente all’adulto di mettersi nei panni del bambino riconoscendo cosa potrebbe comunicare in quel momento. Dire “lo so che forse sei molto arrabbiato in questo momento perché non ti ho dato quello che hai chiesto, vedrai che tra un po’ la rabbia va via e io sono qui per parlare con te” potrebbe aiutarlo ad acquisire strumenti utili per fronteggiare le intense emozioni vissute. Ignorare i comportamenti non desiderabili rinforzando quelli desiderati porterà gradualmente ad estinguere i primi e a mantenere i secondi. Questo è molto importante perché il bambino deve trovare delle strategie funzionali a soddisfare i suoi bisogni attraverso comportamenti adeguati. Utilizzare la punizione è controproducente. Può avere l’effetto immediato di interrompere un comportamento sbagliato ma le ricerche mostrano come sia dannosa a lungo termine. Il bambino potrebbe interiorizzare un modello educativo negativo così come la relazione genitore-figlio potrebbe essere compromessa perché si potrebbe perdere fiducia nella figura di accudimento. Fornire poche e semplici regole in modo chiaro. È importante che in primis l’adulto sia coerente nel rispetto delle regole date perché se cede, in modo intermittente, potrà essere rinforzato il comportamento inadeguato del bambino.
Capodanno e buoni propositi: un film già visto?

Siamo alla fine di un anno difficile, come il precedente: la pandemia è un protagonista indiscusso delle nostre vite e ha avuto un enorme impatto su tutti noi; sia su chi l’ha vissuta in prima persona, con la perdita di amici o parenti, sia su chi l’ha vissuta, fortunatamente, senza queste tragedie personali. Perché il Covid ha modificato il nostro senso di concepire il presente e il futuro e perché ci lascia in costante incertezza; e l’incertezza e la confusione sono due delle esperienze più intollerabili per la mente umana. Nello scorso articolo, abbiamo parlato dell’importanza dei rituali, che hanno anche la funzione di permetterci di riappropriarci – attraverso azioni concrete – di una sensazione di controllo e di possibilità di incidere sulla realtà. E veniamo al Capodanno e ai propositi che si fanno per il nuovo anno: come se fosse un gigantesco lunedì, lo immaginiamo come un momento da cui iniziare a cambiare, per diventare migliori, più produttivi, più felici, più diversi da noi stessi dell’anno scorso. E allora, visto che tutto è cambiato negli ultimi due anni, perché è cambiata la nostra percezione dell’esistenza, proviamo a cambiare il solito film e a utilizzare degli accorgimenti per fare propositi utili e, perché no, davvero realizzabili nell’anno nuovo, senza rimandarli al Grande Lunedì del 2023. L’argomento è complesso, lungo e articolato: qui desidero solo accennare ad alcune accortezze perché i propositi non restino tali. Prima regola: stabilire quali sono i punti precisi da cui parte un comportamento abitudinario, una routine. Come suggerisce Duhigg, nel libro “ Il potere dell’abitudine”, ci sono cinque elementi che la sostengono: 1. Un orario preciso nella giornata 2. Un luogo preciso 3. La presenza di qualcuno di preciso 4. Un’emozione particolare 5. Un precedente comportamento che è stato ritualizzato. Tutte le ricerche più recenti sui comportamenti abitudinari provano che è molto difficile estinguere totalmente un comportamento che non desideriamo faccia più parte della nostra vita. Molto più utile, e foriero di risultati, lavorare per modificarlo. In questo modo, possiamo incidere sul complesso sistema di azione- ricompensa che il nostro cervello utilizza per procedere e, soprattutto, risparmiare forza di volontà, una delle nostre risorse più importanti e che si estingue più facilmente. Quindi, sia che desideriamo introdurre un nuovo comportamento abitudinario virtuoso, sia che vogliamo cambiarne uno che riteniamo nocivo per noi, occorre: 1. Identificare qual è l’elemento che lo fa partire 2. Stabilire qual è la ricompensa che cerchiamo 3. Trovare una nuova routine. È facile individuare i “grilletti”, i “segnali” che fanno partire una routine: rientrano più o meno sempre nei cinque elementi elencati prima. Più difficile è capire qual è la ricompensa che cerchiamo. Ipersemplificando, ad esempio: prendiamo un caffè a metà mattina perché sentiamo bisogno di una sostanza stimolante; o perché ci annoiamo e andare a prendere il caffè ci distrae un attimo dal lavoro; o perché lo beviamo con qualcuno che ci fa sorridere e possiamo passare qualche minuto con questa persona? Solo quando identifichiamo esattamente qual è la ricompensa che sostiene un comportamento, possiamo davvero cambiarlo. È molto importante mantenere stabile il grilletto e la ricompensa e cambiare solo il comportamento. Se, nell’esempio precedente, prendiamo il caffè per stare con una persona, possiamo mantenere tutto stabile – pausa a metà mattina e chiacchiere – bevendo una spremuta o un bicchiere d’acqua al posto del caffè. Non è proprio così semplice? È vero, altrimenti non esisterebbe la nostra complessità individuale, ricca di storia personale e familiare. Ma tentare di scomporre le abitudini, individuare gli elementi semplici e modificare un comportamento, o costruirne uno nuovo, significa fare piccoli progressi e premiarli, senza affrontare temi esistenziali di cambiamento radicale, destinati al fallimento o ad essere rinviati al prossimo Capodanno. Quindi, concediamoci di sperare in un anno proficuo, di leggero e continuo miglioramento, di compassione e di autocompassione, di analisi e di applicazione. Il proposito più importante? Continuare ad essere curiosi o diventarlo di più, ogni giorno; con la consapevolezza che gli avvenimenti avversi, come la pandemia, possono portare a pensare in modo nuovo. Mille auguri a tutti: quest’anno ce li meritiamo ancora di più.
CAPIRE L’ALTRUISMO: Perchè siamo altruisti?

Altruismo, un comportamento che ci porta ad aiutare gli altri senza aspettarci nulla in cambio. Ma cosa c’è dietro questa spinta a fare del bene? Cosa Significa Essere Altruisti? L’altruismo è definito come il comportamento volto a beneficiare un’altra persona senza cercare una ricompensa personale. Questo può variare da piccoli gesti quotidiani, come tenere la porta aperta a qualcuno, a azioni più significative, come fare volontariato o donare risorse a chi ne ha bisogno. La caratteristica distintiva dell’altruismo è l’intenzionalità: l’azione è svolta con l’obiettivo di migliorare il benessere altrui. Perché Siamo Altruisti? Evoluzione e Parentela La teoria della selezione di parentela, proposta da William Hamilton, suggerisce che l’altruismo si è evoluto come strategia di sopravvivenza. Gli individui sono più propensi ad aiutare i loro parenti stretti perché questo aumenta la probabilità che i loro geni vengano trasmessi alle generazioni future. Questo tipo di altruismo, osservabile anche in molte specie animali, è motivato dal vantaggio genetico. Scambio Sociale La teoria dello scambio sociale, sviluppata da George Homans, propone che il comportamento altruistico sia motivato da una valutazione dei costi e dei benefici. Anche se apparentemente disinteressato, l’altruismo può comportare benefici indiretti come il miglioramento della reputazione, la reciprocità futura o il rafforzamento delle relazioni sociali. In altre parole, le persone possono aiutare gli altri perché si aspettano che, in futuro, questo aiuto venga ricambiato. Empatia-Altruismo La teoria dell’empatia-altruismo, proposta dallo psicologo C. Daniel Batson, sostiene che l’altruismo puro esiste e che è motivato dall’empatia. Quando vediamo qualcuno soffrire, proviamo una risposta empatica che ci spinge ad agire per alleviare la sofferenza dell’altro. Questo tipo di altruismo è caratterizzato da un coinvolgimento emotivo profondo e genuino. Norme Sociali Le norme sociali giocano un ruolo cruciale nel comportamento altruistico. La norma della responsabilità sociale ci incoraggia ad aiutare coloro che dipendono da noi, come bambini, anziani o persone in difficoltà. La norma della reciprocità, invece, ci spinge a restituire il favore a chi ci ha aiutato. Queste norme vengono apprese attraverso la socializzazione e possono variare significativamente tra diverse culture. Altruismo e Benessere Psicologico Numerosi studi hanno dimostrato che l’altruismo non solo beneficia i destinatari dell’aiuto, ma ha anche effetti positivi su chi lo pratica. Gli atti di altruismo sono associati a un aumento del benessere psicologico, riduzione dello stress e miglioramento della soddisfazione di vita. Aiutare gli altri può generare un senso di significato e scopo, rafforzare le relazioni sociali e promuovere un senso di comunità. Ad esempio, uno studio condotto dalla psicologa Sonja Lyubomirsky ha mostrato che le persone che compiono atti di gentilezza verso gli altri riportano livelli più elevati di felicità rispetto a quelle che non lo fanno. Questo effetto positivo sull’umore può essere spiegato dal fatto che l’altruismo attiva le stesse aree del cervello coinvolte nelle sensazioni di piacere e ricompensa. Fattori che Influenzano l’Altruismo Diversi fattori possono influenzare il comportamento altruistico, tra cui: Personalità: Persone con tratti di personalità come l’empatia, l’apertura all’esperienza e l’estroversione tendono a essere più altruistiche. Studi sulla personalità suggeriscono che individui con un alto livello di empatia sono più inclini a percepire il dolore altrui e quindi a intervenire per alleviarlo. Contesto: Situazioni di emergenza, vicinanza fisica e l’osservazione di modelli di ruolo altruistici possono aumentare la probabilità di comportamenti altruistici. Ad esempio, il famoso esperimento del “buon samaritano” condotto da Darley e Batson dimostrò che la pressione del tempo influenzava la disponibilità dei soggetti ad aiutare un bisognoso. Educazione e Cultura: L’educazione e i valori culturali possono incoraggiare o scoraggiare il comportamento altruistico. Culture collettivistiche, ad esempio, tendono a promuovere l’altruismo più delle culture individualistiche. In Giappone, ad esempio, il concetto di “giri” (obbligo sociale) incoraggia le persone a ricambiare i favori, rafforzando il comportamento altruistico. L’Altruismo Nella Vita Quotidiana L’altruismo non è solo un concetto teorico; è parte integrante della nostra vita quotidiana. Pensiamo ai numerosi esempi di altruismo che vediamo intorno a noi: donazioni di sangue, raccolte fondi per cause benefiche, volontariato in rifugi per animali, e atti di gentilezza verso sconosciuti. Questi gesti, grandi e piccoli, non solo migliorano la vita degli altri ma arricchiscono anche la nostra. La pandemia di COVID-19 ha offerto molti esempi di altruismo, dalle persone che fanno la spesa per i vicini anziani ai professionisti sanitari che lavorano instancabilmente per salvare vite. Questi atti di altruismo hanno rafforzato il tessuto sociale e ci hanno ricordato l’importanza di prendersi cura gli uni degli altri. L’altruismo è un comportamento complesso influenzato da molteplici fattori psicologici, evolutivi e sociali. Capire le motivazioni alla base dell’altruismo può aiutare a promuovere una società più empatica e solidale. Sebbene alcune forme di altruismo possano essere influenzate da aspettative di reciprocità o vantaggi evolutivi, l’altruismo genuino, guidato dall’empatia, continua a rappresentare una delle manifestazioni più nobili dell’umanità. Promuovere l’altruismo, attraverso l’educazione e la sensibilizzazione, può contribuire a creare una società più giusta e compassionevole, dove il benessere di tutti è una priorità condivisa. Quindi, la prossima volta che ti capita di aiutare qualcuno senza pensarci troppo, ricorda che stai partecipando a uno degli aspetti più significativi e positivi del comportamento umano. E chissà, magari quel piccolo gesto farà sentire meglio anche te.
Cambiamento climatico: come promuovere azioni concrete?

La comunità scientifica, da anni, ci sta mettendo in guardia riguardo i pericoli futuri derivati dalle conseguenze del cambiamento climatico. Eppure non molto stiamo facendo per provi rimedio. Perché? Uno dei problemi principali del cambiamento climatico è la sua astrattezza: le conseguenze per la collettività a lungo termine sono molto più astratte delle conseguenze per il sé nel qui e ora[1]. La scienza psicologica può offrire soluzioni evidence-based al cambiamento climatico? Cambiamento climatico come dilemma sociale I dilemmi sociali sono conflitti tra l’interesse personale a breve termine e l’interesse collettivo a lungo termine. Il cambiamento climatico può essere descritto come un dilemma sociale pervasivo, che coinvolge (a) conflitti sociali tra interessi personali e interessi collettivi e (b) conflitti temporali tra interessi a breve termine e interessi futuri[2]. I dilemmi sociali sono piuttosto complessi perché rappresentano una sfida per la mente umana, che per molte persone è focalizzata sull’interesse personale a breve termine. Ci sono molte ragioni per cui gli individui possono in gran parte ignorare il cambiamento climatico: economia, convenienza e bias ottimistico, tra i tanti[1]. Ma tutto ciò continua a verificarsi perché il concetto di cambiamento climatico e le sue conseguenze sono difficili da comprendere appieno. Il cambiamento climatico è reale, ma è difficile “vedere” quanto sia reale. Mentre le persone possono avere una forte preoccupazione per l’ambiente, la complessità di questo particolare dilemma sociale – la sua astrattezza, estensione del tempo e natura intergruppo – tende a scoraggiare le azioni che aiutano a ridurre il cambiamento climatico[2]. In che modo è possibile promuovere azioni che aiutino a garantire un ambiente e un futuro sostenibili? Avendo compreso come la distanza psicologica è uno dei problemi chiave della spinta ad agire per il cambiamento climatico, la soluzione sarebbe passare dall’astrattezza alla concretezza[1]. Spostare il concetto di cambiamento climatico da un’idea astratta a un problema più concreto con conseguenze nel mondo reale, stimolerebbe probabilmente le persone ad agire. La serietà e l’urgenza sono cruciali per un cambiamento di comportamento e per incrementare la cooperazione. Come rendere psicologicamente più urgenti le conseguenze future? 1 – Rendere le conseguenze del cambiamento climatico più concrete: l’educazione sulle conseguenze concrete del cambiamento climatico aumenterebbe probabilmente la fiducia degli individui riguardo il suo impatto negativo e li incoraggerebbe ad agire, sebbene questa educazione debba essere adattata alle diverse comunità per essere efficace. 2 – Rendere il futuro più concreto: pensare al futuro dei propri figli e nipoti può rendere meno astratta la preoccupazione per il futuro del mondo, riducendo la distanza psicologica del cambiamento climatico. Anche pensare come la propria comunità o i luoghi familiari e vicini possano cambiare a causa del cambiamento climatico può aiutare a diminuire l’astrattezza delle conseguenze del cambiamento. 3 – Ridurre l’incertezza quando possibile (e plausibile): è necessario incrementare la spiegazione e la comprensione di concetti scientifiche e combattere le fake news. Inoltre, piuttosto che concentrarsi sugli aspetti negativi, gli approcci psicologici positivi possono essere più efficaci nell’aumentare i comportamenti sostenibili. Insegnare come impegnarsi in comportamenti sostenibili anche nelle proprie comunità potrebbe ispirare le persone, riducendo l’incertezza e promuovendo un senso di speranza e ottimismo. È possibile anche sviluppare, così, le proprie idee e suggerimenti su come affrontare il cambiamento climatico, aumentando la motivazione intrinseca. Questo tipo di motivazione ha spesso più successo della motivazione estrinseca nell’iniziare e sostenere il cambiamento del comportamento ambientale. 4 – Rendere più concrete le azioni strumentali: un feedback concreto sui risultati positivi è essenziale per promuovere il riconoscimento della gravità e dell’urgenza del cambiamento climatico. In conclusione, promuovere un senso di concretezza, ciò che si può fare in termini di azione effettive, spesso comporta una chiara intenzione attuativa. Misure e azioni concrete a livello locale riducono la distanza psicologica del cambiamento climatico. La responsabilità individuale può quindi diventare responsabilità collettiva, in base alla quale le persone si ispirano, si incoraggiano e si correggono a vicenda nel tentativo di raggiungere gli obiettivi per combattere il cambiamento climatico. Organizzato in questo modo, il successo a livello locale può poi diventare un successo a livello globale. Per combattere il cambiamento climatico, individui, comunità e governi devono lavorare insieme per ridurre la distanza psicologica del cambiamento climatico e designare il futuro del pianeta come la preoccupazione principale. Fonti [1] Van Lange P.A.M. e Huckelba A.L. (2021). Psychological distance: How to make climate chiange less abtract and closer to the self. Current Opinion in Psychology, 42:49–53. https://doi.org/10.1016/j.copsyc.2021.03.011 [2] Van Lange P.A.M., Joireman J. E Milinski M. (2018). Climate change: what psychology can offer in terms of insights and solution. Current Directions in Psychological Science, 24($), 269-274. doi: 10.1177/0963721417753945
Cambiamento climatico: come la psicologia può aiutare

Il cambiamento climatico è un’emergenza globale. Riguarda tutti. Può la psicologia aiutare nella diffusione e comprensione di tale problematica? Gli scienziati sostengono che, in pochi anni, la temperatura globale aumenterà irreversibilmente di un grado e mezzo, considerato il punto di non ritorno del riscaldamento globale. La World Meteorological Organization prevede che già entro il 2025 potremmo superare tale soglia. Le temperature calde aumenteranno e alcuni posti diventeranno invivibili. Non c’è tempo da perdere. Cosa può fare la psicologia? Da tempo gli esperti ci avvertono dei pericoli a cui andiamo incontro se continuiamo ad ignorare il cambiamento climatico. Evidenti conseguenze sono le minacce climatiche, come uragani, alluvioni, inondazioni, siccità, incendi, aumento delle ondate di caldo. Eppure, forse, non abbiamo ancora compreso del tutto tali informazioni. La crisi climatica, oltre ad essere una crisi scientifica ed un’emergenza ambientale, può anche essere letta come una crisi comunicativa. Come è possibile coinvolgere le persone sul tema del cambiamento climatico? Lo psicologo norvegese Per Espen Stokner, ha studiato come le persone comprendono ed elaborano le informazioni relative alla crisi climatica. Stokner ha condotto una ricerca su quale sia il modo migliore per parlare della crisi climatica e come far sì che le persone si interessino a questo argomento. Affinché ciò avvenga, è necessario comunicare in modo efficace. Uno dei più grandi ostacoli nell’affrontare i danni climatici riguarda proprio il modo di comunicare. Secondo Stokner, vi sono cinque meccanismi di difesa interni che portano le persone a non interessarsi al cambiamento climatico, che egli rinomina “le 5 D”. 1 – Distance (distanza). Quando ascoltiamo o leggiamo notizie sul cambiamento climatico, ci sembrano molto lontane da noi e dal qui e ora. Poiché il cambiamento climatico sembra così lontano da noi, lo consideriamo al di fuori della nostra portata, un evento su cui non possiamo avere alcuna influenza. Per questo lo ignoriamo o non facciamo nulla a riguardo. Preferiamo occuparci di aspetti più vicini a noi. “La maggior parte delle persone si preoccupa di ciò che accadrà la prossima settimana, non tra tre decadi”, sostiene Stokner. 2 – Doom (catastrofismo). Spesso le notizie sul cambiamento climatico sono presentate in un’ottica catastrofica, apocalittica. Le persone, dopo un primo momento di spavento, preferiscono non pensarci, perché potrebbe sopraffarle, e non assorbire così l’informazione. Inoltre, le persone si abituano a tale tipo di comunicazione e, pertanto, si desensibilizzano. 3 – Dissonance (dissonanza). Nonostante siamo a conoscenza del cambiamento climatico, spesso continuiamo a mettere in atto comportamenti che non sono a favore dell’ambiente. Compare così ciò che chiamiamo dissonanza cognitiva, un fenomeno secondo cui cognizioni, come pensieri e opinioni, sono in contrasto tra loro o con un comportamento che mettiamo in atto. Tale contrasto provoca disagio nella persona, che mette in atto strategie per ridurlo, come ad esempio dare giustificazioni. In questo modo, il comportamento guida la condotta relativa al tema dell’ambiente. 4 – Denial (negazione). Se si ignorano o si negano eventi e informazioni sul cambiamento climatico, si crea una sorta di rifugio interiore da paura e senso di colpa. La negazione è uno stato mentale che permette di agire come se la crisi climatica non esistesse. 5 – iDentity (identità). Si tende a ricercare informazioni che confermino i nostri valori e le nostre credenze, tenendoci lontani da ciò che li mette in dubbio. In questo modo, l’identità culturale sovrasta i fatti e la verità. Queste 5 difese distruggono l’engagement, ovvero l’impegno da parte delle persone nel mettere in atto azioni e comportamenti che tengano conto dell’emergenza climatica. È possibile oltrepassare queste difese attraverso strategie che permettano una comunicazione più efficace sul cambiamento climatico. Anche qui, lo psicologo Stokner identifica 5 strategie, denominate le 5 S, ovvero soluzioni. Ognuna di queste permette di superare le difese precedentemente identificate, aumentando di conseguenza l’engagement. 1 – Social. I pensieri e i comportamenti possono essere contagiosi. Se vedo qualcuno fare qualcosa, è più probabile che possa farlo anche io: parlare della crisi climatica, coinvolgere gli altri, rendere l’argomento “vicino” mettendo in atto azioni semplici e quotidiane, ma efficaci. In questo caso, i social network possono avere una forte risonanza. È possibile diffondere nuove norme sociali che convergono verso soluzioni positive. 2 – Supportive (sostegno). È necessario un cambiamento nella comunicazione attraverso un bilanciamento tra gli effetti catastrofici della crisi climatica e le possibili soluzioni. Per creare impegno, si dovrebbe poter bilanciare tre concettualizzazioni positive o supportive per ogni minaccia sul clima citata. Per esempio, si può riconcettualizzare il clima come un problema per la salute o come un’opportunità tecnologica. È necessario parlare per il 75% di soluzioni e per il 25% di minacce. 3 – Simple (azioni più semplici). È possibile rendere comportamenti individuali e collettivi a favore del clima più semplici, automatici e convenienti. La dissonanza decresce se aumentano i comportamenti incentivati. 4 – Signals (segnali su misura). Si può invertire la negazione elaborando strumenti e segnali che permettano di conoscere i progressi sociali e collettivi relativi allo sviluppo ambientale e alle problematiche connesse. 5 – Story (raccontare storie migliori). Implementare uno storytelling sul cambiamento climatico migliore, che permetta alle persone di sentirsi coinvolte. Storie positive e motivazionali potrebbero ispirare le persone e spingerle a mettere in atto comportamenti a favore del miglioramento ambientale. Affinché le persone si sentano coinvolte nella questione del cambiamento climatico, è necessario raccontare la verità ma attraverso una storia diversa, realistica ma anche positiva, che dia speranza. Deve svilupparsi un nuovo tipo di comunicazione sul clima, che sia in grado di responsabilizzare e coinvolgere le persone, sviluppando un impegno collettivo sul tema. Ovviamente, le soluzioni individuali non bastano a risolvere il problema del clima, ma alimentano un forte supporto dal basso per politiche e soluzioni che possono farlo. Deve crearsi un nuovo modo per comunicare sul cambiamento climatico, “Inizia con il re-immaginare il clima stesso come “aria vivente”. Il clima non è realmente un concetto astratto e distante, lontanissimo da noi. È l’aria che ci circonda. […] Quest’aria è la pelle della terra. […] Dentro questa pelle, siamo tutti intimamente connessi. Il respiro che avete appena fatto contiene circa 400.000 degli stessi atomi di argon che Gandhi respirò durante la sua vita. Dentro questo sottile, fluttuante, indefinito strato, tutta
Cambiamento climatico, inquinamento e salute mentale: quale connessione?

La letteratura scientifica riporta come il cambiamento climatico, l’inquinamento atmosferico e la pandemia da COVID-19 potrebbero influenzare la salute mentale, con disturbi che vanno da lievi risposte emotive negative a condizioni psichiatriche conclamate, in particolare ansia e depressione, disturbi correlati a stress/traumi e abuso di sostanze. I gruppi più vulnerabili sono gli anziani, i bambini, le donne, le persone con preesistenti problemi di salute soprattutto mentali, i soggetti che assumono alcuni tipi di farmaci tra cui gli psicofarmaci, le persone con basso status socio-economico e gli immigrati. Il cambiamento climatico Il cambiamento climatico è definito come “un cambiamento del clima direttamente o indirettamente attribuibile alle attività umane che alterano la composizione dell’atmosfera del pianeta e si aggiungono alla variabilità climatica naturale osservato su intervalli di tempo simili”. Come sappiamo, diverse evidenze oggettive registrate negli ultimi secoli hanno rivelato drammatici cambiamenti climatici: aumento della temperatura dell’aria e degli oceani, innalzamento del livello del mare, diffuso scioglimento dei ghiacciai, aumento della frequenza e dell’intensità dei fenomeni meteorologici estremi, variazione della salinità degli oceani, andamento dei venti e distribuzione annuale delle precipitazioni piovose, aumento del rischio idrogeologico, alluvione, siccità e incendi. Tali fenomeni provocano effetti dannosi sui sistemi naturali, biologici e antropici. L’inquinamento ambientale L’inquinamento ambientale è definito come l’alterazione sfavorevole dell’ambiente attraverso l’azione diretta o indiretta dell’uomo. L’inquinamento ambientale è un problema globale, comune sia ai paesi sviluppati che a quelli in via di sviluppo, che produce gravi conseguenze a lungo termine, sia sull’ambiente che sull’uomo. Marazziti, Cianconi, Mucci et al. (2021), nel loro articolo “Climate change, environment pollution, COVID-19 pandemic and mental health” spiegano, attraverso una review degli articoli sul tema, come dati convergenti indicherebbero l’esistenza di possibili relazioni tra cambiamento climatico, inquinamento ambientale ed epidemie/pandemia e come ciascuno di questi fenomeni avrebbe provocato effetti dannosi sulla salute mentale. Soffermandoci in particolare sugli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico sulla salute mentale, è possibile evidenziare come l‘impatto del cambiamento climatico sulla salute mentale potrebbe variare da lievi sintomi di stress e angoscia a disturbi clinici, tra cui principalmente ansia, disturbi del sonno, depressione e disturbi correlati a stress/traumi. Inoltre, eventi naturali estremi (compresa qualsiasi situazione fuori dall’ordinario e imprevedibile, come uragani, incendi dovuti alle alte temperature, inondazioni, ecc.) potrebbero essere correlati a effetti acuti, subacuti e a lungo termine sulla salute mentale, oltre a generare anche fragilità psicologica, con il prevalere di pensieri ed emozioni negative, come paura, ansia, mancanza di speranza e incertezza sul futuro. Anche se in misura minore, il cambiamento climatico globale può anche influenzare indirettamente la salute mentale. Anche solo la consapevolezza del cambiamento climatico in corso può indurre risposte emotive negative, tra cui senso di colpa, dolore, ansia e demoralizzazione. In questo caso, i soggetti più colpiti sono coloro che hanno già sperimentato alti livelli di stress dovuti ad altri fattori, cosicché il carico stressante aggiuntivo potrebbe sopraffare la loro capacità di recupero. Poiché i disturbi mentali associati al cambiamento climatico sono entità nuove e ancora poco conosciute, sono stati coniati nuovi termini per definirne alcuni, tra cui solastalgia ed eco-ansia. Oltre agli effetti causati dai cambiamenti climatici, anche l’inquinamento atmosferico di per sé potrebbe influenzare la salute mentale. Negli ultimi anni, prove crescenti hanno suggerito un legame tra inquinamento ambientale e disturbi mentali. Esacerbazione di disturbi psichiatrici, aumento del numero di accessi di emergenza per l’insorgenza di sintomi psichiatrici e ideazione e comportamenti suicidari sono stati segnalati anche in periodi dell’anno e in aree geografiche con livelli più elevati di inquinanti atmosferici. Correlazioni sembrano esserci anche con disturbi psicotici (in particolare schizofrenia), depressione e ansia. Tuttavia, come riportato nell’articolo, ad oggi i risultati rimangono inconcludenti, poiché altri studi non hanno riportato prove coerenti di un’associazione tra inquinamento atmosferico e disturbi mentali. Senza dubbio, questo è un campo emergente che richiede di essere approfondito ulteriormente. Il cambiamento climatico, l’inquinamento e le epidemie sono eventi che coinvolgono il mondo intero, con conseguenze significative sugli individui e sulla collettività, sia in termini di salute che socio-economici. Ulteriori ricerche e studi sono necessari per chiarire la loro correlazione e arrivare ad una maggiore chiarezza. È necessaria una comprensione più profonda di queste relazioni, non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per il mantenimento di quell’equilibrio tra uomo, animali e ambiente alla base della vita sulla terra. “Senza la promozione di una vera consapevolezza ecologica in tutto il mondo, unita a contromisure appropriate per ridurre almeno, se non annullare, il cambiamento climatico, l’inquinamento atmosferico e le attività umane intensive e distruttive, non ci sarà un futuro sostenibile”. Fonti: Marazziti D., Cianconi P., Mucci F., Foresi L., Chiarantini I., Della Vecchia A. (2021). Climate change, environment pollution, COVID-19 pandemic and mental health. Science of the Total Environment, 773, 145182. https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2021.145182
Cambiamento climatico ed Eco-ansia: quale impatto su bambini e giovani?

A breve distanza dall’ultimo sciopero per il clima dei ragazzi di Fridays for Future, è chiaro che affrontare la questione climatica è sempre più urgente, non solo a livello politico, economico, sociale ed ambientale, ma anche dal punto di vista psicologico e della salute mentale. L’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC) ha pubblicato un report che presenta diversi scenari per il futuro, delineando le inevitabili conseguenze che gli esseri umani dovranno affrontare nei prossimi anni. In tutti questi scenari, è inevitabile che le temperature raggiungano un aumento di 1,5 gradi Celsius entro il 2040. Questo fenomeno non riguarda solo la biodiversità in generale, ma ha anche un significativo impatto sull’uomo. Negli ultimi tempi, le persone in tutto il mondo stanno acquisendo maggiore consapevolezza climatica e quindi sono preoccupate per il futuro del pianeta e per gli eventi meteorologici estremi sempre più frequenti. Vi è un chiaro consenso sugli effetti fisici del cambiamento climatico, che riguardano l’uomo, la biodiversità e la Terra, ma le persone iniziano a comprendere anche l’impatto del cambiamento climatico sulla salute mentale. Cambiamento climatico e salute mentale Berry et al. (2010) propongono tre modalità in cui il cambiamento climatico ha impatto sulla salute mentale: diretto, indiretto e vicario. L’impatto diretto si verifica dopo aver sperimentato un evento meteorologico estremo come un’alluvione, un terremoto o un uragano. Questi eventi possono portare a un disturbo da stress post-traumatico (PTSD), disturbi depressivi, disturbi d’ansia, disturbi da uso di sostanze e pensieri suicidi. Gli impatti indiretti dei cambiamenti climatici possono anche incidere sulla salute mentale attraverso conseguenze sull’economia, migrazione, danni alle infrastrutture fisiche e sociali, carenza di cibo e acqua e conflitti, che sono stati tutti collegati a stress, dolore, ansia e depressione (Hayes et al., 2018). Le reazioni vicarie, invece, riguardano l’impatto emotivo e affettivo della consapevolezza del cambiamento climatico vissuta attraverso la conoscenza del problema. In altre parole, assistere agli effetti del cambiamento climatico attraverso i media e altre fonti di informazione, senza sperimentarlo in prima persona, può anche avere un impatto sulla salute mentale. Conoscere il cambiamento climatico e le sue conseguenze può provocare molte emozioni come senso di colpa, tristezza e rabbia, che possono essere racchiuse sotto la denominazione di “eco-ansia” (Pihkala, 2020). L’American Psychological Association (APA) riconosce l’eco-ansia come una “paura cronica del destino ambientale”. Giovani, cambiamento climatico e salute mentale I giovani sono sempre più consapevoli degli effetti negativi dei cambiamenti climatici sul pianeta e sulla salute umana, ma questa conoscenza può spesso portare a risposte affettive significative, come disagio psicologico, rabbia o disperazione. La comprensione del cambiamento climatico senza l’acquisizione degli strumenti per far fronte alle emozioni che accompagnano questa conoscenza può portare alla disperazione e alla negazione. L’esperienza delle principali emozioni “negative”, come preoccupazione, senso di colpa e disperazione in previsione del cambiamento climatico è stata identificata con il termine eco-ansia; tuttavia, si sa poco sui modi in cui bambini e giovani sperimentano l’eco-ansia (Léger-Goodes et al., 2022). Review di Léger-Goodes et al. (2022) Léger-Goodes et al. (2022) nella loro review confermano che i bambini e i giovani sperimentano risposte affettive ed eco-ansia in reazione alla presa di coscienza del cambiamento climatico. Essi provano paura, rabbia, disperazione e tristezza quando diventano consapevoli del cambiamento climatico e delle sue conseguenze. Preoccupazione e speranza sono le due emozioni più riportate. Tutte queste emozioni potrebbero potenzialmente costituire diverse espressioni di eco-ansia nei bambini e nei giovani. I giovani provenienti da comunità vulnerabili, come le comunità indigene, o coloro che hanno forti legami con la terra sono spesso identificati come colpiti emotivamente dal cambiamento climatico. I bambini e i giovani affrontano l’eco-ansia in vari modi, attraverso sia risposte disadattive (ad esempio la negazione) sia adattive (come la speranza costruttiva, utilizzata come meccanismo di coping positivo). Le reazioni all’eco-ansia possono essere comprese all’interno di uno spettro: da un lato, i bambini che provano forti emozioni e che le affrontano in modo positivo possono essere più fiduciosi e agire; dall’altra parte, alcuni bambini possono essere sopraffatti da questi sentimenti e non avere gli strumenti per affrontarli adeguatamente, portando a una potenziale paralisi, disperazione appresa e negazione. Conclusione Quello del cambiamento climatico e delle sue conseguenze a livello psicologico e di salute mentale è un tema tanto attuale quanto necessario. Esistono varie lacune negli studi sull’eco-ansia, soprattutto riguardo bambini e giovani, essendo anche un tema emergente. Sono imprescindibili ulteriori ricerche e studi, al fine di comprenderne la natura sfaccettata e gli interventi, sia sociali che individuali, da implementare. Fonti https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/ Berry, H. L., Bowen, K., and Kjellstrom, T. (2010). Climate change and mental health: a causal pathways framework. Int. J. Public Health 55, 123–132. doi: 10.1007/s00038-009-0112-0 Hayes, K., Blashki, G., Wiseman, J., Burke, S., and Reifels, L. (2018). Climate change and mental health: risks, impacts and priority actions. Int. J. Ment. Health Syst. 12, 28. doi: 10.1186/s13033-018-0210-6 Pihkala, P. (2020). Anxiety and the ecological crisis: an analysis of eco-anxiety and climate anxiety. Sustainability 12, 7836. doi: 10.3390/su12197836 Léger-Goodes T, Malboeuf-Hurtubise C, Mastine T, Généreux M, Paradis P-O and Camden C (2022) Eco-anxiety in children: A scoping review of the mental health impacts of the awareness of climate change. Front. Psychol. 13:872544. doi: 10.3389/fpsyg.2022.872544
Caldo da record: gli effetti sul benessere psichico

Caldo da record: gli effetti sul benessere psichico Che sia al supermercato, sul posto di lavoro o con gli amici, ormai non si parla d’altro: le temperature da record degli ultimi giorni. Non è un caso che ci sentiamo stanchi e affaticati, e la frase che più sentiamo ripetere è: sarà il caldo! Ma il nostro benessere fisico non è l’unico ad essere a rischio. Anche il benessere psicologico ed emotivo è messo a dura prova per cause dirette ed indirette del caldo. Non è la prima volta che si studiano gli effetti psicologici del caldo sulle persone, in particolare nelle neuroscienze. È ormai famoso lo studio della Harvard T.H. Chan School (Cedeno J. C., 2018), che dimostra che le alte temperature hanno un impatto negativo sulle abilità cognitive. In particolare, l’esposizione prolungata alle stesse sembrerebbe diminuire la velocità di pensiero. Ciò accade indipendentemente dall’età e dalla vulnerabilità della popolazione. Tale confusione mentale sembrerebbe direttamente correlata con l’aumento di aggressività e di criminalità che si registra proprio durante i periodi più caldi. Tuttavia, il mio occhio da clinica mi porta a prendere in considerazione anche altri fattori di impatto sul benessere psichico. Proprio qualche giorno fa, mentre cercavo riparo dal caldo nei pressi di un fiume abruzzese, una donna mi confida di come la necessità di avere i condizionatori accesi durante il giorno la faccia star male. <<Dover stare con le finestre chiuse tutto il tempo, mi fa venire l’ansia>>. In effetti il caldo ci costringe a restare serrati in casa (o negli uffici) nelle ore più calde, che si diramano sempre più nell’arco della giornata. Mi ricorda, sebbene limitata ad alcune ore del giorno, di una condizione di isolamento forzato già vissuta negli ultimi anni, di cui tutt’oggi ne paghiamo le conseguenze. È stato registrato infatti un aumento dell’impatto del disagio psicologico durante le alte temperature che potrebbe, almeno in parte, essere spiegato da questa condizione di chiusura. Tutto ciò deve farci aprire gli occhi: il caldo ha un forte impatto sul nostro benessere fisico ed emotivo, indipendentemente dalla fascia di età e dalla condizione della popolazione.