Come praticare l’Alimentazione Consapevole

Consigli semplici per chi non ha il tempo di contemplare l’uvetta di Greta Monica Del Taglia Per molti di noi non è fattibile mangiare con consapevolezza ad ogni pasto, come potrebbe invece avvenire facilmente durante un percorso terapeutico o un corso di meditazione, soprattutto per le innumerevoli distrazioni e impegni quotidiani. Anche perché, familiari, amici e colleghi, potrebbero non avere abbastanza tempo o pazienza di condividere i pasti con noi, che ci prendiamo una pausa ad ogni singolo boccone. La mindful eating (alimentazione consapevole) può essere praticata durante un percorso terapeutico o in occasioni particolari, mentre un’attenzione consapevole all’atto del mangiare dovrebbe diventare uno stile di vita e far parte della nostra quotidianità. Vengono qui elencati alcuni suggerimenti da tenere in considerazione per differenziare un’alimentazione meccanica da un’alimentazione consapevole in modo da riconnettere corpo e mente. Mindless Eating (alimentazione non consapevole) Mindful Eating (alimentazione consapevole) Riempirsi di cibo ignorando i segnali del proprio corpo Ascoltare il proprio corpo e fermarsi quando si è sazi Mangiare in base all’emozione del momento (ad esempio, se tristi, annoiati, soli…) Mangiare quando il corpo lo richiede (ad esempio, quando borbotta lo stomaco, quando l’energia cala). Mangiare da soli, in orari e posti casuali Mangiare con gli altri, ad orari regolari e seduti a tavola Mangiare cibi consolatori Mangiare cibi salutari e genuini Considerare il cibo un prodotto finito Considerare la provenienza del cibo Mangiare e contemporaneamente dedicarsi ad altre attività Mangiare senza distrazioni 1. Riconnettere mente e corpo – Mangiare velocemente, riempirsi di cibo e ignorare i segnali del corpo Vs mangiare lentamente e fermarsi quando si avverte la sazietà. Rallentare è il modo migliore per permettere a mente e corpo di comunicare e decidere di cosa abbiamo bisogno per nutrirci. Il corpo invia i segnali di sazietà dopo circa 20 minuti dall’inizio del pasto, questo è il motivo per cui spesso mangiamo di più. Ma, se rallentassimo, potremmo dare la possibilità al nostro corpo di mangiare nella giusta quantità. Alcuni suggerimenti per rallentare sono risaputi: sedersi, masticare a lungo, posare le posate tra un boccone e l’altro, e tutti quei vecchi rimedi che potrebbero sembrarci noiosi. 2. Imparare ad ascoltare il corpo – “Stai rispondendo ad un bisogno emotivo o ad un bisogno fisiologico?” Spesso ascoltiamo prima la nostra mente, ma come in molte pratiche di meditazione, dovremmo sintonizzarci prima con il nostro corpo. Anziché mangiare quando siamo in preda alle emozioni, come stress, solitudine, tristezza, frustrazione, noia, ecc. dovremmo fermarci e chiederci: “Il nostro stomaco borbotta? Siamo stanchi? Siamo un po’ confusi?”. Troppo spesso si ascoltano le emozioni, meno le richieste del corpo. La vera consapevolezza nell’alimentazione si raggiunge quando si ascolta in profondità il segnale della fame. Bisognerebbe, quindi, chiedere a se stessi: “Quali sono i miei segnali di fame fisica, e quali le cause scatenanti della mia fame emotiva?”. 3. Sviluppare uno stile alimentare salutare – Mangiare da soli e in modo casuale Vs Mangiare con gli altri, seduti a tavola e ad orari regolari. Un altro modo di mangiare in modo automatico è quando gironzoliamo cercando nelle credenze, mangiando quello che ci capita, a qualsiasi ora, invece di pianificare pasti e spuntini. Mangiare con consapevolezza ci permette di rallentare e impedisce che i segnali di fame compaiano anche in situazioni non ideali (ad esempio, per evitare di prendere l’abitudine di mangiare in macchina tutti i giorni e a qualsiasi ora). Sebbene non siano banditi gli spuntini, tenere una routine alimentare consente di ottenere notevoli benefici sull’umore e sul sonno. Questo significa sedersi (ad un tavolo!), mettere il cibo in un piatto e non mangiarlo dalla scatola, usare le posate e non le mani. Ciò che aiuta è anche mangiare con altre persone, ci si può godere maggiormente il cibo e la conversazione, senza il rischio di mangiare troppo o troppo poco. Tutto parte da come mettiamo in ordine la spesa nel frigo o nelle credenze. Bisogna fare attenzione a cosa è in vista; se ci limitiamo a mangiare in cucina o nella sala da pranzo, abbiamo la possibilità di mangiare in modo più consapevole e salutare. Quando il cibo è in vista, tendiamo a mangiarlo e, spesso, si tratta di cibo spazzatura. Ci sono molte ragioni per cui l’esercizio dell’uvetta è molto potente, una di queste è che rallentando e mangiando cibi salutari come l’uvetta, riusciamo di più ad apprezzarne il gusto e il sapore senza doverci convincere delle loro tanto decantate proprietà nutritive. Non è necessario pianificare ogni boccone, è importante essere flessibili, godersi i pasti più abbondanti durante le festività e in occasioni particolari. Inoltre, nell’alimentazione quotidiana, è opportuno non imporsi restrizioni, per evitare di eccedere in un secondo tempo e avere dei sensi di colpa. Un altro consiglio è evitare di fare la spesa quando si è affamati, oltre a non “sentirsi autorizzati”, un effetto psicologico che può influenzare i nostri comportamenti alimentari, è quello del “sentirsi autorizzati”, che ha dimostrato come i consumatori che comprano un cibo salutare (ad es., il cavolo), siano portati successivamente a scegliere prodotti “poco sani” (ad es., alcol o gelati). La persona agisce in modo da rafforzare un’immagine positiva di sé (facendo scelte salutari), ma poi tende a fare scelte negative (comprando cibo spazzatura). 4. Comprendere le motivazioni – Mangiare cibi consolatori dal punto di vista emotivo Vs Mangiare cibi salutari dal punto di vista nutritivo. Si tratta di una sfida difficile, ma si possono trovare cibi salutari e, al tempo stesso, appaganti. Ma tornando alla nostra uvetta: “Prima di provarla ci sembrava stuzzicante?”. Vi sono molte ragioni per cui l’esercizio dell’uvetta è molto potente, soprattutto perché, quando rallentiamo e mangiamo cibi sani, spesso riusciamo ad apprezzarli maggiormente rispetto a quando ci convinciamo delle loro proprietà nutritive. Abituandoci a mangiare in modo più sano, sarà più facile non abbuffarci di cibi calorici, riuscendo ad apprezzare una varietà di cibi nutrienti e salutari. 5. Come approcciarsi al cibo – Tenere conto da dove provengono i cibi Vs Considerare il cibo un prodotto finito. A meno che non siate agricoltori o
Come parliamo di violenza di genere?

La narrativa sulla violenza di genere e nuove modalità di comunicazione Da gennaio a maggio 2023 in Italia sono stati commessi 47 femminicidi. In soli cinque mesi. Questa è un’emergenza nazionale (e non solo), che deve essere affrontata immediatamente e da diverse prospettive. Quella della violenza di genere è una tematica tristemente attuale che, per quanto venga analizzata e studiata, non trova ancora soluzioni efficaci a livello politico, sociale e culturale. Al fine di sviluppare interventi efficaci, è quindi ancora necessario comprendere sempre più questo fenomeno, analizzarlo e parlarne. Ma come parliamo di violenza di genere, oggi? Cosa si intende per violenza di genere Secondo quanto scritto nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, si definisce violenza di genere “qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata”; e ancora “per violenza di genere si considera una violenza nei confronti di una donna solo per il fatto di essere donna o una violenza inflitta in maniera sproporzionata alle donne”. L’OMS riporta come il fenomeno della violenza sia uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale e considera gli atti di violenza come un fenomeno complesso, legato a modelli di pensiero e comportamenti plasmati dalla nostra società. La violenza sulle donne è stata studiata in varie discipline, come sociologia, psicologia, giurisprudenza, formazione; attraverso di esse, sono stati analizzati diversi aspetti che circondano tale problematica, come le cause, il profilo delle vittime e degli aggressori, le circostanze di tali azioni e come prevenirle. Un ulteriore aspetto, non meno importante, è come tali conoscenze dovrebbero essere trasmesse così che possano rendere le persone consapevoli e influenzarle positivamente per creare relazioni senza violenza. Quali aspetti specifici della comunicazione possono contribuire nel prevenire o superare la violenza di genere? Questi aspetti comunicativi sono di grande importanza in quanto diversi studi hanno sottolineato come la conversazione costituisca un processo che influenza e orienta l’azione. A tale fine, tutti gli aspetti della comunicazione hanno un ruolo nel modellare le azioni, non solo le parole, ma anche l’intenzione di chi parla e gli aspetti non verbali della comunicazione, come i gesti, l’intonazione, il contesto, tra le altre. La narrativa sulla violenza di genere Come riportato da Duque, Melgar, Gómez-Cuevas e López de Aguileta (2021), il modo in cui si parla di violenza di genere (e quindi di violenza sulle donne) è cambiato nel tempo. In principio, la violenza contro le donne è stata concettualizzata, e quindi raccontata e interpretata, da una parte come una patologia individuale derivata dai problemi di gestione emotiva dell’aggressore (in particolare, la rabbia) e dall’altra come relativa alle problematiche psicologiche della vittima, legate a tendenze masochiste, concezioni morali disfunzionali, ecc. In seguito, negli anni ’70 sono nati movimenti antiviolenza che si opponevano a queste concettualizzazioni e intendevano creare un’interpretazione alternativa, una contro-narrativa della realtà della violenza di genere. Pertanto, la violenza di genere è passata dall’essere concettualizzata come un problema individuale ad essere intesa come un problema sociale radicato nei sistemi di patriarcato e disuguaglianza di genere (Dobash e Dobash, 1992). Con l’obiettivo di contribuire a quella contro-narrativa, l’obiettivo principale degli studi negli ultimi anni è stato quello di comprendere gli elementi che rafforzano la violenza contro le donne, per potervi intervenire. Queste contro-narrazioni hanno affrontato o approfondito la retorica dei diritti degli uomini che ne giustifica la violenza, i discorsi morali che circondano la violenza domestica contro le donne e le interpretazioni che affermano come il discorso sia utilizzato per riprodurre l’ordine sociale e i meccanismi di potere esistenti (Duque et al., 2021). A volte, questa retorica o discorso è stato rafforzato da una forma di linguaggio che ha alimentato la violenza contro le donne. Un esempio è il linguaggio sessista, composto da tutte quelle parole ed espressioni che relegano le donne in una posizione inferiore nella gerarchia sociale o le rendono invisibili. Gli studi che centrano la loro analisi sul discorso legato alla violenza sulle donne non si limitano al contenuto del discorso ma analizzano anche il ruolo di chi ne parla e, più concretamente, la loro identità di genere. Negli ultimi anni diversi settori hanno riconosciuto che la costruzione di movimenti di lotta alla violenza contro le donne non può essere responsabilità esclusiva delle donne, ma è necessario coinvolgere anche gli uomini (aspetto su cui il discorso femminista è in continuo confronto). Ciò richiede un cambiamento nel discorso, abbandonando atteggiamenti di colpa e accusa che portano tutti gli uomini a essere considerati agenti tossici e invitando gli stessi ad una collaborazione per portare avanti la lotta contro la violenza di genere. È necessario un cambio di prospettiva: non essere parte del problema ma diventare parte della soluzione. Nel loro studio, Duque et al. (2021) riportano come una delle cause della persistenza della violenza sulle donna sia associabile alla socializzazione di alcune persone in certi modelli di attrazione che uniscono desiderio e violenza. Questa socializzazione è favorita attraverso diverse interazioni (società, famiglia, amicizie, media, ecc.), che riproducono un discorso in cui le persone che manifestano atteggiamenti di dominio e abuso attraggono gli altri, mentre le persone che manifestano atteggiamenti egualitari sono presentate come noiose e persino rese invisibili. Questo favorisce l’attrazione verso le persone che sono parte del problema, rendendo invisibile chi può contribuire a superarlo. A questo, si aggiungono altri elementi altrettanto importanti relativi all’area sociale e culturale, che modellano il modo in cui si parla di violenza di genere e il modo in cui si creano e si definiscono le relazioni tra i sessi: tra questi, la cultura del possesso, la mascolinità tossica, la retorica dietro i discorsi sulla violenza e la vittimizzazione, gli stereotipi, le disuguaglianze di genere, ecc. Essere parte della soluzione Per incoraggiare donne e uomini a contribuire alla soluzione, dovremmo prestare particolare attenzione a garantire che i dialoghi sulle relazioni affettive e sessuali, o più in generale sulle identità di genere, si uniscano ad un
Come parliamo a noi stessi conta: il caso di N.

Come parliamo a noi stessi? siamo soliti rivolgerti parole di cura, di comprensione, o di severa critica? Quando N. viene in studio, è in preda al panico. Non si sente capace di svolgere alcun compito, anche quelli quotidiani. Lo stesso cucinare, riordinare casa, diventano per lei fonte di un fortissimo stato di ansia. Visti i consistenti anni di psicoterapia pregressa, N. avanza la richiesta di iniziare un percorso basato sulle pratiche di mindfulness. Lavoriamo quindi sulla capacità di stare nel presente, di osservare, descrivere e partecipare. Dopo alcune settimane e un’esercitazione quotidiana e costante, N. afferma di sentirsi soddisfatta, più capace. Mi racconta di riuscire a vedere i colori più limpidi, i pensieri più chiari, di sentirsi forte di strategie che le permettono di tranquillizzarsi più velocemente. <<Talvolta>> – mi dice- << torna ancora quella bambina che non sa fare nulla, che ha paura. Ma le dico di andar via, e torno a fare le mie cose>>. La bambina di cui parla N. è lei all’età di 8 anni, iper-svalutata dalle figure genitoriali, che ha tanta difficoltà a seguire le lezioni velocemente come le sue compagne, a fare amicizia, ed è molto spaventata dalle mura alte e giganti della scuola. N. nelle precedenti terapie ha lavorato molto sulle cause delle insicurezze di quella bambina: sa elencarmi alla perfezione gli episodi di forte invalidazione che hanno legittimato le sue difficoltà. Eppure, quella bambina sembra essere ancora molto presente e minacciosa. La identifichiamo insieme come la parte del sé più fragile, e cominciamo ad ascoltarla, a parlarle. <<Ti odio, per colpa tua io ora sono così, insicura e spaventata. Non potevi essere come le tue compagne? Non potevi cavartela meglio?>>. N. incarna alla perfezione l’invalidazione genitoriale. <<Come avresti voluto che gli adulti intorno a te ti aiutassero difronte alle tue evidenti difficoltà?>> le chiedo. Dopo un po’ di riflessione, N. mi risponde <<Avrei voluto mi stessero vicino e mi dicessero che insieme si poteva affrontare tutto>>. <<E perché, ancora oggi, parli a questa bambina, ora che sei tu il suo unico adulto, come i tuoi genitori hanno fatto con te?>>. Proviamo a rivolgerle parole diverse, ad essere curiose di ciò che ha da dire e che potrebbe provare: proviamo a rivolgerle parole d’amore. Dopo alcune settimane di lavoro, N. si presenta in seduta gioiosa e fiera di sé. <<L’ansia>> – mi dice – <<me la vivo come una vecchia amica. Si siede accanto a me, resta per un po’, in silenzio, e poi va via>>. Qualche giorno fa ha poi rivisto quella bambina, sembra le abbia chiesto scusa. <<Non preoccuparti, insieme ce la facciamo>>, le ha risposto. Come parliamo a noi stessi conta.
Come parlare ai ragazzi senza perdere autorevolezza?

Il linguaggio ha un grande potere sulla mente dei ragazzi. È una vera e propria ginnastica mentale che favorisce Il discorso, le emozioni, la socializzazione di gruppo e lo sviluppo dell’identità personale. Ma come possiamo parlare ai ragazzi senza perdere l’ autorevolezza?
Come osservare in classe strategie per evitare errori

Per chi si occupa di processi di insegnamento-apprendimento l’osservazione rappresenta lo strumento fondamentale per capire i comportamenti degli alunni. Osservare nella scuola significa “fotografare” una situazione educativa, per poi analizzarla nei dettagli, comprenderla e, se possibile, cambiarla. Ciò che viene osservato ,però, dipende dall’osservatore e, quindi, per evitare di cadere nella soggettività è necessario, come diceva Marcel Proust avere “nuovi occhi” . Bisogna allenare la nostra mente, evitando “scappatoie osservative”, che potrebbero indurre al fallimento. Osservare significa tratteggiare in maniera accurata caratteristiche relative ad un fenomeno,ad una persona all’interno di un setting limitato e secondo un tempo ben stabilito. Per osservare bisogna: concentrarsi con attenzione sul soggetto o fenomeno; riconoscere dati certi; evitare di fare interpretazioni soggettive. La sfida sta, a questo punto, nel distinguere il semplice guardare dall’osservare. Guardare si riferisce al processo percettivo della vista; osservare, invece, presuppone l’intenzionalità dell’azione stessa. Ad esempio, si può guardare un quadro registrando percettivamente i colori e le forme dell’immagine, ma solo dopo un’attenta osservazione è possibile cogliere le sfumature cromatiche ed ulteriori elementi rappresentati. Osservare in classe permette di raccogliere “dati certi” che riguardano gli alunni, i loro bisogni, le loro motivazioni, i loro pensieri e i loro apprendimenti, evitando di formulare considerazioni soggettive. Volendo prendere in esame dati certi possiamo procedere citando le seguenti frasi: il bambino è seduto, il ragazzo ride, l’alunno scrive. Queste frasi non sono soggette ad interpretazioni, ma sono vere e proprie conoscenze fattuali di natura oggettiva. La deduzione, invece, induce ad interpretare i dati osservati, valutandoli qualitativamente e quantitativamente rispetto a dei parametri soggettivi che sono propri del soggetto che osserva. Esempi di deduzioni: Marco è triste, Andrea è arrabbiato, Maria è nervosa. La scuola richiede agli insegnanti abilità e competenze osservative, per decodificare situazioni complesse, rispondendo in maniera appropriata alla poliedricità dei comportamenti che si manifestano nei contesti di apprendimento. Per diventare buoni osservatori, occorre mantenersi aperti al dubbio e alla reinterpretazione di quanto osservato secondo la logica della continuità e della corrispondenza. /wp-content/uploads/2021/03/scientific-marzo-2.pdf
Come far crescere la creatività nei bambini?

Sostenere la crescita e lo sviluppo di un bambino è sempre questione di equilibrio, tra creare una struttura precisa e offrire libertà. I bambini sono naturalmente curiosi e interessati a scoprire il mondo, ma per sviluppare le proprie capacità creative devono essere adeguatamente supportati. Per un genitore è importante capire quando intervenire e quando tirarsi indietro; quando dimostrare, quando spiegare e quando invece ascoltare o semplicemente osservare. Mitch Resnick, ricercatore del MIT, professore di ricerca sull’apprendimento, che collabora da molti anni con la LEGO, offre interessanti spunti e indicazioni su come aiutare i bambini a sviluppare la creatività, creando un ambiente stimolante e fertile per farla crescere. Propone un processo in cinque fasi distinte, per aiutare i bambini ad esprimersi al meglio: 1- immaginare; 2 – creare; 3 – giocare; 4 – condividere e 5 – riflettere su quanto fatto. Per coadiuvare il processo di immaginazione e creazione di un progetto è molto utile, in fase di preparazione, fornire al bambino degli esempi di lavori esistenti: da lì può partire per ispirarsi e passare da un mero esercizio di copiatura ad una personalizzazione originale, stimolato dall’adulto, che gli offre diversi spunti possibili e lo toglie così dal blocco della “pagina bianca”. Mettere a disposizione molti tipi di materiale e incoraggiare il bambino a disporre, disordinatamente, dei vari elementi è utile per consentirgli di trovare davanti a sé diverse risorse cui attingere e, gradualmente, scegliere quelle utili al progetto e lasciare quelle che non sono interessanti per il compito scelto. Nella fase di gioco, è molto importante che l’adulto dia più spazio al processo che al risultato ed estenda il tempo di sperimentazione, in modo che il progetto possa cambiare e crescere. Ogni bambino, con la possibilità di accedere a diversi tipi di materiale e processi di costruzione può individuare diverse attività, dalla realizzazione di case e castelli alla creazione di piccoli gioielli, a qualsiasi altro progetto, borse, acconciature, travestimenti, piste da corsa; imparando che serve progettare, scegliere i materiali utili per procedere, fermarsi, riflettere, cambiare direzione, collaborare e giungere a una soluzione. È una sorta di design del pensiero che si realizza sotto i nostri occhi di adulti, disponibili a fornire esempi ma anche a valutare insieme le soluzioni originali proposte dal bambino. Si sperimenta e si attraversa il processo, insieme. Infine, importantissimo il ruolo di collaboratore e ascoltatore attivo che spetta all’adulto: fare riflessioni a voce alta e spiegare come si possano risolvere gli intoppi aiuta i bambini a strutturare il processo. E poi è fondamentale fare domande ai bambini. Dare loro spazio per pensare e riflettere su quanto fatto e su quanto vogliono ancora realizzare, è un formidabile booster per la loro creatività. Le domande dell’adulto permettono infatti al bambino di spiegarsi e di attivare così una modalità di sistemazione e di maggiore comprensione del proprio pensiero, che viene tradotto in parole e concetti che lo rendono più chiaro a lui stesso. Questo è il modo migliore, quando l’adulto è disponibile e attento, di rinforzare la voglia di sperimentare e la fiducia del bambino nelle proprie capacità di iniziare, completare e poter osservare i propri risultati. E di aver voglia, interesse ed entusiasmo per ricominciare di nuovo.
Come Comunicare l’Identità di una destinazione turistica

di Beatrice Brambilla IntroduzioneLa leva operativa della comunicazione è s t a t a considerata per molti anni come l’unica componente dei programmi di marketing ter r i tor iale (Ancarani & Valdani , 2000) . Spesso venivano r e a l i z z a t i d e i messaggi comunicativi e promozional i senza aver adeguatamente individuato il proprio posizionamento st rategico e senza aver compreso i reali bisogni dei t a r g e t (Martone, 1998; Ancarani & Valdani, 2000). Ogni pubblico di riferimento, infatti, è interessato a ricevere alcune informazioni piuttosto che altre tramite modalità comunicative d i f f e r e n t i (Ancarani & Valdani, 2000). Allo stesso tempo, sarebbe opportuno adottare sempre una visione olistica e unitaria in modo tale da integrare tutte le componenti che connotano l’offerta territoriale (Fiocca & Sebastiani, 2015). Da questa considerazione, si evince q u a n t o s i a i m p o r t a n t e predisporre decisioni di comunicazione combinate tra loro, senza dimenticare le specificità dei target di riferimento a cui si indirizzano (Ancarani & Valdani, 2000; Fiocca & Sebastiani, 2015). Dunque, una comunicazione che riesce a valorizzare l’identità territoriale nel modo migliore possibile si pone l’obiettivo di influenzare l’opinione e il comportamento dei pubblici ai quali si riferisce e creare dei messaggi a loro adattabili (Colley, 1961; Rogers, 1962; Ancarani & Valdani, 2000).Al giorno d’oggi, però, a seguito della sempre maggiore attenzione nei confronti delle pratiche sostenibili, tra gli elementi che devono essere considerati nella costruzione d e l l ’ i d e n t i t à d i u n a d e s t i n a z i o n e c i s o n o s i c u r ame n t e g l i a s p e t t i ambientali, sociali, culturali ed economici insiti nell’ampio concetto della sostenibilità (Bruntland, 1997; El Sakka, 2 0 1 6 ) . Pe r t a n t o , s e l a strategia è far diventare la sostenibilità un tratto cardine sulla quale costruire l’identità di un luogo, è necessario capire meglio come attivare le emozioni dei consumatori e c o i n v o l g e r l i i n q u e s t o processo già dal momento della scelta iniziale (Melo & Farias, 2018). Da questo punto di vista, secondo Samuelsen e Olse (2010) gioca un ruolo fondamentale la comunicazione pubblicitaria.Nei paragrafi successivi verranno approfondite le diverse leve comunicative che possono essere utilizzare per diffondere l’identità di un luogo. Più in particolare, ci sarà uno spazio i n cui verranno raccolti alcuni suggerimenti per sviluppare una comunicazione volta a v a l o r i z z a r e l ’ i d e n t i t à sostenibile di una destinazione turistica. Comunicazione dell’identità di un luogoL a c o m u n i c a z i o n e d i marketing dovrebbe generare una risposta c o g n i t i v a , affettiva e comportamentale (Fiocca & Sebastiani, 2015): la prima consente un incremento della notorietà circa un determinato prodotto/servizio e le sue caratteristiche; questo p e r m e t t e u n a m i g l i o r definizione dell’immagine e dei v a l o r i n e l l a mente d e l consumatore e , i n fi n e , l’acquisto vero e proprio (Fiocca & Sebastiani, 2015). Ancarani e Valdani (2000) traslano queste tre dimensioni a l l ’ i n t e r n o d i u n ’ o t t i c a territoriale: in primo luogo, le a t t i v i t à c o m u n i c a t i v e d o v r e b b e r o d i ff o n d e r e informazioni sugli elementi tangibili e intangibili di un’offerta territoriale in modo tale da accrescere la sua n o t o r i e t à e i l s u o riconoscimento da parte dei pubblici di riferimento. Il p a s s a g g i o s u c c e s s i v o dovrebbe essere quello di far sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti del luogo da parte dei turisti: secondo Ancarani e Valdani (2000), tutto questo avviene se vi è un’identità ben definita, ma s o p r a t t u t t o s e v i e n e effettivamente percepita e riconosciuta dal target. Infine, d o p o a v e r a c c r e s c i u t o l’adesione nei confronti del luogo, l’obiettivo diventa quello di far sì che il turista scelga e f f e t t i v a m e n t e q u e l l a determinata destinazione turistica.L e p r i n c i p a l i l e v e d i comunicazione territoriale sono la pubblicità, le sales promotion, le pubbliche relazioni, i grandi eventi come fiere e manifestazioni e il direct marketing (Ancarani & V a l d a n i , 2 0 0 0 ) . N e l p r o s e g u i m e n t o d e l l a t r a t t a z i o n e v e r r a n n o approfonditi i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna di q u e s t e c o n u n p r i m o riferimento alle applicazioni nel marketing tradizionale e poi in quello territoriale, sempre tenendo presente che i l successo di una campagna comunicativa dipende dalla capacità di combinare nel modo migliore possibile i d
Come arredare lo studio privato?

Arredare lo studio privato può essere uno dei primi compiti che spetta allo psicologo quando inizia a lavorare. Quali regole seguire? Durante il percorso universitario pagine e pagine di manuali sono dedicate al tema del setting. Interi capitoli indicano sicuramente cosa non deve essere fatto, ma dicono poco su cosa fare. Una ricerca dell’APA, pubblicata su Journal of Counseling Psychology, ha delineato le sei questioni principali in materia. È facilmente accessibile? Si trova in un quartiere sicuro? È abbastanza grande? Oltre a questi elementi logistici e più oggettivi, emergono anche aspetti soggettivi. È percepito come confortevole? Il professionista è accogliente? Si adatta al tuo stile? Sono tanti gli aspetti da curare quando si decide di avviare l’attività privata e arredare il proprio studio. In tutti i casi si deve rispondere a molteplici esigenze. Ad incidere sulla selezione e scelta del luogo sono fattori sociali e culturali che dipendono dalla città in cui si lavora. Ma anche l’approccio del professionista che arrederà i propri spazi in base alle esigenze dell’utenza che immagina di accogliere. Ad esempio, si può optare per la scelta delle sedie o di comode poltrone, o se è possibile tenere insieme più soluzioni e seguire il cliente nella scelta. E così via … Bisogna prestare attenzione all’insonorizzazione degli spazi e al livello di luminosità. In ogni aspetto, come in generale nella vita, è necessario trovare il giusto equilibrio dando sempre spazio alla propria personalità. Gli studi confermano che gli utenti prediligano spazi in un cui sono presenti dettagli della vita privata o che mostrino i gusti dello psicologo. Ad esempio, un campione di 242 studenti ha selezionato, in una serie di 30 foto, quelle che rappresentavano studi con diplomi e foto esposte, o arredati con piante e tappeti. In un numero precedente, abbiamo parlato dell’importanza dell’arredamento degli interni per il nostro benessere. Lo studio per il professionista rappresenta non solo il posto in cui lavora, ma un’appendice della propria casa. Un luogo non solo fisico, ma anche simbolicamente investito come un traguardo e uno spazio di cura. Ancora prima di mettere a proprio agio il cliente, si dovrebbe pensare al proprio confort. Il professionista della salute dovrebbe sentirsi comodo e sicuro in quello spazio, solo in questo modo potrà trasmettere comodità e sicurezza a chi lo sceglie. Per questo motivo potrebbe essere importante e funzionale farsi aiutare da esperti del mestiere che possano indicarci le scelte giuste, rispettando e valorizzando le caratteristiche personali di ognuno.
Come affrontare il bullismo a scuola

I ragazzi e le ragazze vittime bullismo portano dentro un dolore che non si vede, ma che fa molto male. Questo dolore può lasciare segni che durano anche tutta la vita. Tuttavia, da questa sofferenza può nascere una grande forza: la possibilità di usare le proprie esperienze per portare un messaggio di cambiamento. I giovani vittime di bullismo non devono sentirsi soli; possono parlare per una causa importante che ha bisogno di attenzione e aiuto. Ricordiamo che il bullismo può prosperare non solo perché ci sono dei prepotenti, ma anche perché molti provano nei loro confronti un misto di paura e di ammirazione ( Anna Oliverio Ferraris)
Combattere i Pregiudizi: Una Prospettiva Psicologica

Comprendere l’Origine dei Pregiudizi Dal punto di vista psicologico, i pregiudizi nascono da diversi fattori. Uno dei principali è il bisogno umano di semplificare il mondo attraverso categorie mentali. Questo processo, noto come categorizzazione, è naturale e aiuta a dare un senso alla realtà complessa che ci circonda. Tuttavia, può anche portare alla formazione di stereotipi rigidi. Un altro fattore è il bias di conferma, la tendenza a cercare, interpretare e ricordare informazioni che confermano le nostre credenze preesistenti. Questo rinforza i pregiudizi e rende difficile modificarli. Strategie Psicologiche per Combattere i Pregiudizi Educazione e Consapevolezza: La prima strategia per combattere i pregiudizi è l’educazione. Informare le persone sui pregiudizi, sui loro effetti negativi e sui meccanismi psicologici alla base può aumentare la consapevolezza e la volontà di cambiare. Programmi educativi che includono storie e testimonianze di individui discriminati possono umanizzare i gruppi bersaglio dei pregiudizi. Interazione Intergruppo: La teoria del contatto, sviluppata da Gordon Allport, suggerisce che l’interazione diretta tra gruppi diversi può ridurre i pregiudizi. Perché questo contatto sia efficace, deve avvenire in un contesto di cooperazione, uguaglianza e sostegno istituzionale. Ad esempio, progetti collaborativi tra scuole o comunità diverse possono favorire la comprensione reciproca. Empatia e Prospettiva: Coltivare l’empatia è un altro modo potente per combattere i pregiudizi. Attività che promuovono la presa di prospettiva, cioè mettersi nei panni degli altri, possono ridurre l’ostilità e aumentare la comprensione. La formazione sull’intelligenza emotiva può aiutare le persone a sviluppare queste competenze. De-biasing Cognitivo: Tecniche di de-biasing mirano a ridurre l’impatto dei bias cognitivi. Queste tecniche includono l’auto-monitoraggio dei propri pensieri e comportamenti, l’esposizione a informazioni che sfidano gli stereotipi e la riflessione critica. Ad esempio, esercizi che chiedono di analizzare le proprie reazioni a determinate situazioni possono aiutare a identificare e correggere pregiudizi inconsci. Modelli Positivi: I modelli di ruolo positivi possono influenzare atteggiamenti e comportamenti. Promuovere figure che incarnano l’uguaglianza e la diversità nei media, nell’istruzione e nella società può contribuire a sfidare e cambiare i pregiudizi esistenti. Combattere i pregiudizi richiede un impegno continuo e multidimensionale. Le strategie psicologiche possono giocare un ruolo cruciale in questo processo, offrendo strumenti per aumentare la consapevolezza, promuovere l’interazione positiva e sviluppare competenze emotive. È fondamentale che individui, istituzioni e società nel loro complesso lavorino insieme per creare un ambiente in cui i pregiudizi siano riconosciuti, affrontati e superati. Solo così potremo costruire una società più equa e inclusiva, dove la diversità è vista come una risorsa e non come una minaccia.