C’è bisogno di AMORES

In questo articolo così come anche nei prossimi vi presenterò AMORES (Attivatore Armonizzatore Modulatore Ritmico Relazionale dello Schema Corporeo), un dispositivo tecnologico messo a punto dal gruppo di lavoro della Scuola di Arteterapia Poliscreativa di cui faccio parte e che mi vede assai innamorata! Cupido permettendo, questa tecnologia è figlia di un percorso intenso di 25 anni nell’ambito dell’arteterapia e non solo. Amores viene alla luce proprio adesso non a caso, in un perido storico in cui l’uso delle nuove tecnologie, fermo restando la necessità di forme di controllo da parte della comunità, è diventato ormai praticamente indispensabile per concepire progetti di promozione umana di lunga durata ed efficacia stabile, soprattutto in grado di coinvolgere adeguatamente le nuove generazioni. Amores è un acronimo che indica in breve un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhoutte. Lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Con concetto di Schema Corporeo intendiamo la rappresentazione cognitiva ed emotiva, consapevole ma anche inconsapevole, che abbiamo del nostro corpo e delle sue possibilità di movimento nello spazio. Questo concetto nasce all’inizio del secolo scorso e si basava fondamentalmente su aspetti neurologici identificati grazie alla correlazione tra dati anatomici e deficit funzionali. Da allora questo concetto si è molto arricchito per le ricerche neurofisiologiche, per le tecniche di neuroimaging, per i dati emersi dalla baby observation ed è stata confermata una sua connotazione particolarmente dinamica e relazionale anche grazie alla scoperta dei neuroni specchio. Questa scoperta fatta dal gruppo coordinato dal prof. Rizzolatti è stata fondamentale nel percorso che ha portato ad Amores perchè conferma la possibilità di attivare la percezione di un rispecchiamento nel movimento altrui anche soltanto grazie alla vista e all’udito. Infatti le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici. Il dispositivo Amores si basa tra l’altro, sulla possibilità di ripercorrere le fasi precocissime dello sviluppo della persona quando il proprio schema corporeo era fortemente sincronizzato con quello dei suoi caregiver, grazie all’interazione strutturata con la corporeità dell’operatore, del professionista adeguatamente formato e in costante supervisione, ma senza un diretto contatto fisico. Amores non viene mai utilizzato in maniera da essere particolarmente attivante per il soggetto, in un clima invece sempre gentile e rispettoso della necessaria gradualità. Queste ed altre caratteristiche fanno del dispositivo un volano praticamente utilizzabile in ogni contesto preposto alla promozione umana e quindi ambiti clinici, formativi a qualunque livello e luoghi di socializzazione di ogni tipo. Le sue caratteristiche nello specifico si mostrano particolarmente congeniali al suo utilizo con i bambini autistici. Un modello che sta dimostrando una particolare efficacia nel descrivere l’organizzazione della mente del bambino affetto da autismo si basa sul concetto di teoria della mente che approfondiremo nei prossimi articoli. Il dispositivo infatti stimola i bambini, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine straordinari per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse “teorie della mente” altrui.

BURNOUT PANDEMICO

Il lockdown, intervallato dai continui cambi-colore delle regioni, continua a metterci a dura prova, facendoci sentire sempre più impotenti.   Il “burnout pandemico” è quel mix di angoscia, sconforto e frustrazione che, nell’esperienza della pandemia da Covid-19, possiamo provare restando a casa. Si chiama burnout pandemico ed è l’ennesimo brutto regalo di questa pandemia. Gli esperti hanno dato diversi nomi all’aumento dei livelli di stress che sta interessando milioni di lavoratori a causa dell’emergenza sanitaria.  Il New York Times ha addirittura coniato il termine “pandemic wall”, muro pandemico, per indicare uno scoglio psicologico insuperabile mentre in generale si parla di “burnout pandemico” per definire l’esaurimento nervoso legato all’isolamento, all’iperconnessione per motivi di lavoro e ai ridotti scambi sociali.  Non sorprende come milioni di persone, del resto, hanno trascorso più di un anno rimanendo in casa, evitando amici e familiari, astenendosi dal viaggiare e dal mangiare al ristorante, vivendo o ascoltando notizie drammatiche ogni giorno. Il tutto mantenendo lo stesso ritmo di lavoro magari occupandosi dei bambini 24 ore su 24 tra scuole e asili chiusi.  Dopo il lockdown eravamo tutti convinti che la situazione sarebbe migliorata, anche grazie all’arrivo dei vaccini.  In seguito, abbiamo iniziato a riappropriarci delle nostre vite, fra uscite, incontri con gli amici che non vedevamo da tempo e con i familiari. Poi però tutto è cambiato di nuovo. Il riacutizzarsi dei contagi, la corsa ai tamponi, i tanti positivi hanno generato la paura che gli sforzi fatti fino ad ora siano stati del tutto inutili. Nuovi decreti e norme hanno cambiato ancora una volta le carte in tavola. Il risultato? Smarrimento e confusione, con la sensazione di non riuscire più a tenere il passo e a reagire, in particolare dal punto di vista emotivo.  Come accade per il bornout sentiamo che l’ultima goccia ha fatto traboccare il vaso. D’altronde questo termine inglese deriva dell’espressione “to burn out”, che significa “bruciarsi, esaurirsi”. Indica dunque uno stato di esaurimento emotivo, fisico e mentale. Come capiamo di aver raggiunto l’esaurimento pandemico? Se ci sentiamo inermi, spossati e troviamo davvero difficile prenderci cura di noi stessi, allora significa che probabilmente dobbiamo guardare in faccia il nostro burnout pandemico. Annebbiamento dei pensieri, ansia e tachicardia sono alcune delle conseguenze più diffuse. come superarlo? Per abbattere il muro pandemico, è fondamentale ricordare che quello che proviamo ora non è una condizione che riguarda soltanto noi o il nostro comportamento, è una situazione che riguarda e influenza tutti noi, nessuno escluso, causato dalla pandemia.   Perciò, accantoniamo il senso di colpevolizzazione e facciamo quel che di buono possiamo, trovando ciò che è meglio per noi, per cercare scrollarci di dosso il senso di impotenza e di frustrazione, senza trascurare i segnali che il nostro corpo e la nostra mente ci inviano. Manteniamoci sani e restiamo fiduciosi.

Bullismo: di cosa si tratta e come intervenire

Il fenomeno del bullismo richiama sempre più spesso l’attenzione degli esperti e non solo. Come riconoscerlo e cosa fare per contrastarlo? Con questo termine, dall’inglese bullyng, si fa riferimento alla dinamica relazionale che comprende una serie di comportamenti aggressivi messi in atto tra pari all’interno di un contesto gruppale. Questa dinamica può essere definita “bullismo” se vengono soddisfatte tre condizioni necessarie: una posizione asimmetrica tra bullo e vittima; l’intenzionalità da parte del bullo di creare il danno; sistematicità delle prevaricazioni che si ripetono nel tempo. Esistono vari tipi di bullismo, ognuno peculiare in base alla forma che assume. Possiamo ritrovarci davanti a molestie fisiche, evidenti e più semplici da riconoscere. Oppure incontrare forme più sottili e implicite, ma altrettanto violente e dannose. In questo caso si tratta di violenza psicologica. In altri casi, il canale preferenziale utilizzato è quello digitale e quindi si parla di cyberbullismo. Un’ ulteriore realtà è quella del bullismo omofobico, in cui a legittimare il bullo è la rappresentazione di genere culturalmente condivisa. Il bullismo, però, in tutte le sue espressioni si configura come scarsa o assente comprensione delle differenze: Gli attacchi possono riguardare caratteristiche fisiche, etniche, predisposizioni caratteriali, l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere della vittima. È un fenomeno che spesso può essere sottovalutato e definito “ragazzata”, “bravata” e via dicendo. Le conseguenze che comporta, invece, non solo nell’essere vittima ma anche nell’essere bullo, sono tante e spesso consistenti. Gli adolescenti che risultano essere aggressivi con i loro coetanei, continuano ad esserlo anche successivamente, e possono giungere a episodi di violenza molto gravi e/o criminalità. Allo stesso tempo le vittime possono presentare disturbi di ansia, depressione, bassa autostima fino ad arrivare nei casi più estremi, ma non rari, all’autolesionismo e al suicidio. Queste dinamiche spesso vengono agite in un delicato momento di vita, l’adolescenza, e in contesti ben definiti: scolastico, sportivo … Gli adulti, qualsiasi ruolo rivestano, devono acquisire una serie di strumenti per riconoscere, in primis, il fenomeno e successivamente di intervenire. In questi casi risulta fondamentale lavorare su due aspetti ricorrenti: la condivisione dei valori e la gestione e il riconoscimento delle emozioni. Spesso i bulli prediligono il successo, l’indipendenza, la libertà a discapito della collaborazione. Inoltre hanno competenza ridotta nella gestione della rabbia e nell’empatia. A loro volta le vittime non riescono a tollerare la propria reazione alla violenza, alimentando il senso di impotenza che spesso sfocia in un’eccessiva colpevolizzazione o in negazione della sofferenza. In risposta a tutto ciò, risulta necessario e urgente informare, sensibilizzare e formare sul tema al fine di rendere sempre più inclusivi i contesti di vita dei giovani d’oggi.

BRAND NARRATIVE STRATEGY

Brand narrative strategy

Oggi il tema della brand narrative strategy è sempre più conosciuto. Facendo riferimento al marketing, un brand ambizioso deve trovare una narrazione attraverso cui raccontare se stesso.  Questo risponde in qualche modo a una naturale propensione che gli esseri umani hanno di organizzare la realtà sottoforma di storie, il cosiddetto pensiero narrativo. Gli uomini hanno questa modalità di immagazzinare le informazioni che riguardano la realtà esterna, ma anche la propria persona. Noi tendenzialmente costruiamo, incanaliamo le informazioni all’interno di una storia che possa tenere insieme la varietà delle esperienze che viviamo per dare unicità, coerenza e omogeneità alla nostra storia e per far sì che non sia troppo frammentata. Allo stesso modo dovrebbero fare i brand, cercando una strategia narrativa che faccia capire che si sta parlando di loro. Oggi un brand acquisisce senso e, dunque, valore nel momento in cui riesce a costituirsi come una narrazione. Lo scopo dello storytelling in ambito pubblicitario è quello di stabilire linee guide utili a rappresentare e trasmettere valori e visioni d’impresa sotto forma di storie. De Martini propone una struttura narrativa composta da cinque elementi. MITI E VALORI: attraverso lo storytelling, i brand riescono a trasmettere i propri miti e valori e fondare vere e proprie civiltà.  EMPATIA: essa è intesa come la capacità da parte dell’azienda di entrare in empatia con uno specifico target. In passato le aziende si ponevano in una condizione di superiorità rispetto al consumatore, considerandolo passivo. Secondo questa prospettiva, invece, l’azienda dovrebbe considerare il consumatore come un proprio pari.  CAMBIAMENTO: che coincide con il benefit e/o la promessa. E’ il vantaggio materiale o immateriale che il consumatore può acquisire con il suo prodotto/servizio. Tanto più la promessa di cambiamento è unica nel suo genere, tanto più il brand avrà un vantaggio competitivo. STRUMENTI (prodotti/servizi/pubblicità…): non sono altro che l’incarnazione materiale dei brand, tramite i quali si può raggiungere il benefit promesso. PROCESSI: il modo in cui il brand realizza gli strumenti necessari per determinare il cambiamento. Essi includono tutti i processi produttivi e organizzativi che consentono di creare i prodotti e/o i servizi.  Dunque, poiché un brand crede in determinati valori testimoniati dai suoi miti, si pone in un rapporto di empatia specifica con un target. Questa empatia lo induce a perseguire un cambiamento positivo nella vita di quelle persone. Tale cambiamento è reso possibile dall’uso di strumenti (prodotti, servizi, comunicazione…), i quali sono realizzati da adeguati processi organizzativi e produttivi. Facciamo un esempio, ricostruendo la strategia narrativa di Facebook: 1. Miti e valori La missione di Facebook è quella di connettere tutto il mondo con una modalità semplice e veloce. Possiamo notare i valori fondanti di questo brand da alcuni slogan usati da Zuckerberg come “Done is better than perfect” o “Move fast and break things”. Questi motti richiamano l’idea di rapidità e velocità di esecuzione, anche a costo che non tutto fili sempre liscio. Altri valori che si possono citare sono sicuramente la condivisione e la quantità di informazioni che possono essere messe in circolo.  2. Empatia Poiché un brand crede in determinati valori si pone in un rapporto di empatia con uno specifico target. Facebook si rivolge a tutte quelle persone che vorrebbero comunicare in ogni istante con chi vogliono.  3. Cambiamento Il cambiamento che promette Facebook è quello di avere una “vita più viva” grazie alla possibilità di rimanere in contatto e/o espandere la propria vita sociale in maniera rapida e semplice. 4. Strumenti Tale promessa di cambiamento può essere raggiunta grazie a una piattaforma digitale capace di connettere non solamente le persone, ma anche le loro emozioni, in qualsiasi momento. 5. Processi Questa piattaforma digitale nasce grazie a una forma di cooperazione ispirata a criteri di alta produttività, bassa selettività e massima fluidità. In conclusione, per realizzare una brand narrative strategy efficace è necessario tenere in considerazione tutti questi diversi elementi.  Purtroppo, a volte le aziende fanno una scelta netta realizzando campagne che si focalizzano solamente sul prodotto o sulla marca. Quando si comunica, invece, si dovrebbe comunicare sempre in maniera olistica e completa. BIBLIOGRAFIA: De Martini, A. (2017). Brand narrative strategy. Il segreto dell’onda. Milano: Franco Angeli

Bottega Virtuale: quando la psicologia incontra l’architettura

Le potenzialità della connessione virtuale nel lavoro di rete tra differenti professioni per la gestione dell’emergenza Nell’immaginario collettivo ambiti relativi alla psicologia e all’architettura possono apparire distanti, ma in realtà si incontrano spesso. Ad accomunarli è il fine che li alimenta: il benessere di coloro che ne usufruiscono.  Da questa convinzione nasce Emergency Design Challenge per fronteggiare i disagi e le necessità legate alla pandemia Covid-19. E’ stata avviata nell’ambito di VAHA- Virtual Architecture Handicraft Art e coordinata dall’architetta Rossella Siani. L’iniziativa ha coinvolto, nello sviluppo di soluzioni progettuali con l’ausilio della fabbricazione digitale, differenti professionisti tra cui psicologi, attivi nell’analisi dei bisogni e nell’ideazione di architettura per bambini, genitori, lavoratori, studenti, anziani, pazienti domiciliati.  L’esperienza di collaborazione tra psicologia e architettura è iniziata a Marzo 2020, ha permesso di implementare la metodologia della Bottega Virtuale, cosi definita dalla coordinatrice stessa. La piattaforma virtuale è stata l’unico luogo di incontro settimanale del team, ma la potenza della collaborazione e della co-operazione ha permesso di giungere alla fase di fabbricazione, trasformando le idee in oggetti concreti e la connessione virtuale in bottega.  Per saperne di più https://psicologinews.it/arianna-di-santo/

Body shaming: critica dell’imperfezione al tempo dei social networks

body shaming social networks

Negli ultimi mesi si è parlato tanto dello scandalo che ha scosso il mondo della ginnastica artistica. Attraverso i social networks sempre più ginnaste hanno dato vita a un “j’accuse mediatico”, denunciando le violenze psicologiche subite, il controllo ossessivo del peso e il body shaming. L’espressione “body shaming” significa letteralmente “far vergognare” qualcuno, in questo caso specifico deridendolo per le sue caratteristiche fisiche. Questo fenomeno, reiterato nel tempo, può essere assimilato ad una forma di bullismo. Il body shaming al tempo dei social networks Abbiamo già affrontato in un precedente articolo gli effetti dei social sulla salute mentale, definendo la tendenza a mostrare un’immagine di sè sempre più artefatta e difficile da raggiungere. Questo ideale di perfezione non solo segna una profonda spaccatura con l’immagine reale delle persone comuni, ma diventa un termine di paragone inaccessibile e ineguagliabile. Appare evidente che nella società dell’apparenza, chiunque si discosti dai canoni aurei di bellezza 3.0 possa essere oggetto di “attacco virtuale” e di body shaming pubblico, ancor più umiliante perchè visibile agli occhi di tutti. In più, negli ultimi anni, i social networks sono diventati un ricettacolo di aggressività ed egocentrismo in cui hate speech, cyber bullismo e body shaming sono all’ordine del giorno. Gli effetti sulle vittime di body shaming Gli studi condotti da KJ Gaffney; 2017; sugli effetti negativi dei social networks sulla percezione dell’immagine corporea, evidenziano che le vittime di body shaming manifestano spesso rabbia e bassa autostima.Tra le sintomatologie più frequenti invece si riscontrano depressione, autolesionismo, dismorfofobia e disturbi dell’alimentazione. Anche in questo caso, i social networks non rappresentano la causa, ma un amplificatore di un problema già esistente e ben radicato nella nostra società. L’educazione affettiva e l’educazione digitale sono due azioni indispensabili per educare i ragazzi all’amore verso sè stessi e al rispetto per gli altri.