Binge eating: il circolo vizioso delle abbuffate

Il binge eating è un disturbo alimentare caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffate, durante i quali una persona consuma una quantità eccessiva di cibo in un breve periodo di tempo, senza riuscire a controllarsi. Questo comportamento può causare disagio psicologico significativo, influenzando negativamente la qualità della vita e la salute fisica.  Cos’è il binge eating? Il binge eating si distingue dalle normali abbuffate che chiunque può sperimentare occasionalmente. Le persone che soffrono di questo disturbo spesso mangiano anche quando non hanno fame fisica e continuano a farlo fino a sentirsi fisicamente a disagio. A differenza della bulimia, nel binge eating non ci sono comportamenti di compensazione, quali il vomito o l’uso di lassativi. Durante un episodio di abbuffata, la persona può sentirsi fuori controllo, incapace di fermarsi, e può mangiare rapidamente una grande quantità di cibo, spesso in solitudine. Questi episodi sono seguiti da sentimenti di colpa, vergogna e disperazione, che alimentano un circolo vizioso di abbuffate ed emozioni negative. Possibili cause del binge eating Il binge eating ha una base complessa e può essere il risultato di una combinazione di fattori psicologici, biologici e ambientali. Alcuni dei principali fattori che possono contribuire allo sviluppo di questo disturbo sono: Emozioni negative: spesso le persone che soffrono di binge eating usano il cibo come un modo per affrontare lo stress, la tristezza, l’ansia, la noia o altre emozioni difficili. Il cibo diventa un meccanismo di compensazione per gestire queste sensazioni, portando ad un’abitudine dannosa; Bassa autostima: le persone con scarsa autostima e insicurezze riguardo al loro corpo o alle proprie capacità possono essere più vulnerabili al binge eating. Le abbuffate possono diventare un modo per lenire temporaneamente il senso di inadeguatezza; Diete eccessivamente restrittive: il tentativo di seguire diete molto restrittive può portare ad un aumento della fame fisica e mentale, facendo sì che il corpo cerchi di “compensare” mangiando troppo. Questa fame incontrollabile può scatenare episodi di abbuffate, creando un ciclo di restrizione ed eccessi; Fattori ambientali e culturali: la cultura moderna promuove spesso standard irrealistici di bellezza e un’ossessione per la magrezza. Questa pressione può contribuire a disordini alimentari, spingendo le persone a cercare conforto nel cibo. Sintomi e segni del binge eating Per riconoscere il binge eating è utile osservare alcuni segnali chiave: Episodi ricorrenti di abbuffate: mangiare una quantità significativamente maggiore di cibo rispetto alla norma, in un lasso di tempo molto breve; Perdita di controllo durante le abbuffate: percepire di non riuscire a fermarsi o a controllare quanto sta mangiando; Mangiare in solitudine: spesso le abbuffate avvengono in segreto, per evitare il giudizio degli altri; Emozioni negative dopo l’episodio: senso di colpa, vergogna o depressione sono comuni dopo un episodio di binge eating; Comportamenti alimentari disfunzionali: mangiare velocemente anche quando non si ha fame o fino a sentirsi fisicamente male. Conseguenze psicologiche del binge eating Il binge eating può avere un impatto devastante sulla salute mentale di chi ne soffre. Una delle conseguenze più comuni è lo sviluppo di un forte senso di colpa e vergogna legato al comportamento alimentare incontrollato. Ciò spesso porta, a sua volta, ad un circolo vizioso di abbuffate ed emozioni negative. Le persone che vivono con questo disturbo possono sperimentare una costante bassa autostima ed una visione distorta di sé, aggravata dal conflitto interiore tra il desiderio di controllo e l’incapacità di fermarsi durante le abbuffate. Questo senso di impotenza può evolvere in ansia e/o depressione, creando un’ulteriore spinta a cercare conforto nel cibo. Inoltre, l’isolamento sociale è comune: la paura del giudizio altrui spinge chi soffre di binge eating ad evitare contesti sociali in cui si mangia, aumentando il senso di solitudine e l’alienazione. La frustrazione accumulata per non riuscire a controllare il proprio comportamento alimentare spesso sfocia in una percezione di fallimento personale, contribuendo alla crescita di un disagio emotivo profondo e persistente. Conclusione Affrontare il binge eating è un percorso complesso che richiede pazienza, consapevolezza e supporto adeguato. Nonostante le sfide psicologiche e fisiche, con il giusto approccio è possibile spezzare il circolo vizioso e ripristinare un equilibrio emotivo e comportamentale. È fondamentale ricordare che il binge eating non è una questione di forza di volontà, ma un disturbo che richiede interventi terapeutici specifici. Cercare aiuto professionale e imparare a riconoscere i propri bisogni emotivi, oltre che quelli fisici, rappresenta il primo passo verso una vita più sana e consapevole. Riconoscere la propria vulnerabilità e dare priorità alla salute mentale può essere l’inizio di un profondo cambiamento, in grado di migliorare il rapporto con il cibo e, soprattutto, con sé stessi.

Binge drinking e drunkoressia : l’abbuffata alcolica

di Anna Borriello, Francesca Dicè “B i n g e drinking’’,‘‘drunkoressia’’, ti è mai capitato di imbatterti in queste espressioni? Proviamo a fare un po‘ di chiarezza su questo fenomeno che, come un vero e proprio trend, sta spopolando sempre più tra i giovani – e non – portando con sé molteplici risvolti non soltanto sul piano fisico, come p o t r e s t i a m p i a m e n t e immaginare, ma anche e soprattutto sul versante psicologico. Fin dagli albori dell’umanità l’uso e l’abuso di alcol ha accompagnato la vita dell’uomo assumendo, nel corso dei secoli, svariate valenze culturali. Le bevande alcoliche sono state utilizzate come alimento, simbolo di sacralità nei riti religiosi, mezzo di connessione con i s t a n z e u l t r a t e r r e n e , automedicazione, elemento di convivialità e strumento di aggregazione sociale. Stabilire il limite tra uso tradizionale e u s o p a t o l o g i c o è continuamente oggetto di studio in ambito medico, psichiatrico, sociologico e politico. Distinguendo dunque un’abitudine non patologica da u n a d i p e n d e n z a , raggruppiamo i bevitori in tre diverse categorie: I bevitori abituali e non abituali, la cui attitudine al bere non provoca danni e che possono, nel caso si renda utile o n e c e s s a r i o i n t e r r o m p e r e t a l e consuetudine; Coloro che, avendo s v i l u p p a t o u n a d i p e n d e n z a , n o n riescono a rinunciare al bere, nemmeno nel momento in cui tale c o m p o r t a m e n t o provoca evidenti danni a l l a s a l u t e , all’andamento delle loro relazioni interpersonali o lavorative. Coloro, per i quali ogni interesse, motivazione o iniziativa ruota intorno al bere. Ma l’abuso alcolico è un vizio, una moda, un sintomo o una malattia? Oggigiorno al consumo moderato di alcoldurante i pasti, si stanno sostituendo i consumi fuori pasto, consumi eccessivi e ad a l t a i n t e n s i t à . Quando parliamo di Binge drinking, termine inglese introdotto nel panorama italiano all’inizio degli anni 2000, facciamo riferimento alla cosiddetta “abbuffata di alcolici”, ovvero ad una condotta disfunzionale assunta da una persona quando ingerisce volutamente quantità ripetute di alcol in misura maggiore alle sue capacità psicologiche e fisiologiche; nello specifico, come puntualizza la British Medical Association, con tale termine s‘intende il bere, con il preciso proposito di ubriacarsi ( r i c e r c a d e l l ‘ e f f e t t o psicoattivo), di solito in contesti di socialità, una quantità convenzionalmente misurata in “6 o più bicchieri di bevande alcoliche –in a rowin fila” in un breve arco di tempo. E’ dunque il numero di drink consumati in un’unica occasione che definisce q u a n t i t a t i v a m e n t e i l comportamento di Binge Drinking. I l dr ink v iene consumato molte volte in modo quasi consecutivo e r a p i d o , o v v e r o s e n z a sorseggiare, tutto d’un fiato. Si tratta di una tendenza che si a c u i s c e n e l fi n e settimana derivata dalla v o l o n t à d e i r a g a z z i d i provocarsi uno stat o di alterazione in determinate occasioni. Recenti studi americani hanno dimostrato come il più delle volte il binge drinking si associa a quella c h e v i e n e d e fi n i t a “ d r u n k o r e s s i a ” , o v v e r o la restrizione alimentare a cui si sottopongono soprattutto i ragazzi prima di consumare alcolici, al fine non solo di limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso ma anche di potenziare gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol, incrementando così il rischio di sviluppare in età adulta dipendenze patologiche e disturbi della sfera psichica. Lo scopo di tali abbuffate alcoliche risiede nel provare ebbrezza fino ad arrivare all’ubriacatura completa con p e r d i t a d i c o n t r o l l o e intossicazione. Se ripetuto nell’ arco di sei mesi, quattro sono i criteri per diagnosticare un episodio di Binge drinking: – eccessivo consumo di alcol;– assunzione di alcol rapidamente in un breve arco di tempo;– bere fino ad ubriacarsi e a sentirsi male;– bere in compagnia in p a r t i c o l a r i e v e n t i . Ad oggi, nella popolazione giovanile, il consumo di alcol è in forte crescita già tra gli 11 e i 15 anni di età. I dat i dell’Istituto Superiore della Sanità fanno emergere come il 42% dei ragazzi di età compresa tra i 18 e i 34 anni che mette in atto il binge drinking beve alcolici fuori pasto. In tale contesto, le ripetute bevute raramente hanno carattere occasionale, tendono perlopiù a diventare un atteggiamento frequente sino a trasformarsi in vera e propria dipendenza, fisica e psichica, da alcool, con conseguenti sintomi da astinenza quali: depressione, a l t e r a z i o n e d e l l ’ a t t i v i t à circadiana e disturbi del sonno, disturbi sessuali, irritabilità nonché problemi di performance c o g n i t i v e ,compromettendo così attività scolastiche, lavorative, ma anche le più semplici attività che scandiscono la routine quotidiana. Secondo Hudolin (2015)

Biblioterapia: il potere terapeutico della lettura

La lettura di libri e di poesie può avere un forte impatto sul lettore, toccando tasti che non sempre è facile esprimere o condividere. La lettura può innescare un processo di riflessione e cambiamento, attraverso l’immedesimazione nella storia narrata e la capacità di sviluppare empatia nei confronti dei personaggi. Proprio per tale capacità trasformativa, la lettura di libri e poesie può essere utilizzata come uno strumenti in terapia. La biblioterapia può essere definita come una “terapia attraverso la lettura”, ovvero un metodo di terapia che utilizza la lettura di specifici libri. Il libro viene scelto tenendo conto della storia individuale del soggetto. Attraverso la lettura di qualcosa che risuona con la storia dell’individuo, la persona riesce ad attuare un processo introspettivo e riflessivo che gli permetterà di portare lo sguardo sul sé, sulle proprie emozioni e pensieri. Attraverso la biblioterapia la persona dovrebbe essere in grado di attuare un processo di crescita personale. I suoi obiettivi sono molteplici, dallo sviluppo della consapevolezza del sé, all’aumento di autostima e autoefficacia, al potenziamento delle proprie capacità (sia personali che sociali). La lettura può quindi generare un processo di cambiamento, che trae dalle proprie emozioni e dalla propria sofferenza gli stimoli al superamento degli ostacoli. Green (2022), nel suo articolo, ha cercato di esplorare l’impatto che i testi letterari, in particolare la poesia, possono avere sulla vita reale delle persone, con l’obiettivo di comprendere come la lettura possa “creare uno spazio in cui i lettori possono aprirsi alla possibilità di essere “segnati” o “colpiti” da un testo”, e come questi possano essere studiati obiettivamente. Per fare ciò, Green (2022) ha utilizzato una poesia di Wordsworth intitolata “The Ruined Cottage”, nella quale il poeta offre un linguaggio alternativo per pensare ai problemi ed esistere nel nostro dolore: non tentare di negare o alleviare la sua difficoltà, ma guidandoci in qualche modo a mettere a frutto quel trauma. All’interno dell’articolo “Exploring the therapeutic potential of reading: Case studies in diary-assisted reading” (2022) vengono presentati tre casi, basati su diari di lettura tenuti per un periodo di 2 settimane e successive interviste semi-strutturate. Green, infatti, aveva dato ai partecipanti allo studio il compito di leggere per più giorni specifici versi della poesia e scrivere le proprie riflessioni, evidenziando le esperienze reali dei lettori mentre incontrano e interagiscono con un testo letterario sconosciuto. I casi analizzati offrono uno sguardo sugli schemi di pensiero che la lettura può offrire e sui momenti di empatia e riflessione che suscitano, tra persone e tra versioni passate e presenti della stessa persona. In particolar modo, i casi riportati all’interno dell’articolo riguardano esperienze di lutto, perdita e dolore, questo a dimostrazione del potenziale valore trasformativo dei testi letterari nell’aiutare le persone a riflettere sulla loro esperienza di dolore. Attraverso le ripetute letture della poesia di Wordsworth, i partecipanti sono stati in grado di “dire l’indicibile”: la poesia è stata in grado di guidare il lettore in aree di grande profondità emotiva e fornire un linguaggio per pensare, che ha aiutato a far emergere pensieri precedentemente non formati o inespressi. Inoltre, la poesia ha condotto il lettore nel trauma, nel bel mezzo della sua vita emotiva e ha trasformato ciò di cui normalmente sarebbe stato difficile se non impossibile parlare, in qualcosa di dicibile, quasi inevitabile. I partecipanti lettori sono stati in grado di esplorare la loro vita, entrando rapidamente nelle aree di pensiero inconsce o inaspettate. La poesia, a tale scopo, è sembrata una guida, che ha permesso loro di essere ritrasportati nel loro passato emotivo, ma con nuove risorse e capacità per comprenderlo e affrontarlo. In questo modo, è stato possibile accedere a traumi non elaborati e sviluppare una comprensione precedentemente non realizzata delle loro esperienze passate, riconfigurando il dolore, attraverso il sentire e il vivere ciò che veniva narrato nella poesia. In definitiva, sono stati in grado di ottenere una sorta di svolta terapeutica. “È forse in materia di dolore che le nostre modalità predefinite di pensare ed elaborare il mondo si dimostrano più inadeguate. Il dolore richiede di più dal linguaggio, anche se non solo in termini di articolazione o persino di vocabolario, richiede una sintassi più sfumata che possa accogliere l’inarticolatezza e il silenzio al suo interno.” Bibliografia Green K (2022) Exploring the therapeutic potential of reading: Case studies in diary-assisted reading. Front. Psychol. 13:1037072. doi: 10.3389/fpsyg.2022.1037072

BIBLIOTERAPIA: IL CASO HARRY POTTER

La biblioterapia è un nuovo approccio psicologico e psicoterapeutico volto alla promozione del benessere psicologico, sociale e culturale. Ma si connota anche come strumento di autoaiuto al di fuori di un contesto terapeutico per ampliare la propria consapevolezza e far fronte a situazioni di disagio.  La biblioterapia è nata nel Novecento negli USA dallo psichiatra Menninger, ma è molto diffusa anche in Europa, soprattutto in Inghilterra. Mentre, in Italia è stata introdotta da poco e non è ancora molto conosciuta.  Dal punto di vista psicoterapeutico, in quali casi risulta efficace? La Biblioterapia è spesso usata in presenza di disturbi d’ansia e di lieve/media depressione, ma anche con i disturbi del comportamento alimentare e disturbi di personalità. Dunque, la lettura può essere utile per dare sollievo in caso di disturbi poco gravi, ma anche in situazioni particolarmente difficili da superare. Come può essere applicata all’esterno del contesto terapeutico? Quando si parla di autoaiuto/autocura, un libro scritto da esperti può diventare un supporto a un momento difficile del lettore stesso. MA nella maggior parte dei casi, invece, si parla di biblioterapia involontaria. Almeno una volta nella vita, ci è successo di sentirci “illuminati” da un libro. Questo capita soprattutto grazie all’attivazione dei cosiddetti neuroni specchio, che permettono di riconoscersi e immedesimarsi in alcuni momenti raccontati.  Vediamo ora un esempio pratico applicato alla saga di Harry Potter L’incantesimo “Expecto Patronum!” (in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban) consiste nel concentrarsi su un ricordo molto felice, che difende chi lo evoca dai dissennatori. Evocare il ricordo di un’esperienza molto positiva oppure di una figura protettiva potrebbe aiutarci a superare i momenti di difficoltà della nostra quotidianità. Tramite l’Incantesimo Ridiculus (in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban), il professore di Difesa dalle Arti Oscure (Lupin) ci insegna che quando una situazione/persona ci spaventa, possiamo renderla ridicola e divertente ai nostri occhi. Questo incantesimo in psicologia viene chiamato defusione. Imparando questa pratica, ci ricordiamo che noi non siamo i nostri pensieri e che soprattutto essi non sono la realtà. In questo modo possiamo guardarli con una giusta distanza, considerandoli per quello che sono: “solo” pensieri. Il pensatoio di Silente (in Harry Potter e Il Calice di Fuoco) ci fa riflettere su un esercizio di auto-osservazione. Esso ci consente di rileggere un episodio, focalizzandoci sulle sensazioni, le emozioni e i pensieri spesso inconsapevoli che abbiamo provato in quella data situazione. Questo ci permette di rielaborare le emozioni provate, dar loro un senso e quindi comprendere meglio noi stessi. La pozione di fortuna liquida, bevuta da Ron alla sua prima partita di Quidditch (in Harry Potter e il Principe Mezzosangue), è un esempio del concetto di autoefficacia. Essa non è altro che la percezione di possedere le abilità e le capacità per raggiungere i propri obiettivi. Possedere una buona self-efficacy ci permette di conoscere le nostre debolezze, senza farci sopraffare da queste, ma anzi ci rende consapevoli su cosa dobbiamo migliorare. La pietra della resurrezione può essere considerata una modalità di elaborazione del lutto. Grazie a questo oggetto Harry entra in contatto coi genitori e con il padrino Sirius Black, che lo rassicurano e gli infondono coraggio. Nel momento in cui subiamo un lutto, riuscire a stabilire un contatto spirituale con il proprio caro scomparso può permettere di sentirlo dentro di sè così da riuscire a riacquistare forza e fiducia nelle proprie capacità. Infine, la lettura di questa saga non permette di innescare dei cambiamenti solamente a livello individuale, ma può avere delle ricadute importanti anche a livello sociale. Da una ricerca è emerso che i 7 libri raccontano una storia orientata all’accettazione di gruppi sociali stigmatizzati, favorendo una riduzione del pregiudizio. La scrittrice J.K. Rowling, infatti, grazie alle sue descrizioni umanizza i personaggi fantastici della saga in modo che le persone possano associarli a categorie reali. Da questo esempio si deduce che l’immersione in un libro permette di ragionare e comprendere le diversità così da riuscire ad abbattere i pregiudizi il più possibile. Dalla lettura di queste righe, si evince il grande potere che la lettura e i romanzi hanno su di noi e sulla nostra società. Per questo motivo è molto importante investire tempo ed energie su questo nuovo approccio per renderlo una pratica diffusa anche nel nostro Paese. SITOGRAFIA www.biblioterapia.it www.biblioterapiaitaliana.com www.psychondesk.it www.psiche.santagostino.it

Biancaneve fugge nel bosco: il ruolo dei bias attentivi nell’ansia.

Biancaneve fugge nel bosco: il ruolo dei bias attentivi nell’ansia. Che i classici dei film Disney siano complessi ed educativi, oltre che bellissimi, non è una novità. Ma talvolta si superano, come in questo caso. Il cartone di Biancaneve, in una delle sue scene più famose, ci spiega esattamente come funzionano i bias attentivi nei disturbi di ansia. I bias attentivi fanno parte di quei “virus della mente” che attaccano il sistema cognitivo, e fa sì che una persona concentri maggiormente la sua attenzione verso uno stimolo specifico o un segnale sensoriale, a discapito degli altri. Sebbene, come ogni bias, anche questi hanno una loro utilità evoluzionistica, impattano notevolmente le nostre capacità di giudizio e di azione, che vengono fatte in base alla considerazione di stimoli parziali. Particolarmente importante è la funzione dei bias attentivi quando ci sentiamo emotivamente ansiosi, nel timore che una minaccia stia per accadere a breve. In che modo, ce lo spiega Biancaneve. Pronti? Fate un’attenta visione dello spezzone: Rieccovi! Cosa avete visto? L’espressione e il tono di voce del Cacciatore inducono in Biancaneve uno stato di paura, che la porta ad iper-focalizzare l’attenzione alla ricerca di una possibile minaccia. Così che il bosco conosciuto e tanto amato diviene spaventoso. Un gufo nell’oscurità diviene un albero minaccioso; i rami in cui si impiglia, divengono mani che cercano di prenderla; una roccia buia diviene una bocca che tenta di inghiottirla; e dei rami secchi nell’acqua diventano degli alligatori pericolosissimi. Non c’è possibilità di una interpretazione alternativa: il bosco vuole farle del male! Fin quando Biancaneve, esausta, crolla, e abbassando lo stato di attivazione la foresta torna ad essere un luogo sicuro. Insomma, lo stato di ansia di Biancaneve la porta a prestare attenzione selettivamente a tutti gli stimoli ambigui, attribuendo ad essi un’interpretazione di minaccia. In letteratura molteplici studi mostrano di come gli individui sotto un forte stato di ansia elaborerebbero in maniera prioritaria gli stimoli veicolanti un significato di minaccia, senza prestare invece attenzione a stimoli di “sicurezza” o a elementi che consentano di fare un’interpretazione più completa e realistica di una situazione. Inoltre, questi bias attentivi sembrerebbero orientarsi verso stimoli che hanno una certa specificità e coerenza con le paure più rilevanti per la persona. Ad esempio, immagina di avere una fobia specifica per i ragni, e di vedere un leggero movimento con la coda dell’occhio in un angolo scuro del soffitto (stimolo ambiguo) … scommettiamo che il primo pensiero sarebbe quello di aver visto proprio un ragno?

Benessere psicologico: gli effetti di Instagram sulla salute mentale

Gli effetti dei social network sulla salute mentale sono un argomento dibattuto da anni, non stupisce quindi l’attenzione mediatica che sta ricevendo il “caso Instagram”.Il Wall street Journal ha reso noti i risultati di alcuni studi condotti dall’azienda di Menlo Park, di cui Mark Zuckerberg sarebbe già da tempo a conoscenza. I risultati evidenziano che Instagram influisce negativamente sul benessere psicologico degli adolescenti, in particolare sulle ragazze. Dagli studi emerge una forte correlazione con il disturbo di percezione corporea, inoltre tutti i partecipanti all’indagine, in maniera concorde e spontanea, hanno affermato che Instagram provoca angoscia e accentua le tendenze depressive. Diverse sono le testimonianze di giovani donne che hanno incolpato il social per lo sviluppo di disturbi alimentari e pensieri suicidi. Eppure lo stesso Zuckerberg, che da tempo pianifica il lancio di una piattaforma interamente dedicata agli under 13, in un’audizione al Congresso nel marzo 2021 ha affermato che: “l’utilizzo di app social per connettersi con altre persone può avere benefici positivi per la salute mentale”. Il quadro che emerge dalle ricerche effettuate è inequivocabile: Instagram, con la sua immagine patinata e i suoi canoni di perfezione così irraggiungibili, incide in maniera esponenziale sulla percezione di sé dei giovani, crea dipendenza e incoraggia condotte dannose per la salute psicofisica, incentivando ansie, stress, depressione e disturbi alimentari. Come fronteggiare un’emergenza di tale portata? A prescindere dagli sviluppi e dalle ripercussioni socio-culturali che avrà questa vicenda, c’è qualcosa che tutti noi nel nostro piccolo possiamo fare: aiutare i ragazzi a destreggiarsi nel mondo virtuale, a consolidare il loro sistema di relazioni offline e dare loro un solido bagaglio di idee, ideali e valori a cui riferirsi. L’attività di informazione e prevenzione è indispensabile, l’educazione digitale deve essere uno strumento per decodificare la rete e utilizzare i social network in maniera consapevole ed equilibrata.

Benessere psicologico e salute fisica: un connubio indissolubile

Da sempre la psicologia si interroga sul legame tra benessere psicologico e salute fisica, giungendo spesso ad una simile conclusione: il nostro benessere psicofisico dipende da un delicato equilibrio tra salute mentale e salute fisica. Con il termine benessere psicologico ci si riferisce ad uno stato di completo benessere mentale e sociale; è caratterizzato da un senso di soddisfazione, di realizzazione personale, da relazioni positive con gli altri e da una capacità di affrontare le sfide della vita in modo efficace. Chi sta meglio psicologicamente ha un migliore rapporto con la propria vita, in termini di scelte, obiettivi raggiunti, realizzazione personale, relazioni affettive, rapporti sociali. Le risorse psicologiche che si sviluppano nel corso della vita ci aiutano ad evitare situazioni critiche o ci permettono di affrontarle e superarle nel migliore dei modi possibili. Numerosi studi hanno dimostrato come un buon benessere psicologico possa avere un impatto positivo sulla salute fisica Per benessere psicofisico si intende uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non semplicemente l’assenza di malattia o infermità. È una condizione ideale in cui la mente e il corpo lavorano in armonia, permettendoci di vivere una vita piena e soddisfacente. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato l’esistenza di un forte legame tra mente e corpo. Lo stress, l’ansia e la depressione possono influenzare negativamente il nostro sistema immunitario, rendendoci più vulnerabili a malattie. Al contrario, un atteggiamento positivo e una buona gestione delle emozioni possono rafforzare il nostro organismo e proteggerci dalle malattie. Un altro livello di benessere psicologico può influire sulla salute fisica in vario modo: rafforzamento del sistema immunitario, minor rischio di malattie croniche, recupero più rapido in caso di malattie o infortuni, aumento dell’aspettativa di vita. Riguardo quest’ultimo punto, diversi studi che hanno analizzato un campione di persone per lunghi periodi di vita, hanno mostrato come il disagio psicologico incide in maniera importante sulla salute. Un recente studio ha indagato proprio quanto il benessere o il malessere psicologico incide direttamente sull’aspettativa di vita. Tale studio riguarda i dati di un’indagine epidemiologica USA su soggetti over 50 e periodo di osservazione di 12 anni (Pearce e coll. 2024). Lo studio ha rivelato che il benessere psicologico è un potente predittore della longevità, con una riduzione del 55% del rischio di morte nel gruppo con maggiore benessere. È interessante notare che circa un terzo di questo vantaggio in termini di sopravvivenza è attribuibile a stili di vita più sani adottati da queste persone. In conclusione, incrementare il benessere psicologico è di vitale importanza, ci permetter di vivere meglio e più a lungo. Prendersi cura della propria mente significa anche prendersi cura del proprio corpo, per questo investire nel proprio benessere psicologico è un investimento per la propria salute, anche nel lungo termine.

Avere a che fare con la perdita durante il Covid-19

Il Covid-19 ha obbligato il genere umano a rapportarsi con la perdita: un aspetto che fa parte della vita, spesso mal tollerato. Tutti, nel corso di questi ultimi due anni, abbiamo ascoltato telegiornali o programmi televisivi o conferenze che ci hanno riportato un numero sempre maggiore di decessi, mentre alcuni di noi, oltre ad ascoltare determinate notizie alla televisione, purtroppo hanno perduto persone care e vivono ancora più da vicino gli effetti disastrosi di questa pandemia. Ognuno di noi ha la sua storia e a ognuno di noi il Covid-19 ha fatto perdere qualcosa o qualcuno. Pertanto vorrei che ciascuno provasse a indirizzare le parole di questo testo alla propria esperienza. Perché la perdita ha accomunato tutti: chi ha perso la possibilità di avere vicino gli amici o i familiari che vivono lontano; chi ha perso l’occasione di salutarsi o la possibilità di festeggiare; chi ha perso il lavoro e tutti abbiamo perso la nostra quotidianità e il ritmo che scandiva le nostre giornate. Le fasi del lutto: Elisabeth Kubler Ross ha descritto cinque fasi che conducono all’elaborazione di una perdita e che non devono necessariamente presentarsi in questa sequenza:   Negazione: “non posso crederci, sembra un film, è surreale“. La realtà e il dolore è talmente intollerabile che abbiamo bisogno di difenderci, rifiutando che sia vero. Contrattazione: nonostante i momenti di sconforto, vi sono anche momenti in cui si immagina il dopo e si sognano le cose che si vorrebbero fare. Rabbia: ci si sente soli e si ha bisogno di direzionare la rabbia esternamente (verso il sistema, verso gli altri) oppure internamente. Depressione: sembra non esserci proprio via d’uscita, questa è la fase in cui si guarda con maggiore consapevolezza alle perdite subite. Accettazione: si riesce a creare un nuovo equilibrio che ci definisca e che sia in continuità con la nostra storia personale Perché è così difficile che l’elaborazione avvenga durante la diffusione di questo virus? Più la perdita avviene improvvisamente, senza avere la possibilità di prepararsi all’idea che “da domani” bisognerà abituarsi a vivere la quotidianità in un modo diverso, più diventa difficile riuscire a reintegrarla nella propria storia; inoltre l’elaborazione inizia anche grazie a dei rituali, dei gesti che aiutano a  prendere consapevolezza di ciò che è avvenuto, a tirare fuori le proprie risorse e a proseguire nel corso della propria vita, nonostante il dolore subito. Chi ha creato una nuova routine probabilmente avrà notato un graduale adattamento alla nuova realtà, avvenuto proprio grazie all’utilizzo di strategie di coping. In psicologia, con il termine coping, si fa proprio riferimento a tutte quelle strategie mentali e comportamentali che consentono all’individuo di fronteggiare lo stress e le difficoltà che si presentano. Quando si sceglie di agire, nonostante la sofferenza provata, si sta ampliando la flessibilità psicologica donando vitalità alla propria vita. Mantenendo, invece, una visione di sé e del mondo rigida, ci si focalizzerà soltanto su ciò che non può essere fatto, perdendo la possibilità di compiere azioni che riempiano i momenti e che conducano a realizzare obiettivi che aggiungano valore alla propria vita. E’ proprio durante una crisi che ci si sente più fragili poiché viene messo in discussione il proprio equilibrio. L’etimologia del termine “crisi” deriva dal latino crisis e dal greco κρίσις (scelta, decisione). E la crisi rappresenta, pertanto, anche il momento più fertile, quello in cui abbiamo l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività, della vitalità e riorganizzare la propria vita in un modo diverso. “L’ordine è necessario per non perdersi, il disordine per ritrovarsi” Radomska Ma come fare? Essere bloccati, “sentire che la propria vita sia ferma” può diventare occasione di ripartenza. Pensiamo a un corridore che, prima di iniziare la sua corsa o vincere una maratona, è fermo nella sua postazione di partenza fino allo scoppio di un colpo di rivoltella che sancisce il “via!”

Autostima: come farla crescere nei bambini?

Manca sempre, oppure è troppa o non è adeguata: ma come aiutiamo i bambini a sviluppare l’autostima? Se l’argomento vi annoia, avete ragione: è abusato, se ne parla troppo e in modo spesso improprio. Ma questo è un piccolo decalogo pratico per aumentare l’autostima nei bambini, aiutandoli a sentirsi competenti. È come una vaccinazione, per gli eventi avversi del presente e del futuro: ed è alla portata di tutti farla crescere in figli e nipoti. L’autostima sarà la loro arma segreta, una vera e propria armatura di difesa e prevenzione contro le dipendenze e i comportamenti tossici in adolescenza; e attenuerà le cadute e le delusioni che la vita riserva a tutte le età. Servirà persino a potenziare il loro livello di risposta agli agenti patogeni, perché il sistema immunitario è sostenuto, tra gli altri fattori, anche da un buon livello di benessere psicologico. Cosa fare, quindi, per aumentare la famigerata autostima? 1) Iniziate da voi Date l’esempio con il vostro modo di formulare le frasi. Trasformate l’affermazione: “non sono capace di …” in “non sono ancora capace di …” e riformulate anche quello che dicono di sé i bambini rispetto a un compito difficile. Questo gli trasmetterà l’idea che la competenza non è congenita, ma è un processo, spesso duro, ma affrontabile, di apprendimento. 2) Date compiti ai bambini Scegliete delle attività che siano appropriate per la loro età e che gli diano la possibilità di impegnarsi, di sbagliare e riprovare, di sfidare se stessi, stando attenti ad offrire opportunità di riuscita, perché possano sperimentare un assaggio di successo. Insegnategli a cucinare un piatto dall’inizio alla fine e giudicate insieme i risultati. 3) Comunicate ottimismo Secondo Martin Seligman, autore de “Il bambino ottimista”, i bambini pessimisti vedono gli ostacoli come permanenti, pervasivi e come risultato di una propria colpa. I bambini ottimisti, invece, vedono gli insuccessi come temporanei, specifici e modificabili, perché percepiti come comportamenti che possono essere cambiati. “I bambini imparano il pessimismo, in parte, da genitori e insegnanti, quindi è molto importante dare un esempio di ottimismo”. Faticoso? Certo, specie nei momenti difficili. Ma aggiungere “ancora” o “per ora” alla frase “non ci riesco” è uno sforzo fattibile, che porta grandi risultati. 4) Generalizzate i successi e specificate gli insuccessi Se vostra figlia ha preso un brutto voto in storia, aiutatela a circoscrivere con una formulazione del tipo “oggi sono andata male in storia perché ho ripetuto poco”; se invece ha preso un bel voto, incoraggiatela a espandere la portata del successo. Invece di “oggi sono andata bene in storia perché ho studiato tanto”, trasformate in “sono brava a scuola perché mi impegno”, andando oltre l’episodio di un solo giorno e generalizzando la portata semantica del successo. 5) Siate specifici nell’apprezzamento Dire semplicemente “bravo” o “benissimo!” è un incoraggiamento limitato e generico. Meglio una formulazione che descriva il comportamento desiderato e in questo modo lo rinforzi per il futuro. Ad esempio: “ sono super orgogliosa di te perché hai tenuto duro anche quando eri stanco e sei riuscito a finire tutto”.   6) Non esagerate con le lodi Gli esperti sono concordi nel dire che le lodi devono essere abbondanti, ma che esagerarne la frequenza è controproducente. Si parla di un rapporto 4:1 come ottimale: quattro apprezzamenti e una correzione. Le ricerche indicano che questo rapporto non solo aumenta i comportamenti positivi, ma crea anche un clima di collaborazione e di positività, che aiuta il bambino ad accettare e a utilizzare al meglio una correzione costruttiva, quando inevitabilmente arriva. Inoltre, ripara il bambino dalla frustrazione di non trovare sempre un incondizionato apprezzamento all’esterno del contesto familiare e gli dà gli strumenti per avere una percezione equilibrata di sé come capace, ma non onnipotente o destinatario di continua ammirazione. Un ultimo suggerimento? Fidatevi della competenza dei vostri bambini: affiancateli, non anticipateli o sostituiteli. La fiducia è un ottimo motore per l’autostima. Non solo per i piccoli: anche per i “loro” grandi.