Autismo e Musica: il filo invisibile della cura

Le persone autistiche vivono, come tutti, emozioni anche molto forti, ma spesso faticano a provare empatia e a comunicare attraverso il linguaggio. Anche la musica è un linguaggio, un linguaggio speciale, che veicola pochi significati precisi ma potenti emozioni, e per sua natura aggrega le persone. Uno degli aspetti più problematici dell’autismo riguarda il riconoscimento delle emozioni. Alle persone con autismo risulta, infatti, difficile comprendere stati evidenti a tutti quali la gioia, la tristezza, l’allegria, la preoccupazione. Musicoterapia e autismo sono legati “a doppio filo”, perché la terapia attraverso la musica può essere di grande aiuto per tali bambini e soprattutto offre la possibilità di progressi imminenti. Cos’è la musicoterapia La musicoterapia è un trattamento che prevede l’utilizzo consapevole di interventi musicali per raggiungere obiettivi terapeutici. Viene effettuato da un professionista che ha completato una specifica formazione specialistica. Grazie alla musica, il terapeuta cerca di affrontare e soddisfare i bisogni fisici ed emotivi dei pazienti. Le problematiche che possono essere trattate dalla musicoterapia sono varie e tra queste rientrano il ritardo del linguaggio e l’autismo. La musicoterapia è diventata uno strumento usato nella terapia per i disturbi dello spettro dell’autismo perché aiuta a stimolare entrambi gli emisferi del cervello. e’ fortemente organizzativa e fornisce una stimolazione multisensoriale. Il compito dello specialista è quello di veicolare le informazioni attraverso tecniche specifiche, per fare in modo che i bambini le possano recepire con maggiore prontezza. Autismo e musica: come agisce la musicoterapia Le persone con disturbo dello spettro autistico hanno spesso una particolare sensibilità verso la melodia e può essere quindi usata anche come rinforzo per premiare i comportamenti positivi. La musica, infatti, stimola il rilascio di dopamina: un neurotrasmettitore che invia uno stimolo piacevole al cervello. La musicoterapia per bambini autistici permette quindi di mantenere alto il coinvolgimento dei piccoli pazienti e, di conseguenza, la capacità di recepire gli insegnamenti. Il terapeuta ha le competenze per individuare il tipo di musica che tocca le corde del singolo bambino, creando connessioni speciali e aumentando la fiducia nel paziente. Le sedute di terapia possono svolgersi sia in gruppo, sia con un solo bimbo alla volta. Le tecniche utilizzate nel piano di musicoterapia per bambini con diagnosi di autismo sono varie e alcuni esempi includono anche improvvisazioni. L’impatto di tali tecniche è molto forte e può condurre a risultati inaspettati. Coloro che intraprendono questo percorso, migliorano la comunicazione, sviluppano la capacità di concentrazione e imparano a rapportarsi in modo migliore agli altri. Inoltre, è opportuno sottolineare che nei bambini con autismo possono manifestarsi stati di ansia con un’intensità maggiore rispetto ai loro coetanei, a causa del modo in cui percepiscono gli stimoli esterni. La musicoterapia è di aiuto anche nella gestione di alcune di queste situazioni, perché consente di alleviare la tensione o ridurre stati di arousal. Con il supporto della musica, i pazienti possono imparare nuove parole o capire come agire in determinate situazioni, sulla base del messaggio che il brano sta esprimendo. Gli obiettivi terapeutici primari vengono solitamente raggiunti dopo un ciclo di terapia (minimo di 6/12 mesi), ma questa previsione varia in base al profilo clinico del bambino. Al raggiungimento del primo traguardo, lo specialista può decidere di stabilire ulteriori obiettivi, via via più complessi. In questo modo, le abilità del bambino/ragazzo migliorano sempre più. Tutte le nozioni apprese durante le sedute di musicoterapia, aiutano i pazienti con autismo ad acquisire maggiore consapevolezza. Un altro importante effetto della musicoterapia per i bambini autistici è infatti quello di accrescere la fiducia in sé stessi. Il miglioramento della qualità dell’ascolto è uno dei principali obiettivi non solo dell’educazione musicale, ma della stessa educazione alla comunicazione reciproca. Nel progettare attività che aiutino il bambino con difficoltà di relazione è importante partire dagli aspetti semplici e individuali per andare verso la strutturazione di attività che guardino al miglioramento delle capacità di ascolto dell’insieme. Perchè la usicoterapia per l’autismo? Gli individui con disturbo dello spettro autistico spesso mostrano maggiore interesse, capacità di elaborazione, risposte e talento con la musica, la quale fornisce un mezzo non minaccioso, sicuro e piacevole. Permette l’esplorazione e l’apprendimento di nuove abilità quali comunicazione sociale, emotività, sonsorialità. Va sottolineato che gli individui con disturbo dello spettro autistico sono in grado di eseguire compiti attraverso la musicoterapia che potrebbero non essere in grado di fare attraverso altre terapie. Gli interventi di musicoterapia, inoltre, utilizzano storie sociali che “adattate” correttamente possono modificare il comportamento e raggiungere l’insegnamento di nuove abilità. Bibliografia Autismo e Musica: I Materiali Erickson, 2012. Brownell, 2003.
Autismo ad alto funzionamento: caratteristiche e difficoltà

Introduzione al fenomeno Per autismo ad alto funzionamento si intende un disturbo dello spettro autistico che non impedisce di parlare, leggere, scrivere e gestire le azioni quotidiane della vita come mangiare e vestirsi. Tendenzialmente le persone con autismo ad alto funzionamento presentano un quoziente intellettivo di almeno 70 e sono in grado di svolgere diverse attività in modo autonomo. Tale condizione solitamente prevede una diagnosi tardiva sebbene i primi sintomi del Disturbo dello Spettro Autistico insorgono dai primi 3 anni di vita. Le risorse cognitive del bambino con autismo ad alto funzionamento compensano, infatti, le altre difficoltà, rendendo i primi segnali di disagio poco visibili e difficilmente riconducibili alla diagnosi corretta.Infatti, spesso il linguaggio segue uno sviluppo nella norma, ma risulta a volte bizzarro. L’interesse nelle relazioni sociali può essere presente, ma emergono diverse difficoltà nelle interazioni: la scarsa empatia, ossia la fatica a connettersi con le emozioni e i vissuti dell’altro, e la scarsa mentalizzazione, ovvero la difficoltà a rappresentarsi nella mente i pensieri e gli scopi dell’altro. Difficoltà verbali e non verbali nell’autismo Spesso in tali soggetti è presente anche la fatica a riconoscere e rispettare i turni di interazione. La difficoltà a sincronizzare il proprio linguaggio verbale e non verbale a seconda della situazione e delle regole sociali: ad esempio, può esserci la difficoltà ad adattare il registro linguistico, il tono di voce, il contatto visivo, la prossemica (cioè la vicinanza fisica all’interlocutore) e la gestualità a seconda della persona con cui si sta parlando, che può essere uno sconosciuto, il familiare o il migliore amico.A questi aspetti si aggiunge una scarsa consapevolezza emotiva ed una conseguente difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui. Questo può provocare frequenti incomprensioni e reazioni emotive eccessive in diversi contesti relazionali. Caratteristiche e sensibilità Il funzionamento percettivo, cognitivo e di apprendimento di una persona con autismo ad alto funzionamento sono peculiari: oltre alla presenza di risorse cognitive medio-alte, vi è una predilezione per il canale sensoriale visivo, un’attenzione maggiore ai dettagli, una possibile preferenza per i compiti ripetitivi.Possono esserci interessi rigidi e stereotipati, spesso affini al loro sistema di funzionamento (ad esempio interessi legati ai numeri, date, collezionismo, etc.). La loro particolare sensibilità al cambiamento può rendere particolarmente complessa l’organizzazione e la gestione della giornata, in età evolutiva e in età adulta.Tali caratteristiche, unite alla diagnosi spesso molto tardiva, rendono più difficile l’adattamento ad alcuni contesti di vita, sempre caratterizzati da situazioni sociali per loro complesse. Questo comporta un fattore di rischio maggiore di sviluppo di disturbi dell’umore ed altri disturbi psicologici, di dispersione scolastica e di disoccupazione. Sostegno psicologico per soggetti con autismo E’ utile e raccomandato un percorso di sostegno psicologico, individuale e di gruppo, che abbia come obiettivo lo sviluppo delle capacità di consapevolezza e gestione delle proprie emozioni. Ma anche per lo sviluppo delle abilità sociali e di strategie di problem-solving nella gestione della pianificazione e della routine quotidiana.Queste tipologie di intervento, unito ad altri interventi educativi e sociali, possono favorire un adattamento migliore al contesto di vita ed accompagnare l’individuo nelle varie tappe evolutive, nella direzione di una vita soddisfacente e vissuta in autonomia.
Autismo a scuola…prospettive per favorire l’inclusione

Quando siamo di fronte ad una diagnosi di disturbo dello spettro autistico ci troviamo contemporaneamente di fronte alla necessità di promuovere l’integrazione dell’allievo autistico nella scuola di tutti, e a dover individuare gli importanti contributi che possono derivare dal progetto educativo e dai programmi di intervento specifico. Bisognerebbe prendere in considerazione alcune metodologie di lavoro estremamente utili ai fini della promozione di una reale integrazione scolastica. La possibilità di trascorrere parte del tempo in classe risulta facilitata se si riescono ad adattare gli obiettivi individualizzati e quelli curricolari. Questa operazione è assai complessa e, di fatto, applicabile solo ai primi livelli di scolarizzazione e su alcune competenze che fanno riferimento ai punti di forza dei bambini autistici dette “isole di abilità”. Il riferimento è alle prospettive di lavoro comune su obiettivi di tipo visuo-spaziale o visuo-motorio (copia, incastri, collage, ecc.), sulle abilità di calcolo, sulle competenze di memoria meccanica, ecc. Per il bambino autistico, comunque, il semplice stare in classe può rappresentare di per sé un importante obiettivo relazionale, anche se impiega gran parte del suo tempo in attività individuali e ripetitive. Oltre ciò, anche se le attività che la classe mette in atto non sono adatte al livello dell’allievo, può essere utile per alcuni periodi farlo “partecipare alla cultura del compito” favorendo in qualche modo l’inclusione (Moretti, 1982; Rollero, 1997, Tortello, 1999). Su questo aspetto, poi, la letteratura testimonia alcune situazioni sorprendenti. Il caso più eclatante è quello di Donna Williams (1996), la quale nella sua autobiografia riferisce che l’essere stata inserita in una scuola normale le aveva permesso di accumulare moltissime informazioni sulle persone e sulle situazioni. La risorsa compagni in autismo Ci sono obiettivi che da parte dell’insegnante di sostegno non possono essere condivisi con la classe, per cui il bambino con autismo si ritrova spesso una modalità di rilevanza la possibilità di un insegnamento uno a uno, da svolgersi anche all’esterno della classe quando il tipo di lavoro da effettuare non è conciliabile con l’organizzazione dell’ambiente comune (ad esempio per la presenza di troppi stimoli distraenti). Tali momenti di uscita dalla classe dovrebbero però essere temporalmente limitati e programmati in maniera che possano ridursi con il progredire dell’azione educativa e dell’adattamento del bambino. Lo spazio per l’attività individuale dovrebbe essere organizzato secondo i principi dell’insegnamento strutturato tipici dell’approccio TEACCH. Una delle principali chiavi di successo del processo di integrazione scolastica risieda nello stimolare rapporti di amicizia e aiuto da parte dei compagni. Certamente, come sostengono Stainback e Stainback (1990), i rapporti di amicizia e di sostegno sono estremamente individuali, fluidi e dinamici, diversi a seconda dell’età e basati per lo più su una libera scelta derivante da preferenze del tutto personali. Tuttavia, questo non significa che essi non possano essere facilitati e sostenuti da azioni messe in atto da insegnanti e genitori e da un clima favorevole all’interno della classe. La caratteristiche comportamentali e cognitive del bambino autistico rendono molto complesso l’instaurarsi di rapporti interattivi di spessore significativo. Sono state messe in evidenza possibilità offerte alla didattica dall’analisi applicata al comportamento (ABA). Le strategie di valutazione ed intervento di derivazione cognitivo-comportamentale, i sistemi di insegnamento strutturato, la facilitazione di varie forme di comunicazione, l’educazione alla percezione degli stati mentali propri ed altrui, l’adattamento degli obiettivi individualizzati e di quelli di classe, l’utilizzo adeguato della risorsa compagni rientrano fra tali opportunità. Quali difficoltà si possono incontrare rispetto all’inclusione a scuola? A causa del deficit della comunicazione e dell’interazione sociale il bambino potrebbe avere problemi ad esprimere i propri bisogni, a sostenere una conversazione con i pari, a stabilire una relazione con i compagni di classe e con gli insegnanti. Anche la difficoltà nel condividere interessi, emozioni e giochi può rendere difficile l’inclusione del bambino nel gruppo classe. Spesso, il bambino autistico sembra assorbito dall’interesse per un oggetto o parte di esso. Per esempio, potrebbe utilizzare la penna per mettere in atto stereotipie motorie piuttosto che per scrivere e dare poca attenzione agli scambi sociali. Infatti, un’altra peculiarità dell’autismo riguarda comportamenti, interessi o attività ristretti e ripetitivi. Il bambino o il ragazzo può mettere in atto dei movimenti ripetitivi o basati su routine molto rigide e fare fatica ad adattare il comportamento all’ambiente in cui si trova. Inoltre, la rigidità comportamentale e di pensiero può essere causa di disagio di fronte a piccoli cambiamenti, a cui può reagire in modo inadeguato al contesto, anche a causa delle limitate abilità comunicative. Abbiamo visto che la scuola può essere fonte di stress e difficoltà per i bambini con autismo. Esistono però interventi mirati per aiutarli nella gestione dell’ambiente e delle peculiari attività scolastiche. Nell’articolo del 25 novembre vedremo quali sono e in che modo possono rivelarsi utili.
Attraversare insieme. L’adolescenza come valico psichico per figli e genitori

L’adolescenza non è soltanto un passaggio per chi la attraversa in prima persona. È un vero e proprio valico psichico che coinvolge simultaneamente figli e genitori, mettendo in crisi assetti relazionali, identificazioni e modalità di legame che fino a quel momento avevano garantito una certa stabilità. Quando un adolescente cambia, anche il genitore è chiamato a riorganizzare la propria posizione: non più garante onnipotente, ma neppure spettatore passivo di un processo che spesso appare disorientante e doloroso. Questo passaggio non avviene senza attriti. Il corpo che cresce, la sessualità che irrompe, la spinta alla separazione rendono necessario un riassetto dei confini psichici. L’adolescente è impegnato nel lavoro di soggettivazione, mentre il genitore è confrontato con una perdita: la perdita del bambino immaginato, della relazione di dipendenza che strutturava il legame, di un posto definito. È in questo scarto che emergono molte delle difficoltà che portano alla consultazione clinica. Nel lavoro con gli adolescenti, la presenza dei genitori non può essere considerata un elemento accessorio. Il sintomo del figlio si iscrive sempre in un campo relazionale e simbolico più ampio. Acting out, ritiro, dipendenze, sintomi somatici o difficoltà scolastiche interrogano non solo il soggetto adolescente, ma anche il modo in cui il legame familiare tollera la trasformazione e la separazione. L’adolescenza diventa così un passaggio di valico per l’intero sistema, un punto di crisi che può aprire a nuove possibilità o irrigidirsi in conflitti ripetitivi. L’intervento clinico con i genitori richiede una teoria della tecnica specifica. Non si tratta di educare o correggere le pratiche genitoriali, né di allearsi con il figlio contro l’autorità. Il lavoro clinico mira piuttosto a offrire uno spazio in cui i genitori possano interrogare la propria posizione, riconoscere le proprie angosce e rimettere in gioco il rapporto con l’Altro incarnato dal figlio che cambia. Il setting con i genitori costituisce un dispositivo particolarmente delicato. Deve essere sufficientemente separato da quello dell’adolescente, pur restando in relazione con esso. Colloqui dedicati, tempi e spazi specifici, una chiara distinzione dei ruoli permettono di evitare confusioni e collusioni. Il setting non è un luogo di restituzione del materiale del figlio, ma uno spazio di elaborazione della posizione genitoriale. Spesso i genitori arrivano portando una domanda urgente: fermare il comportamento problematico, riportare il figlio alla normalità, ristabilire un ordine perduto. Il lavoro clinico consiste nel trasformare questa richiesta in una domanda diversa, che riguarda il legame e non soltanto il sintomo. Ciò implica sostenere l’angoscia senza rispondervi in modo immediatamente adattivo, permettendo che emerga ciò che il cambiamento adolescenziale riattiva nella storia soggettiva del genitore. Dal punto di vista tecnico, è fondamentale che il clinico mantenga una posizione non giudicante e non prescrittiva. Interpretazioni premature o indicazioni normative rischiano di rinforzare sentimenti di colpa o di impotenza, irrigidendo ulteriormente la relazione. Il lavoro procede piuttosto attraverso micro-spostamenti: nominare ciò che è difficile da tollerare, restituire al genitore la possibilità di non sapere, introdurre una distanza tra il comportamento del figlio e l’identità genitoriale. L’adolescenza mette spesso i genitori di fronte al proprio rapporto con il limite, con la perdita e con il desiderio. Alcuni faticano a lasciare andare, altri si ritirano troppo presto; alcuni rispondono con un eccesso di controllo, altri con una delega totale. L’intervento clinico non mira a stabilire quale sia la giusta distanza, ma a permettere che questa distanza possa essere pensata e modulata, invece che agita. Quando il setting con i genitori tiene, esso diventa un sostegno fondamentale anche per il lavoro con l’adolescente. Non perché i genitori debbano collaborare in senso adattivo, ma perché possono occupare una posizione meno angosciata, meno intrusiva, più simbolicamente disponibile. In questo modo, il passaggio adolescenziale può svolgersi senza che il sintomo debba farsi carico di tutto il peso della trasformazione. L’adolescenza, come ogni valico, espone al rischio di smarrimento, ma anche alla possibilità di un cambiamento profondo. Accompagnare figli e genitori in questo attraversamento significa sostenere una doppia trasformazione: quella del soggetto che cresce e quella dell’Altro che deve rinunciare a essere ciò che era. È in questa reciproca riorganizzazione che il lavoro clinico trova il suo senso più autentico.
Attenzione: problematiche e interventi riabilitativi

Quali sono le problematiche più comuni che coinvolgono l’attenzione in età evolutiva e gli interventi riabilitativi consigliati. Il termine attenzione non ha una definizione univoca e condivisa, ma si può pensare a una funzione di base necessaria per eseguire tutte le comuni attività cognitive, emotive e comportamentali. Quali sono le problematiche più comuni in età evolutiva? In età evolutiva una delle patologie più frequenti che riguarda l’attenzione è il Disturbo da deficit attentivo (DDAI). In questo caso, il bambino, con un Q.I. nella norma, non riuscirà a mantenere l’attenzione a lungo, spesso può essere irrequieto, lavorare in modo disorganizzato soprattutto in compiti che richiedono un notevole sforzo. Esistono poi deficit di attenzione nel Disturbo dello Spettro Autistico o nel Ritardo Mentale. Cosa è importante fare in questi casi? Le metodologie di intervento in età evolutiva avvengono a tre livelli: individuale, su bambini; familiare; scolastico. Ad ogni livello è opportuno intervenire sia con metodologie cognitivo-comportamentali sia con metodologie che servano a rendere più funzionali le emozioni. La cosa più importante da fare è creare un contesto pulito, ben organizzato, con regole chiare e condivise da tutti i caregivers. Le regole, ad esempio, sono fondamentali per il processo di adattamento. E’ come se rappresentassero i binari entro cui canalizzare le energie, senza i binari il treno può deragliare. Vediamo insieme alcuni modi per rendere più efficace la proposta delle regole: esprimere le regole al positivo; parlare poco senza troppe ripetizioni; le regole devono essere concrete; vanno date nel momento giusto; le regole devono essere poche. Altre procedure cognitivo-comportamentali che possono essere utilizzate sono: i rinforzi, eventi che aumentano la probabilità di emissione di un comportamento; la token economy (vedi questo articolo); l’estinzione, che consiste nell’ignorare un comportamento che solitamente richiede attenzione; lo shaping o modellaggio, che consiste nel rinforzare ogni approssimazione sempre più simile al comportamento che si vuole raggiungere; l’imitazione affinchè il caregiver si ponga come modello costante e coerente del comportamento da seguire.
Attacco di panico: il Gatto con gli stivali 2

Il Gatto con gli stivali 2: il disturbo di attacco di panico. Mi piacciono tanto i film di animazione, perché sanno trattare temi complessi della psiche umana in modo tanto semplice quanto divertente e graficamente accattivante. Quando incontro pazienti con disturbo da attacco di panico, consiglio loro di guardare il film “il Gatto con gli stivali 2: l’ultimo desiderio”. Gli autori descrivono in modo accuratissimo alcuni dei meccanismi cognitivi, emotivi e corporei che entrano in gioco in un attacco di panico. Non mi credete? Analizziamo insieme questo piccolo estratto! Gatto viene inseguito dal lupo che personifica la Morte. Ogni volta che Gatto anche solamente immagina il Lupo, comincia ad avere dei sintomi fisici: si dilatano le pupille e si rizza il pelo. Gatto ha quindi un pensiero ricorrente quando vede o anche solo immagina Lupo: potrei morire. Questo pensiero gli genera ansia, che porta con sé dei sintomi fisici, come tachicardia, sudorazione, respiro affannoso. L’ansia lo porta però anche a correre, per sfuggire alla minaccia di morte. Durante la corsa nel bosco emergono altri bias cognitivi che abbiamo già trattato in un precedente articolo, sempre grazie all’aiuto del buon vecchio Disney (Biancaneve fugge nel bosco: il ruolo dei bias attentivi nell’ansia). Ma la corsa stessa gli porta ad aumentare tutti quei sintomi già di per sé associati all’ansia, ovvero proprio la tachicardia, la sudorazione e l’affanno. Questi sintomi supportano a loro volta l’idea che allora è vero che potrebbe morire! Si sta sentendo male… e questo aumenta nuovamente l’ansia, in un circolo che si autoalimenta all’infinito. Come si interrompe tale circolo? Gli autori hanno pensato anche a questo. Nel video vediamo arrivare Perrito, il dolce e pure cagnolino che, senza infierire ed entrare nel merito dell’attacco di panico, semplicemente si accoccola serenamente e silenziosamente accanto a Gatto. La vicinanza ad una persona (o anche un animale), ci porta inevitabilmente, con calma, a sintonizzare il nostro respiro e il nostro stato emotivo all’altro. Inoltre, Gatto comincia ad accarezzare Perrito, introducendo un altro elemento. Gatto sta cioè spostando la sua attenzione, dal pensiero di morte, ad un dato concreto, reale e presente, che impegna i 5 sensi: la sensazione di accarezzare il pelo del dolce compagno. Ancora una volta, Disney e Universal Pictures ci prendono! Nella loro semplicità, ecco due piccole strategie per calmare al momento un attacco di panico.
ATTACCAMENTO DIGITALE E L’IA

Immagina di tornare a casa dopo una giornata intensa e di afferrare il telefono non per aprire Instagram, ma per avviare una conversazione con un chatbot. Parliamo di attaccamento digitale, il fenomeno per cui si instaura un legame emotivo con un’entità virtuale. Racconti le tue ansie e le tue paure, e l’IA risponde con frasi pensate per essere comprensive, suggerendo esercizi di respirazione o pensieri alternativi. In pochi istanti percepisci un sollievo; è sorprendente, se si considera che quel dialogo è gestito da un algoritmo. Il concetto di attaccamento digitale prende forma attraverso due processi principali. Il primo è l’antropomorfismo, cioè la tendenza a proiettare intenzioni e sentimenti su un software. Quando il chatbot utilizza il tuo nome o esprime frasi di conforto, il cervello interpreta il messaggio come proveniente da un interlocutore umano. Il secondo processo riguarda il bisogno di relazione: in periodi di isolamento o stress, un partner digitale può sembrare un’opportunità di dialogo costante e priva di giudizio. Le applicazioni più diffuse per il supporto emotivo si basano su modelli linguistici e mappe emozionali per: Identificare il tono emotivo nei messaggi (ad esempio, tristezza o ansia); Adattare le risposte per rispecchiare empatia; Suggerire tecniche di coping, come esercizi di respirazione o di journaling. Studi preliminari indicano che conversazioni regolari con chatbot possono contribuire a una diminuzione dei sintomi di ansia lieve o di depressione, fornendo un accesso immediato a strategie di auto-aiuto. Al contempo, emerge la necessità di valutare i possibili effetti a lungo termine di questo tipo di interazione. Un altro aspetto riguarda il bias dell’automazione: la propensione ad attribuire alle macchine qualità di neutralità e oggettività. L’IA, infatti, elabora risposte basate sui dati con cui è stata addestrata, incluse eventuali distorsioni presenti in questi dataset. Per un uso consapevole delle tecnologie di supporto emotivo è utile considerare alcuni suggerimenti: Definire limiti di utilizzo quotidiano del chatbot; Tenere un diario delle conversazioni rilevanti, confrontandole, se necessario, con il parere di esperti; Verificare le fonti e approfondire i consigli forniti dall’IA. In sintesi, l’attaccamento digitale descrive un nuovo tipo di interazione fra persone e intelligenze artificiali, caratterizzato da risposte personalizzate e disponibili in qualsiasi momento. Comprendere le dinamiche alla base di questo fenomeno può favorire un approccio informato e bilanciato all’utilizzo di questi strumenti.
ATREO E TIESTE: PROLOGO.

di Raffaele Ioannoni Ti ricordi il mito di Tantalo? Non temere, se ti sei perso l’articolo precedente, lo puoi recuperare qui. Dopo il tremendo banchetto, gli dèi, mossi da pietà, riportarono in vita il povero Pelope. Il figlio di Tantalo ebbe due figli: Atreo e Tieste. Un giorno il sovrano di Micene, loro parente, morì senza eredi. Il popolo della città, non sapendo chi eleggere come nuovo re, decise di rivolgersi ad un oracolo che diede il suo responso: “Uno dei figli di Pelope sarà il nuovo re di Micene. Che i due siano lasciti liberi di decidere a chi spetta il trono, gli dèi saranno testimoni.” ATREO E TIESTE: LA LOTTA PER MICENE. Il tempo passò e i due fratelli non si erano ancora messi d’accordo su chi dei due sarebbe diventato il re di Micene: entrambi volevano quella carica prestigiosa e nessuno voleva cedere il passo all’altro. Ma come uscire dall’impasse? Atreo aveva un gregge numeroso, pieno di splendidi animali. Il suo fiore all’occhiello? Un agnello dal vello d’oro. Era molto fiero della sua bestia e aveva paura che qualcuno potesse rubargliela. Così decise di nasconderla. “Nessuno sa dove sia il mio amato animale, nessuno! Eccetto me e mia moglie Erope!” E già, sua moglie Erope… Piccolo imprevisto. Erope era segretamente innamorata di Tieste. Lo amava alla follia. Il cognato l’aveva sempre rifiutata ma Erope non si diede mai per vinta. Un giorno i due si incontrarono nei corridoi del palazzo di Micene. “Tieste, mio amato, se giacerai con me, ti darò una cosa che tutti vogliono ma che nessuno sa dove sia. Il prezioso vello d’oro che tuo fratello tanto ama.” A Tieste scintillarono gli occhi. E i due giacquero quella stessa notte. L’indomani, Tieste si recò dal fratello Atreo con una proposta: chiunque fosse riuscito entro il pomeriggio a procurarsi un vello d’oro, sarebbe diventato il re di Micene. Ignorando il tradimento di Erope ed il furto di Tieste, Atreo accettò, sicuro della sua vittoria. Povero ingenuo. Grazie al suo inganno, Tieste fu nominato re di Micene. Tuttavia, Zeus aveva a cuore Atreo e decise di aiutarlo. Il re dell’Olimpo, elaborò un piano ed inviò Hermes con un messaggio: “Atreo, figlio di Pelope, proponi a tuo fratello questo patto: se domani il sole tramonterà ad est, lui dovrà cederti il trono perché dimostrerai di avere il favore degli dèi.” Così Atreo fece questa proposta al fratello, il quale accettò. Del resto, era una cosa talmente assurda! Quando mai il sole non è tramontato ad ovest! Ebbene, il prodigio accadde: quello fu l’unico giorno nella storia del mondo in cui il sole tramontò ad est. Tieste fu costretto a cedere il trono al fratello perché aveva mostrato di avere il favore degli dèi. Ed Atreo divenne il nuovo re di Micene. il primo ordine che impartì? Bandire Tieste dalla città. Fine della storia? Assolutamente no. Questo è solo l’inizio dei terribili intrighi che i due fratelli ordirono l’uno nei confronti dell’altro. Edgar Allan Poe alla fine de “la lettera rubata”, scrive: “Un dessein si funeste, s’il n’est digne d’Atrée, est digne de Thyeste.” E non ha tutti i torti. E presto scoprirai perché. ATREO E TIESTE: L’INGANNO DI ATREO. Non passò molto tempo che Atreo scoprì l’intrigo di Tieste e l’adulterio di Erope. Così decise di vendicarsi. Organizzò un banchetto. Indovinate chi era l’invitato speciale? Proprio il suo amato fratello. Atreo fece chiamare a corte Tieste. “Caro fratello, voglio seppellire l’ascia di guerra e lasciare le nostre divergenze alle spalle, sii ospite nel mio palazzo e godi del sontuoso pasto che ti ho preparato!” E Tieste accettò l’invito. La tavola era imbandita con ogni ben di dio e le portate principali erano tutte a base di carne: spezzatini, costate, salsicce… chi più ne ha più ne metta! Tieste bevve e mangiò a sazietà. “Aspetta caro fratello”, disse Atreo con occhi di fuoco, “manca ancora la portata principale!” Nella sala del banchetto entrarono tre servi e ognuno di loro portava un vassoio coperto da un drappo. Il re di Micene disse, con un ghigno malvagio: “Ecco Tieste, goditi pure la portata principale…” I servi tolsero il drappo dai loro vassoi rivelando ciò che tenevano nascosto: le teste mozzate dei suoi tre ragazzi. La consapevolezza di ciò che era accaduto attraversò gli occhi di Tieste come un freddo lampo: Atreo aveva fatto a pezzi i suoi figli per poi darglieli in pasto con l’inganno. ATREO E TIESTE: L’INTRIGO DIVINO Ebbene sì, Tieste si era nutrito del sangue del suo sangue. Era atterrito. Era sgomento. Si alzò di scatto da quell’orrido banchetto e scappò da Micene. Si rifugiò a Sicione dove viveva un’altra figlia chiamata Pelopia. Il fratello di Atreo era incapace di darsi pace e presto il desiderio di vendetta si impossessò di tutto il suo essere. Ma come compierla? Ormai era impossibile per lui entrare a Micene: lo avrebbero sicuramente ucciso. Ma allora che fare? Tieste decise di rivolgersi all’ oracolo il quale gli rivelò l’unico piano in grado di poter uccidere il proprio fratello. Mentre ascoltava il vaticinio della pizia, mentre ascoltava cosa avrebbe dovuto fare per vendicarsi di Atreo, Tieste si sentì svenire: non poteva credere alle sue orecchie. Ma lasciamo per un momento Tieste alle prese con il suo desiderio di vendetta. Una notte di luna piena, Pelopia decise di recarsi al lago appena fuori città ma la sventurata non si accorse di un uomo mascherato nascosto tra i cespugli. Pelopia si sentì presa per il collo e fu stuprata da quest’uomo che, nella fretta di fuggire, non si accorse che la sua preziosa spada, intarsiata di oro ed argento, era caduta dal fodero. La povera ragazza passò molti giorni a piangere chiusa nella sua stanza giurando che non avrebbe mai raccontato l’accaduto ad anima via. E nel mentre, fissando con occhi carichi d’odio la spada che era appartenuta al suo stupratore, meditava vendetta. Nel frattempo, nel freddo palazzo di Micene, Atreo non dormiva sonni tranquilli. Temeva di aver perso il favore degli dèi
ATELOFOBIA e La Ricerca della Perfezione

L’Atelofobia, è un disturbo psicologico collegato al desiderio maniacale di essere perfetti in ogni cosa, la parola deriva dal greco ατελ?ς, atelès, “imperfetto, incompleto” e φ?βος, phóbos, “paura”, ed è quindi la “paura dell’imperfezione”. Le persone con Atelofobia mancano di fiducia in sé stesse ed erroneamente ritengono che verranno accettate dagli altri solo nella misura in cui saranno ineccepibili, perfette e sempre disponibili nei confronti altrui. Pertanto, si sforzano di eccellere in ogni campo della vita, si mostrano esageratamente compiacenti, immaginando che questo atteggiamento è ciò che gli altri si aspettano da loro. In realtà tali standard e la critica non sono richieste che provengono dall’esterno ma dalla persona stessa che si tratta in modo esageratamente severo. Essi potrebbero avere avuto dei genitori, o altre figure significative, molto esigenti che li hanno spinti a perseguire obiettivi impraticabili, pena l’essere sottoposti a severe critiche o punizioni. L’Atelofobia, essendo marcata fortemente dalla paura dell’imperfezione, porta le persone che ne soffrono a giudicarsi molto duramente, spesso fissando obiettivi troppo elevati e non realistici. Questa tendenza al porsi obiettivi irrealistici porta, nel momento in cui non vengono raggiunti, a provare rabbia e risentimento e ad una forte paura che il fallimento possa riproporsi in futuro e quindi preferiscono evitare di esporsi. Esistono diversi sintomi psicologici che si possono considerare tipici dell’Atelofobia: frequenti comportamenti di evitamento, sentimenti di impotenza, ansia e paura estrema, paura di perdere il controllo, confusione, irritabilità e mancanza di concentrazione. Possono comparire anche sintomi fisici, come iperventilazione, secchezza delle fauci, palpitazioni, nausea, mal di testa e sudorazione eccessiva. Se si mostrano segni di Atelofobia, è importante consultare un professionista della salute mentale. Le opzioni di trattamento possono includere cambiamenti nello stile di vita, terapia dell’esposizione, terapia cognitivo-comportamentale, la mindfulness e, in alcuni casi, farmaci. In generale, il superamento dell’atelofobia non è un processo semplice, ma che richiede pazienza, volontà e cooperazione da parte dell’individuo colpito.
Assertività: come svilupparla nella relazione con i figli?

Che cos’è l’assertività? Cosa vuol dire essere assertivo? E quali sono i vantaggi dell’essere assertivi anche con i propri figli? L’assertività fa riferimento alla capacità di una persona di esprimere ciò che pensa in modo chiaro e rispettoso. Possiamo immaginarla lungo un continuum dove, da un lato, si pone il comportamento aggressivo che tende a prevaricare gli altri; dall’altro lato, un comportamento passivo, in cui non si riescono a fare valere i propri bisogni. Vediamo cosa può fare un genitore per sviluppare anche nei propri figli la capacità di essere assertivi: essere assertivi: il cervello dei bambini si sviluppa attraverso i comportamenti che si osservano nei genitori. Numerose ricerche dimostrano che i vantaggi dell’essere assertivi sono tanti: può aumentare la sicurezza di sè, si possono ridurre i conflitti, così come si può avere un elevato senso di autoefficacia. osserva quando il tuo bambino rimane in silenzio e aiutalo a dare voce a quel silenzio. Soltanto così potrà imparare ad esprimere i propri desideri, ma anche le proprie paure. Per poter diventare assertivi, è necessario essere consapevoli dei propri diritti. Quali sono i diritti di ciascun bambino? Diritto di essere trattati con rispetto e dignità; Avere ed esprimere sentimenti e opinioni. Anche se non si è d’accordo, il tuo bambino merita lo stesso rispetto e lo stesso ascolto. Diritto di giudicare le proprie necessità, stabilire le priorità e prendere decisioni. Osserva i suoi gesti e le sue parole, ti aiuteranno a comprendere ciò che vuole a seconda dei suoi bisogni; Dire di no senza sensi di colpa; ci si può rifiutare di fare qualcosa senza sentirsi in colpa, lascia che accada e lascia che il tuo bambino spieghi le proprie motivazioni, attraverso il confronto e il dialogo; Diritto di chiedere quello che si vuole (e l’altro di accettare o meno se soddisfare quel desiderio); Diritto di cambiare; Diritto di sbagliare. Aiutiamo il bambino a capire che non è grave se succede; Diritto di avere successo. Riconosci le doti di tuo figlio, altrimenti lui come potrà riconoscerle? Riposare e isolarsi; Diritto di non essere assertivo. Com’è possibile? Capita a tutti, in determinati momenti, di voler restare in disparte o di reagire in modo più aggressivo. Bisogna dare la possibilità ai propri figli di reagire in modi diversi a seconda dei momenti. La cosa importante per l’adulto rimane sempre la stessa: esserci!