La speranza per il futuro

La speranza è l’emozione che si prova quando il futuro viene vissuto come dimensione del possibile in relazione ai propri bisogni e desideri. “Quando noi speriamo, e attendiamo che si realizzi quello che speriamo, noi vediamo l’avvenire muoversi verso di noi: come una stella che, vertiginosa, si avvicini alla terra“. (E. Borgna) La speranza si colloca alla base dell’esperienza esistenziale di ogni persona poichè in essa si radica la percezione del fluire del tempo. Secondo Borgna, a differenza del tempo dell’attesa, che appartiene ad un avvenire immediato, il tempo della speranza ha in sé un avvenire più ampio, lontano. Non legato ad un determinato evento, né ad una immagine definita. Minkowski distingue due tipi di speranza: l’espérance e l’espoir. La prima si apre al divenire in un movimento ininterrotto verso un futuro indeterminato e inafferrabile. La seconda, invece, ha a che fare con la vita quotidiana e ha carattere concreto. Egli sostiene che se si è capaci di sperare nella vita di ogni giorno è solo perchè, nella speranza, c’è sempre un riflesso dell’espérance. Di quello slancio verso il futuro che rende il domani una meta sempre possibile. Quando si spegne la speranza La speranza può spegnersi in presenza di stati emotivi alterati, ansiosi o depressivi. Nell’ansia vi è una accelerazione del tempo che fa sì che il futuro venga vissuto come già realizzato in un presente invaso dalle inquietudini del passato. Si crea un vortice temporale, in cui la dimensione del futuro cessa di essere orizzonte del possibile per attualizzarsi mediante un’anticipazione di eventi, perlopiù negativa e catastrofica, che non è libera ma caratterizzata da una certa ripetizione. Una forma fissa e rigida dettata dagli ideali e dal copione di vita. L’ansia sottrae all’esistenza la sua quotidianità generando talvolta vissuti di smarrimento ed estraneità che, all’estremo, come negli attacchi di panico, possono sfociare in uno stato d’animo di morte imminente. Nella depressione, invece, il tempo rallenta in un presente senza fine in cui dilagano le ombre del passato. Il futuro si oscura fino a scomparire, nelle forme più gravi, ed il vivere può assumere la forma di un lento morire. La speranza, il presente e la vita La speranza è dunque l’emozione che apre al futuro e, più ampiamente, alla vita. Poiché connaturata nella tendenza innata alla crescita e all’autorealizzazione, se il processo vitale si blocca e la continuità dell’esperienza si interrompe, tende ad indebolirsi. A eclissarsi. Quando la persona non può entrare in contatto con il presente della realtà interna ed esterna che vive, l’esistenza si traduce nella ripetizione di un passato che non lascia spazio a nuove possibilità.
La solitudine dei nostri tempi

La solitudine dei tempi che viviamo è una solitudine in cui predominano l’individualismo, la competizione e la negazione dell’autenticità. Una solitudine che ha il sapore della chiusura, dell’indifferenza. Delle relazioni liquide e della mancanza d’amore. Radicalmente diversa dalla solitudine sana, che porta a sintonizzarsi con i valori della vita e della compassione, si tratta di una solitudine che non risponde alla nostra vera natura e al bisogno che abbiamo tutti di stare in relazione. La solitudine è condizione fondamentale della vita Nella solitudine incontriamo noi stessi. Le nostre emozioni, i nostri bisogni. Entriamo in contatto con le esigenze che emergono nel flusso continuo della nostra coscienza, con le tensioni e, anche, con le inquietudini della nostra anima. Lo esprimeva in modo chiaro Leopardi: “La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene, stai benissimo; se sei solo e stai male, stai malissimo“. Solitudine è silenzio, ascolto. Quella dimensione grazie alla quale siamo in grado di connetterci alle nostre parti più profonde. E’ attraverso questa esperienza che possiamo accedere ad una intimità non solo con noi stessi ma anche con l’altro: la relazione nasce dall’incontro di due solitudini. L’evitamento e la paura di guardarsi dentro Molte persone tendono ad evitare la solitudine poiché la vivono come qualcosa di negativo. Sono alla continua ricerca di compagnia e stimoli con cui riempire il tempo e ogni spazio vuoto. La società in cui viviamo, che dà più valore al fare che al sentire, e all’immagine che all’essere, svaluta l’importanza della solitudine nella sua forza vitale e creatrice. Vi è una paura diffusa di guardarsi dentro. Di mettere a nudo le proprie fragilità, di perdere le difese onnipotenti. Di ritrovarsi smarriti, senza gli appoggi esterni. E, al tempo stesso, di instaurare legami affettivi significativi. La cultura narcisistica in cui siamo immersi, nel trasmettere ideali di invulnerabilità, spinge verso la negazione delle parti autentiche indesiderate. Questo processo di alienazione da sé stessi, tuttavia, non fa che danneggiare la salute nei termini di una perdita di sé che spesso si traduce in vuoto esistenziale con vissuti a volte molto dolorosi di angoscia e frammentazione. L’isolamento La solitudine in alcuni casi può diventare un rifugio, una forma di isolamento. L’altro volto della solitudine narcisistica dei tempi che viviamo. Mentre chi fugge dal contatto con se stesso spesso si aggrappa ad una immagine di grandiosità, chi si ritira in sé evita il contatto con l’altro e tende a precipitare nella svalutazione di se stesso. Alla base vi è generalmente la paura di non essere all’altezza dei propri ideali narcisistici e delle aspettative esterne. La paura di essere rifiutati, traditi, abbandonati. A differenza della solitudine sana che conserva la connessione con il mondo delle relazioni, l’isolamento porta a sentirsi fortemente soli, lontani e persino estranei alle cose e agli altri. La chiusura verso l’ambiente esterno può accompagnarsi, all’estremo, ad uno spegnimento dello slancio vitale e ad una perdita della speranza, come negli stati depressivi. L’esperienza di sé perde la sua continuità, il suo libero fluire, per coagularsi e sgretolarsi. Dalla chiusura narcisistica all’intimità Riscoprire la funzione sana delle solitudine vorrebbe dire riappropriarsi di se stessi, della propria autenticità. Al di fuori di ideali e maschere, di grandiosità e svalutazioni. Riconoscere la realtà del proprio valore e della propria esistenza. Vorrebbe dire poter incontrare e tenere insieme tutte le proprie parti e sperimentare la continuità del sé. Costruire una comunicazione esistenziale fatta della solitudine di chi parla e della solitudine di chi ascolta, nel fluire di una relazione intima dove l’Io e il Tu si guardano, si riconoscono e si aprono insieme alla natura del loro incontro.
La sindrome dell’impostore: se il comportamento è Fake

Le prime osservazioni sul fenomeno della sindrome dell’impostore risalgono alla fine degli anni 70 del 900 in America. Essa si manifesta prevalentemente con una sensazione di disagio psicologico in cui una persona non si sente meritevole del successo raggiunto, con conseguente rimorso. Secondo le psicologhe Clance e Imes, infatti, nella sindrome dell’impostore, l’individuo si sente incompetente ed inadeguato riguardo allo status in cui vive (ad esempio professionale). Attribuisce, inoltre, il raggiungimento di un risultato positivo a cause esterne, come la fortuna o una sovrastima di se da parte degli altri. La definizione di impostore rimanda al senso di colpa vissuto e amplificato, che non consente di godere della gratificazione. Da ciò ne derivano comportamenti atti ad evitare di essere smascherati. Il malessere è legato prevalentemente alla scarsa valutazione di se: l’autostima e l’immagine di se stessi sono costellate di aspetti negativi e svalutanti, a cui si aggiunge solitamente ansia e paura di fallire. Colui che si sente un impostore, in realtà ha la tendenza ad essere troppo critico su se stesso e spesso, ha alle spalle, genitori giudicanti e competitivi. Nell’era digitale, la situazione si complica: spesso la condivisione sui social di un successo, genera nell’osservatore la capacità di non analizzare la situazione nel complesso. Il risultato sembra essere stato raggiunto dall’altro con estrema facilità, mentre per noi tutto è così irrangiungibile e complicato. Al contrario, se non ci si facesse sopraffare dalla sindrome, guarderemmo il successo altrui, come frutto di impegno e sacrificio, proprio come per noi. Dalle recenti ricerche su questo fenomeno, si evidenzia che molte persone hanno fatto, almeno una volta, esperienza di inadeguatezza, soprattutto di fronte a delle sfide impegnative. Il raggiungimento del successo, ovviamente, non dipende da tali pensieri negativi. Esso invece è dettato da motivazione e rimodulazione cognitiva sulle proprie reali capacità e competenze.
La Settimana del Benessere Psicologico

Raffaele Felaco descrive la storia dell’iniziativa della settimana del benessere psicologico. La prima edizione fu ideata nel 2009 con lo scopo di promuovere la psicologia professionale, grazie all’aiuto dei vari istituti di psicoterapia. Nel 2010 Felaco diventò presidente dell’ordine degli psicologi della Campania, e creò l’iniziativa “Città amiche del benessere psicologico” con lo scopo di far conoscere tutti i colleghi nel proprio territorio, in ogni comune e città venivano quindi presentati i vari colleghi, grandi e numerosi manifesti allestivano le città e tutti i sindaci accolsero questa iniziativa, Fino ad allora infatti l’ordine degli psicologi aveva un’amministrazione burocratica centralizzata nella città capoluogo ed era quindi sconosciuto nei vari territori. Da allora Felaco creò un’altra iniziativa, ovvero le assemblee pubbliche in cui potevano partecipare tutti i colleghi e portare il loro contributo. Questo è continuato per 10 anni fino ad oggi, il successo lo si vede già nella prima edizione in cui parteciparono 182 comuni, diventando un evento culturale per la regione. Infatti un manifesto dell’iniziativa è apparso addirittura in una scena di un film. Oggi questo non è più possibile a causa di vari cambiamenti, infatti quest’anno la settimana del benessere psicologico si svolge in rete sul web, in cui grazie all’aiuto e al contributo dei colleghi si è creata una piattaforma online. In questa piattaforma sono stati raccolti più di 100 video e cartoline con le bellezze del nostro paese inviate da colleghi in molte parti d’Italia, e potranno essere sempre disponibili per la visione.
La resilienza psicologica: la capacità di superare le avversità

La resilienza è la capacità di un individuo di adattarsi, affrontare e superare le difficoltà, lo stress e le avversità della vita. Negli ultimi anni, questo concetto è diventato sempre più centrale nella psicologia, soprattutto in un contesto di rapidi cambiamenti sociali, economici e personali. Ma cosa significa realmente essere resilienti? È una capacità innata o può essere sviluppata? In questo articolo, esploreremo la natura della resilienza, i fattori che la influenzano e come possiamo coltivarla per affrontare meglio le sfide della vita. Cos’è la resilienza psicologica? In origine, il termine “resilienza” era usato in ingegneria per descrivere la capacità di un materiale di ritornare alla sua forma originale dopo essere stato deformato. In psicologia, la resilienza ha un significato simile: è la capacità di “rimbalzare indietro” dopo una crisi o un trauma. Tuttavia, non si tratta solo di “resistere” alle difficoltà, ma anche di crescere e svilupparsi attraverso di esse. Essere resilienti non significa non provare emozioni negative o evitare le difficoltà, ma piuttosto affrontarle in modo costruttivo. La resilienza comporta l’uso delle risorse interne ed esterne per superare momenti di crisi e trasformare le esperienze difficili in opportunità di crescita. I Fattori che Influenzano la resilienza La resilienza non è una qualità fissa, ma una capacità che può variare da individuo a individuo e che può essere coltivata e rafforzata. Alcuni dei fattori principali che influenzano la resilienza includono: Supporto Sociale: Avere una rete di supporto composta da amici, familiari e colleghi è uno dei fattori più importanti per la resilienza. Le relazioni significative possono fornire conforto, sicurezza e consigli utili nei momenti di crisi. Autostima e Fiducia in Sé Stessi: Una sana autostima e la fiducia nelle proprie capacità aiutano a percepire le difficoltà come sfide piuttosto che come ostacoli insormontabili. Capacità di Risoluzione dei Problemi: Le persone resilienti tendono a cercare soluzioni piuttosto che concentrarsi esclusivamente sui problemi. Questo approccio attivo e proattivo aiuta a mantenere il controllo e ridurre l’ansia. Flessibilità Cognitiva: La capacità di cambiare prospettiva e di adattarsi a nuove situazioni è cruciale per la resilienza. Le persone resilienti sono in grado di accettare che alcune cose non possono essere cambiate e si concentrano su ciò che è sotto il loro controllo. Gestione dello Stress: Tecniche come la mindfulness, la meditazione, la respirazione profonda e altre strategie di rilassamento possono aiutare a mantenere la calma anche nei momenti di forte pressione. Il ruolo della neuroplasticità nella resilienza La ricerca neuroscientifica ha dimostrato che il cervello umano è “plasmabile”, ovvero capace di cambiare e adattarsi nel tempo, un fenomeno noto come neuroplasticità. Questo significa che, attraverso l’esperienza e l’apprendimento, possiamo modificare i nostri schemi di pensiero e comportamento. La neuroplasticità gioca un ruolo cruciale nella resilienza, poiché permette di sviluppare nuove strategie per affrontare le difficoltà, migliorando così la nostra capacità di adattamento. Ad esempio, la pratica regolare di attività che promuovono la calma, come la meditazione o l’esercizio fisico, può ridurre l’attività dell’amigdala (l’area del cervello responsabile della risposta allo stress) e aumentare quella della corteccia prefrontale, che è associata alla pianificazione e alla regolazione emotiva. Come sviluppare la resilienza Anche se alcune persone sembrano naturalmente più resilienti di altre, è possibile sviluppare e potenziare questa capacità con il tempo e la pratica. Ecco alcune strategie che possono aiutare a coltivare la resilienza: Costruire una Rete di Supporto: Investire nelle relazioni interpersonali, cercando connessioni significative e circondandosi di persone positive. Avere qualcuno con cui parlare nei momenti di difficoltà può fare la differenza. Sviluppare il Pensiero Positivo: Allenarsi a cercare il lato positivo delle situazioni, anche in mezzo alle difficoltà. Questo non significa negare le emozioni negative, ma riconoscere che ogni crisi può essere un’opportunità di crescita. Stabilire Obiettivi Realistici: Dividere i problemi complessi in obiettivi gestibili può aiutare a ridurre la sensazione di sopraffazione. Lavorare su piccole vittorie quotidiane rafforza la fiducia in se stessi. Praticare la Gratitudine: Coltivare la gratitudine aiuta a concentrarsi sugli aspetti positivi della vita, riducendo lo stress e promuovendo il benessere. Un semplice esercizio può essere quello di annotare ogni giorno tre cose per cui si è grati. Imparare a Gestire le Emozioni: La consapevolezza emotiva è fondamentale per la resilienza. Riconoscere, accettare e gestire le emozioni, senza esserne travolti, permette di affrontare le difficoltà con maggiore lucidità. Mantenere uno Stile di Vita Sano: Un’alimentazione equilibrata, un sonno adeguato e l’esercizio fisico regolare contribuiscono a mantenere l’equilibrio psicofisico, migliorando la capacità di fronteggiare lo stress. Il paradosso della resilienza Uno degli aspetti più interessanti della resilienza è il cosiddetto “paradosso della resilienza”. Le persone che attraversano eventi traumatici o momenti difficili spesso emergono più forti e con una maggiore capacità di affrontare le avversità future. Questo fenomeno è noto come “crescita post-traumatica”. La sofferenza, in alcuni casi, può portare a una ristrutturazione dei valori, delle priorità e del senso della vita, aprendo la strada a un nuovo livello di resilienza. La resilienza psicologica è una qualità preziosa che ci permette di affrontare le sfide della vita con maggiore forza e adattabilità. Non si tratta di evitare le difficoltà, ma di imparare a trasformarle in opportunità di crescita. Ognuno di noi, a modo suo, ha il potenziale per diventare più resiliente, coltivando le risorse interne ed esterne che ci permettono di navigare attraverso le tempeste della vita. In un mondo in costante cambiamento, la resilienza rappresenta una risorsa indispensabile per mantenere il benessere e la salute mentale. L’impegno quotidiano nel rafforzare questa capacità può aiutarci non solo a superare le difficoltà, ma anche a vivere una vita più piena, equilibrata e significativa.
La relazione basata sull’orbiting: ci sei o non ci sei?

Un nuovo modo di creare una relazione, che sta sviluppandosi soprattutto attraverso l’utilizzo smodato dei social è l’orbiting. Questo termine, di origine anglosassone, significa appunto, orbitare, girare intorno a qualcosa o a qualcuno. Concretamente, nell’orbiting, una persona esprime verbalmente la decisione di interrompere la relazione con qualcuno, ma in effetti, il suo comportamento manifesta esattamente l’opposto. Abbiamo, quindi, la fine di una frequentazione reale, del piacere di incontrarsi, per poi essere presente solo ed esclusivamente nella vita virtuale. La manifestazione più palese dell’orbiting è caratterizzata dai likes sulle varie piattaforme di socializzazioni, dalle visualizzazioni e dai commenti ai posts e stories pubblicati. Il continuo orbitare nella vita dell’altro, in primis, crea confusione e disagio nella vittima, ma anche un senso di sfiducia nelle relazioni con gli altri. Le cause principali che spingono una persona ad utilizzare questo comportamento sono molteplici. Il tipo di relazione che rimodula un orbiter a suo piacimento è quello di portarla in una zona grigia, dai confini ambigui, in cui non ha obblighi di responsabilità nei confronti dell’altro. In questo modo, assume la maschera della persona matura, che sa andare oltre la fine del rapporto, ma che in realtà continua a controllarne soprattutto gli stati d’animo e le future relazioni. Resta comunque una mancanza di rispetto nei confronti dell’altro. Dal punto di vista della vittima, la reazione resta sul piano della confusione. Da un lato, si ha la percezione di una continua invadenza nella propria vita, creando quindi dubbi sul rapporto cessato. Dall’altro, inoltre, si alimenta anche un senso di colpa per non riuscire a troncare definitivamente questa relazione ormai distorta. Ne risente, quindi, inoltre, anche la propria autostima e la gestione della socializzazione reale e virtuale. Chi sospetta di essere bersaglio di questo subdolo comportamento, dovrebbe avere la capacità di allontanare il proprio orbiter anche dalla vita virtuale, troncando così ogni contatto.
La rappresentazione delle malattie mentali sui social networks

Le malattie mentali sono diventate un vero e proprio trend di discussione sui social networks.Dalle star che rompono il silenzio per sdoganare lo stigma sociale sui disturbi mentali, agli influencer che documentano in real time il proprio disagio, il web è pieno di canali che parlano di salute mentale. Da un lato questo fenomeno ha degli effetti positivi, perché contribuisce a rompere il tabù della malattia mentale e a normalizzare il disagio psichico. Dall’altro però stiamo assistendo a una spettacolarizzazione dei disturbi mentali, talvolta strumentalizzata per avere maggiore attenzione e visibilità. Romanticizzare i disturbi La conferma arriva dai giovanissimi: cercando “depressione” sui social, appaiono tantissimi post raffiguranti ragazze e ragazzi bellissimi e trasgressivi con frasi che parlano di sofferenza, disagio e malessere. La tendenza a raffigurare le malattie mentali in chiave glamour e romanticizzata prende il nome di “sofferenza estetizzata”. Questo rebranding patinato e instagrammabile è pericoloso perché propone un’immagine di adolescenti “problematici” e fascinosi, sminuendo l’importanza del disagio e soprattutto del percorso di cura.Ma risulta addirittura deleteria per chi soffre di malattie mentali e non si rispecchia affatto nel ritratto romanzato e artefatto del web.Il risultato è una spaccatura tra il “disagiocool” tanto di moda e i “matti” tradizionali, che si allontanano sempre di più dall’ideale di normalizzazione e inclusione nella società. Influencer e disturbi mentali C’è bisogno di parlare di malattie mentali in modo autentico, genuino, equilibrato: senza indorare la realtà ma nemmeno dipingendo i malati come mostri. Parlare di salute mentale in rete è importante e può avere degli effetti positivi potentissimi. Sono molti gli influencer che mostrando la loro vita, con le proprie fragilità e debolezze ma anche con successi e conquiste danno forza e speranza a chi soffre dello stesso disturbo.Anche la testimonianza di personaggi famosi che “ce l’hanno fatta” si rivela preziosa per portare alla normalità il tema della salute mentale. Ma anche per acquisire la consapevolezza che un disturbo non ci impedisce di crescere e di avere successo, raggiungendo i nostri obiettivi. Non è affatto sbagliato utilizzare i social per parlare di disturbi mentali. È sbagliato dare un’immagine distorta della realtà o parlare solo degli aspetti negativi, che contribuiscono ad aggravare la concezione comune. Bisogna trovare la giusta misura per parlare degli aspetti positivi e negativi delle malattie mentali, promuovendo l’informazione, la consapevolezza e l’inclusione.
La punizione come metodo educativo funziona?

La punizione va usata? Proviamo a capire insieme quali possono essere le valide alternative al castigo e perché è preferibile usarle. Spesso, quando un adulto si ritrova di fronte ad un bambino che ha messo in atto un comportamento inadeguato, si ricorre alla punizione. Perché? Sono tanti i motivi che inducono ad agire così e, se ognuno di noi prova a fermarsi un attimo e a riflettere sulle motivazioni reali, possiamo notare che molto ha a che vedere con la nostra rabbia, la nostra impazienza, la nostra stanchezza. Inizialmente, l’adulto potrebbe ignorare quel comportamento che non piace, ma poi il fastidio aumenta e, dopo l’avvertimento verbale (“smettila!”), si passa all’azione attraverso, ad esempio, sculacciate o togliendo qualcosa che piace al bambino. Che cos’è la punizione? Nell’ambito della psicologia comportamentale, vengono descritti due tipi di punizione: positiva e negativa. Nella prima è aggiunto uno stimolo avversivo (ad esempio, uno schiaffo); nella seconda è tolto un elemento positivo (ad esempio, i cartoni animati). In entrambi i casi, la conseguenza sarà una diminuzione del comportamento che non piace. Ma perché è preferibile utilizzare delle alternative alla punizione? Quando l’adulto punisce il bambino, quest’ultimo non sta apprendendo quale sarebbe il comportamento corretto da utilizzare e non riceve dunque nessun tipo di beneficio. Anzi, piuttosto, potrebbe imparare ad utilizzare il comportamento osservato nell’adulto per relazionarsi agli altri. Secondariamente, la punizione può innescare sensi di colpa nel genitore quanto nel bambino. In questo caso, il genitore dispiaciuto potrebbe interrompere la punizione e il bambino potrebbe interiorizzare un messaggio tipo “non fa niente se mi comporto male, i miei genitori mi perdonano”. Inoltre, quando si è arrabbiati, spesso non si riesce a dare peso alle parole che si dicono. I bambini registrano, infatti, qualsiasi informazione e dire “sei cattivo, sei disobbediente, non ti voglio bene” potrebbe infierire sull’autostima del bambino e sul suo sviluppo. In alcuni casi, potrebbe anche succedere che, attraverso la punizione, il bambino abbia delle attenzioni che non sente di ricevere in altri momenti dall’adulto. In questo caso, potrebbe apprendere comportamenti inadeguati che hanno la funzione di ricevere maggiori attenzioni dal caregiver. Cosa fare allora per correggere il comportamento del bambino in modo più costruttivo? Si potrebbe aiutare il bambino a raggiungere il suo scopo, gradualmente e dando attenzioni ai comportamenti positivi che mette in atto, anche se piccoli. Potrebbe essere importante stabilire con il bimbo quali sono le conseguenze naturali di un comportamento e condividere poche regole e basilari. Ad esempio, si può dire di non tirare fuori un giocattolo finché non si mette apposto quello che si usa. Si può mostrare il comportamento adeguato incoraggiando il bambino a metterlo in atto e lodandolo in tutti i suoi progressi. Questo atteggiamento sarà utile per il bambino poiché imparerà a comportarsi in modo corretto, ma soprattutto potrebbe portare benefici nella relazione con l’adulto. “Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”- Dante Alighieri
La Psicoterapia della Gestalt

Raffaele Sperandeo racconta della sua esperienza formativa professionale e di come si è avvicinato alla psicoterapia della Gestalt. Si laurea in Medicina e si occupa prevalentemente di neurologia, ma quando inizia a scoprire come gli aspetti emotivi delle persone determinano gran parte dell’evoluzione delle malattie anche di tipo organico, scopre che il suo interesse non è tanto il funzionamento del cervello ma quello della mente. Inizia quindi una ricerca dei vari approcci terapeutici che avessero senso per una persona che aveva una formazione organicistica positivista. Inevitabilmente si avvicina alla psicoterapia della Gestalt in quanto è un approccio molto flessibile ed ha la capacità di consentire a chi se appropria di declinare la propria sensibilità, il proprio paradigma scientifico e la propria radice formativa in maniera efficacie all’interno di una terapia.
La Psicoterapia della Gestalt

Valter Mastropaolo direttore della scuola di Psicoterapia della Gestalt, spiega su cosa si incentra la psicoterapia della Gestalt. La Gestalt rispetto ad altre teorie psicoterapeutiche ha la soggettività come focus centrale, il termine Gestalt significa forma, ma anche configurazione, quindi è la configurazione soggettiva della propria vita. Ovvero la possibilità e la capacità di dare significato e senso alla vita. Per la Gestalt nel disagio psicologico quindi esiste una dimensione soggettiva, un significato che l’individuo è chiamato a dare. Questo lo si fa attraverso l’espressione, quindi il percorso di psicoterapia consiste nell’autorealizzazione, che avviene non attraverso l’apprendimento ma si manifesta in modo naturale nel corso dell’esistenza. I termini fondamentali della psicoterapia della Gestalt sono la consapevolezza e la responsabilità. Nella ricerca del senso della vita è necessario che l’individuo diventi pienamente consapevole di sé stesso e quindi accettare tutto ciò che egli è, evitando il più possibile le scissioni di ciò che non gli piace. Quindi l’individuo diventa consapevole di tutto, e da questo momento la sua vita diventa una scelta, perché è chiamato a dare una direzione, diventando responsabile in prima persona di questo viaggio ovvero la propria esistenza.