La psicologia della motivazione: comprendere le forze che guidano il comportamento umano

La motivazione è uno dei concetti più complessi e affascinanti in psicologia. Essa rappresenta il motore che spinge gli esseri umani a intraprendere azioni, a perseguire obiettivi e a perseverare di fronte alle difficoltà. Capire come funziona la motivazione non solo aiuta a migliorare la propria vita personale, ma è anche cruciale in contesti come il lavoro, l’educazione e lo sport. Tipi di motivazione Esistono due categorie principali di motivazione: intrinseca ed estrinseca. 1. Motivazione intrinseca: Si riferisce alla spinta a svolgere un’attività per il puro piacere che essa genera. Le persone motivate intrinsecamente agiscono perché trovano l’attività interessante o gratificante in sé. Un esempio è una persona che dipinge per il piacere creativo che ne ricava, senza aspettarsi una ricompensa esterna.2. Motivazione estrinseca: Questo tipo di motivazione è alimentato da fattori esterni, come ricompense materiali o sociali. Un lavoratore che si impegna per ottenere una promozione o uno studente che studia per ottenere buoni voti è mosso da una motivazione estrinseca. Sebbene entrambe le forme di motivazione possano portare a comportamenti simili, le implicazioni psicologiche sono diverse. Gli studi hanno dimostrato che la motivazione intrinseca è più sostenibile nel lungo termine e associata a una maggiore soddisfazione personale, mentre la motivazione estrinseca può portare a risultati positivi a breve termine ma rischia di diminuire se vengono meno le ricompense. Le teorie della motivazione Diversi psicologi hanno cercato di spiegare cosa guida la motivazione umana attraverso teorie specifiche: 1. Teoria dei bisogni di Maslow: Una delle teorie più note è la “piramide dei bisogni” di Abraham Maslow. Maslow propone che gli esseri umani siano spinti a soddisfare una serie di bisogni, organizzati in una gerarchia. Alla base ci sono i bisogni fisiologici, come il cibo e il riparo; man mano che questi vengono soddisfatti, le persone tendono a cercare soddisfazione di bisogni più complessi, come l’appartenenza, l’autostima e, infine, l’autorealizzazione.2. Teoria dell’autodeterminazione: Questa teoria, sviluppata da Edward Deci e Richard Ryan, enfatizza l’importanza della competenza, dell’autonomia e della relazione nelle nostre vite. Quando le persone sentono di avere il controllo sulle proprie azioni (autonomia), di essere abili nel farlo (competenza) e di avere legami significativi con gli altri (relazione), la loro motivazione tende a essere più intrinseca e duratura.3. Teoria del rinforzo: Basata sulle idee di B.F. Skinner, questa teoria sostiene che il comportamento è influenzato da premi e punizioni. Se un’azione viene premiata, è probabile che si ripeta, mentre se viene punita, verrà evitata in futuro. Tuttavia, l’uso eccessivo di rinforzi esterni può soffocare la motivazione intrinseca. Come mantenere alta la motivazione La motivazione è dinamica e può variare in base a diversi fattori. Tuttavia, esistono alcune strategie che possono aiutare a mantenerla alta nel tempo: 1. Definire obiettivi chiari: Avere uno scopo preciso è fondamentale per mantenere la motivazione. Gli obiettivi devono essere realistici e raggiungibili, ma anche abbastanza sfidanti da mantenere l’interesse.2. Suddividere i compiti: Affrontare grandi progetti può sembrare scoraggiante. Suddividere il lavoro in piccoli passi rende il processo più gestibile e dà la possibilità di godere di piccoli successi lungo il cammino.3. Sostenere l’autoefficacia: Credere nelle proprie capacità è cruciale per rimanere motivati. La teoria dell’autoefficacia di Albert Bandura sostiene che più ci sentiamo competenti in una determinata attività, più saremo motivati a impegnarci.4. Mantenere una mentalità di crescita: Carol Dweck ha proposto l’idea di “mentalità fissa” e “mentalità di crescita”. Le persone con una mentalità fissa credono che le loro abilità siano statiche, mentre quelle con una mentalità di crescita credono che possano svilupparsi attraverso l’impegno e l’apprendimento. Adottare una mentalità di crescita può aiutare a rimanere motivati di fronte alle difficoltà. La motivazione è una forza potente che influenza ogni aspetto della nostra vita. Comprenderla a fondo può aiutarci a raggiungere il nostro pieno potenziale e a vivere una vita più soddisfacente. Sebbene la motivazione possa essere influenzata da molti fattori, lo sviluppo di strategie per mantenerla alta e sostenibile è essenziale per raggiungere i propri obiettivi. Infine, coltivare la motivazione intrinseca e credere nelle proprie capacità sono elementi chiave per il successo a lungo termine.
La psicologia della gratitudine: un percorso verso il benessere

In un’epoca in cui siamo costantemente bombardati da informazioni, aspettative e pressioni sociali, è facile dimenticare l’importanza di fermarsi e riflettere su ciò che abbiamo. Tuttavia, un aspetto fondamentale per il nostro benessere psicologico è proprio la gratitudine. Questo concetto, seppur spesso sottovalutato, ha un impatto straordinario sulla nostra salute mentale, sulle relazioni e sulla qualità della nostra vita quotidiana. Ma come funziona la psicologia della gratitudine e come possiamo integrarla nella nostra vita? Cos’è la gratitudine? La gratitudine è un’emozione che si manifesta quando riconosciamo e apprezziamo i benefici che riceviamo dalla vita. È un sentimento di riconoscenza verso gli altri, verso l’ambiente in cui viviamo e anche verso noi stessi. Può essere espressa in molte forme, dal semplice “grazie” a riflessioni più profonde sul valore delle cose che spesso diamo per scontato. Dal punto di vista psicologico, la gratitudine non è solo un’emozione, ma un’abilità che possiamo sviluppare e coltivare. Gli studi hanno dimostrato che le persone che praticano la gratitudine regolarmente tendono ad avere una vita più soddisfacente, una maggiore resilienza emotiva e una minore propensione alla depressione. I benefici psicologici della gratitudine1. Miglioramento del benessere psicologicoNumerosi studi hanno evidenziato che le persone che praticano la gratitudine provano una maggiore sensazione di felicità e soddisfazione. Un esperimento condotto da Robert Emmons, uno dei principali ricercatori sulla gratitudine, ha dimostrato che le persone che scrivevano ogni giorno tre cose per cui erano grate provavano una sensazione di benessere superiore rispetto a chi si concentrava su eventi negativi o non faceva alcuna riflessione.2. Riduzione dello stress e dell’ansiaLa gratitudine ha un potere calmante. Concentrarsi sugli aspetti positivi della vita piuttosto che sui problemi immediati può aiutare a ridurre il livello di stress e di ansia. Invece di rimanere bloccati in un ciclo di preoccupazioni, essere grati ci aiuta a mettere in prospettiva le difficoltà, facendoci sentire più in controllo della nostra realtà.3. Miglioramento delle relazioni interpersonaliEssere grati non solo per ciò che riceviamo, ma anche per le persone che ci sono vicine, contribuisce a rafforzare i legami. Le persone che esprimono gratitudine sono percepite come più empatiche, generose e affidabili. Inoltre, quando mostriamo gratitudine agli altri, creiamo un circolo virtuoso che alimenta relazioni più profonde e positive.4. Resilienza e adattamentoLa gratitudine aiuta anche ad affrontare le difficoltà della vita. Nei momenti di sfida, concentrarsi su ciò che c’è di positivo nella propria vita può rafforzare la resilienza, ovvero la capacità di riprendersi dalle avversità. Non significa ignorare i problemi, ma piuttosto riconoscere che, nonostante le difficoltà, ci sono sempre motivi per essere grati. Come sviluppare la gratitudine nella vita quotidiana?1. Tenere un diario della gratitudineUna delle pratiche più semplici ed efficaci per sviluppare la gratitudine è scrivere ogni giorno almeno tre cose per cui siamo grati. Può trattarsi di cose grandi, come una promozione al lavoro, o piccole, come una tazza di caffè al mattino. Questo esercizio aiuta a focalizzarsi sugli aspetti positivi della giornata e a creare una mentalità più ottimista.2. Esprimere la gratitudine agli altriNon basta solo sentirsi grati: esprimere questa gratitudine verso gli altri è fondamentale. Che si tratti di un semplice “grazie” o di un messaggio più elaborato, dire agli altri quanto li apprezziamo può rafforzare le nostre relazioni e renderci più felici.3. Riflettere sulle difficoltà superateAnche nei momenti più difficili, riflettere su ciò che abbiamo imparato o su come siamo riusciti a superare le difficoltà può aiutarci a sviluppare un senso di gratitudine. Le sfide, infatti, ci insegnano lezioni importanti e ci rendono più forti.4. Mindfulness e gratitudineLa pratica della mindfulness (consapevolezza) può essere combinata con la gratitudine. Prendersi un momento per concentrarsi sull’oggi, apprezzare il momento presente e riconoscere ciò che di positivo c’è nella nostra vita può aiutarci a sviluppare una visione più grata e serena della realtà. La gratitudine è una forza potente che può trasformare il nostro benessere psicologico, le nostre relazioni e il nostro modo di affrontare la vita. In un mondo spesso centrato sui problemi e le difficoltà, essere grati ci permette di apprezzare ciò che abbiamo e di vivere con maggiore serenità e appagamento. Praticare la gratitudine non solo ci rende più felici, ma ci aiuta anche a sviluppare una visione positiva di noi stessi e del mondo che ci circonda. Incorporare piccoli gesti di gratitudine nella nostra vita quotidiana può avere effetti sorprendenti sulla nostra psiche, rendendoci più resilienti e in pace con noi stessi.
La psicologia del web: gli effetti di Internet sul comportamento umano

Oggi essere presenti online equivale a esistere. Internet e i social networks hanno riempito prima i nostri momenti di svago, successivamente gli ambienti professionali come preziosi strumenti di marketing, ma mai avremmo immaginato che un giorno si sarebbero sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione e di relazione.La rete ha proposto un nuovo modello di villaggio globale caratterizzato da infinite occasioni di socialità costantemente e immediatamente accessibili. Un universo digitale che si è autogovernato, dettando ai suoi utenti le regole per il riconoscimento e l’accettazione sociale. Come siamo cambiati nel corso di questa trasformazione e in che modo il web ha condizionato i nostri comportamenti?Iperconnessi e sovrastimolati, siamo così ininterrottamente bombardati da una moltitudine di informazioni da aver quasi dimenticato come ricercarle in maniera autonoma. L’utilizzo privilegiato dei social come mezzo di relazione e gratificazione ci rende spesso dipendenti o depressi.Inoltre, essere perennemente iperconnessi non ci rende più multitasking, al contrario, più distratti e meno abili nel passare da un compito all’altro. Da una prospettiva sociale, una delle più grandi innovazioni del web è stata l’uguaglianza: ogni utente in questa agorà virtuale ha pari opportunità di far sentire la propria voce e di ricevere consenso, si annulla così il divario socioculturale esistente nella vita reale.Il concetto dell’autoaffermazione di sè ci porta ad un’altra caratteristica peculiare della rete, l’egocentrismo: i social networks in particolare sono il terreno più fertile per la comunicazione “autocentrata” che va dalla pubblicazione di selfie, a monologhi e contenuti autocelebrativi. Ogni volta che abbiamo la possibilità di parlare di noi stessi il nostro organismo rilascia dopamina, neurotrasmettitore associato a sensazioni di benessere, come se il nostro cervello ricompensasse il nostro egocentrismo. Un principio analogo avviene quando riceviamo dei like: automaticamente impostiamo il nostro comportamento online sulla base dei feedback dei nostri followers, secondo il meccanismo del reward learning.Ovviamente questa “fame di like” ci porta a idealizzare la propria personalità enfatizzando i pregi e restituendo un’immagine virtuale che non sempre corrisponde al vero. Anche il nostro modo di comunicare cambia, in assenza dei feedback immediati dati dalla comunicazione non verbale, i toni sono accentuati, diretti, anche aggressivi. La compenetrazione tra l’individuo e l’universo digitale è in continuo divenire, l’auspicio per il futuro è quello di rimettere al centro l’uomo nella sua più vera e autentica essenza, per ristabilire l’immagine di una società imperfetta quanto genuina, fragile quanto sensibile e bisognosa di percepirsi comunità.
La psicologia del cambiamento: perché è così difficile cambiare e come farlo efficacemente

Il cambiamento è una costante nella vita, ma spesso è accompagnato da una resistenza interiore che sembra inspiegabile. Che si tratti di migliorare le abitudini, affrontare una relazione difficile o iniziare un nuovo capitolo professionale, cambiare può sembrare una sfida insormontabile. Ma perché è così difficile? E cosa possiamo fare per affrontare questa difficoltà? La resistenza al cambiamento La resistenza al cambiamento è radicata nel nostro cervello. Da un punto di vista evolutivo, il cervello umano è progettato per conservare energia e privilegiare ciò che è familiare e prevedibile. Cambiare significa uscire da una zona di comfort, affrontando l’incertezza e il rischio. Questa resistenza può essere spiegata attraverso il concetto di omeostasi psicologica, ovvero la tendenza della mente a mantenere uno stato di equilibrio. Ogni cambiamento viene percepito come una minaccia a questo equilibrio, anche se sappiamo che potrebbe portarci benefici a lungo termine. Le trappole mentali Ci sono diverse trappole cognitive che ostacolano il cambiamento:1. Paura del fallimento: L’idea di non riuscire può paralizzare, bloccando qualsiasi tentativo di miglioramento.2. Procrastinazione: Rimandare le decisioni è una strategia inconscia per evitare il disagio che il cambiamento comporta.3. Autosabotaggio: Spesso creiamo inconsapevolmente ostacoli per giustificare il nostro fallimento e rimanere nella nostra zona sicura.4. Bias dello status quo: Tendiamo a preferire ciò che conosciamo, anche se non è ottimale, semplicemente perché ci dà un senso di controllo. Le chiavi del cambiamento Per affrontare il cambiamento in modo efficace, è necessario adottare strategie che riducano la resistenza interna e creino le condizioni per il successo. Ecco alcune tecniche basate sulla psicologia:1. Obiettivi chiari e realisticiGli obiettivi vaghi o irrealistici aumentano la probabilità di fallimento. Invece, suddividere il cambiamento in piccoli passi concreti aiuta a mantenere la motivazione. Ad esempio, invece di dire “voglio essere più sano”, si può decidere di camminare 30 minuti al giorno.2. Consapevolezza e auto-riflessioneComprendere le proprie emozioni e resistenze è il primo passo verso il cambiamento. La pratica della mindfulness o della meditazione può aiutare a riconoscere i pensieri limitanti senza esserne sopraffatti.3. Sistema di supportoCoinvolgere amici, familiari o un terapeuta può fare la differenza. Il supporto sociale non solo offre incoraggiamento, ma aumenta anche la responsabilità nei confronti dei propri obiettivi.4. Premiare i progressiOgni piccolo successo dovrebbe essere celebrato. Questo rafforza il comportamento positivo e aiuta a mantenere alta la motivazione.5. Accettazione del fallimentoIl cambiamento non è un processo lineare. Accettare che ci saranno battute d’arresto e utilizzarle come opportunità di apprendimento è fondamentale per andare avanti. Il ruolo della neuroplasticità Un elemento incoraggiante è la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di adattarsi e cambiare nel tempo. Ogni volta che adottiamo un nuovo comportamento o un nuovo modo di pensare, creiamo nuove connessioni neurali. Con il tempo e la ripetizione, queste connessioni diventano più forti, facilitando il cambiamento. Cambiare è difficile, ma non impossibile. La chiave è affrontare il cambiamento con consapevolezza, pazienza e strategie mirate. Ricordiamoci che ogni passo, per quanto piccolo, è un progresso. E, come disse lo psicologo Carl Rogers: “Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare”. In fondo, il cambiamento non è solo una trasformazione esteriore, ma un viaggio interiore verso una versione più autentica e soddisfatta di noi stessi.
La procrastinazione da strategia a modus operandi

Il comportamento atto a rimandare volontariamente un’azione o una decisione è chiamato procrastinazione. Esso è un tipo di atteggiamento molto comune e tutti ne possono essere vittima. Le caratteristiche della situazione che portano il procrastinatore a posticipare l’azione sono lo stress e il disagio che ne derivano dal comportamento stesso. In effetti, ci troviamo di fronte ad un cane che si morde la coda, creando così un circolo vizioso. La sequenza, infatti, che ne scaturisce è: decisione da prendere; ansia e stress da prestazione; procrastinazione; ansia e stress da fallimento. La “decisione “ di procrastinare comincia a manifestarsi già da piccoli e a volte si consolida in adolescenza. In questo periodo della vita, inoltre, già foriero di contrasti ormonali ed emozionali, un atteggiamento del genere non è affatto positivo. Un esempio lampante è rimandare un’interrogazione all’infinito, non solo perché l’evento in sé crea disagio, ma perché si ha l’illusione che posticipando l’esame, ci si possa impegnare di più e migliorare l’esito. L’esperienza, però, ci insegna l’esatto contrario. Effettivamente, nel momento in cui si è scampati all’interrogazione, il livello di stress diminuisce e ci porta ad accantonare il pensiero ansiogeno, fino a nuova manifestazione. D’altronde, se procrastinare significasse analizzare la situazione per poter avere una performance migliore, allora in alcuni casi essa potrebbe essere anche funzionale. Nell’esempio citato dell’interrogazione, se la si rimanda per prepararsi meglio, la probabilità di risultati positivi si alzano. Talvolta, però, ciò che resta maggiormente impresso, quando si sceglie la procrastinazione, è il “pericolo “ scampato con conseguente miglioramento del tono dell’umore. In questo modo, la si assume come strategia calmante per alleviare la tensione, ignorando le conseguenze di essa. In sintesi, sarebbe opportuno imparare ad affrontare le situazioni, con le emozioni e i pensieri che ne derivano, e di fronte ad eventuali fallimenti, capire l’errore invece di procrastinare.
La paura di non essere abbastanza

Molte persone arrivano in psicoterapia lamentando la paura di non essere abbastanza o di non sentirsi all’altezza dell’altro e delle situazioni che vivono. Questo vissuto può essere molto invalidante, tanto da bloccare i processi individuali evolutivi e realizzativi. Spesso si tratta di un insieme di emozioni e alla paura tendono ad affiancarsi ansia e vergogna. Alla base vi sono componenti cognitive rigide e limitanti. Una convinzione svalutante su sé stessi (“non sono abbastanza/non sono all’altezza”), che affonda le sue radici nelle prime esperienze infantili, cui si accompagna una decisione presa in quell’epoca (ad esempio “non sarò mai amato/apprezzato; non riuscirò mai nella vita”). Ogni esperienza vissuta viene letta e affrontata in modo da confermare gli aspetti immaturi di sé e portare avanti il copione, quel piano di vita che tanto limita quanto rassicura. Poiché, se da un lato blocca l’autonomia, dall’altro consente il rifugio nella posizione infantile originaria e offre un riparo, illusorio, dai rischi emotivi della vita adulta. Paura, ansia e vergogna La paura è un’emozione naturale. Svolge la funzione fondamentale per l’organismo di segnalare il bisogno di protezione. Non corrisponde soltanto alla necessità di allontanarsi da ciò che minaccia la propria salute e integrità. Infatti, si manifesta anche perché vengano attivate le risorse necessarie per affrontare le situazioni difficili e crescere. Allo stesso modo, anche l’ansia di per sé svolge una funzione autoregolativa importante. Poiché fa sì che l’organismo si adoperi per il soddisfacimento dei propri bisogni, creando la tensione necessaria per l’autorealizzazione. Dunque ansia e paura insieme, l’una accanto all’altra, sostengono la persona ad andare verso la vita e, contemporaneamente, a proteggersi. La vergogna, invece, in quanto emozione sociale, nasce da una valutazione circa la propria inadeguatezza. Si basa su regole e scopi condivisi socialmente e, entro una certa misura, ha a che fare sia con l’autoconsapevolezza sia con la competenza sociale. Quando queste emozioni, invece di favorire la crescita, bloccano la persona? La paura può diventare un blocco se la persona ritiene di non avere, e, perlopiù, che non avrà mai, la capacità di affrontare l’esperienza che teme. Ovvero, se vi è una svalutazione delle proprie risorse interne e del proprio potenziale che sostiene comportamenti passivi e dipendenti e forme di evitamento della realtà. Nel caso dell’ansia, l’emozione perde la sua funzione sana quando l’energia vitale viene trattenuta o bloccata da meccanismi interni che subentrano per impedire il raggiungimento dello scopo desiderato. Emerge così l’ansia come sintomo, tipicamente di costrizione al petto e mancanza di respiro, o l’ansia come disturbo, che può assumere varie forme stabilizzandosi nel funzionamento della persona. La vergogna può diventare invalidante quando vi è un forte doverismo rispetto a modelli da seguire. Un giudizio che lascia poco spazio per l’espressività individuale. Una grandiosità segreta che dilata lo scarto tra il sé reale e il sé ideale, rafforzando la percezione negativa di sé stessi. In modo particolare, la vergogna può essere profonda e molto dolorosa quando attacca l’essere, l’essenza individuale. Fino ad arrivare a minare il permesso ad essere come si è e, all’estremo, ad esistere. Gli ostacoli interni alla crescita Le alterazioni dell’autoregolazione indicano che il funzionamento naturale non può svolgersi a causa di interruzioni del processo evolutivo. Che vi è un passato che si riattualizza nel presente attraverso dinamiche dipendenti, manipolazioni infantili e adattamenti antichi. Che si è rimasti attaccati ai messaggi svalutanti introiettati dalle proprie figure genitoriali. Ai “devi” e ai “non” ricevuti. Agli ideali, alle aspettative. Alle convinzioni rigide e limitanti su di sé, sugli altri e sul mondo. Una paura sproporzionata rispetto alla situazione che si sta vivendo è paura di crescere, di attivare una risposta più matura e responsabile di fronte ai rischi che il vivere comporta. Un’ansia invalidante è un impedimento alla realizzazione e all’autonomia. Una vergogna pervasiva è un divieto alla propria individualità e libertà d’espressione. Il lavoro in psicoterapia Lo sviluppo di un’adeguata considerazione di sé stessi è centrale per la salute e la vita relazionale di ogni individuo. In Analisi Transazionale corrisponde all’okness, il cui principio di base è che ognuno va bene così com’è. Non esistono persone incomplete, “non abbastanza” o “non all’altezza”. Secondo Eric Berne, tutti nasciamo principi o principesse: ognuno è degno di essere accettato e amato e possiede le qualità per crescere ed autorealizzarsi. La persona che si svaluta con la convinzione di non essere abbastanza capace o abbastanza amabile ha una posizione esistenziale di non okeiness. Che può essere del tipo “io non sono ok, tu sei ok” o, la più distruttiva, “io non sono ok, tu non sei ok”, in cui la svalutazione è estesa anche all’altro. La psicoterapia ha come obiettivo la realizzazione della posizione esistenziale naturale “io sono ok, tu sei ok”. In cui vi è il riconoscimento di sé, in tutti i propri aspetti, e dell’altro, nella sua specificità. Il lavoro è volto al superamento degli ostacoli alla crescita che formano il copione e al raggiungimento dell’autonomia. Ad una riappropriazione delle risorse interne e della propria unicità. Mentre sentirsi mancanti, inferiori, incapaci, non meritevoli implica il il rifiuto di sé e il desiderare di essere altro, la terapia rende possibile l’autoriconoscimento e un sano amore per se stessi. Come sostiene Hillman, allo stesso modo della ghianda che prima o poi diventerà una quercia con caratteristiche proprie, poiché ne racchiude fin dal principio tutto il potenziale, così l’individuo ha il compito nella vita di realizzare la sua unica e vera natura. “Se si rimuovono gli ostacoli, l’individuo si svilupperà fino a divenire un adulto maturo pienamente realizzato, proprio come una ghianda diventerà una quercia”. (I.D. Yalom)
La paura di guardarsi dentro e l’incontro con se stessi

Questo periodo di pandemia ha ‘costretto’ un po’ tutti a un maggior contatto con se stessi e a confrontarsi con la paura di guardarsi dentro. Da un lato un mondo esterno pericoloso, con la presenza del virus e la minaccia di malattia e morte, dall’altro un mondo interno pieno di emozioni difficili da sostenere e con le sue insidie. Non abbiamo avuto scampo. La pandemia ci ha fatti fermare e soffrire. Arrabbiare, disperare. Ma anche, forse, scoprire qualcosa di più profondo in noi stessi? Un invito drammatico e doloroso ad andare oltre la superficie in cui spesso galleggiamo? Un necessario ritorno all’essenziale? Le misure restrittive imposte, l’isolamento e il venir meno delle attività abituali hanno creato un vuoto che i più hanno vissuto con angoscia e paura. Soliti come siamo nella nostra società ad evitare l’incontro con noi stessi mediante il rifugio negli impegni, nelle distrazioni, nei ruoli. A riempire ogni spazio possibile. Ci siamo ritrovati a fare i conti con la frustrazione, la noia, la perdita di riferimenti e di certezze, l’insicurezza. Non solo con quanto di traumatico ha portato la pandemia, ma con quanto ognuno di sé ha finora cercato di non contattare. Molti hanno scoperto per la prima volta le proprie fragilità. Altri hanno sentito antiche ferite riaprirsi. Altri ancora si sono trovati faccia a faccia con i propri conflitti irrisolti. Qualcuno ha sentito di non farcela, perchè il carico da portare era troppo elevato. La paura e la sfiducia hanno talvolta preso il sopravvento. Cosa vuol dire guardarsi dentro? Intraprendere un viaggio interiore verso parti di sè negate, rifiutate, inespresse. Incontrare i propri conflitti, le forze contrapposte che lottano dentro ciascuno di noi. Scoprire che per ogni aspetto della vita che ci fa soffrire c’è una nostra responsabilità, qualcosa che ci impediamo, che tratteniamo, che non lasciamo andare o che non vogliamo affrontare. Fa paura. Si tratta, in primis, di un viaggio di consapevolezza e responsabilità. La prima è la conoscenza profonda di se stessi. Non semplice comprensione, ma una consapevolezza piena che si realizza su tutti e tre i livelli – cognitivo, emotivo, corporeo. La seconda, spesso fraintesa con il dovere, è la risposta coerente ai propri bisogni, centrale per giungere al cambiamento. Poichè la consapevolezza da sola non basta. Bisogna scegliere e agire in accordo con ciò che si vuole. Essere disposti ad abbandonare vantaggi e a correre rischi. Fermarsi e portare l’attenzione all’interiorità non è tuttavia di per sé garanzia di maggior contatto. Non è detto che questa pandemia ci renderà migliori. Paul Watzlawick sosteneva che “guardarsi dentro rende ciechi”. Cercare di conoscere sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti propri, utilizzando la logica e i meccanismi della mente rischia di far rimanere imbrigliati ancor di più nei vicoli ciechi dei soliti vecchi problemi. Se ci si affida ai processi mentali, giudicando, categorizzando e cercando spiegazioni, si finisce con il seguire e rafforzare le convinzioni, gli ideali e tutti gli aspetti copionali limitanti che sono alla base della propria nevrosi. Il risultato è che invece di fare esperienza di contatto ci si allontana sempre più dalla propria autenticità e dal qui e ora della propria esistenza. La vera visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno, si sveglia. (Carl Gustav Jung) Come possiamo dunque guardarci dentro per rendere più chiara la nostra visione? Per vedere chiaramente ogni cosa per quella che è e riconoscere noi stessi per ciò che siamo occorre sviluppare presenza. Entrare nel flow. Abbandonarci al flusso continuo della coscienza che, per sua natura, fluisce ininterrottamente. Mentre la mente tende a separare, dividere, frammentare, il contatto con l’esperienza momento per momento permette di percepire l’unità interiore e tenere tutte le parti insieme. Dà una direzione ai nostri sensi, alle nostre emozioni, al nostro corpo. Ci consente di mettere a fuoco cosa sentiamo e cosa vogliamo profondamente. Ci orienta e ci attiva verso scelte e comportamenti coerenti con la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri.
La paura del cambiamento

La paura del cambiamento ha a che fare con la crescita e, più ampiamente, con il vivere. E’ infatti attraverso i cambiamenti che ci evolviamo e ci realizziamo. Il cambiamento però non è solo un evento che segna il passaggio da una fase ad un’altra, da una situazione ad un’altra della vita. L’esistenza stessa è un flusso naturale di continuo divenire: momento per momento ogni cosa dentro e fuori di noi cambia. Accogliere questo libero fluire vuol dire essere presenti. Vivere la realtà del qui e ora, senza attaccamenti al passato e anticipazioni del futuro. Il senso di perdita Cambiare è lasciar andare tutto ciò che non è più adatto a rispondere ai bisogni attuali. Si tratta dunque di affrontare una perdita e per questo spesso è difficile. Talvolta doloroso. Può significare separarsi da esperienze, luoghi e persone, da parti proprie che per un tempo, anche lungo, hanno fatto parte della propria vita. Chi vive di frequente nella paura del cambiamento tende a rimanere attaccato al proprio passato e a ciò che è familiare, a bloccarsi nelle decisioni e a percepire il futuro in maniera negativa. Nei casi estremi, vi può essere una condizione di vera e propria paralisi in cui vi è una disattivazione delle capacità adulte. Al contrario, chi ricerca continuamente il cambiamento, evita il legame e la stabilità. La paura del nuovo Aver paura del cambiamento è aver paura di ciò che non si conosce, di ciò che è estraneo, ignoto. Se da un lato questa paura svolge una funzione naturale, poichè sollecita l’attivazione delle risorse necessarie per andare verso il nuovo, dall’altro può essere tanto forte da bloccare l’evoluzione. Il familiare offre una rassicurazione che, seppur illusoria, fa sentire protetti e al sicuro. Tuttavia, in questa posizione infantile, la persona non trova dentro di sè il sostegno sufficiente né la guida per andare verso l’autonomia. Può sentire di non essere capace, di non farcela. Può avvertire un senso di pericolo o smarrimento. La responsabilità della scelta Il cambiamento non è solo nella nostra natura ma anche nell’insieme delle scelte che operiamo per realizzare noi stessi. Dunque ognuno è chiamato a fare i conti con la responsabilità della propria vita. Con il rischio che è alla base del fare esperienza. Il rischio di sbagliare, di rimanere delusi, feriti. Per crescere e realizzarsi occorre pertanto sia proteggersi che rischiare. Occorre sviluppare un Genitore interno capace di sostenere e guidare la parte bambina verso il soddisfacimento dei propri bisogni e verso l’autonomia, in modo da poter attivare scelte e comportamenti adulti, coerenti con il presente. Il cambiamento in terapia In terapia il cambiamento comporta una separazione dal passato e, al tempo, un tornare a sé, alla propria autenticità. Non diventare qualcos’altro ma diventare se stessi. Liberarsi dai condizionamenti interni che impediscono di riconoscersi pienamente, in tutte le proprie parti, e di esprimersi. Sebbene la persona arrivi con la richiesta di essere aiutata a superare la situazione di impasse in cui si trova, porta sempre due parti in conflitto: una parte che vuole cambiare ed un’altra che si oppone, che non vuole cambiare. Il lavoro di consapevolezza mette in luce le resistenze, le paure, l’attaccamento agli aspetti copionali, infantili e dipendenti. Il lavoro di responsabilità confronta successivamente la persona con la necessità di rispondere adeguatamente a bisogni e desideri fino a quel momento inascoltati o percepiti come proibiti.
La modernità liquida della società odierna

Gli ultimi sviluppi degli studi di sociologia parlano di modernità liquida. Il sociologo Bauman ha introdotto questo termine per descrivere il tipo di società che si é strutturato nel l corso degli ultimi decenni. Il concetto di modernitá implica l’adattamento alle nuove tecnologie che definiscono forme e strutture delle relazioni con cose e persone. L’aggettivo liquido fa, invece, riferimento alla caratteristica propria dei liquidi di essere plasmabili, volubili e poco stabili. L’attuale contesto sociale che ci circonda é quindi permeato sí, da modernità , mz anche di continue incertezze e precarietà. Fino al secolo scorso, la famiglia, la scuola, il lavoro e le relazioni erano basate su legami solidi e duraturi. Tutte le istituzioni tradizionali, fungevano da pilastro, da orientamento e riferimento per ke generazioni successive. L’aspetto evidente della societá attuale é quello che Bauman definisce liquiditá. Questa forma di adattamento continuo ai contesti e alle relazioni, rende tutto precario e transitorio. Ecco che la famiglia non si basa più sulla caratteristica dell’indissolubilitá. Le relazioni affettive si stabiliscono sull’oggi, su legami deboli dove ognuno ha la paura dell’impegno sul lungo termine. La dedizione e l’accudimento dell’altro non sono più valori da coltivare. Al contrario, l’altro esiste solo nella misura del soddisfacimento dei propri bisogni di relazione e appartenenza. Quindi, così come in famiglia, primo contesto sociale di riferimento, ognuno diventa un’isola, anche gli altri ambienti assumono le stesse caratteristiche. Il lavoro richiede sempre maggiore flessibilità e si trasforma in precarietà, chiedendo a ciascuno di essere sempre più multitasking. Inoltre, l’ostentazione mediatica della propria vita ci collega a molte più persone e realtà, illudendoci della solidità dei nostri legami. L’adattamento continuo resta comunque una delle strategie per l’inserimento nei vari contesti, ma diventa importante la stabilizzazione di esso per la strutturazione personale.
La malattia fisica con origine psicologica

L’ipocondria e il disturbo di somatizzazione generano spesso confusione nella loro definizione: in entrambi c’è la manifestazione di una malattia lamentata che però ha origini differenti. L’ipocondria è la PAURA esagerata di avere una malattia grave senza alcun riscontro clinico. Il malato immaginario, quindi, interpreta erroneamente i sintomi fisici attribuendoli a delle malattie invalidanti e gravi. I sintomi fisici lamentati preoccupano fortemente l’individuo, che non trova rassicurazione neanche negli esami e nelle valutazioni mediche cui continuamente si sottopone. L’ipocondriaco vive, di conseguenza, uno stato di frustrazione perenne per non essere stato capito e curato adeguatamente. Ha, inoltre, la tendenza a spiegare il proprio stato di salute (o di malattia) con dovizie di particolari. Gli ipocondriaci lamentano continuamente sintomi che riguardano i diversi apparati (gastrointestinale, cardiaco, respiratorio), ingigantiscono quelli di lieve entità come un semplice raffreddore. Essi tendono ad allarmarsi esageratamente quando sentono parlare di malattie gravi o dei segni che loro avvertono nei loro corpi. Questi soggetti utilizzano come unico argomento di discussione le malattie temute e i loro sintomi, impoverendo così la conversazione e le relazioni sociali perchè cercano di monopolizzare l’attenzione di tutti. Il disturbo di somatizzazione, invece, consiste nella conversione di uno stato di disagio psicologico, di stress e di emotività in un sintomo fisico. Gli organi maggiormente colpiti sono l’intestino (colite), o lo stomaco (gastrite), la pelle (prurito, acne). Anche il sistema muscoloscheletrico (cefalea, torcicollo), e l’apparato urogenitale (dolori mestruali, calo del desiderio sessuale), costituiscono bersagli per la sintomatologia. Anche questi soggetti lamentano spesso i sintomi e si rivolgono ai medici in continuazione, ma non possono essere spiegati con alcuna condizione medica generale. Questi pazienti esprimono i loro sintomi e problematiche in modo drammatico ed esagerato, compromettendo sensibilmente le relazioni e il lavoro, perchè invalidati da queste reazioni fisiche a stati psicologici.