Il sonno inquieto e la funzione terapeutica materna

Come ben sappiamo, non sempre il sonno dei nostri bambini è placido, così come quello degli adulti, ma anche quello dei terapeuti e di tutti i professionisti che lavorano nell’ambito della cura. Se ci riflettiamo, la relazione terapeutica è un tipo di relazione che pesca la sua energia anche nel materno. Mi spiego meglio: con materno non intendo “la madre”, ma quella funzione materna che accomuna le donne, gli uomini e la comunità che si prende cura del cucciolo. Quella funzione ritmica di passaggio dei saperi, guaritrice, calmante, corporea e condivisa, ma anche sanamente indifferente. In psicoterapia come ho accennato nell’articolo “La paura della relazione corporea nello spazio della cura”, un accudimento corporeo è possibile anche senza toccarsi, grazie soprattutto ai neuroni specchio. Il terapeuta si trova a sperimentare la difficoltà del sonno inquieto, del pianto disperato e nervoso proprio e altrui. Spesso, nell’ambito della cura, ci si trova davanti alla difficoltà di calmare e cullare “solo” con la voce, con il proprio canto, voce che è corpo. Ho imparato dalla mia esperienza come arteterapeuta e psicoterapeuta che quel canto ritmico non è mai proprio, nel senso di solitario, ma condiviso con tutti quelli che si sono presi cura di me. Un canto possibile quindi perché condiviso, ma nello stesso tempo personale e contestuale. In questa relazione psicoterapeutica,vista da un’arteterapeuta formata alla scuola Poliscreativa, la cura evidentemente non è solitaria, ma sempre relazionale e comunitaria. Come ho imparato nella mia formazione come arteterapeuta Poliscreativa mi aiuta aavere una modalità di pensiero “libera” perchè in continuità con il passato, però anche legata ai fili dell’oggi e a quelli del domani, come in una spirale, in cui non si torna mai uguali al punto di partenza, sempre con una carezza, un passo, un appiglio in più. Credo che tutti abbiamo timore di piangere, ma ancora di più temiamo il pianto di chi a noi si affida. È qui che nel lavoro di cura entra in gioco la relazione corporea, una relazione che non è seduttiva, ma che tranquillizza tutti perché pregenitale, una dimensionecalmante a cui tutti apparteniamo e a cui è possibile accedere con ritmicità graduale. Sperimentare così un’ oscillazione continua tra aspetti fusionali ed aspetti d’individualizzazione. Un po’ come lasciarsi cullare dal mare, navigando con un’imbarcazione che ci dà sicurezza, un equipaggio di cui tendenzialmente ci piace la compagnia e a cui possiamo passare il timone di tanto in tanto, insieme, con la possibilità di raggiungere quando lo si sente più opportuno, un porto sicuro.

Chiedere ciò di cui si ha bisogno

Imparare a chiedere è una conquista evolutiva importante che si colloca alla base del benessere e delle relazioni sane. Vi sono numerose credenze limitanti circa il chiedere. Molto spesso viene inteso come un comportamento infantile o, anche, come sinonimo di debolezza, con l’idea che da adulti bisogna cavarsela sempre da soli. Sovente le persone in terapia affermano con fierezza di non chiedere espressamente ciò che desiderano e di cui hanno bisogno, percependosi per questo “forti”, ma lamentando di non ricevere o di non sentirsi compresi dall’altro. Quando si esplora questo aspetto, nella maggior parte dei casi emerge una difficoltà ad apprezzare ciò che che si ottiene chiedendo. Come se il fatto di averlo chiesto togliesse valore all’abbraccio, al confronto, all’aiuto ricevuto. In questo modo ci si deresponsabilizza rispetto ai propri bisogni. Ma non solo. Si svaluta anche la risposta dell’altro come scelta libera ed autentica. Il comportamento ai due poli Se il funzionamento finora esplorato tende a collocarsi verso il polo di chi non chiede, al polo opposto vi è chi si mostra eccessivamente richiedente. In questo caso, in figura c’è sempre una carenza, una sofferenza ad essa associata e una richiesta rivolta all’esterno. Mentre al primo polo vi è il divieto interno a mostrarsi apertamente bisognosi, al secondo si è bisognosi nella maggior parte del tempo. Ai due estremi: la posizione controdipendente di chi nega il bisogno naturale dell’altro ad un lato, la posizione dichiaratamente dipendente all’altro lato. Al di là delle diverse modalità, in entrambi i casi il comportamento è manipolativo, poiché inautentico e infantile. E vi è un vissuto di insoddisfazione, più o meno esplicito, rispetto alle proprie relazioni. Chiedere come componente essenziale del benessere e delle relazioni Chiedere ha a che fare innanzitutto con l’ascolto di se stessi, con il riconoscersi. Con il sapere come ci si sente e quali sono i propri bisogni. Ed ha a che fare, poi, con il rendersene responsabili. Chiedere è dunque una capacità adulta, legata sia alla consapevolezza che alla responsabilità. Una delle modalità attraverso le quali giungere alla gratificazione. Rispetto alla relazione, saper chiedere diventa affermare se stessi e, al tempo, riconoscere anche l’altro al di fuori di processi di svalutazione. Per cui ognuno è responsabile per sé. Chi chiede corre il rischio di ricevere un rifiuto e questo è ciò da cui la maggior parte delle persone si difende. Il “no” dell’altro può riaprire ferite antiche. Spesso, viene avvertito come un rifiuto assoluto, come conferma della propria indesiderabilità o come uno smacco insostenibile per l’ego.

L’impatto psicologico della guerra sui bambini

L’esposizione al conflitto, in maniera diretta o mediante canali di comunicazione , può generare traumi o problemi di vario tipo nei bambini. Vediamo come prevenire qualche effetto psicologico secondario.  L’impatto psicologico della guerra è particolarmente evidente su soggetti altamente vulnerabili e immaturi come i bambini.Gli eventi altamente stressanti correlati al fenomeno della guerra, che possono coinvolgere direttamente un bambino o un giovane, sono: esposizione diretta a minacce per la sopravvivenza sua e di altri; esportazione in un altro paese; maltrattamenti o torture suoi o di altri; abbandono o perdita di figure significative; distruzione o perdita della propria abitazione o propri averi; perdita della libertà di istruzione e/o di culto religioso. Inoltre, quando si parla di bambini, si deve anche considerare il rischio di traumatizzazione secondaria. Il bambino o il ragazzo, infatti, subisce anche tutto l’impatto di vedere un genitore o una figura di riferimento traumatizzata. Il trauma nell’infanzia Il trauma in infanzia può essere descritto come l’impatto mentale e psicologico di un evento esterno e improvviso o di una serie di eventi altamente stressanti che provocano una sensazione di impotenza nel bambino e che determinano una rottura delle abituali capacità di strategie da lui messe in atto. Qualsiasi esperienza in cui il bambino sperimenta terrore, oppressione, dolore, o emozioni intense insieme ad una sensazione di impotenza, rappresenta un trauma infantile..Uno o più eventi traumatici precoci possono andare ad impattare in modo massiccio sulla probabilità di sviluppare sintomi o disturbi, non solo nell’immediato, ma anche in seguito, durante l’adolescenza o l’età adulta. Le reazioni di un bambino esposto ad un evento o una serie di eventi altamente stressanti, sono diverse, a seconda della loro età evolutiva e dell’importanza emotiva dell’evento. I bambini in genere hanno difficoltà a verbalizzare le loro emozioni ed i vissuti si manifestano spesso attraverso il comportamento non verbale. Nei bambini le reazioni ad esperienze traumatiche spesso includono sogni e difficoltà nell’addormentamento. Nei bambini più piccoli frequente emergono emergono timori abbandonici ma anche altre paure ad esempio quella del buio. Mentre nei bambini più grandi più spesso si rilevano difficoltà di concentrazione ed ipervigilanza. Ci possono inoltre essere manifestazioni psicosomatiche come il mal di testa, mal di stomaco, dolori muscolari ed enuresi notturne. Le difficoltà sul piano affettivo comprendono: depressione, pianto inconsolabile oppure al contrario distacco affettivo con comportamenti di isolamento, evitamento e ritiro sociale. Altre reazioni tipiche al trauma in età evolutiva includono alterazioni all’immagine di sé e dell’interpretazione di segnali sociali, cambiamenti nelle abitudini alimentari o nei ritmi sonno/veglia alterati e comportamenti aggressivi o irritabilità immotivata (Wiese & Burhorst, 2004, 2007). I traumi legati alla guerra Nel caso particolare in cui l’evento traumatico sia un conflitto o una guerra, i bambini possono aver sperimentato la perdita dei genitori ed altre figure significative. Si possono anche manifestare vissuti tipici della sindrome del sopravvissuto, quando i bambini sopravvivono al conflitto mentre amici e familiari ne sono rimasti vittime. Sviluppano sensi di colpa e sentimenti di profonda indegnità o pensieri di non meritare di essere felici. Cosa può fare un genitore per tutelare l’impatto emotivo della guerra sui bambini? Valutate il peso che la guerra ha sull’emotività dei bambini. Date sempre una spiegazione al bambino. Considerate l’importanza della speranza.

Il bambino interiore che vive in ognuno di noi

Incontrare il proprio bambino interiore è parte essenziale del processo di consapevolezza e cambiamento di ogni psicoterapia. In ognuno di noi vive il bambino che siamo stati. Pensieri, emozioni, sensazioni, modalità infantili acquisite nel corso dei primi anni di vita che tendiamo a ripetere e ferite antiche che ancora oggi chiedono attenzione. Ma non solo. In ognuno di noi risiede una parte bambina della personalità depositaria di emozioni e bisogni attuali. Si tratta della nostra parte spontanea e creativa, spesso ostacolata da divieti e condizionamenti che limitano l’autoriconoscimento e la libera espressione di sé. Per molte persone è difficile guardare al proprio bambino interiore. Alcuni manifestano vergogna, diffidenza, negazione. La reazione più comune è quella di mostrarsi giudicanti e svalutanti. Vi sono numerose convinzioni su come debba essere un adulto che impediscono talvolta di considerare già solo l’ipotesi dell’esistenza di un bambino dentro di sé. In realtà, tanto più il bambino interiore non viene riconosciuto tanto meno potrà esservi lo sviluppo di una personalità adulta. Il bambino interiore secondo l’Analisi Transazionale Secondo l’Analisi Transazionale, il bambino interiore corrisponde ad uno dei tre Stati dell’Io: Genitore, Adulto, Bambino. Oltre al bambino che siamo stati, ciascuno di noi possiede dentro di sè il genitore che ha avuto. L’insieme dei messaggi ricevuti e il modello genitoriale trasmesso dalle proprie figure genitoriali. Il modo con cui ogni persona si relaziona con la propria parte bambina fa luce sul proprio genitore interno. Quando il Genitore risulta svalutante, la persona non è in grado di riconoscersi in tutte le proprie parti. Non può essere ciò che é ma avverte la spinta a dover essere o a non dover essere in un certo modo, in base ai messaggi genitoriali interiorizzati. In presenza di un conflitto interno tra Bambino e Genitore, l’Adulto, inteso come capacità di rispondere in modo soddisfacente ai bisogni del qui e ora, non può funzionare in maniera adeguata. Il Bambino alla guida della personalità Quando il Bambino non è adeguatamente riconosciuto, la persona tende a ricorrere ad agiti per comunicare ciò che sente e le parti rifiutate di sé. In questo stato di cose, sarà il Bambino e non l’Adulto a guidare la personalità nelle sue scelte e nei suoi comportamenti. Andandosi a confermare le decisioni antiche di copione, le credenze, le emozioni e le esperienze già vissute, la persona resta imbrigliata in uno schema che si ripete e dal finale prevedibile. Incontrare il Bambino Incontrare il proprio Bambino vuol dire dunque innanzitutto vedere il bambino che siamo stati e come quella parte di noi continua a reclamare ciò che non ha ricevuto allora. Come manipola per ottenere attenzioni, sentendosi ad esempio non importante e non meritevole di amore. Come in alcuni casi si boicotta nei suoi progetti e in ciò che desidera, sentendosi inadeguato e credendo di non farcela. O come, in altri casi, si impedisce di stabilire relazioni durature per paura di essere abbandonato. Invidia, distrugge, rinuncia, invece di costruire per sé. Incontrare il proprio Bambino è guardare dentro di sé, alle ferite del proprio passato e alle emozioni e ai bisogni autentici del presente. E’ potersi riconoscere per come si é. In terapia questo passaggio è reso possibile mediante la costruzione di un Genitore capace di accogliere, sostenere e guidare il Bambino. Ed è grazie a questo incontro che è possibile superare i conflitti interni, riconoscersi e sviluppare un Adulto capace di andare verso la realizzazione di sé.

Che cos’è il Parent Training?

“Il parent training è una tecnica di intervento che ha lo scopo di insegnare ai genitori quelle abilità necessarie per contrastare situazioni familiari problematiche” DEFINIZIONE “Il parent training è una tecnica di intervento che ha lo scopo di insegnare ai genitori quelle abilità necessarie per contrastare situazioni familiari problematiche” (Vio, Marzocchi, Offredi, 1999). Il parent training prevede la formazione di competenze educative nei genitori, ovvero quelle competenze specifiche che permettono di ridurre i comportamenti problema del bambino in casa. Ciò porta a un miglioramento nell’autopercezione di competenza da parte dei genitori e una riduzione dei livelli di stress in famiglia. Le problematiche del comportamento con esordio nell’infanzia, infatti, se trattate in tempi precoci e in modi adeguati, evitano di inasprirsi in età adolescenziale. Il parent training, quindi, permette ai genitori di applicare essi stessi delle tecniche psicologiche in quelle situazioni in cui il bambino manifesta i comportamenti problema. OBIETTIVO L’obiettivo è quello di fornire ai genitori gli strumenti necessari per riconoscere i bisogni e i segnali affettivi del bambino e rispondere in maniera adeguata. Il Parent Training viene indicato sia per situazioni in cui non è stato diagnosticato un disturbo del bambino, ma i genitori hanno bisogno di supporto nella gestione di comportamenti problematici, sia per i disturbi del neurosviluppo. Come funziona? Mentre un tempo i terapeuti che conducevano i programmi di Parent Training trasmettevano verticalmente il loro sapere ai genitori, oggi assolvono invece un ruolo di coach della funzione genitoriale. Nello specifico, sono gli esperti di problemi evolutivi, che più di trasmettere competenze ai genitori devono “attivarle” in loro.  Nelle fasi iniziali le sessioni puntano ad allenare i genitori a individuare lo scopo di un determinato comportamento problematico. Si descrive quest’ultimo in modo obiettivo, si esaminano gli elementi che lo precedono e si rileva cosa avviene dopo che è stato messo in atto.Nelle sessioni di Parent Training gli esperti si confrontano apertamente con i genitori, analizzando i fattori scatenanti, quindi suggerendo strategie da mettere in pratica ad esempio anche attraverso esercizi di role-play . Conclusioni Diventa importante per i genitori conoscere gli strumenti possibili per affrontare una diagnosi. Piuttosto che chiudersi o scoraggiarsi è bene rivolgersi ad un professionista che può offrire un aiuto concreto.

Il doomscrolling: una tendenza per le ricerche online

doomscrolling

Il doomscrolling è un’attività tipica della navigazione in internet. Essa consiste nell’abitudine a concentrare le ricerche che abbiano contenuti a caratteri negativi e tristi. Con l’avvento della pandemia, questa tendenza ha preso sempre più piede. Il covid-19 infatti ha amplificato notevolmente il bisogno di cercare notizie negative sul proprio cellulare. Il termine deriva da due parole anglosassoni doom, sventura, e scrolling, scorrere. Il suo nome, quindi, è già intriso del significato comportamentale. Dal punto di vista psicologico, le persone che effettuano questo tipo di ricerche hanno già tratti depressivi evidenti. Con il doomscrolling, infatti, gli individui, preferiscono leggere gli articoli online che siano in linea con il loro modo di vedere e affrontare le situazioni. In questo modo, si convogliano in maniera compulsiva e ossessiva le attività di ricerca su quei contenuti che alimentano negatività, disperazione e depressione. La pericolosità di comportamenti del genere è facilmente intuibile. Passare parecchie ore nella giornata a guardare e leggere articoli sulle sventure degli altri esseri umani ha effetti significativamente ansiogeni. Da un lato c’è il desiderio, la curiosità umana di sapere le cose per poterle fronteggiare, ma dall’altro c’è un rischio subdolo e sottovalutato, che mina la salute. Gli studi evidenziano che fare doomscrolling alimenta sensibilmente uno stato di malessere psicologico e fisico, che a lungo andare compromette la salute e le relazioni sociali. Vanno bene le ricerche a carattere informativo e veritiero, ma vanno bilanciate con attività che riportino il sorriso sulle nostre facce. Bisogna evitare quel circolo vizioso del gatto che si morde la coda: più ci si approccia alle cose negative, più ci si circonda di depressione e catastrofi. Al contrario, per migliorare il proprio stato di salute, che poi si riflette sul lavoro, la famiglia e gli amici, si ha bisogno di modulare tristezza e gioia, isolamento e socializzazione.

La gratitudine fa parte della capacità di amare

Provare gratitudine non è una mera questione di buona educazione. Ci hanno insegnato a dire “grazie” quando riceviamo un dono, anche se non è di nostro gradimento. Ad essere rispettosi e riconoscenti e a ricambiare le buone maniere dell’altro. Tuttavia, possiamo adottare queste modalità solo per doverismo, ringraziare e mostrarci riconoscenti senza nutrire quel sentimento profondo che invece rappresenta la gratitudine. La gratitudine ha a che fare con il sapere ricevere Saper dare valore a ciò che si riceve è una capacità adulta. Per varie ragioni e in vario modo, tale capacità può risultare bloccata. Alcune persone si presentano particolarmente ossequiose ed educate e ringraziano sempre. Si percepiscono in difetto se ricevono qualcosa dall’altro e hanno fretta di ricambiare. Altre persone, invece, tendono ad assumere una posizione di abbondante generosità, per cui tendono a confrontarsi di più con l’esperienza del dare che del ricevere. In altri casi, ancora, è così difficile accedere ad esperienze nutrienti che la persona può mostrarsi rifiutante o chiudersi nell’isolamento. Al di là delle modalità comportamentali, la maggior parte delle persone si sente spesso in credito. Vuole essere amata di più, apprezzata di più. Sente di non avere abbastanza. La gratitudine trova il suo opposto nell’invidia. Nella sua forma distruttiva, l’invidia consiste nel sentire che l’altro ha qualcosa che non si potrà mai avere. Vissuto che genera uno stato d’impotenza intollerabile e la fantasia onnipotente e distruttiva di distruggere ciò che l’altro possiede. La gratitudine come sentire profondo Essere grati implica innanzitutto il poter riconoscere se stessi, con tutte le proprie parti e con tutti i propri limiti. E poter riconoscere l’altro, con tutte le sue parti e con tutti i suoi limiti. Da questa posizione paritaria, al di fuori di svalutazioni e di dinamiche di superiorià/inferiorità e di dominio/sottomissione, è possibile valorizzare le differenze e l’incontro autentico con l’altro. La gratitudine è il dare valore non solo a ciò che si riceve come nutrimento all’interno delle relazioni ma anche a ciò che si riceve dalla vita e, più ampiamente, il dare valore alla vita stessa. Può svilupparsi in parallelo con l’evoluzione della persona e diventare un sentimento molto profondo e potente, di crescita e trasformazione. “Il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare”, scrive Melanie Klein in “Invidia e Gratitudine”. La gratitudine è l’amore di aver ricevuto e il desiderio di donare qualcosa di sé. Ricambiare l’amore con amore.

Vedere l’altro per ciò che è

Vedere l’altro per ciò che è realmente vuol dire abbandonare le aspettative e i processi di proiezione della posizione infantile. La ferita narcisistica L’incapacità di vedere l’altro è centrale nelle personalità narcisistiche, in cui vi è, a monte, una negazione della dipendenza e dei propri bisogni affettivi. Quando il bambino non viene adeguatamente riconosciuto dal proprio ambiente familiare, può difendersi ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. La protezione narcisistica, che consiste nel rifugiarsi in una perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stati visti dai propri genitori per ciò che si era. Non avendo fatto esperienza di amore, non si è in grado di amare. E, carenti di riconoscimento, lo si ricerca nella vita manipolando gli altri. Sebbene sia peculiare in questo tipo di personalità, una certa difficoltà a vedere l’altro così com’è appartiene a tutti poichè ciascuno, a modo proprio, ha carenze di riconoscimento e la propria ferita antica. Le proiezioni All’interno delle relazioni accade abitualmente che l’altro venga investito di aspetti non riconosciuti di sé e di esperienze vissute nel passato con le proprie figure genitoriali. Ad esempio: giudico come negativa l’aggressività per cui tendo a negarla e a proiettarla all’esterno. Di conseguenza, l’altro e il mondo diventano per me minacciosi. Posso proiettare emozioni, fantasie, pensieri. Aspetti che tento di escludere, che reputo proibiti, non desiderati. Che non riconosco in me ed attribuisco agli altri. Dunque, per vedere l’altro per ciò che è bisogna innanzitutto vedere se stessi per ciò che si è. Facendo altri esempi: se proietto all’esterno un Genitore critico, tenderò a percepire ciò che mi arriva dall’altro come una critica anche quando non lo è. O, ancora, se proietto un Genitore idealizzato posso non riconoscere il comportamento svalutante assunto dall’altro nei miei confronti. E così via. Questo gioco di proiezioni, che appartiene al fenomeno del transfert, impedisce sia di vedere l’altro sia di accedere ad un sentire autentico e coerente con quanto avviene nella realtà. Le aspettative Le aspettative ricoprono un ruolo determinante nelle relazioni. Risiedono nel Bambino della personalità e spesso anch’esse sono aspetti dipendenti. Possono essere grandiose o catastrofiche, di riscatto o conferma del proprio copione di vita. Vi può essere l’aspettativa che l’altro debba approvarmi, capirmi, rendermi felice. Che debba farmi sentire speciale, che debba condividere i miei pensieri e le mie scelte. Che debba salvarmi. Oppure, non mi aspetto niente di buono, semmai credo che l’altro mi deluderà come tutte le persone della mia vita, confermandomi il mio finale di copione drammatico. Le aspettative sono particolarmente presenti all’inizio di una relazione, specie di coppia. Insieme alle proiezioni, partecipano al processo di idealizzazione in base al quale si vede l’altro per come si vorrebbe che fosse e non per come è realmente. E’ infatti quando si rompe questo idillio iniziale che generalmente la relazione va in crisi. Quando emergono gli aspetti dell’altro inizialmente scotomizzati, bisogna fare i conti con la realtà. E’ grazie al contatto autentico, accettando l’altro per com’è, al di fuori di fantasie, aspettative ed ideali, che possiamo accedere ad una relazione matura e all’amore. Superare la posizione infantile Per vedere l’altro è necessario sviluppare una personalità adulta. Innanzitutto integrare quanto di sé negato, per poter ritirare le proiezioni. E, così, potersi riconoscere in tutte le proprie parti. Ciò risulta fondamentale per superare la posizione infantile e narcisistica in base alla quale l’altro non viene visto ma manipolato in relazione ai propri bisogni, in primis a quello di essere riconosciuto, e alle proprie aspettative. Questo passaggio evolutivo consente dunque di vedere l’individualità dell’altro. Di saper distinguere ciò che appartiene a sé da ciò che appartiene all’altro. Di rispettare i confini interpersonali. “Io sono io. Tu sei tu. Io non sono a questo mondo per soddisfare le tue aspettative. Tu non sei a questo mondo per soddisfare le mie“, recita Fritz Perls nella nota preghiera della Gestalt. E’ necessario diventare consapevoli che l’altro non ha il compito di doverci riconoscere o dare valore, di doverci dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Né di proteggerci. Siamo noi a doverlo fare. Assumendoci la responsabilità di noi stessi e della nostra esistenza.

Perche’ mio figlio balbetta?

Spesso un genitore si scontra con questa problematica. Per prima cosa,un po per istinto, tende a rimproverare il bambino. “parla bene!”. Scopriamo insieme le cause della balbuzie ed il modo migliore per approcciare alla risoluzione Cos’è la balbuzie? La balbuzie,  è un disturbo del linguaggio caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze. Il linguaggio presenta arresti, ripetizioni e prolungamenti involontari di un suono. I primi sintomi vengono solitamente osservati nei primi anni di vita, in media intorno ai 3 anni. La balbuzie è un disturbo della comunicazione complesso e variabile, può assumere forme diverse e nonostante sia nota fin dall’antichità continua a essere oggetto di dibattito tra gli studiosi. Sintomatologia Tra i sintomi più frequenti della balbuzie nei bambini ci sono contrazioni anomale di vari gruppi muscolari. Queste contrazioni si manifestano quando il bambino desidera o comincia a parlare, soprattutto all’inizio della frase. Esistono poi le caratteristiche secondarie, ovvero quei comportamenti che il bambino mette in atto per evitare di balbettare. Esse variano dalla semplice sostituzione di “parole di cui si ha paura” fino all’isolamento sociale al fine di evitare scambi comunicativi con gli altri. La percentuale di recupero nella balbuzie viene stimata dal 50% al 90%, ma tende a diminuire in proporzione all’aumentare del tempo in cui la balbuzie persiste. Cosa può fare il genitore? I genitori di un bambino con balbuzie possono fare molto per aiutare il proprio figlio. È importante ascoltare il bambino quando parla, anche se si mette a balbettare, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza. Lasciare che il bambino concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo.È utile parlare molto al bambino, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole. Il bambino noterebbe la differenza di come ci si rivolge a lui e ingigantirebbe dentro di sé il suo problema. Infine è necessario valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima.Ci sono al contrario comportamenti che i genitori di un bambino con balbuzie dovrebbero evitare.In particolare, è consigliabile non anticipare il bambino quando parla, completando le parole o le frasi e non interromperlo dicendogli che si è già capito, cosa che potrebbe comportare per lui una mortificazione.È utile prendere l’abitudine di parlare uno alla volta.Infine, quando parla è fondamentale non mortificarlo davanti agli altri, parenti e non parenti, assumendo un’aria ansiosa o annoiata. Conseguenze Paure, disagi, sensi di colpa per le proprie difficoltà, sono solo alcuni degli aspetti che possono caratterizzare il vissuto dei bambini che mostrano balbuzie. Questa problematica  può condizionare inoltre la vita di relazione. Un intervento terapeutico per la balbuzie nei bambini prima dei 6 anni porta a una diminuzione più significativa della percentuale di sillabe balbettate. Chi balbetta presenta un rischio maggiore dei parlatori fluenti di inibizione nelle relazioni, di ansia sociale e bassa autostima. Pertanto è bene intervenire tempestivamente

L’aggressività e il comportamento passivo-aggressivo

La maggior parte delle persone considera in modo negativo l’aggressività e l’associa perlopiù alla violenza. In realtà, nella sua forma sana, l’aggressività è una forza vitale fondamentale per la nostra esistenza. E’ infatti la forza grazie alla quale possiamo soddisfare i nostri bisogni e raggiungere i nostri obiettivi. Come indica l’etimologia della parola, dal latino “adgradior”, l’aggressività corrisponde ad un ‘“andare verso”, in cui è implicito un movimento nella direzione di uno scopo. In questo modo, l’aggressività svolge una funzione adattiva, poichè contribuisce alla stabilità psicofisica di ogni individuo, all’affermazione e alla realizzazione di sé. L’inibizione dell’aggressività e della rabbia Chi inibisce la propria aggressività ha difficoltà a riconoscersi e ad esprimersi. Tende a sottrasi al confronto con l’altro. A bloccarsi, nelle scelte e nell’azione. A monte, rifiuta parti proprie ed emozioni giudicate come negative. In particolar modo la rabbia. Tali aspetti di sè negati vengono solitamente proiettati nel mondo esterno vissuto come ostile e pericoloso. Sul piano comportamentale, vi sono agiti che si fanno portavoce di quanto non integrato nella personalità. Tutto ciò ha radici antiche. Nei messaggi ricevuti dalle proprie figure genitoriali, nelle convinzioni acquisite in base alle quali la rabbia rappresenta qualcosa di sbagliato. Nelle esperienze fatte durante l’infanzia. Il bambino avverte che il miglior modo per adattarsi al proprio ambiente è nascondere agli altri i propri bisogni ed il proprio sentire. E così, apprende a reprimere la libera espressione di sé e a ricorrere a modalità alternative per incanalare le proprie emozioni. Il comportamento passivo-aggressivo Attraverso il comportamento passivo-aggressivo l’aggressività e la rabbia internamente proibite vengono fuori in un modo mascherato. E’ tipico il procastinare gli impegni, così come il cercare di non far trapelare in modo esplicito i propri stati d’animo usando toni ironici e sarcastici, esibendo modi fintamente cortesi e affermando di essere calmi e tranquilli. Salvo poi diventare facilmente scontrosi o ritirarsi in un ostinato silenzio. Spesso il comportamento passivo-aggressivo si accompagna ad un atteggiamento vittimistico. La persona si lamenta di non essere capita e apprezzata e al contempo nega che ci sia qualcosa che non va. Così evita di avere un confronto diretto e di affrontare sentimenti spiacevoli. Comportamenti di questo tipo rientrano nell’esperienza comune di molte persone ma possono diventare ricorrenti e strutturarsi, assumendo forme patologiche. Il nucleo emotivo Nel nucleo profondo del funzionamento passivo-aggressivo risiede una componente di invidia e di risentimento verso l’altro, su una base di scarsa autostima e sentimenti di insicurezza, nella maggior parte dei casi non riconosciuti e talvolta coperti da spavalderia. Sull’instabilità emotiva si articolano dinamiche di complicità e opposizione, sottomissione e ostinazione, provocazione e pentimento. Le relazioni risultano a loro volta instabili. Spesso, il gioco che viene messo in atto mira a provocare nell’altro una esplosione di rabbia e l’emergere di sentimenti di colpa e vergogna connessi alla reazione emotiva esagerata. Lo scopo è vendicarsi per le proprie ferite e tentare di gestire il conflitto interno nutrendo l’illusione onnipotente di esercitare un controllo sugli altri.