COS’E’ IL DISTURBO DELLA COORDINAZIONE MOTORIA

Il DSM5 definisce il disturbo dello sviluppo della coordinazione come quel disturbo in cui l’acquisizione e l’esecuzione delle abilità motorie coordinate sono notevolmente inferiori rispetto a quanto atteso per l’età dell’individuo. Tale deficit interferisce con le attività di vita quotidiana (autonomie personali), sulla produttività (scolastica e professionale) e sul tempo libero o gioco. A QUALI PATOLOGIE E’ COLLEGATO I disturbi della coordinazione motoria sono fortemente collegati con i disturbi specifici dell’apprendimento. Il Disturbo si presenta con alta comorbilità con diversi disturbi della fase evolutiva del bambino (ADHD, Disturbi specifici dell’apprendimento, Disturbi dello Spettro dell’Autismo). L’eziopatogenesi è multifattoriale: ipossia, malnutrizione perinatale, basso peso alla nascita, ecc.Il disturbo di coordinazione motoria non è in nessun modo un disturbo unitario, i profili differiscono da bambino a bambino. I deficit possono riguardare sia le competenze grosso-motorie che fino-motorie, ma a queste si possono associare anche problematiche di carattere visuo-costruttive e cognitive. CARATTERISTICHE Tendenzialmente i bambini con DCD possono avere un deficit nella rappresentazione interna del proprio corpo con conseguente difficoltà di controllo motorio e di apprendimento di nuovi movimenti. Per esempio, questi bambini impiegheranno un tempo lunghissimo per mettere in atto un’azione estremamente facile. Le caratteristiche tipiche e comuni di un bambino con DCD fanno sì che il soggetto si presenti goffo e impacciato, in ritardo con lo sviluppo di alcune capacità motorie (es. andare in bicicletta), incapace di mantenere l’equilibrio o l’uso coordinato di più parti del corpo. L’esordio dei sintomi avviene sin dalle prime fasi dello sviluppo, pertanto i bambini possono raggiungere le tappe dello sviluppo motorio in ritardo (rimanere seduti da soli, camminare, salire le scale, pedalare) così come in ritardo possono raggiungere alcune abilità (abbottonare, assemblare puzzle, usare le forbici, fare il nodo…). Anche la qualità dei movimenti risulta non adeguata, in particolare i bambini che presentano questo disturbo possono eseguire i movimenti con scarsa coordinazione e precisione e/o più lentamente rispetto ai coetanei. Di conseguenza, a livello comportamentale ed emotivo, avendo alla base queste difficoltà motorie, i soggetti con DCD possono mostrarsi disinteressati o evitano in ogni modo situazioni che richiedono un particolare sforzo fisico. Ciò porta il bambino ad avere una scarsa autostima di Sè, una forte frustrazione e ansia che lo inducono ad evitare anche la socializzazione con i suoi coetanei. QUALI AREE CEREBRALI SONO IMPLICATE? Il cervelletto è coinvolto, nello stesso tempo, a determinare sia funzioni cognitive che motorie, come lo stesso ruolo, di tale importanza, lo si deve alla corteccia pre-frontale. La disfunzione di tali strutture celebrali, porta inevitabilmente lo sviluppo di problemi sia di carattere motorio e sia di carattere cognitivo coinvolgendo, di conseguenza, gli apprendimenti (lettura, scrittura, calcolo, comprensione). CONCLUSIONI Le difficoltà descritte possono essere un campanello di allarme. Trattate dagli esordi possono portare un netto miglioramento, che inficerà non solo nello sviluppo psicomotorio ma anche e soprattutto negli apprendimenti futuri.

Nascere non basta

Nascere biologicamente non basta. Si acquisiscono caratteristiche umane solo grazie a un complesso processo in grado di farci appartenere a quell’insieme, molteplice e sempre in movimento, che sono le comunità degli homo sapiens sapiens. Questo processo dura per tutta la vita e consiste in una costante e reciproca attività di rielaborazione. Reciproca nel senso che in ogni momento siamo ricostruiti e ricostruiamo le nostre comunità di appartenenza e, sempre nello stesso momento, le comunità di appartenenza sono costantemente da noi ricostruite e ci ricostruiscono. Questo processo, per sua natura non può mai del tutto riguardare solo un individuo, ma è sempre anche collettivo. Tutto questo vuol dire in continuazione condividere e rielaborare, anche nel profondo, linguaggi, miti, valori etici, forme artistiche, credenze magico religiose e le storie complesse di tutta la nostra specie. Quindi anche dialogare con quell’area universale che oggi noi, con una parola coniata dai filosofi della cosiddetta cultura occidentale, chiamiamo trascendenza. A trasmetterci di generazione in generazione il testimone di quell’appartenenza non è stato soltanto il sempre più mitizzato DNA ma il corpo ritmico e accudente di chi si è preso cura di noi fin da bambini e quindi soprattutto il corpo delle donne. Non solo quello delle donne, ma soprattutto il corpo delle donne. Da quando in Africa, più o meno trecentomila anni fa, il bingo della selezione naturale ha partorito gli homo sapiens sapiens questi hanno messo costantemente in scena della procedure che oggi con le nostre stesse categorie attuali ci apparirebbero anche come franche pratiche artistiche, proprio per le tecniche e le modalità allora usate, dai più vari materiali fino alla ritmicità sincronizzata nella danza dei corpi, alle musiche e alla messa in scena delle mitologie fondanti le comunità.

Perfezionismo: la ricerca di una realtà che non esiste

Il perfezionismo è la tendenza rigida e talvolta patologica a rifiutare limiti ed imperfezioni in se stessi e nella realtà circostante. Alla base del perfezionismo vi è una illusione infantile. Il bambino vive la prima fase della sua esistenza senza distinzione tra sé e l’esterno, in una dimensione soggettiva di perfezione e onnipotenza. E’ solo quando inizia a riconoscere altro da sé che comincia a confrontarsi con i suoi limiti e con i limiti della realtà che vive. Scopre, ad esempio, che da solo non può procurarsi il cibo, né calore, né affetto. Che tutte queste cose sono possibili nella relazione con l’ambiente e che sono soggette a variabili. A regole e tempi che esistono al di fuori della sua volontà. La ricerca di perfezione è il tentativo di ripristinare questo stato originario, sicuro e rassicurante, a scapito del contatto con la realtà. Una realtà che non esiste Chi aspira alla perfezione ricerca una realtà che non esiste. Vuole sempre eccellere e non commettere errori. Ha una spinta autoesigente, “sii perfetto“, che lo tiene nella costante tensione di dover fare di più e meglio e che gli impedisce di sentirsi soddisfatto. Spesso proietta all’esterno le attese grandiose e il giudizio critico e vive con ansia esperienze e relazioni. Sul versante patologico, vi è un iperinvestimento su tutti questi aspetti che si fanno più rigidi. Vi possono essere vissuti persecutori carichi di angoscia con risvolti autolesionistici. Il perfezionismo può estendersi oltre il rapporto con se stessi, in un corollario di aspettative su come dovrebbero essere gli altri, il mondo, la vita. L’amore, le amicizie, il lavoro, la società risultano deludenti, troppo mediocri per essere apprezzati e tollerati. Vi può essere l’idea di dover essere compresi del tutto, di dover ricevere un’attenzione assoluta, che con l’altro vi debba essere piena corrispondenza, sintonia totale. In questo stato di cose, non potendo trovare gratificazione, la persona vive perlopiù una condizione di frustrazione e malessere. Alcune volte, vi è una maggiore focalizzazione sulle carenze, con una maggiore percezione della sofferenza. Altre volte, un disinvestimento difensivo che porta più verso il ritiro e la rinuncia. La percezione di se stessi e degli altri e le posizioni esistenziali Il perfezionismo può assumere svariati volti. Può manifestarsi in presenza di una percezione di sé svalutante e di una idealizzazione dell’altro, nella posizione esistenziale “Io non sono ok, gli altri sono ok“. In questo caso, la persona vive nel continuo confronto con un ideale irraggiungibile. Non si sente all’altezza delle aspettative e, nonostante tutti i suoi sforzi, sente che ciò che fa e che ottiene non è mai abbastanza. In altri casi, invece, vi può essere il rifugio in una grandiosità narcisistica e nella svalutazione dell’esterno, nella posizione “Io sono ok, gli altri non sono ok“. Questo tipo di difesa consente di evitare il crollo dell’onnipotenza e il contatto con la propria vulnerabilità e i propri bisogni affettivi. Le svalutazione è più ampia ed estesa nella posizione “io non sono ok, gli altri non sono ok“. In questo tipo di atteggiamento esistenziale, nessun aspetto della realtà risulta sufficientemente adeguato ed appagante e vi è il rischio patologico di un ritiro depressivo, di una perdita di speranza e di senso.

Leggete le storie della buonanotte ai vostri bambini?

Perché è importante leggere la favola della buonanotte ai bambini? Molti studi hanno rilevato che leggere storie prima di andare a letto, anche solo per 10-15 minuti, è importantissimo. La favola della buonanotte aiuta lo sviluppo del linguaggio e delle capacità di memoria Leggere ad alta voce a tuo figlio e spiegare il significato di parole nuove, stimola l’apprendimento e promuove l’arricchimento del suo vocabolario, oltre che la capacità di comunicare.Leggere le storie della buonanotte sviluppa nei bambini un vocabolario più forte. Questo perché le storie per bambini contengono più parole uniche di quelle a cui i nostri bambini sono generalmente esposti nella vita quotidiana. Aiutano lo sviluppo delle capacità emotive La favola della buonanotte permette al tuo bambino di immedesimarsi nei personaggi delle storie. Il personaggio con cui il bambino si identifica e che alla fine vince o ha la meglio, lo rassicura e lo aiuta a riconoscere e ad affrontare le sue paure. Stimolano il ragionamento Ascoltare una storia vuol dire prestare attenzione e ordinare mentalmente quello che si ascolta, immaginandosi ciò che viene raccontato. Questo è un importante esercizio per lo sviluppo dell’abilità di pensare in modo organizzato. Stimolano immaginazione e creatività. Il momento della favola della buonanotte è un’esperienza piacevole che porta, inevitabilmente, a calarsi in una realtà magica e che dà spunti importanti nel gioco. Creano una routine rassicurante. La sera è un momento in cui i bambini hanno maggior bisogno di coccole e rassicurazioni. Il fatto di leggere una storia crea una routine (che rassicura i bambini). Incentiva il desiderio di imparare a leggere. Il desiderio di tuo figlio di riuscire a fare quello che fai tu, unito alla passione che gli trasmetti, farà sì che abbia la curiosità di imparare a leggere! Fino a che età leggere le storie della buonanotte Se vogliamo dare ai nostri piccoli le migliori possibilità a scuola, allora dovremmo inserire le favole della buonanotte nella nostra routine quotidiana, anche solo di 10 minuti. E attenersi a questa routine fino a quando non raggiungono gli 11 anni circa. CONCLUSIONI Diventa quindi importante trovare tempo e spazio da dedicare alla lettura delle storie della buonanotte. Questo momento diventa prezioso per rafforzare la relazione genitore-figlio e per stimolare varie abilità e competenze nel bambino.

Fragilità emotiva e aspetti patologici

La fragilità emotiva può assumere forme patologiche fino a manifestarsi con una perdita del senso di interezza di sé. Fragilità e vulnerabilità La parola “fragilità” deriva dal latino “frangere” che vuol dire rompere, mandare in pezzi. La fragilità è spesso associata alla vulnerabilità. In una quota, fragilità e vulnerabilità fanno entrambe parte della natura dell’essere umano. Possono aumentare in concomitanza di passaggi significativi ed eventi traumatici. Ma mentre la vulnerabilità indica la possibilità di essere feriti, la fragilità ha più a che fare con il rischio di rottura e richiede generalmente maggiore attenzione. La vulnerabilità è più vicina alla sensibilità. Siamo vulnerabili quando le esperienze che viviamo risuonano nel profondo del nostro animo e quando ci apriamo alle relazioni e diventiamo intimi, vibrando insieme all’altro. La fragilità emotiva, invece, appartiene di più ad una difficoltà nel sostenere le emozioni e ad una perdita di equilibrio che segnala la necessità di proteggere l’integrità del sé. La fragilità come campanello di allarme per la salute Quanto più si è fragili emotivamente tanto più può emergere la sensazione di andare in pezzi. Il rischio patologico è correlato alla presenza di una struttura instabile, non in grado di rimanere compatta e reggere di fronte alle esperienze della vita. Nella maggior parte dei casi, la fragilità emotiva rientra in una più ampia fragilità psicologica. Alla base vi sono convinzioni limitanti o distorte su di sé, sugli altri e sul mondo che, ad un livello spesso inconsapevole, condizionano fortemente la persona. “Se l’altro non mi desidera non valgo niente”, “gli altri non mi capiranno mai”, “il mondo è pericoloso”, “non posso fidarmi di nessuno”, “esisto solo per come gli altri mi riconoscono”, “sono tutti migliori di me”, “devo dimostrare di essere migliore degli altri”, sono esempi di aspetti cognitivi rigidi che si formano durante l’infanzia e che impediscono la costruzione di un senso di sé coeso e stabile. La fragilità emotiva e le sue forme patologiche Una forte fragilità emotiva e psicologica si può manifestare con una alterazione sul versante affettivo e l’instaurarsi di condizioni ansiose o depressive. In questi casi, la persona avverte tutta la propria insicurezza nel confronto con l’esterno e l’impatto può diventare insostenibile. Può sentirsi inadeguata, non degna, non meritevole. La posizione esistenziale tipica è: “Io non sono ok, gli altri sono ok”. Oppure può vivere un sentimento pervasivo e distruttivo di disperazione generalizzata e perdita di speranza, nella posizione “Io non sono ok, gli altri non sono ok”. Non di rado compaiono comportamenti autolesivi e suicidari. Se invece vi è una negazione dei propri stati emotivi e delle proprie fragilità, il funzionamento può diventare in particolar modo impulsivo e proiettivo. La persona può perdere la capacità di gestire i propri pensieri, il proprio sentire e il proprio agire. E, non essendo in grado di riconoscere le parti di sé che ritiene indesiderate, tende a proiettarle all’esterno. La posizione esistenziale è del tipo “Io sono ok, gli altri non sono ok”. Il mondo può diventare un luogo pieno di insidie e suscitare vissuti persecutori con il prevalere di sentimenti di ostilità e comportamenti aggressivi e violenti.

Quali sono i vantaggi del social dreaming?

Con il termine “social dreaming” si indica il “sogno sociale”. Cosa vuol dire “sogno sociale”? Un sogno che è condiviso con gli altri e che forse può aiutare anche gli altri. Il social dreaming può favorire l’interazione tra le persone, facendo emergere alcuni lati della nostra personalità. Il sogno è un processo mentale che avviene quando dormiamo. Nel sogno noi viviamo storie, percepiamo immagini, avvertiamo sensazioni, incontriamo persone, animali, visitiamo luoghi e ambienti vari. Tutto vissuto con un’esperienza diretta. L’esperienza diretta è vita anche se fatta durante il sogno. Proprio perché esperienza, siamo costretti a subirla. Il grande pittore post-impressionista Van Gogh affermava: “Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni.” Perché questo? La risposta è semplice: nel sogno noi apprendiamo conoscenze, rituali, parole che incidono in maniera significativa sul nostro modo di agire. Social dreaming come modo di pensare Il “social dreaming” è una tecnica di lavoro con il gruppo. Rappresenta un modo di pensare ed è stato “scoperto” da Gordon Lawrence intorno agli anni ’80. Il “social dreaming”, in sintesi, è una pratica di condivisione dei sogni all’interno di uno spazio sociale. Durante il social dreaming la persona tracciare verbalmente il sogno; evidenziare i tratti salienti del sogni; dare risalto al ruolo di se stesso nel sogno. Qualora si decidesse di potenziare l’attività immaginativa, è necessario avere sia una visione condivisa del sogno, sia degli obiettivi di crescita personale. Durante il social dreaming la mente elabora pensieri e vive emozioni, intravede nuove strade e nuovi sentieri. Si sforza anche di compiere nuove azioni e di vivere nuove situazioni, che svolgono un ruolo di ricostruzione cognitiva ed emotiva del sogno stesso. Il sogno sociale è utile per pianificare, organizzare, coordinare e controllare anche le proprie azioni. Il sogno sociale ci rassicura anche perchè ci permette di fare previsioni. Grazie all’immaginazione si può diventare capace di assumere il controllo del proprio pensiero. Qualora si decidesse di potenziare l’attività immaginativa è necessario avere sia una visione condivisa del sogno, sia degli obiettivi di crescita personale. In generale, il “sogno sociale” spesso riflette le aspirazioni e le visioni di un benessere collettivo. Cominciare a sognare significa che la nostra mente non avrà frontiere.

Perchè la musica fa bene ai bambini?

I bambini amano la musica, le canzoni, i ritmi e, come gli adulti, traggono grande beneficio dal vivere in un ambiente musicale. Recenti studi hanno dimostrato che la musica influenza lo sviluppo fisico, emotivo e intellettuale di neonati e bambini e rafforza lo sviluppo cognitivo e sensoriale. I bambini esposti alla musica classica nel grembo materno mostrano un cambiamento positivo nello sviluppo fisico e mentale dopo la nascita. L’effetto della musica sullo sviluppo L’effetto positivo che la musica ha su neonati e bambini è vario, favorendone lo sviluppo sia nella sfera mentale che fisica. L’ascolto musicale da parte del tuo bambino può attivare i percorsi neurali responsabili di molte abilità, aumentandone le competenze generali quali la creatività, o competenze più specifiche come l’intelligenza spaziale. Per ascoltare, cantare o suonare si devono attivare entrambi gli emisferi del cervello: quello destro, sede delle emozioni e delle capacità sensibili, coglie il timbro della musica e la melodia; quello sinistro, invece, che controlla i processi logici, analizza il ritmo e l’altezza dei suoni. Per questo la musica è fondamentale nello sviluppo del cervello del bambino, lo aiuta ad affinare le capacità di astrazione, aumenta le competenze analitiche, matematiche e linguistiche. Quando poi i bambini imparano la musica, attraverso lo studio di uno strumento, affinano la concentrazione, l’autocontrollo e l’attenzione. Fin dal concepimento è immerso nei suoni del corpo della madre ed è raggiunto dal suono della sua voce. Dopo la nascita ritrova gli stessi suoni e, prima di arrivare a capirne il significato, ne apprezza la musicalità. Egli sviluppa così la capacità di ascolto: riesce a cogliere le sfumature, le inflessioni e persino l’emozione dietro le parole; in questo modo arriva a percepire e comprendere la lingua, ed è più facile acquisire il linguaggio. La musica ha anche un ruolo nello sviluppo affettivo-cognitivo, infatti i genitori e le persone che si occupano della cura dei bambini sanno che cantare per i bambini e suonare per loro aiuta a tranquillizzarli e a creare un rapporto più stabile, rafforza il legame e crea una sensazione di benessere e armonia.  QUAL È LO STRUMENTO PIÙ ADATTO? Per scegliere lo strumento più adatto è importante sapere che: la batteria e i tamburi aiutano la coordinazione e il bambino attivo e vivace a scaricare la sua energia. La chitarra per forma e sonorità soddisfa un bambino poco incline ad esprimere le proprie emozioni. Il pianoforte stimola la coordinazione per la mano destra e per la sinistra. Inoltre permette di ricavare una soddisfazione immediata. La tromba è piuttosto semplice, ma richiede molta forza. È adatta a bambini con notevole energia da esprimere e con la tendenza a dominare. Il flauto traverso richiede braccia lunghe, polmoni sviluppati e capacità di mantenere la posizione eretta. Il violino richiede precisione, dita sottili, braccia non troppo corte e un temperamento riflessivo e tranquillo. Coltiviamo la sperimentazione Come posso stimolare la cultura musicale nei miei figli? Da dove parto, come mi oriento? Ci sono tanti approcci diversi, è vero, ma il fil rouge che sembra metterli tutti d’accordo è la varietà, l’eterogeneità dei generi e l’importanza di vivere la musica anche in gruppo, perché stimola le interazioni con gli altri e la socializzazione. Creare dei momenti di routine musicale in cui alternare brani di generi diversi, dal rock, all’indie, alla musica classica, pop, jazz, etnica e via dicendo, aiuta il bambino a conoscere diversi mondi, diverse musicalità e a capire pian piano quale preferisce. Perché in fondo i bambini hanno e sviluppano dei propri gusti musicali, sicuramente in parte condizionati da ciò che sono soliti ascoltare (i genitori, soprattutto), ma non solo. Lasciamo la possibilità ai più piccoli di avere accesso al mondo della musica nella sua meravigliosa eterogeneità, in fondo potrebbe essere un’occasione anche per noi grandi di aprirci a generi diversi che non siamo soliti ascoltare.

Il disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva

Il disturbo ossessivo-compulsivo: inquadramento diagnostico e trattamento Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato da ossessioni e compulsioni che interferiscono con il normale sviluppo cognitivo e sociale del bambino, compromettendone le prestazioni scolastiche e le relazioni sociali. Le ossessioni sono pensieri, impulsi, immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi, che causano ansia o disagio marcati. In età evolutiva, le ossessioni più frequenti possono essere collegate a timori di contaminazione, timori di farsi del male o di fare del male a qualcuno, bisogno di simmetria ed ordine. Le compulsioni, invece, possono essere mentali (ad esempio pregare, contare, ripetere parole nella mente) o comportamentali (lavarsi le mani, riordinare, controllare). La persona si sente obbligata a mettere in atto questi comportamenti in risposta ad un’ossessione. In età evolutiva le compulsioni riguardano principalmente rituali di controllo, lavaggio, ordine, simmetria. Per identificare un comportamento di natura ossessiva-compulsiva vanno osservati: il tempo, in quanto le ossessioni e le compulsioni comportano una notevole perdita di tempo; il contenuto bizzarro; il disagio provato in quanto i sintomi compromettono la qualità di vita del bambino e della famiglia. La diagnosi in età evolutiva E’ fondamentale, soprattutto in età evolutiva, diagnosticare ed intervenire precocemente affinché il disturbo non si cronicizzi nel tempo. La differenza tra il disturbo che si manifesta in età evolutiva e in età adulta sta nell’insight: i bambini non riconoscono come irragionevoli le loro ossessioni e compulsioni e, spesso, minimizzano i sintomi per paura o per sensi di colpa. Ciò può ostacolare non soltanto la diagnosi, ma anche la pianificazione dell’intervento. Come intervenire? Il trattamento d’elezione del DOC risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale. Lo scopo non è soltanto quello di ridurre i sintomi ossessivi e compulsivi, ma migliorare la qualità di vita del bambino e della sua famiglia. La terapia è quindi orientata anche al miglioramento dell’autostima, delle abilità sociali, delle relazioni familiari e del funzionamento scolastico del bambino/adolescente. E’ molto importante coinvolgere nella terapia i genitori o altre figure educative che ruotano intorno al bambino per eliminare le risposte comportamentali che rinforzano i sintomi del DOC promuovendo il ricorso a strategie di problem solving adeguate.

La crisi di coppia e il suo potenziale trasformativo

La crisi di coppia è un evento di per sè naturale che segnala la rottura di un equilibrio e la necessità di attivare un cambiamento. Talvolta, diventa la spia di un malessere profondo, di una impasse che reclama attenzione. I passaggi significativi della vita di coppia Come naturale evoluzione del rapporto, la crisi può emergere in concomitanza dei passaggi significativi della vita di coppia. Il primo tra questi, si manifesta quando finisce la fase iniziale dell’idealizzazione. Quando svanisce l’effetto obnubilante dell’innamoramento e delle proiezioni in base alle quali l’altro è visto in funzione delle proprie fantasie e aspettative. Quando lo si comincia a vedere per com’è e non più per come si vorrebbe che fosse. Ed è qui che ne emergono gli aspetti ‘negativi’, i lati indesiderati del suo carattere, e diventa difficile farli coesistere internamente con quelli ‘positivi’. Si tratta di un passaggio di crescita che implica l’abbandono dell’idillio iniziale in favore di un rapporto reale e maturo. In alcuni casi, lo scarto tra l’illusione e la realtà può essere tanto forte da determinare l’abbandono della relazione. Nelle personalità più immature, ciò accade per la tendenza a rifugiarsi in un funzionamento infantile e per l’impossibilità a stare in un contatto adulto. Tra i passaggi più comuni che una coppia si può trovare ad affrontare vi sono: l’inizio della convivenza, la scelta del matrimonio, la nascita di un figlio, il momento in cui i figli lasciano la casa familiare, tipicamente caratterizzato dalla nota ‘sindrome del nido vuoto‘. Nelll’arco del ciclo di vita della coppia, possono emergere molteplici conflitti relativamente a decisioni da prendere e a vissuti non riconosciuti che chiedono di essere visti e integrati. Quando la crisi della coppia si fa portavoce di un malessere profondo La crisi puo’ essere indipendente da contingenze di vita e tappe evolutive specifiche e farsi portavoce di un malessere emotivo più profondo. Può manifestarsi attraverso sintomi o acting-out. Perdita di desiderio, trascuratezza, tradimenti possono nascondere rabbia, dolore, ferite non elaborate. Spesso le coppie vanno in crisi per mancanza di una reale intimità, di quello scambio aperto di pensieri, emozioni e sensazioni essenziale per stare in un confronto autentico. Per la maggior parte delle persone è difficile rivelarsi per come si è. A causa di un mancato autoriconoscimento. Per il timore del giudizio, dell’abbandono. Di conseguenza, vi è l’impossibilità di accogliere l’altro per com’è. Questo condiziona sia la comunicazione che la vita relazionale e sessuale. La presenza di un malessere profondo in genere ha radici nel passato. Nella storia della coppia e nella storia individuale e familiare di ciascuno dei due partner. Vi possono essere eventi traumatici non superati. Quasi sempre, vi è una mancata separazione dalle proprie figure genitoriali e una mancata autonomia, per cui la coppia si poggia su dinamiche dipendenti. Di richiesta di protezione, sicurezza, accudimento. Riconoscimento, conferma, approvazione. Il modo con cui ognuno entra in relazione con l’altro risente di quanto appreso dalle esperienze significative della propria infanzia e del modello di coppia mutuato dai propri genitori. Non di rado, vi sono legami simbiotici in cui i due partner si comportano come se formassero un’unica persona. Ed in cui la crisi rappresenta il conflitto tra il voler proteggere la simbiosi e al tempo stesso il volersi evolvere dalla stessa. La svalutazione del potenziale trasformativo della crisi di coppia Solitamente le persone attribuiscono alla crisi una accezione negativa svalutandone il potenziale trasformativo di crescita. Nella maggior parte dei casi, la crisi di coppia viene associata a scenari drammatici che hanno a che fare con la distruzione e la fine. Concepita in questo modo, la crisi rischia di non essere affrontata. Spesso, la prima difficoltà sta proprio nel pronunciare la parola “crisi” all’interno della coppia. Alcune volte il rapporto si raffredda in una distanza emotiva diretta a silenziare le problematiche a scapito dell’intensità dello scambio e della condivisione. Altre volte, vi può essere una quotidianità litigiosa senza però guardare ai conflitti reali nascosti più in profondità. Evitare di affrontare la crisi ovviamente non è mai una soluzione. Semmai un modo per confermare l’orizzonte catastrofico delle paure. Giungere direttamente alla fine del rapporto o, altre volte, ad una paralisi che può durare anche tutta una vita. Può essere molto doloroso guardare alle insoddisfazioni proprie e dell’altro, scoprire quanto si cela dentro i non detti, i silenzi e gli agiti. Molto frequentemente si arriva alla fine per mezzo di un epilogo che ricade al di fuori di una scelta consapevole. Per progressivo e lento spegnimento delle energie vitali, attraverso una fuga o un gesto estremo o al culmine di una tempesta emotiva fatta di litigi, accuse e colpevolizzazioni. Occorre dunque riconoscere la crisi, nominarla e successivamente assumersene la responsabilità. E rivolgersi alla psicoterapia quando necessario.

Lo sviluppo dell’identità di genere nel bambino

Il bambino inizia a costruire già nella prima infanzia una “idea” di sé, una propria identità personale e sociale, che include anche l’identità di genere. Attraverso il confronto con i pari e con gli adulti il bambino inizia gradualmente a identificarsi sulla base delle proprie caratteristiche personali condivise con gli altri. Inizia a sentirsi parte di un “gruppo sociale”, che lo porta a riconoscersi in persone simili a sé e distinguersi da persone diverse da sé. Cos’è l’identità di genere L’identità di genere è il senso di appartenenza che un individuo prova nei confronti di un genere sessuale. Si tratta di un concetto ben distinto da quello dell’orientamento sessuale. Quest’ultimo è inteso come genere verso cui un individuo prova attrazione sessuale, e può essere diversa da quella espressa dal sesso biologico.  Il sesso biologico, ovvero quello assegnato alla nascita, infatti, dipende dalla connotazione fisica di un individuo. Il genere si riferisce alla sfera psicologica, emotiva e sociale dell’individuo. Quando l’identità di genere combacia con quella del sesso determinato alla nascita, l’individuo viene definito “cisgender” (ad esempio, una persona con attributi maschili che si identifica nel genere maschile). Quando l’identità di genere è diversa da quella assegnata alla nascita, l’individuo viene definito “transgender” (ad esempio, una persona con attributi maschili che si identifica nel genere femminile, in nessun genere oppure in entrambi). La varianza di genere La varianza (o “non conformità”) di genere consiste nella discrepanza tra il genere assegnato alla nascita e il genere in cui si riconosce un individuo. In età evolutiva, la varianza di genere non è rara e può manifestarsi già a partire dai 2-4 anni di età.  Il bambino può, ad esempio, esprimere il rifiuto verso abbigliamento e accessori tipicamente associati al proprio sesso biologico e manifestare una preferenza verso quelli che considera come appartenenti al genere opposto. Può prediligere comportamenti, attività e giochi culturalmente legati all’altro genere e rifiutare di praticare quelli comunemente considerati appropriati per il proprio. Disturbi dell’identità di genere nei bambini I fattori che maggiormente vengono presi in considerazione per verificare se si tratti di un disturbo dell’identità di genere (DIG) o altro sono principalmente i seguenti:  Disturbo reattivo. Il bambino manifesta un DIG come reazione ad eventi traumatici quali un abuso sessuale.  Comorbilità psichiatrica. Prima di diagnosticare un DIG è necessario capire se il piccolo non sia affetto da un altro disturbo (per esempio disturbo di personalità).  Patologia familiare. Verificare che in famiglia non ci sia un disturbo clinico per il quale il DIG risulta essere secondario alla patologia già presente nel nucleo d’origine.  Tipologia di comportamento DIG. È necessario valutare contenuto e qualità del comportamento poiché potrebbe essere presente un solo sintomo ossia l’avversione per le caratteristiche del proprio sesso piuttosto che una forte identificazione con il sesso opposto. Conclusioni Grande importanza è rappresentata dall’ascolto e dall’osservazione che il genitore deve mostrare verso il bambino. Ciò consente al genitore stesso di attivare una rete di ascolto e aiuto verso tutta la famiglia e maturare atteggiamenti sani di guida e sostegno verso il benessere di tutti.