L’autostima è utile per essere positivi o negativi

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L’autostima è un concetto psicologico su cui sono stati effettuati numerosi studi per comprenderne bene le diverse sfaccettature. L’autostima positiva è considerata il fattore centrale di un buon adattamento socio-emozionale. Avere una buona autostima ci rende più sicuri, più felici, più desiderabili e ci aiuta a rispondere adeguatamente alle sfide della vita. Tuttavia non possiamo essere certi che un’alta autostima sia la causa di una buona performance, o che sia vero il contrario, cioè che una buona performance sia la causa di un’alta autostima. La causalità operi in entrambe le direzioni: l’impressione che uno ha sulla propria performance influenza le proprie autovalutazioni e le convinzioni che un individuo ha su sé stesso hanno un impatto sulla sua performance. In altre parole la considerazione di se può essere sia causa sia effetto di un buono o cattivo funzionamento in aree specifiche della personalità. L’autostima non è un riflesso delle capacità delle persone. Le persone con alta autostima non sono necessariamente più dotate (intelligenti, competenti) di quelle con bassa. Quello che le distingue sono le loro convinzioni sulle proprie capacità, il loro atteggiamento rispetto alle prove della vita, le loro reazioni ai successi/fallimenti. Coloro che hanno alta autostima tendono ad essere ottimiste e riescono a gestire gli eventi negativi con serenità; le persone con scarsa considerazione tendono ad essere pessimiste e non sfruttano le loro potenzialità per far fronte agli eventi negativi. Le persone con alta autostima prima di intraprendere ogni attività, risolvere un problema, appaiono in genere sicure di sé e sono convinte di avere buone probabilità di successo. Spesso hanno alle spalle una storia di successi che alimentano le rosee aspettative e anche quando in passato sono incappati in qualche delusione, tendono a pensare che “stavolta andrà bene”. Per questi soggetti le situazioni e le prove difficili risultano stimolanti, sono una sfida da raccogliere per dimostrare a loro stessi e agli altri che sono in gamba. Le persone con bassa autostima si trovano nella situazione opposta: prima di ogni prova, si sentono ansiose e preoccupate, vorrebbero tanto “darsela a gambe”. Hanno molti dubbi sull’esito dei loro sforzi, non hanno fiducia nelle loro capacità, e l’esperienza passata non gli suggerisce pronostici favorevoli. Si raffigurano già il momento in cui dovranno fare i conti con l’ennesimo fallimento. Essi non vedono le prove come stimolanti sfide, ma come occasioni in cui rischiano di dimostrare di non essere abbastanza capaci e intelligenti. Dati questi timori non aspirano a conseguimenti eccezionali. A loro basterebbe non fare una figuraccia, rientrare nella media, non risultare troppo inadeguati. I conseguimenti delle persone con alta autostima saranno ben più numerosi ed elevati di quelli delle persone con bassa autostima a causa del grado di impegno e persistenza che mettono negli obiettivi che si prefiggono. Le persone con alta autostima pur essendo soddisfatte di sé spesso lavorano sodo per migliorare le loro aree di debolezza. Le persone con bassa autostima, “dando per persa la partita”, tendono ad impegnarsi poco e ad essere sopraffatte dall’ansia.

L’autocritica: Il potere di guardare dentro di sé

L’autocritica è una delle abilità psicologiche più importanti che possiamo coltivare per il nostro benessere emotivo e il nostro sviluppo personale. Si tratta di un processo di autovalutazione in cui riflettiamo obiettivamente su noi stessi, i nostri comportamenti e le nostre azioni, senza giudizio eccessivo o autocondanna.Mentre l’autocritica può essere vista come un’abilità positiva, può anche diventare dannosa se non è gestita correttamente. È un processo complesso che coinvolge la valutazione di sé stessi, delle proprie azioni e dei propri risultati. può essere una spada a doppio taglio se non gestita con cura. Vediamo quindi alcuni approfondimenti su come l’autocritica può influenzare diversi aspetti della nostra vita e come possiamo sviluppare una relazione più sana con essa. 1. Impatto sull’Autostima L’autocritica eccessiva può danneggiare l’autostima e minare la fiducia in sé stessi. Quando ci critichiamo costantemente, finiamo per vedere solo i nostri difetti e ci sentiamo inadeguati. Questo ciclo negativo può portare a sentimenti di depressione e ansia. È importante quindi bilanciare l’autocritica con l’auto-compassione, riconoscendo anche le nostre qualità e i nostri successi. 2. Relazioni Interpersonali L’autocritica può influenzare anche le nostre relazioni con gli altri. Quando siamo iper-critici nei confronti di noi stessi, possiamo diventare sensibili alle critiche altrui e reagire in modo difensivo. Inoltre, l’autocritica eccessiva può impedirci di essere autentici nelle relazioni, poiché temiamo il giudizio degli altri. Coltivare un atteggiamento più compassionevole verso noi stessi ci rende più aperti e autentici nelle nostre interazioni con gli altri. 3. Performance e Successo Mentre un po’ di autocritica può spingerci a migliorare le nostre prestazioni e raggiungere i nostri obiettivi, un eccesso di essa può avere l’effetto opposto. La paura di fallire o di non essere abbastanza buoni può paralizzarci e impedirci di agire. Invece di concentrarci solo sui nostri fallimenti, è importante riconoscere anche i nostri successi e le nostre realizzazioni. Questo ci dà fiducia nelle nostre capacità e ci motiva a perseguire i nostri obiettivi. Tuttavia, quando utilizzata in modo sano e costruttivo, l’autocritica può essere un potente strumento per il cambiamento e la crescita personale. Benefici dell’Autocritica 1. Autoconsapevolezza: L’autocritica ci aiuta a conoscere meglio noi stessi, identificando i nostri punti di forza e le nostre aree di miglioramento. 2. Crescita Personale: Riflettere sulle nostre azioni ci permette di imparare dagli errori e di sviluppare nuove competenze. 3. Responsabilità: Prendere responsabilità per le nostre azioni ci aiuta a sviluppare un senso di controllo sulla nostra vita. 4. Relazioni Salutari: Essere in grado di valutare in modo obiettivo il nostro comportamento può migliorare le nostre relazioni, poiché siamo più aperti alla critica costruttiva e più consapevoli degli effetti delle nostre azioni sugli altri. Strategie per gestire l’Autocritica Per gestire in modo sano l’autocritica, possiamo adottare diverse strategie: 1. Compassione verso sé stessi: Accettare che siamo esseri umani e che fare errori è naturale. Trattiamo noi stessi con gentilezza e compassione, proprio come faremmo con un amico in difficoltà. 2. Obiettività: Cerchiamo di guardare alle nostre azioni con occhi obiettivi, senza essere troppo severi né troppo indulgenti. 3. Focalizzarsi sulle soluzioni: Piuttosto che concentrarsi solo sui problemi, concentriamoci anche sulle soluzioni e sui passi da compiere per migliorare. 4. Limitare la rumination: Evitiamo di rimuginare sui nostri errori in modo ossessivo. Impariamo dalle esperienze passate e lasciamole andare. 5. Imparare dall’esperienza: Piuttosto che condannarci per i nostri errori, impariamo dalle esperienze passate e usiamole come opportunità di crescita e miglioramento. L’autocritica può essere una forza positiva nella nostra vita se gestita con cura e consapevolezza. Ci permette di crescere, imparare e migliorare come individui. Tuttavia, è importante trovare un equilibrio tra autovalutazione e auto-compassione per evitare di cadere nella trappola della negatività e della bassa autostima. Con la pratica e l’impegno, possiamo trasformare l’autocritica da una fonte di angoscia a un catalizzatore per il nostro sviluppo personale e il nostro benessere emotivo.

L’atelofobia: una paura subdola con risvolti sociali

l'atelofobia

Una delle fobie sociali poco riconosciuta ma largamente diffusa è l’atelofobia. Essa nasce dalla paura di commettere sempre errori e di conseguenza non essere all’altezza delle situazioni e degli altri. La differenza con la sindrome dell’impostore sta nell’azione stessa. In quest’ultima patologia, la vittima non si riconosce meritevole del risultato o del successo ottenuto, mentre nell’atelofobia, per paura di sbagliare non agisce. Le manifestazioni più evidenti, oltre al non fare nulla di fronte ad uno stimolo, sono l’ansia e il panico, la cui esasperazione porta all’isolamento sociale. Nelle prime forme, l’atelofobia crea uno stato di stress, dovuto all’anticipazione cognitiva del senso di inadeguatezza. La scarsa stima di sé e delle proprie capacità gioca quindi il ruolo di manipolatore dei pensieri negativi, che si amplificano e riverberano in diversi contesti quotidiani. Il leit motiv ansioso ingigantisce inoltre anche le conseguenze dell’eventuale comportamento, virando ovviamente verso l’aspetto disastroso. Un punto cruciale da tenere in considerazione è che il desiderio di essere perfetti si sostituisce alla ricerca dell’efficienza. La vittima, quindi, per voler sembrare decisamente all’altezza del compito da eseguire si lascia trasportare dal senso del controllo al punto da paralizzarsi. Ed ecco che l’atelofobo comincia il suo stato di agitazione che nel tempo lo porta poi ad evitare continuamente le sfide quotidiane. Ciò che inoltre sono seriamente compromesse, sono le relazioni affettive e lavorative: non c’è fiducia nell’’assegnare un compito, non ci si può contare, portando così a forme di isolamento. Un’esperienza psicologica funzionale di riconoscimento delle proprie capacità e potenzialità rappresenta il primo passo verso una reale lettura della realtà e del compito da svolgere. C’è, quindi, in ogni situazione non solo margini di errori, ma soprattutto di miglioramento personale. “La perfezione non esiste…Perché ogni imperfezione è diversità…Possiamo essere molto più che perfetti. Possiamo essere sinceri e veri. Unici (Agostino Degas)

L’ansia: quando diventa un ostacolo che limita le azioni

Cosa si può fare quando si soffre di un disturbo d’ansia? La mindfulness può essere di aiuto? Cerchiamo di scoprirlo in questo articolo. Nel mio studio incontro Sandra. Non riesce a studiare, nè a lavorare, nè ad uscire. Quando provo a capire cosa succede in quei casi, la sua risposta è: “non so cosa succede o perchè, ma sto male!”. Approfondendo la situazione, capiamo che Sandra ha sviluppato un disturbo d’ansia. Quando solitamente si sente parlare di ciò, la prima reazione è l’ansia stessa! “E’ brutta, fa paura, non la voglio!”. Essa, infatti, si manifesta attraverso sensazioni di timore e apprensione, che possono essere correlate da tremori, sudorazione, palpitazioni. Tuttavia, ansia e paura sono emozioni che da sempre fanno parte della storia dell’uomo. Quando è talmente forte da interferire con il funzionamento generale dell’individuo, allora diventa disfunzionale e può trasformarsi in un “disturbo”. Come nel caso di Sandra. Come abbiamo agito con Sandra allora? Sicuramente spiegare il meccanismo che avvia il circolo vizioso dell’ansia può essere di aiuto, ma non basta. E’ infatti una reazione automatica che si crea dinanzi a contesti percepiti come pericolosi. Lavorare sulle strategie di evitamento che l’individuo adotta. Se aprire il libro per studiare mi crea ansia, evitare l’ansia (e quindi di aprire il libro) diventa la mia azione abituale. Ciò vuol dire che non studierò più, rimarrò indietro con gli esami e questo innescherà molti sensi di colpa e pensieri di non essere in grado. Esponendo, in caso contrario, il soggetto, alle situazioni che creano più agitazione, gli si farà sperimentare che è possibile “stare con l’ansia” e, nonostante essa, mettere in atto azioni che hanno valore. Perchè la mindfulness può essere di aiuto? La mindfulness può essere molto utile nei casi di ansia patologica poichè, durante la pratica, si riesce a ridurre l’attività del sistema nervoso simpatico che è alla base dei meccanismi di ansia. Con essa, inoltre, si possono affinare le abilità di osservazione di ciò che accade dentro e fuori di sè, aumentando la propria consapevolezza. Sandra, con tanto esercizio, è riuscita a riconoscere i pensieri come tali e a non farsi agganciare da essi, notando se stessa come “soggetto osservante”, nonchè a portare l’attenzione sul momento presente, senza focalizzarsi sui sintomi dell’ansia e sul circolo vizioso che solitamente si innescava con essi.

L’ansia dei buoni propositi tra obiettivi e ideali di perfezione

L’ansia dei nuovi propositi per il nuovo anno: in bilico tra obiettivi e ideali di perfezione irraggiungibili.L’avvento del nuovo anno è da sempre considerato un momento di bilancio e di profonda riflessione su quello appena trascorso. “Ho raggiunto i traguardi che mi ero prefissato? Quali obiettivi voglio perseguire in questo 2023?”Sono solo alcune delle domande più frequenti quando ci si avvicina al fatidico conto alla rovescia. L’abitudine di creare una lista di aspirazioni e buoni propositi per il nuovo anno è sicuramente preziosa. Ci aiuta ad allineare la nostra mente sui progetti futuri, facendo emergere ambizioni e desideri e stimolando la pianificazione per concretizzarli. Esiste però un rovescio della medaglia: talvolta i propositi che ci prefiggiamo sono molto più che ambiziosi, sono irrealistici. Nella nostra società siamo abituati ad essere troppo esigenti, soprattutto con noi stessi. Desideriamo tutto e subito, saltando al risultato. Dunque pretendiamo che il cambiamento sia immediato e non frutto di un processo graduale. La smania di arrivare immediatamente al risultato genera in noi un forte stress, una continua ansia da prestazione, che si trasforma in frustrazione ogni volta che non riusciamo a portare a termine l’obiettivo nei tempi e modi prefissati. Non solo, le nostre aspettative sono fortemente condizionate dagli ideali e dai modelli di perfezione della nostra società, amplificati dai social networks. Spesso vogliamo raggiungere determinati traguardi esclusivamente per ottenere approvazione sociale e rispondere ad un’immagine idealizzata e irrealistica. Lo scontro con questi standard di perfezione ci fanno star male, intrappolandoci in una spirale di ansia e insoddisfazione.

L’anedonia: quando la gioia sembra svanire

L’anedonia, un termine proveniente dal greco antico che letteralmente significa “senza piacere”, rappresenta uno dei sintomi più profondi e debilitanti della depressione e di altri disturbi psicologici. In un mondo in cui la ricerca della felicità è considerata un obiettivo fondamentale, l’anedonia getta un’ombra oscura su questa ricerca, portando coloro che ne soffrono a percepire la vita come grigia e priva di senso. Definizione e caratteristiche L’anedonia può essere descritta come la perdita di interesse o piacere nelle attività che solitamente suscitano gioia o gratificazione. Coloro che ne soffrono possono sperimentare un’apparente incapacità a provare emozioni positive, anche in situazioni che normalmente porterebbero felicità o soddisfazione. Attività come socializzare, fare sport, ascoltare musica o gustare il cibo diventano monotone e prive di significato. Cause e fattori di rischio Le cause dell’anedonia possono essere complesse e multiformi. Spesso è associata alla depressione maggiore, ma può anche manifestarsi in altri disturbi psichiatrici come il disturbo depressivo persistente, il disturbo bipolare, il disturbo d’ansia e la schizofrenia. Alcuni fattori di rischio includono lo stress cronico, traumi emotivi, abuso di sostanze, cambiamenti neurochimici nel cervello e predisposizione genetica. Impatti sull’individuo e sulla vita quotidiana L’anedonia può avere un impatto devastante sulla qualità della vita di un individuo. Chi ne soffre può sentirsi isolato, distante dagli altri e intrappolato in una sorta di vuoto emotivo. Le relazioni interpersonali possono essere compromesse, il rendimento lavorativo può diminuire e persino le attività quotidiane possono diventare un peso insopportabile. Sottotipi di anedonia L’anedonia può manifestarsi in diversi modi e può essere suddivisa in due principali sottotipi: 1. Anedonia sociale: caratterizzata dalla perdita di interesse nelle interazioni sociali e nella connessione emotiva con gli altri. Chi soffre di anedonia sociale può provare un distacco emotivo dalle relazioni e un’incapacità a provare piacere nei momenti di socializzazione. 2. Anedonia fisica: Si riferisce alla perdita di piacere nelle attività fisiche e sensoriali, come mangiare, bere, fare sport o ascoltare musica. Questo sottotipo può manifestarsi anche come una perdita di interesse nel sesso e nella sfera intima. Neurobiologia dell’anedonia Gli studi hanno evidenziato che l’anedonia è associata a disfunzioni in diverse aree del cervello, inclusi i circuiti della ricompensa e del piacere. Questi circuiti coinvolgono neurotransmettitori come la dopamina, che svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione dell’umore e della motivazione. Pertanto, le persone con anedonia possono avere un’alterata risposta neurale agli stimoli gratificanti, contribuendo alla loro incapacità di provare piacere. Approcci terapeutici I trattamenti per l’anedonia sono solitamente mirati a trattare la condizione di base che sta causando il sintomo. Alcuni dei principali approcci includono: 1. Terapia cognitivo-comportamentale (TCC): Questo tipo di terapia mira a identificare e modificare i pensieri e i comportamenti negativi associati alla depressione e all’anedonia. Aiuta le persone a sviluppare abilità per affrontare i pensieri distorti e per adottare comportamenti più sani. 2. Terapia farmacologica: Gli antidepressivi possono essere prescritti per trattare la depressione e altri disturbi psicologici associati all’anedonia. Questi farmaci possono agire sui neurotrasmettitori nel cervello, come la serotonina, la noradrenalina e la dopamina, per migliorare l’umore e ripristinare la capacità di provare piacere. 3. Terapia di supporto: La terapia di supporto può aiutare le persone a esplorare i loro sentimenti e le loro esperienze, offrendo un ambiente sicuro e non giudicante in cui possono esprimere le proprie preoccupazioni e ricevere sostegno emotivo. 4. Stile di vita sano: Mantenere uno stile di vita sano può avere un impatto positivo sull’umore e sulla capacità di provare piacere. Questo include l’esercizio regolare, una dieta equilibrata, il sonno sufficiente e la riduzione del consumo di alcol e sostanze psicoattive. 5. Ricerca di attività piacevoli: Anche se può sembrare difficile all’inizio, impegnarsi in attività che un tempo erano piacevoli può aiutare a recuperare il piacere. Anche se può sembrare faticoso, iniziare con piccoli passi e aumentare gradualmente l’impegno può essere utile. 6. Supporto sociale: Rimanere connessi con gli altri e cercare il supporto di amici, familiari o gruppi di supporto può fornire sostegno emotivo durante il processo di recupero. Ogni individuo può rispondere in modo diverso ai diversi trattamenti, quindi è importante lavorare con un professionista della salute mentale per sviluppare un piano di trattamento personalizzato. L’anedonia rappresenta una sfida significativa per coloro che ne sono afflitti, ma è importante riconoscere che esistono opzioni di trattamento efficaci. La consapevolezza e la comprensione di questo sintomo possono aiutare sia gli individui che i professionisti della salute mentale a lavorare insieme per superare questa difficile condizione e riaccendere la scintilla della gioia nella vita di coloro che ne soffrono.

L’AI incontra la Psicologia: l’Intelligenza Artificiale Emotiva

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Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia è ormai parte integrante delle nostre vite e, complice la pandemia, si sta progressivamente sostituendo ai tradizionali canali di comunicazione e relazione face to face. Tuttavia, il distanziamento fisico e la cosiddetta “skin hunger” ci hanno fatto riscoprire l’importanza del contatto umano e di un valore più emozionale dei rapporti interpersonali. Ci troviamo di fronte ad uno strano paradosso: mentre gli individui sono proiettati in una dimensione sempre più egocentrica, le macchine, in una spasmodica corsa all’innovazione, stanno diventando sempre più empatiche. Sempre più aziende si stanno dotando di tecnologie digitali in grado di creare connessioni emotive con il pubblico di riferimento per rendere l’esperienza di acquisto o di consumo più reale, immersiva e soddisfacente. Uno degli strumenti più utilizzati per raggiungere questo scopo è l’Intelligenza Artificiale (AI): un computer in grado di riprodurre il funzionamento dell’intero pensiero umano e agire di conseguenza in maniera autonoma. L’intelligenza artificiale emotiva Al fine di creare un legame efficace con il pubblico, l’Intelligenza Artificiale non solo deve comportarsi come la mente umana, ma deve comprendere la psicologia dell’utente. Nasce così l’Intelligenza Artificiale Emotiva: una nuova frontiera dell’AI che rende la tecnologia capace di riconoscere le emozioni e i sentimenti degli utenti attraverso l’analisi delle espressioni facciali e del linguaggio del corpo (ma non solo).Lo scopo di questo ambizioso progetto è quello di dotare le macchine di intelligenza emotiva, ovvero la capacità di comprendere e interpretare lo stato d’animo dell’interlocutore e di adattare coerentemente il proprio comportamento. Comprendere e codificare sentimenti ed emozioni L’AI Emotiva ragiona attraverso il “calcolo affettivo“, termine coniato dalla prof.ssa Rosalind Picard della MIT University già nel lontato 1995. Tale processo è il risultato di studi interdisciplinari che combinano psicologia, scienze cognitive e informatica per comprendere, misurare e analizzare le emozioni umane tramite parametri biometrici e fisiologici. Le tecniche utilizzate dall’Intelligenza Artificiale per riconoscere gli stati d’animo spaziano dall’analisi delle espressioni del volto, del linguaggio del corpo e dei modelli vocali; all’analisi del linguaggio online, corredato di elementi multimediali quali emoji, immagini e video; fino alla misurazione di dati biometrici: temperatura corporea, respirazione, attività muscolare e attività cerebrale. Il progresso tecnologico ci mette dinanzi ad infinite possibilità, è importante però riflettere anche su quelli che sono i limiti di questo strumento. Il percorso di codifica e comprensione delle emozioni e dei sentimenti umani è complesso e non sempre lineare perché prende in esame aspetti etnici, antropologici e socioculturali che, se non considerati, possono generare bias cognitivi. L’auspicio è quello di guardare all’Intelligenza Artificiale Emotiva come un potente strumento da tenere nella cassetta degli attrezzi e da utilizzare con consapevolezza in molteplici ambiti, primo tra tutti la psicologia.

L’aggressività e il comportamento passivo-aggressivo

La maggior parte delle persone considera in modo negativo l’aggressività e l’associa perlopiù alla violenza. In realtà, nella sua forma sana, l’aggressività è una forza vitale fondamentale per la nostra esistenza. E’ infatti la forza grazie alla quale possiamo soddisfare i nostri bisogni e raggiungere i nostri obiettivi. Come indica l’etimologia della parola, dal latino “adgradior”, l’aggressività corrisponde ad un ‘“andare verso”, in cui è implicito un movimento nella direzione di uno scopo. In questo modo, l’aggressività svolge una funzione adattiva, poichè contribuisce alla stabilità psicofisica di ogni individuo, all’affermazione e alla realizzazione di sé. L’inibizione dell’aggressività e della rabbia Chi inibisce la propria aggressività ha difficoltà a riconoscersi e ad esprimersi. Tende a sottrasi al confronto con l’altro. A bloccarsi, nelle scelte e nell’azione. A monte, rifiuta parti proprie ed emozioni giudicate come negative. In particolar modo la rabbia. Tali aspetti di sè negati vengono solitamente proiettati nel mondo esterno vissuto come ostile e pericoloso. Sul piano comportamentale, vi sono agiti che si fanno portavoce di quanto non integrato nella personalità. Tutto ciò ha radici antiche. Nei messaggi ricevuti dalle proprie figure genitoriali, nelle convinzioni acquisite in base alle quali la rabbia rappresenta qualcosa di sbagliato. Nelle esperienze fatte durante l’infanzia. Il bambino avverte che il miglior modo per adattarsi al proprio ambiente è nascondere agli altri i propri bisogni ed il proprio sentire. E così, apprende a reprimere la libera espressione di sé e a ricorrere a modalità alternative per incanalare le proprie emozioni. Il comportamento passivo-aggressivo Attraverso il comportamento passivo-aggressivo l’aggressività e la rabbia internamente proibite vengono fuori in un modo mascherato. E’ tipico il procastinare gli impegni, così come il cercare di non far trapelare in modo esplicito i propri stati d’animo usando toni ironici e sarcastici, esibendo modi fintamente cortesi e affermando di essere calmi e tranquilli. Salvo poi diventare facilmente scontrosi o ritirarsi in un ostinato silenzio. Spesso il comportamento passivo-aggressivo si accompagna ad un atteggiamento vittimistico. La persona si lamenta di non essere capita e apprezzata e al contempo nega che ci sia qualcosa che non va. Così evita di avere un confronto diretto e di affrontare sentimenti spiacevoli. Comportamenti di questo tipo rientrano nell’esperienza comune di molte persone ma possono diventare ricorrenti e strutturarsi, assumendo forme patologiche. Il nucleo emotivo Nel nucleo profondo del funzionamento passivo-aggressivo risiede una componente di invidia e di risentimento verso l’altro, su una base di scarsa autostima e sentimenti di insicurezza, nella maggior parte dei casi non riconosciuti e talvolta coperti da spavalderia. Sull’instabilità emotiva si articolano dinamiche di complicità e opposizione, sottomissione e ostinazione, provocazione e pentimento. Le relazioni risultano a loro volta instabili. Spesso, il gioco che viene messo in atto mira a provocare nell’altro una esplosione di rabbia e l’emergere di sentimenti di colpa e vergogna connessi alla reazione emotiva esagerata. Lo scopo è vendicarsi per le proprie ferite e tentare di gestire il conflitto interno nutrendo l’illusione onnipotente di esercitare un controllo sugli altri.

L’ autoaccettazione durante l’adolescenza

Durante l’adolescenza, è normale sentirsi un po’ confusi e incerti su chi si è e su come affrontare le sfide della crescita. È un periodo emozionante e pieno di cambiamenti, in cui i ragazzi e le ragazze si mettono alla ricerca della propria identità e sperimentano nuove relazioni sociali. L’importanza dell’ accettazione durante l’adolescenza, non è sempre un viaggio semplice: le aspettative della famiglia possono sembrare opprimenti e le emozioni possono diventare travolgenti. Le emozioni, come la tristezza, la rabbia e l’ansia, possono diventare, in alcuni casi, difficili da gestire.

Italiani e Social Network: le conseguenze sul benessere psicologico

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Nei precedenti articoli abbiamo ampiamente trattato il controverso rapporto tra psicologia e tecnologia.In questo articolo analizzeremo il comportamento degli italiani sui social network e le conseguenze sul benessere psicologico. Nell’ultimo periodo gli utenti stanno prendendo sempre più coscienza degli effetti che la tecnologia e i social network esercitano sulla loro vita. Le percezioni che stanno affiorando sono di uno scarso controllo degli strumenti digitali e soprattutto dei sentimenti, in gran parte negativi, che ne scaturiscono. Le persone fanno fatica a bilanciare gli aspetti negativi e quelli positivi dei social network e, consapevoli degli effetti che potrebbero avere sul loro benessere psicologico, stanno cambiando il loro comportamento nei confronti di questi strumenti. Secondo il Report pubblicato da Kaspersky a settembre 2021, il 62% degli italiani sta modificando il proprio atteggiamento e comportamento di fruizione nei confronti dei social media in quanto ritenuti dannosi per la salute mentale. In particolare il 42% degli italiani ha dichiarato di non avere il pieno controllo dei social e di non riuscire a porsi dei limiti nel loro utilizzo, chiaro campanello d’allarme rispetto al pericolo di Social Media Addiction.Il 31% ha affermato di provare emozioni negative durante l’utilizzo, rilevando un incremento dei livelli di ansia e stress, mentre il 37% ha dichiarato di aver intenzionalmente ridotto il tempo da trascorrere sui social network. Un ulteriore rivolto della medaglia è che, reagendo a questa sindrome di iperconnettività, le persone hanno provato a rimettersi in contatto con il proprio io attraverso la meditazione o la mindfulness. Questo dato ci illumina sull’esigenza più forte della società odierna: ritornare al contatto umano, all’ascolto di sé stessi e degli altri, all’autenticità. La psicologia in questo senso è una risorsa inestimabile per riportare le persone al centro del loro essere e aiutarle a ricalibrare le priorità della loro vita in base ad un sistema di valori. La tecnologia è parte integrante delle nostre vite e un prezioso strumento per renderle più efficienti, ma è importante saperla padroneggiare e accogliere nella nostra quotidianità con consapevolezza ed equilibrio. In quest’ottica l’educazione digitale gioca sempre un ruolo fondamentale non solo per chi si approccia per la prima volta ai nuovi strumenti di comunicazione, ma anche per chi li usa quotidianamente, al fine di mantenere il giusto distacco e non venire assorbiti dal mondo virtuale.