Iperconnessione e insonnia: siamo la società che non dorme mai

Iperconnessione e insonnia: quando il nostro rapporto con la tecnologia genera stress.Nei precedenti articoli abbiamo parlato delle implicazioni psicologiche correlate all’uso delle nuove tecnologie. L’avvento di questi nuovi canali ha generato una profonda trasformazione nel modo di comunicare e relazionarci e nel comportamento umano online e offline nella sua globalità. Nonostante siano un preziosissimo strumento, l’uso poco consapevole dei social network e di internet può generare comportamenti disfunzionali, che si sono accentuati notevolmente durante il lockdown. Le fisiologiche limitazioni imposte dalla pandemia hanno portato a un utilizzo smisurato degli strumenti digitali per proseguire le normali azioni della vita quotidiana e colmare l’assenza di contatto e relazioni in presenza. Abbiamo visto così nascere problematiche di internet addiction e di social addiction, ovvero veri e propri casi di iperconnessione e dipendenza dai nuovi media. In particolare sono aumentati fenomeni come la nomofobia: l’utilizzo compulsivo dello smartphone e dei social network e la costante sensazione di perdersi qualcosa se non si è perennemente connessi. Ma lo stress generato dall’iperconnessione non riguarda soltanto i momenti di svago, anzi. L’introduzione dello smart working ha costretto le persone meno avvezze alla tecnologia ad apprendere e padroneggiare in breve tempo gli strumenti digitali, facendo i conti con un senso di inadeguatezza e impotenza che genera distress e frustrazione. L’iperstimolazione tecnologica del telelavoro e la costante reperibilità da remoto ha reso sempre più labili i confini tra vita privata e vita professionale, fonte di stress perpetrato che spesso genera in burnout: sindrome da esaurimento emotivo. L’estensione delle ore di lavoro, già difficili da conciliare con la vita domestica, ha portato ad una drastica riduzione delle ore di sonno caratterizzate inoltre da una scarsa qualità del riposo. Questo fenomeno è stato approfondito dall’indagine condotta dall’Università dell’Aquila durante il primo lockdown su 2.123 italiani, da cui è emersa una forte correlazione tra insonnia e dipendenza digitale.In particolare negli utenti che hanno intensificato l’esposizione ai dispositivi digitali, è stato riscontrato un notevole peggioramento della qualità del sonno, caratterizzato da sintomi di insonnia, riduzione delle ore di riposo e ritardo nelle fasi di addormentamento e risveglio. Ancora una volta questi risultati ci portano a riflettere sul bisogno di educazione e preparazione all’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie per integrarle nella propria vita quotidiana in maniera corretta, sana ed efficace.
Integrazione sensoriale: cosa fare quando è deficitaria

Perché è importante e cosa possono fare gli educatori per supportare chi ha una scarsa integrazione sensoriale? L’integrazione sensoriale è un processo che organizza le informazioni provenienti dai sensi (gusto, vista, udito, olfatto, movimento, gravità, posizione). Facciamo un esempio: quando mangiamo un cibo, al cervello arrivano diverse informazioni dal sapore, dalla vista, dall’odore e così via… Ecco che l’integrazione sensoriale permette di mettere insieme questi dati producendo l’esperienza di noi che mangiamo. Grazie a questo processo, si interpretano e si organizzano queste informazioni in modo soggettivo, guidando quindi i comportamenti in modo funzionale e adattivo. Cosa succede se questo processo è deficitario? Quando il flusso delle sensazioni che arrivano è disorganizzato, come un vigile che non riesce a dirigere il traffico, allo stesso modo non si riesce ad organizzare il flusso di informazioni. E’ così che si crea un ingorgo. Ha origine una percezione distorta del mondo che può causare, a sua volta, difficoltà sul piano emotivo-comportamentale. Anche l’apprendimento può risultare difficile. Un bambino, ad esempio, potrebbe non rispondere ad una consegna verbale soltanto perché l’informazione si perde nel tragitto verso il cervello e non può essere utilizzata per organizzare il comportamento. Questo può avere un impatto sullo sviluppo socio-emotivo del bambino, il quale potrebbe essere disorientato ed insicuro (dato che percepisce il mondo in modo diverso dagli altri). Quali sono i suggerimenti utili per gli educatori? è bene che il bambino faccia esperienza di situazioni che lo aiutino a organizzare al meglio il proprio cervello, attraverso l’utilizzo di materiali diversi e gioco libero; bambini iposensibili o ipersensibili necessitano di attenzioni diverse. Osservare il comportamento dei bambini è importante per capire quali sono gli stimoli che il bambino sopporta di meno o di più; creare contesti sensorialmente adeguati alle esigenze del bambino; non dimentichiamo mai l’importanza di sostenere il bambino da un punto di vista emotivo, aiutandolo a comprendere ciò che per lui è difficile da capire; fare riferimento sempre ad un intervento specialistico che sia generalizzabile in tutti i contesti del bambino.
In coppia: vivere per sempre felici e contenti si può?

Le relazioni di coppia possono essere vissute in modi differenti. La cosa certa è che è una sfida, scegliere come rispondere è fondamentale. “L’amore dura per sempre”, “Esiste la metà perfetta della mela”, “Non si dovrebbe mai litigare in coppia”. Queste sono soltanto alcune delle frasi che spesso si sentono dire quando si parla di amore e di coppie, ma diciamoci la verità! Non sono certo reali e fattibili. Sognare è bello e , probabilmente, i cartoni animati e le commedie sentimentali non ci aiutano a rimanere con i piedi per terra, e qual è la verità allora? Se nella nostra mente continuano ad esserci questi pensieri, è normale che, qualsiasi episodio accada con il partner, influenzerà il giudizio che dò alla mia coppia. Lasciare andare queste credenze e focalizzarsi sulle azioni da compiere per creare un rapporto solido è invece realmente d’aiuto. Si può e si deve scegliere quali comportamenti mettere in atto per diventare il partner che vorremmo essere, considerando che vivere in coppia rappresenta sempre una sfida. La domanda è: quanto siamo disposti a fare per costruire la relazione che vorremmo? Non c’è modo di non scegliere. Russ Harris (2011) utilizza una metafora particolarmente chiara ed esplicativa: è come se tu potessi scegliere di rimanere sulla staccionata (e quindi non decidere) oppure scegliere di scendere dalla staccionata (da una parte o dall’altra), decidendo cosa fare. Stare seduti sulla staccionata, infatti, va bene per un breve periodo, ma poi diventa doloroso: è come rimanere nella relazione e arrendersi, facendo cose che peggiorano il rapporto di coppia. Tutte le storie d’amore seguono delle fasi in cui si va dall’innamoramento folle, caratterizzato anche dal rilascio di ormoni come la serotonina, l’ossitocina, la dopamina, i testosteroni e gli estrogeni che ci fanno vivere la storia come se fosse la più bella del mondo, ad una fase di disillusione in cui iniziano ad esserci più chiari anche i difetti del partner, fino alla scelta consapevole di voler restare in coppia con quella persona, che si vede e si sceglie esattamente per com’è. Quest’ultima è la fase più matura, quella in cui è necessario, di tanto in tanto, fermarsi e chiedersi: “nonostante le difficoltà, le differenze caratteriali, i desideri, che tipo di qualità personali voglio mettere in gioco in questa relazione? Come voglio comportarmi?” Perchè, attenzione, i desideri non sono la stessa cosa dei valori. Desiderare di ricevere più affetto riguarda qualcosa che voglio ottenere dall’altro. Ma cosa posso fare io, considerando che ho controllo soltanto sulle mie azioni? Potrei, ad esempio, essere affettuoso o sottolineare quando anche il partner lo è. Il valore indica quali sono le cose più importanti e, se abbiamo chiari quali sono i nostri valori, sapremo anche quali comportamenti scegliere e quale direzione seguire. Ad esempio, potrebbe essere importante il valore del prendersi cura e sarà utile chiedersi: cosa vuol dire per me prendersi cura? In che modo posso prendermi cura dell’altro? Agire in questo modo permette sia di dare un senso di pienezza alla propria vita che di appagamento, derivato dall’essere fedeli a se stessi. Non vuol dire che non ci saranno momenti di difficoltà perchè l’amore e il dolore sono come i due partner di un ballo: si muovono rimanendo mano nella mano ma… quanto è meraviglioso danzare! Hurris, R. (2011). Se la coppia è in crisi. Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole. Franco Angeli.
Importante per me: significato di semplici parole

Cosa è veramente importante per noi? La domanda, pur essendo retorica, ci accompagna in molti momenti della nostra vita. E’ un interrogativo che ci porta a riflettere su noi stessi, sul nostro passato e soprattutto sul futuro. Anche l’inizio dell’anno, foriero di aspettative e buoni propositi è il momento ideale per rispondere alla domanda. Ma prima è necessaria una riflessione. Dal punto di vista etimologico, la parola “importante” deriva dal latino e significa letteralmente “quello che si porta dentro”. Ciò che è importante nasce quindi da una consapevolezza di sé e del mondo esterno. Il nostro compito quindi è non solo selezionare le cose da portare dentro di noi, ma anche coltivarle e mantenerle “dentro”. Consapevolmente scegliamo affetti, la famiglia con gli alti e bassi che implica. Allo stesso tempo, allontaniamo le negatività per evitare malesseri e stati depressivi. E ciò che ci portiamo dentro diventa così parte della nostra esistenza e ci aiuta a mantenere il tanto desiderato benessere psicologico. Lavoriamo per costruire una positiva immagine di noi, che ci accarezza nei momenti di difficoltà e ci supporta per fronteggiarli con serenità. Ci adoperiamo affinché la nostra autostima sia un bagaglio di certezze, di cose importanti che ci inorgogliscono e ci aiutano a relazionarci meglio. Si stabilisce un rapporto intimo con le cose che ci portiamo dentro. Si costruisce il nostro universo interiore che contribuisce ad accettarsi e a piacersi.
Il vuoto esistenziale emerso con la pandemia

In questo periodo di pandemia molte persone lamentano una sensazione di vuoto e di non trovare un senso nella propria vita. Porsi domande sul senso della vita è esperienza comune ma talvolta può assumere un rilievo centrale ed accompagnarsi a stati di malessere. Quando la ricerca di senso si riveste di angoscia, possono insorgere vissuti depressivi e una sensazione di vuoto esistenziale. Ogni cosa, dentro e fuori di sé, può apparire inutile, insignificante, estranea. “Che senso ha tutto questo, perchè dobbiamo vivere? Vivo le mie giornate con molta fatica, mi costringo ad andare avanti ma poi mi chiedo: perchè? Prima credevo in quello che facevo, forse neppure mi ponevo il problema. Adesso non lo so… mi sembra di guardare la vita scorrere attraverso un vetro ma io sono immobile, distante. Lontano da tutto”. Racconti come questo sono sempre più diffusi tra le persone che arrivano in terapia. La pandemia, a vari livelli, sta mettendo tutti a dura prova. Vi è un mondo esterno, caotico e complesso, che facciamo fatica a riconoscere. Con la presenza del virus, la minaccia di malattia e morte, e con la perdita della vita che conducevamo. E vi è un mondo interno, spesso poco conosciuto, vissuto a sua volta come minaccioso. Navighiamo in acque straniere e insidiose. C’è paura, rabbia, ansia, dolore, lutto. Smarrimento. Vuoto. Da dove viene questa sensazione di vuoto? Il venir meno della struttura e dei punti di riferimento che avevamo costruito, degli appoggi esterni garantiti dalle attività che prima della pandemia organizzavano freneticamente le nostre giornate, ha determinato un vuoto per molti insostenibile. Si tratta di un’esperienza che spaventa, perché confronta con se stessi, con le proprie fragilità e la propria solitudine. Con le insicurezze e i conflitti più nascosti. Con quanto di irrisolto c’è nella propria vita. La pandemia ci sta ponendo di fronte all’incertezza e ai limiti della natura umana e di fronte alla necessità di entrare in contatto con la realtà, esterna e interna, senza le forme di evitamento abituali. La società moderna, che tende a colmare ogni spazio vuoto, valorizzando la produttività e il fare a scapito del sentire, e l’immagine a scapito dell’essere, svaluta l’importanza del vuoto considerandolo inutile, sterile. Ostenta la ricerca di una felicità che si realizza nel possesso e consumo di oggetti e nella conquista di potere, sminuendo l’autenticità della vita emotiva, con i suoi numerosi volti e le sue funzioni naturali. La cultura narcisistica in cui viviamo alimenta l’emulazione di modelli ‘vincenti’ e l’illusione onnipotente di invulnerabilità e certezze assolute. Non offre strumenti adeguati per costruire un sé coeso, in grado di riconoscere e affrontare la realtà, con la sua imprevedibilità e le sue ambivalenze e con le capacità e i limiti che ciascuno possiede. Al contrario, promuove l’alienazione, attraverso la negazione di bisogni ed emozioni naturali. Ostacola lo sviluppo del sentimento grazie al quale il noi possa prevalere sull’io e di un senso di appartenza verso la comunità più ampia. Lasciando perlopiù impotenti e ‘soli’ dinanzi alla sofferenza che fa parte della vita e alla necessità, in questo momento forte più che mai, di ascoltarsi e saper chiedere aiuto. Il ruolo della psicoterapia e il vuoto fertile La psicoterapia sostiene il difficile confronto con la dimensione depressiva, che la pandemia sollecita, e l’abbandono dell’onnipotenza, verso la scoperta di un sé più vero. La trasformazione del vuoto sterile in vuoto fertile diventa fondamentale per la formazione del senso della propria soggettività e della propria esistenza. Comporta la capacità di tollerare il nulla e la noia, l’emozione più difficile da sopportare, la più temuta, proprio perché vuota. Secondo Eric Berne, infatti, l’essere umano cerca a tutti i costi di eluderla strutturando il suo tempo in ogni modo possibile. Tuttavia, è dal punto zero del vuoto fertile, dell’assenza di struttura, che può compiersi l’atto creativo da cui emergono spontaneamente, e senza sforzo, la forma e il senso della propria esistenza. Non come adesione ad aspettative esterne, non come qualcosa di rigido e precostituito. Né come il prodotto dei processi di intellettualizzazione. Ma come puro sentire che diventa consapevolezza ed espressione del proprio essere nel mondo e della parte più profonda di sé.
Il tradimento nella relazione di coppia

Il tradimento è una delle esperienze più complesse e dolorose che si possano vivere in una relazione. Anche se molto comune, in ogni persona e in ogni coppia assume caratteristiche specifiche e può esser vissuto in tanti modi diversi. Gli scenari emotivi che si aprono con il tradimento dipendono da molteplici fattori. In primis, dalla storia personale e familiare, dalla storia di coppia e dalla storia del tradimento stesso. Ma anche dal copione di vita, dalla struttura di personalità e dall’assetto psicologico individuale. Ogni tradimento va dunque visto nella sua unicità e complessità. Per la motivazione su cui poggia, per i significati che assume nelle persone coinvolte e per la funzione che svolge all’interno della coppia. Perchè si tradisce? Chi tradisce spesso trova nel tradimento un modo per soddisfare le mancanze che vive con il/la proprio/a partner. Molte persone riferiscono di tradire per evadere da una routine vissuta come noiosa e stressante e da un rapporto tanto familiare da aver perso ogni tipo di appeal. La persona può esser legata su un piano affettivo al calore del proprio focolare domestico ma cercare in un nuovo incontro l’eccitazione e il piacere assopiti o perduti nelle pieghe della quotidianità. In diversi casi si tradisce per ritrovare il proprio desiderio, per soddisfare bisogni di natura sessuale. Ma non sempre. Si può tradire per bisogni affettivi. Per sentirsi accolti, compresi. Visti. Percepire il/la proprio/a partner distante, assente, preso/a dal lavoro o dall’accudimento dei figli, distratto/a e disinteressato/a, può generare una frustrazione che non si è in grado di tollerare. Talvolta, può risvegliare ferite antiche, vissuti di abbandono, rabbia o vendetta provati da bambini. Per alcuni il tradimento è un comportamento abituale, legato alla difficoltà ad entrare in una reale intimità. Per altri, un’esperienza nuova che rompe gli schemi e le regole rigidamente seguite fino a quel momento. Il tradimento come agito di aspetti non riconosciuti Nella mia pratica clinica, le persone spesso chiedono di far chiarezza dentro di sé e nella propria vita poichè bloccate in storie parallele. A volte anche da molto tempo. Conoscere le ragioni per cui si tradisce e gli aspetti copionali implicati è fondamentale per uscire fuori dall’impasse ed arrivare ad una scelta consapevole e coerente con i propri bisogni. Quando la persona non è consapevole delle proprie emozioni e del proprio mondo interno, resta infatti imbrigliata in un agito. Nel tentativo di scaricare la tensione interna non risolta e portare alla luce i contenuti sommersi non riconosciuti. Il tradimento si fa portavoce di un conflitto. Vi è un attacco al rapporto ma al tempo stesso anche un tentativo di salvarlo. Non di rado vi è una difficoltà a mettere in parole le proprie insoddisfazioni con il/la propria partner, e a farlo da una posizione adulta, per cui risulta più semplice agire i propri vissuti che assumersene una responsabilità. Essere traditi Venire a sapere di essere stati traditi può generare uno sconvolgimento sia sul piano affettivo che di vita. La rottura del patto di fedeltà e fiducia può accompagnarsi ad una lacerazione emotiva anche forte. Può minare aspetti centrali della personalità come l’autostima, l’amor proprio, il funzionamento globale. Il punto evolutivo in cui si trova la coppia al momento del tradimento è uno dei fattori che incidono sull’impatto emotivo del tradimento. Ma si può soffrire tanto anche se la storia è iniziata da poco o se il rapporto si basa sull’assenza di un reciproco impegno. Molto dipende dalla struttura psicologica di base. Ovviamente, quanto più è fragile, tanto più saranno disattivate le risorse per affrontare ed elaborare il tradimento. Si tratta di un percorso che coinvolge il bambino interiore ferito, gli aspetti rigidi e ripetitivi del copione, l’eventuale presenza di traumi antichi non risolti e vecchie ferite che si riaprono. Una delle espressioni più diffuse con cui le persone raccontano la propria esperienza è quella di “un fulmine a ciel sereno” che ha sgretolato le sicurezze costruite fino a quel momento. Dopo un lavoro di consapevolezza, spesso si giunge ad una narrazione diversa. A riconoscere le forme di evitamento che impediscono un adeguato esame di realtà e a sviluppare una maggiore responsabilità rispetto a se stessi e alla propria vita. In altri casi, la persona è al corrente del tradimento. Assume una posizione di consenso, tacito o esplicito. Non sentendosi meritevole di amore e non avendo sviluppato una buona autonomia, si mortifica e al contempo trova un riparo per le sue paure, impedendosi di andare verso qualcosa di più sano e nutriente per sè.
Il sunday blues e la nostalgia della domenica
La domenica pomeriggio, a molte persone, capita di attraversare qualche ora di ansia e nostalgia: questa sensazione si chiama sunday blues. Il tanto agognato weekend volge al termine, il riposo lavorativo è finito e le cose che ci si era prefissati di fare proprio nel fine settimana non sono state espletate. Ecco che si attiva un meccanismo di negatività che porta a pensare alla monotonia della routine settimanale e crea uno stato di malessere. L’arrivo della domenica sera, quindi, in molte persone porta con sé tristezza e preoccupazione per la settimana che sta per cominciare. Il sunday blues nasce come forma di riflessione serale. Alcuni infatti lamentano il poco tempo a disposizione, altri l’eccessivo ozio e inattività. Quindi il week end diventa non un momento per se stessi, ma un periodo che viene caricato di aspettative spesso disilluse. C’è un’ambivalenza di fondo in cui il desiderio di rallentare il ritmo frenetico della settimana cozza con l’idea di nullafacenza e riposo. Le persone tendenzialmente ansiose sono ovviamente più predisposte a sviluppare questi pensieri malinconici. In genere, coloro che affidano i propri pensieri a contenuti tristi e svalutanti, sono terreno fertile per non godere appieno della vita. É molto facile cadere preda di questo processo cognitivo, perché ci si affida più ad aspettative alte che ad una reale percezione dell’utilizzo del tempo. Ovviamente le ore a disposizione nel week end sono limitate, ma non per questo meno fruttuose. C’è chi predilige il riposo e chi il divertimento, ma non in maniera rigida e prefissata. Le esigenze personali cambiano continuamente e ci si adatta alle richieste che il nostro corpo o le nostre relazioni ci richiedono. Quindi, una passeggiata o una semplice dormita, assumono importanza e funzionalità che cambiano di volta in volta. Basta ascoltarsi e regalarsi ciò di cui si ha bisogno
Il sonno inquieto e la funzione terapeutica materna

Come ben sappiamo, non sempre il sonno dei nostri bambini è placido, così come quello degli adulti, ma anche quello dei terapeuti e di tutti i professionisti che lavorano nell’ambito della cura. Se ci riflettiamo, la relazione terapeutica è un tipo di relazione che pesca la sua energia anche nel materno. Mi spiego meglio: con materno non intendo “la madre”, ma quella funzione materna che accomuna le donne, gli uomini e la comunità che si prende cura del cucciolo. Quella funzione ritmica di passaggio dei saperi, guaritrice, calmante, corporea e condivisa, ma anche sanamente indifferente. In psicoterapia come ho accennato nell’articolo “La paura della relazione corporea nello spazio della cura”, un accudimento corporeo è possibile anche senza toccarsi, grazie soprattutto ai neuroni specchio. Il terapeuta si trova a sperimentare la difficoltà del sonno inquieto, del pianto disperato e nervoso proprio e altrui. Spesso, nell’ambito della cura, ci si trova davanti alla difficoltà di calmare e cullare “solo” con la voce, con il proprio canto, voce che è corpo. Ho imparato dalla mia esperienza come arteterapeuta e psicoterapeuta che quel canto ritmico non è mai proprio, nel senso di solitario, ma condiviso con tutti quelli che si sono presi cura di me. Un canto possibile quindi perché condiviso, ma nello stesso tempo personale e contestuale. In questa relazione psicoterapeutica,vista da un’arteterapeuta formata alla scuola Poliscreativa, la cura evidentemente non è solitaria, ma sempre relazionale e comunitaria. Come ho imparato nella mia formazione come arteterapeuta Poliscreativa mi aiuta aavere una modalità di pensiero “libera” perchè in continuità con il passato, però anche legata ai fili dell’oggi e a quelli del domani, come in una spirale, in cui non si torna mai uguali al punto di partenza, sempre con una carezza, un passo, un appiglio in più. Credo che tutti abbiamo timore di piangere, ma ancora di più temiamo il pianto di chi a noi si affida. È qui che nel lavoro di cura entra in gioco la relazione corporea, una relazione che non è seduttiva, ma che tranquillizza tutti perché pregenitale, una dimensionecalmante a cui tutti apparteniamo e a cui è possibile accedere con ritmicità graduale. Sperimentare così un’ oscillazione continua tra aspetti fusionali ed aspetti d’individualizzazione. Un po’ come lasciarsi cullare dal mare, navigando con un’imbarcazione che ci dà sicurezza, un equipaggio di cui tendenzialmente ci piace la compagnia e a cui possiamo passare il timone di tanto in tanto, insieme, con la possibilità di raggiungere quando lo si sente più opportuno, un porto sicuro.
Il sintomo in psicoterapia. Quando è il corpo a chiedere aiuto

Attraverso il corpo il sintomo si fa portavoce di una sofferenza che reclama attenzione, di parti che chiedono di essere integrate. Molte persone arrivano in psicoterapia per guarire da un sintomo che si esprime nel corpo. Attacchi di panico, cefalea, vertigini, dermatiti, mal di stomaco sono alcuni dei sintomi che possono portare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Spesso, questo tipo di richiesta arriva in un contesto di urgenza e di fretta, dopo un lasso di tempo ampio dall’esordio del sintomo e dopo svariate indagini mediche. La persona vuole nel più breve tempo possibile sbarazzarsi del sintomo invalidante. Il sintomo fa stare male. Procura disagio, ostacola in vari modi il vivere quotidiano. Genera scompiglio. Può far crollare l’immagine che la persona ha avuto di sé fino a quel momento. Spesso crea uno spartiacque tra “il prima” e “il dopo”. L’attenzione che si viene a focalizzare sul sintomo come capro espiatorio di tutte le sofferenze crea un circolo vizioso cui si accompagnano senso di impotenza e, talvolta, disperazione. “La mia vita non è più la stessa. Il mal di testa mi ha tolto la libertà che avevo prima. Avrei preferito scoprire di avere una malattia, in quel caso non mi sarei sentito impotente come mi sento ora. La terapia è la mia ultima speranza ma devo risolvere presto perchè così non vivo. Devo tornare alla serenità di prima. Non ho nessun altro problema, non mi manca nulla e starei bene, se non fosse per questo maledetto sintomo“. Che cos’è il sintomo? In psicoterapia della Gestalt, il sintomo ha in sé un paradosso. E’ energia vitale e, insieme, espressione di una interruzione dell’energia vitale. Problema e, al tempo stesso, tentativo di soluzione. Ciò che la maggior parte delle persone fa fatica ad accettare è che il sintomo non è un nemico da sconfiggere, bensì, una parte di sé che viene in soccorso per far luce su di una situazione incompiuta, su di una impasse evolutiva. Una porta di accesso al mondo interno che si apre perchè i conflitti irrisolti e le parti di sé non riconosciute giungano alla consapevolezza. Il sintomo indica la necessità di fermarsi ed ascoltarsi. Di riappropriarsi di aspetti alienati, temuti, proibiti. Di emozioni e bisogni inascoltati. E può arrivare a farlo in modo molto prepotente. Il sintomo è espressione di una sofferenza che riguarda la persona nella sua totalità “Voglio capire se è un problema di salute o mentale. A volte mi convinco che sia un problema mentale però se fosse così vorrebbe dire che sono capace di inventare tutto, che sono pazza“. Un’altra convinzione difficile da superare è che la mente e il corpo siano separati. Nella nostra cultura, si tende a distinguere tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, a parlare di salute con riferimento al corpo. Nonostante i progressi scientifici fatti da Cartesio ad oggi, permane questa visione dualistica dell’essere umano. Nella realtà, corpo e mente non hanno un’esistenza intrinseca a sé stante. Entrambi sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. La nostra natura è unitaria. Fritz Perls suggeriva di sostituire la frase “io ho un corpo” con la frase “io sono un corpo”, sottolineando l’abitudine a considerare il corpo come qualcosa di esterno da noi. Un oggetto che ci appartiene, una “carrozzeria che ci porta a spasso” e della quale di solito ci accorgiamo solo quando crea problemi. Il lavoro in psicoterapia Il lavoro in psicoterapia ha dunque come obiettivo quello di favorire il contatto con l’esperienza che la persona si vieta e con i bisogni di cui il sintomo si fa portavoce. E’ un lavoro che chiede ascolto. Rivolto al sentire. Laddove la persona cerca di escludere, eliminare, c’è bisogno di accogliere. Ogni sintomo è una forma di evitamento, la terapia è integrazione.
Il silenzio nell’incontro con sé stessi e con gli altri

ll silenzio può avere volti e significati diversi ed è una esperienza fondamentale di contatto e comunicazione. La funzione più importante del silenzio è quella di favorire l’ascolto e il contatto con il sentire. Che siamo da soli o con l’altro, creare uno spazio vuoto, di sospensione della parola, consente l’emergere di sensazioni, emozioni, bisogni. Nel silenzio possiamo accedere all’introspezione e alla contemplazione, così come all’incontro e all’intimità della relazione Io-Tu. Il silenzio facilita la consapevolezza, poiché interrompe il flusso delle parole che, il più delle volte, segue gli schemi rigidi e nevrotici della mente. La maggior parte delle persone ha molta difficoltà a sostenere il silenzio. Nella nostra società vi è una tendenza diffusa a riempire il tempo con parole e attività, per evitare l’angoscia del vuoto e il confronto autentico con se stessi e con l’altro. L’uomo moderno vive in uno stato di bassa vitalità (…). Ha ridotto la vita stessa a una serie di esercizi verbali e intellettuali, si annega in un mare di parole”. (Fritz Perls) Liberare la mente Un primo passo importante per poter accedere al potere del silenzio, in termini di conoscenza di sé e di contatto con l’esperienza, è quello di svuotare la mente. Questa operazione consente di liberare il campo da giudizi, convinzioni, fantasie e di stare nella realtà. Senza evitamenti, senza filtri. Presenti nel proprio corpo, con tutti i propri sensi. Si tratta di quello stato che sperimentiamo nelle pratiche meditative e che spontaneamente tendiamo a ricercare quando sentiamo il bisogno di difenderci dallo stress della vita quotidiana, immergendoci, ad esempio, nella natura. Il silenzio in psicoterapia In terapia, il silenzio svolge un ruolo centrale. Oltre all’importanza delle parole, vi è l’importanza di ciò che avviene al di là della dimensione verbale. Nelle pause, nei gesti, nello sguardo, nella postura. Il silenzio può essere evitato e le sedute vengono inondate di produzioni verbali. Di discorsi straripanti ed iperdettagliati. Oppure, può rappresentare una resistenza. L’agito con cui la persona evita i propri vissuti emotivi conflittuali, per mantenere in piedi il proprio copione e la propria struttura nevrotica. Man mano che le resistenze si sciolgono, il silenzio diventa il luogo in cui affiorano i conflitti, i ricordi, i traumi antichi da elaborare. Ed in cui terapeuta e paziente vivono gli aspetti transferali e controtransferali della relazione che caratterizzano l’unicità del loro incontro. Con la trasformazione dal vuoto sterile al vuoto fertile che avviene durante il processo, dal silenzio prende forma la libera espressione della persona. La nevrosi, che tende a riempire per interrompere la naturalezza dell’esperienza, lascia il posto al Vero sé e alla relazione autentica.