Hikikomori: il fenomeno dell’isolamento e del ritiro sociale

Annullare ogni contatto con il mondo utilizzando la rete come unica fonte di comunicazione con l’esterno. Questo tipo di disagio psicologico che porta alla rinuncia di qualsiasi luogo di interazione, prende il nome di Sindrome di Hikikomori. Il termine giapponese “Hikikomori“, coniato nel 1998 dallo psichiatra Tamaki Saito, significa letteralmente “ritirarsi” e descrive la condizione psicologica di isolamento dalla socialità. Questa condizione, molto diffusa anche in Italia soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, prevede un ritiro sociale assoluto e prolungato da tutti i luoghi di interazione, come la scuola o il lavoro. Quali sono le cause? Negli anni lo psichiatra Saito ha condotti diversi studi in Giappone, volti ad indagare le cause di questa autoesclusione sociale. Il quadro che emerge è quello di una società sempre più competitiva e perfezionista in cui l’Hikikomori non si riconosce. I giovani, sempre più sotto pressione, reagiscono a questi modelli di comportamento super efficienti con un tentativo di evasione. Preferiscono quindi isolarsi nella comfort zone della propria casa per evitare di affrontare le sfide della vita quotidiana. Il comune denominatore tra questi ragazzi è senz’altro la bassa autostima che incide inevitabilmente sulla qualità dei rapporti sociali. L’Associazione Hikikomori Italia ha censito alcuni fattori significativi per l’insorgenza del fenomeno: caratteriali: spesso gli hikikomori sono particolarmente sensibili e inibiti socialmente, il che aumenta le difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature; familiari: nelle ricerche condotte in Giappone sono presenti casi di abbandono o di dipendenza emotiva che condizionano in modo rilevante la vita sociale dei ragazzi; scolastici: uno degli eventi sentinella è sicuramente il rifiuto ad andare a scuola. Quello che viene vissuto come un ambiente di scambio e socializzazione potrebbe rivelare episodi di bullismo; sociali: come anticipato, i giovani hikikomori subiscono il peso di uno standard di perfezione ed efficienza imposto dalla moderna società, a cui cercano di sfuggire. Hikikomori e Internet Addiction Esiste una stretta correlazione tra la sindrome di Hikikomori e l’Internet Addiction, tuttavia dagli studi condotti in materia non è chiaro se la dipendenza da internet sia una causa scatenante o una conseguenza dell’isolamento. Il web e la tecnologia in generale rappresentano uno strumento ambivalente: un rifugio dalla vita che si cerca di rifuggire, ma al contempo un modo per rimanere in contatto con il mondo esterno.
Oversharing e il bisogno di pubblicare sui social

Il fenomeno dell’oversharing, con lo sviluppo di nuovi social, sta dilagando non solo tra i più giovani. Esso consiste nella tendenza a pubblicare, continuamente, sui propri profili, molti aspetti della vita personale. Negli ultimi anni, infatti, è cresciuta molto l’esigenza di esporre se stessi allo sguardo altrui, condividendo luoghi, emozioni, il proprio corpo e le proprie esperienze. Questo tipo di atteggiamento e soprattutto la risposta positiva dei followers, stimola il rilascio di dopamina che attiva i centri del piacere nel nostro cervello. Più pubblichiamo stati sui social e più ci prolunghiamo il senso di benessere. Come ogni forma di apprendimento, il ricevere il complimento o il like virtuale, genera in noi un rinforzo positivo per il nostro comportamento. In questo modo, impariamo a sviluppare tale strategia, che ci induce a reitera questo atteggiamneto nel tempo, affinché la felicità si mantenga per un periodo prolungato. Il motivo dell’oversharing sembrerebbe apparentemente legato ad aspetti di egocentrismo. Le persone adorano essere al centro dell’attenzione altrui. Pubblicano continui aggiornamenti della loro vita privata, convogliando commenti e like. In realtà, l’aspetto principale del fenomeno sta proprio nella gratificazione ricevuta. Ciò che si mette in mostra, non è solo il corpo, ma ogni pretesto diventa giusto per condividerlo con gli altri, a meno che non sia un vero e proprio lavoro. Dunque anche i pensieri propri o aforismi altrui, bei piatti preparati da sè o da uno chef che devono essere gustati, luoghi in cui ci si trova, sono gli argomenti di maggiori pubblicazioni. Così facendo, il post pubblicato diventa il veicolo per attivare un’ondata di piacere, che ci accompagnerà fino a quello successivo. Basta ricordarci sempre che il benessere non deve arrivare esclusivamente dal web, ma c’è tutto un mondo intorno a noi. Sta, comunque, a noi capire come mantenere un buon livello di gratificazione.
AFFRONTARE LA DIAGNOSI DI UN FIGLIO CON DISABILITÀ

La disabilità di un figlio è qualcosa di stravolgente. Emergono sentimenti di dolore, rabbia e tristezza. Ma anche senso di colpa, sconforto e paura. Come affrontare tutto ciò? Esistono diverse forme di disabilità che si differenziano per le aree compromesse, per la gravità delle difficoltà e per le ripercussioni che esse hanno sulla qualità della vita del bambino. In seguito alla comunicazione della diagnosi di disabilità di un bambino, le famiglie attraversano una serie di fasi caratterizzate da reazioni emotive differenti e da conseguenti modi di agire e affrontare la situazione. Il susseguirsi di fasi La prima fase è caratterizzata da shock. Questo stato genera un senso di impotenza e di confusione che non consente ai genitori di svolgere le normali attività quotidiane, e di capire quali siano i reali bisogni del bambino. La seconda fase è caratterizzata dalla negazione del problema. Il genitore rifiuta la diagnosi ricevuta e ricerca disperatamente svariati consulti nella speranza di trovare un professionista in grado di disconfermare la diagnosi del figlio. Nella terza fase si assiste ad un’ alternanza di emozioni. Da un lato il genitore sperimenta rabbia e collera, che il più delle volte proietta all’esterno. Dall’altro lato il genitore prova un profondo senso di vergogna e di colpa. La quarta fase, ha come esito l’adattamento alla realtà e l’accettazione, seppur dolorosa della malattia o disabilità del figlio. Il genitore oltre a prendere consapevolezza dei limiti del proprio bambino, riesce finalmente a comprendere le possibili risorse legate alla malattia del figlio. Si giunge finalmente all’accettazione del problema e all’elaborazione di un nuovo progetto di vita sia per sè che per il proprio bambino. Cosa succede dopo? La non accettazione della disabilità del proprio bambino può favorire inconsapevolmente la messa in atto di condotte dannose per il corretto sviluppo del bambino. In alcuni casi il genitore rifiuta la condizione del bambino, la minimizza e di conseguenza trascura i bisogni del bambino non aderendo al protocollo di trattamento indicato per il bambino; al contrario, in altri casi sono presenti ipercoinvolgimento e iperprotezione che portano ad isolare il bambino in un guscio protettivo. Infine, un’altra reazione possibile è l’iperstimolazione. Il genitore in questo caso sollecita e sprona il bambino in maniera eccessiva prima che sia pronto. Il genitore non solo non è in grado di definire il livello attuale dello sviluppo del suo bambino ma non è neanche in grado di determinare quale sia il suo livello potenziale e ciò porta il genitore a spingere il bambino verso apprendimenti non ancora adeguati al suo grado di sviluppo ottenendo ovviamente un esito negativo. L’ELABORAZIONE DEL LUTTO DEL BAMBINO PERFETTO I bambini con disabilità possono mostrare limitazioni nel movimento, nella parola, nella vista o nell’udito. Ma anche difficoltà a livello cognitivo. Oppure nelle abilità sociali. Le difficoltà possono presentarsi isolate, oppure riguardare diverse aree contemporaneamente. Alcune disabilità possono essere evidenti. Altre, invece, possono non essere riconosciute ad uno primo sguardo. Queste famiglie, però, sono accumunate nel difficile compito di dover affrontare la perdita del bambino perfetto, pensato e immaginato. Si tratta, infatti, di un vero e proprio lutto. Affrontare la diagnosi di un figlio con disabilità è il primo passo per riprendere in mano la propria vita e affrontarla con la giusta energia. L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE E DELLA RETE SOCIALE Un momento che assume un ruolo molto importante è la comunicazione della diagnosi. E’ importante una modalità empatica di chi comunica le informazioni. Ciò aiuta i genitori nell’affrontare la diagnosi di un figlio con disabilità. I genitori non devono essere lasciati soli in questo passaggio. Essi devono essere accompagnati nella comprensione della situazione, in maniera accogliente ed empatica. La presenza di una rete di sostegno è fondamentale. I rapporti familiari ed extrafamiliari hanno un ruolo centrale per sostenere la famiglia. Anche la qualità del rapporto coniugale incide in maniera cruciale. Qualora ci fosse difficoltà nell’accettazione è bene rivolgersi ad un professionista e chiedere un sostegno adeguato.
La terapia cognitivo-comportamentale con la famiglia

Quali sono gli aspetti positivi del coinvolgimento dei genitori nella terapia dei figli? Cosa succede nella terapia cognitivo-comportamentale. Nella terapia cognitivo-comportamentale in età evolutiva, uno dei primissimi obiettivi del terapeuta è promuovere la collaborazione dei genitori. Ciò non vuol dire certamente ritenere “responsabili” i genitori delle difficoltà del figlio, ma renderli partecipi nel miglioramento del problema. Spesso infatti può accadere che, senza rendersene conto, possono rinforzare i comportamenti problematici dei figli attraverso atteggiamenti di iperprotezione, colpevolizzazione o rifiuto. Che ruolo assume il genitore nella terapia? Wolpert e collaboratori (2005) hanno proposto, in particolare, tre ruoli che i genitori possono ricoprire nell’affiancamento alla terapia dei figli: genitore come facilitatore: è poco coinvolto e il focus rimane sul figlio. Viene scelto quando non ci sono problematiche importanti e con ragazzi più grandi e motivati; genitore come co-terapeuta: maggiore coinvolgimento soprattutto in problematiche di ansia. Si potrebbe aiutare il genitore ad apprendere delle tecniche cognitivo-comportamentali in modo da generalizzare in situazioni di vita reale; genitore come paziente: nella terapia cognitivo-comportamentale, l’intervento più diffuso è il parent training. Questa scelta viene privilegiata con bambini molto piccoli, coinvolgendo il bambino nella fase di assessment e nella valutazione al termine del trattamento. Il lavoro con i genitori inizia in realtà fin dal primo momento. Ad essi viene chiesto di descrivere la problematica, ponendo attenzione al contesto in cui avviene e a come risponde quel contesto. In questa fase, raccogliendo tutte le informazioni necessarie, il terapeuta può comprendere che ruolo far assumere al genitore, stabilendo obiettivi e modalità di intervento. Sicuramente, già durante il primo colloquio, diventa fondamentale fornire un supporto ai genitori normalizzando la loro richiesta di aiuto. Essi devono essere i primi ad avere un atteggiamento positivo verso la terapia, in modo da favorire lo stesso atteggiamento nel figlio. Secondariamente, devono essere informati della gradualità degli obiettivi e dell’importanza della collaborazione di tutti i componenti familiari nella riuscita del trattamento. Wolpert, M., Elsworth, J., Doe, J., (2005). Il lavoro con i genitori: aspetti pratici ed etici. In Graham, P. (a cura di) (2005). Tr. it. Manuale di terapia cognitivo-comportamentale con i bambini e gli adolescenti, Firera e Liuzzo Group, Roma 2010.
“Quiet quitting” e dimissioni silenziose: quando il lavoro non è tutto

Il fenomeno del “Quiet quitting” e dimissioni silenziose, ovvero quando il lavoro non è più il centro della nostra vita. Qualche tempo fa abbiamo parlato di “Great Resignation” : il boom mondiale di dimissioni volontarie che ha caratterizzato il 2021. In molti hanno persegito il progetto di vivere il lavoro in modo innovativo, con un nuovo mindset “YOLO Economy“. Altri invece si sono pentiti della propria scelta, rimpiangendo il vecchio posto di lavoro, come emerge dal sondaggio condotto negli USA da Joblist. Ciò che è innegabile è che negli ultimi anni, complice la pandemia, è cambiato il modo di vivere e percepire il lavoro. Nasce così il “Quiet quitting“: la tendenza da parte dei lavoratori a limitare i propri compiti e le proprie energie al minimo indispensabile sul posto di lavoro. Non si tratta quindi di dimissioni vere e proprie ma di un progressivo “abbandono silenzioso” che mette in secondo piano il lavoro in favore della vita privata e del tempo libero. Questa tendenza coinvolge soprattutto le nuove generazioni, forti di una trasformazione concettuale del lavoro in termini di tempo, sforzo e attaccamento. Possiamo considerarlo un movimento di “ribellione” al pari della “Great resignation” perchè segna una spaccatura epocale con il modello Stacanovista. Quali sono le cause? Il Quiet quitting può essere considerato come una fisiologica reazione al burnout e allo stress lavoro correlato che hanno caratterizzato gli ultimi tre anni, ma non solo. La causa scatenante è la disaffezione e l’insoddisfazione verso il proprio lavoro. Il report State of the global workplace 2022 di Gallup, afferma che in Europa solo il 14% dei lavoratori dipendenti mostra un reale coinvolgimento nella propria attività lavorativa. Mentre il 39% del campione afferma di sperimentare un forte stress quotidiano, manifestando un malessere psicologico diffuso. Esiste una soluzione? Non esiste una risposta univoca e definitiva a questa domanda. Lo sciame di movimenti che ha scosso il mondo del lavoro è indice di una restaurazione profonda che privilegia l’equilibrio vita/lavoro. È evidente però che l’insoddisfazione e la frustrazione dei lavoratori abbiano giocato un ruolo fondamentale in questo cambiamento. È necessario stimolare i propri dipendenti per rafforzarne la motivazione, il senso di appartenenza e la soddisfazione professionale e ridurre drop out e dimissioni.
Il complimento al tempo dei social

Il complimento è una delle più belle forme di affetto e ammirazione verso l’altro. Quando si fa un complimento, infatti, si stimola nell’altra persona una scarica di dopamina, ormone che da il senso del piacere al nostro corpo. Lo sviluppo dei social media ha portato tutti noi, in maniera più o meno variabile, a sentire la necessità di ricevere un complimento gratuito dalla rete. Abbiamo infatti preso l’abitudine di postare foto, pensieri e riflessioni, talvolta neanche frutto del nostro io, solo per poter ricevere il tanto agognato Like. Ovviamente, quando pubblichiamo su un social, cerchiamo approvazione dagli altri e stiamo lì a guardare continuamente il nostro profilo gongolando ad ogni nuova notifica. Siamo alla ricerca del complimento digitale, come se fosse la nostra unica fonte di piacere e benessere. Nutriamo la nostra autostima attraverso l’approvazione. Trasformiamo il like in un abbraccio di cui riusciamo addirittura anche a percepirne il calore. Questo atteggiamento, da solo, riesce ad offuscare il nostro cervello, al punto da non credere che dietro il complimento in rete, come nella vita reale, del resto, ci può anche essere mancanza di sincerità. Cominceremo a selezionare le persone, in base alle risposte positive ai nostri post, incuranti di quanto su internet riusciamo ad essere “generosi” di Like, elargendoli a destra e a manca.Cambieremo perfino atteggiamento digitale con chi ci ha regalato il complimento, inglobandolo nella cerchia di persone con cui, inconsciamente, ci sentiremo in obbligo di ricambiare alla prima occasione. Sappiamo bene quanto sia piacevole ricevere il complimento, ma impariamo anche che a capire cosa è veramente importante per noi e per la nostra crescita. Il più dolce di tutti i suoni è il complimento. (Senofonte)
Delusione: il ruolo delle aspettative

La delusione è il vissuto che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano, quando le speranze coltivate non trovano riscontro nella realtà. Le delusioni fanno parte della vita e, come ogni tipo di sofferenza, vanno accettate ed elaborate. La ferita che ne consegue è tanto più dolorosa quanto più elevato è l’investimento affettivo verso la persona o la situazione che ci ha deluso e quanto più elevate sono le aspettative costruite. Le delusioni sono dunque ineliminabili dall’esperienza di ciascuno di noi. L’altro può mentirci, tradirci, abbandonarci. I risultati che otteniamo nella vita non dipendono solo dal nostro impegno e dalla nostra volontà e le cose non sempre vanno come noi vorremmo. Tuttavia, abbiamo una duplice responsabilità. Di integrare i limiti e le imperfezioni di ciò che siamo e del mondo che ci circonda e di rapportarci in maniera coerente alla realtà interna ed esterna che viviamo. Delusione e copione In psicoterapia capita spesso che le persone lamentino di sentirsi delusi e non di rado questa esperienza si accompagna alla sensazione di essere stati ingannati. “Ha voluto farmi credere di essere diverso/a, mi ha deluso”, “si è rivelato/a il contrario di tutto quello che mi aspettavo”. Per alcuni la delusione è un vissuto frequente, che caratterizza drasticamente tutte le loro relazioni significative. Per altri, un vissuto generalizzato, che coincide con la convinzione pervasiva di non potersi fidare di niente e nessuno, con la chiusura e il ritiro. Può capitare anche che delusioni riguardanti, ad esempio, lo studio o la vita professionale, facciano precipitare il valore e la stima di sé, andando a rafforzare idee autosvalutanti e definitive: “sono un/una fallito/a”, “non farò mai niente di buono”. Fino a portare ad uno spegnimento depressivo dei propri bisogni e desideri e a forme di passività che bloccano la realizzazione di sé. In tutte queste situazioni vi sono aspetti copionali che tendono a replicarsi: la persona non è in un reale contatto con ciò che sta vivendo, ma nella ripetizione di esperienze antiche e schemi non risolti del passato. Le aspettative In molti casi, ma non sempre, dietro grandi delusioni vi sono aspettative grandiose e idealizzanti. Avere delle aspettative è naturale. Tuttavia, quando non coerenti con la realtà, prendono la forma di aspetti illusori e fantasmatici, come riscatto dalla propria storia e via di salvezza da ciò che si sta vivendo, oppure, come conferma di quanto temuto o già vissuto e destino ineluttabile. Che siano salvifiche o catastrofiche, le aspettative copionali diventano la responsabilità che la persona ha rispetto alle proprie delusioni. Il modo con cui interrompe il contatto per illudersi, ingannandosi e lasciandosi ingannare. Per andare a confermare il copione e il suo finale. Lavorare su questi aspetti diventa fondamentale per lasciare andare le modalità infantili e stare nella realtà, da adulti. Per proteggere la propria vita affettiva e relazionale. E per imparare, al contempo, a riconoscere e accettare le delusioni che naturalmente si presentano nel corso della propria esistenza. Ad accogliere il valore evolutivo in esse racchiuse. Le delusioni pongono di fronte alla necessità di un cambiamento, di un atto creativo, verso la realizzazione di sé stessi e dei propri desideri. “La vita non è come dovrebbe essere. È quello che è. È il modo in cui l’affronti che fa la differenza.” (Virginia Satir)
Come dire ad un bambino che deve andare dallo psicologo

Quando è il caso di chiedere una consulenza psicologica per un bambino? Come comunicarglielo? Non è necessario che la situazione sia grave per pensare allo psicologo, il primo passo è quello di far si che il bambino non si senta sbagliato. Quando è il caso di chiedere una consulenza psicologica? Il primo passo è parlare con il proprio pediatra di fiducia che, conoscendo il bambino e la famiglia, potrà valutare se sia utile o necessario rivolgersi ad uno psicologo, una figura professionale che si occupa del benessere psicologico del bambino e dell’adolescente e aiuta i genitori nel loro ruolo di educatori in tutte le fasi della crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza. Perché è difficile chiedere un aiuto psicologico per il proprio bambino? Per quanto ogni genitore possa riconoscere di sperimentare momenti di fatica, sembra esserci ancora spesso timore a ricercare la consulenza ed il supporto di un professionista. L’attuale generazione di genitori è la prima a vivere immersa nel mondo altamente “social” di oggi, che offre un costante confronto con gli altri. Spesso, però, questo confronto rischia di assumere la veste del giudizio, o di fornire consigli non sempre appropriati. Un buon genitore è quindi un genitore che sa chiedere aiuto quando serve. Come dire ad un bambino che deve andare dallo psicologo? Molti genitori tendono a mentire al proprio figlio quando lo portano dallo psicologo, dicendo che è un medico o magari un amico di mamma e papà. Sarebbe bene invece essere onesti, e spiegare al bambino che lo si sta portando da uno psicologo, che è un dottore che non utilizza siringhe o altro, e che usa principalmente le parole e potrebbe aiutarlo a stare meglio, a sentirsi meno ansioso, triste, arrabbiato… Il genitore, a seconda dell’età del figlio, può esprimergli le proprie preoccupazioni sul suo comportamento laddove il bambino non si accorga di come questo possa far star male gli altri. È importante tuttavia che il bambino non prenda l’andare dallo psicologo come una punizione, ed è bene quindi che i genitori gli comunichino questa decisione in un momento privo di tensione emotiva, spiegandone le ragioni e provando a rispondere alle domande del bambino. Sarà poi cura dello psicologo, durante i primi incontri, instaurare col bambino una relazione di fiducia e fargli capire che non è una spia al servizio dei genitori, ma una persona che può effettivamente essergli d’aiuto. Ogni tappa evolutiva comporta nuove sfide Esistono varie tappe evolutive che possono rappresentare una sfida per il genitore: la regolarizzazione dei ritmi sonno-veglia e la gestione della nanna; il raggiungimento del controllo sfinterico, con il passaggio dal pannolino al vasino; i momenti di separazione (come l’addormentamento nel lettino, o l’inserimento a nido/scuola dell’infanzia); il periodo dei cosiddetti “terrible two”, quando verso i due anni i bambini desiderano una maggiore autonomia ma ancora faticano a controllare le proprie emozioni e i propri comportamenti, mettendo alla prova i genitori con tanti capricci… Conclusioni Un genitore per primo dovrebbe sentire di potersi fidare di un professionista esterno, e trasmettere al proprio figlio la capacità di potersi fidare di qualcun altro.
Il Ghosting: il fenomeno della (non)comunicazione tra i giovani

Il Ghosting rappresenta l’ultima frontiera della non comunicazione tra i giovani.Negli ultimi vent’anni le nuove tecnologie hanno trasformato i tradizionali canali e modelli di comunicazione. I social networks e le app di messagistica istantanea vengono utilizzate quotidianamente per interagire, rendendo questo processo molto più agile e veloce. Oltre agli strumenti, è cambiato il modo di vivere e gestire la comunicazione e i rapporti interpersonali. Il Gosthing ne è un chiaro esempio. Si tratta di un fenomeno emergente e dilagante soprattutto tra i giovani, che consiste nell’interrompere bruscamente frequentazioni, rapporti amorosi o di amicizia e scomparire senza dare alcuna spiegazione. Nel Gosthing la persona sparisce nel nulla, avvolta nel silenzio proprio come un fantasma, lasciando la vittima impotente e in sospeso. Le conseguenze per i “ghostati” sono devastanti: questa forma di rifiuto sociale è in grado di scatenare nel nostro cervello reazioni analoghe a quando si prova dolore fisico.Sul tema sono stati condotti diversi studi che si sono concentrati sull’aspetto psicologico del dolore da “gosthing”; sul ruolo dei social media nel fenomeno del ghosting e sul profilo del ghoster. In sintesi ciò che rende il Ghostig così crudele e difficile da gestire è l’assenza di una conclusione, oltre che di una spiegazione. La comunicazione interrotta con il partner e la mancata chiusura della relazione generano insicurezza e minano l’autostima e l’auto percezione del proprio valore sociale. Qual è il profilo del Ghoster? Un recente studio dell’Università degli Studi di Padova ha indagato la correlazione tra Ghosting e la “triade oscura della personalità” caratterizzata da psicopatia, machiavellismo e narcisismo. Dalla ricerca è emerso che i “Ghosters” sono più machiavellici e psicopatici rispetto a chi non ha mai fatto Ghosting. Tuttavia questa evidenza non costituisce una regola e non tutti i ghosters presentano un alto livello di triade oscura.
Lo sviluppo delle autonomie nel bambino

Lo sviluppo di autonomie nel bambino è un processo molto importante. Tra le prime autonomie ritroviamo l’acquisizione della capacità di allacciare le scarpe e leggere l’orologio. Per i bambini è molto importante acquisire autonomie, quali quelle di allacciare le scarpe o imparare a leggere l’ora. Attraverso la seconda, il bambino impara a gestire i momenti della giornata (mangiare,dormire, giocare etc). Imparare A Leggere L’ora: da dove si parte Prima d’imparare a leggere l’orologio, bisogna assicurarsi che il bambino conosca la numerazione fino a 60 e che conosca i multipli di 5. Per questo l’età migliore per imparare questa cosa nuova coincide con l’ingresso in prima elementare. A casa mamma e papà possono dunque rafforzare tali abilità stimolando il piccolo a fare di conto con semplici giochi che aiutino a renderlo sicuro e spigliato in materia di numeri, ma anche con filastrocche o canzoncine. Quando il bimbo si sentirà pronto, si potrà iniziare a lavorare sull’orologio. Il metodo più semplice e diffuso per insegnare ai più piccoli a leggere l’ora è quello di costruire insieme un orologio ed esercitarsi con le lancette. Iniziamo… Per prima cosa il bambino deve imparare che la giornata è divisa in 24 ore, con 12 ore al mattino e 12 ore al pomeriggio/sera. Probabilmente il piccolo avrà già sentito riferimenti temporali come “mezzogiorno”, “ora”, “secondo”o “minuto”. Importante anche essere chiari sul fatto che le lancette compiono il giro dell’orologio due volte nel corso della giornata, perché sul quadrante sono segnate solo 12 ore. Dopodiché si passa direttamente alla lettura di questo strano oggetto. E con le scarpe come si fa? Anche allacciare le scarpe rappresenta una vera sfida per il bambino. Esistono molte tecniche, ma non tutte sono efficaci.L’apprendimento, come ben sappiamo, richiede molta pazienza. Tuttavia, esistono dei trucchetti che possono semplificarlo. All’inizio conviene esercitarsi su un modello di cartone. Il bambino potrà concentrarsi meglio, se non avrà la scarpa addosso.Ed in più, già solo il fatto di preparare il modello gli piacerà tantissimo, e di conseguenza lo invoglierà ad allenarsi. Uno dei metodi più utilizzati è mediante l’utilizzo di filastrocche. Perchè è importante stimolare le autonomie? L’acquisizione di queste, ed altre autonomie renderà il bambino sempre più “altro” dal genitore. Pertanto lo si aiuterà a non instaurare relazioni di dipendenza, e ad acquisire sempre più sicurezza in se stessi. Inoltre, il genitore, vedendo il figlio in grado di acquisire queste competenze, si sentirà fiero e sollevato e tutto ciò avrà ricadute positive su entrambi.