Il doomscrolling: una tendenza per le ricerche online

doomscrolling

Il doomscrolling è un’attività tipica della navigazione in internet. Essa consiste nell’abitudine a concentrare le ricerche che abbiano contenuti a caratteri negativi e tristi. Con l’avvento della pandemia, questa tendenza ha preso sempre più piede. Il covid-19 infatti ha amplificato notevolmente il bisogno di cercare notizie negative sul proprio cellulare. Il termine deriva da due parole anglosassoni doom, sventura, e scrolling, scorrere. Il suo nome, quindi, è già intriso del significato comportamentale. Dal punto di vista psicologico, le persone che effettuano questo tipo di ricerche hanno già tratti depressivi evidenti. Con il doomscrolling, infatti, gli individui, preferiscono leggere gli articoli online che siano in linea con il loro modo di vedere e affrontare le situazioni. In questo modo, si convogliano in maniera compulsiva e ossessiva le attività di ricerca su quei contenuti che alimentano negatività, disperazione e depressione. La pericolosità di comportamenti del genere è facilmente intuibile. Passare parecchie ore nella giornata a guardare e leggere articoli sulle sventure degli altri esseri umani ha effetti significativamente ansiogeni. Da un lato c’è il desiderio, la curiosità umana di sapere le cose per poterle fronteggiare, ma dall’altro c’è un rischio subdolo e sottovalutato, che mina la salute. Gli studi evidenziano che fare doomscrolling alimenta sensibilmente uno stato di malessere psicologico e fisico, che a lungo andare compromette la salute e le relazioni sociali. Vanno bene le ricerche a carattere informativo e veritiero, ma vanno bilanciate con attività che riportino il sorriso sulle nostre facce. Bisogna evitare quel circolo vizioso del gatto che si morde la coda: più ci si approccia alle cose negative, più ci si circonda di depressione e catastrofi. Al contrario, per migliorare il proprio stato di salute, che poi si riflette sul lavoro, la famiglia e gli amici, si ha bisogno di modulare tristezza e gioia, isolamento e socializzazione.

Il dono come “danza” relazionale

Nel periodo natalizio il dono occupa una posizione centrale: lo attendiamo, lo scegliamo, lo offriamo, talvolta lo temiamo. Eppure, nella sua apparente semplicità, il dono non è mai un gesto neutro. In una prospettiva psicologica sistemico–relazionale, il dono non può essere ridotto a un oggetto o a un atto individuale: è sempre un evento relazionale, inscritto in una rete di significati, aspettative e storie condivise. Donare significa entrare in relazione, o rinegoziarla. Il dono come comunicazione Gregory Bateson ci ha insegnato che non si può non comunicare. Il dono, allora, è una forma di comunicazione particolarmente densa: comunica appartenenza, riconoscimento, debito, affetto, potere, riparazione, talvolta distanza. Non è tanto che cosa si dona, ma che cosa quel dono dice all’interno del sistema relazionale in cui circola. In questo senso, il dono è sempre un meta-messaggio: parla della relazione, più che dell’oggetto. Il dono come scambio, non come atto unilaterale Nella prospettiva sistemica, non esistono atti isolati. Il dono vive all’interno di una circolarità: dare, ricevere, restituire. Quando uno di questi passaggi si inceppa, il dono può perdere la sua funzione generativa e diventare peso, obbligo, o strumento di controllo. Pensiamo ai doni che “non si possono rifiutare”, a quelli che creano un debito implicito, o a quelli che arrivano per colmare un vuoto relazionale mai nominato. In questi casi il dono non apre, ma chiude; non connette, ma vincola. Il dono sano, potremmo dire, è quello che lascia spazio alla libertà dell’altro: di accoglierlo, trasformarlo, ricambiarlo a modo proprio. Il dono nei sistemi familiari All’interno delle famiglie, il dono è spesso carico di significati, difatti, può rappresentare: Durante le festività, questi significati tendono a intensificarsi. Il dono diventa un luogo in cui si condensano alleanze, esclusioni, aspettative non dette. A volte ciò che pesa non è il dono in sé, ma ciò che non può essere detto senza di esso. Donare e ricevere: due competenze relazionali Spesso parliamo della difficoltà di donare, ma in clinica emerge con forza anche la difficoltà di ricevere. Ricevere implica esporsi, accettare di occupare un posto nella mente e nel cuore dell’altro, tollerare la dipendenza reciproca. In una cultura che valorizza l’autosufficienza, il dono ci ricorda che siamo esseri interdipendenti. Accettarlo può essere un atto di fiducia profonda nel legame. Conclusione: il dono come atto che tiene insieme In una lettura sistemico–relazionale, il dono non è mai solo un gesto stagionale. È un atto che contribuisce a tenere insieme il sistema, a nutrirlo o, talvolta, a segnalarne le fragilità. Forse il Natale, più che chiederci che cosa donare, ci invita a domandarci: che tipo di relazione sto alimentando con questo gesto? Perché, in fondo, il dono più significativo è quello che fa spazio all’incontro, e lascia qualcosa di vivo tra le persone.

Il Disturbo Psicosomatico: quando la mente si riflette sul corpo

Il corpo e la mente sono intricatamente collegati e spesso le nostre emozioni e pensieri possono manifestarsi fisicamente. Questo fenomeno è al centro del disturbo psicosomatico, un’esperienza complessa che coinvolge sia gli aspetti psicologici che fisici della salute. In questo articolo, esploreremo cosa sia esattamente il disturbo psicosomatico, le sue cause, i sintomi e le possibili modalità di trattamento. Cos’è il Disturbo Psicosomatico? Il disturbo psicosomatico si riferisce a condizioni fisiche che sono influenzate o causate da fattori psicologici, come lo stress, l’ansia o la depressione. In altre parole, le preoccupazioni, le emozioni intense e i conflitti interiori possono manifestarsi attraverso sintomi fisici. Questi sintomi possono variare notevolmente, da mal di testa persistenti a dolori muscolari, da disturbi gastrointestinali a problemi cardiaci. Cause del Disturbo Psicosomatico Le cause esatte del disturbo psicosomatico non sono sempre chiare ma coinvolgono una combinazione complessa di fattori psicologici, biologici e ambientali. Alcuni dei fattori che possono contribuire includono: Stress e Ansia: Lo stress cronico e l’ansia possono avere un impatto significativo sul corpo, causando tensione muscolare, ipertensione e altri sintomi fisici. Traumi Emotivi: Esperienze traumatiche o eventi stressanti possono scatenare sintomi psicosomatici come meccanismo di difesa del corpo per affrontare lo stress. Fattori Genetici e Biologici: Alcune persone possono essere geneticamente predisposte a sviluppare disturbi psicosomatici, mentre le differenze individuali nella risposta allo stress possono giocare un ruolo importante. Ambiente Sociale e Culturale: Il contesto sociale e culturale in cui una persona vive può influenzare la percezione e la manifestazione dei sintomi psicosomatici. Sintomi del Disturbo Psicosomatico I sintomi del disturbo psicosomatico possono variare ampiamente da persona a persona e possono coinvolgere diverse parti del corpo. Alcuni dei sintomi più comuni includono: – Mal di testa persistenti– Dolori muscolari e tensione– Disturbi gastrointestinali, come dolori addominali o diarrea– Problemi cardiaci, come palpitazioni o ipertensione– Affaticamento cronico– Difficoltà respiratorie senza causa fisica evidente Qual è il trattamento di un Disturbo Psicosamatico? Il modo migliore per affrontare una malattia psicosomatica è trattare lo stress che la causa o il disturbo che può causare questi sintomi. Per fare ciò è opportuno tenere conto di quanto segue: 1. Capire da dove proviene lo stress: il primo passo per alleviare il dolore psicosomatico è proprio capire da dove proviene la fonte del dolore. Ad esempio, se provi molta ansia, questa potrebbe essere la causa principale.2. Mantenere uno stile di vita sano: Mantenere una dieta equilibrata, fare attività fisica regolarmente e riservare per sé diversi momenti della giornata aiuterà a tenere a bada lo stress e, soprattutto, ad alleviare eventuali dolori psicosomatici.3. Imparare le tecniche di rilassamento: praticare regolarmente diversi metodi di rilassamento ti aiuterà a imparare a gestire meglio i momenti in cui lo stress ti travolge.4. Evita il dialogo interiore negativo: in molti casi, quando le persone sperimentano molto stress, tendono a vedere solo le cose negative che li circondano. Ciò può portare a un costante dialogo interiore negativo, che finisce per diventare un circolo vizioso che causa ulteriore disagio.5. Rivolgiti a uno specialista: i sintomi psicosomatici richiedono un intervento sia fisico che mentale. Questo perché il dolore può finire per creare scompiglio, oltre al fatto che bisogna affrontare la parte psicologica altrimenti il disagio o il fastidio si ripresenteranno nel tempo. Il disturbo psicosomatico è una condizione complessa che richiede un approccio olistico alla cura. Comprendere il legame tra mente e corpo è essenziale per affrontare efficacemente questa condizione e migliorare la salute complessiva e il benessere della persona. Con il supporto di professionisti qualificati e l’adozione di strategie di gestione dello stress e di coping efficaci, è possibile affrontare con successo il disturbo psicosomatico e migliorare la qualità della vita.

Il disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva

Il disturbo ossessivo-compulsivo: inquadramento diagnostico e trattamento Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato da ossessioni e compulsioni che interferiscono con il normale sviluppo cognitivo e sociale del bambino, compromettendone le prestazioni scolastiche e le relazioni sociali. Le ossessioni sono pensieri, impulsi, immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi, che causano ansia o disagio marcati. In età evolutiva, le ossessioni più frequenti possono essere collegate a timori di contaminazione, timori di farsi del male o di fare del male a qualcuno, bisogno di simmetria ed ordine. Le compulsioni, invece, possono essere mentali (ad esempio pregare, contare, ripetere parole nella mente) o comportamentali (lavarsi le mani, riordinare, controllare). La persona si sente obbligata a mettere in atto questi comportamenti in risposta ad un’ossessione. In età evolutiva le compulsioni riguardano principalmente rituali di controllo, lavaggio, ordine, simmetria. Per identificare un comportamento di natura ossessiva-compulsiva vanno osservati: il tempo, in quanto le ossessioni e le compulsioni comportano una notevole perdita di tempo; il contenuto bizzarro; il disagio provato in quanto i sintomi compromettono la qualità di vita del bambino e della famiglia. La diagnosi in età evolutiva E’ fondamentale, soprattutto in età evolutiva, diagnosticare ed intervenire precocemente affinché il disturbo non si cronicizzi nel tempo. La differenza tra il disturbo che si manifesta in età evolutiva e in età adulta sta nell’insight: i bambini non riconoscono come irragionevoli le loro ossessioni e compulsioni e, spesso, minimizzano i sintomi per paura o per sensi di colpa. Ciò può ostacolare non soltanto la diagnosi, ma anche la pianificazione dell’intervento. Come intervenire? Il trattamento d’elezione del DOC risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale. Lo scopo non è soltanto quello di ridurre i sintomi ossessivi e compulsivi, ma migliorare la qualità di vita del bambino e della sua famiglia. La terapia è quindi orientata anche al miglioramento dell’autostima, delle abilità sociali, delle relazioni familiari e del funzionamento scolastico del bambino/adolescente. E’ molto importante coinvolgere nella terapia i genitori o altre figure educative che ruotano intorno al bambino per eliminare le risposte comportamentali che rinforzano i sintomi del DOC promuovendo il ricorso a strategie di problem solving adeguate.

Il disturbo ossessivo compulsivo (doc) in età evolutiva

La presenza di pensieri, immagini mentali vissuti come invasivi può generare ansia e talvolta può dar vita a comportamenti ripetitivi per “sentirsi più puliti”. In presenza di questi segnali potremmo essere di fronte ad un DOC. Una premessa necessaria Entro certi limiti, per un bambino è “normale” avere pensieri o comportamenti simili a quelli tipici del DOC. Per esempio, a chi non è capitato di sentirsi chiedere dal proprio figlio di ripetere più volte il racconto di una favola appena terminato?Si tratta di un modo di fare che, a quell’età, dà la sensazione al bambino di avere la situazione sotto controllo e questo lo fa sentire più sicuro. Cos’è il DOC nei bambini Il DOC è caratterizzato dalla presenza di paure ricorrenti (ossessioni) che si manifestano sotto forma di pensieri, immagini mentali o impulsi vissuti come intrusivi, indesiderati e involontari da parte del soggetto. Questi pensieri creano ansia, paura, disagio e la persona cerca di scacciarli o annullarli ricorrendo prevalentemente a comportamenti ripetuti (compulsioni) più o meno visibili ad occhio nudo. Normalità Vs Patologia I comportamenti ripetitivi che fanno parte del normale percorso di sviluppo sono presenti per un determinato periodo. Tendono poi a diminuire e a risolversi spontaneamente nel corso della crescita. Secondariamente, essi non creano stress e non compromettono il normale svolgimento delle altre attività del bambino o del ragazzo. La questione cambia quando tutti questi aspetti tendono ad aumentare in termini di frequenza e durata. Quando arrivano ad occupare molto tempo nella vita del bambino creando interferenza con le normali attività quotidiane oppure generando disagio e sofferenza. Tipi di DOC in età evolutiva Le ossessioni più diffuse sono quelle caratterizzate dalla paura di contaminazione ossia le paure di potersi ammalare per il contatto con germi, batteri, virus o altre sostanze nocive. I bambini iniziano quindi a preoccuparsi insistentemente dello sporco, si lavano spesso le mani oppure chiedono di poter disinfettare oggetti o lavare abiti per eliminare agenti patogeni o sostanze disgustose. Altra manifestazione è quella caratterizzata da paure superstiziose: il giovane paziente può essere assillato da preoccupazione su eventi drammatici che potrebbero accadere lui o i suoi cari e manifesta il bisogno impellente di scongiurarli con rituali scaramantici Talvolta il disagio è cosi’ intenso da generare evitamento di situazioni che possano innescare tali paure. Altre volte può tentare di gestire il disagio con “comportamenti protettivi” preventivi I sintomi tipici che un genitore può cogliere sono: una particolare meticolosità verso lo studio e verso la pulizia la necessità di eseguire rigidamente sempre gli stessi comportamenti prima di addormentarsi la richiesta di ripetere parole o frasi proporre sempre le stesse domande su dilemmi di natura esistenziale collezionare oggetti bizzarri (es buste vuote delle figurine, carte delle caramelle..) I sintomi ossessivo compulsivi, soprattutto se marcati, condizionano la vita non solo del bambino ma dell’intera famiglia e sono causa di esasperazione per tutti perché nulla sembra essere utile. Ragionamenti, imposizioni o rimproveri non riescono a eliminare, e spesso nemmeno a ridurre, le rigide sequenze messe in atto durante i rituali. Come aiutare i bambini ed i ragazzi col DOC Nel caso in cui ci si accorga che i sintomi sono frequenti, pervasivi, fonte di disagio o limitanti per il soggetto, il passo successivo è parlarne con un esperto. L’obiettivo ideale infatti è che terapeuta e familiari siano percepiti come alleati nella sfida del trattamento e non come giudici.

il disturbo della pica

Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Da dove nasce l’esigenza ad esempio di ingerire capelli? COMPORTAMENTO DEL PICACISMO Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Una persona affetta da picacismo potrebbe mangiare oggetti relativamente innocui, come il ghiaccio, oppure potrebbe ingerire oggetti potenzialmente pericolosi, come scaglie di vernice secca o pezzi di metallo. Secondo Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (DSM-5) la pica è il consumo di sostanze non nutritive e non alimentari per un periodo di almeno un mese. La natura dei materiali ingeriti è ampiamente variabile ed include, ad esempio: ghiaccio cenere carta stoffa pastelli capelli feci Spesso è stata rilevata un’associazione tra pica e stress, abusi sui minori e deprivazione materna. La pica di solito si presenta come un disturbo isolato, ma ci sono casi in cui può coesistere con altre problematiche.   DIAGNOSI Ai fini della diagnosi il comportamento deve persistere per almeno un mese, non essere in linea con lo stadio di sviluppo del bambino (il limite di età minimo è di 24 mesi) non essere un comportamento derivante da convenzioni sociali o culturali. SINTOMI I sintomi con cui si manifesta la pica, oltre alla ricerca e consumo compulsivi, dipendono dal materiale ingerito e possono comprendere ad esempio: mal di stomaco Problemi intestinali (come costipazione o diarrea) Sangue nelle feci Complicazioni più specifiche sono legate quindi al tipo di sostanza ingerita Disturbi alimentari e malnutrizione possono entrambi portare al picacismo. Il motivo? In questi casi, mangiare cibi non alimentari può aiutare a sentirsi sazi e pieni. CURA Si suggerisce in genere di ricorrere a strategie per ridurre l’esposizione (e quindi la possibilità di accesso) alla sostanza desiderata, eventualmente fornendo materiali con consistenza simile, mentre altri pazienti beneficiano di un approccio psicoterapico (volto ad esempio a reindirizzare il comportamento indesiderato verso altre attività). TRATTAMENTI POSSIBILI Il medico probabilmente inizierà trattando eventuali complicazioni che si sono acquisite mangiando prodotti non alimentari. Se il medico pensa che il disturbo sia causato da squilibri nutrizionali, può prescrivere integratori vitaminici o minerali. Oppure può consigliare una valutazione psicologica per determinare se si ha un disturbo ossessivo compulsivo o un’altra condizione di salute mentale. A seconda della diagnosi, si possono prescrivere farmaci, terapie o entrambi. Qualora ci si renda conto che un bambino inizia ad ingerire sostanze non alimentari diventa importante evitare le giustificazioni e consultare subito un medico ed eventualmente uno psicologo per l’età evolutiva al fine di affrontare la problematica nel miglior modo possibile

Il disagio della generazione post Covid: tra suicidio e Hikikomori

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Il disagio psicologico della generazione post Covid: tra tentativi di suicidio e Hikikomori (sindrome da ritiro sociale).Lo scenario della salute mentale dei giovani, post pandemia, non è affatto rassicurante. I nostri ragazzi sono sempre più spaventati, costretti a subire traumi ripetuti e scenari apocalittici: dal Covid alle guerre, fino alla crisi economica mondiale. Il sentiment condiviso è di sfiducia per il futuro delle nuove generazioni, che crescono in assenza di certezze, speranze, obiettivi.La conseguenza è un ritiro dal mondo, dalla vita, in senso figurato o purtroppo letterale. Il Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri Antonio D’Avino ha condiviso dei dati allarmanti. Negli ultimi due anni si registra un caso al giorno di suicidio tra adolescenti con una percentuale del 75%. L’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma ha rilevato un aumento di oltre il 60% nel biennio 2020-21 degli accessi per per ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e autolesionismo. Non solo: Il numero di consulenze neuropsichiatriche richieste per stati depressivi o ansiosi è aumentato di ben 11 volte. Nello specifico, sono aumentate di circa 40 volte le consulenze urgenti per ideazione e tentativi di suicidio. La costante di questo forte disagio è il desiderio di scomparire, dalla vita reale come da quella sociale. Infatti, i dati sulla sindrome di Hikikomori, riportati dal Presidente di Hikikomori Italia al congresso FIMP, parlano di 100mila giovani che hanno scelto l’isolamento sociale nel periodo post Covid. I dati dell’Associazione Nazionale Hikikomori parlano di una prevalenza di maschi affetti dalla sindrome, pari all’87%. L’età media di insorgenza dei primi segnali del fenomeno si aggira intorno ai 15 anni, nel delicato passaggio tra scuole medie alle superiori. Emerge come un grido il bisogno vitale di un supporto psicologico costante. Da un lato per recuperare i casi in cui il disagio è conclamato; dall’altro per svolgere un’azione preventiva e aiutare i giovani a sviluppare efficaci strategie di coping in questo momento così delicato.

Il corpo del docente 2. Il corpo relazionale

Come seconda tappa di questo percorso in cui stiamo affrontando i temi riguardanti il ruolo del corpo del docente, introdurremo il concetto, per noi fondamentale, di corpo relazionale. Sia detto prima di ogni approfondimento che quando noi parliamo di “corpo” intendiamo tutto il nostro corpo, e quindi anche quella sua funzione che chiamiamo “mente”. Se andiamo a osservare le prime fasi dello sviluppo di un soggetto, ci rendiamo facilmente conto che il corpo e la sua particolare attività definita, appunto, la mente, si costituisce non solo per così dire, biologicamente e al momento della nascita, ma anche per una sorta di graduale gemmazione del corpo, e quindi anche della mente, di chi lo sta accudendo.  Una gemmazione che per realizzarsi non ha sempre e costantemente bisogno dello stretto contatto fisico.  Questo processo può essere descritto anche come una serie di reciproche plasmazioni e riplasmazioni. Pensiamo agli studi e alle osservazioni di Donald Winnicott riguardo quella che definì Preoccupazione Materna Primaria e a quelli di Daniel N. Stern sull’alternanza di fasi sincroniche e non sincroniche nell’interazione tra bambino e caregiver.  Nascere quindi non basta, ognuno di noi essendo, inevitabilmente, il prodotto di sempre in qualche modo attive, relazioni corporee e quindi anche mentali.  Tale interdipendenza, assai evidente nelle prime tappe dello sviluppo in realtà continua per tutta la vita. In qualche modo il nostro corpo e la nostra mente restano pertanto sempre condivisi e costantemente relazionali, come peraltro dimostrano gli studi dei ricercatori dell’università di Parma che negli anni ’90 dell’altro secolo hanno scoperto i Neuroni Specchio. La descrizione del nostro corpo mente come monade non è ovvia e scontata, l’antropologia culturale ampiamente spiegandoci che si tratta di una modalità affermatasi nelle culture dell’homo sapiens sapiens solo recentemente, forse nemmeno diecimila anni fa, ben poco rispetto gli almeno due o trecentomila anni della nostra storia di specie. Tanto per intenderci sia pure grazie a qualche rozza schematizzazione, nelle culture cosiddette arcaiche potevamo per un certo periodo essere posseduti dallo spirito dell’aquila, in un altro invece soprattutto rispecchiarsi in questo o in quell’altro antenato. Insomma, ognuno di noi è sempre una sorta di dinamico collage di alterità. E questo calderone ribolle per tutta la vita. Chi di noi non ha avuto il lutto di una persona cara o anche, semplicemente non frequenta più un’ amica, un docente, un compagno o una compagna che comunque erano per lui assai significativi? A chi di noi non è mai capitato, in un momento complicato, di pensare a quella persona chiedendosi: “Come si sarebbe comportata in questa situazione?“. Un’ introiezione è maggiore e tanto più efficace se c’è un filing emotivo. Tutto questo, esattamente come quando siamo bimbi, è veicolato fondamentalmente da ritmi corporei. Nel momento in cui avviene questo dialogo con la persona in quel momento comunque assente, ci immaginiamo come questa sia vestita, come si muova, la prosodia della sua voce. Questi corpi altrui ma non del tutto altrui, continuano quindi ad agire in noi, a volte sembrando dei soggetti autonomi e a volte come se ne facessimo l’imitazione. Essendo in quel momento sia noi che loro. Riferiamo ora tutto questo ai contesti formativi. Nel momento in cui costruisco una relazione significativa con un docente, un maestro efficace, è come se costui mi ripetesse, grazie ad un processo di introiezione identificativa, la sua lezione per tutta la vita o almeno finché non l’abbia appresa.  Se questo docente emotivamente e cognitivamente significativo mi ha insegnato qualcosa di veramente importante, potrò quindi continuare a lavorarci anche dopo tanto tempo che non ho più a che fare “fisicamente” con lui. Potrò ancora letteralmente giocare con i concetti che mi ha insegnato, proprio come fossero oggetti concreti, attivi dentro di me, riorganizzandoli anche secondo schemi nuovi. Questa introiezione sarà tanto più efficace quanto nel nostro rapporto vi sia stato un coinvolgimento emozionale e quindi tanto quanto sia stato in grado di ricostruirmi il suo corpo che è anche la sua mente, attivo, dentro di me. Un docente in grado pertanto di armonizzare la sua ritmicità corporea, il suo andamento prosodico con il testo della sua materia, e quindi in qualche modo consapevole di essere un Corpo Relazionale che interagisce con altri Corpi Relazionali, di certo avrà una marcia in più e l’avranno anche i suoi allievi.  A proposito di questo continuo riplasmare le proprie e le altrui identità, dopo vari confronti, il nostro gruppo di lavoro ha deciso di cambiare nuovamente nome. Tra poco anche sul sito della nostra  Scuola di Arteterapia comparirà il nuovo conio di “Poliscreativa”, in continuità quindi con i nostri nomi del passato, “Materica” e “Lacerva”, tanto per ricordarne un paio. E, chissà, forse anche in continuità con quelli del futuro.

Il copione di vita: come condiziona le nostre scelte?

In che modo il copione di vita influisce sulle nostre scelte? Quali sono i legami tra passato, presente e futuro? Eric Berne definiva il copione come “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta definitiva”. Si tratta di un piano autolimitante, dal finale prevedibile, che, a partire dalle prime esperienze, arriva a condizionare l’intera esistenza. In assenza di un lavoro su di sé, il copione agisce perlopiù ad un livello inconsapevole. Così, spesso senza saperlo, si compiono scelte che tendono a confermarlo e ad andare verso quel preciso finale. L’adattamento nel bambino Il bambino impara sin da subito a sviluppare i modi di pensare, sentire e agire che più gli consentono di adattarsi all’ambiente in cui vive. Secondo la definizione del copione, il bambino prende una decisione. In realtà, più decisioni, che vanno ad incidere sulla propria vita. Tali decisioni però non vanno intese come un processo riflessivo e consapevole. Basti pensare che alcune di queste avvengono già durante il periodo preverbale, sulla base delle sensazioni ed emozioni attraverso cui inizia l’esperienza di sé, degli altri e del mondo. Il bambino è per sua natura dipendente. Cioè, per sopravvivere e crescere ha bisogno di qualcuno che si prenda cura dei suoi bisogni. Pertanto, il suo adattamento è finalizzato a garantirsi il più possibile la vicinanza, le attenzioni e l’amore delle sue figure genitoriali. Tuttavia, ciò che rappresenta il migliore adattamento nei primi anni di vita diventa inadeguato per i bisogni dell’età adultà. Il copione diventa così uno schema limitante, che conferma gli aspetti rigidi e dipendenti, impedendo l’autonomia e la realizzazione della persona. La decisione infantile e le scelte successive Se, ad esempio, il bambino percepisce che così com’è non va bene e che deve fare in modo di essere più bravo, più ubbidiente, più rispondente a come lo desiderano gli altri, può prendere la decisione che non potrà mai essere amato così com’è. Che, nonostante tutti i suoi sforzi, non sarà mai abbastanza, per cui sarà sempre abbandonato e, alla fine, resterà solo. Si struttura così un copione drammatico, fatto di convinzioni svalutanti e di scelte che andranno a confermare il non andare bene e il non poter essere amato. La persona da adulta tenderà, per esempio, a ricercare persone critiche ed emotivamente indisponibili. A manipolare assumendo la posizione esistenziale di vittima, mostrandosi compiacente ma al tempo sofferente per poi accusare l’altro della sua mancanza d’amore. Accumulerà così nel tempo esperienze che confermeranno il copione, l’abbandono e la solitudine come destino ineluttabile. Il legame tra passato, presente e futuro Quando si vive nel copione, il presente non può essere vissuto pienamente, né liberamente. Vi è un passato che tende a riattualizzarsi, nella ripetizione delle esperienze antiche. E un futuro che viene anticipato attraverso scenari, salvifici o catastrofici, che sottraggono dalla realtà e confermano il tornaconto, il finale di copione. Lavorare sul copione vuol dire portarlo alla luce e renderlo innanzitutto consapevole alla persona. In modo che le gestalt possano essere chiuse ed il passato possa essere storicizzato. Così che vengano abbandonati i vantaggi degli aspetti dipendenti e delle posizioni esistenziali svalutanti. E, infine, che l’orizzonte del futuro, libero dai condizionamenti antichi, possa riacquisire la dimensione del possibile e della realizzazione di sé e dei propri desideri.

Il conflitto interiore: riconoscerlo per superarlo

Alla base di ogni situazione problematica e di ogni sintomo vi è sempre un conflitto: una lotta più o meno consapevole tra parti interne. Molte persone arrivano in terapia lamentando di non saper cosa fare nella situazione che stanno vivendo. Alcune volte descrivono un vissuto generalizzato ed in figura non c’è un conflitto vero e proprio, ma una sensazione diffusa di smarrimento e impotenza. Altre volte, invece, vi è un blocco che deriva dal prendere una decisione. “Cosa devo fare?” Nella mia pratica clinica, la domanda che più spesso mi viene rivolta e con cui si arrovella la maggior parte delle persone è: “cosa devo fare?”. L’approccio più comune di fronte ai problemi, ma in generale di fronte alla vita, è quella di dirigere tutta l’attenzione verso la ricerca dell’azione necessaria per uscire fuori dall’impasse. Questa focalizzazione sulla soluzione, in realtà, invece di aiutare, finisce con il rafforzare i meccanismi di evitamento responsabili del malessere. Proviamo ad approfondire questo punto. L’evitamento alla base del malessere Secondo la psicoterapia della Gestalt, il ciclo di contatto o di gratificazione dei bisogni è costituito dalle seguenti fasi: “cosa sento”, “cosa voglio”, “cosa faccio”, “cosa sento dopo averlo fatto”. In ciascuna di queste fasi, può insorgere un conflitto che interrompe il processo naturale ed a volte vi possono essere anche più interruzioni. Il “cosa devo fare”, ad esempio, è spesso l’esito di una interruzione in più fasi. Nella maggior parte dei casi, ciò che accade è che il problema presentato non abbia tanto a che fare con quale sia l’azione più adatta a rispondere alla situazione che si sta vivendo, il “cosa faccio”, ma con qualcosa che viene prima: il “cosa sento” e il “cosa voglio”. Se la persona non è in contatto con ciò che prova e con ciò che vuole, non sarà in grado di riconoscere i propri bisogni e non potrà arrivare nè a scelte nè a comportamenti consapevoli. Nè tantomeno a sentirsi soddisfatta. Con molte probabilità, cercherà all’esterno la risposta che non trova in sè, deresponsabilizzandosi. Il “devo” della domanda, infatti, fa appello ad un genitore che arrivi in soccorso. Portare l’attenzione al corpo, come luogo del sentire, e connettersi ai propri vissuti è l’esperienza principale su cui si fonda la nostra salute. Da cui non possiamo prescindere per vivere in maniera sana e consapevole. Ciò vuol dire riconoscersi in tutti i propri aspetti e, anche, incontrare i propri conflitti. Riconoscere il conflitto Il primo passo per superare qualsiasi conflitto è riconoscerlo. Anche se ovvio, nella realtà molte persone vogliono risolvere senza conoscere. In presenza di un sintomo, ad esempio, si tende a percepire ciò che si manifesta nel corpo come un qualcosa di estraneo di cui doversi sbarazzare in fretta e si può fare molta fatica ad accettare che si tratta invece di parti di sé, da integrare e non da eliminare. Chiarire il conflitto e dargli voce Il secondo passo necessario è chiarire il conflitto e dargli voce. Il lavoro gestaltico accompagna attraverso una modalità esperienziale ad individuare le parti in lotta e poi a metterle in dialogo, esprimendo per ognuna ragioni, emozioni, bisogni. La persona può così esplorare le diverse prospettive e lavorare per la risoluzione. Aumentando la sua presenza, può inoltre accedere ad una consapevolezza piena. Diversamente da ciò che avviene con il solo parlare, lo sperimentare mette in un contatto diretto ed immediato con i propri vissuti. Utilizza insieme ogni livello di funzionamento: cognitivo, emotivo e somatico. Alcune parti sono più difficili da riconoscere e danno molte informazioni sull’origine del blocco. E’ molto comune, ad esempio, il rifiuto a guardare come dentro il “non riesco” si nasconda un “non voglio” e come per una stessa cosa che si desidera fortemente in realtà ci sia anche una volontà contraria. Se guardiamo all’impasse da una prospettiva analitico-transazionale, lo stato dell’Io Genitore invia allo stato dell’Io Bambino messaggi svalutanti. Ad esempio: “Non crescere”, “Non avere successo”, “Non essere intimo”; “Devi essere perfetto”, “Non devi sbagliare”, “Devi essere buono con tutti”, “Non fidarti di nessuno”, “Non puoi farcela”. Tali messaggi ostacolano la gratificazione dei bisogni e l’espressione libera e spontanea di sé con l’esclusione di aspetti propri. L’integrazione tra le parti e l’autonomia Tutto il lavoro in psicoterapia è un lavoro di integrazione che porta a tenere insieme tutte le proprie parti in una totalità armonica. E’ un lavoro di ristrutturazione della personalità, che guarda al dialogo interno e ai contenuti svalutanti interiorizzati. I conflitti si sciolgono quando il Bambino interiore trova all’interno un Genitore capace di sostenerlo e guidarlo nel mondo, in modo che l’Adulto possa compiere scelte congruenti con bisogni e desideri.