I fantasmi in rete: il fenomeno del ghosting

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Negli ultimi tempi, si sta diffondendo il fenomeno dei fantasmi del web: il ghosting. Esso consiste in un atteggiamento di sparizione completa e improvvisa in cui si interrompono i rapporti in modo brusco; comportamento utilizzato sempre più frequentemente soprattutto nelle relazioni on line. Insieme all’orbiting e al breadcrumbing, con il ghosting si attuano comportamenti in cui si è poco rispettosi nei confronti della vittima. Inoltre, chi si affida a tali modalità comportamentali non si assume la responsabilità delle proprie azioni e della fine della relazione. L’atteggiamento più diffuso è quello di non rispondere alle telefonate e ai messaggi, arrivando talvolta a bloccare l’utente coinvolto. Alcuni, inoltre, cancellano il proprio profilo o eliminano il contatto tra le amicizie e i followers. Gli aspetti caratteristici del ghoster sono prevalentemente legati all’insicurezza e alla scarsa stima di sé. Questi fantasmi digitali cominciano a prediligere questo tipo di relazioni perchè più facilmente gestibili, sia dal punto di vista pratico e soprattutto dal punto di vista emotivo. Non hanno responsabilità, nè vogliono assumerla e, inoltre, non sviluppano un senso di colpa per il loro comportamento. In talune occasioni, poi, spiano attraverso altri profili o mediante contatti in comune la propria vittima. La sensazione creata in quest’ultima è proprio una presenza/assenza non giustificata e non giustificabile. Ciò che ne deriva, sempre in chi lo riceve è un senso di smarrimento e sfiducia nelle relazioni interpersonali future. Si determina poi un circolo vizioso in cui c’è rabbia e confusione per l’improvvisa assenza, per poi passare ad una spasmodica ricerca del fantasma per ricevere spiegazioni, che ovviamente non arrivano. Il tutto poi ricomincia da capo, minando comunque la propria autostima e la propria sicurezza. Bisognerebbe quindi essere onesti con se stessi, accettando ed elaborando la perdita, pur senza le adeguate spiegazioni, evitando così rimuginii e sensi colpa.

I DISTURBI DEL SONNO NEL BAMBINO

Un bambino su quattro soffre di disturbi del sonno. Il sonno matura e cambia con la crescita, per cui molti comportamenti che possono sembrare disturbi del sonno, nel neonato o nel bambino, sono in realtà espressione dell’età che cambia.  Quali sono i disturbi del sonno del bambino? difficoltà a iniziare o mantenere il sonno (comunemente nota come insonnia); eccessiva sonnolenza diurna; disturbi della respirazione e del movimento nel sonno. Disturbi del sonno nei bambini di un anno Nel sonno del bambino nel primo anno di vita si verificano importanti cambiamenti, che in parte si riflettono nelle grandi acquisizioni che possiamo osservare dalla nascita ai 12 mesi. Spesso si tratta di passaggi fisiologici. Un neonato passa gran parte delle 24 ore dormendo, senza fare differenza fra il giorno e la notte, svegliandosi per ottenere il nutrimento.Anche se comportano una disregolazione del sonno dei genitori, è raro che i risvegli notturni frequenti possono essere la spia di un disturbo del sonno del neonato, se il piccolo cresce regolarmente. Nei primi 6 mesi di vita del bambino, durante il sonno, si possono osservare comportamenti che possono allarmare i genitori, come un respiro irregolare o rumoroso, movimenti anomali o altri fenomeni che non sono presenti in età successive. Dopo i 6 mesi di vita è possibile che il bambino manifesti nuovamente una fase di “regressione”. Talvolta questo si verifica quando uno dei genitori rientra al lavoro o il piccolo viene inserito al nido. Disturbi del sonno nei bambini tra i 2 e i 4 anni Intorno ai 2 anni, può comparire un fenomeno che per le sue caratteristiche viene chiamato “pavor nocturnus”, terrore notturno. Nella prima metà della notte, il bambino può svegliarsi come in preda a uno spavento, urlando e muovendosi come se fosse in grave difficoltà. Si tratta tuttavia di un comportamento para-fisiologico nell’ambito delle parasonnie. Il piccolo sembra sveglio nelle parole e nei gesti, ma il suo cervello dorme ancora: ne è un segno l’impossibilità di entrarci in contatto e l’assenza di ricordi al risveglio. Nella seconda parte della notte, invece, possono comparire incubi, sogni dal contenuto spaventoso che svegliano il bambino. Tra i 2 e i 4 anni può essere anche presente l’insonnia, con difficoltà a iniziare o mantenere il sonno, e può comparire un respiro rumoroso con russamento. La causa più frequente di questo disturbo in età pediatrica è l’ingrossamento di adenoidi e tonsille: è importante riconoscere questa situazione, poiché il bambino, dormendo male, può manifestare disturbi durante il giorno, come ad esempio difficoltà nell’attenzione e nella concentrazione. Disturbi del sonno nei bambini dai 4 anni in poi In questa fascia di età possono essere presenti tutti i disturbi del sonno già elencati. Fra le parasonnie più frequenti ricordiamo il sonnambulismo, in cui il bambino si alza durante la notte e riproduce comportamenti simili a quelli della veglia. Perché si verificano i disturbi del sonno nel bambino? Da questa breve sintesi si evince che le difficoltà del sonno nei bambini sono tante e diverse tra loro. Le cause dei disturbi del sonno possono essere molte e riconducibili in certi casi a patologie vere e proprie, in altri invece a errate abitudini o convinzioni sul sonno. Quando preoccuparsi se il bambino dorme poco? Innanzitutto occorre ricostruire la giornata tipo del nostro bambino, così da descriverla al pediatra che valuterà se la quantità di sonno è adeguata all’età. I segni di sonno di scarsa quantità o qualità non si manifestano nella tendenza ad addormentarsi durante il giorno, bensì con irrequietezza, difficoltà a concentrarsi o a giocare con gli altri, fino ai disturbi nella crescita nei casi più gravi. Sin dai primissimi giorni di vita è utile cercare di instaurare una routine per il sonno dei bambini. Non c’è però un’unica routine possibile, perché le abitudini variano di famiglia in famiglia, ma esistono strategie comuni che si possono mettere in atto: sin dal pomeriggio sarebbero da evitare attività eccessivamente stimolanti o al contrario sonnellini troppo prolungati; proporre un bagno, prima o dopo cena, a seconda delle abitudini della famiglia e dalle conseguenze sul piccolo: infatti c’è chi si rilassa nell’acqua e chi invece diventa ancora più irritabile; terminato il pasto serale è meglio evitare di proporre latte o altre bevande al bambino, altrimenti il piccolo assocerà l’addormentamento al liquido e lo richiederà ad ogni risveglio; per addormentarlo è consigliato spostarsi nella zona predisposta per il sonno, il piccolo può essere accompagnato nell’addormentamento proponendo la lettura di un libro o una canzone che gli permetta di rilassarsi; evitate schermi, musiche ad alto volume e luci notturne. Conclusioni E’ bene quindi monitorare la qualità e la quantità di sonno del proprio bambino. Qualora la causa del disturbo abbia delle basi psicologiche è preferibile rivolgersi ad uno psicologo esperto.

I confini tra sé e l’altro

Saper riconoscere e gestire i confini tra sé stessi e gli altri è fondamentale per stare bene ed avere relazioni sane. In terapia si lavora spesso sui confini. La maggior parte delle difficoltà che emergono in quest’area riguarda innanzitutto il riconoscersi e il vedere l’altro come diverso da sé. Tali capacità si formano nel processo di separazione-individuazione che interessa i primi anni di vita. In questa fase il bambino passa da uno stato di simbiosi naturale, in cui è tutt’uno con chi si prende cura di lui, ad uno stato più evoluto di percezione di sé come persona separata, distinta e, via via, sempre più autonoma. Nella realtà dei fatti, non di rado accade che lo sviluppo naturale venga ostacolato da meccanismi che impediscono l’abbandono della simbiosi e l’evoluzione verso l’autonomia. Confini ed alterazioni del funzionamento della persona Una carenza di confini comporta una alterazione del funzionamento della persona, con modalità che possono assumere forme differenti: onnipotenti, narcisistiche o più dichiaratamente dipendenti. Vi può essere un ritiro nello stato primario di non-differenziazione tra sé e ciò che proviene dall’esterno. O un irrigidimento su di una struttura narcisistica, di negazione dei propri bisogni affettivi, in cui l’altro non può essere visto. Oppure, un appoggiarsi all’esterno come incapacità di autoriconoscimento ed affermazione di se stessi. Questi meccanismi, al di là delle manifestazioni patologiche in cui possono sfociare, appartengono in maniera più o meno significativa ad ogni personalità. Si tratta del modo con cui il contatto con la realtà interna ed esterna viene interrotto da una riproposizione di schemi antichi. Allo scopo di difendersi di fronte ad un’esperienza proibita, temuta, cui non si accede. Confini e relazioni Avere dei buoni confini vuol dire dunque, in primis, riconoscersi per ciò che si è e riconoscere l’altro per ciò che è. Vuol dire essere in grado di distinguere quanto proviene da sé da quanto proviene dall’altro. In termini di pensiero, giudizio, sentire, bisogni, motivazioni. Scelte e azioni. Ma non solo. I confini sono sani quando si è anche in grado di rispettarli all’interno della relazione. Nella quotidianità della maggior parte delle persone accadono frequentemente eventi che hanno a che fare con problematiche di confine. Ad esempio, si può accettare dall’altro un gesto non gradito pur riconoscendo l’effetto negativo che ha su di sé. Ci si può inibire compiacendo, allineandosi al modo di pensare e di agire altrui o, al contrario, si può essere rifiutanti rispetto alle differenze che l’altro esprime. Si può avere difficoltà ad affermare se stessi per non deludere un’aspettativa. Vi possono essere dinamiche relazionali di dominio/sottomissione, controllo, confluenza. La vita adulta al di fuori delle manipolazioni Si tratta di manipolazioni apprese durante l’infanzia allo scopo di assicurarsi riconoscimento, amore. Ma, mentre a quel tempo hanno rappresentato il migliore adattamento possibile all’ambiente, nel presente della vita adulta intervengono come limitazioni. In quanto aspetti dipendenti che impediscono di stare bene, di avere una vita relazione soddisfacente e realizzarsi. Una famosa citazione di Fritz Perls, nota come “preghiera della Gestalt”, racchiude in sé tutta l’importanza dei confini: “Io sono io. Tu sei tu.Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.Se ci incontreremo sarà bellissimo;altrimenti non ci sarà stato niente da fare”.

I capricci dei bambini a cosa servono?

Perchè i bambini hanno necessità di fare i capricci? cosa vogliono comunicare? come si gestisce un capriccio? attraverso questo articolo risponderò a queste domande. Perché nasce un capriccio? I capricci non sono atteggiamenti immotivati, né tanto meno futili. Alla loro base, spesso è possibile individuare un bisogno implicito, che chiede a gran voce di essere visto, riconosciuto e convalidato. Con questi comportamenti il bambino sta cercando di comunicare, seppur in maniera inefficace, qualcosa che non è ancora in grado di dire a parole. Per un bambino piccolo è normale esperire degli stati di de-regolazione di fronte a forti emozioni. Non c’è provocazione, né sfida, né un intento consapevole di far star male l’altro. C’è un’emozione bloccata, un problema e il bisogno di un adulto capace di ascoltare e offrire il suo aiuto. Come si gestiscono i capricci? La precondizione sul come affrontare i capricci dei bambini in maniera consapevole e rispettosa è mantenere la calma. Il primo step dovrà essere quello di ricreare uno stato di connessione. Abbassiamoci al livello del bambino e cerchiamo il suo sguardo. Se non lo rifiuta, offriamogli anche un contenimento fisico, altrimenti limitiamoci a una presenza non invasiva. Solo quando il bambino sarà passato dall’iniziale stato reattivo a uno stato ricettivo, sarà possibile parlargli. Descriviamo allora l’accaduto nella maniera più oggettiva possibile, verbalizzando quello che ci sembra essere il suo vissuto e aiutandolo a dare un nome alle sue emozioni. ESISTONO REGOLE CHIARE IN FAMIGLIA? Molto importante è anche capire come è organizzata la vita della famiglia e quali regole ci sono. I bambini spesso cercano di mettere alla prova l’adulto, di vedere fino a che punto l’adulto resiste al loro volere, cercando di imporre la loro volontà. È un momento di crescita molto normale di affermazione di sé, quindi è fisiologico da un punto di vista psicologico.  I capricci si possono ridurre se si danno spazi di autonomia al bambino, spazi di autoaffermazione. Un bambino che ha dei momenti in cui può affermare se stesso, fare delle cose autonomamente, ha meno bisogno di opporsi. La coerenza è determinante sia per i bambini che per i genitori, perché mette al riparo tutti da reazioni emotive incontrollate.  Pensiamo al genitore che in un momento accetta una cosa, e in un altro momento, perché magari è stanco, non la accetta. In questo modo mette in difficoltà il bambino che non capisce più cosa può fare e cosa non può fare. Quando poi ci si trova di fronte la situazione concreta, quello che è importante dare come messaggio è che l’adulto non senta di rinunciare alla regola solo perché il bambino fa una sceneggiata, perché se passa questo messaggio, il bambino che cosa impara? Impara che di fronte a un suo desiderio, di fronte a un’opposizione dell’adulto, l’unica cosa da fare è fare una sceneggiata.  È necessario avere una certa fermezza e chiarezza rispetto alle regole. Con calma, quando il bambino riuscirà a esprimersi senza urla, bisogna invitarlo a dire cosa gli dà così fastidio e, insieme, si troveranno insieme delle soluzioni.  Il messaggio da dare è che di fronte a un problema, a un’opposizione ci sono delle strade, e queste strade si trovano quando si parla. 

I BENEFICI DEL CAMPO ESTIVO

Perche’ inviare i propri figli ad un campo estivo, quali abilita’ si possono rafforzare, quali paure affrontare in epoca covid-19. Quando arriva Settembre? L’arrivo delle vacanze estive e’ un periodo molto atteso per diversi aspetti, sia da parte dei genitori, che dei figli, ma anche ricco di dubbi. Spesso un genitore, non abituato a trascorrere tanto tempo insieme al figlio, dopo pochi giorni dalla chiusura scolastica si chiede “ma quando arriva settembre?”. Ecco che, la risposta a tale domanda talvolta e’: mandiamolo al campo estivo. Il campo estivo non e’ un sostituto delle competenze genitoriali, ma un valido supporto per i bambini in quanto ha una serie di vantaggi. I VANTAGGI DI UN CAMPO ESTIVO le attività sono molte e non ci si annoia  i bambini staranno all’aria aperta e avranno modo di socializzare, giocare e imparare a stare in mezzo ai loro pari I ragazzi a scuola hanno la possibilità di un continuo confronto che avviene però nella maggioranza dei casi su un piano strettamente cognitivo. Nei campi estivi ci si ritrova a spendersi in contesti diversi di gioco, di movimento, di relazione e scambio. In queste realtà spesso i ruoli del più e del meno bravo non sono più così evidenti. Spesso i ruoli sono ribaltati e così chi è abituato a primeggiare vive l’esperienza di essere “secondo” ad un compagno che invece solitamente a scuola fa più fatica. Il centro estivo si differenzia dalla scuola  perchè basato sul divertimento del singolo, pur nel rispetto dell’altro e delle regole. In questo senso il bambino lo vive liberamente senza l’ansia da prestazione tipica della scuola e senza gli obblighi che riguardano la realtà scolastica. Rappresenta lo “stacco” necessario al defaticamento e al riposo. Il bambino ha la possibilità di vivere l’attività in maniera più indipendente e autonoma. Si trova spesso nella condizione di doversela cavar da solo in piccoli grandi compiti ed è quindi spronato dal contesto a “diventare grande”. L’esperienza del centro estivo permette al bambino la vita in comunità, lo responsabilizza sul fatto che il suo contributo è decisivo affinchè la giornata e le attività si svolgano nel migliore dei modi. In molti casi è spronato a prendersi degli impegni e delle mansioni quali tenere pulito, aiutare ad apparecchiare, risistemare il materiale di gioco. In questo senso si sensibilizza sul rispetto delle regole, dei turni e soprattutto sul rispetto dell’altro che come lui fruisce dei medesimi spazi e delle medesime attività. Il bambino ha anche modo di relazionarsi con educatori diversi. Quali sono i contro di un campo estivo? Sicuramente i campi estivi il piu’ delle volte hanno un costo, pertanto sono inaccessibili a diverse famiglie. Un genitore talvolta “utilizza” il campo estivo come strumento per non trascorrere il tempo con i propri figli, come una sorta di parcheggio pur di non occuparsene. Quindi può favorire un atteggiamento di non responsabilità genitoriale. In epoca covid-19 può aumentare le ansie di un genitore in quanto il figlio non è sotto il controllo visivo. Tali ansie possono avere ripercussioni negative sull’approccio stesso del bambino al campo estivo. Sia i genitori che i bambini dovrebbero vivere l’esperienza del campo estivo con maniera positiva, come un’esperienza di crescita. Pertanto è utile, quando possibile, di incentivare l’utilizzo di tali contesti se favoriscono il benessere psicofisico di tutta la famiglia.

I bambini e la tecnologia: effetti sulla salute psicofisica

I bambini, al giorno d’oggi, cominciano presto ad utilizzare la tecnologia: come si può gestirne l’uso nel migliore dei modi? Secondo uno studio americano pubblicato su ‘Jama Pediatrics‘, i bambini sotto i 6 anni passano la maggior parte del tempo davanti ad uno schermo guardando la tv. E in 17 anni questo lasso di tempo è raddoppiato, almeno tra i più piccoli, arrivando a 3 ore al giorno tra i bimbi sotto i 2 anni. E spesso, mamma e papà sono in difficoltà quando devono allontanare i propri figli dai video terminali oppure, a volte, sono proprio i genitori, stremati dalla quotidianità, ad utilizzarli per distrarre o calmare i bambini fin dal primo anno di vita. Ma quali possono essere le conseguenze fisiche e psicologiche di un utilizzo precoce e prolungato dei dispositivi digitali? Un utilizzo prolungato di video terminali fin dalle primissime fasi evolutive può condurre a conseguenze sia su un piano fisico che psicologico. Infatti, aumenta il rischio che, nel corso dello sviluppo, si possano presentare difficoltà emotive e relazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità rileva come “lo schema dell’attività complessiva nelle 24 ore è fondamentale: sostituire il tempo prolungato davanti allo schermo con un gioco più attivo o sedentario, assicurandosi che i bambini piccoli ricevano abbastanza sonno di buona qualità” viene considerato di assoluta importanza per un adeguato sviluppo psicofisico. L’alterazione delle abilità relazionali può provocare l’isolamento sociale, innalzando la possibilità di sviluppare quelle che vengono definite nuove dipendenze. I giovani, in particolare, possono sentirsi più facilitati nella creazione di un’identità digitale in cui non hanno bisogno di mostrarsi per ciò che sono realmente. Tra le nuove dipendenze, nel DSM-5, si annoverano le new technologies addiction (dipendenza da tv, internet, social network, videogiochi). Ma quando è importante contattare un terapeuta affinché si possa approfondire meglio la situazione? Alcuni segnali di allarme che si potrebbero osservare nei ragazzi sono: cambiamenti d’umore improvvisi, la tendenza ad accendere i video terminali in orari non consoni o comunque quando si pensa di non essere visti, irrequietezza o apaticità; possono essere avvertiti anche sintomi fisici quali mal di testa, mal di schiena, disturbi della vista. Ma la punizione serve davvero? Spesso, dopo aver ignorato alcuni comportamenti inadeguati lievi dei propri bambini, i genitori esasperati utilizzano la punizione che sembra riportare immediatamente la situazione sotto controllo. Ed è per questo che poi si continua ad utilizzare nel tempo. Tuttavia, alla lunga, gli svantaggi possono essere superiori dei vantaggi: da un lato cresce la rabbia e il risentimento del bambino, dall’altra il senso di colpa del genitore. L’utilizzo della punizione può modellare, inoltre, risposte aggressive (insegnando, ad esempio, l’uso della forza) e mostra solo ciò che non è adeguato, senza offrire l’occasione di apprendere comportamenti validi. Cosa possono fare davvero i genitori? ⦁ Si potrebbe concordare prima il tempo di utilizzo del video terminale predisponendo, ad esempio, anche una sveglia che indichi che “è finito il tempo”; ⦁ Proporre attività alternative. Si consente al bambino di sperimentare il piacere di trascorrere il tempo in un modo diverso (attività fisica, gioco da tavolo, preparazione di un dolce, etc…); ⦁ Rinforzare i bambini quando trascorrono il tempo in modo qualitativamente differente. Dare attenzione ai comportamenti che si vogliono promuovere: descriverli anche se si avvicinano a quelli desiderati aumenterà la probabilità che il bambino impieghi il tempo in modo funzionale anche nei giorni successivi; ⦁Per i più grandi diventa fondamentale l’ascolto, il dialogo e il confronto. Attenzione a non puntare il dito e accusare o giudicare i propri figli. Soffermarsi e accogliere le emozioni del genitore può essere utile per imparare ad empatizzare con quelle dei propri figli.

I bambini davanti alla televisione: cosa può fare l’adulto?

I bambini trascorrono tanto tempo ormai davanti alla televisione: vediamo insieme come l’adulto può gestire questo tempo. E’ chiaro ormai che la televisione è una compagnia durante la maggior parte delle giornate, sia per grandi che per piccini. Diventa inutile, infatti, fare finta che non esista, ma piuttosto bisognerebbe imparare a farci i conti e apprenderne un utilizzo più corretto. Inoltre, la televisione piace a tutti e anche gli adulti amano rilassarsi davanti al loro film o programma televisivo preferito…vogliamo negarlo? Per non parlare della funzione di alcuni programmi che sono volti a fornire informazioni e a creare riflessioni. Quali possono essere allora gli aspetti negativi del guardare a lungo la televisione? la televisione può portare via del tempo ad altre attività importanti. E’ stato visto che, dai tre anni in poi, i bambini guardano in media la tv tre o quattro ore al giorno. Togliendo le ore essenziali di pasti, sonno, scuola, rimane troppo poco tempo per il gioco, le conversazioni con gli adulti, la lettura e l’ascolto di fiabe, le attività all’aria aperta. quando il bambino (ma anche l’adulto) è seduto davanti alla tv, tende ad accogliere in modo passivo ciò che viene trasmesso in quel momento. passare velocemente da un programma all’altro può portare al fenomeno della “inibizione retroattiva”. Che cos’è? Il nuovo spettacolo potrebbe offuscare quello visto in precedenza, impedendo di fantasticare su ciò che è stato appena guardato in tv e ostacolando anche giochi di finzione correlati. Ecco perché invece è consigliato portare più spesso i bambini al cinema, dandogli il tempo di elaborare (anche con l’adulto) ciò che è stato visto. Cosa possono fare gli adulti educanti? è sicuramente importante vedere la maggior parte dei programmi con i bambini: osservare le loro reazioni, fornire immediate spiegazioni alle loro domande, intervenire per aiutarli nella comprensione di ciò che vedono. imparare a programmare quando è ora di vedere la tv e cosa si sceglie di guardare. Se, ad esempio, prevediamo che dopo quel cartone animato ci sarà la merenda o un’altra attività piacevole sarà anche più facile staccare il bambino dalla televisione! coinvolgere il bambino nella scelta di cosa vedere. Se si ha una guida tv con delle immagini, lo si può aiutare a fargli esprimere delle preferenze, così sarà anche più facile alla fine spegnere il televisore quando il programma è terminato. Ma la cosa più importante rimane sempre la stessa. Ricordiamo che i bambini ci osservano e il nostro comportamento funge da modello, sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi.

Hikikomori: il fenomeno dell’isolamento e del ritiro sociale

Annullare ogni contatto con il mondo utilizzando la rete come unica fonte di comunicazione con l’esterno. Questo tipo di disagio psicologico che porta alla rinuncia di qualsiasi luogo di interazione, prende il nome di Sindrome di Hikikomori. Il termine giapponese “Hikikomori“, coniato nel 1998 dallo psichiatra Tamaki Saito, significa letteralmente “ritirarsi” e descrive la condizione psicologica di isolamento dalla socialità. Questa condizione, molto diffusa anche in Italia soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, prevede un ritiro sociale assoluto e prolungato da tutti i luoghi di interazione, come la scuola o il lavoro. Quali sono le cause? Negli anni lo psichiatra Saito ha condotti diversi studi in Giappone, volti ad indagare le cause di questa autoesclusione sociale. Il quadro che emerge è quello di una società sempre più competitiva e perfezionista in cui l’Hikikomori non si riconosce. I giovani, sempre più sotto pressione, reagiscono a questi modelli di comportamento super efficienti con un tentativo di evasione. Preferiscono quindi isolarsi nella comfort zone della propria casa per evitare di affrontare le sfide della vita quotidiana. Il comune denominatore tra questi ragazzi è senz’altro la bassa autostima che incide inevitabilmente sulla qualità dei rapporti sociali. L’Associazione Hikikomori Italia ha censito alcuni fattori significativi per l’insorgenza del fenomeno: caratteriali: spesso gli hikikomori sono particolarmente sensibili e inibiti socialmente, il che aumenta le difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature; familiari: nelle ricerche condotte in Giappone sono presenti casi di abbandono o di dipendenza emotiva che condizionano in modo rilevante la vita sociale dei ragazzi; scolastici: uno degli eventi sentinella è sicuramente il rifiuto ad andare a scuola. Quello che viene vissuto come un ambiente di scambio e socializzazione potrebbe rivelare episodi di bullismo; sociali: come anticipato, i giovani hikikomori subiscono il peso di uno standard di perfezione ed efficienza imposto dalla moderna società, a cui cercano di sfuggire. Hikikomori e Internet Addiction Esiste una stretta correlazione tra la sindrome di Hikikomori e l’Internet Addiction, tuttavia dagli studi condotti in materia non è chiaro se la dipendenza da internet sia una causa scatenante o una conseguenza dell’isolamento. Il web e la tecnologia in generale rappresentano uno strumento ambivalente: un rifugio dalla vita che si cerca di rifuggire, ma al contempo un modo per rimanere in contatto con il mondo esterno.

Halloween e la legittimità della paura

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Stasera, per la serata di Halloween, la paura è l’emozione che possiamo manifestare senza riserve e senza timore. Com’è ben noto a tutti, la festa di oggi è quella più spaventosa di tutte, è quella in cui prevalgono costumi, addobbi e maschere che suscitano paura. Fantasmi, zombie, vampiri, ragni e ragnatele sono gli elementi tipici di Halloween, per le loro caratteristiche mostruose. Ad essi, però ,si affiancano anche dettagli piacevoli, come mele candite e zucche sorridenti. L’ambivalenza nasce da una esigenza intrinseca di dover esorcizzare una delle emozioni più temute di tutte, la paura appunto. Essa infatti è sempre considerata esclusivamente nel suo aspetto negativo, facendo in modo che debba essere evitata il più possibile. Per questo motivo, la festa di Halloween nasce dall’esigenza di esorcizzare e poter manifestare liberamente ciò che tendiamo ad allontanare il più possibile da noi. Avere paura nel giorno della festa non ci fa provare vergogna nei confronti di questa emozione. Al contrario, andiamo alla ricerca di giochi, luoghi ed esperienze spaventose che ci permettono di vivere la paura al massimo. In effetti, la paura è una delle emozioni primarie, che aiutano l’individuo a carpire ed individuare eventuali pericoli dell’ambiente. Essa era di vitale importanza nei primi uomini, perchè segnalando una situazione pericolosa, ne permetteva la sopravvivenza anche in ambienti ostili. Oggigiorno, i simboli più utilizzati nella festa hanno ovviamente un carattere puramente allegorico, e attraverso il gioco o le simulazioni, le persone hanno la possibilità di sperimentare esperienze negative, senza esserne profondamente turbati. Anche i bambini, infatti , percepiscono che quella paura provata, durante la festa di Halloween, è circoscritta all’esperienza, ed è vissuta in un ambiente sicuro. Ma comunque non si può rinunciare, almeno il 31 ottobre, a quel brivido che sale lungo la schiena.

Gli sconti condizionano le nostre scelte e le nostre spese

Sconti

Da qualche giorno, sono cominciati gli sconti e le svendite in tutti gli store. Questo è un periodo dell’anno fortemente atteso dai compratori oculati, ma anche da quelli compulsivi. Le esperienze di acquisti durante i saldi, offrono un piacevole senso di appagamento, al di là dell’effettivo necessità del bene comprato. Gli sconti, quindi hanno il potere di far rilasciare la dopamina nel cervello, producendo benessere e felicità. Ma dietro le offerte di vendita, i molteplici studi sulla psicologia dell’acquirente, giocano un ruolo determinante. Durante gli sconti, soprattutto di fine stagione, vengono messe in atto delle strategie di marketing psicologico che inducono molte persone all’acquisto. In primis, in una società orientata ai valori prevalentemente estetici e modaioli, ciò su cui le aziende premono maggiormente è la necessità di avere quel determinato oggetto, meglio ancora se è di un brand specifico. Si crea la dicotomia tra felicità e status symbol, cui molte persone anelano attraverso l’uniformarsi a standard precostituiti di popolarità. Gli sconti, inoltre, sono ben pubblicizzati su tutti i social e piattaforme, oltre che nei negozi fisici, attraverso messaggi colorati, che mettono di buon umore e predispongono all’acquisto. Altra forma strategica utilizzata per orientare l’acquirente , sono le parole chiavi. Gli slogan pubblicitari usano parole come “must have”, quindi un prodotto irrinunciabile o ancora ultime occasioni , che inducono alla fretta di accaparrarsi l’offerta proposta. Ultima attenzione viene data, soprattutto nei negozi fisici, alla musica ad alto volume. In questo modo si disturba l’acquirente e non gli si consente di ponderare bene le sue scelte. Proprio per tutti questi aspetti, gli sconti, da un lato garantiscono la possibilità di acquistare un prodotto ad un prezzo contenuto, ma dall’altro creano delle vere e proprie dipendenze. Gli shopaholic, infatti, rappresentano proprio la categoria di persone che effettuano acquisti compulsivi e non con lungimiranza e necessità.