Gli effetti del “digital divide” sul rapporto genitore – figlio

I social network nascono come uno strumento per comunicare e relazionarsi, in poco tempo sono diventati essi stessi un fenomeno in grado di trasformare la società e i principi che regolano i processi relazionali. Adolescenti e preadolescenti, i cosiddetti nativi digitali, si sono trovati ad affrontarli in modo autodidatta, improvvisamente esposti a contenuti e relazioni illimitate e senza filtri. La causa dell’assenza di educazione e controllo da parte dell’adulto è insita nel digital divide intergenerazionale. Oggi quasi tutti i genitori sono presenti sui social: commentano i figli, controllano il loro profilo, i contenuti che postano, i commenti che ricevono. Ma ciò che è venuto a mancare è stato proprio il ruolo di guida, supervisione ed educazione all’utilizzo dello strumento. Com’è cambiato il rapporto genitore-figlio nella società digitale? Durante l’adolescenza il gruppo dei pari diventa il principale punto di riferimento, spesso i giovani si distaccano dai genitori che fino a quel momento erano il modello identificativo prescelto. Avere uno strumento che gli consente di stare connessi H24 con i propri coetanei rappresenta una straordinaria risorsa ma al tempo stesso un grande rischio per l’isolamento dei ragazzi che può sfociare in dipendenza. I social network vengono visti come lo spazio per eccellenza per la relazione ed il confronto; una via di fuga dove sentirsi parte di un gruppo e un modo per esprimersi per le persone che hanno difficoltà a relazionarsi nella vita reale. Ma anche una vetrina virtuale dove dare sfogo ad un comportamento egocentrico alla continua ricerca di attenzioni e gratificazioni, dove la realizzazione di sé stessi è delegata alla Rete, fonte di consensi e approvazione. Esistono circostanze che diventano causa di conflitto: quando per ottenere i consensi sul web ci si costruisce un personaggio e non si è liberi di essere se stessi; quando ci si accorge che le relazioni create sono tutte fittizie e incrementano la solitudine; infine quando la propria immagine non ottiene consensi, al contrario attira l’attenzione dei cyberbulli. Tale situazione può sfociare in fenomeni sociali complessi e in diverse psicopatologie e non sempre i genitori posseggono le giuste competenze digitali per accorgersi di pericoli e disagi. La soluzione è un intervento di prevenzione che coinvolga l’intero sistema relazionale ed educativo dei ragazzi: famiglie, insegnanti e gruppo dei pari. Solo così si potrà acquisire consapevolezza dello strumento e capire che deve essere un’estensione della propria individualità e proiezione di ideali e valori.

Ghosting: quando l’altro sparisce senza spiegazioni

Oggi, ai tempi della modernità liquida e dei social, il ghosting è un fenomeno sempre più diffuso nelle relazioni interpersonali. Fare ghosting vuol dire sparire nel nulla, per l’appunto, come un fantasma, interrompendo la relazione bruscamente ed eliminando ogni forma di contatto. Senza fornire spiegazioni o anche senza alcun tipo di avvertimento, la persona non risponde più a chiamate e messaggi, blocca l’altro sui social. Nella moderna società liquida, in cui mancano punti di riferimento e basi affettive solide, tutto tende a dissolversi in fretta. Le relazioni evaporano facilmente. I nostri sono i tempi dell’assenza di impegno e responsabilità. I tempi dei social, in cui è semplice dileguarsi: basta un click e la finestra sulla relazione si chiude. Siamo immersi in una cultura narcisistica che, nel tentativo di negare la dipendenza, intesa come bisogno naturale dell’altro, ha sostituito il calore e la pienezza dell’incontro di sguardi e corpi con la fredda e vuota comunicazione virtuale, di tastiere e display. Dipendere da un device appare più gestibile ed economico del costruire e preservare rapporti umani. Il ghosting è innanzitutto una forma di evitamento Chi fa ghosting si sottrae alla relazione e al confronto. Evade la responsabilità della chiusura del rapporto e, ancor prima, di ciò che sente e vuole. Nella maggior parte dei casi, ha una scarsa se non assente consapevolezza dei propri stati emotivi e dei propri comportamenti. Invece di entrare in contatto con il mondo interno ed esterno, ricorre ad un acting-out. Agisce le proprie emozioni e i propri conflitti. Alla base vi è una svalutazione della capacità dell’altro di sostenere la comunicazione della fine del rapporto – resa tanto più forte dal credersi indispensabili – e una svalutazione degli effetti del ghosting in termini di impatto emotivo su chi lo riceve. Ghosting e funzionamento narcisistico Il ghosting è un meccanismo narcisistico, ma non per questo adottato esclusivamente dalle personalità narcisiste. Un essere incentrati esclusivamente su se stessi, avendo come scopo quello di tutelare la propria immagine, di persona indipendente e buona, ad esempio, ed evitare tutto ciò che potrebbe metterla in discussione. Si decide, così, di annullare la relazione in un solo colpo magico, come se non fosse mai esistita. Nel narcisismo patologico, questi aspetti assumono una forma estrema nell’esclusione dell’altro e nella negazione dei propri bisogni affettivi. L’altro non può essere visto, poiché vederlo porterebbe allo scoperto la propria dipendenza e farebbe crollare le difese onnipotenti. Il ghosting come comportamento passivo-aggressivo Il ghosting può nascondere un atto aggressivo o vendicativo e rappresentare un modo per agire la rabbia repressa. Non di rado, si fa portavoce di un trauma vissuto, di un abbandono antico: “faccio a te ciò che è stato fatto a me”. Gli effetti del ghosting Se sparire di fatto interrompe il rapporto tra due persone, è anche vero che, al tempo stesso, intensifica il legame. La persona che lo riceve non è immediatamente consapevole di ciò che sta accadendo, per cui resta un tempo in attesa di spiegazioni, rimuginando. Cercando di interpretare il silenzio. Man mano che passano i giorni, tendono ad insorgere sentimenti di colpa e rabbia, con risvolti anche importanti sul piano della salute, cui si alterna la speranza del ritorno, che a volte può durare anche a lungo. La rabbia, non potendosi rivolgere verso chi la si prova, tende ad accumularsi e a retroflettersi mediante pensieri e atti autodistruttivi. Chi subisce la sparizione avverte una profonda ferita caratterizzata da abbandono, svalutazione, esclusione. Il ghosting è un vero e proprio abuso emotivo, capace di produrre conseguenze molto dolorose. Varianti del ghosting Talvolta può accadere che la persona scelga una posizione meno drastica del ghosting. Ad esempio, quella dello zombieing, ritornando all’improvviso, anche dopo molti mesi di assenza, magari con un messaggio gentile. Oppure, può scegliere una manipolazione più sottile, detta orbiting, basata sul girare intorno all’altro per tenerlo agganciato a sé. Scomparendo e riapparendo nella comunicazione online. Mettendo like ai post, visualizzando le storie, nonostante la relazione si sia interrotta. Queste forme manipolative, più articolate del ghosting, alimentano in misura anche maggiore confusione e dipendenza in chi le riceve. Poiché, quest’ultimo, nel tentativo vano di decifrare l’ambivalenza dei comportamenti dell’altro, resta bloccato nella inconciliabilità tra evidenze contrarie. E’ rifiutato ma al tempo stesso riceve attenzioni, prova dolore e rabbia ma al tempo stesso speranza. Cerca di capire di quale realtà fidarsi, come leggere gli eventi senza commettere errori di giudizio. In questo modo, si assume una responsabilità che non gli appartiene, quella del conflitto dell’altro, sottraendosi alla propria. Alla responsabilità di riconoscere che, con le proprie parti dipendenti, sta partecipando ad un gioco psicologico e che l’unica via per uscirne è abbandonarlo. Elaborare il dolore dell’esperienza vissuta e della perdita.

Gennaro Galdo – I saperi della psicologia e l’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Relazionale

Gennaro Galdo presidente e socio fondatore dell’ISPPREF, Istituto di Psicologia e Psicoterapia Relazionale e Familiare, approfondisce i saperi della psicologia.  Le conoscenze psicologiche, non si trovano soltanto all’interno delle varie branche della psicologia ma nel corso dei secoli nella nostra cultura occidentale e in altre, si sono stratificate incommensurabili bacini conoscenze sul funzionamento psicologico individuale in settori che tradizionalmente ricadono al di fuori dell’area scientifica, pensiamo per esempio ai saperi psicologici contenuti nella letteratura.  Ci sono poi dei saperi confinanti con la psicologia e tra queste discipline c’è appunto la psicologia sistemica, che può essere riassunta in due settori importanti innanzitutto nei parametri della comunicazione.   Tra i parametri della comunicazione ci sono: il parametro linguistico, il parametro non linguistico cioè tutto ciò che può essere rappresentato per esempio da un simbolo o da comportamenti e la comunicazione para linguistica quella che si accompagna inevitabilmente alla comunicazione linguistica e che può essere distinta appunto nel tono, nella velocità e nello stile del discorso quindi sono fattori che sono legati al parametro linguistico ma che sono diversi. Se da un lato abbiamo i parametri della comunicazione umana, dall’altro abbiamo sei proprietà dei sistemi viventi che caratterizzano l’approccio sistemico relazionale: la retroazione, la neghentropia, la non sommatività, l’olismo e il timing.  la retroazione ci insegna che non è importante quello che si comunica all’altro ma è importante quello che l’altro comprende. Per neghentropia, ovvero entropia negativa, tutti gli esseri viventi tendono ad autoripararsi. Per non sommatività si intende, che l’insieme non è la semplice somma delle parti che lo costituiscono, Olismo è invece la proprietà per la quale la parte può rappresentare il tutto. Infine il timing cioè l’utilizzo del fattore temporale, esempio cambiare il proprio modo di interloquire in base al paziente, qu rappresenta l’aspetto fondamentale dell’operare terapeutico sistemico relazionale.   Esiste inoltre una variante dell’approccio sistemico relazionale, ovvero quello meridionale o napoletano, che valorizza 4 aspetti dell’agire del terapeuta: l’ironia, l’interdisciplinarità, l’interculturalità e l’intimità. L’ironia è una caratteristica molto importante per riuscire sdrammatizzare situazioni pesanti, infatti i napoletani in questo non sono secondi a nessuno. Per interdisciplinarità si intende appunto la capacità della psicologia sistemica a legarsi a un numero considerevole di discipline, Per Interculturalità si intende la capacità di interagire con culture micro o macrosociali che siano, modificando il contesto. Per quanto riguarda l’intimità, c’è da dire che l’approccio sistemico lavora sulla base dei genogrammi, che loro volta vengono utilizzati per attivare delle risonanze tra il terapeuta e la famiglia o la coppia. 

Generazione Covid: il rapporto con la tecnologia

Generazione Covid Tecnologia

La Generazione Covid è fatta di bambini, ragazzi e giovani che vivono la quotidianità attraverso la tecnologia e si apprestano a costruire il loro futuro in questo tempo sospeso. Questa fascia di popolazione vive da spettatore una situazione che non può controllare ma solo accettare passivamente. Così trova altri modi e strumenti per essere resiliente e ricreare quel contatto e quei riti tipici delle relazioni tra giovani e giovanissimi, attraverso la tecnologia. La tecnologia è infatti il filo conduttore della vita al tempo del Covid: dall’educazione allo svago, dallo studio alla gestione dei rapporti interpersonali, ogni attività passa attraverso lo schermo. La giornata viene scandita in modalità digitale, secondo una tabella di marcia precisa. La DADIn un precedente articolo abbiamo trattato in maniera approfondita le implicazioni psico-sociali della DAD. A lungo andare questa modalità genera stanchezza e frustrazione, incidendo sul rendimento e sulla motivazione degli studenti. La scuola non è solo il luogo dell’istruzione ma un contenitore in cui si innescano processi sociali e si svolgono riti collettivi. Questo aspetto viene totalmente a mancare in modalità virtuale: i giovani non hanno modo di confrontarsi con il gruppo dei pari.Inoltre alcuni aspetti pratici condizionano notevolmente l’esperienza della DAD. Non tutte le famiglie, ad esempio, dispongono della tecnologia adeguata per consentire una fruizione ottimale. Così come non tutti i docenti hanno dimestichezza con il digitale. I Social In una prima fase i social networks sono stati lo strumento ideale per raccontare la propria vita in maniera autentica, fare gruppo e sopperire all’assenza di relazioni nel mondo reale. Successivamente però c’è stata un’inversione di marcia. Non si pubblica più per comunicare con gli altri ma per mostrare se stessi. E, in un disperato tentativo di ristabilire una normalità, si dipinge una realtà patinata e un’ostentata felicità forzata. L’IperconnessioneIn un momento storico in cui tutto è rimandato, i ragazzi hanno bisogno di strumenti immediati che forniscano gratificazioni tempestive. In questo modo si innesca una dipendenza dalla tecnologia che trascina con sé tutte le problematiche che ne derivano. Una di queste è la FOMO: una forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso”. Difatti, nello svolgimento della propria routine quotidiana, il giovane, disconnesso non lo è mai. É comprensibile cercare di ristabilire un ordine e uno scopo nella propria vita. E se gli strumenti digitali possono essere d’aiuto è bene educare le nuove generazioni ad utilizzarle in modo proficuo e consapevole, rimanendo sempre fedeli alla propria autenticità.

Gender pay gap: disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro

Gender pay gap: una fotografia di disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro in Italia e in Europa. Negli ultimi anni il mondo lavorativo ha subito una profonda trasformazione che ha portato a modifiche strutturali riguardo alle modalità di lavoro e alla gestione dell’equilibrio tra vita privata e professionale.Abbiamo osservato i fenomeni della Yolo Economy e Big Quit e parlato della digital transformation. Tuttavia, c’è un tema ricorrente, ben radicato negli anni, che sembra non mutare mai, ed è quello della disparità di genere nel lavoro. Nel 2023, disuguaglianze tra uomini e donne e pregiudizi regnano ancora contrastati in ambito professionale, portando con sè una scia di ripercussioni tangibili e intangibili. Una di queste è senza dubbio il gender pay gap: il divario di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e femminile a parità di mansione. Una disparità di trattamento ingiustificata eppure ancora molto diffusa, che fa della diversità una discriminazione. I dati del Gender Pay Gap I dati Eurostat affermano che nel 2020, in Europa, la retribuzione oraria lorda delle donne era in media del 13,0% inferiore a quella degli uomini. In Italia, la percentuale di gender gap nel settore pubblico è del 4,1%, mentre nel privato supera il 20%. La differenza salariale complessiva è del 43.7% contro la media europea del 39%. Le cause del Gender Pay Gap Il gender pay gap è il risultato di una serie di indicatori che incrociano dati relativi all’occupazione, alla contrattualizzazione e all’avanzamento di carriera. Tuttavia molti pregiudizi sono ancora frutto di un retaggio culturale in cui la donna è naturalmente deputata alla cura dei figli e della casa.Il suo “naturale” ruolo di madre di famiglia e angelo del focolare fa sì che non possa portare lo stesso impegno ed energia sul lavoro e quindi ricoprire incarichi dirigenziali al pari degli uomini o di colleghe più mature, come emerso dalla recente affermazione di Elisabetta Franchi.Una dichiarazione non proprio pollitically correct che ha generato molte polemiche, ma che probabilmente ha dato voce a quella che in Italia è una visione generalizzata dell’occupazione al femminile. Conseguenze psicologiche del Gender Pay Gap Le conseguenze psicologiche del gap in ambito lavorativo e in particolare nel trattamento retributivo, sono diverse. In primo luogo le donne sono soggette a maggior stress lavoro correlato. Non solo perchè sentono di dover dimostrare il loro valore, ma perchè devono lavorare di più per raggiungere il guadagno dei colleghi uomini. Questa ansia da prestazione innesca un pericoloso circolo vizioso di perenne efficienza, che rischia di sfociare in burnout.Il fatto di sentirsi sempre sottostimate e mai gratificate incide notevolmente sull’autostima delle donne lavoratrici, che spesso non si sentono di meritare il ruolo ricoperto, sperimentando la sindrome dell’impostore.

Gemma Trapanese – Il Dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia

Gemma Trapanese direttore del Dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia, espone l’esperienza personale del suo percorso professionale. Laureata nel 1978 in Medicina e Chirurgia con specializzazione in Psichiatria, iniziò la sua esperienza presso L’Ospedale Psichiatrico Frullone.  Le lente e faticose operazioni di dimissione dei pazienti, l’hanno portata ad entrare in contatto con le famiglie dei pazienti, facendola avvicinare sempre di più alle problematiche relazionali. Dopo questa esperienza iniziò un training di coppie e famiglie a Roma, approfondendo quindi il modello Sistemico Relazionale, ed iniziò poi a coniugare la sua formazione di coppie e famiglie secondo il modello Sistemico Relazionale con la Psicoanalisi.  Infatti, nel 2000, insieme ad altri psicoanalisti, fonda il Dipartimento di Psicoanalisi Applicata, interessati proprio alla ricerca della matrice relazionale della formazione psichica dell’individuo, riuniti inoltre intorno alla rivista “Interazione” Attualmente il Dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia, appartiene alla CFPP che è, la costola della Federazione Europea della Psicoterapia Psicoanalitica, nel settore pubblico il dipartimento organizza proprio all’interno della CFPP un corso di specializzazione non solo per gli psicoterapeuti già formati secondo il modello psicoanalitico ma anche psicoterapeuti per esempio con il  modello sistemico relazionale, cognitivo comportamentale o qualsiasi altro modello, interessati comunque raccogliere un’integrazione con un modello vicino, in particolare il modello psicoanalitico che è capace di poter cogliere quanto avviene veramente all’interno della relazione tra psicoterapeuta e coppia o psicoterapeuta e famiglia.

Gelosia retroattiva: quando il passato influenza il presente

La gelosia retroattiva è una forma di gelosia che affonda le sue radici nel passato del partner, creando una serie di dinamiche emotive e comportamentali complesse. Questa condizione non solo mette alla prova la solidità della relazione, ma può anche influenzare profondamente il benessere psicologico di chi ne soffre. Approfondiamo ulteriormente questo tema, esplorando le sue sfumature, le implicazioni psicologiche e le strategie di intervento. Dinamiche psicologiche della gelosia retroattiva 1. Cognizioni distorte: chi soffre di gelosia retroattiva tende ad avere pensieri distorti riguardo al passato del partner. Può pensare che le relazioni passate fossero migliori dell’attuale o che il partner sia ancora legato emotivamente agli ex. Queste cognizioni alimentano sentimenti di insicurezza e inferiorità. 2. Ruminazione ossessiva: un tratto distintivo della gelosia retroattiva è la ruminazione ossessiva. L’individuo passa molto tempo a pensare al passato del partner, analizzando dettagli e creando scenari immaginari che aumentano l’ansia e la frustrazione. 3. Proiezione e confronto: la tendenza a confrontarsi con gli ex del partner è comune. Chi soffre di gelosia retroattiva spesso proietta le proprie insicurezze sugli ex, vedendoli come minacce costanti. Questo confronto continuo può diventare una fonte di stress cronico. Impatti emotivi e comportamentali La gelosia retroattiva può portare a una serie di conseguenze negative sia a livello individuale che relazionale: 1. Ansia e depressione: l’ansia legata alla gelosia retroattiva può diventare pervasiva, portando a sintomi di depressione. L’individuo può sentirsi costantemente preoccupato e triste, incapace di godere della relazione presente. 2. Controllo e manipolazione: in alcuni casi, la gelosia retroattiva può portare a comportamenti di controllo e manipolazione. L’individuo può cercare di limitare le interazioni del partner con gli ex o monitorare i suoi movimenti, creando un ambiente relazionale tossico. 3. Sfiducia e risentimento: la costante preoccupazione per il passato del partner può erodere la fiducia reciproca. Il partner, sentendosi sotto costante scrutinio, può sviluppare sentimenti di risentimento, portando a conflitti e alienazione. Strategie di intervento e gestione Per affrontare efficacemente la gelosia retroattiva, è fondamentale adottare un approccio multifacetato che includa tecniche cognitive, comportamentali e relazionali. 1. Ristrutturazione cognitiva: la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) può essere estremamente utile nel trattare la gelosia retroattiva. Questa tecnica aiuta a identificare e modificare i pensieri distorti, sostituendoli con cognizioni più realistiche e positive. 2. Mindfulness e accettazione: le pratiche di mindfulness possono aiutare a gestire l’ansia e la ruminazione. Imparare a vivere nel momento presente e ad accettare i propri sentimenti senza giudicarli può ridurre l’impatto della gelosia retroattiva. 3. Dialogo aperto e onesto: una comunicazione aperta e onesta con il partner è essenziale. Esprimere i propri sentimenti in modo non accusatorio e ascoltare le rassicurazioni del partner può migliorare la comprensione reciproca e rafforzare la fiducia. 4. Sviluppo dell’autostima: lavorare sulla propria autostima è cruciale per combattere l’insicurezza che alimenta la gelosia retroattiva. Attività che promuovono l’autoefficacia e l’autocompassione possono avere un impatto positivo significativo. 5. Supporto terapeutico: nei casi più gravi, il supporto di un terapeuta qualificato può fare la differenza. La terapia di coppia può anche essere utile per affrontare le dinamiche relazionali e costruire una base di fiducia e rispetto reciproco. La gelosia retroattiva rappresenta una sfida complessa che può minare le fondamenta di una relazione sana. Riconoscere questa forma di gelosia e comprendere le sue dinamiche è il primo passo verso la guarigione. Attraverso la consapevolezza, la comunicazione e il supporto terapeutico, è possibile superare la gelosia retroattiva, costruendo una relazione basata sulla fiducia, sull’accettazione e sull’amore reciproco. La chiave è lavorare insieme per affrontare le insicurezze e valorizzare il presente, lasciando andare i fantasmi del passato.

Francesco Mancini

Francesco Mancini è specializzato in neuropsichiatria infantile, è psicoterapeuta cognitivista ed è associato presso l’Università Guglielmo Marconi. Dirige dal 1994 un network di scuole di psicoterapia cognitiva e comportamentale, che ha sedi in tutta Italia e una delle più antiche è quella di Napoli. La storia della scuola di Psicoterapia Cognitiva inizia 42 anni fa nel 1978, quando fu fondato il centro di psicoterapia cognitiva, questo centro è stato uno dei motori principali dello sviluppo della psicoterapia cognitiva in Italia. Fino al 1994 l’attività didattica consisteva in un training di 100 ore l’anno, riconosciuti dalla società italiana di terapia cognitiva comportamentale, nel 1992 i soci del centro di psicoterapia cognitiva fondarono l’Associazione di Psicologia Cognitiva. Questa esperienza fu tra le prime 12 scuole nel dicembre del 1993 ad essere riconosciuta dal Ministero dell’Università, come centro capace di organizzare corsi abilitanti all’esercizio della psicoterapia. Nel 2000 fu fondata la scuola italiana di psicoterapia cognitiva che organizza vari corsi tra le sedi c’è Napoli, Verona, Ancona, Grosseto e Reggio Calabria. Le scuole si rivolgono principalmente in tre direzioni: la clinica, la didattica e la ricerca. La clinica ha sempre avuto il primato, ma per l’approccio cognitivo comportamentale, la psicoterapia deve essere fondata sulla ricerca scientifica. In particolare sulla ricerca di esito, cioè quella ricerca che cerca di rispondere alla domanda quali terapie funzionano meglio per quali disturbi. Nel dominio della psicoterapia si tende a dare grande importanza alle tecniche e una troppo scarsa importanza alla conoscenza dei processi psicologici, su cui si pretende di intervenire. Nella tradizione psicologica ha sempre avuto un’importanza speciale la relazione terapeutica, l’approccio comportamentale però, non esprime molta enfasi ai problemi connessi con la relazione terapeutica anche se, negli ultimi anni c’è un interesse crescente da parte di queste scuole.  Infine un altro tema riguarda, cosa fa star male gli psicoterapeuti e cos’è che porta al burnout. La risposta non sta tanto nel fatto che gli psicoterapeuti stanno in continuo contatto con la sofferenza psicopatologica. Piuttosto è la solitudine, sappiamo che se uno psicoterapeuta segue un paziente borderline all’interno di un’equipe con cui può discutere del caso clinico, condividere i compiti e responsabilità, le cose per lui e per il suo impatto emotivo saranno di gran lunga enormemente inferiori.  Altro è quello che accade se il terapeuta segue lo stesso paziente borderline nel chiuso del suo studio. Per prevenire questo problema Scuole hanno cercato di sostenere la creazione di nuovi studi professionali associati, attraverso il coinvolgimento dei neo specializzati. 

Fragilità emotiva e aspetti patologici

La fragilità emotiva può assumere forme patologiche fino a manifestarsi con una perdita del senso di interezza di sé. Fragilità e vulnerabilità La parola “fragilità” deriva dal latino “frangere” che vuol dire rompere, mandare in pezzi. La fragilità è spesso associata alla vulnerabilità. In una quota, fragilità e vulnerabilità fanno entrambe parte della natura dell’essere umano. Possono aumentare in concomitanza di passaggi significativi ed eventi traumatici. Ma mentre la vulnerabilità indica la possibilità di essere feriti, la fragilità ha più a che fare con il rischio di rottura e richiede generalmente maggiore attenzione. La vulnerabilità è più vicina alla sensibilità. Siamo vulnerabili quando le esperienze che viviamo risuonano nel profondo del nostro animo e quando ci apriamo alle relazioni e diventiamo intimi, vibrando insieme all’altro. La fragilità emotiva, invece, appartiene di più ad una difficoltà nel sostenere le emozioni e ad una perdita di equilibrio che segnala la necessità di proteggere l’integrità del sé. La fragilità come campanello di allarme per la salute Quanto più si è fragili emotivamente tanto più può emergere la sensazione di andare in pezzi. Il rischio patologico è correlato alla presenza di una struttura instabile, non in grado di rimanere compatta e reggere di fronte alle esperienze della vita. Nella maggior parte dei casi, la fragilità emotiva rientra in una più ampia fragilità psicologica. Alla base vi sono convinzioni limitanti o distorte su di sé, sugli altri e sul mondo che, ad un livello spesso inconsapevole, condizionano fortemente la persona. “Se l’altro non mi desidera non valgo niente”, “gli altri non mi capiranno mai”, “il mondo è pericoloso”, “non posso fidarmi di nessuno”, “esisto solo per come gli altri mi riconoscono”, “sono tutti migliori di me”, “devo dimostrare di essere migliore degli altri”, sono esempi di aspetti cognitivi rigidi che si formano durante l’infanzia e che impediscono la costruzione di un senso di sé coeso e stabile. La fragilità emotiva e le sue forme patologiche Una forte fragilità emotiva e psicologica si può manifestare con una alterazione sul versante affettivo e l’instaurarsi di condizioni ansiose o depressive. In questi casi, la persona avverte tutta la propria insicurezza nel confronto con l’esterno e l’impatto può diventare insostenibile. Può sentirsi inadeguata, non degna, non meritevole. La posizione esistenziale tipica è: “Io non sono ok, gli altri sono ok”. Oppure può vivere un sentimento pervasivo e distruttivo di disperazione generalizzata e perdita di speranza, nella posizione “Io non sono ok, gli altri non sono ok”. Non di rado compaiono comportamenti autolesivi e suicidari. Se invece vi è una negazione dei propri stati emotivi e delle proprie fragilità, il funzionamento può diventare in particolar modo impulsivo e proiettivo. La persona può perdere la capacità di gestire i propri pensieri, il proprio sentire e il proprio agire. E, non essendo in grado di riconoscere le parti di sé che ritiene indesiderate, tende a proiettarle all’esterno. La posizione esistenziale è del tipo “Io sono ok, gli altri non sono ok”. Il mondo può diventare un luogo pieno di insidie e suscitare vissuti persecutori con il prevalere di sentimenti di ostilità e comportamenti aggressivi e violenti.

Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale

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Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale degli utenti.Nasce un nuovo mondo, una terza dimensione in cui il mondo online e offline si compenetrano dando vita ad una nuova realtà. Il termine “Meta” indica il Metaverso: un insieme di spazi virtuali generati dai computer e popolati da “avatar“ o ologrammi, in cui convergono diverse tecnologie che consentono di fare qualsiasi cosa. Nel Metaverso le persone potranno incontrarsi e interagire pur non essendo fisicamente nello stesso posto, potranno teletrasportarsi in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento per svolgere le attività quotidiane o vivere esperienze eccezionali. Un mondo parallelo e virtuale in cui si vive e si agisce per mezzo della propria identità digitale. Quali saranno gli effetti sulla nostra salute mentale? Stiamo assistendo alla genesi di una rivoluzione virtuale che stravolgerà la società al pari, se non più, di quella digitale.Lo stesso Zuckerberg ha definito Meta come “il nuovo Internet”, in versione aumentata. Il rischio più grande che corriamo è quello di distaccarci completamente dalla realtà. Vivere in un universo virtuale proiettando la nostra immagine ideale rischia di farci perdere di vista chi siamo realmente.Siamo preparati a questo upgrade? Proprio come accade nei social network con le fake news, saremo in grado di distinguere cosa è reale da cosa non lo è?Sono in tanti a nutrire delle preoccupazioni, addirittura la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha espresso su Twitter il proprio disappunto, definendo Meta “un cancro per la democrazia”. Corriamo il pericolo di affrontare una svolta epocale con candida incoscienza, senza sviluppare le strategie di coping necessarie per far fronte a questa trasformazione. Meta non è un semplice gioco, ma una nuova dimensione relazionale, un’altra faccia della nostra realtà che è bene identificare con consapevolezza per non farci trovare, ancora una volta, vulnerabili e impreparati. Per cogliere questa inestimabile opportunità di progresso occorre, come sempre, una buona dose di attenzione e una corretta educazione digitale.