Il corpo del docente 2. Il corpo relazionale

Come seconda tappa di questo percorso in cui stiamo affrontando i temi riguardanti il ruolo del corpo del docente, introdurremo il concetto, per noi fondamentale, di corpo relazionale. Sia detto prima di ogni approfondimento che quando noi parliamo di “corpo” intendiamo tutto il nostro corpo, e quindi anche quella sua funzione che chiamiamo “mente”. Se andiamo a osservare le prime fasi dello sviluppo di un soggetto, ci rendiamo facilmente conto che il corpo e la sua particolare attività definita, appunto, la mente, si costituisce non solo per così dire, biologicamente e al momento della nascita, ma anche per una sorta di graduale gemmazione del corpo, e quindi anche della mente, di chi lo sta accudendo. Una gemmazione che per realizzarsi non ha sempre e costantemente bisogno dello stretto contatto fisico. Questo processo può essere descritto anche come una serie di reciproche plasmazioni e riplasmazioni. Pensiamo agli studi e alle osservazioni di Donald Winnicott riguardo quella che definì Preoccupazione Materna Primaria e a quelli di Daniel N. Stern sull’alternanza di fasi sincroniche e non sincroniche nell’interazione tra bambino e caregiver. Nascere quindi non basta, ognuno di noi essendo, inevitabilmente, il prodotto di sempre in qualche modo attive, relazioni corporee e quindi anche mentali. Tale interdipendenza, assai evidente nelle prime tappe dello sviluppo in realtà continua per tutta la vita. In qualche modo il nostro corpo e la nostra mente restano pertanto sempre condivisi e costantemente relazionali, come peraltro dimostrano gli studi dei ricercatori dell’università di Parma che negli anni ’90 dell’altro secolo hanno scoperto i Neuroni Specchio. La descrizione del nostro corpo mente come monade non è ovvia e scontata, l’antropologia culturale ampiamente spiegandoci che si tratta di una modalità affermatasi nelle culture dell’homo sapiens sapiens solo recentemente, forse nemmeno diecimila anni fa, ben poco rispetto gli almeno due o trecentomila anni della nostra storia di specie. Tanto per intenderci sia pure grazie a qualche rozza schematizzazione, nelle culture cosiddette arcaiche potevamo per un certo periodo essere posseduti dallo spirito dell’aquila, in un altro invece soprattutto rispecchiarsi in questo o in quell’altro antenato. Insomma, ognuno di noi è sempre una sorta di dinamico collage di alterità. E questo calderone ribolle per tutta la vita. Chi di noi non ha avuto il lutto di una persona cara o anche, semplicemente non frequenta più un’ amica, un docente, un compagno o una compagna che comunque erano per lui assai significativi? A chi di noi non è mai capitato, in un momento complicato, di pensare a quella persona chiedendosi: “Come si sarebbe comportata in questa situazione?“. Un’ introiezione è maggiore e tanto più efficace se c’è un filing emotivo. Tutto questo, esattamente come quando siamo bimbi, è veicolato fondamentalmente da ritmi corporei. Nel momento in cui avviene questo dialogo con la persona in quel momento comunque assente, ci immaginiamo come questa sia vestita, come si muova, la prosodia della sua voce. Questi corpi altrui ma non del tutto altrui, continuano quindi ad agire in noi, a volte sembrando dei soggetti autonomi e a volte come se ne facessimo l’imitazione. Essendo in quel momento sia noi che loro. Riferiamo ora tutto questo ai contesti formativi. Nel momento in cui costruisco una relazione significativa con un docente, un maestro efficace, è come se costui mi ripetesse, grazie ad un processo di introiezione identificativa, la sua lezione per tutta la vita o almeno finché non l’abbia appresa. Se questo docente emotivamente e cognitivamente significativo mi ha insegnato qualcosa di veramente importante, potrò quindi continuare a lavorarci anche dopo tanto tempo che non ho più a che fare “fisicamente” con lui. Potrò ancora letteralmente giocare con i concetti che mi ha insegnato, proprio come fossero oggetti concreti, attivi dentro di me, riorganizzandoli anche secondo schemi nuovi. Questa introiezione sarà tanto più efficace quanto nel nostro rapporto vi sia stato un coinvolgimento emozionale e quindi tanto quanto sia stato in grado di ricostruirmi il suo corpo che è anche la sua mente, attivo, dentro di me. Un docente in grado pertanto di armonizzare la sua ritmicità corporea, il suo andamento prosodico con il testo della sua materia, e quindi in qualche modo consapevole di essere un Corpo Relazionale che interagisce con altri Corpi Relazionali, di certo avrà una marcia in più e l’avranno anche i suoi allievi. A proposito di questo continuo riplasmare le proprie e le altrui identità, dopo vari confronti, il nostro gruppo di lavoro ha deciso di cambiare nuovamente nome. Tra poco anche sul sito della nostra Scuola di Arteterapia comparirà il nuovo conio di “Poliscreativa”, in continuità quindi con i nostri nomi del passato, “Materica” e “Lacerva”, tanto per ricordarne un paio. E, chissà, forse anche in continuità con quelli del futuro.
Il ruolo dei social media nei disturbi del comportamento alimentare (DCA)

Social media e pressione sociale Viviamo in una società in cui l’aspetto fisico di una persona rappresenta un parametro di giudizio e discriminazione. Ciò che accade offline si riversa e amplifica attraverso i social media, dando vita ad un vero e proprio fenomeno socio-culturale. Abbiamo già parlato dell’ideale di bellezza patinata e irraggiungibile che spopola sui social network, il costante confronto con questo modello di perfezione provoca insoddisfazione e in alcuni casi dismorfia. L’influenza dei social media La conferma viene da una ricerca australiana pubblicata sull’”International Journal of Eating Disorders“.L’indagine ha studiato la correlazione tra permanenza sui social e DCA. É emerso che gli adolescenti che trascorrono molto tempo sui social hanno maggiore probabilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare.Il 51,7% delle ragazze e il 45% dei ragazzi intervistati ha manifestato comportamenti alimentari disordinati. I social più pericolosi sono quelli che si basano su una comunicazione di tipo prettamente visuale, come Instagram e Snapchat. Il pericolo degli hashtag Il web non costituisce solo un pericolo, ma anche un punto di ritrovo e aggregazione per chi soffre di disturbi alimentari. Infatti nel corso degli anni sono nati hashtag e community che condividono immagini, contenuti e consigli disfunzionali per raggiungere l’ideale condiviso di magrezza e perfezione. Alcuni di questi sono #meanspo, #thinspo, #thighgap, #thininpiration, #ana, che corrispondono ad immagini di corpi esili ed emaciati inneggiati come esempio di forza di volontà e determinazione. L’aiuto dai social Per fortuna i social non sono soltanto un esempio negativo, ma hanno avviato numerose iniziative sia dall’alto che parte degli utenti per contrastare i comportamenti disfunzionali e i DCA. Per prima cosa le piattaforme hanno dichiarato guerra agli hashtag e ai contenuti dannosi censurandoli. Inoltre hanno veicolato attraverso i gruppi e le community che incitano ai DCA messaggi di supporto e informazioni sulla sana alimentazione e sullo stile di vita corretto. Sono nate delle community virtuali positive che combattono i disturbi del comportamento alimentare che funzionano come “terapie di gruppo”. Accolgono e sostengono i nuovi membri accompagnandoli nel loro percorso, dandosi forza l’un l’altro, e divulgando informazioni preziose per uscire da questa problematica. Esistono infine i “Profili recovery” che raccontano la storia di chi ce l’ha fatta a sconfiggere i disturbi alimentari. Questi testimonial spontanei della guerra ai DCA incarnano un esempio positivo di forza e determinazione e di bellezza sana, realistica e autentica. Abbiamo visto quanta importanza rivestono i media e il web nella percezione del mondo e di noi stessi. La tecnologia è tuttavia una trasposizione del nostro tessuto socio-culturale. Appare fondamentale educare i nostri giovani all’amore e al rispetto per sé stessi e per gli altri, nella consapevolezza che il corpo è solo un piccolo tassello della meravigliosa complessità e ricchezza di ogni individuo.
Lasciar andare il passato

Lasciar andare ciò che si è perduto fa parte della crescita ed è indispensabile per la propria salute e realizzazione. Ogni psicoterapia comprende un lavoro di separazione dal passato. In generale, un lasciar andare modi di pensare, sentire e agire non più adatti a rispondere ai bisogni del presente. Più nello specifico, un processo di elaborazione di esperienze significative non risolte. Un separarsi da qualcosa che è stato e che non è più. Lasciar andare vuol dire crescere. Abbandonare gli attaccamenti per stare in contatto con il momento presente. Ovvero, riconoscere e accogliere la realtà, poiché non esiste alcuna realtà al di fuori di ciò che stiamo vivendo ora. Può far paura, può essere vissuto come qualcosa di intollerabile. Persino quando il passato è stato insoddisfacente o traumatico. Si tratta di affrontare il dolore della perdita, di dire addio a ciò che è perduto per sempre o, anche, di “rinunciare alla speranza di un passato migliore”, usando le parole di Yalom. Il passato rassicura, perché lo conosciamo. Ci è familiare e tutto ciò che è familiare dà un senso di (illusoria) protezione. La trappola dei ricordi I ricordi possono oscurare il presente ed intrappolare l’esistenza nella ripetizione di qualcosa che è tenuto in vita nonostante non esista più. Il rifugio nel passato assume forme estreme nella passività e nella depressione. Il tempo arriva ad essere percepito come una interminabile e stagnante esperienza, svuotata di vitalità e speranza per il futuro. Quando il passato non viene storicizzato, la persona vive in una realtà falsamente presente. Spesso pensa, sente, fantastica, agisce nel tentativo di recuperare il passato. Si illude di avere un controllo e un potere su quanto non può essere modificato. Altre volte, invece, “semplicemente” vive – e rivive – il suo passato come un paradiso perduto o un tragico destino. Come recitano alcuni versi di Emily Dickinson: “E’ una curiosa creatura il passato Ed a guardarlo in viso Si può approdare all’estasi O alla disperazione”. La malinconia e il senso di mancanza Vivere nei ricordi è vivere nella malinconia. Nella mancanza. Ci si sente frustrati, sofferenti, poiché si desidera qualcosa che non si può avere. Alcuni caratteri sono inclini alla malinconia. Tendono a ricercarla, a ricercare e amplificare questo senso di carenza, che diventa una costante. E’ un modo di manipolare l’altro, mostrandosi richiedenti e bisognosi, per restare dipendenti. Un desiderare senza poter godere né raggiungere gratificazione che può portare a forme di vittimismo masochistico. “La malinconia non è una tristezza qualsiasi, è la felicità d’essere tristi”, affermava Victor Hugo. Non si tratta di un essere tristi specifico ma di un atteggiamento esistenziale che, non legandosi a nessun evento in particolare, appare insanabile. Assume il volto inconsolabile di chi desidera la propria felicità tanto quanto la ricaccia. Vivere nel passato come blocco del processo evolutivo Chi vive nel passato sta evitando di affrontare il presente, di vivere pienamente. Non vuole lasciare andare i vantaggi della posizione dipendente e vittimistica. Non è disposto a ritirare la richiesta di accudimento e l’accusa che rivolge all’esterno, per assumersi la responsabilità di se stesso, di ciò che è in suo potere cambiare. E’ bloccato nel proprio processo evolutivo e realizzativo. Da un lato la perdita, che riguarda il lasciar andare il familiare, ciò che rassicura, dall’altro lato la paura di confrontarsi con quanto teme, di aprirsi al nuovo ed affrontare i rischi che la vita e la crescita comportano.
Cos’è l’ansia da separazione?

Separarsi può generare ansia fin dai primi mesi di vita. Impariamo a capire quali risorse attivare per gestire al meglio l’ansia da separazione. Le prime manifestazioni Intorno all’ ottavo mese di vita compare nel bambino la cosiddetta ansia da separazione. E’ un sentimento di angoscia che nasce dal timore di essere abbandonato e che si manifesta con proteste più o meno accentuate nel momento in cui la figura di riferimento più significativa (di solito la mamma) si allontana. Il piccolo si sente in pericolo, e lo manifesta con pianti e proteste che in genere si risolvono quando la mamma, o chi si occupa di lui, ritorna. Possono esserci anche irrequietezza generale e disturbi del sonno. L’intensità di queste manifestazioni varia molto a seconda del temperamento del bambino e della capacità della mamma di rassicurarlo. Ansia eccessiva Talvolta i bambini mostrano reazioni eccessive alla separazione da un genitore. Altre volte non mostrano affatto ansia. In entrambi i casi c’è qualcosa che non va… Come aiutare il bambino a gestire l’ansia Spesso, il momento della separazione è difficile da gestire non solo per il bambino, ma anche per il genitore. Le reazioni del figlio possono generare reazioni emotive molto intense anche nella mamma o nel papà. Cosa fare in questi casi? Comunicargli che torneremo; non sminuire quello che il bambino sta provando Talvolta ci si allontana dal bambino senza fornirgli spiegazioni, ma questa non è la soluzione migliore. Infatti questo atteggiamento serve solo ad amplificare paura e smarrimento. Va sempre spiegato cosa sta per succedere, cioè che la mamma o il papà si devono allontanare per un certo tempo. Dopo è importante anche far sapere al bambino che presto ritorneranno, e si potrà di nuovo stare insieme. Non bisogna ignorare quello che il bambino sta provando, o addirittura rimproverarlo. Questi sono atteggiamenti che hanno un effetto negativo sulla sua possibilità di instaurare con il proprio genitore una relazione di fiducia. Il momento dell’ingresso al nido Per molti bambini, l’inizio dell’ asilo nido rappresenta la prima, vera separazione da mamma e papà. Può quindi essere un momento difficile. In questi casi è importante Prevedere un inserimento graduale, che permetta al bambino di esplorare la nuova struttura un poco alla volta. Prestare attenzione ai segnali di disagio del bambino, accogliendoli e cercando di capire se sono normali manifestazioni di tristezza o espressioni di qualcosa di più profondo. Prestare attenzione anche alle proprie reazioni. A volte, il distacco dal bambino attiva paure e preoccupazioni anche nell’adulto e allora è importante che l’adulto stesso se ne renda conto. Può succedere, infatti, che il disagio del bambino nasca in realtà dal desiderio di far sentire alla mamma che lui ha compreso la sua difficoltà e sta cercando, a suo modo, di aiutarla. Cosa fare di fronte ad una reazione eccessiva? Ricordare di non lasciarsi travolgere dall’ansia è il primo passo. L’ansia è contagiosa ricordiamolo. Rivolgersi allo psicologo per un sostegno alla fase del distacco può rendere questo momento più “naturale”.
Educazione emotiva: lo psicologo a scuola

L’educazione emotiva aiuta bambini ed adolescenti a rispondere in modo costruttivo alle emozioni. Perché è importante il contesto scuola? In questo momento, stiamo assistendo ad un numero sempre maggiore di bambini con difficoltà emotive o comportamentali. Facciamo qualche esempio: bullismo, comportamenti oppositivi e difficoltà ad accettare le regole, ansia. Perché succede? I fattori che possono contribuire ad ampliare il disagio, che i bambini manifestano poi sul piano comportamentale ed emotivo, sono numerosi e, per la maggior parte, dipendono dai contesti che il bambino vive. Viviamo in un contesto sociale dove i social hanno sostituito le comunicazioni e le interazioni tra coetanei, oltre che in un momento storico particolarmente difficile per tutti: le immagini alla televisione raccontano di un mondo fatto di violenza e povertà. Inoltre, per raggiungere un buon equilibrio emotivo, è importante che il bambino acquisisca una buona tolleranza verso la frustrazione. Al contrario, il volerlo proteggere da emozioni negative o situazioni sfavorevoli, potrebbe minare la capacità del bambino di leggere ed esprimere il proprio mondo interiore, fungendo da miccia nei comportamenti. Compaiono spesso anche modalità di pensiero assolutistiche e rigide che creano sofferenza a lungo andare. Ad esempio: “non sono MAI stato bravo”; “sono SEMPRE arrabbiato perché NESSUNO vuole stare con me”. Questi pensieri negativi possono influenzare il modo in cui trattiamo noi stessi e gli altri, e sfociare in disturbi emozionali. Perché può essere importante un programma di educazione emotiva a scuola? La scuola è uno dei contesti fondamentali per la crescita di ognuno. Si trascorre molto tempo lì e gli insegnanti diventano altre figure di riferimento per i bambini. Se si crea un ambiente sicuro, il bambino si sentirà anche più a suo agio nell’esporre ciò che sente. Ciascuno potrebbe riconoscersi nelle problematiche di un compagno, facilitando un senso di appartenenza e supporto reciproco. Tali programmi fungono da prevenzione primaria, dato che si interviene prima che si manifesti qualsiasi forma di disagio, o secondaria (quando vi sono prime manifestazioni di disagio). In ogni caso, ricordiamoci sempre che la scuola non è solo trasmissione di didattica, ma vuol dire apprendere diverse competenze, quelle competenze che serviranno per la vita!
La donna sui social: tra perfezione e femminismo 2.0

L’immagine della donna sui social: dalla ricerca della perfezione alla conquista del femminismo 2.0. Cosa significa essere donna nel 2022, ai tempi dei social networks? Essere donna è un dato di fatto che definisce la nostra identità nell’accezione più letterale del termine. Eppure, al giorno d’oggi, essere donna implica una responsabilità: quella di prendere consapevolezza e controllo della propria immagine. Con l’introduzione dei mezzi di comunicazione virali e alla portata di tutti, una lente di ingrandimento si è avvicinata in maniera invasiva alle nostre vite. Essere online per le nuove generazioni equivale ad esistere. Tutte le informazioni presenti in rete influenzano le percezioni e le rappresentazioni che gli altri utenti hanno di noi, dando vita alla web reputation.Se questa regola vale per tutti gli individui, perché ancora oggi rappresenta un problema quasi unicamente per le donne? Purtroppo è ancora presente e ben radicato lo stereotipo che vede la donna inscatolata in categorie ben precise che ne definiscono le sorti personali e professionali. La lotta agli stereotipi sui socialL’universo digitale ha amplificato la tendenza a giudicare la donna in base ad alcune caratteristiche e non nella sua interezza. Questa presa di coscienza ha spronato la nascita di community a supporto delle donne e di campagne volte e stravolgere la rappresentazione tradizionale della donna. I media sono stati spesso utilizzati per raccontare discriminazioni attraverso voci e volti noti, tra cui diverse influencer che hanno aderito alla causa. Tra cui Chiara Ferragni, che parlato di alcuni tristi fenomeni del nostro tempo, come il revenge porn, lo slut-shaming e il victim blaming. Ricerca della Perfezione e Dismorfismo da socialInternet è tuttavia, il posto delle grandi contraddizioni. Mentre le attiviste conducono battaglie, tante donne si adeguano agli elevatissimi standard estetici dei social networks, ritoccando le foto o emulando le star del web.Da un lato vediamo donne alla continua ricerca di una perfezione resa ancora più irraggiungibile dall’utilizzo di filtri e ritocchi. Dall’altro uomini (e donne) che si sentono in diritto di giudicare e commentare l’immagine di una donna. Come se da una foto derivasse tutta la sua identità. Riusciremo ad uscire da questo stigma quando ogni donna avrà l’opportunità di esprimere ogni sua sfumatura con ogni mezzo a sua disposizione, senza essere giudicata.
Il ricatto emotivo come strategia di comportamento

Una strategia comportamentale che si struttura e si cristallizza nelle relazioni umane è il ricatto emotivo. È un meccanismo tipico dei rapporti confidenziali in cui il ricattatore utilizza i punti deboli della vittima per indurlo all’obbedienza. Si sentono spesso frasi come “Ho fatto tanto per te e tu cosa fai?” oppure “Io che ti voglio bene, sono disposto a farlo per te”. Mettendo in gioco i sentimenti, il ricattatore attiva il senso di colpa nella vittima e preferisce l’utilizzo del ricatto anziché affrontare una discussione. La centralità del ricatto emotivo sta essenzialmente nel circolo vizioso che si instaura. Si fa leva sulle emozioni per ottenere ciò che si vuole e si rinfaccia alla vittima di essere insensibili o egoisti. In effetti, il ricatto emotivo è una caratteristica che sembrerebbe appartenente alle personalità forti, ma in realtà denotano spesso una scarsa considerazione di sé. Questa scarsa autostima è ancor più palese nella vittima; le cui caratteristiche sono la sensibilità e la dipendenza effettiva. L’utilizzo di tale strategia corrisponde solo al fatto che come comportamento reiterato ha avuto successo. Il pianto è l’esperienza più diffusa e diretta del ricatto emotivo. I genitori cedono di fronte ai capricci dei bambini e così insegnano fin da piccoli che questa strategia può funzionare per ottenere ciò che si vuole senza problemi. Saper dire no non significa, infatti, amare meno. È dimostrare, invece, di essere responsabili verso se stessi, le proprie opinioni e rispettare anche i propri sentimenti.
Dal comportamento al comportamento problema

di Maria Valentina Di Sarno Una definizione Il comportamento può essere definito come il modo in cui un soggetto interagisce con il mondo circostante, quindi ogni parola, azione, reazione che messa in atto caratterizza il comportamento, ovvero il modo di rispondere alle sollecitazioni ambientali, fisiche e relazionali. I comportamenti di qualsivoglia natura hanno diverse funzioni e sono sempre orientati a: comunicare qualcosa, rispondere ad un bisogno, evitare certe situazioni, realizzare desideri, raggiungere obiettivi. Dunque, tutti i comportamenti sono orientati all’adattamento, alla comunicazione e al soddisfacimento di bisogni di varia natura (primari, di contatto, di riconoscimento, ecc). Un comportamento può essere definito “problema” quando è disadattivo e inappropriato, di una certa intensità, frequenza o durata da porre in serio rischio la sicurezza fisica della persona o degli altri. O ancora, un atteggiamento che limita in modo grave l’apprendimento, l’accesso alle ordinarie situazioni della vita sociale e rappresenta un ostacolo allo sviluppo intellettivo, affettivo, interpersonale o fisico del soggetto. Cos’è un comportamento problema? I comportamenti problema si presentano molto frequente mente in soggetti con diagnosi di disturbi dello spettro autistico e rappresentano un ostacolo all’adattamento funzionale e allo sviluppo di nuove capacità. Possono rappresentare un ostacolo all’apprendimento, in quanto comportano un sovraccarico psicofisico eccessivo ed inoltre sono correlati a stati ansiosi, di tensione, paura e disagio. Un esempio di tali comportamenti possono essere le reazioni emotive eccessive in relazione a determinate situazioni, come: crisi di rabbia per piccole frustrazioni opposizione sistematica alle richieste dell’adulto rigidità di certe abitudini e rituali. Un concetto fondamentale rispetto al comportamento problema riguarda il fatto che per esser stato appreso ha dovuto senz’altro condurre a conseguenze positive o ad un vantaggio. “In sostanza il comportamento problema, così come tutti i comportamenti, ha sempre uno scopo, è atto a comunicare qualcosa e rappresenta una modalità di adattamento, anche se disfunzionale” (Pontis, 2018). Il comportamento problema può dunque avere diverse funzioni: ottenere qualcosa, per esempio attenzioni. evitare qualcosa, per esempio un compito. soddisfare un bisogno, comunicare un disagio. Inoltre, tali condotte sono sempre dirette ad uno scopo ben preciso che se non viene preso in considerazione nel corso dell’intervento è probabile compaia un altro comportamento problematico, diretto al raggiungimento di quel medesimo scopo. Il comportamento problema deve essere sempre contestualizzato, in quanto non è mai esso stesso in senso stretto ad essere un problema, quanto invece lo è l’effetto che quest’ultimo ha nella complessa interazione del bambino con l’ambiente (Haim Brezis, 1986). Questi non fa parte della patologia, ma è la conseguenza dei deficit dovuti alla patologia ed è sicuramente stato modellato inavvertitamente dall’ambiente circostante. La prevalenza di comportamenti problema è inversamente proporzionale al repertorio di abilità adattive dell’individuo. COME GESTIRE UN COMPORTAMENTO PROBLEMA L’osservazione e l’analisi funzionale di tali comportamenti possono essere utili per cercare di capire che significato e che scopo ha in quella determinata situazione. E’ necessario registrare attraverso l’osservazione e l’intervista con insegnanti e genitori e/o figure di riferimento, la tipologia di comportamento, il contesto in cui si è verificato, cosa è accaduto prima dell’insorgere del comportamento e cosa è accaduto dopo. Un’analisi funzionale sistematica e attenta è necessaria per poi progettare degli interventi ad hoc che abbiano lo scopo di far estinguere il comportamento problema e/o sostituirlo con uno più funzionale all’adattamento (Brezis, 1986). In definitiva, un’attenta osservazione e l’analisi funzionale sono strumenti che possono guidare la progettazione di un intervento mirato all’apprendimento e al rinforzo di strategie adattive più funzionali. E’ sempre importante non trascurare i significati che tali condotte hanno per il bambino o la bambina e a quali bisogni profondi risponde. Per la natura di ciascun comportamento problema bisogna utilizzare delle alternative funzionali che possano sostituirli: – se il comportamento problema ha come funzione la fuga dal compito, si possono proporre una gamma di compiti tra i quali il soggetto può scegliere; – se la funzione fa riferimento alla richiesta di attenzione, si potrebbero proporre immagini delle persone con cui il soggetto potrebbe voler interagire, oppure una strategia funzionale per richiamare l’attenzione della persona desiderata; – se la funzione è l’accesso a oggetti tangibili, si può offrire una scelta tra una varietà di oggetti gratificanti. DUE MODALITA’ DI INTERVENTO SUI COMPORTAMENTI PROBLEMA INTERVENTI REATTIVI : consistono nel manipolare le conseguenze di modo che, attraverso il comportamento problematico, non si possa accedere al rinforzatore che fino ad allora lo aveva mantenuto in vita. INTERVENTI PROATTIVI: consistono nella manipolazione degli eventi antecedenti per insegnare al bambino un comportamento sostitutivo incompatibile o alternativo a quello problematico.
L’odio: riconoscerlo dentro di noi

L’odio ci appartiene tutti. Riconoscerlo è fondamentale per la responsabilità che abbiamo verso noi stessi, gli altri e la vita. La parola odio indica uno stato emotivo di grave e persistente avversione verso qualcosa o qualcuno. Un sentimento opposto all’amore, caratterizzato dal desiderare il male o la rovina di un oggetto, che può anche essere il proprio sé o la vita propria o altrui. Come l’amore, l’odio può rendere dipendenti, incatenare all’oggetto e portare a pensarlo costantemente. Nei casi estremi, può persino dare senso all’esistenza. Ma mentre l’amore nutre e apre alla vita, l’odio corrode. Trasfigura l’esperienza umana, porta alla morte e alla distruzione. La teoria della struttura triangolare dell’odio Secondo Sternberg, l’odio non corrisponde ad una sola emozione ma al punto di intersezione di molteplici elementi. La teoria della struttura triangolare descrive l’odio e le sue forme in base a tre aspetti, presenti anche nell’amore: impegno, intimità (nei termini di una negazione della stessa) e passione. In base alla caratteristica “impegno”, si attiva un meccanismo di svalutazione che porta a sentimenti di superiorità e disprezzo: l’altro viene considerato inferiore. E’ ciò che Sternberg definisce “odio gelido”. La negazione dell’intimità si esprime nel tenere a distanza l’oggetto percepito come negativo. Su questo aspetto si sviluppa l’“odio freddo”, caratterizzato da pregiudizi e sentimenti di disgusto verso l’altro in quanto diverso da sé. L’odio come passione, invece, si riempie di rabbia e diventa “odio caldo”: aggredisce. Sfocia in violenza. Oppure, mosso dalla paura, porta a fuggire dagli altri ritenuti dannosi. Queste prime tre forme di odio, combinandosi tra loro, danno origine ad altre forme di odio. Ad esempio, alla forma silente e nascosta dell’“odio sobbolente”, tipica degli omicidi spietati e premeditati eseguiti ad opera di persone insospettabili. Fino alla forma dell’”odio bruciante”, che spinge ad annientare il nemico e ad utilizzare ogni mezzo per eliminarlo definitivamente. L’odio può creare comunità. La storia umana è piena di coalizioni basate proprio sull’odio condiviso, da cui sono scaturite guerre, violenze e barbarie di ogni genere. Odio, invidia e narcisismo Citando Lacan: “l’odio è una passione lucida che colpisce al cuore il nemico, è una pianificazione di annientamento”. Più che per ciò che dice o fa, l’altro è odiato per com’è. Per il colore della pelle, perché è donna, perché è omosessuale. L’odio ha alla sua base il meccanismo della proiezione. Sull’altro viene trasferito il lato più oscuro e inaccettabile del proprio essere. Oppure, l’immagine idealizzata, e per questo irraggiungibile, di se stessi. L’odio nasconde dunque parti proprie rifiutate ed escluse. Nasce dall’impossibilità di elaborare le proprie ferite narcisistiche, le proprie perdite, i propri lutti. Ne “Il gesto di Caino”, Recalcati descrive l’odio di Caino per Abele nella sua matrice invidiosa e narcisistica. Caino non sopporta che Dio abbia rifiutato i suoi doni e scelto quelli di Abele, né sopporta la vita di Abele, più viva della sua. Caino uccide il fratello perché non accetta di perdere il privilegio e l’illusione onnipotente di essere l’unico. Come Edipo, vuole essere l’unico uomo per sua madre. Rifiuta l’altro, l’alterità: vuole essere l’unico figlio al mondo. E, come Narciso, resta prigioniero nell’adorazione del proprio Io, non vuole rinunciare all’immagine grandiosa di sé. La vicenda di Caino mostra come questi conflitti interni, che avvelenano e accecano, se non riconosciuti ed elaborati, portano ad agire disperatamente. Conflitti che non sono una regressione all’istinto animale, come la credenza comune vuole, ma che appartengono esclusivamente agli esseri umani. Nel mondo animale, infatti, non esiste il crimine. La violenza è dettata da necessità naturali dell’organismo, di difesa e attacco. La violenza umana è invece dominata dalla tendenza a voler eliminare l’alterità dell’altro che, nella sua stessa esistenza, minaccia quello stato originario di onnipotenza e grandiosità che non si vuol perdere. E che arriva ad avere più valore della vita stessa. Il seme dell’odio Esiste un Caino in ognuno di noi. Ma se è facile rintracciarlo nelle guerre e nelle manifestazioni feroci della violenza, può essere difficile accettare come sia prossimo a noi, nella nostra cultura, nella nostra quotidianità, nelle nostre relazioni, e, persino, dentro noi stessi. Il seme dell’odio si diffonde ogni giorno. Nel rifiuto dell’altro, con le sue caratteristiche e la sua individualità. Attraverso modi di pensare, sentire e agire in apparenza poco rilevanti ma su cui si innestano le più grandi atrocità umane. A livello conscio, i valori dell’uguaglianza ispirano la maggior parte delle persone. Eppure, intolleranza e discriminazione sono fenomeni sempre in espansione, con modalità spesso subdole e alcune volte sconosciute anche a chi appartengono. Manca consapevolezza e, ancor di più, l’assunzione di una responsabilità individuale e sociale. “Sono forse io il custode di mio fratello?”, risponde Caino, dopo il suo gesto fratricida. Si tratta di una responsabilità che abbiamo sempre. Quando ci chiudiamo nell’invidia dell’altro, anziché aprirci alla nostra vita. Quando alimentiamo pregiudizi, rifiutiamo gli altri per come sono, proviamo desiderio di possesso o di vendetta e quando agiamo questi sentimenti. Ma non solo. Siamo responsabili anche nella connivenza. Tutte le volte che non prestiamo alcun aiuto, che non diamo il nostro contributo per contrastare la cultura dell’odio e sviluppare una umanità migliore. Riconoscere l’odio Riconoscere l’odio è il primo passo fondamentale per comprendere gli aspetti cognitivi ed emotivi che lo costituiscono ed attivare le risorse necessarie per superarli, perché non si tramutino in azione. Pregiudizi basati su convinzioni radicate, difese antiche erette allo scopo di evitare il crollo derivante dalla perdita dell’onnipotenza che il confronto con l’altro implica. L’odio come fallimento dei processi che portano a superare la ferita narcisistica e l’invidia. Riconoscere l’odio ci consente di guardare cosa stiamo rifiutando di noi stessi, dell’altro e della realtà. Di riappropriarci degli aspetti alienati del nostro essere. E così di accogliere l’alterità come ricchezza, come evoluzione. Di accogliere il nemico che vive in noi, lo straniero che abita la nostra casa, e sviluppare un senso di appartenenza e di comunità che dia valore al confronto e alla condivisione. Ci consente di amare. Bambina mia,per te avrei dato tutti i giardinidel mio regno se fossi stata regina,fino all’ultima rosa, fino
IL RITARDO EMOTIVO

Quando si parla di ritardo emotivo? E’ un aspetto fondamentale? Quali ripercussioni a breve e lungo termine può avere un bambino che non impara ad esprimere le proprie emozioni? COS’E’ IL RITARDO EMOTIVO? Il ritardo emotivo è caratterizzato da mancanza di emozioni e dalla ridotta capacità o incapacità di provare emozioni empatiche. Spesso è sintomatico di una condizione mentale o fisiologica sottostante. Le persone che soffrono di ritardo emotivo generalmente hanno difficoltà a provare emozioni o ad esprimere le proprie emozioni. In alcuni casi, i pazienti non sviluppano completamente la capacità di notare e rispondere ai segnali sociali e possono avere difficoltà a interagire in un gruppo o in conversazioni individuali. CONCOMITANZA CON ALTRI DISTURBI Questo aspetto può essere concomitante con disturbi dell’apprendimento sociale, come l’autismo, che possono rendere difficile per alcuni pazienti fare amicizia o stabilire relazioni. Il ritardo emotivo è generalmente un sintomo, piuttosto che un disturbo in sé e per sé. POSSIBILI CAUSE Oltre ai disturbi mentali ed emotivi, altre possibili cause di problemi di sviluppo emotivo includono traumi fisici o emotivi estremi. I pazienti che subiscono un evento traumatico, come un abuso sessuale, un grave incidente o una situazione pericolosa per la vita, possono sviluppare disturbi emotivi che possono presentarsi come ritardo emotivo. I pazienti con ritardo emotivo spesso hanno la capacità di condurre una vita piena, di successo e felice, anche se i sintomi persistono. I soggetti con disturbi emotivi e relazionali spesso nutrono scarsa autostima, assumono atteggiamenti oppositivi e di rifiuto, si sentono impotenti e spesso sperimentano ansia e rabbia. UN TERMINE TECNICO:L’ALESSITIMIA I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà a individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o esprimere le proprie emozioni. Al contempo non sono in grado d’interpretare le emozioni altrui. Come intervenire I disturbi emotivi e relazionali possono emergere nel contesto scolastico, a partire dalla scuola dell’infanzia, o comunque in ambienti di socializzazione extra familiari. L’occhio attento degli insegnanti può segnalare tempestivamente la problematica ai genitori che sono chiamati ad intervenire nel più breve tempo possibile soprattutto rivolgendosi a psicologi dell’età evolutiva.