Emozioni versus pensieri: cosa succede in adolescenza?

Le emozioni e i pensieri viaggiano sullo stesso binario durante l’intero arco di vita. Ma cosa succede in adolescenza? Proviamo a pensare ai bambini appena nati. Riescono a riconoscere le proprie sensazioni e a comunicare i propri bisogni ai loro genitori attraverso il pianto o il sorriso. Non pensano e non giudicano ciò che sentono. Semplicemente osservano. Dopo il primo anno di vita, i bambini iniziano ad ascoltare i propri genitori quando etichettano delle emozioni: “uh ti vedo stanco”, “ti sei arrabbiato” e, a poco a poco, iniziano ad utilizzare le medesime espressioni per descrivere la propria esperienza interna. Successivamente, tutto ciò che è presente nel contesto di vita, può essere utilizzato per modellare il proprio modo di esprimere le emozioni. Quali sono i rischi? Spesso gli adulti, nel tentativo di proteggere i bambini, possono veicolare, inconsapevolmente, messaggi negativi sulle emozioni. E allora nascono i “non devi avere paura”, “devi essere forte e i forti non piangono”, “sei triste? allora lo sono anche io”. In questo caso, potrebbe succedere che molti bambini smettano di osservare cosa accade dentro di loro e inizino a giudicare, gli stati interni, come qualcosa di negativo. Ecco che la mente inizia a imporsi sui sentimenti, col risultato che, i ragazzi, diventino delle vere pentole a pressione! Eppure l’adolescenza è un periodo tumultuoso! L’adolescenza è una fase caratterizzata da profonde emozioni, esperienze entusiasmanti, primi amori, sesso, forti amicizie. Invece di accogliere tutto ciò che accade e normalizzarlo in quanto caratteristico del periodo che si sta vivendo, si tende a dare più importanza a ciò che produce la mente e alle diverse soluzioni che essa trova per non sentire dolore o per controllare le emozioni. E allora si fa ricorso a distrazioni (come ad esempio l’utilizzo di sostanze, internet o evitamenti di situazioni sociali). Quale può essere l’alternativa? E’ fondamentale scegliere di fare spazio alle emozioni, rispondendo costantemente ad una domanda: “Sono disposto a fare spazio alla tristezza (alla paura, alla rabbia, alla noia…) mentre mi dedico a qualcosa che per me è davvero importante?“. Non allontaniamo le emozioni: ognuna di esse è fondamentale e sono…vita!
Educazione emotiva: lo psicologo a scuola

L’educazione emotiva aiuta bambini ed adolescenti a rispondere in modo costruttivo alle emozioni. Perché è importante il contesto scuola? In questo momento, stiamo assistendo ad un numero sempre maggiore di bambini con difficoltà emotive o comportamentali. Facciamo qualche esempio: bullismo, comportamenti oppositivi e difficoltà ad accettare le regole, ansia. Perché succede? I fattori che possono contribuire ad ampliare il disagio, che i bambini manifestano poi sul piano comportamentale ed emotivo, sono numerosi e, per la maggior parte, dipendono dai contesti che il bambino vive. Viviamo in un contesto sociale dove i social hanno sostituito le comunicazioni e le interazioni tra coetanei, oltre che in un momento storico particolarmente difficile per tutti: le immagini alla televisione raccontano di un mondo fatto di violenza e povertà. Inoltre, per raggiungere un buon equilibrio emotivo, è importante che il bambino acquisisca una buona tolleranza verso la frustrazione. Al contrario, il volerlo proteggere da emozioni negative o situazioni sfavorevoli, potrebbe minare la capacità del bambino di leggere ed esprimere il proprio mondo interiore, fungendo da miccia nei comportamenti. Compaiono spesso anche modalità di pensiero assolutistiche e rigide che creano sofferenza a lungo andare. Ad esempio: “non sono MAI stato bravo”; “sono SEMPRE arrabbiato perché NESSUNO vuole stare con me”. Questi pensieri negativi possono influenzare il modo in cui trattiamo noi stessi e gli altri, e sfociare in disturbi emozionali. Perché può essere importante un programma di educazione emotiva a scuola? La scuola è uno dei contesti fondamentali per la crescita di ognuno. Si trascorre molto tempo lì e gli insegnanti diventano altre figure di riferimento per i bambini. Se si crea un ambiente sicuro, il bambino si sentirà anche più a suo agio nell’esporre ciò che sente. Ciascuno potrebbe riconoscersi nelle problematiche di un compagno, facilitando un senso di appartenenza e supporto reciproco. Tali programmi fungono da prevenzione primaria, dato che si interviene prima che si manifesti qualsiasi forma di disagio, o secondaria (quando vi sono prime manifestazioni di disagio). In ogni caso, ricordiamoci sempre che la scuola non è solo trasmissione di didattica, ma vuol dire apprendere diverse competenze, quelle competenze che serviranno per la vita!
Dubbi e incertezze in adolescenza

L’adolescenza e la prima giovinezza sono tempi di grandi trasformazioni: si fanno scoperte ed esperienze, ma sorgono anche, inevitabilmente, forti dubbi e incertezze. Infatti, molti ragazzi e ragazze passano periodi in cui si sentono ‘annebbiati’ e confusi a causa di dubbi e indecisioni. Quando questi stati d’animo prendono il controllo, purtroppo, diventa più difficile per loro agire con decisione e mantenere la calma. Inoltre quando un adolescente si sente in questo modo e non trova il giusto supporto o qualcuno che lo capisca, rischia di sentirsi in piena solitudine e in pieno smarrimento. Se questi brutti momenti sono particolarmente intensi o si protraggono nel tempo, possono,purtroppo, sfociare in ansia vera e propria o attacchi di panico. Come uscire dal labirinto delle indecisioni? L’intervento psicoeducativo più efficace non è quello che forza una scelta o l’incertezza, ma quello che accompagna il giovane a risignificare questa esperienza. Ecco alcuni suggerimenti: riconoscere e validare la fatica e il disagio che l’indecisione comporta, creando uno spazio di ascolto; aiutare a comprendere che il dubbio è una componente naturale della crescita; incoraggiare la curiosità, l’esplorazione di diverse possibilità (anche solo a livello ipotetico); favorire la riflessione guidata: porre domande che aiutino il giovane a connettersi con i desideri e paure. Possiamo provare a chiedere: Cosa significa per te questa indecisione? Tante volte stiamo troppo a pensare a cosa diranno o penseranno gli altri della nostra scelta. Ricordiamoci questa frase importante: «Quasi la metà di tutte le nostre angosce e le nostre ansie derivano dalla nostra preoccupazione per l’opinione altrui.» Allora, proviamo a immaginare tante scelte diverse, anche quelle che sembrano strane. Chiediamoci: “E se facessi così?” “Come andrebbe a finire?” Pensare a queste cose liberamente, senza subito preoccuparci degli altri, ci aiuta a capire cosa vogliamo veramente. Questo “gioco di idee” ci aiuta a vedere meglio le possibilità e, piano piano, a capire qual è la mossa che sentiamo più giusta per noi. Ricordiamo che la vita è un grande gioco fatto di montaggi e smontaggi. In questo grande gioco, il giocatore è la persona. Non dobbiamo fare la mossa che si aspettano gli altri, ma quella che più ci soddisfa.
DSA: tanti modi di apprendere

Ancora oggi quando si sente parlare di DSA si pensa subito a due cose: a una grave disabilità intellettiva che non ti permette di comprendere e affrontare “come gli altri” la vita scolastica o si pensa che sia solo una scusa per avere delle agevolazioni scolastiche. Partiamo con il definire che cosa sia il DSA. È un disturbo specifico dell’apprendimento, ovvero è una manifestazione atipica di alcune specifiche procedure di apprendimento come lettura, scrittura o abilità matematiche. Fanno parte dei disturbi nel neurosviluppo e questa specifica atipicità di funzionamento è presumibilmente dovuta a disfunzioni del sistema nervoso centrale. Ci sono comorbilità con molti disturbi ma non implica una disabilità cognitiva. È molto importante sottolineare che sia un modo di apprendere che necessita di un’ulteriore personalizzazione e non semplificazione. I DSA si riferiscono principalmente alle aree di lettura, scrittura e competenze matematiche. Tra i disturbi della scrittura e lettura si annoverano la dislessia, è un disturbo specifico nell’apprendimento della decodifica di lettura quindi della decifrazione dei simboli. Per dislessia si deve intendere solo uno specifico disturbo nella velocità e nella correttezza della scrittura. La disortografia, uno specifico disturbo nella correttezza della scrittura, interessa il processo di trascrizione tra fonologia e rappresentazione grafemica della parola, da distinguere dalla correttezza morfosintattica. Per disgrafia si intenda una specifica difficoltà nella realizzazione manuale dei grafemi e quindi nel grafismo. Le difficoltà nelle competenze matematiche come riconoscere i segni, difficoltà a ordinare in colonna i numeri, non riuscire a compiere a livello pratico operazioni o lo studio della cognizione numerica e dei processi di conteggio e calcolo, sono definiti discalculia. Il disturbo specifico di apprendimento ha anche una matrice evolutiva, ovvero si manifestano nell’infanzia, tipicamente possono essere riconosciuti i primi segnali già dalla seconda/terza primaria ma si riscontrano anche in periodi più tardivi come in adolescenza. Non si deve non tenere presente che chi ha un DSA può avere ripercussioni su altri ambiti interconnessi al rendimento scolastico come la motivazione e anche l’autostima. Il problema principale è la frustrazione che consegue ai “fallimenti accademici”, infatti questi bambini e ragazzi si sforzano moltissimo nello studio e nel cercare di rimanere al passo ma non riescono a ottenere gli stessi risultati dei coetanei nonostante impieghino maggiori sforzi. Infatti, una delle cause dell’abbandono scolastico è attribuibile a un non riconoscimento di tale specificità di apprendere; se si attuassero progetti funzionali al sostegno e all’implementazione delle capacità il livello di frustrazione e di autostima legata all’autoefficacia scolastica sarebbero ridotte presupponendo una riduzione dell’abbandono scolastico. Ne consegue che la certificazione debba essere funzionale alla costruzione di un progetto formativo personalizzano (BES) che porti gli studenti alle stesse conoscenze ma con particolari accorgimenti in modo tale che gli sforzi vengano ripagati e venga stimolata la motivazione ad apprendere. È importante non considerare la certificazione né come escamotage per avere meno carico di studio né come modalità commiserativa in quanto una persona non abbia le abilità per stare al passo con gli altri; la diagnosi non deve essere un’etichetta ma deve fungere da strumento per indirizzare un lavoro volto a promuovere e supportare le capacità del bambino/ragazzino che rischia di avere difficoltà non solo sul piano scolastico ma anche a livello sociale, di autostima e motivazionale. Recenti studi (Baird et al, 2009) hanno mostrato che individui con DSA tendono a adottare modelli di autoregolazione cognitiva disfunzionali, fanno sì di aggravare la sintomatologia del disturbo. Ciò avviene in quanto sono demotivati, scoraggiati e hanno un atteggiamento sfiduciato, caratterizzato da uno stile attributivo esterno (locus of control esterno) e scarsa autoefficacia. Di conseguenza le strategie cognitive adottate per fronteggiare un ostacolo possono essere l’evitamento di nuove sfide, sperimentare emozioni negative ma anche demordere davanti ai compiti impegnativi e quindi può verificarsi una diminuzione della prestazione a seguito di fallimenti. In sintesi, questi ragazzi tendono ad avere un basso concetto di sé nella riuscita scolastica, questo causa sfiducia nelle proprie capacità, una concezione entitaria della propria intelligenza ovvero sono convinti di non potere migliorare e perseguono obiettivi di rendita ma non di apprendimento. Per riassumere ci si può collegare al concetto di “impotenza appresa” di (Peterson; 1992), egli afferma che la passività nell’affrontare situazioni inevitabili e la percezione di incontrollabilità degli eventi siano caratteristiche dell’impotenza appresa; infatti i bambini che attribuiscono ai fallimenti una loro mancanza di abilità tendono ad essere maggiormente pessimisti e ruminativi. Bibliografia: https://www.anastasis.it/dsa-significato/ Baird G.L., Scott W.D., Dearing E., Hamill S.K. (2009). Cognitive self regulation in youth with and without learning disabilities: academic self efficacy theories of intelligence learning vs performance goal preferences and effort attributions. Journal of social and Clinical psychology 28, 881-908. Cornoldi C. le difficoltà dell’apprendimento a scuola. Il mulino Peterson C. (1992). Learned Helpessness and school problems., in metdway F.J., Cafferty T.P. (eds.), school of psychology. A social psychological perspective, Lea, Hillsdale. Zanobini M., Usai M. C. (2019). Psicologia della disabilità e dei disturbi dello sviluppo. Elementi di riabilitazione e intervento. FrancoAngeli s.r.l. Milano.
Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.
Disturbi Trigenerazionali: quando la storia familiare continua a parlarci

Ci sono momenti in cui sentiamo dentro di noi emozioni che non sappiamo collocare: una tristezza ‘antica’, una paura che arriva all’improvviso, un senso di responsabilità che pesa troppo per le nostre spalle. A volte reagiamo in modi che ci sorprendono, come se rispondessimo a qualcosa che non è qui, oggi, davanti a noi. E ci chiediamo: perché mi sento così? La prospettiva sistemica ci ricorda che esistono storie che vivono silenziosamente nelle pieghe delle famiglie. Non solo racconti, ma atmosfere emotive, ruoli, compiti non detti, speranze infrante, traumi taciuti per proteggere tutti. Sono memorie che non passano attraverso le parole, ma attraverso i gesti, gli sguardi, la postura con cui affrontiamo la vita. Sono “voci” che ci abitano senza che ce ne accorgiamo, e che a volte parlano più forte delle nostre. Cresciamo dentro sistemi familiari che si sono adattati come potevano agli eventi della vita. Alcune famiglie hanno imparato a non chiedere aiuto, altre a non esprimere vulnerabilità, altre ancora a proteggere gli altri a costo di perdersi. Questi modi di sopravvivere diventano presto regole non scritte, mandati invisibili che attraversano le generazioni: “Sii forte”, “non disturbare”, “non piangere”, “occupati tu degli altri”. Così, senza volerlo, entriamo in ruoli che non abbiamo scelto, ripetiamo ciò che è stato utile a qualcun altro molto tempo fa. E finiamo per sentirci inadeguati o sbagliati, quando in realtà stiamo portando una storia che non è nata con noi. Tutto questo ci invita a fermarci, ad ascoltare, a ricostruire quel filo rosso che unisce passato e presente. Attraverso strumenti come il genogramma, la narrazione condivisa e la rilettura delle dinamiche familiari, diventa possibile vedere ciò che prima era solo una sensazione confusa. È un processo che porta luce sui legami nascosti, sulle emozioni ereditate, sulle aspettative interiorizzate. E, soprattutto, ci dà la possibilità di distinguere ciò che è “nostro” da ciò che appartiene alle generazioni venute prima. Quando questa consapevolezza emerge, succede qualcosa di profondo: il peso emotivo cambia forma. Non si tratta più di “liberarsi” della propria famiglia o di cercare colpe, ma di restituire a ciascuno la propria parte di storia. Possiamo guardare alla nostra vita con occhi nuovi, riconoscere che alcune fatiche non sono un difetto ma un’eredità, e che proprio per questo possono essere trasformate. E allora accade qualcosa di liberatorio: ci concediamo di vivere una storia diversa. Di interrompere un copione che non ci rappresenta più. Di scegliere, finalmente, la nostra direzione. Perché comprendere ciò che ci abita non significa restare intrappolati nel passato, ma recuperare la libertà di scrivere il futuro con maggiore consapevolezza, leggerezza e autenticità.
Dislessia e Digrafia…. che confusione!

Parlare di dislessia e disgrafia con un professionista competente consente di non cadere in confusione. Nei primi mesi della scuola primaria genitori e insegnanti seguono con ansia e apprensione i progressi dei bambini che iniziano a leggere e scrivere. Talora, di fronte ad insuccessi, si parla di dislessia o di altri disturbi del genere. La categoria dei Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento viene convenzionalmente identificata con l’acronimo DSA. Con il termine Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento ci si riferisce in particolare a: DISTURBO DELLA LETTURA (Dislessia) DISTURBO DELLA SCRITTURA (Disortografia,Disgrafia) DISTURBO DEL CALCOLO (Discalculia) Qual è il criterio principale per parlare di dsa? In questo senso il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra abilità (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata) e l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica). Cos’è la dislessia? La dislessia consiste nella difficoltà relativa alla capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacità e le sue energie, poiché non può farlo in maniera automatica e perciò si stanca rapidamente, commette errori, rimane indietro, non impara. La dislessia si presenta in quasi costante associazione ad altri disturbi. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi nella scrittura: disortografia (cioè una difficoltà di tipo ortografico) e disgrafia (difficoltà nel movimento fino-motorio della scrittura, cioè una cattiva resa formale), nel calcolo e, talvolta, anche in altre attività mentali. Tuttavia questi bambini sono intelligenti e ,di solito, vivaci e creativi. Cos’ è la disgrafia? Gli aspetti generalmente condivisi circa il Disturbo della Scrittura, riguardano la sua suddivisione in due componenti: una di natura linguistica e una di natura motoria. La disortografia consiste nella difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici. A questa si affianca spesso la disgrafia. Quest’ultima è un disturbo specifico dell’apprendimento, in assenza di deficit intellettivi e neurologici, che incide sulle funzioni fondamentali della scrittura. Si manifesta, quindi, come difficoltà a riprodurre sia i segni alfabetici che quelli numerici. Cos’è la discalculia? La discalculia è un disturbo caratterizzato da ridotte capacità nell’apprendimento delle abilità numeriche e del calcolo in rapporto alla classe frequentata. Interferisce negativamente con l’apprendimento scolastico e con le attività quotidiane che richiedono capacità di calcolo. Le prestazioni aritmetiche di base di questi bambini risultano significativamente al di sotto del livello atteso rispetto all’età cronologica, all’intelligenza generale e alla classe frequentata. Come si fa la diagnosi? L’accertamento diagnostico di uno specifico disturbo evolutivo dell’apprendimento avviene in due distinte fasi. Nella prima fase si somministrano, insieme alla valutazione del livello intellettivo, quelle prove necessarie per l’accertamento di un disturbo delle abilità comprese nei DSA . Nella seconda fase vengono disposte quelle indagini cliniche necessarie per la conferma diagnostica mediante l’esclusione della presenza di patologie o anomalie sensoriali, neurologiche, cognitive e di gravi psicopatologie. Cosa si può fare? Il trattamento vero e proprio è di tipo strettamente riabilitativo e si è rivelato efficace. Sicuramente è raccomandato un intervento il più possibile tempestivo e specialistico, sia per approfittare della fase evolutiva in cui l’alunno è predisposto a specifici apprendimenti, sia per evitare il rischio del consolidamento degli errori. L’insuccesso prolungato genera infatti scarsa autostima e dalla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità scaturisce un disagio psicologico che, nel tempo, può strutturarsi e dare origine ad un’elevata demotivazione all’apprendimento scolastico. in conclusione… Spesso gli insegnanti sono i primi a notare la possibile presenza di queste problematiche e talvolta attuano segnalazioni precoci. Ma per un genitore non è sempre semplice accogliere la possibilità che il proprio figlio possa aver bisogno di aiuto.Fidarsi degli insegnanti, rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile sono i primi interventi utili al fine di affrontare il problema.
Disforia di genere in età evolutiva

La disforia di genere o disturbo dell’identità di genere indica quella condizione per cui un individuo non si identifica con il proprio sesso biologico, ma con quello opposto. Attraverso la lettura di questo articolo capiremo insieme come si manifesta e come può essere identificato preventivamente. Cos’è la disforia di genere? E’ quella condizione per cui un individuo non si identifica con il proprio sesso biologico, ma con quello opposto. Nel DSM-5 la disforia di genere non rientra più tra i disturbi sessuali perché non si tratta di un disturbo e occupa una categoria a sé stante. La disforia di genere nell’età evolutiva presenta le seguenti caratteristiche, alcune simili a quelle dell’adulto: Affermazione da parte del bambino di essere del sesso opposto Preferire indossare gli abiti del sesso opposto Preferire giochi dove vi è uno scambio di ruolo Preferire giocare con i giochi destinati all’altro sesso Desiderio di essere dell’altro sesso Emozioni negative verso i propri genitali Rifiuto di giochi e attività destinate al sesso di appartenenza Nell’età evolutiva la formazione dell’identità è in corso, quindi non si può determinare che queste preferenze persistano nel futuro Disforia di genere in età evolutiva: come si manifesta? La disforia di genere si presenta in età evolutiva ma non ha sempre un decorso continuo. Se un bambino gioca con una bambola non necessariamente si identifica con il sesso opposto, è positivo che i genitori lasciano esprimere i figli e giocare con quello che più li aggrada. Spesso si manifesta entro i 2 o 3 anni d’età. I bambini con disforia di genere di solito fanno quanto segue: Preferiscono indossare abiti tipici del sesso opposto Insistono nell’affermare di essere dell’altro sesso Desiderano di potersi svegliare come l’altro sesso Preferiscono partecipare ai giochi e alle attività tipicamente dell’altro sesso Hanno sentimenti negativi nei confronti dei loro genitali Per esempio, una bambina può affermare con insistenza che le crescerà un pene e diverrà un bambino; può stare in piedi per urinare. Un ragazzo può fantasticare di essere di sesso femminile ed evitare i giochi nei quali ci si azzuffa e i giochi competitivi. Può sedersi per urinare e desiderare di sbarazzarsi del suo pene e dei suoi testicoli. La maggior parte dei bambini con disforia di genere non viene valutata fino all’età di 6-9 anni, epoca in cui la disforia è già divenuta cronica. L’identificazione con l’altro sesso non deve rappresentare un puro desiderio di ottenere i vantaggi culturali dell’appartenenza all’altro sesso così come vengono percepiti. Per esempio, un maschietto che dice di voler essere una femminuccia così da poter ricevere lo stesso trattamento speciale riservato alla sua sorellina, probabilmente non ha una disforia di genere. Trattamento Il trattamento dei bambini in età prepuberale con diagnosi di disforia di genere rimane controverso. La maggior parte dei bambini che sono incongruenti per genere durante l’infanzia non continua nell’adolescenza o nell’età adulta con un’identità transgender. La modalità di trattamento predominante è il supporto psicologico e la psicoeducazione per i bambini e i loro genitori, utilizzando un modello di genere affermativo in opposizione a un modello di genere patologizzante. Questo approccio affermativo supporta il bambino nel genere espresso, a volte includendo la transizione sociale prima della pubertà. Conclusioni Identificare caratteristiche oggetto di osservazione consente al bambino/a di sentirsi maggiormente incluso nella società e accettato cosi’ com’è. É sempre consigliabile rivolgersi ad uno psicologo o psicoterapeuta per avere il parere di un professionista e per conoscere come i genitori possono supportare i figli che presentano gli indicatori della disforia di genere.
DIPENDENZA AFFETTIVA:CHE COS’E’?

Iniziamo a capire come mai oggi si sente parlare tanto di dipendenza affettiva e da dove potrebbe derivare. “Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo ne vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma a poco a poco ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore” (Coelho, 2017,p.114). Paolo Coelho definisce la dipendenza affettiva nel libro Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. In questo estratto parla chiaramente dell’euforia, tolleranza, discontrollo, rimuginio e astinenza tipici della dipendenza affettiva. Ma esiste? L’amore può diventare patologico? C’è un largo dibattito in letteratura rispetto alla possibilità del sentimento d’amore di diventare dipendenza e al modo in cui possa avvenire. I ricercatori che si sono occupati dell’argomento hanno notato similarità con le altre forme di dipendenza ed anche le aree cerebrali e i neurotrasmettitori sono i medesimi. Si darebbe solo un ruolo aggiuntivo nella DA all’ossitocina, coinvolta nei processi di attaccamento. Ma come si origina la Dipendenza Affettiva? Fase 1. L’innamoramento: l’elevato indice di piacere genera un craving smisurato; Fase 2. Il coinvolgimento sentimentale: si denota euforia e visione gioiosa della vita, le due persone coinvolte si confermano a vicenda il loro sentire. Subentra anche labilità emotiva a seconda della disponibilità dell’oggetto d’amore ad essere raggiunto. Fase 3. Il meccanismo cognitivo: si basa su attenzione selettiva, pianificazione delle attività con l’unica finalità di essere vicini all’oggetto d’amore, forte spinta motivazionale e memorie pervasive associate all’amato che rinforzano la spinta motivazionale, pensieri intrusivi. Nel prossimo articolo approfondiremo alcuni elementi.
Dipendenza affettiva: caratteristiche cliniche

Dipendenza affettiva e similitudini con le dipendenze da sostanze. Le fasi del processo di dipendenza affettiva descritte nel precedente articolo sono molto simili al processo di intossicazione acuta da una sostanza con umore euforico, cecità per le conseguenze negative, salienza e persistenza in memoria. Molti autori sottolineano anche come il potere di una relazione sentimentale di creare dipendenza come per le droghe dipenda dall’intensità del contatto iniziale: più intenso è stato il contatto, più il rischio di sviluppare una dipendenza è alto. L’addiction potrebbe essere vista come una possibile fase successiva nella quale il desiderio, inizialmente normale, acquisisce la connotazione di un bisogno compulsivo, con la sofferenza che inizia a prevaricare il piacere e con il persistere nella relazione nonostante le conseguenze negative che ne derivano. Il passaggio da amore passionale ad addiction includerebbe i tipici elementi della dipendenza da sostanze quali: craving, compulsività, perdita di controllo, coinvolgimento nonostante le conseguenze avverse. In termini comportamentali si passa da un ricorso all’oggetto di dipendenza per rinforzo positivo (sentire benessere) a uno per rinforzo negativo (evitare sensazioni negative, come ansia o tristezza). Quali sono le caratteristiche cliniche più implicate nella DA? Intossicazione. Quando una sostanza psicotropa entra nell’organismo avviene un’intossicazione dovuta agli effetti che la droga ha sul sistema nervoso centrale. Lo stesso può avvenire con l’innamoramento. Nella prima fase vi è un grosso quantitativo di piacere, un desiderio notevole, un’intossicazione acuta che spesso vede l’innamorato completamente assorbito dal pensiero e dal bisogno dell’oggetto delle sue attenzioni. Tolleranza o assuefazione. Nell’utilizzo di droghe, una ripetuta esposizione ad una sostanza determina nel tempo una variazione del livello iniziale di tolleranza, Bisogna aumentare la dose per raggiungere effetti uguali o simili a quelli delle prime assunzioni. Nelle relazioni vi è una prima fase di innamoramento in cui, superata l’intossicazione acuta, inizia una produzione di ossitocina nel cervello che contribuisce alla creazione di una relazione stabile stimolando rilassamento in un clima di fiducia. E’ possibile che questa fase fisiologica di “down” necessaria per lo sviluppo di una relazione stabile venga vissuto con un connotato spiacevole da chi necessita della conferma/gratifica/risoluzione ai propri timori abbandonici. Ciò si connette all’astinenza. Astinenza. I sintomi tipici sono depressione, incapacità di provare piacere, senso di vuoto e spingono il partner a giustificare ogni comportamento rinforzando il circolo vizioso di una dipendenza. Craving. Il desiderio impulsivo di ricorrere ad una sostanza psicoattiva è stimolato da fattori che innescano, tramite condizionamento, il desiderio della gratificazione. Nella dipendenza affettiva può essere inizialmente craving da ricompensa e poi da sollievo oppure ossessivo.