Digital Pollution: quando la tecnologia inquina le nostre vite

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Dietro i comportamenti: strategie psicoeducative per capire gli studenti

Dietro ogni comportamento c’è un bisogno. Questa è la chiave per capire gli studenti. Invece di focalizzarci solo su ciò che fanno, cerchiamo cosa li spinge ad agire in un certo modo. Un comportamento “negativo” spesso nasconde insicurezze, noia o difficoltà. Cambiare la comunicazione è fondamentale, domande aperte creano dialogo, istruzioni chiare danno certezza. Se riusciamo, evitiamo di dare ordini o di fare promesse inutili. Ricordiamoci che il nostro modo di interagire influenza profondamente il comportamento degli studenti. Quando cerchiamo di capire perché uno studente si comporta in un certo modo, è molto utile guardare cosa succede prima, durante e dopo quel comportamento. Facciamo un esempio: se Marco alza la mano per parlare (questo è il suo comportamento), l’insegnante gli fa una domanda (questo è ciò che è successo prima), e Paolo riceve un complimento come “Bravo, hai fatto bene a chiedere!” (questa è la risposta dell’insegnante), allora Paolo sarà contento e continuerà a partecipare attivamente alle attività didattiche. Purtroppo, nella comunità scolastica, ci troviamo spesso di fronte a comportamenti oppositivi che rendono tutto più complicato sia per i docenti sia per il gruppo-classe. In questi casi, cambiare il modo di comunicare può davvero fare la differenza. Invece di dire a uno studente “Sei sempre il solito!”, che rischia di farlo sentire sbagliato è molto più utile cercare di capire cosa sta succedendo. Ad esempio, se uno studente disturba i compagni durante le attività didattiche possiamo provare a comunicare in maniera empatica con una domanda più aperta: “Cosa stai dicendo di così importante?”. Questo tipo di domanda invita lo studente a spiegare il suo comportamento, aprendo un dialogo e permettendo di affrontare la situazione in modo più costruttivo. Cosa c’è dietro quei comportamenti? Ci possono essere molte ragioni: Lo studente non si sente abbastanza considerato o apprezzato. Si annoia o non trova interessante l’attività che sta svolgendo. Si sente meno capace degli altri. Potrebbe avere delle difficoltà di apprendimento. Ha difficoltà a comprendere ciò che gli viene chiesto. Pensa che un compito sia troppo difficile o troppo lungo. Quale comunicazione? È importante fare attenzione a come noi adulti ci comportiamo con gli studenti. Non dare ordini vaghi come “Fai il bravo” o usare un tono interrogativo quando si dà un ordine. Anche dare troppi ordini tutti insieme o ripetere sempre le stesse cose senza poi agire di conseguenza non aiuta. Dare istruzioni brevi e precise come “Hai 10 minuti a disposizione per comunicare con i tuoi compagni di classe. Dopo ci sarà l’attività didattica. È importante che gli insegnanti non facciano promesse o minacce che poi non mantengono. Se lo fanno, gli studenti non si fidano più di loro. Come diceva Confucio: una persona saggia non dice mai cose che poi non può fare.
Desiderio, volontà e cambiamento

Il cambiamento si basa su due elementi principali, il desiderio e la volontà, ma è qualcosa di più della somma delle sue parti. Spesso in terapia le persone lamentano di non saper che cosa fare, rispetto ad una situazione specifica o, in generale, come vissuto esistenziale. Nella maggior parte dei casi, il problema non riguarda tanto la scelta dell’azione, il “cosa faccio“, ma il conflitto che sta prima, il “cosa voglio“, e, ancor prima, il “cosa sento“. Il desiderio e la consapevolezza Molte persone non sanno riconoscere ciò che sentono e, di conseguenza, ciò che vogliono. Si sono a lungo adagiate su vecchi schemi ed esigenze dettate dall’esterno, tanto da non avere consapevolezza di sé. Al di là della crisi che accompagna ogni cambiamento significativo, vi può essere una difficoltà ad accedere al proprio sentire, ai propri desideri e alla propria volontà con origini profonde. Esperienze infantili, messaggi genitoriali e decisioni antiche possono aver determinato una esclusione di aspetti propri fondamentali per l’autoriconoscimento e per lo sviluppo della propria autonomia. Una convizione limitante strutturatasi nell’infanzia, del tipo che “il sentire è segno di debolezza”, può aver portato la persona a decidere di reprimere i propri desideri: “se non desidero mai, non sarò mai debole”. Può esservi stato un ritiro dal desiderio per difendersi dal rischio che gli altri si allontanino: “se non desidero più, non potranno lasciarmi di nuovo solo/a”. O un evitamento del fallimento: “se smetto di volere non posso sbagliare, sono salvo/a”. Possono essersi formate fantasie infantili persecutorie di perdita, abbandono, punizione, con scenari che confermano il divieto ai propri desideri o con l’aspettativa salvifica che un giorno qualcuno o qualcosa cambierà le sorti del proprio destino. L’inibizione dell’azione da un lato, l’agire inconsapevole dall’altro Quando la persona blocca il contatto con le proprie emozioni e i propri affetti, può passivizzarsi e inibire, oltre ai propri desideri, anche l’azione. Oppure, agire senza una base di consapevolezza, in risposta a desideri non propri, inautentici o appartenenti al passato. Nel primo caso, tendono a prevalere sentimenti di depressione, vuoto e mancanza di senso. Nel secondo, vissuti di rabbia e frustrazione poiché, nonostante gli sforzi, ci si sente insoddisfatti. Dunque, non c’è desiderio senza un reale sentire e non può esserci volontà senza un reale desiderio. La volontà e la responsabilità Alcune volte la persona riconosce i propri desideri ma si blocca nel realizzarli. “Non ci riesco” è la tipica espressione di chi mette in campo numerosi tentativi senza successo. Questa affermazione, che risuona come un lamento vittimistico, si fa portavoce di una parte interna che rema contro, perché non vuole il cambiamento. Affinché il conflitto si sciolga, è necessario che la persona sia disposta a rinunciare ai vantaggi del rimanere dov’è. Questo punto può sembrare in apparenza paradossale ma in realtà vi sono sempre motivi molto validi per non crescere e rimanere dipendenti. Per non assumersi la responsabilità di ciò che si è e di come si sta vivendo. Diventare responsabili significa smettere di volere una soluzione dall’esterno. Ritirare le aspettative infantili sugli altri, le pretese e le accuse rispetto alle proprie mancanze e insoddisfazioni. Riconoscere tutte le proprie parti, le manipolazioni e le dinamiche con cui ci si sta sabotando. Accettare i propri limiti e i propri errori. Trovare in sé le risorse per proteggersi e il coraggio per affrontare i rischi che il vivere comporta: diventare adulti. Confrontarsi con la propria solitudine, perché nessun altro può sentire, volere e affrontare la vita al proprio posto. Per realizzare ciò che si desidera occorrono nuove decisioni Quando si sperimenta pienamente il desiderio, ci si trova di fronte alla necessità di operare una scelta. Qualsiasi atto richiede una decisione. E, anche se in figura può non esserci una crisi decisionale, in terapia le persone sono sempre in lotta con una qualche forma di decisione. Le decisioni sono difficili perché implicano una rinuncia. Decidere per qualcosa vuol dire lasciar andare qualcos’altro. Può essere molto doloroso separarsi dal passato e rinunciare agli aspetti infantili e dipendenti della personalità. L’Analisi Transazionale dà una importanza centrale alla decisione, con l’obiettivo di guidare la persona a lasciar andare la decisione infantile originaria e a ridecidere nel presente. In modo che possa uscire dal copione, dal piano di vita autolimitante che blocca l’esperienza in schemi ripetitivi, e rispondere alla realtà dei suoi bisogni e dei suoi desideri.
Demofobia: comprendere la paura delle folla

La demofobia, nota anche come enochlofobia, è una paura irrazionale e persistente delle folle o degli spazi affollati. Questa condizione può manifestarsi in modi diversi, influenzando significativamente la vita quotidiana di chi ne soffre. Anche se può sembrare una paura comune, soprattutto in contesti moderni dove le folle sono parte della routine urbana, la demofobia rappresenta una sfida psicologica complessa che richiede una comprensione approfondita per poter essere affrontata efficacemente. Cos’è la demofobia? La demofobia è classificata come una fobia specifica, un disturbo d’ansia caratterizzato da una paura intensa e irrazionale verso un oggetto o una situazione particolare. In questo caso, l’oggetto della paura sono le folle. Le persone affette da demofobia possono provare ansia, panico e disagio anche solo al pensiero di trovarsi in un luogo affollato come centri commerciali, concerti, eventi sportivi o persino trasporti pubblici affollati. Sintomi e manifestazioni I sintomi della demofobia possono variare da lievi a gravi e includono: 1. Ansia intensa: sentimenti di paura intensa quando si è in mezzo alla folla o anche solo pensando di trovarcisi.2. Attacchi di panico: palpitazioni, sudorazione, tremori, sensazione di soffocamento e vertigini.3. Evitamento: comportamenti volti a evitare situazioni affollate, che possono limitare significativamente la vita sociale e professionale.4. Sintomi fisici: mal di stomaco, mal di testa, tensione muscolare e altri disagi fisici che possono manifestarsi in presenza di folle o spazi affollati. Cause della demofobia Le cause della demofobia possono essere molteplici e spesso sono il risultato di una combinazione di fattori genetici, biologici, psicologici e ambientali. Alcune delle cause più comuni includono: 1. Esperienze traumatiche: eventi traumatici vissuti in contesti affollati, come attacchi terroristici, disastri naturali o incidenti di folla, possono scatenare la fobia.2. Predisposizione genetica: una storia familiare di disturbi d’ansia può aumentare il rischio di sviluppare la demofobia.3. Condizionamento: esperienze negative associate alle folle durante l’infanzia o l’adolescenza possono contribuire allo sviluppo della paura. Impatto sulla vita quotidiana La demofobia può avere un impatto significativo sulla qualità della vita. Le persone affette possono evitare situazioni sociali, rinunciare a opportunità professionali o educative e isolarsi dagli altri. Questo isolamento può portare a sentimenti di solitudine e depressione, aggravando ulteriormente il disturbo. Gestione della demofobia: strategie e approcci terapeutici: La gestione della demofobia richiede un approccio multifaccettato che coinvolge tecniche psicologiche, comportamentali e, in alcuni casi, farmacologiche. È fondamentale che il trattamento sia personalizzato per rispondere alle specifiche esigenze e alla gravità dei sintomi di ogni individuo. Di seguito sono descritti i principali metodi e strategie di gestione della demofobia. 1. Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) La terapia cognitivo-comportamentale è una delle forme di trattamento più efficaci per le fobie specifiche, inclusa la demofobia. La CBT si concentra sul cambiamento dei pensieri e dei comportamenti negativi associati alla paura delle folle. Ecco alcuni elementi chiave della CBT: 2. Ristrutturazione cognitiva: aiuta i pazienti a identificare e modificare i pensieri irrazionali e le credenze distorte riguardo alle folle. Ad esempio, un individuo potrebbe pensare che trovarsi in una folla porti inevitabilmente a pericoli, e la ristrutturazione cognitiva mira a sostituire questo pensiero con uno più realistico e positivo. 3. Esposizione graduale: consiste nel confrontarsi progressivamente con situazioni temute in un ambiente controllato. Il paziente inizia con esposizioni a piccole folle o immagini di folle e gradualmente aumenta la complessità delle situazioni fino a sentirsi a proprio agio in ambienti affollati. 4. Tecniche di rilassamento: La CBT può includere tecniche di rilassamento come la respirazione profonda, il rilassamento muscolare progressivo e la meditazione mindfulness per ridurre l’ansia in situazioni di esposizione. 5. Terapia di Esposizione La terapia di esposizione è una componente della CBT ma può essere utilizzata anche come approccio standalone. Questo metodo prevede che il paziente si esponga gradualmente alle situazioni temute per desensibilizzarsi. La terapia di esposizione segue una gerarchia di paura, partendo da situazioni meno ansiogene fino a quelle più temute. 6. Tecniche di gestione dell’ansia Oltre alla terapia cognitivo-comportamentale e alla terapia di esposizione, esistono varie tecniche che possono aiutare a gestire l’ansia associata alla demofobia: ⁃ Respirazione diaframmatica: questa tecnica di respirazione profonda aiuta a calmare il sistema nervoso e a ridurre i sintomi fisici dell’ansia. ⁃ Mindfulness e meditazione: la pratica della mindfulness può aiutare a restare ancorati al momento presente, riducendo i pensieri catastrofici legati alle folle. ⁃ Tecniche di rilassamento muscolare: Il rilassamento muscolare progressivo può ridurre la tensione fisica associata all’ansia. 7. Supporto farmacologico In alcuni casi, il supporto farmacologico può essere utile, soprattutto quando i sintomi sono gravi e interferiscono significativamente con la vita quotidiana. I farmaci più comunemente prescritti includono: ⁃ Ansiolitici: possono essere utilizzati per alleviare l’ansia acuta durante l’esposizione a folle. Tuttavia, sono generalmente prescritti per periodi brevi a causa del rischio di dipendenza. ⁃ Antidepressivi: gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e gli inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRI) sono comunemente utilizzati per trattare i disturbi d’ansia a lungo termine. 8. Supporto sociale e auto-aiuto Il supporto sociale può giocare un ruolo cruciale nella gestione della demofobia. Parlarne con amici, familiari o gruppi di supporto può ridurre il senso di isolamento e fornire un sistema di sostegno emotivo. Inoltre, esistono numerose risorse di auto-aiuto che possono essere utili: ⁃ Gruppi di supporto: partecipare a gruppi di supporto, sia online che in persona, può offrire conforto e consigli pratici da parte di altri che affrontano lo stesso problema. ⁃ Libri di auto-aiuto: esistono numerosi libri scritti da esperti di psicologia che offrono strategie pratiche per affrontare le fobie. ⁃ Applicazioni di gestione dell’ansia: ci sono varie app progettate per aiutare a monitorare i sintomi d’ansia, praticare tecniche di rilassamento e fornire supporto quotidiano. La demofobia, come altre fobie, può essere debilitante, ma con il giusto supporto e trattamento, è possibile gestire e superare questa paura. È essenziale riconoscere i sintomi e cercare aiuto professionale per affrontare efficacemente il disturbo. Comprendere e sensibilizzare sulla demofobia può aiutare chi ne soffre a sentirsi meno isolato e più supportato nella loro lotta contro questa sfida psicologica.
Delusione: il ruolo delle aspettative

La delusione è il vissuto che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano, quando le speranze coltivate non trovano riscontro nella realtà. Le delusioni fanno parte della vita e, come ogni tipo di sofferenza, vanno accettate ed elaborate. La ferita che ne consegue è tanto più dolorosa quanto più elevato è l’investimento affettivo verso la persona o la situazione che ci ha deluso e quanto più elevate sono le aspettative costruite. Le delusioni sono dunque ineliminabili dall’esperienza di ciascuno di noi. L’altro può mentirci, tradirci, abbandonarci. I risultati che otteniamo nella vita non dipendono solo dal nostro impegno e dalla nostra volontà e le cose non sempre vanno come noi vorremmo. Tuttavia, abbiamo una duplice responsabilità. Di integrare i limiti e le imperfezioni di ciò che siamo e del mondo che ci circonda e di rapportarci in maniera coerente alla realtà interna ed esterna che viviamo. Delusione e copione In psicoterapia capita spesso che le persone lamentino di sentirsi delusi e non di rado questa esperienza si accompagna alla sensazione di essere stati ingannati. “Ha voluto farmi credere di essere diverso/a, mi ha deluso”, “si è rivelato/a il contrario di tutto quello che mi aspettavo”. Per alcuni la delusione è un vissuto frequente, che caratterizza drasticamente tutte le loro relazioni significative. Per altri, un vissuto generalizzato, che coincide con la convinzione pervasiva di non potersi fidare di niente e nessuno, con la chiusura e il ritiro. Può capitare anche che delusioni riguardanti, ad esempio, lo studio o la vita professionale, facciano precipitare il valore e la stima di sé, andando a rafforzare idee autosvalutanti e definitive: “sono un/una fallito/a”, “non farò mai niente di buono”. Fino a portare ad uno spegnimento depressivo dei propri bisogni e desideri e a forme di passività che bloccano la realizzazione di sé. In tutte queste situazioni vi sono aspetti copionali che tendono a replicarsi: la persona non è in un reale contatto con ciò che sta vivendo, ma nella ripetizione di esperienze antiche e schemi non risolti del passato. Le aspettative In molti casi, ma non sempre, dietro grandi delusioni vi sono aspettative grandiose e idealizzanti. Avere delle aspettative è naturale. Tuttavia, quando non coerenti con la realtà, prendono la forma di aspetti illusori e fantasmatici, come riscatto dalla propria storia e via di salvezza da ciò che si sta vivendo, oppure, come conferma di quanto temuto o già vissuto e destino ineluttabile. Che siano salvifiche o catastrofiche, le aspettative copionali diventano la responsabilità che la persona ha rispetto alle proprie delusioni. Il modo con cui interrompe il contatto per illudersi, ingannandosi e lasciandosi ingannare. Per andare a confermare il copione e il suo finale. Lavorare su questi aspetti diventa fondamentale per lasciare andare le modalità infantili e stare nella realtà, da adulti. Per proteggere la propria vita affettiva e relazionale. E per imparare, al contempo, a riconoscere e accettare le delusioni che naturalmente si presentano nel corso della propria esistenza. Ad accogliere il valore evolutivo in esse racchiuse. Le delusioni pongono di fronte alla necessità di un cambiamento, di un atto creativo, verso la realizzazione di sé stessi e dei propri desideri. “La vita non è come dovrebbe essere. È quello che è. È il modo in cui l’affronti che fa la differenza.” (Virginia Satir)
DCA, Anoressia e Bulimia: il pericolo dei profili recovery

Abbiamo già affrontato il delicato rapporto di interconnessione tra i social networks e i disturbi del comportamento alimentare DCA. Negli ultimi tempi, i social sono diventati una vetrina per raccontare, spiegare e documentare i disturbi mentali. Se da un lato questa tendenza contribuisce a vincere il tabù che aleggia attorno al tema della salute mentale, dall’altro rischia un effetto boomerang. La narrazione del disagio psichico è spesso romanzata e patinata e mira ad una disperata ricerca di attenzione e visibilità. Altre volte invece queste testimonianze assumono contorni preoccupanti perché scatenano ammirazione ed emulazione. In particolare, stanno facendo molto discutere ultimamente i profili recovery. I “profili recovery” sono diari alimentari digitali in cui giovani affetti da DCA documentano la propria guarigione, postando ogni tappa del percorso. In Italia ce ne sono più di cinquemila, affollano il web con immagini super instagrammabili di cibo opportunatamente pesato, impiattato e postato sui social. L’hashtag #recovery racconta storie di anoressia, bulimia e altri disturbi del comportamento alimentare, tra spettacolarizzazione della disturbo e conta delle calorie. Questi profili nascono con la nobile intenzione di creare dei gruppi virtuali di sostegno in cui gli utenti si incoraggiano a vicenda per guarire. Tuttavia nascondono dei pericoli e possono rivelarsi addirittura controproducenti. La maggior parte dei profili recovery racconta la quotidianità con una grande attenzione all’estetica, postando ricette salutari e proponendo uno stile di vita healthy. Questa idea di perfezione e disciplina, scatena negli utenti affetti da DCA un misto di ammirazione, emulazione e frustrazione. “Perché loro sono così perfetti e io no? Perché loro riescono e io no?”Per persone che stanno vivendo di per sé un momento di fragilità, cadere nella trappola del fallimento e del senso di inadeguatezza è molto facile.
Dalla manipolazione infantile alla responsabilità adulta

La manipolazione non appartiene solo ad alcune persone ma ci riguarda tutti. Ciascuno di noi da bambino sviluppa la forma di manipolazione che più gli consente di ricevere riconoscimento ed attenzione. Questo perchè da piccoli la nostra esistenza fisica e psicologica dipende dall’ambiente esterno. Per sopravvivere, abbiamo bisogno delle cure dell’altro e di essere visti. Come sostiene Stern: “Abbiamo bisogno dello sguardo degli altri per formare e tenere insieme noi stessi”. C’è chi apprende ad essere diligente e sempre ubbidiente, chi a lamentarsi, chi ad essere generoso e buono con tutti. C’è chi sviluppa la tendenza ad attirare gli altri a sé con il pianto, chi con il sorriso. Chi con la rabbia. Alcuni si mostrano capaci di fare tutto da soli, altri, al contrario, perlopiù richiedenti. Manipolazione e carattere La manipolazione appartiene al carattere che, però, non è solo una struttura rigida e limitante in quanto racchiude in sé anche il potenziale per un adattamento creativo. Ciò che accade, nella maggior parte dei casi, è che, in assenza di un lavoro di consapevolezza su di sé, la persona non è in grado di riconoscere le proprie manipolazioni e resta imbrigliata nell’inganno e, ancor prima, nell’autoinganno. La migliore forma di adattamento possibile del bambino diventa, in età adulta, un copione che si ripete e che limita l’autoriconoscimento e la libera espressione di sé. Svalutazione e posizione esistenziale: la manipolazione di F. La manipolazione viene portata avanti a partire da un insieme di svalutazioni che la persona mette in atto su di sé, sull’altro e sulla realtà che vive. E’ strettamente collegata alla posizione esistenziale e determina ruoli specifici e giochi psicologici. F. manipola attraverso un silenzio richiedente. Non comunica come sta e di cosa ha bisogno. Non chiede. Ha l’aspettativa, e la presunzione infantile, che l’altro debba capire come si sente, preoccuparsi e attivarsi per aiutarlo. Se questa aspettativa viene delusa, si arrabbia, diventa distruttivo e vendicativo. Questo modo di funzionare F. lo ha appreso da bambino nella relazione con i suoi genitori. F., dunque, oggi svaluta la sua capacità adulta di occuparsi dei suoi bisogni e delega la responsabilità di sé ad un genitore esterno. L’altro non può essere visto per com’è ma viene investito di proiezioni transferali. F. tende a giocare il ruolo di Vittima e ad attirare a sé un Salvatore, con cui ripetere la dinamica simbiotica che aveva con la madre iperprotettiva, o un Persecutore, con cui si autorizza ad agire la rabbia antica per l’assenza paterna. Manipolazione e responsabilità Lo sviluppo di una personalità adulta implica l’abbandono della manipolazione infantile in favore dell’acquisizione di consapevolezza e responsabilità. Si tratta di lasciar andare le svalutazioni e i vantaggi degli aspetti dipendenti. Costruire internamente a sé una funzione genitoriale in grado di procurare autoriconoscimento e sostegno emotivo al Bambino interiore. In modo che la realtà interna ed esterna possa essere riconosciuta e che possano essere attivate scelte e comportamenti congruenti. L’elaborazione del passato consente di riportare il funzionamento al presente e alle risorse del qui e ora. E di liberare il potenziale creativo.
Dalla Great Resignation alla Yolo Economy: come cambia il lavoro oggi

Il 2021 è stato l’anno della “Great Resignation” o “Big Quit”: il boom di dimissioni volontarie da parte dei lavoratori a livello mondiale. In Italia, secondo il report condotto dall’Associazione Italiana Direzione Personale, le dimissioni volontarie fra i giovani toccano il 60% delle aziende. I più colpiti da questa tendenza sono proprio i millennials e la generazione Z, che si discostano dalla generazione X, ancora al vertice delle aziende italiane. Perchè i giovani lasciano il lavoro? Le motivazioni sono diverse: la maggior consapevolezza delle proprie competenze e dei propri valori professionali e personali; la ripresa del mercato e dunque la possibilità di ricercare un lavoro con maggior benessere organizzativo e condizioni economiche e professionali più appaganti; e infine l’obiettivo di avere più tempo libero e un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Pandemia e digitale, la doppia faccia della medaglia La pandemia ha avuto un ruolo centrale sul cambio epistemologico del lavoro. Le persone hanno dovuto ripensare il proprio modo di lavorare, introducendo nella loro vita il digitale. Non tutti però erano pronti a questa rivoluzione: molti lavoratori hanno sperimentato frustrazione e ansia da prestazione, oltre a tecnostress e overworking, che possono sfociare in Burnout. Per alcuni è stato ancora più difficile distinguere i momenti di vita privata dagli impegni professionali, rendendo sempre più labili i confini tra questi due mondi. Ma è stata anche un’occasione per riallineare la vita alle proprie priorità. Lo smart working ha permesso di mettersi alla prova con un nuovo modello professionale più agile e autogestito. C’è chi ha tratto vantaggio da questa nuova modalità di lavoro agile, sperimentando una maggiore autonomia e flessibilità nella gestione dei tempi nell’organizzazione del lavoro. Il risvolto psicologico Con il Covid-19 abbiamo messo in discussione tutto ciò che era scontato: la libertà, la vita, il contatto umano, ma soprattutto il valore del tempo da dedicare ai propri cari e alle proprie passioni. La pandemia è stata una crisi, ha segnato un punto di rottura che ci ha costretto, con prepotenza, a pensarci come esseri umani, mortali, che transitano in questo mondo per un periodo limitato. Alla luce di questa consapevolezza, cosa è davvero importante? Vivere per lavorare o lavorare per vivere Il primo aspetto da mettere in discussione è proprio quello professionale. Siamo abituati ad un modello di lavoro totalizzante, dove l’identità professionale definisce chi siamo. Ma non è più così: la sovrapposizione fra occupazione e identità non appartiene più alla nuova generazione di lavoratori che non ha alcuna intenzione di rimandare la propria esistenza “a dopo”. La Yolo Economy Da questa consapevolezza è nato un nuovo stile di vita e mindset professionale: la Yolo Economy!L’acronimo YOLO è “You Only Live Once” (si vive una volta sola), e indica una nuova corrente di pensiero che ridefinisce il lavoro in maniera creativa e flessibile per garantire il benessere organizzativo. La Yolo Economy coinvolge soprattutto i giovani e prevede un drastico cambio di paradigma del mondo del lavoro articolato in alcuni punti cardine: flessibilità degli orari di lavoro; luoghi di lavoro adattabili e creativi; un lavoro in linea con le proprie attitudini e tempo libero per dedicarsi ai propri affetti e alle proprie passioni. E tu, cosa ne pensi del tuo lavoro?
Dal virtuale al reale e viceversa: nuova idea di Famiglia

Lo sviluppo tecnologico ha portato profondi cambiamenti nella quotidianità: con un semplice click, tutto diventa virtuale, compresi i bisogni personali di relazionarsi con gli altri. Oggi è molto facile, grazie ad internet, incontrare nuovi amici, allenarsi con un personal trainer o cucinare con uno chef stellato. Sono tante le applicazioni sul nostro smartphone che ci permettono di comunicare con chi è lontano. La messaggistica istantanea, le videochiamate, Facebook o Instagram sono alcuni esempi di utilizzo della tecnologia per accorciare la distanza tra di noi e per sentirci più vicini. La Psicologia ha evidenziato la trasformazione dei legami affettivi della Famiglia (qui), individuando un ciclo vitale, che cambia le relazioni tra i familiari. L’introduzione di un nuovo membro, infatti, fa cambiare gli obiettivi e gli equilibri (come ad esempio la nascita di un figlio). Allo stesso tempo, anche la famiglia con un figlio adolescente, cambia le proprie dinamiche interne. In rete, sono molti i download per i giochi di ruolo sociale, che simulano la realtà, in cui creare personaggi, con sembianze fisiche analoghe alle nostre. Gli avatar, infatti, lavorano, incontrano amici, si sposano, mettono al mondo dei figli, ripercorrendo così le tappe della vita reale. La pandemia ha intensificato l’utilizzo di un mondo simulato, in cui rifugiarsi, perdendo così il contatto con il qui e ora. Un profilo virtuale di un social network si confonde e si sovrappone a quello reale. Si perde così la funzione integrativa e ne si aumenta il fattore isolante. Il reale e il virtuale possono coesistere in un gioco di equilibrio tra le parti, dove la tecnologia non sostituisce la corporeità, ma la completa e, con un giusto approccio, la migliora. Se la famiglia fosse un frutto, sarebbe un arancio, un cerchio di sezioni tenute insieme ma separabili, con ciascun segmento distinto. (Letty Cottin Pogrebin)
Dal comportamento al comportamento problema

di Maria Valentina Di Sarno Una definizione Il comportamento può essere definito come il modo in cui un soggetto interagisce con il mondo circostante, quindi ogni parola, azione, reazione che messa in atto caratterizza il comportamento, ovvero il modo di rispondere alle sollecitazioni ambientali, fisiche e relazionali. I comportamenti di qualsivoglia natura hanno diverse funzioni e sono sempre orientati a: comunicare qualcosa, rispondere ad un bisogno, evitare certe situazioni, realizzare desideri, raggiungere obiettivi. Dunque, tutti i comportamenti sono orientati all’adattamento, alla comunicazione e al soddisfacimento di bisogni di varia natura (primari, di contatto, di riconoscimento, ecc). Un comportamento può essere definito “problema” quando è disadattivo e inappropriato, di una certa intensità, frequenza o durata da porre in serio rischio la sicurezza fisica della persona o degli altri. O ancora, un atteggiamento che limita in modo grave l’apprendimento, l’accesso alle ordinarie situazioni della vita sociale e rappresenta un ostacolo allo sviluppo intellettivo, affettivo, interpersonale o fisico del soggetto. Cos’è un comportamento problema? I comportamenti problema si presentano molto frequente mente in soggetti con diagnosi di disturbi dello spettro autistico e rappresentano un ostacolo all’adattamento funzionale e allo sviluppo di nuove capacità. Possono rappresentare un ostacolo all’apprendimento, in quanto comportano un sovraccarico psicofisico eccessivo ed inoltre sono correlati a stati ansiosi, di tensione, paura e disagio. Un esempio di tali comportamenti possono essere le reazioni emotive eccessive in relazione a determinate situazioni, come: crisi di rabbia per piccole frustrazioni opposizione sistematica alle richieste dell’adulto rigidità di certe abitudini e rituali. Un concetto fondamentale rispetto al comportamento problema riguarda il fatto che per esser stato appreso ha dovuto senz’altro condurre a conseguenze positive o ad un vantaggio. “In sostanza il comportamento problema, così come tutti i comportamenti, ha sempre uno scopo, è atto a comunicare qualcosa e rappresenta una modalità di adattamento, anche se disfunzionale” (Pontis, 2018). Il comportamento problema può dunque avere diverse funzioni: ottenere qualcosa, per esempio attenzioni. evitare qualcosa, per esempio un compito. soddisfare un bisogno, comunicare un disagio. Inoltre, tali condotte sono sempre dirette ad uno scopo ben preciso che se non viene preso in considerazione nel corso dell’intervento è probabile compaia un altro comportamento problematico, diretto al raggiungimento di quel medesimo scopo. Il comportamento problema deve essere sempre contestualizzato, in quanto non è mai esso stesso in senso stretto ad essere un problema, quanto invece lo è l’effetto che quest’ultimo ha nella complessa interazione del bambino con l’ambiente (Haim Brezis, 1986). Questi non fa parte della patologia, ma è la conseguenza dei deficit dovuti alla patologia ed è sicuramente stato modellato inavvertitamente dall’ambiente circostante. La prevalenza di comportamenti problema è inversamente proporzionale al repertorio di abilità adattive dell’individuo. COME GESTIRE UN COMPORTAMENTO PROBLEMA L’osservazione e l’analisi funzionale di tali comportamenti possono essere utili per cercare di capire che significato e che scopo ha in quella determinata situazione. E’ necessario registrare attraverso l’osservazione e l’intervista con insegnanti e genitori e/o figure di riferimento, la tipologia di comportamento, il contesto in cui si è verificato, cosa è accaduto prima dell’insorgere del comportamento e cosa è accaduto dopo. Un’analisi funzionale sistematica e attenta è necessaria per poi progettare degli interventi ad hoc che abbiano lo scopo di far estinguere il comportamento problema e/o sostituirlo con uno più funzionale all’adattamento (Brezis, 1986). In definitiva, un’attenta osservazione e l’analisi funzionale sono strumenti che possono guidare la progettazione di un intervento mirato all’apprendimento e al rinforzo di strategie adattive più funzionali. E’ sempre importante non trascurare i significati che tali condotte hanno per il bambino o la bambina e a quali bisogni profondi risponde. Per la natura di ciascun comportamento problema bisogna utilizzare delle alternative funzionali che possano sostituirli: – se il comportamento problema ha come funzione la fuga dal compito, si possono proporre una gamma di compiti tra i quali il soggetto può scegliere; – se la funzione fa riferimento alla richiesta di attenzione, si potrebbero proporre immagini delle persone con cui il soggetto potrebbe voler interagire, oppure una strategia funzionale per richiamare l’attenzione della persona desiderata; – se la funzione è l’accesso a oggetti tangibili, si può offrire una scelta tra una varietà di oggetti gratificanti. DUE MODALITA’ DI INTERVENTO SUI COMPORTAMENTI PROBLEMA INTERVENTI REATTIVI : consistono nel manipolare le conseguenze di modo che, attraverso il comportamento problematico, non si possa accedere al rinforzatore che fino ad allora lo aveva mantenuto in vita. INTERVENTI PROATTIVI: consistono nella manipolazione degli eventi antecedenti per insegnare al bambino un comportamento sostitutivo incompatibile o alternativo a quello problematico.