IL DENARO È SEMPRE MOTIVAZIONE ESTRINSECA?

Come tutti sappiamo, il denaro è una motivazione estrinseca per eccellenza!  Prima di continuare è utile ricordare la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca: siamo mossi da motivazione intrinseca tutte le volte che ci impegniamo in un’attività senza il bisogno di ricompense esterne, ma solo perché abbiamo piacere nel farla; invece, quando un’attività non ci porta di per sé alcuna gratifica, spesso per agire abbiamo bisogno di una motivazione estrinseca.  Ora dovrebbe essere più chiaro perché il denaro è sicuramente una delle motivazioni estrinseche. Se si lavorasse solamente per guadagnare, allora potremmo affermare che il denaro è sicuramente motivante. MA SIAMO CERTI CHE IN TUTTI I CONTESTI LAVORATIVI IL DENARO E’ UNA MOTIVAZIONE ESTRINSECA? Nei lavori ad alta motivazione intrinseca se si ancora il pagamento alla performance, gli incentivi estrinseci demotivano molto poiché fanno calare il piacere intrinseco della motivazione. Questo avviene poiché: c’è uno spostamento dell’attenzione dal piacere al dovere viene introdotta la dimensione del controllo (“se produci, ti pago”) si incrinano le relazioni rendendole più impersonali tra capi e utenti e più competitive tra colleghi si rischia che l’incentivo monetario sostituisca altri incentivi più importanti (come il supporto sociale, il sentirsi autonomi, il ricevere dei feedback…) Queste scoperte sconvolgono totalmente gli assunti degli economisti, in quanto in un’ottica prettamente economica e puramente comportamentista più si pagano le persone più le performance dovrebbero migliorare. In realtà, questi studi dimostrano che non è affatto vero che il rinforzo monetario agisce direttamente sulla prestazione, ma piuttosto sullo sforzo e sull’impegno che le persone ci mettono.  Inoltre, da alcune ricerche emerge anche l’esistenza di una bassa correlazione tra quanto si è pagati e quanto si è soddisfatti del proprio lavoro. Questo dipende dal fatto che possono esserci altri aspetti del lavoro considerati come più importanti (come i contenuti, l’autonomia, la job security, il worklife balance), dalla teoria dell’adattamento edonico, dal confronto sociale e dall’equità organizzativa percepita.  TEORIA DELL’ADATTAMENTO EDONICO Partendo dalla teoria dell’adattamento edonico, un cambiamento nel reddito può impattare sulla nostra soddisfazione solamente in modo temporaneo in quanto ci adattiamo presto alla nuova situazione. Il modello economico presuppone che a pari condizioni, si dovrebbero avere gli stessi livelli di soddisfazione. Facciamo un esempio: se lo stipendio non cala, la propria soddisfazione dovrebbe rimanere costante, ma in realtà non accade così. La nostra soddisfazione aumenta in concomitanza dell’aumento dello stipendio, ma dopo un certo periodo di tempo i livelli di questa diminuiscono. Questo accade perché il nostro sistema percettivo funziona per variazioni e ci adattiamo facilmente alla nuova circostanza. EFFETTO DEI PARI E DELLA POSIZIONE RELATIVA In aggiunta, la nostra soddisfazione non deve mai essere considerata in termini assoluti, ma relativi: ci riteniamo soddisfatti della nostra paga in base a quanto guadagnano i nostri colleghi. Questo è dovuto al cosiddetto effetto dei pari e della posizione relativa: se percepiamo di non essere tra i primi in classifica, è più probabile che proviamo un senso di insoddisfazione. EQUITA’ ORGANIZZATIVA PERCEPITA Infine, al di là del valore assoluto del nostro stipendio, è più importante capire quanto le persone percepiscono che la loro paga sia equa rispetto a quella dei colleghi e quanto sia equa rispetto al contributo che ognuno personalmente porta. Per concludere, considerare il denaro solamente come una motivazione estrinseca è molto rischioso in quanto in certe situazioni può assumere un potere negativo. Per questi motivi, l’incentivo monetario deve essere trattato con molta cura! BIBLIOGRAFIA: Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollar and sense. How we misthink money and how to spend smarter. USA Kahneman, D., Knetsch, J.L, & Thaler, R.H. (1990). Experimental tests of the endowment effect and the coarse theorem. Journal of Political Economy, 98(1990), 1325-1348 Singler, E. (2018). The four challenges of behavioral science in the workplace: cognitive biases in action. (a cura di), Nudge management: applying behavioral science to boost well-being, engagement and performance at work(pp.47-87). Francia: Pearson

Da fanciulla a donna: comunicare l’arrivo delle mestruazioni

Da dove si parte?quali parole utilizzare?come non traumatizzare il proprio figlio?questi e tanti dubbi affollano la mente di un genitore che deve comunicare l’avvicinarsi del ciclo mestruale. che emozione si prova? Alcuni anni fa parlare di mestruazioni procurava imbarazzo. Spesso di fronte la prima mestruazione si arrivava impreparati. Nascevano sentimenti di sorpresa e di paura. La fanciulla che sta vivendo questo momento si ritrova a provare emozioni contrastanti: gioia di diventare grande, ma allo stesso tempo tristezza nel dover gestire questa “fatica”. Questa confusione emotiva non guidata dall’adulto può far emergere in lei malesseri fisici, ansia, pessimismo. Oggi si è capito che è necessario parlarne con chiarezza ed apertura: è importante spiegare i cambiamenti che subirà il corpo, il significato di quella trasformazione, il valore del passaggio da bambina a donna. Quando iniziare a parlarne La maggior parte delle ragazze ha il primo periodo (detto menarca) tra i 12 e 13 anni, ma alcune ragazze possono iniziare molto precocemente, anche a 8 anni, ed altre più lentamente, anche a 16 anni. Se si aspetta a parlarne quando il ciclo arriva è sicuramente troppo tardi. Cosa dire? E’ necessario rispondere molto chiaramente alle domande che tua figlia ti farà. Considerato che intorno ai 10 anni si attesta il principale cambiamento del corpo, deve essere spiegato che questo è dovuto alla maturazione di alcuni ormoni. Questi ormoni sono i responsabili del cambiamento che avviene in alcuni organi. Il seno inizia a crescere, in genere tra i 9 e 13 anni Il pube e le ascelle si ricoprono di peli Il grasso corporeo comincia a distribuirsi nei punti che formano le forme femminili Il viso può riempirsi di bollicine e di acne. Alcuni segni premonitori del primo ciclo o menarca, sono: Notevole sviluppo della crescita in altezza Stato di malessere generalizzato Dolori addominali Cosa fare? Parlane a tua figlia con molta naturalezza e semplicità, non c’è nulla di cui ci si debba vergognare, in fondo si parla dell’essere donna. Aiuta invece tua figlia ad accogliere l’ingresso nel mondo delle donne come un momento di serenità. Prima mestruazione come preparare una bambina? In alcune famiglie dove ancora sopravvive il tabù delle mestruazioni questo importante evento viene addirittura nascosto, represso, rifiutato. La bambina che sta crescendo non viene accompagnata in questo suo cammino di crescita e si ritrova sola a dover affrontare questo cambiamento fisico ed emotivo. Un cammino questo difficile in quanto viviamo in un mondo che non ci lascia il tempo di fermarci, di farci trasportare dal nostro corpo, di ascoltarlo e di metterci in contatto con i suoi ritmi. Ogni donna deve così riuscire a riconquistarsi il valore più autentico delle proprie mestruazioni, considerarle una benedizione perchè strettamente collegate alla vita e in collegamento con i ritmi della natura. Solo se si è giunte a questa conquista è possibile riuscire a trasmettere alle proprie figlie il vero significato del ciclo mestruale in modo naturale, semplice e trasparente anche attraverso libri idonei. Quando giunge il momento tanto atteso della prima mestruazione e vostra figlia ve lo comunica abbracciatela, datele il benvenuto in questo meraviglioso mondo femminile, fatele trascorrere la giornata con voi, comunicate la cosa al papà, chiedete a vostra figlia se vuole festeggiare questo momento, accettate qualsiasi sua risposta e accompagnatela con cura e presenza nel suo cammino di vita.

Il colloquio clinico di stampo psicodinamico

Il colloquio costituisce lo strumento più importante a disposizione dello psicologo clinico. Poiché “l’oggetto d’indagine” è un individuo, nulla può sostituire la conoscenza diretta dell’altro che si verifica attraverso il dialogo. L’approccio psicodinamico al colloquio clinico si basa sull’importanza della relazione tra terapeuta e paziente. Quando questi ultimi s’incontrano per la prima volta sono due sconosciuti che entrano in contatto, ciascuno con una serie di aspettative riguardanti l’altro. La cornice concettuale del colloquio dinamico è che coinvolge due persone. Ciascuno porta un passato personale nel presente e proietta aspetti interni di rappresentazioni del Sé e dell’oggetto nell’altro (Langs). Uno dei compiti principali del terapeuta psicodinamico è quello di differenziare i sentimenti e le reazioni verso il paziente che nascono dal controtransfert in senso stretto da quelli che nascono da vissuti propri. Questo dipende dalla familiarità che ciascuno ha con il proprio mondo interno per cui avere un’esperienza di trattamento personale (psicoanalisi o psicoterapia) è estremamente preziosa per individuare e comprendere il controtransfert. Il transfert è attivo in ogni relazione significativa, elementi di transfert sono presenti fin dal primo incontro tra terapeuta e paziente. Il transfert può svilupparsi addirittura prima dell’incontro poiché entrambi possono farsi una costruzione dell’altro attraverso delle informazioni che possiedono. Il transfert è per definizione una ripetizione, cioè i sentimenti associati ad una figura vengono vissuti nei confronti del terapeuta nel colloquio. Ovviamente gli schemi transferali in un colloquio clinico psicodinamico forniscono indicazioni su relazioni significative della vita del paziente. Per terapia psicodinamica s’intende un metodo di cura fondato sul presupposto teorico che i problemi psicologici siano la manifestazione di conflitti interni alla psiche e che la chiave del loro superamento stia nel portare il paziente a prendere conoscenza di tali conflitti. Il primo obiettivo di un colloquio psicodinamico deve essere sempre quello di stabilire un rapporto ed una comprensione condivisa. Ciascun individuo è l’autore della propria storia. Ognuno vive contemporaneamente in un mondo esterno ed in un mondo interno: nel primo si è più coscienti, nel secondo si è all’oscuro. Il mondo interno inconscio determina i sentimenti e le azioni che si hanno nel mondo esterno. Tra il mondo interno e quello esterno c’è una costante interazione. Se essi sono in armonia non si verificano problemi, ma se i progetti e i desideri consci differiscono da quelli inconsci ci troviamo di fronte al conflitto e alla confusione. Il colloquio clinico che si svolge tra due persone avviene in un luogo e questo luogo ha una grande importanza nello svolgimento del colloquio stesso. Tale relazione s’inscrive all’interno di un setting con il quale mantiene un rapporto dinamico. Il compito del terapeuta è quello di cercare di essere empatico e far sentire il paziente accettato e considerato come una persona unica con problemi propri. I terapeuti che cercheranno di immergersi empaticamente nelle esperienze dei pazienti favoriranno un legame con loro basato sul tentativo di comprendere il punto di vista del paziente. Piuttosto che fare commenti rassicurativi (tipici di amici e familiari), il terapeuta dovrebbe riconoscere e condividere con il paziente la sua sofferenza. Accanto a questo dovrebbe cercare di interpretare il materiale che porta il paziente stando attento alle difese che sono in atto. Il terapeuta non è “un genitore che giudica”, ma un genitore comprensivo che cerca di guidarlo per le strade della sua mente. Un approccio psicodinamico fornisce una comprensione diagnostica estremamente attenta alle debolezze e alle forze dell’io dei pazienti, alle loro relazioni oggettuali intrapsichiche quali si manifestano nei rapporti familiari e sociali, alla loro capacità di lavoro psicologico e alle origini infantili dei loro attuali problemi. Una valutazione psicodinamica può portare il clinico a valutare interventi interpretativi e fa affiorare materiale inconscio.

Regolare le emozioni dei bambini

Regolare le emozioni dei bambini è un compito che l’adulto deve svolgere. Quali sono le strategie da attuare? La regolazione emotiva indica la capacità di modulare l’intensità e la durata delle emozioni, valutando l’ambiente e adattandosi in modo flessibile a seconda del contesto in cui ci si trova. Nei bambini, tra 0 e 3 anni, quando si sperimenta un’emozione, ad essa, usualmente, corrisponde un’azione, senza che ci sia la mediazione del pensiero (come avviene per gli adulti). Per questo motivo, il bambino non è in grado di gestire le sue emozioni e quindi le azioni e, in questo, è necessario l’intervento dell’adulto. In cosa può consistere? E’ importante che i bambini vengano contenuti da un adulto capace di sorreggere le loro emozioni, regolarle e mostrare quali possono essere i comportamenti più funzionali. In questo modo, col passare del tempo, impareranno da soli a gestire i propri stati emotivi. All’età di circa 7, 8 anni i bambini sviluppano la metacognizione, grazie alla quale possono riflettere sui propri stati mentali ed auto-osservarsi. Così, imparano a gestire da soli le proprie emozioni, anche quelle più intense. Il bambino, dunque, necessita di un adulto che sia emotivamente disponibile e sufficientemente in sintonia con lui, in modo da fornirgli aiuto quando, in preda alle proprie emozioni, può mettere in atto reazioni intense. Tuttavia, il passaggio all’autoregolazione emotiva è un processo soggettivo. Le differenze dipendono sostanzialmente sia da fattori di natura biologica e temperamentale sia possono essere legati agli stili di attaccamento e ai contesti educativi. Non dimentichiamo, dunque, che quelli che definiamo “capricci“, a volte sono espressione di un bambino che sta comunicando, con i mezzi che ha a disposizione, ciò che vive in quel momento. Più il bambino è piccolo, più comunica attraverso i propri comportamenti. E’ utile dunque che l’adulto in questi momenti si chieda: come si sente? che bisogni ha? Siamo noi adulti che, avendo una maturità diversa, abbiamo la capacità di fermarci a riflettere per gestire in modo adeguato le diverse situazioni, in un modo che sia utile per la crescita dei nostri bimbi. Ma vediamo insieme qualche strategia che l’adulto potrebbe utilizzare: fornire al bambino un contatto fisico rassicurante (holding). Il contenimento può essere utile sia in casi di rabbia che di agitazione o tristezza. In questo modo il bambino comprende che l’adulto è più forte delle loro emozioni e questo li può rassicurare. Nominare il più possibile ciò che sta succedendo e offrirgli alternative di comportamento lo aiuta a comprendere e poi a padroneggiare quello che vive. Ricordiamoci che tutte le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti! Anche l’adulto può esprimere i propri sentimenti al bambino, valutando bene il momento. Se ciò che l’adulto sta provando è disorganizzante, sarebbe meglio allontanarsi e riavvicinarsi quando si è calmi, spiegando ciò che è successo. “L’adulto deve fare bene l’adulto se si vuole che il bambino impari a fare bene il bambino” G. Nicolodi

Come vi fa sentire il Natale? I rituali e la loro funzione

Il periodo di Natale è un momento complesso dell’anno. Al di là del significato religioso, il Natale e i rituali che lo accompagnano – cene, pranzi, scambi di regali – porta con sé diverse e spesso contrapposte emozioni. Alcune persone lo vivono come una festività gioiosa e importante per rafforzare e celebrare i legami familiari, altre lo soffrono per lo stesso motivo: quando si hanno legami ambivalenti o negativi con le persone che compongono la famiglia, o se non si ha un nucleo familiare con cui festeggiare, o si è subita una perdita o un lutto, il Natale può diventare fonte di grande sofferenza e acuire le esperienze di solitudine degli individui. Il Natale, con la sua portata di emozioni comunque forti, positive o negative, è un perfetto esempio di uno dei comportamenti umani più frequenti in tutte le culture e a tutte le latitudini: l’utilizzo del rituale. I rituali accompagnano la nostra esistenza dalla nascita alla morte e hanno un potentissimo effetto sia sociale sia psicologico: contribuiscono a strutturare la nostra vita. I rituali di gruppo accompagnano e definiscono gli eventi sociali significativi : nascite, compleanni, matrimoni, funerali, lauree, etc. Molte persone hanno rituali personali che aiutano a organizzare le loro giornate: iniziare la giornata con gli stessi gesti, fare alcune azioni prima di una prova importante; esistono mille possibilità di ritualizzare un momento e ognuno di noi conosce i propri gesti ripetuti in occasioni personali di vario rilievo. La ripetizione è la chiave e l’essenza del rituale e la ricerca – psicologica, antropologica e sociale – conferma che i rituali offrono  numerosi vantaggi psicologici, dandoci un senso di controllo e contribuendo a ridurre l’ansia relativa a un particolare evento. Tornando al Natale, periodo in cui i dolci saranno protagonisti, parliamo di un’altra funzione del rituale: quella di amplificare il piacere. I ricercatori dell’Università del Minnesota e di Harvard hanno dimostrato che l’attuazione di un rituale aumenta il piacere di mangiare cioccolato. L’esperimento era semplice e ha coinvolto due gruppi di persone. Ad un gruppo veniva data una barretta di cioccolato e si invitavano le persone a mangiarlo. Ad un secondo gruppo, prima di far consumare la barretta di cioccolato,  i ricercatori chiedevano di eseguire un rituale: spezzare a metà la barretta di cioccolato senza rimuovere la confezione esterna, quindi scartare solo metà della barretta e mangiarla, e infine scartare la seconda metà e mangiarla. È stato in seguito somministrato un questionario a tutti i partecipanti. Rispetto alle persone del primo gruppo, i partecipanti del secondo gruppo, che avevano eseguito il rituale, hanno attribuito punteggi significativamente più alti, testimoniando di avere apprezzato di più il cioccolato, di averlo mangiato più lentamente per poterlo assaporare e di averlo valutato come più saporito. I rituali sembrano quindi anche aumentare il piacere e il nostro coinvolgimento nelle esperienze. Se il Natale non è la vostra passione, potete pensare di creare un piccolo rituale personale per sopportarlo più facilmente; o, perlomeno, per amplificare il piacere di qualcosa che vi piace. E aiutarvi, così, a superarlo meglio.

Natale e social detox: la FOMO non va in vacanza

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Natale e social detox: cosa fare quando la FOMO non va in vacanza?Viviamo in una società iperconnessa, i nostri ritmi sono sempre più frenetici e i nostri tempi scanditi dall’incessante trillo di notifiche. Tra smart working, email e social networks siamo sempre incollati ad uno schermo. Le vacanze di Natale sono un’occasione perfetta per depurarci dall’utilizzo smodato della tecnologia, eppure non sempre è così. Questo perché i dispositivi digitali sono ormai parte integrante della nostra vita e costituiscono uno strumento indispensabile per raccontare la quotidianità e coltivare le relazioni. Talvolta l’attaccamento allo smartphone assume contorni sempre più preoccupanti, spie di una vera e propria sindrome: la FOMO. L’acronimo si traduce letteralmente in “fear of missing out“, ovvero la paura di essere tagliati fuori e si riferisce alla preoccupazione compulsiva riguardo alla perdita di un’opportunità di interazione sociale. La FOMO costituisce una vera e propria forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso” e al tempo stesso manifesta il desiderio, talvolta ossessivo, di monitorare costantemente ciò che viene pubblicato dai suoi amici sui social networks. Questa tendenza si conferma anche in vacanza, dove sempre più utenti scelgono di utilizzare gli strumenti digitali come forma di intrattenimento. L’esigenza di restare perennemente connessi e postare contenuti in real time talvolta arriva all’esasperazione e genera un sovraccarico emotivo fonte di ansia e stress che si riflette negativamente sulla salute mentale. La soluzione è il social detox: ovvero un periodo di disintossicazione dai social media e dai digital device quando diventano una presenza troppo invadente e ingombrante, per riscoprire l’interazione genuina nella vita reale. Come attuare il social detox? Stabilire dei tempi per la fruizione digitaleImporsi un tempo massimo da dedicare ai social networks e rispettarlo, ci aiuta a prendere il controllo della nostra vita e a limitare le occasioni di distrazione, rafforzando così l’autocontrollo e la capacità di concentrazione. Privilegiare attività che implicano il contatto direttoRiappropriarsi del piacere di vivere le relazioni vis a vis, apprezzare la compagnia delle persone con cui si condividono interessi e passioni e costruire nuove opportunità di interazione nella vita reale. Affrontare il disagioSpesso la dipendenza da smartphone o da altri strumenti digitali cela un malessere latente, è bene prendere coscienza del proprio disagio ed avere il coraggio di chiedere aiuto per prendersi cura del proprio benessere psicofisico. Quando ci si accorge di non possedere gli strumenti per fronteggiare il problema in maniera autonoma è importante chiedere aiuto ad un professionista che possa guidarci verso la risoluzione.

Il giovane adulto e la sua famiglia

giovane adulto

Oggigiorno, l’uscita dalla famiglia è sempre più ritardata. Per motivi di studio o lavorativi, la permanenza del giovane adulto con i suoi genitori è prolungata nel tempo. Questa fase evolutiva del ciclo naturale della famiglia può avere aspetti vantaggiosi: se il giovane adulto resta in famiglia per un periodo transitorio, allora si ha la possibilità di sperimentare ed inserire al meglio nei diversi contesti sociali. La famiglia quindi dovrebbe essere considerata come trampolino di lancio per i propri figli. In contesti funzionali, i genitori facilitano il processo di separazione fisica e psicologica dei loro figli ormai adulti e reinvestono le loro attenzioni su se stessi e sulla coppia. In questo processo l’impegno del giovane è quello di costruirsi e consolidare una vita effettiva e lavorativa autonoma. D’altro canto i genitori devono accettare l’adultità dei figli rinegoziando la relazione con loro. E’ necessario creare adesso un rapporto alla pari tra adulti responsabili ed individualizzati. In Italia, il fenomeno dei mammoni è in forte crescita e le cause possono dipendere da fattori esterni, come un mancato inserimento lavorativo. Allo stesso tempo ci possono essere anche fattori familiari. In questa famiglia, la provvisorietà del rimanere ancora in casa con i genitori è spesso alimentata da accordi impliciti su entrambi i fronti. I genitori da un lato incoraggiano questo stato di impasse, con atteggiamento complice. Spesso i genitori sentono ancora forte il desiderio di accudimento e cura del figlio, non considerandolo adulto. Altri ancora vivono la solitudine in maniera depressiva cosicché da far “intenerire” il proprio figlio. L’uscita del figlio dalla famiglia si realizza solo se tutto il sistema familiare ridefinisce confini e relazioni in modo evolutivo.

Il cervello può modificarsi? Ansia e Depressione: quali aree cerebrali sono coinvolte e come possono “modificare” il cervello

di Alessia Barbato NON DEVI CONTROLLARE I TUOI PENSIERI. DEVI SOLO SMETTERE DI LASCIARTI CONTROLLARE. (Dan Millman) Da sempre si parla degli effetti dei disturbi depressivi o d’ansia sulla struttura cerebrale. Uno studio (Poul Videbech,MD and B. Ravnkilde,2015) mostra però che la Depressione è collegata ad aree del cervello, come l’ippocampo, che si riducono di dimensioni. L’ippocampo è una delle aree del cervello che è stata ampiamente studiata nei pazienti con disturbi dell’umore. Questo interesse si basa su un ampio corpus di studi neuropsicologici e di neuroimaging. L’ippocampo è coinvolto nell’apprendimento e nella memoria episodica e dichiarativa , che diventano spesso deficitarie con la depressione. Inoltre, un’ampia ricerca sui roditori e sull’uomo (Kim JJ, Diamond DM, 2002) ha dimostrato che le sue funzioni mnemoniche e la sua neuroplasticità sono altamente sensibili allo stress, cioè all’aumento dei livelli di cortisolo, che si trova in un’ampia percentuale di pazienti con DM (depressione maggiore). Tuttavia, quando la depressione è associata all’ansia un’area del cervello diventa “significativamente” più grande. Un nuovo studio (D. Espinoza Oyarce, 2020) pubblicato dai ricercatori dell’Australian National University (ANU), ha scoperto che nel tempo l’associazione tra disturbi depressivi e d’ansia ha un profondo effetto sulle aree del cervello associate alla memoria e all’elaborazione emotiva. Lo studio ha esaminato il cervello di oltre 10.000 persone per trovare gli effetti della depressione e dell’ansia sul volume del cervello. Quando, dunque, entrambi i disturbi si manifestano insieme, portano ad un aumento delle dimensioni della parte del cervello legata alle emozioni, l’amigdala. L’ansia riduce in media l’effetto della depressione sulle dimensioni del volume del cervello del 3%, nascondendo in qualche modo i vari effetti di riduzione della depressione; ciò diventerebbe ancora più rilevante più avanti nella vita perché un ippocampo più piccolo è un fattore di rischio per l’Alzheimer e potrebbe accelerare lo sviluppo della demenza. Grazie a questi studi, dunque, è possibile poter parlare di “aree cerebrali che subiscono modifiche”, ma per capirne ancora di più, soprattutto per capire  le conseguenze di questi disturbi, i neuroscienziati continuano oggi ad approfondire queste interessanti ricerche. Bibliografia Kim JJ, Diamond DM, 2002 “The stressed hippocampus” Puol Videbech, MD,B. Ravnikilde  “Hippocampal Volume and Depression: A Meta-Analysis of MRI Studies” 2015 Daniela Espinoza Oyarce “your brain gets bigger if you’re anxious and depressed” 2020

Compiacenza: bisognosi di riconoscimento e approvazione

La compiacenza è una carenza di autoriconoscimento: un cercare all’esterno l’approvazione che non si è in grado di trovare dentro di sé. “Mille fiori di plastica non fanno fiorire un deserto. Mille ombre vuote non riempiono una stanza”. F. Perls “Sono come tu mi vuoi” è il tipico atteggiamento di chi, per essere accettato e riconosciuto, cerca di soddisfare le aspettative altrui a scapito della propria individualità. Si tratta di un tipo di manipolazione che si costruisce nei primi anni di vita, quando il bambino apprende a sacrificare i suoi modi spontanei per adattarsi ai bisogni e alle richieste dell’ambiente in cui cresce e garantirsi, così, attenzione e amore. Questa forma di iperadattamento, che nasce come soluzione di sopravvivenza, nel tempo diventa un ostacolo per l’autoaffermazione e l’autonomia. Winnicott parla di “falso sé“, descrivendo la situazione in cui la personalità si sviluppa su una base di imitazione, anziché di identificazione. Chi si preoccupa sempre di piacere/far piacere agli altri, svaluta il proprio modo di essere, di pensare, sentire e agire. Tende ad assumere la prospettiva dell’altro, conformandosi alle sue idee, ai suoi gusti e ai suoi desideri. La difficoltà a differenziarsi Nella spinta a compiacere vi è una carenza del processo di differenziazione e individuazione che può sfociare in confluenza. Si può essere consapevoli di sé stessi e dei propri bisogni e compiacere per evaderne la responsabilità. Oppure, quando i confini sono deboli, si può avere difficoltà a distinguere ciò che proviene dall’altro da ciò che proviene da sé. La persona compiacente ha un funzionamento dipendente e simbiotico, anche se talvolta nascosto dietro una immagine controdipendente di falsa autonomia. Per cui non sempre in figura vi sono insicurezza e vulnerabilità. Alcune volte, infatti, la compiacenza si mescola alla ricerca di perfezionismo e ad una forma di narcisismo grandioso che dissimula la fragilità relegata al mondo interno. In questo caso, ancor più che approvazione (“dimmi che vado bene”), si cerca potere e ammirazione (“dimmi quanto sono speciale/indipensabile”). La difficoltà a dire di no e a chiedere La compiacenza è caratterizzata da una difficoltà a dire di no e a chiedere. Saper dire di no fa parte della capacità di differenziarsi dall’altro, fondamentale non solo per autoaffermarsi ma anche per proteggersi e rifiutare ciò che non si vuole. Saper chiedere ha a che fare, in maniera specifica, con la responsabilità di esternare un proprio bisogno attraverso l’esplicitazione di una richiesta. In entrambi i casi, i rischi da correre sono percepiti come troppo elevati. Un giudizio negativo o un rifiuto, ad esempio, possono essere vissuti come una disconferma di sé stessi, assoluta e definitiva. Internamente può aprirsi uno scenario catastrofico di perdita, che non è solo perdita dell’altro ma anche, e più profondamente, perdita di sé. Il vuoto interiore e la mancanza d’essere Secondo Winnicott la compiacenza porta con sé un senso di futilità per l’individuo e si associa all’idea che niente sia importante. Che la vita non valga la pena di essere vissuta, poiché il mondo viene conosciuto solamente come qualcosa in cui ci si debba inserire e che richiede adattamento. D’altro canto, nello sforzo di evitare il vuoto interiore della mancanza d’essere, vi è una fuga da sé stessi, dal pericolo di sentirsi persi e persino niente. Il contatto profondo con la propria solitudine viene rifuggito in quanto esperienza che minaccia l’integrità costruita, fino a quel momento, nell’inautenticità. La persona dipende dallo sguardo dell’altro: può sentire di esistere solo in funzione dell’immagine che l’altro rimanda di sé. Nella ricerca di approvazione vi è dunque una negazione della propria identità e, insieme, una ricerca, talvolta disperata, di una identità. La rabbia Sotto la maschera della compiacenza, fatta di sorridente iperdisponibilità e affabile o remissiva accondiscendenza, possono esservi emozioni, non sempre consapevoli, di rabbia, rifiuto, vendetta.   L’altro può essere visto non solo come un Salvatore ma anche come un Persecutore e, più di rado, come una Vittima. Alle fantasie salvifiche di riscatto (“finalmente sarò riconosciuto/a per come sono”), o grandiose (“ti conquisterò con la mia straordinarietà”), possono alternarsi fantasie catastrofiche di conferma della propria mancanza di valore (“mi dirai anche tu che non vado bene, che non c’è spazio per me”). Ma dal momento che se vi è possibilità di salvezza questa dipende dall’esterno, la persona compiacente tende ad assoggettarsi all’altro e a passivizzarsi. E, al tempo stesso, a confermare la posizione infantile originaria di salvare l’altro per salvare, in ultimo, sé stessa. In tal modo, va perlopiù incontro all’esito autodistruttivo del dirigere e agire la rabbia contro di sé. Sentendosi spesso sbagliata e in colpa per com’è e, in alcuni casi estremi, per il fatto stesso di esistere. Riappropriarsi di sé stessi Liberarsi dalla compiacenza significa perdere la sicurezza che deriva dall’illusione di controllo e onnipotenza. Implica un lavoro psicoterapeutico che guardi alla ferita antica del non essersi sentiti riconosciuti da bambini. Che miri a sciogliere i conflitti interni che impediscono i processi separativi, l’emergere del sé autentico e il raggiungimento dell’autonomia. Fare esperienza dell’essere visti e accolti per come si è, in tutte le proprie parti. Correre il rischio di incontrare sé stessi e di incontrare l’altro, in una relazione autentica. Al di fuori di inganni e manipolazioni. Scoprire il vuoto come spazio vitale e creativo da cui dare forma e senso alla propria esistenza. Assumersi la responsabilità di ciò che si è e dei propri bisogni. “Si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti profondamente da un’altra persona. Perché sentirsi “tenuti a mente” significa sentire “tenuti insieme” i nostri vari aspetti.” (Winnicott)

Il bambino adottato e l’importanza delle prime figure di attaccamento

È nel nucleo familiare che nascono le prime relazioni interpersonali: in famiglia si apprende la maniera di rapportarsi agli altri, dell’esprimersi verbalmente, del dare e del ricevere. L’importanza del primo legame di accudimento Winnicott sostiene che, per un sano sviluppo, il bambino debba crescere in un ambiente favorevole dove la madre (o il cargiver) sappia comprendere appieno i bisogni del figlio. Attraverso l’handiling ossia la manipolazione, la madre avvia un processo di personalizzazione senza il quale il bambino non potrebbe sentirsi “persona”. La rottura del legame di attaccamento è probabile causa di disturbo, così anche l’internalizzazione di modelli d’attaccamento precoce disturbati, possono influenzare le relazioni successive in modo da rendere la persona più esposta e più vulnerabile (Bowlby). Bowlby rileva, dunque, la necessità di “una base sicura” per una buona salute mentale, l’attaccamento di cui parla va oltre il soddisfacimento dei bisogni primari, si tratta del bisogno concreto di vicinanza e di affetto. Determinate carenze dell’infanzia possono portare a disturbi del comportamento o a patologie come la depressione o all’ansia, come esito di disgregazioni infantili del legame con i genitori, fino a comportamenti psicopatici. La funzione riparativa dei genitori adottivi Il bambino adottato è un bambino che, nella maggior parte dei casi, non ha vissuto questo primo legame d’attaccamento per cui i genitori adottivi si trovano a dover fare una sorta di “riparazione” per cercare di riproporre un nuovo legame di attaccamento. La coppia genitoriale dovrebbe cercare di creare un proprio spazio interno, uno spazio emotivo-affettivo per il bambino adottato, che gli permetta di sviluppare le proprie potenzialità, di accogliere i suoi bisogni specifici e di favorire l’elaborazione del suo passato traumatico. La coppia dovrebbe cercare di aiutare il figlio adottivo ad elaborare il lutto per i genitori biologici, lavoro senza il quale risulta difficile pensare ad un buon attaccamento ed un successivo adattamento ai genitori adottivi. Nei casi in cui il bambino è informato o ha il vissuto del fatto che i genitori biologici lo hanno rifiutato, può avere delle fantasie aggressive verso quest’ultimi con la conseguente paura di essere punito. Questa situazione lo porterà a conformarsi facilmente alle richieste della famiglia adottiva, sviluppando un falso Se’ (Winnicott). Quando la relazione adottiva non segue il suo giusto percorso si farà presente un sentimento di estraneità e di diversità che segnala l’impossibilità reciproca di amarsi.