Empatia e social network: connettere le emozioni

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Empatia e social network. È davvero possibile?Quando si parla di tecnologia si è abituati a pensare ad un qualcosa di freddo e privo di emozioni. Anche la comunicazione che avviene attraverso gli strumenti digitali appare spesso meccanica e impersonale perchè priva di elementi non verbali e paraverbali che ci forniscono indizi importanti sul nostro interlocutore. Nel corso degli anni, i social networks hanno cercato di colmare questo divario emotivo, rendendo la comunicazione sempre più empatica: prima integrando gli “stati d’animo” e le emoji tra i caratteri disponibili, poi inserendo gif e contenuti multimediali da poter condividere. Il paradosso che può verificarsi è che in una società iperconnessa non si riesca a creare connessioni. La risposta a questo fenomeno è l’empatia. La parola deriva dal greco e significa en-pathos: “sentire dentro”.Essere empatici significa riconoscere le emozioni altrui, comprendere il mondo dell’altro, la sua prospettiva, i pensieri, le emozioni e i sentimenti. L’empatia è un’abilità sociale, strettamente collegata all’intelligenza emotiva, che Daniel Goleman definisce come: “la capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di motivare se stessi e di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali”. Questi concetti sono naturalmente assimilati alla presenza fisica, alla relazione vis a vis, ma non è sempre così.I social networks sono un calderone di emozioni, solo che attraverso lo schermo sono più difficili da intercettare. Ma lo stesso schermo per alcuni diventa una protezione che consente di esprimere liberamente vissuti ed emozioni, sia positive che negative. Anzi, potremmo dire che i social diventano una finestra aperta sul nostro mondo interiore, dove lasciamo trasparire molto più di quanto pensiamo. Allora qual è il problema? Il problema è che in rete si fa più fatica e distinguere cosa è reale da cosa non lo è, e a decodificare i messaggi, intrisi di emotività che i nostri ragazzi (e non solo) pubblicano ogni giorno. Occorre allenarsi all’ascolto empatico per comprendere il non detto e occorre investire sull’educazione emotiva dei giovani, per lavorare consapevolmente sulle loro emozioni e renderli capaci di comunicare il proprio mondo interiore all’esterno, anche sui social.

Il tormento: croce per gli uomini e delizia per le donne

tormento

Per molte donne il tormento è il mezzo di comunicazione che hanno nei confronti della persona che dovrebbe essere fonte di gioia, piacere e sostegno. Esso si innesca tra persone che hanno un rapporto intimo, come mogli e mariti, madri e figli.Da un lato gli uomini sostengono che l’arte del tormento sia tipicamente femminile al punto da trasformare le mogli in perfette assillatrici. Le donne, invece, sostengono che un tale atteggiamento sia sinonimo di premura e attenzione alle esigenze di tutti. Non è altro che un modo per ricordare continuamente ai loro compagni di svolgere alcune mansioni affinché questi le interiorizzino.In realtà, l’uomo percepisce le parole delle donne come ordini che si tramutano istantaneamente in tormento, in assillo che logora il cervello e sfinisce. Colei che assilla usa il tormento sperando che la vittima cambi il proprio atteggiamento e ne assuma uno più consono ai suoi standard; l’uomo, invece, lo percepisce come un dito puntato contro che ricorda esclusivamente le proprie mancanze. Questo atteggiamento femminile, inoltre, viene utilizzato solitamente a fine giornata, quando l’uomo avrebbe bisogno di rilassarsi. Invece è costretto ad attuare un meccanismo che fa tanto impazzire la donna: lo stato di sordità apparente. La donna che usa il tormento è una persona frustrata che cova rabbia verso tutti. E’ stanca di occuparsi di tutto e della sua vita che l’ha obbligata ad uniformarsi ad uno stereotipo sociale di moglie e madre dedita. Se una donna comincia ad essere assillante, vuol dire che desidera essere gratificata per la quotidianità delle proprie attività di accudimento e stimata per l’impegno nel proprio compito. Il tormento maschera un problema di comunicazione. Esprimendo i propri sentimenti, le donne aiutano l’uomo a recepire i reali bisogni, in quanto quest’ultimo ha un cervello predisposto, evoluzionisticamente parlando, a leggere la realtà e non tra le righe. Inoltre, se una donna attua il tormento, vuol dire che non si sente capita o più banalmente ascoltata.Quindi chi è vittima del tormento ha la sua percentuale di colpa, perché l’assillo nasce da un’esigenza di attirare l’attenzione non sulle molteplici attività giornaliere di riassetto domestico, ma semplicemente di apprezzamento da parte di un partner che non la capisce fino in fondo.

LA PSICOLOGIA AL SERVIZIO DELLA SOSTENIBILITÀ

Noi psicologi possiamo metterci al servizio della sostenibilità? ASSOLUTAMENTE Sì! Prima di scoprirlo, cerchiamo di chiarire cosa significhi il concetto di sostenibilità… La Commissione di Brundtland definisce il consumo sostenibile come “un processo che ha due principi di base: da una parte consente di soddisfare i bisogni del presente, ma dall’altra consente di preservare l’ambiente, la società e l’economia per le future generazioni”. Elkington tripartisce la sostenibilità in: Ambientale: riguarda la tutela del pianeta e delle sue risorse Sociale: definita come la capacità di garantire condizioni di benessere equamente distribuite Economica: intesa come la capacità di produrre reddito e lavoro in maniera duratura In questo ambito, la psicologia serve in un’OTTICA PREVENTIVA ed è fondamentale sia per capire i processi che spingono le persone a comportarsi in un determinato modo sia per promuovere un cambiamento a livello pratico. Prima degli anni 2000, la psicologia del consumo sostenibile si occupava di identificare i tratti del consumatore green con degli obiettivi di segmentazione. Dopo gli anni 2000, le ricerche si sono concentrate sul processo di decision making del consumo sostenibile, indagando le motivazioni e i processi psicologici dietro la messa in atto di pratiche in linea con la sostenibilità. Vediamo ora quali sono i processi psicologici dietro il consumo sostenibile! Sicuramente le BARRIERE COGNITIVE, in particolare il gap tra intenzioni e azioni. Le persone hanno ottime intenzioni ma non riescono concretizzarle, soprattutto quando si parla di comportamenti intertemporali, cioè quelli dove le conseguenze non sono direttamente visibili nel momento presente, ma si vedono nel futuro. Un tipico comportamento intertemporale non è altro che il consumo sostenibile. Queste barriere potrebbero essere alla base di comportamenti incoerenti da parte delle aziende che comunque dichiarano nelle loro intenzioni di essere sostenibili. Tra gli altri processi psicologici dietro il consumo sostenibile c’è la PERCEZIONE DI SE STESSI: i consumatori tendono a scegliere prodotti in base alle immagini che hanno di sé stessi o che vorrebbero avere. Si può parlare di: Responsabilità personale: definita come la tendenza delle persone al voler vivere rispetto ai propri standard di vita. In uno studio è stato chiesto al gruppo sperimentale di richiamare alla mente una situazione in cui avessero agito in maniera incoerente rispetto ai loro principi in ambito di sostenibilità. Dai risultati emerge che nel gruppo sperimentale, i partecipanti hanno espresso una maggiore preferenza verso i prodotti bio rispetto al gruppo di controllo, che non ha mostrato preferenza alcuna. Impegno personale: si riferisce a tutti gli impatti psicologici che l’impegnarsi in qualcosa ha sul comportamento agito. Esso consente di colmare il gap tra intenzioni e azioni, di cui ho parlato precedentemente. Identità di gruppo: le persone tendono a mettere in atto comportamenti che rafforzano il proprio senso di appartenenza al gruppo sociale. In stretta relazione a quest’ultimo punto, troviamo ovviamente anche le INFLUENZE SOCIALI: i comportamenti delle persone sono influenzati da quello che gli altri fanno o che crediamo facciano. In questo caso si parla anche di norme sociali implicite, che si riferiscono ad atteggiamenti, opinioni e credenze accettate all’interno di un gruppo sociale. Esse si distinguono in: Descrittive: indicano ciò che le persone fanno Ingiuntive: indicano ciò che è ritenuto accettabile o no all’interno di un gruppo Esse possono essere usate anche per incentivare comportamenti sostenibili: ad esempio da alcune ricerche sul risparmio energetico individuale, è emerso che fornire lettere dove si confronta il proprio consumo elettrico a quello dei vicini, riduce i consumi di circa il 2%. I confronti sociali risultano essere così efficaci in quanto forniscono informazioni sulle azioni dei pari, le quali possono fungere da guida comportamentale. Infine, bisogna considerare anche le CARATTERISTICHE DEL PRODOTTO: i prodotti sostenibili sono quelli che hanno un basso impatto ambientale, sociale ed economico. Ci sono diversi elementi che li distinguono ed esistono tante fonti di informazioni che possono cambiare la percezione che il consumatore ha del prodotto (come le etichette, i claim delle pubblicità, l’apparenza fisica). In molte ricerche ci si è chiesto se enfatizzare le caratteristiche sostenibili di un prodotto si traducesse in un reale acquisto. A questo scopo in una prima ricerca è emerso che enfatizzare l’aspetto sostenibile di prodotti legati alla delicatezza (come quelli da bagno) portasse ad aumento degli acquisti, mentre lo stesso risultato non si otteneva con i prodotti più legati a una performance, come gli pneumatici. Un’altra ricerca conferma questi risultati e aggiunge che le persone sono disposte a sacrificare l’aspetto estetico a favore di quello sostenibile. PER CONCLUDERE, OGGI VI HO MOSTRATO COME ANCHE NOI PSICOLOGI POSSIAMO FARE LA DIFFERENZA, METTENDO LE NOSTRE CONOSCENZE E COMPETENZE AL SERVIZIO DELLA SOSTENIBILITÀ.  BIBLIOGRAFIA: Evans, D. (2011). Thrifty, green or frugla: Reflections on sustainable consumption in a changing economic climate. Geoforum, 550-557 Haws, K., Page Winterich, K., & Walker Naylor, R. (2013). Seeing the world through GREEN-tinted glasses: green consumption value and responses to environmentally friendly products. Journal of Consumer Psychology, 336-354 Joshi, Y., & Rahmanb, Z. (2015). Factors affecting green purchase behavior and future research directions. International Strategic Management Review, 128-143 Lozza, E., & Fusari, G. (2019). Psicologia del senza: nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo (MI): Edizioni San Paolo WCED -World Commission on environment and development (1987). Our Common Future Wong-Parodi, G., Krishnamurti, T., Gluck, J., & Agarwal, Y. (2019). Encouraging energy conservation at work: a field study testing social norm feedback and awareness of monitoring. Energy Policy, 130, 197-205

Il lavoro dello psicologo con i bambini: tra gioco e terapia

Il lavoro dello psicologo con i bambini in un periodo di pandemia e chiusure e riaperture è stato necessariamente molto ridotto a causa del lavoro ad alto contatto con i soggetti della terapia. Tuttavia nel post che non sembra mai un post covid le richieste di aiuto da parte dei genitori sono aumentate. I bambini hanno sofferto e continuano a soffrire le altalene e le incertezze dovute alla situazione generale. I bambini necessitano di basi sicure e di sicuro in questo periodo sembra esserci davvero poco. I disturbi d’ansia e le somatizzazioni così come le paure sono le maggiori cause di disagio. C. 9 anni, un bel bambino dai profondi occhi chiari, viene in terapia e parla della sua paura di addormentarsi da solo e che mentre cerca di addormentarsi vede ‘Samara’ la bambina di un noto film. M. 8 anni una bambina introversa dagli occhi vispi, dice che non vuole andare a scuola e non vuole separarsi dalla mamma. Dietro il sintomo c’è sempre la storia che il bambino racconta a volte spontaneamente altre volte attraverso il gioco o le fantasie guidate. Affiorano momenti in cui il bambino ha dovuto gestire preoccupazioni più grandi di lui o ha vissuto esperienze che si è tenuto per sé ‘perché mamma e papa erano già preoccupati per le loro cose’. Avvicinarsi all’ignoto e alla paura per il bambino è un momento difficile, c’è bisogno della necessaria fiducia e della giusta motivazione, ma poi diventa un’avventura esplorare le profondità della loro difficoltà. Per i terapeuta che lavora con i bambini il momento della terapia diventa un momento in cui tornare un po’ bambini e prendersi cura del bambino interiore proprio e giocarci e farcisi guidare nel gioco con il piccolo paziente.

La paura di non essere abbastanza

Molte persone arrivano in psicoterapia lamentando la paura di non essere abbastanza o di non sentirsi all’altezza dell’altro e delle situazioni che vivono. Questo vissuto può essere molto invalidante, tanto da bloccare i processi individuali evolutivi e realizzativi. Spesso si tratta di un insieme di emozioni e alla paura tendono ad affiancarsi ansia e vergogna. Alla base vi sono componenti cognitive rigide e limitanti. Una convinzione svalutante su sé stessi (“non sono abbastanza/non sono all’altezza”), che affonda le sue radici nelle prime esperienze infantili, cui si accompagna una decisione presa in quell’epoca (ad esempio “non sarò mai amato/apprezzato; non riuscirò mai nella vita”). Ogni esperienza vissuta viene letta e affrontata in modo da confermare gli aspetti immaturi di sé e portare avanti il copione, quel piano di vita che tanto limita quanto rassicura. Poiché, se da un lato blocca l’autonomia, dall’altro consente il rifugio nella posizione infantile originaria e offre un riparo, illusorio, dai rischi emotivi della vita adulta. Paura, ansia e vergogna La paura è un’emozione naturale. Svolge la funzione fondamentale per l’organismo di segnalare il bisogno di protezione. Non corrisponde soltanto alla necessità di allontanarsi da ciò che minaccia la propria salute e integrità. Infatti, si manifesta anche perché vengano attivate le risorse necessarie per affrontare le situazioni difficili e crescere. Allo stesso modo, anche l’ansia di per sé svolge una funzione autoregolativa importante. Poiché fa sì che l’organismo si adoperi per il soddisfacimento dei propri bisogni, creando la tensione necessaria per l’autorealizzazione. Dunque ansia e paura insieme, l’una accanto all’altra, sostengono la persona ad andare verso la vita e, contemporaneamente, a proteggersi. La vergogna, invece, in quanto emozione sociale, nasce da una valutazione circa la propria inadeguatezza. Si basa su regole e scopi condivisi socialmente e, entro una certa misura, ha a che fare sia con l’autoconsapevolezza sia con la competenza sociale. Quando queste emozioni, invece di favorire la crescita, bloccano la persona? La paura può diventare un blocco se la persona ritiene di non avere, e, perlopiù, che non avrà mai, la capacità di affrontare l’esperienza che teme. Ovvero, se vi è una svalutazione delle proprie risorse interne e del proprio potenziale che sostiene comportamenti passivi e dipendenti e forme di evitamento della realtà. Nel caso dell’ansia, l’emozione perde la sua funzione sana quando l’energia vitale viene trattenuta o bloccata da meccanismi interni che subentrano per impedire il raggiungimento dello scopo desiderato. Emerge così l’ansia come sintomo, tipicamente di costrizione al petto e mancanza di respiro, o l’ansia come disturbo, che può assumere varie forme stabilizzandosi nel funzionamento della persona. La vergogna può diventare invalidante quando vi è un forte doverismo rispetto a modelli da seguire. Un giudizio che lascia poco spazio per l’espressività individuale. Una grandiosità segreta che dilata lo scarto tra il sé reale e il sé ideale, rafforzando la percezione negativa di sé stessi. In modo particolare, la vergogna può essere profonda e molto dolorosa quando attacca l’essere, l’essenza individuale. Fino ad arrivare a minare il permesso ad essere come si è e, all’estremo, ad esistere. Gli ostacoli interni alla crescita Le alterazioni dell’autoregolazione indicano che il funzionamento naturale non può svolgersi a causa di interruzioni del processo evolutivo. Che vi è un passato che si riattualizza nel presente attraverso dinamiche dipendenti, manipolazioni infantili e adattamenti antichi. Che si è rimasti attaccati ai messaggi svalutanti introiettati dalle proprie figure genitoriali. Ai “devi” e ai “non” ricevuti. Agli ideali, alle aspettative. Alle convinzioni rigide e limitanti su di sé, sugli altri e sul mondo. Una paura sproporzionata rispetto alla situazione che si sta vivendo è paura di crescere, di attivare una risposta più matura e responsabile di fronte ai rischi che il vivere comporta. Un’ansia invalidante è un impedimento alla realizzazione e all’autonomia. Una vergogna pervasiva è un divieto alla propria individualità e libertà d’espressione. Il lavoro in psicoterapia Lo sviluppo di un’adeguata considerazione di sé stessi è centrale per la salute e la vita relazionale di ogni individuo. In Analisi Transazionale corrisponde all’okness, il cui principio di base è che ognuno va bene così com’è. Non esistono persone incomplete, “non abbastanza” o “non all’altezza”. Secondo Eric Berne, tutti nasciamo principi o principesse: ognuno è degno di essere accettato e amato e possiede le qualità per crescere ed autorealizzarsi. La persona che si svaluta con la convinzione di non essere abbastanza capace o abbastanza amabile ha una posizione esistenziale di non okeiness. Che può essere del tipo “io non sono ok, tu sei ok” o, la più distruttiva, “io non sono ok, tu non sei ok”, in cui la svalutazione è estesa anche all’altro. La psicoterapia ha come obiettivo la realizzazione della posizione esistenziale naturale “io sono ok, tu sei ok”. In cui vi è il riconoscimento di sé, in tutti i propri aspetti, e dell’altro, nella sua specificità. Il lavoro è volto al superamento degli ostacoli alla crescita che formano il copione e al raggiungimento dell’autonomia. Ad una riappropriazione delle risorse interne e della propria unicità. Mentre sentirsi mancanti, inferiori, incapaci, non meritevoli implica il il rifiuto di sé e il desiderare di essere altro, la terapia rende possibile l’autoriconoscimento e un sano amore per se stessi. Come sostiene Hillman, allo stesso modo della ghianda che prima o poi diventerà una quercia con caratteristiche proprie, poiché ne racchiude fin dal principio tutto il potenziale, così l’individuo ha il compito nella vita di realizzare la sua unica e vera natura. “Se si rimuovono gli ostacoli, l’individuo si svilupperà fino a divenire un adulto maturo pienamente realizzato, proprio come una ghianda diventerà una quercia”. (I.D. Yalom)

L’attaccamento è la base dello sviluppo

Come mai i bambini, che siano appena nati o più grandicelli, cercano immediatamente la madre o il caregiver iniziando anche piangere appena ne sentono la lontananza? Questo comportamento di ricerca della figura genitoriale o in generale del caregiver, nelle situazioni di stress, fatica o di potenziale pericolo viene chiamato attaccamento. L’attaccamento è definito da Bowlby, come la ricerca attiva della vicinanza protettiva da parte di un membro della propria specie nei momenti di vulnerabilità interna o esterna. La vulnerabilità viene intesa sia una minaccia esterna come una situazione nuova, la presenza di un estraneo o effettivamente un pericolo ma anche una minaccia interna come il sentirsi male. Da questa definizione si capisce subito la funzione primaria dell’attaccamento, ovvero il garantire una maggiore probabilità di sopravvivenza. Infatti, se al momento della percezione del pericolo ne consegue una richiesta attiva di protezione questo fa si che un adulto possa provvedere alle esigenze di cura richieste dal bambino. Grazie anche agli studi etologici di Lorenz si è evinto che sia un comportamento innato permettendo lo sviluppo di studi concentrati sul verificare il collocamento cerebrale: l’attaccamento risiede nell’area limbica del cervello. L’attaccamento si sviluppa, secondo alcune tappe, nel corso dei primi anni di vita tramite la ripetizione, generalmente coerente, delle risposte genitoriali nei confronti delle richieste dei figli; in oltre la costruzione del legame di attaccamento permette la costruzione generale di uno sviluppo armonico. Tipicamente i comportamenti di attaccamento si manifestano nei primi anni di vita verso i caregiver di riferimento per poi allargarsi anche verso altre figure come i parenti, gli amici e poi successivamente si ampliano anche alle relazioni amorose. Bowlby parla di stili di attaccamento in quanto non ci esiste una sola modalità di relazione caregiver-bambino. I vari stili di attaccamento sono stati analizzati tramite l’esperimento della Strange Situation della Ainsworth. Da questo studio sono emerse diverse tipologie di relazione madre-bambino, Bowlby spiega che possano esserci diverse modalità di ricerca di protezione e che dipenda da come i genitori e i bambini interagiscano nei momenti di richiesta di protezione. Gli stili principali vengono chiamati sicuro (associato alla lettera B), evitante (A) e resistente (C). Il sicuro si configura, nel bambino piccolo, con una ricerca della vicinanza in modo attivo. Si associa una “consapevolezza” (data dalla costruzione di particolare Modello Operativo Interno) per la quale il bambino sa che per una sua richiesta di supporto ne conseguiranno le cure del caregiver e quindi il bambino si sente meritevole delle cure calmandosi calma al momento del ricongiungimento. L’evitante invece tende non essere ascoltato nei momenti di richiesta di aiuto e quindi ha sviluppato la “consapevolezza” di non essere adeguato a ricevere le cure. All’apparenza rimane imperturbabile provando a provvedere in modo autonomo ai propri bisogni o a reprimerli. Per quanto riguarda i resistenti (C) invece tendono a attivare eccessivamente e in modo iper-continuato i comportamenti di attaccamento in quanto non sono sicuri di ottenere una risposta da parte dei caregivers. È stato anche individuato un quarto stile, il disorganizzato (D), esso viene a svilupparsi solitamente con i bambini i cui genitori hanno severe patologie in quanto la loro risposta ai richiami è talmente imprevedibile da non poter garantire la costruzione di alcun tipo di attaccamento. Bibliografia Ainsworth M. D. S., Blehar M. C., Waters E., Wall S. (1978), Patterns of attachment: A Psychological Study of the strange Situation. Erlbaum. Hillsdale. Ainsworth, M. D. S., (1982). Attachment: Retrospect and Prospect. In C. M. Parkes, & J. Stevenson-Hinde (Eds.), The Place of Attachment in Human Behavior (pp. 3-30). New York. Basic Books Bowlby J. (1969/1982), Attachment and loss: I, Attachment. Hogarth Press, London. [Attaccamento e perdita: 1 L’attaccamento alla madre, Boringhieri, Torino 1972; 2a edizione Bollati Boringhieri, Torino 1989]. Bowlby J., (1973). Attachment and loss: 2, separation: anxiety and anger. Attachment. Hogarth press, London. [Attaccamento e perdita: 2, La separazione dalla madre, Boringhieri, Torino 1975]. Bowlby J., (1979). The making and breaking of affectional bonds. Tavistock, London. [Costruzione e rottura dei legami affeetivi, Raffaello Cortina Editore, Milano 1982]. Bowlby J., (1980). Attachment and loss: 3, Loss: sadness and depression. Hogarth Press, London. [Attaccamento e perdita: 3, La perdita della madre, Boringhieri, Torino 1983]. Bowlby J., (1982), Attachment and loss. (Vol. 1). Attachment (2nd ed.). New York, NY: Basic Books

IL BREADCRUMBING: Lasciare Briciole

Questa parola inglese deriva dalla parola breadcrumb, che significa briciola di pane.i n poche parole, indica una tecnica che viene utilizzata da coloro che inviano segnali al proprio partner, per far sentire la loro presenza. Nonostante abbiano lasciato l’altro, continuano a voler essere presenti nella loro vita, lasciando che si alimentino le speranze di poter tornare insieme.  Altro non è che una forma di manipolazione emotiva attraverso la quale chi la effettua mira ad ottenere dei vantaggi in cambio. Questi possono riguardare il voler ottenere un incontro intimo, un ritorno economico (come un regalo o un prestito) o emotivo (puntando ad aumentare la loro autostima) Chiaro è che, soprattutto se si tratta di una relazione di lunga data, chi effettua il breadcruming conosce la propria vittima dunque sa come “aggirarla”. Per esempio, se è consapevole dell’indole romantica del partner, potrebbe promettere cene o fughe romantiche che non avverranno mai. Quello che caratterizza la relazione breadcrumbing è proprio l’ambivalenza: tutto si costruisce attorno all’atteggiamento e al comportamento ambivalente del soggetto che simula la possibilità di creare rapporti seri.Chi utilizza tale tecnica si mostra estremamente interessato all’altro: questo può avvenire in molti modi, attraverso per esempio l’invio di messaggi intimi o interessandosi all’altro e fargli sentire la propria presenza. Il vero problema sorge nel momento in cui il potenziale partner, dopo aver fatto questi gesti nei confronti dell’altro, sparisce o mostra disinteresse.In particolare, è proprio l’assenza l’arma più potente e frequente utilizzata dal breadcrumber: spiazza la vittima perché, dopo averle dato briciole e averle mostrato interesse, scompare.  Tutto ciò è mantenuto in vita dall’ambivalenza: il soggetto non scampare mai del tutto.Dopo che è sparito, all’improvviso potrebbe ripresentarsi all’altro e dargli altre briciole per continuare a tenerlo legato a sé stesso.Quello che, infatti, è davvero pericoloso per chi si ritrova ad essere vittima di questo comportamento, è proprio questo continuo comportamento ambivalente che si costituisce come un vero e proprio circolo vizioso: chi utilizza la tecnica breadcrumbing compare, mostra interesse, scompare e poi compare di nuovo. Tutto ciò sempre lasciando briciole all’altro per far sì che sia disposto ad accettarlo di nuovo quando ricomparirà. Le Vittime Per quanto riguarda le vittime, in genere queste tendono a sentirsi in colpa e sentiranno di aver deluso il breadcrumber se questi scompare, tenteranno di soddisfarlo per evitare di essere abbandonate nuovamente. Si entra in un circolo vizioso dove l’altro appare e scompare a suo piacimento e la vittima rimane in attesa che qualcosa possa migliorare ed è proprio questa garanzia che consente al manipolatore di agire in tal senso. L’ambiguità di questo comportamento causa ansia e dolore, poiché si vive in un limbo non riuscendo a proseguire oltre con la propria vita. Ma chi è il breadcrumber?  Potrebbe essere una persona profondamente insicura che attuando questa tecnica consente a sé stesso di sentirsi ammirato da parte dell’altro suscitando interesse e creando invece insicurezza nella vittima; vi è una sorta di sadismo sullo sfondo che è permeato dal desiderio di poter controllare l’altro.  Il breadcrumber potrebbe essere una persona immatura, egoista, narcisista. Una persona che probabilmente non possiede neanche quella capacità empatica e costruttiva di lasciar andare l’altro rispettando allo stesso tempo i suoi sentimenti. Ciò che può alimentare tale tecnica, è il sentimento di controllo che nasce nel breadcrumber, il quale si sente potente e importante, perché sente che, in ogni momento, può cambiare la situazione: basterà presentarsi di nuovo per far sì che l’altro ritorni ad ammirarlo e a provare interesse. Spesso non ci si accorge di essere all’interno di una situazione del genere sino a che non ci viene fatto notare dall’esterno. La vittima potrà dunque solo in un secondo momento iniziare a riflettere su quanto sta accadendo. Per poterne uscire bisogna iniziare a considerare la relazione che si sta vivendo e porsi delle domande.  Bisogna prendere consapevolezza che l’altro non cambierà, che è vano il tentativo di mandare avanti una relazione che in realtà non procede oltre i primi passi. Generalmente ad essere vittime sono persone con bassa autostima e personalità dipendenti, oltre che incapaci di fissare dei limiti e dire basta. Spesso è difficile staccarci dal breadcrumber in quanto si pensa di arrivare a meritare quel tipo di amore, quel tipo di attenzioni. Ci si dovrebbe focalizzare su come queste briciole che ci lascia ci fanno sentire e capire che tipo di legame in realtà andiamo cercando. Lasciare dunque perdere le qualità positive del breadcrumber e pensare piuttosto al nostro benessere personale.

Cambiamento climatico: come promuovere azioni concrete?

La comunità scientifica, da anni, ci sta mettendo in guardia riguardo i pericoli futuri derivati dalle conseguenze del cambiamento climatico. Eppure non molto stiamo facendo per provi rimedio. Perché? Uno dei problemi principali del cambiamento climatico è la sua astrattezza: le conseguenze per la collettività a lungo termine sono molto più astratte delle conseguenze per il sé nel qui e ora[1]. La scienza psicologica può offrire soluzioni evidence-based al cambiamento climatico? Cambiamento climatico come dilemma sociale I dilemmi sociali sono conflitti tra l’interesse personale a breve termine e l’interesse collettivo a lungo termine. Il cambiamento climatico può essere descritto come un dilemma sociale pervasivo, che coinvolge (a) conflitti sociali tra interessi personali e interessi collettivi e (b) conflitti temporali tra interessi a breve termine e interessi futuri[2]. I dilemmi sociali sono piuttosto complessi perché rappresentano una sfida per la mente umana, che per molte persone è focalizzata sull’interesse personale a breve termine. Ci sono molte ragioni per cui gli individui possono in gran parte ignorare il cambiamento climatico: economia, convenienza e bias ottimistico, tra i tanti[1]. Ma tutto ciò continua a verificarsi perché il concetto di cambiamento climatico e le sue conseguenze sono difficili da comprendere appieno. Il cambiamento climatico è reale, ma è difficile “vedere” quanto sia reale. Mentre le persone possono avere una forte preoccupazione per l’ambiente, la complessità di questo particolare dilemma sociale – la sua astrattezza, estensione del tempo e natura intergruppo – tende a scoraggiare le azioni che aiutano a ridurre il cambiamento climatico[2]. In che modo è possibile promuovere azioni che aiutino a garantire un ambiente e un futuro sostenibili? Avendo compreso come la distanza psicologica è uno dei problemi chiave della spinta ad agire per il cambiamento climatico, la soluzione sarebbe passare dall’astrattezza alla concretezza[1]. Spostare il concetto di cambiamento climatico da un’idea astratta a un problema più concreto con conseguenze nel mondo reale, stimolerebbe probabilmente le persone ad agire. La serietà e l’urgenza sono cruciali per un cambiamento di comportamento e per incrementare la cooperazione. Come rendere psicologicamente più urgenti le conseguenze future? 1 – Rendere le conseguenze del cambiamento climatico più concrete: l’educazione sulle conseguenze concrete del cambiamento climatico aumenterebbe probabilmente la fiducia degli individui riguardo il suo impatto negativo e li incoraggerebbe ad agire, sebbene questa educazione debba essere adattata alle diverse comunità per essere efficace. 2 – Rendere il futuro più concreto: pensare al futuro dei propri figli e nipoti può rendere meno astratta la preoccupazione per il futuro del mondo, riducendo la distanza psicologica del cambiamento climatico. Anche pensare come la propria comunità o i luoghi familiari e vicini possano cambiare a causa del cambiamento climatico può aiutare a diminuire l’astrattezza delle conseguenze del cambiamento. 3 – Ridurre l’incertezza quando possibile (e plausibile): è necessario incrementare la spiegazione e la comprensione di concetti scientifiche e combattere le fake news. Inoltre, piuttosto che concentrarsi sugli aspetti negativi, gli approcci psicologici positivi possono essere più efficaci nell’aumentare i comportamenti sostenibili. Insegnare come impegnarsi in comportamenti sostenibili anche nelle proprie comunità potrebbe ispirare le persone, riducendo l’incertezza e promuovendo un senso di speranza e ottimismo. È possibile anche sviluppare, così, le proprie idee e suggerimenti su come affrontare il cambiamento climatico, aumentando la motivazione intrinseca. Questo tipo di motivazione ha spesso più successo della motivazione estrinseca nell’iniziare e sostenere il cambiamento del comportamento ambientale. 4 – Rendere più concrete le azioni strumentali: un feedback concreto sui risultati positivi è essenziale per promuovere il riconoscimento della gravità e dell’urgenza del cambiamento climatico. In conclusione, promuovere un senso di concretezza, ciò che si può fare in termini di azione effettive, spesso comporta una chiara intenzione attuativa. Misure e azioni concrete a livello locale riducono la distanza psicologica del cambiamento climatico. La responsabilità individuale può quindi diventare responsabilità collettiva, in base alla quale le persone si ispirano, si incoraggiano e si correggono a vicenda nel tentativo di raggiungere gli obiettivi per combattere il cambiamento climatico. Organizzato in questo modo, il successo a livello locale può poi diventare un successo a livello globale. Per combattere il cambiamento climatico, individui, comunità e governi devono lavorare insieme per ridurre la distanza psicologica del cambiamento climatico e designare il futuro del pianeta come la preoccupazione principale. Fonti [1] Van Lange P.A.M. e Huckelba A.L. (2021). Psychological distance: How to make climate chiange less abtract and closer to the self. Current Opinion in Psychology, 42:49–53. https://doi.org/10.1016/j.copsyc.2021.03.011 [2] Van Lange P.A.M., Joireman J. E Milinski M. (2018). Climate change: what psychology can offer in terms of insights and solution. Current Directions in Psychological Science, 24($), 269-274. doi: 10.1177/0963721417753945

Come praticare l’Alimentazione Consapevole

Consigli semplici per chi non ha il tempo di contemplare l’uvetta di Greta Monica Del Taglia Per molti di noi non è fattibile mangiare con consapevolezza ad ogni pasto, come potrebbe invece avvenire facilmente durante un percorso terapeutico o un corso di meditazione, soprattutto per le innumerevoli distrazioni e impegni quotidiani. Anche perché, familiari, amici e colleghi, potrebbero non avere abbastanza tempo o pazienza di condividere i pasti con noi, che ci prendiamo una pausa ad ogni singolo boccone. La mindful eating (alimentazione consapevole) può essere praticata durante un percorso terapeutico o in occasioni particolari, mentre un’attenzione consapevole all’atto del mangiare dovrebbe diventare uno stile di vita e far parte della nostra quotidianità. Vengono qui elencati alcuni suggerimenti da tenere in considerazione per differenziare un’alimentazione meccanica da un’alimentazione consapevole in modo da riconnettere corpo e mente. Mindless Eating (alimentazione non consapevole) Mindful Eating (alimentazione consapevole) Riempirsi di cibo ignorando i segnali del proprio corpo Ascoltare il proprio corpo e fermarsi quando si è sazi Mangiare in base all’emozione del momento (ad esempio, se tristi, annoiati, soli…) Mangiare quando il corpo lo richiede (ad esempio, quando borbotta lo stomaco, quando l’energia cala). Mangiare da soli, in orari e posti casuali Mangiare con gli altri, ad orari regolari e seduti a tavola Mangiare cibi consolatori Mangiare cibi salutari e genuini Considerare il cibo un prodotto finito Considerare la provenienza del cibo Mangiare e contemporaneamente dedicarsi ad altre attività Mangiare senza distrazioni 1. Riconnettere mente e corpo – Mangiare velocemente, riempirsi di cibo e ignorare i segnali del corpo Vs mangiare lentamente e fermarsi quando si avverte la sazietà. Rallentare è il modo migliore per permettere a mente e corpo di comunicare e decidere di cosa abbiamo bisogno per nutrirci. Il corpo invia i segnali di sazietà dopo circa 20 minuti dall’inizio del pasto, questo è il motivo per cui spesso mangiamo di più. Ma, se rallentassimo, potremmo dare la possibilità al nostro corpo di mangiare nella giusta quantità. Alcuni suggerimenti per rallentare sono risaputi: sedersi, masticare a lungo, posare le posate tra un boccone e l’altro, e tutti quei vecchi rimedi che potrebbero sembrarci noiosi. 2. Imparare ad ascoltare il corpo – “Stai rispondendo ad un bisogno emotivo o ad un bisogno fisiologico?” Spesso ascoltiamo prima la nostra mente, ma come in molte pratiche di meditazione, dovremmo sintonizzarci prima con il nostro corpo. Anziché mangiare quando siamo in preda alle emozioni, come stress, solitudine, tristezza, frustrazione, noia, ecc. dovremmo fermarci e chiederci: “Il nostro stomaco borbotta? Siamo stanchi? Siamo un po’ confusi?”. Troppo spesso si ascoltano le emozioni, meno le richieste del corpo. La vera consapevolezza nell’alimentazione si raggiunge quando si ascolta in profondità il segnale della fame. Bisognerebbe, quindi, chiedere a se stessi: “Quali sono i miei segnali di fame fisica, e quali le cause scatenanti della mia fame emotiva?”. 3. Sviluppare uno stile alimentare salutare – Mangiare da soli e in modo casuale Vs Mangiare con gli altri, seduti a tavola e ad orari regolari. Un altro modo di mangiare in modo automatico è quando gironzoliamo cercando nelle credenze, mangiando quello che ci capita, a qualsiasi ora, invece di pianificare pasti e spuntini. Mangiare con consapevolezza ci permette di rallentare e impedisce che i segnali di fame compaiano anche in situazioni non ideali (ad esempio, per evitare di prendere l’abitudine di mangiare in macchina tutti i giorni e a qualsiasi ora). Sebbene non siano banditi gli spuntini, tenere una routine alimentare consente di ottenere notevoli benefici sull’umore e sul sonno. Questo significa sedersi (ad un tavolo!), mettere il cibo in un piatto e non mangiarlo dalla scatola, usare le posate e non le mani. Ciò che aiuta è anche mangiare con altre persone, ci si può godere maggiormente il cibo e la conversazione, senza il rischio di mangiare troppo o troppo poco. Tutto parte da come mettiamo in ordine la spesa nel frigo o nelle credenze. Bisogna fare attenzione a cosa è in vista; se ci limitiamo a mangiare in cucina o nella sala da pranzo, abbiamo la possibilità di mangiare in modo più consapevole e salutare. Quando il cibo è in vista, tendiamo a mangiarlo e, spesso, si tratta di cibo spazzatura. Ci sono molte ragioni per cui l’esercizio dell’uvetta è molto potente, una di queste è che rallentando e mangiando cibi salutari come l’uvetta, riusciamo di più ad apprezzarne il gusto e il sapore senza doverci convincere delle loro tanto decantate proprietà nutritive. Non è necessario pianificare ogni boccone, è importante essere flessibili, godersi i pasti più abbondanti durante le festività e in occasioni particolari. Inoltre, nell’alimentazione quotidiana, è opportuno non imporsi restrizioni, per evitare di eccedere in un secondo tempo e avere dei sensi di colpa. Un altro consiglio è evitare di fare la spesa quando si è affamati, oltre a non “sentirsi autorizzati”, un effetto psicologico che può influenzare i nostri comportamenti alimentari, è quello del “sentirsi autorizzati”, che ha dimostrato come i consumatori che comprano un cibo salutare (ad es., il cavolo), siano portati successivamente a scegliere prodotti “poco sani” (ad es., alcol o gelati). La persona agisce in modo da rafforzare un’immagine positiva di sé (facendo scelte salutari), ma poi tende a fare scelte negative (comprando cibo spazzatura). 4. Comprendere le motivazioni – Mangiare cibi consolatori dal punto di vista emotivo Vs Mangiare cibi salutari dal punto di vista nutritivo. Si tratta di una sfida difficile, ma si possono trovare cibi salutari e, al tempo stesso, appaganti. Ma tornando alla nostra uvetta: “Prima di provarla ci sembrava stuzzicante?”. Vi sono molte ragioni per cui l’esercizio dell’uvetta è molto potente, soprattutto perché, quando rallentiamo e mangiamo cibi sani, spesso riusciamo ad apprezzarli maggiormente rispetto a quando ci convinciamo delle loro proprietà nutritive. Abituandoci a mangiare in modo più sano, sarà più facile non abbuffarci di cibi calorici, riuscendo ad apprezzare una varietà di cibi nutrienti e salutari. 5. Come approcciarsi al cibo – Tenere conto da dove provengono i cibi Vs Considerare il cibo un prodotto finito. A meno che non siate agricoltori o