Il vuoto esistenziale emerso con la pandemia

In questo periodo di pandemia molte persone lamentano una sensazione di vuoto e di non trovare un senso nella propria vita. Porsi domande sul senso della vita è esperienza comune ma talvolta può assumere un rilievo centrale ed accompagnarsi a stati di malessere. Quando la ricerca di senso si riveste di angoscia, possono insorgere vissuti depressivi e una sensazione di vuoto esistenziale. Ogni cosa, dentro e fuori di sé, può apparire inutile, insignificante, estranea. “Che senso ha tutto questo, perchè dobbiamo vivere? Vivo le mie giornate con molta fatica, mi costringo ad andare avanti ma poi mi chiedo: perchè? Prima credevo in quello che facevo, forse neppure mi ponevo il problema. Adesso non lo so… mi sembra di guardare la vita scorrere attraverso un vetro ma io sono immobile, distante. Lontano da tutto”. Racconti come questo sono sempre più diffusi tra le persone che arrivano in terapia. La pandemia, a vari livelli, sta mettendo tutti a dura prova. Vi è un mondo esterno, caotico e complesso, che facciamo fatica a riconoscere. Con la presenza del virus, la minaccia di malattia e morte, e con la perdita della vita che conducevamo. E vi è un mondo interno, spesso poco conosciuto, vissuto a sua volta come minaccioso. Navighiamo in acque straniere e insidiose. C’è paura, rabbia, ansia, dolore, lutto. Smarrimento. Vuoto. Da dove viene questa sensazione di vuoto? Il venir meno della struttura e dei punti di riferimento che avevamo costruito, degli appoggi esterni garantiti dalle attività che prima della pandemia organizzavano freneticamente le nostre giornate, ha determinato un vuoto per molti insostenibile. Si tratta di un’esperienza che spaventa, perché confronta con se stessi, con le proprie fragilità e la propria solitudine. Con le insicurezze e i conflitti più nascosti. Con quanto di irrisolto c’è nella propria vita. La pandemia ci sta ponendo di fronte all’incertezza e ai limiti della natura umana e di fronte alla necessità di entrare in contatto con la realtà, esterna e interna, senza le forme di evitamento abituali. La società moderna, che tende a colmare ogni spazio vuoto, valorizzando la produttività e il fare a scapito del sentire, e l’immagine a scapito dell’essere, svaluta l’importanza del vuoto considerandolo inutile, sterile. Ostenta la ricerca di una felicità che si realizza nel possesso e consumo di oggetti e nella conquista di potere, sminuendo l’autenticità della vita emotiva, con i suoi numerosi volti e le sue funzioni naturali. La cultura narcisistica in cui viviamo alimenta l’emulazione di modelli ‘vincenti’ e l’illusione onnipotente di invulnerabilità e certezze assolute. Non offre strumenti adeguati per costruire un sé coeso, in grado di riconoscere e affrontare la realtà, con la sua imprevedibilità e le sue ambivalenze e con le capacità e i limiti che ciascuno possiede. Al contrario, promuove l’alienazione, attraverso la negazione di bisogni ed emozioni naturali. Ostacola lo sviluppo del sentimento grazie al quale il noi possa prevalere sull’io e di un senso di appartenza verso la comunità più ampia. Lasciando perlopiù impotenti e ‘soli’ dinanzi alla sofferenza che fa parte della vita e alla necessità, in questo momento forte più che mai, di ascoltarsi e saper chiedere aiuto. Il ruolo della psicoterapia e il vuoto fertile La psicoterapia sostiene il difficile confronto con la dimensione depressiva, che la pandemia sollecita, e l’abbandono dell’onnipotenza, verso la scoperta di un sé più vero. La trasformazione del vuoto sterile in vuoto fertile diventa fondamentale per la formazione del senso della propria soggettività e della propria esistenza. Comporta la capacità di tollerare il nulla e la noia, l’emozione più difficile da sopportare, la più temuta, proprio perché vuota. Secondo Eric Berne, infatti, l’essere umano cerca a tutti i costi di eluderla strutturando il suo tempo in ogni modo possibile. Tuttavia, è dal punto zero del vuoto fertile, dell’assenza di struttura, che può compiersi l’atto creativo da cui emergono spontaneamente, e senza sforzo, la forma e il senso della propria esistenza. Non come adesione ad aspettative esterne, non come qualcosa di rigido e precostituito. Né come il prodotto dei processi di intellettualizzazione. Ma come puro sentire che diventa consapevolezza ed espressione del proprio essere nel mondo e della parte più profonda di sé.
L’EMERGENZA CLIMATICA: TIME TO CHANGE

Il contributo che ciascuno di noi può dare alla soluzione dell’emergenza climatica viene abitualmente sottostimato. Tutti noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli, possiamo contribuire a un cambiamento positivo in ambito ambientale nei nostri molteplici ruoli, ovvero come consumatori rendendo gli stili di vita e di consumo più sostenibili, come cittadini con un impegno attivo e il volontariato, come elettori tramite il voto a partiti con programmi Green, come risparmiatori attraverso la scelta di investimenti responsabili, come donatori sostenendo le associazioni ambientaliste e come genitori tramite l’educazione ai figli. La rappresentazione mediatica dei problemi ambientali oggi è centrata sulle EMERGENZE. Questo induce un allarme crescente per lo stato dell’ambiente, rischiando di generare un senso di impotenza, rassegnazione e passività. Ad oggi purtroppo si parla molto di effetti, ma non delle cause e ancor meno delle possibili soluzioni. Alla preoccupazione per l’emergenza climatica si è associata una lenta, ma crescente disponibilità ad accettare modifiche dello stile di vita. Il ruolo della comunicazione sociale è fondamentale per informare fasce ampie di popolazione, soprattutto per far conoscere i piccoli gesti quotidiani che ognuno di noi può mettere in atto per salvaguardare il pianeta. Una comunicazione sociale è efficace quando produce una modifica dei comportamenti in modo stabile e non temporaneo. Esistono diverse teorie psicologiche, utili per spiegare come avviene un cambiamento comportamentale e quali sono le variabili che agiscono sulla motivazione a cambiare. I due più importanti vengono spiegati qui sotto. SELF-EFFICACY MODEL (Bandura) Secondo tale modello, la decisione a mettere in atto un comportamento dipende dalla convinzione che le persone hanno circa la propria capacità di mettere in atto le sequenze di azioni necessarie per perseguire il risultato desiderato. HEALTH BELIEF MODEL (Becker) Secondo questo modello, un individuo capirà di dover cambiare una determinata situazione se si verificano le seguenti condizioni: Crede che il problema lo coinvolga direttamente: in questo caso si parla di suscettibilità percepita Pensa che il problema possa avere conseguenze gravi per la sua salute e il suo benessere: qui ci si riferisce alla gravità percepita Crede che il comportamento preventivo possa ridurre la minaccia e portare conseguenze positive: in questo caso di parla di benefici percepiti Pensa che i costi psicologici e/o economici da sostenere siano minori rispetto ai benefici che trarrà: cioè i limiti percepiti In conclusione, dai due modelli presentati possiamo identificare alcune regole che rendono efficace una comunicazione sociale: Sottolineare la prossimità del problema nel tempo e nello spazio: il problema deve essere rappresentato come prossimo e non collocato in un futuro distante Presentare la soluzione, non solo il problema: quanto più il problema viene descritto come grave/drammatico tanto più deve essere affiancato dalla proposta di soluzioni credibili e praticabili; le persone, soprattutto i giovani, apprezzano i messaggi focalizzati sull’efficacia delle soluzioni piuttosto che sulla gravità dei problemi. In assenza di soluzioni adeguate, la proposta di scenari catastrofici induce solamente reazioni di negazione e/o di rimozione. Valorizzare il contributo personale: per contrastare il senso di inefficacia è importante dare alle persone la sensazione di poter agire Dare visibilità ai risultati positivi ottenuti: bisogna da una parte il senso di efficacia, dall’altra l’orgoglio di quello che si è fatto Associare la sostenibilità ad un incremento di benessere e di qualità della vita: le scelte di sostenibilità vengono troppo spesso associata a una prospettiva di privazioni, rinunce e sacrifici. È importante mettere in luce i vantaggi che la sostenibilità comporta non solo per l’ambiente, ma anche in termini di salute, benessere e qualità della vita Dare il buon esempio: dare esempi concreti di comportamenti sostenibili e di risultati raggiunti Dare visibilità alle buone pratiche: potrebbe essere efficace rendere visibili le scelte sostenibili prese da parte di amministrazioni locali, piccoli grandi e imprese, associazioni, singoli individui; tutto questo nell’ottica di offrire spunti per agire. Rafforzare il senso di un impegno comune: sottolineare che tutti noi siamo impegnati nella lotta contro l’emergenza climatica Comunicazione di senso positivo: deve allertare sui rischi, ma allo stesso tempo rafforzare la fiducia nella possibilità di poter invertire la tendenza. BIBLIOGRAFIA Bandura, A. (1978). Reflections on self-efficacy. Advances in Behaviour Research and Therapy, 1(4) 237-269. Becker, M. H., & Maiman, L. A. (1975). Sociobehavioral determinants of compliance with health and medical care recommendations. Medical Care, 13(1), 10-24. Becker, M. H., Maiman, L. A., Kirscht, J. P., Haefner, D. P., & Drachman, R. H. (1977). The health belief model and prediction of dietary compliance: A field experiment. Journal of Health and Social Behavior, 348-366. Fattori, G. (2020). Manuale di marketing sociale per la salute e per l’ambiente. Non solo saponette. Cultura e Salute Editore Perugia
BURNOUT PANDEMICO

Il lockdown, intervallato dai continui cambi-colore delle regioni, continua a metterci a dura prova, facendoci sentire sempre più impotenti. Il “burnout pandemico” è quel mix di angoscia, sconforto e frustrazione che, nell’esperienza della pandemia da Covid-19, possiamo provare restando a casa. Si chiama burnout pandemico ed è l’ennesimo brutto regalo di questa pandemia. Gli esperti hanno dato diversi nomi all’aumento dei livelli di stress che sta interessando milioni di lavoratori a causa dell’emergenza sanitaria. Il New York Times ha addirittura coniato il termine “pandemic wall”, muro pandemico, per indicare uno scoglio psicologico insuperabile mentre in generale si parla di “burnout pandemico” per definire l’esaurimento nervoso legato all’isolamento, all’iperconnessione per motivi di lavoro e ai ridotti scambi sociali. Non sorprende come milioni di persone, del resto, hanno trascorso più di un anno rimanendo in casa, evitando amici e familiari, astenendosi dal viaggiare e dal mangiare al ristorante, vivendo o ascoltando notizie drammatiche ogni giorno. Il tutto mantenendo lo stesso ritmo di lavoro magari occupandosi dei bambini 24 ore su 24 tra scuole e asili chiusi. Dopo il lockdown eravamo tutti convinti che la situazione sarebbe migliorata, anche grazie all’arrivo dei vaccini. In seguito, abbiamo iniziato a riappropriarci delle nostre vite, fra uscite, incontri con gli amici che non vedevamo da tempo e con i familiari. Poi però tutto è cambiato di nuovo. Il riacutizzarsi dei contagi, la corsa ai tamponi, i tanti positivi hanno generato la paura che gli sforzi fatti fino ad ora siano stati del tutto inutili. Nuovi decreti e norme hanno cambiato ancora una volta le carte in tavola. Il risultato? Smarrimento e confusione, con la sensazione di non riuscire più a tenere il passo e a reagire, in particolare dal punto di vista emotivo. Come accade per il bornout sentiamo che l’ultima goccia ha fatto traboccare il vaso. D’altronde questo termine inglese deriva dell’espressione “to burn out”, che significa “bruciarsi, esaurirsi”. Indica dunque uno stato di esaurimento emotivo, fisico e mentale. Come capiamo di aver raggiunto l’esaurimento pandemico? Se ci sentiamo inermi, spossati e troviamo davvero difficile prenderci cura di noi stessi, allora significa che probabilmente dobbiamo guardare in faccia il nostro burnout pandemico. Annebbiamento dei pensieri, ansia e tachicardia sono alcune delle conseguenze più diffuse. come superarlo? Per abbattere il muro pandemico, è fondamentale ricordare che quello che proviamo ora non è una condizione che riguarda soltanto noi o il nostro comportamento, è una situazione che riguarda e influenza tutti noi, nessuno escluso, causato dalla pandemia. Perciò, accantoniamo il senso di colpevolizzazione e facciamo quel che di buono possiamo, trovando ciò che è meglio per noi, per cercare scrollarci di dosso il senso di impotenza e di frustrazione, senza trascurare i segnali che il nostro corpo e la nostra mente ci inviano. Manteniamoci sani e restiamo fiduciosi.
Il successo formativo nella prospettiva psicologica

“Lo stile di apprendimento è un volto unico ed è per questo che va rispettato”. Maria Anna Formisano Conquistare il successo formativo, ossia il buon esito del percorso di apprendimento, non sempre è facile. Ma come permettere agli studenti di raggiungerlo? Ad oggi è noto che gli alunni imparano in modo diverso l’ uno dall’altro, in base al loro stile di apprendimento. Gli studenti sono dei “pezzi unici” e “unico” è il loro modo di apprendere. La scuola deve tener conto delle scoperte fatte nel mondo della psicologia. Lo scopo è permettere agli studenti di raggiungere il massimo. Più in dettaglio è opportuno sapere che ogni studente impara a modo proprio. Già nel nel 1984 lo psicologo americano David Kolb, identificò quattro stili di apprendimento: lo stile accomodante, lo stile divergente, lo stile convergente e lo stile assimilatore. Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica significa dare agli studenti la possibilità di esprimersi liberamente. Come procediamo? Annotiamo la modalità che gli allievi usano per svolgere le attività ed eseguire i compiti proposti. Ad esempio: prendono appunti, fanno domande, propongono soluzioni nuove oppure citano teorie già note? Questo tipo di osservazione iniziale è utile per conoscere in linea generale il modo di imparare dell’allievo. Per identificare lo stile di apprendimento è opportuno procedere con l’ accurata valutazione psicologica. Nella Tabella n° 1 sono presenti i quattro stili di apprendimento abbinati alle caratteristiche dello studente e agli opportuni interventi psicoeducativi. Ecco le tappe: 1)individuare lo stile di apprendimento; 2) rilevare le caratteristiche dello studente; 3)promuovere gli interventi psicoeducativi idonei Lo stile di apprendimento parla del ragazzo, della sua storia cognitiva e di qualche esperienza di insuccesso. Sono queste cose che lasciano ai ragazzi segni profondi. Ed è per questo che hanno paura di non farcela, detestano la scuola, i libri e a volte anche i docenti. Solo se la scuola “sfrutta” i diversi stili, può risvegliare nei ragazzi la voglia di apprendere. Di fronte, poi, ad un blocco di apprendimento non bisogna mai dimenticare di suscitare lo stupore e la meraviglia della conoscenza. Puntare sugli stili di apprendimento degli allievi significa alleggerire la loro mente, permettendogli di affrontare serenamente il vero viaggio della conoscenza. Da cui si parte ogni giorno e dove si ritorna.
LE EMOZIONI COME RISORSA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS: PRENDERSI CURA DEL PROPRIO BENESSERE PSICOLOGICO

di Pasquale Romeo Il Coronavirus ci ha messo a dura prova, catapultandoci in una condizione di vita a cui non siamo abituati: un’emergenza fisica, sociale e anche psicologica. Il nostro sistema nervoso autonomo è entrato in uno stato di allarme costante e ci vuole proteggere. Le reazioni psicofisiche che si possono sperimentare possono essere diverse come paura, rabbia, angoscia, impotenza. Si tratta di emozioni normali che vengono sperimentate in risposta ad eventi critici. Ogni emozione svolge una funzione specifica e non esistono emozioni che non sono utili. Tutte accompagnano la vita dell’essere umano. Alcuni esempi concreti: 1) La paura ci protegge dai pericoli.2) La rabbia ci motiva per raggiungere i nostri scopi se diventa grinta.3) La tristezza ci consente di elaborare una perdita e ci avvicina a quello di cui abbiamo bisogno.4) Il disgusto ci permette di evitare, ad esempio, i cibi dannosi. Le emozioni sono risposte complesse ad eventi di particolare rilevanza per la persona, caratterizzate da specifici vissuti soggettivi e da un’articolata reazione biologica. Le emozioni informano che qualcosa è cambiato e che dobbiamo adattarci a quel cambiamento (Fosha, Siegel, Solomon, 2009). Il cambiamento implica crescita e coraggio, ma può risultare complesso da gestire e può generare diverse emozioni come stress, tristezza, rabbia e ansia perché temiamo di non riuscire a controllarlo. L’ansia, ad esempio, è una naturale risposta psicofisica dell’organismo. L’ansia non è patologica ed è transitoria. L’ansia ci informa che sta accadendo qualcosa di importante nella nostra vita e tutti i suoi segnali vanno compresi, accolti e ascoltati perché più cerchiamo di combatterla più l’ansia si trasforma in un ostacolo. L’ansia, al contrario della paura, si scatena anche di fronte a una minaccia ipotetica. Esse sono generate da una zona primordiale del nostro cervello, l’amigdala, che genera risposte rapide. Quindi, come gestire le mie emozioni e lo stress in questo periodo? 1) Riconoscere l’emozione. Accoglierla e darle un tempo e uno spazio definiti. 2) Pensare che qualsiasi emozione accumuna tutti gli esseri umani e non è illimitata. Una volta che nasce, fa il suo corso naturale e si esaurisce. 3) Condividere le tue emozioni con le persone a te care per ricevere vicinanza e conforto. 4) Trattati con amore e rispetto, per non danneggiare la tua autostima. Ad esempio, ripetiti 3 frasi positive per darti la carica giusta. 5) Nutri la tua mente con la creatività (lettura, scrittura, disegno, arte, sport etc.). Chiediti: “Quali sono le mie passioni? I miei punti di forza? Le mie risorse?” La mente si nutre di ciò che le diamo. Dalle le giuste attenzioni e ti ricompenserà come meriti. 6) Usa la “scrittura espressiva” di Pennebaker. Prendi carta e penna scrivi per 20 minuti, per 4 giorni consecutivi. L’argomento deve essere personale e significativo. Non importa se ci sono errori, una volta finito puoi anche distruggere il contenuto, ma non devi rileggerlo. 7) Tecnica dello STOP di Goldstein: S (fermati e chiudi gli occhi se puoi), T (tranquillizzati, respira concentrandoti sull’aria che entra ed esce), O (osserva, ascolta come ti senti, nel corpo della mente), P (percepisci, ascolta i rumori intorno a te senza giudicare). 8) Usare la respirazione diaframmatica: inspira l’aria per 4 secondi gonfiando l’addome, trattienila per 7 ed espira per 8 secondi. In questo modo il tuo livello di stress ed ansia si riducono gradualmente. 9) Evitare le strategie di coping negative (il coping è l’insieme di strategie per fronteggiare i problemi). Se ci sentiamo tristi bisogna evitare di bere alcolici, isolarsi, privarsi del sonno o mangiare troppo. 10) Camminare aiuta a rilasciare sostanze chimiche del cervello che abbassano i livelli di cortisolo nel sangue, responsabile dello stress. 11) Organizza il tuo tempo. Fai una lista delle cose da fare dando precedenza agli impegni più importanti. 12) Aiutare gli altri: con le piccole azioni quotidiane si diventa più resilienti, più forti. Ad esempio, domandati: “come posso rendermi utile? Quale contributo posso dare ora?” Questo favorisce anche l’aumento dell’autoefficacia, cioè la fiducia di mettere in atto un comportamento prestabilito. Basta poco. Se ciò non bastasse contatta uno Psicologo, un professionista della salute che si prende cura del tuo benessere. Chiedere aiuto, è un atto di amore. Prenditi cura di Te! BibliografiaDiane, M., Horowitz, J. (2019). Stress. Trasformare la pressione in energia positiva. Guida pratica. Editore Demetra.Fosha, D., Siegel, D. J., & Solomon, M. F. (Eds.). (2009). The healing power of emotion: Affective neuroscience, development & clinical practice. W. W. Norton & Company.Hanson, R., Hanson, F. (2019). La forza della resilienza. Giunti editore.
Discutere nell’era dei social: quali sono i meccanismi in atto e come può la psicologia aiutare?

di Corrado Schiavetto In questo periodo pandemico abbiamo assistito a un cambiamento di paradigma riguardo i metodi e gli strumenti di comunicazione. Sebbene questo cambiamento fosse già in atto da più di un decennio, l’obbligo di distanziamento sociale ha ridotto la possibilità di interazione in presenza, aumentando quindi l’impatto dell’interazione attraverso i vari social media, che hanno visto un aumento di traffico dei propri utenti, nonché l’evoluzione di nuovi linguaggi. Quello però che in alcuni casi è passato più in sordina è stato, nel cambio di questo paradigma, l’incontro fra persone non propriamente abituate al dialogo attraverso uno schermo con le persone che, dal canto opposto, di questa forma di comunicazione avevano già appreso i meccanismi. Già in un articolo del 2006, Identity, Social Networks and Online Communication (ricordiamo che Facebook è stata fondata nel 2004) si domandava se Internet stesse creando nuove persone o se semplicemente ci stesse permettendo di scoprire una nuova facciata della nostra identità. In quell’articolo, proprio dei primi paradigmi teorici riguardo il mondo virtuale, l’assioma era “non fidarti di coloro che incontri su internet e di ciò che trovi su internet”, regola che, con il passare del tempo, si è ritrovata a venire radicalmente rovesciata in gran parte delle attuali generazioni, diventando piuttosto un “non ti fidare delle informazioni che i media tradizionali ti offrono, cerca tutto su internet”: se da un lato questo ha garantito un flusso continuo di informazioni e la possibilità per voci altrimenti soffocate di essere ascoltate e, soprattutto, riconosciute (pensiamo a tutti i movimenti femministi intersezionali, alle informazioni venute dai vari gruppi umanitari e al modo in cui popolazioni oppresse sono riuscite a far sentire la propria voce attraverso i media non ufficiali), allo stesso tempo ha portato al proliferare di teorie del complotto, di ricerca di fonti oscure e alla creazione di piccole sacche di gruppi fortemente estremisti che, chiusi nella loro bolla, non hanno fatto che autoalimentarsi di notizie falsate. Quali sono quindi le dinamiche che sono entrate in atto a seguito di questo cambiamento di paradigma fra l’interazione offline e quella online? Sebbene sia impossibile identificarle tutte, cercherò in questo breve articolo di evidenziare alcune delle più comuni e di fornire qualche termine e consiglio a riguardo. Una delle primissime dinamiche, è quella denominata della echo chamber, o echo bauble. Traducibili come “camera dell’eco” o “bolla dell’eco”, questa dinamica è sia volontaria che involontaria. Ogni social media difatti, che sia facebook, che sia twitter, instagram, tiktok o altri, funziona tramite algoritmi per mostrare i propri contenuti. Questi algoritmi, di cui mi rendo conto di dare una spiegazione grossolana, sono strutturati per esaminare, dove sia stato dato – consapevolmente o meno – il proprio consenso, la propria cronologia di ricerca internet e i post a cui si è data maggiore visibilità. O condividendoli, o commentandoli, o mettendo un like. Farà quindi in modo di considerare questi segnali come una richiesta da parte dell’utente di ricevere nel proprio feed un maggior numero di contenuti simili, a cui tenderà a mettere un maggior numero di likes, e così via, in un ciclo continuo. Il concetto di eco, quindi, è letteralmente il continuo rimbombare nella propria pagina principale solo di contenuti che via via saranno sempre più polarizzati verso il proprio punto di vista, azzerando la possibilità di avere punti di vista opposti. Una serie di ricerche (Duggan & Smith, 2016; Bakshy et al. 2015; Flaxman, Goel e Rao, 2016; Jennifer Brundidge, 2010) hanno mostrato che vi è quindi un rischio elevato sia di venire esclusi sul piano dell’informazione da quelle che sono le tesi opposte alla propria, sia un aumento sul piano delle ideologie, con una sorta di invisibilità selettiva a discorsi alieni a queste ideologie o contrarie. Il risultato, molto spesso, è un continuo inasprimento della discussione a ogni livello, con un rafforzamento della propria identità di gruppo e sociale a discapito della propria identità personale e, proprio per questo, un rifiuto sempre più marcato di tutti i pensieri contrari al proprio. L’effetto più subdolo di questo meccanismo però si ha – azzerando ogni confronto che non sia improntato all’aggressione reciproca – in due direzioni: da un lato, ogni discussione si ritrova ad avere lo stesso peso, perché viene vista in entrambi i casi come espressione di un estremismo. Ogni gruppo tenderà ad attirare dentro di sé persone in parte legate a obiettivi simili e simili proteste, ma in parte semplicemente desiderose di avere un “nemico” contro cui scagliarsi, portando la discussione a livelli ancora più distruttivi e non costruttivi. Un esempio di questa situazione è stato evidenziato da una ricerca (Jhaver, S., Chan, L., & Bruckman, A., 2018), che ha analizzato un fenomeno sociale definito GamerGate, nato a seguito di critiche di un gruppo di utenti (principalmente sulla piattaforma Reddit) nei confronti della sviluppatrice di giochi Zoe Quinn, portando poi a una escalation di azioni e reazioni. Senza entrare nel merito di tutte le dinamiche ma rimandando all’articolo, ciò che i ricercatori hanno evidenziato è stata l’omogeneità dei partecipanti del GamerGate e l’evidenza della disparità di opinioni interne ed esterne riguardo a cosa fosse una molestia su internet e chi ne fosse vittima. Si è vista quindi una sorta di polarizzazione fra gruppi “buoni” e gruppi “cattivi”, dove a un gruppo viene permesso l’utilizzo di linguaggio e insulti che vengono vietati dall’altro gruppo, con la conseguente reazione di chiusura e aggressione. Nello stesso articolo viene fatto l’esempio della possibilità di uscire da una simile dinamica, citando l’esempio di Linda West del 2015, dove, dopo aver incontrato dal vivo la persona che l’aveva molestata di continuo su internet, ha ricevuto dalla stessa le sue sincere scuse, potendo lei stessa riconoscerne l’umanità e la fragilità. Il problema quindi di discutere sui social è questo quindi: la perdita dell’immagine di umanità della persona dall’altro dello schermo, l’incapacità spesso di uscire fuori dalla propria camera dell’eco e – forse – il bisogno di circondarsi di opinioni che siano quasi esclusivamente concordi con il proprio punto di vista, al punto di considerare
La depressione infantile

È importante cogliere i sintomi, come l’oscillazione dell’umore, la perdita di autostima e un rallentamento psico-motorio e intervenire per evitare che la situazione si aggravi. Scopriamo insieme cause, sintomi e interventi possibili. A che età si può parlare di depressione infantile? Le diagnosi solitamente avvengono in età prescolare, quindi tra i 3 e i 5 anni. Talvolta si riscontrano episodi anche prima dei 3 anni. Quando siamo di fronte a cure materne poco adeguate, il neonato può sviluppare una forma di depressione definita “anaclitica“, in cui il piccolo, dopo aver pianto invano, tende a diventare indifferente, isolato, anaffettivo e privo di curiosità rispetto al mondo circostante. Quali sono i sintomi della depressione infantile? La depressione infantile è un disturbo dell’umore che può essere di lieve o grave entità, a seconda della compresenza, persistenza e intensità di alcuni sintomi. Nel DSM–5, i criteri per bambini e adolescenti specificano che deve essere presente un umore depresso o irritabile per almeno un anno. Durante tale periodo i minori devono anche presentare due o più tra sintomi quali ad esempio scarso appetito o iperfagia; insonnia o ipersonnia; scarsa energia o astenia; bassa autostima. In alcuni bambini con un disturbo depressivo maggiore, lo stato d’animo predominante è l’irritabilità piuttosto che la tristezza. L’irritabilità associata alla depressione infantile può manifestarsi come iperattività e comportamenti aggressivi, antisociali. A livello fisico si osserva spesso un rallentamento psico-motorio, perdita di energie, facile affaticabilità, insonnia o ipersonnia diurna. Spesso si osserva difficoltà di concentrazione e prestazioni scolastiche ridotte oltre che una distorsione nella valutazione di sé e nell’interpretazione degli eventi esterni, che assumono una colorazione di tipo negativo. Nei casi più gravi sono presenti sensi di colpa. Il bambino si sente responsabile di accadimenti negativi esterni. Le cause La cause possono essere molteplici, ma, nella maggior parte dei casi, le depressioni infantili vengono definite di tipo “reattivo” ossia come una reazione difensiva rispetto al contesto familiare e/o ambientale o, in alcuni casi, a eventi traumatici. Anche una separazione precoce dalla figura materna, induce reazioni di protesta e disperazione, a cui segue rassegnazione o distacco, con rinuncia alla relazione e successivo isolamento, senso di colpa e frustrazione. L’angoscia di separazione si trasforma in un vero e proprio stato depressivo se i bisogni primari di accudimento e di gratificazione del bambino non vengono assolti e ascoltati dalla figura genitoriale di riferimento. I possibili interventi In primo luogo è importante Ascoltare e comunicare con il proprio figlio. Molto spesso i bambini mascherano i loro sentimenti per vergogna o timore. In questo caso bisognerebbe invogliarli a parlare cercando di comprendere quale difficoltà avvertono e soprattutto dando importanza e ponendo attenzione ai loro vissuti (non svalutandoli). Favorire la costanza delle abitudini in modo tale da recuperare l’attenzione per i compiti e l’affettività che i genitori con semplici gesti quali l’abbraccio, coccole e i riconoscimenti possono stimolare. Nella diagnosi specifica interviene dapprima il pediatra, che accerta l’assenza di malattie organiche a cui può seguire anche una condizione depressiva, e poi dallo psicologo. Sarebbe indicato un percorso psicoterapeutico rivolto sia al bambino, attraverso l’aiuto di giochi specifici, sia alla famiglia. Ciò aiuterebbe il piccolo a recuperare le sue competenze emotive e ristabilirsi sul piano della relazione lavorando sugli aspetti legati alla perdita.
Come rapportarsi alla disabilità visiva

Quando ci si trova di fronte alla diversità, in questo caso incarnata da un soggetto con disabilità visiva, la reazione immediata è spesso di tipo difensivo. Coloro che hanno avuto poca esperienza della disabilità di altre persone sono spesso impauriti, non sanno come comportarsi e rapportarsi a loro. Ci si arretra su posizioni colme di sensi comuni e stereotipi. La conoscenza che ne deriva ancòra il soggetto non vedente ad un’identità di categoria, come se quel deficit costituisse un unico prototipo al mondo. Il non vedente è identificato con il suo deficit e di conseguenza con le sue incapacità ed impossibilità. Il non vedente ha innegabilmente delle difficoltà di natura organizzativa, di ordine valutativo circa l’ambiente che lo circonda e di natura sociale per i disagi che comporta nella sua vita di relazione, il pregiudizio di chi vede nei confronti della cecità. Se è vero che la cecità può portare ad alcuni comportamenti che non si rinvengono nei soggetti vedenti, è anche vero che ogni persona è a suo modo singolare. Ogni soggetto è diverso dall’altro e vive le proprie difficoltà in modo diverso, avendo risorse e strumenti differenti, personalità differenziate poiché ogni disabilità s’intreccia con una diversa identità. La funzione dello psicologo clinico nel colloquio con una persona non vedente Lo psicologo clinico incontra la persona nella sua totale identità e questo permette di allontanarsi dai pregiudizi comuni. È fondamentale cercare di mantenere nel colloquio clinico con ragazzi affetti da disabilità visive le “regole normali”. Le persone affette da disabilità, infatti, cercano di convincere gli altri a trattarli come qualsiasi altra persona, poiché per molti ragazzi la propria disabilità implica uno stigma sociale. Molte persone che incontrano durante la loro vita, infatti, riescono ad essere spiacevoli e sconsiderate oppure eccessivamente accondiscendenti ed iperprotettive. Lo psicologo clinico dovrebbe sforzarsi di non essere troppo accondiscendente né a prendere troppo in carico le persone solo per la loro disabilità. Rapportarsi ai ragazzi non vedenti è un problema dei vedenti non loro, di coloro che abituati al contatto visivo, perso quello non si riescono bene ad orientarsi. Certo l’abitudine di guardarsi negli occhi, anche se quegli occhi sono chiusi, non la elimina nessuno ma questo conta poco. Il transfert ed il controtransfert funzionano anche se hai gli occhi chiusi!!
Il nuovo anno: buoni propositi o obiettivi?

Il nuovo anno spesso inizia con buoni propositi. Cosa possiamo fare affinché i buoni propositi diventino obiettivi? “L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità”. Così cantava Lucio Dalla in una famosa canzone del 1979. Il brano è ricco di riflessioni sull’anno passato e volge con uno sguardo speranzoso verso il futuro. E diciamocelo, è quello che facciamo tutti prima che finisca l’anno! Spesso, tuttavia, quelli che sono i buoni propositi per il nuovo anno rimangono tali, lasciandoci un senso di amarezza e facendoci bloccare in un circolo vizioso di pensieri negativi e procrastinazioni. “Ecco, sono il solito! Anche quest’anno non ci sono riuscito! Lo farò in seguito! Sono un debole!” Perchè non riusciamo a realizzare i nostri buoni propositi per il nuovo anno? Ci possono essere diverse ragioni per cui non si riesce a portare a termine ciò che ci si è prefissati nell’anno appena trascorso: può succedere che i nostri desideri vengano influenzati da pressioni esterne e che non partano da una motivazione reale. Riflettiamo su quali siano davvero i nostri bisogni! Questo può generare nell’individuo una spinta motivazionale più forte, ovvero il passaggio all’azione per ottenere ciò che si desidera. Stiamo attenti a non creare pensieri magici! La nostra mente è programmata per sviluppare immagine fantasiose quando non riesce a trovare soluzioni reali e concrete. Poniamoci obiettivi che siano realmente raggiungibili, anche se vorrà dire iniziare con un piccolo passo! Non basta dire “da domani andrò in palestra!”. Proviamo a programmare con date, orari e siamo quanto più precisi nel farlo: ci darà una spinta diversa ad agire! Come faccio a capire quali sono davvero gli obiettivi da pormi? Immaginiamo: siamo esploratori e durante l’anno appena trascorso abbiamo girovagato raggiungendo tappe, in alcuni momenti, mentre in altri abbiamo evitato luoghi sconosciuti. Com’è stato? Cosa abbiamo perso? Cosa abbiamo guadagnato? Abbiamo un altro percorso da intraprendere nel nuovo anno, ma non sappiamo che sentiero imboccare. I pensieri nascono spontanei “sarà la scelta giusta?”. A questa domanda non c’è una risposta, ma finchè sono consapevole della direzione da imboccare, non avrò smarrito la strada. Proviamo dunque ad individuare quali sono le cose più importanti per noi che, come una bussola, ci indicano la direzione da intraprendere. E solo allora definiamo gli obiettivi, le tappe del nostro percorso. In questo modo, la spinta ad agire sarà realistica e i “vecchi buoni propositi” hanno maggiori possibilità di trasformarsi in obiettivi concreti. “Esplora. Sogna. Scopri. “ M. Twain Buon viaggio a tutti!
Capodanno e buoni propositi: un film già visto?

Siamo alla fine di un anno difficile, come il precedente: la pandemia è un protagonista indiscusso delle nostre vite e ha avuto un enorme impatto su tutti noi; sia su chi l’ha vissuta in prima persona, con la perdita di amici o parenti, sia su chi l’ha vissuta, fortunatamente, senza queste tragedie personali. Perché il Covid ha modificato il nostro senso di concepire il presente e il futuro e perché ci lascia in costante incertezza; e l’incertezza e la confusione sono due delle esperienze più intollerabili per la mente umana. Nello scorso articolo, abbiamo parlato dell’importanza dei rituali, che hanno anche la funzione di permetterci di riappropriarci – attraverso azioni concrete – di una sensazione di controllo e di possibilità di incidere sulla realtà. E veniamo al Capodanno e ai propositi che si fanno per il nuovo anno: come se fosse un gigantesco lunedì, lo immaginiamo come un momento da cui iniziare a cambiare, per diventare migliori, più produttivi, più felici, più diversi da noi stessi dell’anno scorso. E allora, visto che tutto è cambiato negli ultimi due anni, perché è cambiata la nostra percezione dell’esistenza, proviamo a cambiare il solito film e a utilizzare degli accorgimenti per fare propositi utili e, perché no, davvero realizzabili nell’anno nuovo, senza rimandarli al Grande Lunedì del 2023. L’argomento è complesso, lungo e articolato: qui desidero solo accennare ad alcune accortezze perché i propositi non restino tali. Prima regola: stabilire quali sono i punti precisi da cui parte un comportamento abitudinario, una routine. Come suggerisce Duhigg, nel libro “ Il potere dell’abitudine”, ci sono cinque elementi che la sostengono: 1. Un orario preciso nella giornata 2. Un luogo preciso 3. La presenza di qualcuno di preciso 4. Un’emozione particolare 5. Un precedente comportamento che è stato ritualizzato. Tutte le ricerche più recenti sui comportamenti abitudinari provano che è molto difficile estinguere totalmente un comportamento che non desideriamo faccia più parte della nostra vita. Molto più utile, e foriero di risultati, lavorare per modificarlo. In questo modo, possiamo incidere sul complesso sistema di azione- ricompensa che il nostro cervello utilizza per procedere e, soprattutto, risparmiare forza di volontà, una delle nostre risorse più importanti e che si estingue più facilmente. Quindi, sia che desideriamo introdurre un nuovo comportamento abitudinario virtuoso, sia che vogliamo cambiarne uno che riteniamo nocivo per noi, occorre: 1. Identificare qual è l’elemento che lo fa partire 2. Stabilire qual è la ricompensa che cerchiamo 3. Trovare una nuova routine. È facile individuare i “grilletti”, i “segnali” che fanno partire una routine: rientrano più o meno sempre nei cinque elementi elencati prima. Più difficile è capire qual è la ricompensa che cerchiamo. Ipersemplificando, ad esempio: prendiamo un caffè a metà mattina perché sentiamo bisogno di una sostanza stimolante; o perché ci annoiamo e andare a prendere il caffè ci distrae un attimo dal lavoro; o perché lo beviamo con qualcuno che ci fa sorridere e possiamo passare qualche minuto con questa persona? Solo quando identifichiamo esattamente qual è la ricompensa che sostiene un comportamento, possiamo davvero cambiarlo. È molto importante mantenere stabile il grilletto e la ricompensa e cambiare solo il comportamento. Se, nell’esempio precedente, prendiamo il caffè per stare con una persona, possiamo mantenere tutto stabile – pausa a metà mattina e chiacchiere – bevendo una spremuta o un bicchiere d’acqua al posto del caffè. Non è proprio così semplice? È vero, altrimenti non esisterebbe la nostra complessità individuale, ricca di storia personale e familiare. Ma tentare di scomporre le abitudini, individuare gli elementi semplici e modificare un comportamento, o costruirne uno nuovo, significa fare piccoli progressi e premiarli, senza affrontare temi esistenziali di cambiamento radicale, destinati al fallimento o ad essere rinviati al prossimo Capodanno. Quindi, concediamoci di sperare in un anno proficuo, di leggero e continuo miglioramento, di compassione e di autocompassione, di analisi e di applicazione. Il proposito più importante? Continuare ad essere curiosi o diventarlo di più, ogni giorno; con la consapevolezza che gli avvenimenti avversi, come la pandemia, possono portare a pensare in modo nuovo. Mille auguri a tutti: quest’anno ce li meritiamo ancora di più.