Disturbi Trigenerazionali: quando la storia familiare continua a parlarci

Ci sono momenti in cui sentiamo dentro di noi emozioni che non sappiamo collocare: una tristezza ‘antica’, una paura che arriva all’improvviso, un senso di responsabilità che pesa troppo per le nostre spalle. A volte reagiamo in modi che ci sorprendono, come se rispondessimo a qualcosa che non è qui, oggi, davanti a noi. E ci chiediamo: perché mi sento così? La prospettiva sistemica ci ricorda che esistono storie che vivono silenziosamente nelle pieghe delle famiglie. Non solo racconti, ma atmosfere emotive, ruoli, compiti non detti, speranze infrante, traumi taciuti per proteggere tutti. Sono memorie che non passano attraverso le parole, ma attraverso i gesti, gli sguardi, la postura con cui affrontiamo la vita. Sono “voci” che ci abitano senza che ce ne accorgiamo, e che a volte parlano più forte delle nostre. Cresciamo dentro sistemi familiari che si sono adattati come potevano agli eventi della vita. Alcune famiglie hanno imparato a non chiedere aiuto, altre a non esprimere vulnerabilità, altre ancora a proteggere gli altri a costo di perdersi. Questi modi di sopravvivere diventano presto regole non scritte, mandati invisibili che attraversano le generazioni: “Sii forte”, “non disturbare”, “non piangere”, “occupati tu degli altri”. Così, senza volerlo, entriamo in ruoli che non abbiamo scelto, ripetiamo ciò che è stato utile a qualcun altro molto tempo fa. E finiamo per sentirci inadeguati o sbagliati, quando in realtà stiamo portando una storia che non è nata con noi. Tutto questo ci invita a fermarci, ad ascoltare, a ricostruire quel filo rosso che unisce passato e presente. Attraverso strumenti come il genogramma, la narrazione condivisa e la rilettura delle dinamiche familiari, diventa possibile vedere ciò che prima era solo una sensazione confusa. È un processo che porta luce sui legami nascosti, sulle emozioni ereditate, sulle aspettative interiorizzate. E, soprattutto, ci dà la possibilità di distinguere ciò che è “nostro” da ciò che appartiene alle generazioni venute prima. Quando questa consapevolezza emerge, succede qualcosa di profondo: il peso emotivo cambia forma. Non si tratta più di “liberarsi” della propria famiglia o di cercare colpe, ma di restituire a ciascuno la propria parte di storia. Possiamo guardare alla nostra vita con occhi nuovi, riconoscere che alcune fatiche non sono un difetto ma un’eredità, e che proprio per questo possono essere trasformate. E allora accade qualcosa di liberatorio: ci concediamo di vivere una storia diversa. Di interrompere un copione che non ci rappresenta più. Di scegliere, finalmente, la nostra direzione. Perché comprendere ciò che ci abita non significa restare intrappolati nel passato, ma recuperare la libertà di scrivere il futuro con maggiore consapevolezza, leggerezza e autenticità.

Disturbi specifici dell’apprendimento: una panoramica sull’evoluzione e il mondo dell’università alla luce della nuova Linea Guida

di Roberto Ghiaccio Quando si parla di DSA il confronto tra scuole di pensiero è più acceso che mai, trattandosi di un disturbo estremamente complesso per quanto “specifico” e “specificato” nelle definizioni nosografiche. Affacciandosi “nell’universo dell’apprendimento” si deve esser pronti ad affrontare argomentazioni complesse e ricche di controversie, dilemmi tali da mettere in crisi le più consolidate certezze scientifiche, antropologiche e didattiche. Lo scopo di questo lavoro è comprendere le possibili evoluzioni del disturbo di lettura nel corso della scolarità, capire come il disturbo cambia e si trasforma, osservando la sua modalità espressiva ed evolutiva, con la consapevolezza che il disturbo cambia, si compensa, si trasforma, fino all’istruzione universitaria e al mondo del lavoro. Nel gennaio 2022 l’Istituto Superiore di Sanità pubblica la nuova Linea Guida sulla gestione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, questa contiene tra le tante novità, una particolarmente importante per il nostro contributo: al quesito n. 8 (pag 268- 284) si parla di DSA nell’adulto! Anche la precedente Consensus Conference del 2011 trattava dei DSA negli adulti ai quesiti: “B4 “Qual è l’evoluzione in età adolescenziale e adulta dei DSA (cambiamenti dei processi di lettura, ortografia/compitazione, calcolo; associazione con disturbi mentali; ? (Allegato al documento Consensus Conference “disturbo specifici dell’apprendimento p.22)2 “B5 “Esistono evidenze che la presenza di altri disturbi specifici dell’apprendimento o altri disturbi evolutivi in comorbidità con i DSA modifichi la storia naturale della malattia, rispetto ai DSA isolati? con attenzione al quesitoB5.2 Dislessia e disturbo specifico del linguaggio sono disturbi distinti e possono essere co-occorrenti (Allegato al documento Consensus Conference “disturbo specifici dell’apprendimento p.26)” Tuttavia, non ne affrontava le complessità del l ’ indagine diagnostica non fornendo raccomandazioni cliniche per la diagnosi in età adulta. È ormai noto che i disturbi specifici di apprendimento hanno un carattere di persistenza dovuto anche alle basi neurobiologiche, oggi sempre meglio note, pertanto è lecito attendersi che, anche in età adulta, vi sia una vasta popolazione di soggetti con difficoltà di funzionamento in alcuni compiti e attività della vita quotidiana, in ambito scolastico/universitario, o professionale, in parte anche, purtroppo, non diagnosticati in età evolutiva. Gli studi inclusi evidence based sui quali gli esperti della LG si sono usati per la stesura delle raccomandazioni hanno arruolato prevalentemente studenti che frequentano l’università o l’ultimo biennio della scuola secondaria di secondo grado (N = 5725, range di età 16-55 anni). Gli studi sono stati condotti principalmente in lingua inglese (N = 15: Stati Uniti 4, Regno Unito 9, Canada 1, Nuova Zelanda 1), Italia (N = 7), Olanda (N = 7), Francia (N = 4), Finlandia (N = 2), Israele (N = 2), Polonia, Brasile, Norvegia, Svezia, Danimarca (un solo studio per ciascuna area). La maggiore parte degli s t u d i prende i n esame esclusivamente il disturbo specifico di lettura. Infatti, solo due studi analizzano il disturbo specifico del calcolo e tre studi esaminano le prestazioni di soggetti con disturbo specifico dell’apprendimento in comorbidità. Solo due studi hanno esaminato la sfera emotivo-comportamentale, con particolare attenzione alla sintomatologia ansioso-depressiva. Infine, 7 studi hanno utilizzato anche questionari per il self report di sintomi di DSA o ADHD. La pratica clinica prevede che un’adeguata valutazione diagnostica dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) nell’adulto debba comprendere un’accurata raccolta di informazioni anamnestiche, quali storia scolastica, familiarità del disturbo specifico, pregresse valutazioni neuropsicologiche o eventuali accessi a servizi specialistici, eventuali trattamenti, funzionamento adattivo e difficoltà percepite nella vita quotidiana. Tali dati clinici possono assumere un valore rilevante nel caso di prestazioni con punteggi nell’area di norma ma ai limiti inferiori alla valutazione neuropsicologica (per es. tra -1.5 e -2 deviazioni standard rispetto alla media, oppure tra il 5° e il 15° centile), come riportato anche nel DSM5. Le seguenti raccomandazioni si riferiscono a percorsi diagnostici di soggetti adulti sia con sospetto DSA sia con disturbi specifico già diagnosticato, ossia sia per prime diagnosi sia per valutazioni di aggiornamento del profilo funzionale in presenza di diagnosi di DSA preesistenti. In generale, la formulazione di diagnosi prevede la valutazione delle abilità strumentali di lettura, scrittura e calcolo, eventualmente qualificate da altri strumenti neuropsicologici per l’esame delle funzioni cognitive correlate. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di lettura Raccomandazione 8.1 Si raccomanda la somministrazione di prove standardizzate per l’età adulta di lettura ad alta voce di brano, parole e non-parole. Sono da misurare sia la rapidità sia l’accuratezza. Raccomandazione 8.2 Si raccomanda la valutazione della capacità di comprensione del testo scritto considerando l’accuratezza, con prove adeguate all’età ed alla scolarità e di dimostrata validità clinica. Raccomandazione 8.3 Per qualificare la diagnosi ed il profilo, si raccomanda di somministrare prove che valutino le abilità di denominazione rapida automatizzata, memoria fonologica e di lavoro verbale, e velocità di elaborazione delle informazioni. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di scrittura Raccomandazione 8.4 Per la valutazione dell’ortografia, si raccomanda di misurare l’accuratezza in prove di dettato di parole e di brani, con adeguata standardizzazione e validazione clinica. Nei casi in cui la compromissione della abilità ortografica è meno chiara, può risultare utile somministrare il dettato di parole sia in condizioni normali che di doppio compito (ad esempio la soppressione articolatoria). Raccomandazione 8.5 Per la valutazione della fluenza grafemica, si raccomanda l’uso di prove di produzione di grafemi (ad esempio, scrittura di numeri in parola) sia in condizioni normali che di doppio compito (ad esempio, la soppressione articolatoria), misurando il numero di grafemi prodotti in un intervallo di tempo definito. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di calcolo Raccomandazione 8.6 Si raccomanda l’uso di strumenti psicometrici la cui standardizzazione sia quanto più possibile adeguata alla scolarità e all’età del soggetto esaminato, che valutino accuratezza e rapidità mediante prove di calcolo a mente, calcolo scritto, recupero dei fatti aritmetici e transcodifica (lettura e scrittura di numeri). È, inoltre, opportuna una valutazione qualitativa degli errori procedurali. Acquisire una lingua, parlata o scritta è un fenomeno complesso, che coinvolge gran parte della vita di un bambino. Seppure con difficoltà e grande variabilità interindividuale i

DISTURBI SESSUALI: L’EFFICACIA DI UN APPROCCIO INTEGRATO

di Elena Busso E’ sempre più diffusa nella pratica clinica di chi si occupa di sessualità e di disturbi sessuali nello specifico, la necessità di avere una visione ed un approccio sistemico multidisciplinare. Molto spesso abbiamo di fronte non solo un paziente o una coppia che ci riporta  una problematica specifica ma in molte altre occasioni regna confusione e smarrimento, oltre alla narrazione di un viaggio fra specialisti che ha portato con sé spesso frustrazione e portafoglio più leggero. Grazie alla mia pratica clinica e all’ascolto dei pazienti ho imparato quanto sia necessario, soprattutto in un primo momento di anamnesi e consulenza, avere una visione a 360 gradi che includa corpo e mente per poter capire in maniera approfondita e completa l’eziologia del disturbo o della difficoltà riportata e poter proseguire con l’invio o il trattamento adeguato. Da tutto questo è nato il progetto di rendere fruibile un argomento così complesso ed articolato sia alla popolazione sia ai professionisti non sessuologi ma che quotidianamente si occupano di tematiche inerenti la sessualità e i disturbi sessuali. La chiave è stata associare alla scrittura un approccio umoristico per poter rendere più fruibileun argomento ancora a tratti tabù e fonte di imbarazzo. Nel libro oltre alle definizioni tratte dal DSM – 5 di ogni singolo disturbo, sono state inserite alcune fra le maggiori ipotesi eziologiche ed una panoramica di quelle che ad oggi possono essere le terapie e i trattamenti che singolarmente o svolte in parallelo, possono essere efficaci nel miglioramento o nella risoluzione delle problematiche riportate.  Inoltre la descrizione di alcuni casi clinici permette di rendere immediato quanto descritto precedentemente. E’ fondamentale nella patogenesi dei disturbi sessuali prendere in considerazioni le varie ipotesi eziologiche quali i fattori individuali legati al funzionamento del singolo, fattori relazionali della coppia, fattori riguardanti il funzionamento del/della partner, senza dimenticare i fattori medici (quali ad es. malattie di origine neurologica, malattie endocrine o vascolari) e quelli culturali/educativi. In una accurata consulenza, la psicoeducazione spesso ha un valore prezioso nel dare significato al sintomo e nello scardinare i meccanismi alla base che ne permettono il mantenimento. Fra i vari trattamenti è importante considerare la sinergia fra il corpo e la mente; spesso infatti affiancare ad una psicoterapia individuale anche un trattamento corporeo quale la riabilitazione del pavimento pelvico, la riflessologia o l’osteopatia, possono essere efficaci per lavorare ad esempio sul trattamento del nervo pudendo (la nevralgia del pudendo è una sindrome caratterizzata da dolore pelvico cronico che può colpire entrambi i sessi) e che come si può immaginare, può avere ripercussioni sul disturbo del dolore genito pelvico e della penetrazione. In maniera più trasversale si può lavorare anche su altri disturbi dove intervenire sul sistema endocrino e neuroriflesso attraverso l’approccio corporeo, può portare a dei benefici.  La scrittura a quattro mani del testo insieme ad un collega psicoteapeuta vignettista, ha avuto lo scopo di rendere l’argomento della sessualtà e dei disturbi sessuali, ancora a volte oggetto di vergogna e tabù, più fruibile e leggero ma di immediata comprensione e lettura. Mi piace immaginare che tutto ciò sia solo l’inizio di un percorso formativo e di crescita per tutti noi, dove non ci si ferma ai manuali teorici (seppur preziosi e fondamentali), ma attraverso l’ascolto del paziente ed il confronto con le altre figure professionali si possa percorcorrere una strada, la strada maggiormente efficace per poter rispondere nella maniera più completa ed attenta alle richieste e alle sofferenze delle persone che abbiamo davanti.

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE E PANDEMIA DA COVID-19

L’aumento dei casi di disturbi del comportamento alimentare durante il lockdown di Maria Cascone I disturbi del comportamento alimentare sono quelle patologie caratterizzate da un cambiamento dell’abituale regime alimentare e da un’eccessiva attenzione verso il peso e la corporatura. Sono espressioni psicopatologiche che, se non vengono recepiti al momento giusto, possono generare gravi conseguenze e perfino portare alla morte. Infatti, se non individuati e trattati preventivamente, possono divenire una patologia estenuante e incurabile, suscitando un rischio sia per la salute fisica che psichica. I disturbi del comportamento alimentare sono un argomento emergente solo negli ultimi anni, ma su cui si pone ancora troppa poca attenzione rispetto a quella che effettivamente meriterebbero. I disturbi del comportamento alimentare interessano circa 70 milioni di persone nel mondo, di cui oltre 3 milioni sono italiani. La porzione di popolazione maggiormente colpita da questo tipo di disturbi risulta essere quella degli adolescenti, che trovandosi in una fase particolarmente sensibile della propria vita, hanno una predisposizione maggiore ad imbattersi in questi ultimi. I disturbi del comportamento alimentare maggiormente diffusi sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il binge eating o disturbo da alimentazione incontrollata. Tra i fattori predisponenti di questi disturbi troviamo l’avere una bassa autostima, l’idea del perfezionismo, le difficoltà interpersonali, la perenne insoddisfazione corporea, il desiderio di magrezza, quasi tutti fattori che si collegano agli stereotipi della “bellezza intesa come magrezza” che vengono alimentati principalmente dalla società e dai media. Ad oggi in Italia, secondo i dati statistici, l’incremento dei disturbi alimentari negli adolescenti successivamente alle ripercussioni pandemiche da Covid-19, risulta essere del 30% Un’ulteriore aumento del 30% avutosi durante questo periodo, che lascia intravedere uno spiraglio di luce per le persone affette da questo tipo di psicopatologie, riguarda le richieste d’aiuto e supporto alla cura. L’isolamento sociale avvenuto durante il regime di lockdown, e le varie precauzioni adottate contro la contrazione del virus, hanno fatto sì che le condizioni psicopatologiche peggiorassero notevolmente, incrementando nella popolazione ansia, tensione e paura. In questo caso, la perdita quasi totale dello svolgimento delle solite attività quotidiane, ha fatto sì che nei soggetti affetti d’anoressia aumentassero quelle che sono le restrizioni alimentari, mentre, nei soggetti affetti da bulimia si è evinto un notevole aumento di abbuffate e condotte di eliminazione diurne. Altri fattori che hanno incrementato le manifestazioni di questi disturbi in questo periodo, sono risultati essere la parziale o totale mancanza di attività fisica, spesso svolta con modalità compulsiva negli adolescenti affetti da disturbi alimentari a causa della paura di poter perdere la propria forma fisica, e la convivenza forzata e prolungata con i propri familiari, che non ha permesso agli adolescenti di intagliare quei piccoli spazi d’indipendenza giornaliera, che sono solitamente richiesti in questa fascia di età.  

Dispersione scolastica: adolescenti in fuga

L’età adolescenziale rappresenta una fase fondamentale per ciascun individuo, caratterizzata da significativi mutamenti a livello fisico, emotivo e sociale. Durante questo periodo, gli adolescenti affrontano sfide uniche, tra cui la pressione accademica e le aspettative sociali. Purtroppo, per alcuni giovani, questo periodo può portare alla dispersione scolastica, un fenomeno che comporta l’abbandono prematuro degli studi.  Possibili cause della dispersione scolastica La dispersione scolastica può essere il risultato di una combinazione di fattori individuali, familiari, scolastici e socio-economici. Tra le cause più diffuse si possono citare: Difficoltà familiari: Un ambiente familiare instabile, una conflittualità significativa o trascuratezza da parte dei caregiver possono influenzare negativamente il rendimento scolastico di un adolescente e portare all’abbandono degli studi;  Difficoltà di apprendimento: Gli adolescenti con disabilità o difficoltà di apprendimento possono sentirsi frustrati o scoraggiati dal sistema scolastico tradizionale, portandoli ad abbandonare gli studi; Pressione sociale: Le influenze negative dei coetanei, come la peer pressure (pressione tra pari) e l’adesione a comportamenti a rischio, possono distrarre gli adolescenti dall’impegno accademico e portarli alla dispersione scolastica;  Problemi economici: Le famiglie a basso reddito possono lottare per soddisfare le esigenze finanziarie di base, come il cibo e l’alloggio, spingendo gli adolescenti a cercare lavoro anziché continuare gli studi;  Mancanza di supporto: Gli adolescenti che non hanno un adeguato sostegno emotivo o accademico da parte degli insegnanti, dei genitori o delle istituzioni scolastiche possono sentirsi isolati e abbandonare gli studi. Strategie di intervento Affrontare la dispersione scolastica richiede un approccio olistico che coinvolga sia gli individui che il loro ambiente. Alcune strategie di intervento efficaci includono: Supporto familiare: Coinvolgere attivamente le famiglie nel percorso educativo dei loro figli, offrendo sostegno emotivo, consulenza e risorse per affrontare eventuali difficoltà;  Individuazione precoce: Identificare tempestivamente gli studenti a rischio di dispersione scolastica attraverso il monitoraggio del rendimento accademico, l’analisi del comportamento e il coinvolgimento degli insegnanti; Programmi di tutoraggio: Offrire programmi di tutoraggio personalizzati per gli studenti che necessitano di supporto aggiuntivo nell’apprendimento o nel consolidamento delle abilità di studio; Interventi psicologici: Fornire consulenza psicologica e supporto emotivo agli studenti per affrontare le sfide personali e sviluppare strategie di coping efficaci; Alternative educative: Creare alternative educative flessibili e accessibili per gli studenti che hanno difficoltà a integrarsi nel sistema scolastico tradizionale. Conclusione In conclusione, la dispersione scolastica nell’adolescenza è un problema complesso che richiede un impegno collettivo per essere affrontato con successo. Attraverso una combinazione di supporto familiare, interventi scolastici mirati e risorse comunitarie, possiamo aiutare gli adolescenti a superare le sfide e a raggiungere il loro pieno potenziale educativo.

Disparità di genere e rivoluzione linguistica

Disparità di genere e rivoluzione linguistica: partiamo da qui. Disparità di genere nella lingua italiana Di disparità di genere nella lingua italiana se ne parla ormai da qualche anno. è a partire dagli anni ’80 che le prime femministe cominciano a definire la lingua italiana una lingua “sessista” (Sebini Alma, 1987). Da successivi movimenti studenteschi sono arrivate proposte volutamente provocatorie, come quella di sostituire al neutro maschile un “femminile universale”. Il maschile è, nella lingua italiana, la norma, il neutro. Ciò che è diverso dalla norma, e richiede una specifica, è il femminile. Ben presto tale rivoluzione linguistica ha smesso di ambire al solo superamento del patriarcato. Basti pensare alla diffusione dello schwa, che trae spunto dalle precedenti riflessioni per introdurre il più generale tema del Gender Equality, e comunicare la necessità del superamento del binarismo di genere. Questi ambiziosi cambiamenti creano scalpore e preoccupazione da parte dei più tradizionalisti, che si mostrano scettici di fronte a tali rivendicazioni che talvolta acquisiscono comprensibilmente la forma di tentativi elitari, isolati o provocatori. È altrettanto vero che tali tentativi si scontrano ancora con molte difficoltà radicate da superare. E ne è testimone il fatto che, nonostante l’utilizzo dello schwa, i pronomi personali dinanzi al nome seguano ancora un chiaro binarismo di genere. Partiamo dalla rivoluzione linguistica Durante i miei studi, e il mio percorso post laurea, ho assistito e partecipato a diversi incontri sulla rivoluzione linguistica nel femminismo. Le posizioni più marcate (spesso da parte di uomini ma non solo) contro tali cambiamenti, riguardano il fatto che ci sono temi più importanti per cui dover combattere. Le disparità salariali, ad esempio. La disparità di potere che passa per ogni forma di dominio economico. Giustificando, per giunta, il neutrale maschile come prodotto storico. Come se la storia fosse un costrutto naturale, e non un prodotto socio-culturale. Eppure, nonostante siamo consapevoli del fatto che il movimento di stampo femminista debba agire contemporaneamente su più livelli, il dominio linguistico è imprescindibile per il progresso del movimento. La disparità di genere nella lingua, infatti, rientra a far parte di quella che viene definita “violenza simbolica”. La violenza simbolica è: “Una forma di potere che si esercita sui corpi, direttamente, e come per magia, in assenza di ogni costrizione fisica. Ma questa magia opera solo appoggiandosi su disposizioni depositate, vere e proprie molle. Nel più profondo dei corpi” (Bourdieu, 2014) La violenza simbolica La violenza simbolica, è quel tipo di violenza tacita che viene veicolata su un piano non direttamente aggressivo. Essa è veicolata da storie, cultura, etnie, miti familiari, finanche sguardi. Si impregna nel corpo. In ultima analisi, la violenza simbolica è ciò che fa sì che il dominato (in questo caso le donne) si adatti al suo ruolo di sottomesso. Non dobbiamo guardare lontano per trovare degli esempi di ciò che stiamo dicendo. Basti pensare al genere legato ai mestieri. Esiste cioè il femminile di alcuni tipi di mestieri (psicologa, maestra, infermiera, ecc) tipicamente legati alla cura, mentre non esiste di altri (avvocato, medico, notaio, ingegnere, ecc). Alcuni autori hanno avanzato l’ipotesi che il femminile non sia solo in qualche modo prescritto ad una funzione di cura, ma anche escluso da quei mestieri che sono socialmente valutati come più “prestigiosi”. Nessuno dice in modo chiaro che una donna non può diventare ingegnere, ad esempio. è un messaggio tacito, più difficile da cambiare e da superare. è un’assenza di parola, quindi di pensiero. Lungi dall’esaurire un argomento così complesso nel presente articolo, si ribadisce l’importanza di continuare a lottare a partire da quei livelli di comunicazione nascosti, che imprimono la disuguaglianza nel corpo: il livello del simbolico.

Dismorfofobia e il “boom” della chirurgia estetica.

Una delle domande maggiormente frequenti negli ultimi anni è “Ma perché tutti vogliono cambiare il proprio aspetto?”. Il ricorso alla chirurgia estetica è, infatti, aumentato, in maniera esponenziale, ma dietro questa tendenza non c’è solo il desiderio di migliorarsi, bensì un vero e proprio fenomeno psicologico sempre più diffuso: la Dismorfofobia o Disturbo da Dimorfismo Corporeo (BDD- Body Dysmorphic Disorder). Cos’è la Dismorfofobia? La dismorfofobia è un disturbo psicologico caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e debilitante per i difetti fisici percepiti che spesso sono inesistenti o minimi. Chi ne soffre può passare ore allo specchio per prestare attenzione a quella che suo avviso è un’imperfezione, cercare conferme dagli altri e ricorrere con in sistema alla chirurgi estetica. Rappresenta una tipologia di Disturbo Ossessivo Compulsivo in quanto le persone tendono a mantenere una attenzione focalizzata e selettiva sul proprio aspetto esteriore. Questo conduce ad una serie di sintomi e pensieri ripetuti che inducono a sofferenza ed è per tale ragion che vengono messi in atto dei comportamenti per ridurre la sintomatologia ed eliminare il “difetto percepito”. Social Media e Dismorfofobia Uno dei fattori principali che alimentano la dismorfofobia è l’uso massiccio dei social media. Instagram, TikTok e Snapchat hanno creato nuovi standard di bellezza, spesso irrealistici, grazie all’uso di filtri e tale fenomeno, noto come “Snapchat Dysmorphia”, porta molte persone a desiderare di assomigliare alle versioni modificate di sé stesse, generando un senso di insoddisfazione per il proprio aspetto reale. A peggiorare la situazione è la costante esposizione a influencer e celebrità che promuovono una bellezza “ritoccata”, facendo sembrare la chirurgia estetica una pratica comune e necessaria per sentirsi accettati. Aumento della Chirurgia Estetica: Moda o Necessità? Secondo recenti studi, il numero di interventi estetici è in continua crescita. In particolare sembra essersi diffuso altresì il fenomeno del turismo estetico che permette di accedere a determinate tipologie di interventi a costi ridotti. Il problema principale è che, per chi soffre di Dismorfofobia, la chirurgia estetica non è mai una soluzione definitiva. Dopo un primo intervento, spesso l’attenzione si sposta su un altro “difetto”, innescando un circolo vizioso di insoddisfazione e ulteriori operazioni. Molti pazienti scoprono che, nonostante i cambiamenti estetici, il disagio psicologico persiste o addirittura peggiora. Dunque la chirurgia estetica è come una sorta di “spirale della dipendenza!” Come si viene fuori da questa spirale? Sicuramente l’approccio alla Dismorfofobia deve essere di natura multidisciplinare, ma in particolar modo con la psicoterapia è possibile lavorare sulla percezione distorta di sé e sull’accettazione del proprio corpo. Inoltre, bisognerebbe lavorare su un uso maggiormente consapevole dei social media e sulla promozione della cosiddetta “body neutrality“. Da ultimo, ma non per importanza bisogna sottolineare che è assolutamente necessario un percorso di supporto psicologico prima di sottoporsi alla chirurgia, così da poter distinguere i “desideri estetici” dalle “ossessioni patologiche”. Conclusioni L’incremento del ricorso alla chirurgia estetica è un fenomeno molto complesso, legato a fattori psicologici, sociali e culturali. Se da un lato il progresso in medicina permette di migliorare il proprio aspetto in maniera più efficiente, dall’altro sarebbe di fondamentale importanza prestare attenzione alle motivazioni che conducono a tali cambiamenti e soprattutto se gli stessi sono solo la “punta di un iceberg” di un disagio differente e celato. Il vero cambio di rotta, infatti, parte dall’accettazione di sé e non passa solo dall’estetica, ma dalla capacità di riconoscere la differenza tra bellezza autentica e “modelli imposti” dalla società.

Dismorfia corporea: la battaglia contro lo specchio

Viviamo in una società in cui l’immagine assume un ruolo sempre più predominante, influenzata dai social media, dalla pubblicità e dagli standard estetici irraggiungibili imposti dalla cultura contemporanea. Questo costante confronto con modelli idealizzati può generare insoddisfazione e disagio, portando alcune persone a sviluppare una preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto fisico. Quando questa preoccupazione diventa opprimente e condiziona la vita quotidiana, può trattarsi di dismorfia corporea, un disturbo psicologico che ha un impatto significativo sul benessere individuale e sulle relazioni sociali. Cos’è la dismorfia corporea La dismorfia corporea è caratterizzata da una preoccupazione eccessiva per uno o più difetti percepiti nell’aspetto fisico, anche quando questi difetti sono inesistenti o minimamente visibili agli altri. Le persone con questo disturbo possono trascorrere ore al giorno a controllare il proprio aspetto, cercando rassicurazioni o evitando situazioni sociali per paura di essere giudicate. Spesso, questa condizione si accompagna a comportamenti ripetitivi, come il controllo ossessivo allo specchio, la manipolazione della pelle o il ricorso costante a trattamenti estetici nel tentativo di correggere i difetti percepiti. Questa condizione non va confusa con l’insicurezza comune legata all’aspetto fisico. La dismorfia corporea è un disturbo che può interferire con diversi ambiti della vita quotidiana, rendendo difficile la gestione di relazioni, lavoro ed attività sociali. Cause e fattori di rischio Le cause della dismorfia corporea sono multifattoriali e possono includere: Esperienze di vita: episodi di bullismo, critiche ricevute durante l’infanzia o esperienze traumatiche possono contribuire allo sviluppo di una percezione distorta del proprio corpo; Influenze sociali e culturali: l’esposizione costante a immagini idealizzate del corpo può portare a confronti dannosi e insoddisfazione per la propria immagine. In particolare, i social media potrebbero amplificare questa condizione, offrendo un ambiente in cui la perfezione estetica è spesso enfatizzata attraverso filtri, ritocchi digitali e standard irrealistici. Fattori biologici e genetici: alcune ricerche suggeriscono una predisposizione familiare, indicando che chi ha parenti con disturbi d’ansia o ossessivo-compulsivi potrebbe essere più a rischi; In alcuni casi, la dismorfia corporea può essere associata ad altri disturbi psicologici, come depressione, ansia generalizzata o disturbi alimentari, aggravando ulteriormente la qualità della vita di chi ne soffre. L’impatto psicologico e sociale Chi soffre di dismorfia corporea può sviluppare sintomi di ansia, depressione e isolamento sociale. La costante insicurezza può interferire con la vita quotidiana, il lavoro, le relazioni e il benessere emotivo. Molte persone evitano situazioni sociali per paura di essere giudicate, rifiutando inviti a eventi o interazioni con gli altri. Il timore di apparire “imperfetti” può portare a un progressivo allontanamento dagli amici e dalla famiglia, contribuendo a un senso di solitudine e frustrazione. In alcuni casi, le persone cercano soluzioni attraverso interventi estetici, senza però ottenere la soddisfazione desiderata. La percezione distorta del proprio corpo, infatti, non dipende dal reale aspetto fisico, ma da processi mentali profondamente radicati. Di conseguenza, anche dopo un intervento chirurgico o un trattamento estetico, la persona potrebbe continuare a percepire il proprio corpo come difettoso, entrando in un circolo vizioso di insoddisfazione e ricerca continua di correzioni. Segnali d’allarme della dismorfia corporea Alcuni segnali che possono indicare la presenza della dismorfia corporea includono: Eccessivo controllo allo specchio o, al contrario, evitamento degli specchi; Ricerca continua di rassicurazioni sugli aspetti fisici percepiti come difetti; Confronto ossessivo con l’aspetto di altre persone, specialmente sui social media; Isolamento sociale o difficoltà a partecipare ad attività quotidiane per paura di essere giudicati; Uso eccessivo di filtri e fotoritocco sui social media per modificare la propria immagine; Tentativi ripetuti di nascondere o coprire le aree del corpo percepite come difettose; Episodi di ansia o stress intensi legati all’immagine corporea, con impatti significativi sul benessere emotivo. Conclusione La dismorfia corporea è un disturbo che può influenzare profondamente la qualità della vita di una persona. Essere consapevoli dei segnali d’allarme e rivolgersi a un professionista può fare la differenza nel recuperare un rapporto più sano con il proprio corpo. È essenziale promuovere una cultura dell’accettazione e della valorizzazione della diversità, per contrastare gli effetti negativi degli ideali irrealistici imposti dalla società. Diffondere consapevolezza su questa problematica è fondamentale per aiutare chi ne soffre a sentirsi meno solo e più compreso. L’educazione all’autostima e all’accettazione del proprio corpo fin dalla giovane età può prevenire l’insorgenza di disturbi legati all’immagine corporea e favorire un benessere psicologico più duraturo.

Dislessia evolutiva: neuroimmaig della lettura lenta e faticosa

di Roberto Ghiaccio I ricercatori conducono continuamente studi circa le cause della dislessia, l’identificazione precoce e i trattamenti. La dislessia evolutiva è associata alla d i f fi c o l t à nell’elaborazione dell’ortografia (la forma scritta) e della fonologia (la struttura sonora) del linguaggio. Per comprendere l’origine di questi problemi, gli studi di neuroimaging hanno confortato l’anatomia e la funzionalità cerebrale di persone con e senza dislessia. Tuttavia nonostante abbiamo tanti reperti di laboratorio resta ancora un’amara ostinazione alla sua negazione. Per molti anni, è stato comune tra genitori o insegnanti ( purtroppo anche alcuni clinici) credere erroneamente che un individuo con dislessia avesse difficoltà a leggere o padroneggiare le abilità linguistiche semplicemente perché non era intelligente o non si impegnava/ allenava abbastanza, o peggio era s v o g l i a t o / s f a t i c a t o / scansafatiche. Tuttavia, anni di ricerca mostrano che la dislessia non è correlata all’intelligenza o alla motivazione di un individuo, ma piuttosto a una difficoltà linguistica con basi neurobiologiche (vedi Galaburda, et al., 1985). Gli scienziati hanno scoperto che non esiste una singola sezione del cervello c h e s i a l ‘ u n i c a r e s p o n s a b i l e dell’apprendimento della lettura. I mo l t e p l i c i p r o c e s s i c o i n v o l t i nell’apprendimento della lettura come la mappatura grafema-fonema, in cui le lettere possono essere associate ai suoni corrispondenti e decodificate, e il riconoscimento visivo della forma delle parole, in cui i lettori mappano parole familiari e producono rappresentazioni mentali di tali parole, si verificano in una rete di aree del cervello piuttosto che in un’area specifica. Poiché il cervello umano non è già cablato per leggere, non esiste un “centro di lettura” del cervello e non ci sono “geni di lettura”, ogni singolo cervello deve imparare a leggere da solo. Nell’imparare a leggere, il cervello compie un’impresa incredibile: crea un circuito specializzato che serve solo per leggere, riciclando parti del cervello originariamente progettate per svolgere altre funzioni, come recuperare i nomi. Questo nuovo “circuito di lettura” combina processi provenienti da diverse aree del cervello e quindi funziona a una velocità così veloce da sembrare quasi automatico. Ma non tutti i cervelli creano facilmente un circuito di lettura fluido. Questo è il caso della dislessia. Piuttosto che essere una malattia o una condizione medica (l’errata percezione comune), la dislessia è u n ‘ o r g a n i z z a z i o n e c e r e b r a l e diversa, una neurodiversità, o meglio una neuovarietà, in cui il circuito di riciclaggio per la lettura è stato interrotto o cablato in maniera differente, cosi da non garantire quella padronanza c o m p o r t a m e n t a l e n e c e s s a r i a a l l ’ a u t o m a t i z z a z i o n e . Da t a l e “mancanza” centrale scaturiscono effetti non solo sugli apprendimenti ma anche sul funzionamento/adattamento. Poiché la lettura è un’invenzione culturale nata dopo l’evoluzione degli esseri umani moderni, nessuna singola area cerebrale funge da centro di lettura. Invece, le regioni del cervello che assolvono altre funzioni, come il linguaggio parlato e il riconoscimento degli oggetti, vengono reindirizzate-riciclate (piuttosto che specificate in modo innato) allo scopo di leggere (Dehaene & Cohen, 2007). La lettura coinvolge molteplici processi cognitivi, due dei quali sono stati di particolare interesse per i ricercatori. La mappatura grafema-fonema in cui le combinazioni di lettere (grafemi) sono mappate sui suoni corrispondenti (fonemi) e le parole sono quindi “decodificate”insieme, questi processi ci consentono di pronunciare parole e di accedere al significato. In accordo con questi processi cognitivi, studi su adulti e bambini hanno dimostrato che la lettura è supportata da una rete di regioni nell’emisfero sinistro (Price, 2012), comprese l e cortecce occipito-temporale, temporo-parietale e frontale inferiore. La corteccia occipito-temporale contiene “l’area visiva della forma della parola”. Sia la corteccia frontale temporo-parietale che quella frontale i n f e r i o r e s v o l g o n o u n r u o l o nell’elaborazione fonologica e semantica delle parole, con la corteccia frontale i n f e r i o r e coinvolta anche nella formazione dei suoni del linguaggio.È stato dimostrato che queste aree cambiano con l’età (Turkeltaub, et al., 2003) e sono alterate nelle persone con dislessia (Richlan et al., 2011). La corteccia occipito-temporale ha la potenzialità epigenetica dell’area visiva della forma della parola. Sia la corteccia frontale temporo-parietale che la frontale inferiore svolgono un ruolo nell’elaborazione fonologica e semantica delle parole, la corteccia frontale inferiore è coinvolta anche nella formazione dei suoni del linguaggio. È stato dimostrato che queste aree cambiano con l’età (Turkeltaub, et al., 2003) e sono alterate nelle persone con dislessia (Richlan et al., 2011). La prova di una connessione tra la dislessia e la struttura del cervello è stata scoperta per la prima volta esaminando l’anatomia del cervello di adulti deceduti diagnosticati dislessici evolutivi (Galaburda). Le attuali tecniche di imaging hanno rivelato un volume di sostanza grigia e bianca inferiore e un’integrità alterata della sostanza bianca nelle aree occipito-temporali e temporo-parietali dell’emisfero sinistro. I primi studi funzionali erano limitati agli adulti perché impiegavano tecniche invasive con utilizzo materiali radioattivi. Il campo della mappatura del cervello umano ha beneficiato notevolmente dell’invenzione della fMRI. Studi provenienti da diversi paesi sono convergenti nei risultati di aree alterate dell’emisfero sinistro (Richlan et al., 2011), comprese le [LP1]  cortecce ventrale occipito-temporale, temporo-parietale e frontale inferiore (e le loro connessioni. Diverse varianti genetiche sono associate alla dislessia e il loro impatto sul cervello è studiato stato nelle persone e nei topi. Gli animali che sono stati allevati per avere geni associati

Dislessia e Digrafia…. che confusione!

Parlare di dislessia e disgrafia con un professionista competente consente di non cadere in confusione. Nei primi mesi della scuola primaria genitori e insegnanti seguono con ansia e apprensione i progressi dei bambini che iniziano a leggere e scrivere. Talora, di fronte ad insuccessi, si parla di dislessia o di altri disturbi del genere. La categoria dei Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento viene convenzionalmente identificata con l’acronimo DSA. Con il termine Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento ci si riferisce in particolare a: DISTURBO DELLA LETTURA (Dislessia) DISTURBO DELLA SCRITTURA (Disortografia,Disgrafia) DISTURBO DEL CALCOLO (Discalculia) Qual è il criterio principale per parlare di dsa? In questo senso il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra abilità (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata) e l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica). Cos’è la dislessia? La dislessia consiste nella difficoltà relativa alla capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacità e le sue energie, poiché non può farlo in maniera automatica e perciò si stanca rapidamente, commette errori, rimane indietro, non impara. La dislessia si presenta in quasi costante associazione ad altri disturbi. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi nella scrittura: disortografia (cioè una difficoltà di tipo ortografico) e disgrafia (difficoltà nel movimento fino-motorio della scrittura, cioè una cattiva resa formale), nel calcolo e, talvolta, anche in altre attività mentali. Tuttavia questi bambini sono intelligenti e ,di solito, vivaci e creativi. Cos’ è la disgrafia? Gli aspetti generalmente condivisi circa il Disturbo della Scrittura, riguardano la sua suddivisione in due componenti: una di natura linguistica e una di natura motoria. La disortografia consiste nella difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici. A questa si affianca spesso la disgrafia. Quest’ultima è un disturbo specifico dell’apprendimento, in assenza di deficit intellettivi e neurologici, che incide sulle funzioni fondamentali della scrittura. Si manifesta, quindi, come difficoltà a riprodurre sia i segni alfabetici che quelli numerici. Cos’è la discalculia? La discalculia è un disturbo caratterizzato da ridotte capacità nell’apprendimento delle abilità numeriche e del calcolo in rapporto alla classe frequentata. Interferisce negativamente con l’apprendimento scolastico e con le attività quotidiane che richiedono capacità di calcolo. Le prestazioni aritmetiche di base di questi bambini risultano significativamente al di sotto del livello atteso rispetto all’età cronologica, all’intelligenza generale e alla classe frequentata. Come si fa la diagnosi? L’accertamento diagnostico di uno specifico disturbo evolutivo dell’apprendimento avviene in due distinte fasi. Nella prima fase si somministrano, insieme alla valutazione del livello intellettivo, quelle prove necessarie per l’accertamento di un disturbo delle abilità comprese nei DSA . Nella seconda fase vengono disposte quelle indagini cliniche necessarie per la conferma diagnostica mediante l’esclusione della presenza di patologie o anomalie sensoriali, neurologiche, cognitive e di gravi psicopatologie. Cosa si può fare? Il trattamento vero e proprio è di tipo strettamente riabilitativo e si è rivelato efficace. Sicuramente è raccomandato un intervento il più possibile tempestivo e specialistico,  sia per approfittare della fase evolutiva in cui l’alunno è predisposto a specifici apprendimenti, sia per evitare il rischio del consolidamento degli errori. L’insuccesso prolungato genera infatti scarsa autostima e dalla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità scaturisce un disagio psicologico che, nel tempo, può strutturarsi e dare origine ad un’elevata demotivazione all’apprendimento scolastico. in conclusione… Spesso gli insegnanti sono i primi a notare la possibile presenza di queste problematiche e talvolta attuano segnalazioni precoci. Ma per un genitore non è sempre semplice accogliere la possibilità che il proprio figlio possa aver bisogno di aiuto.Fidarsi degli insegnanti, rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile sono i primi interventi utili al fine di affrontare il problema.