Educare i propri figli: quale stile adottare?

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La gioia provata alla nascita di un figlio porta i neo genitori a porsi un grosso interrogativo: come educare questo piccolo batuffolino? quale stile educativo adotteremo? Il primo obiettivo per i genitori, oltre all’accudimento del neonato, è la creazione di un relazione fondata sulla fiducia, collaborazione e comprensione reciproca, in modo da fornire un ambiente sereno per lo sviluppo. E’ necessario che entrambi i genitori adottino uno stesso atteggiamento educativo, che può assumere tre forme differenti: 1 Autoritario Con questo stile, si educavano i figli fino alla fine degli anni 60. I genitori impongono delle regole, in cui le trasgressioni sono punite severamente. Crescere in un ambiente così rigido, impedisce al bambino di sperimentare e di apprendere sbagliando. I figli spesso subiscono le regole e non ne comprendono il valore. Tali bambini, anche da adulti, non riescono a sviluppare un proprio pensiero e tenderanno ad assecondare passivamente gli altri. Spesso il rapporto genitore-figlio è poco soddisfacente, per l’assenza di dialogo. 2.Lassista Educare con lo stile lassista significa che i genitori non impartiscono regole e confini. Spesso si definiscono “amici dei loro figli”, ignorando il loro ruolo genitoriale. Anche in questo caso, un atteggiamento lassista crea confini e ruoli poco definiti. Questi bambini svilupperanno poca fiducia in se stessi, perché non potranno contare su una guida sicura. Spesso sperimentano un falso senso di onnipotenza che esercitano soprattutto nelle mura domestiche e che può portare a comportamenti antisociali. 3. Autorevole È lo stile più consono allo sviluppo psicofisico del bambino. I genitori autorevoli sono in grado di fornire regole chiare e coerenti all’età. Spiegano il motivo di punizioni e divieti. Accettano negoziazioni e sono pronti a mettersi in discussione. I bambini crescono con una buona autostima e autonomia; sono rispettosi delle regole, ma non le seguono passivamente. Esse sono interiorizzate. I figli hanno un buon dialogo con i genitori, sviluppando maggiori e migliori competenze sociali.    

Eco-ansia: cos’è e come intervenire

Il cambiamento climatico sta avendo forti ripercussioni in numerosi ambiti, tra cui quello della salute mentale (come abbiamo analizzato in questo precedente articolo). Gli eventi meteorologici e i disastri naturali indotti dal cambiamento climatico hanno un forte impatto sulla nostra salute mentale, in quanto possono causare disturbi del sonno, stress, depressione, disturbi da stress post-traumatico e ideazione suicidaria. Si è osservato come tra i principali effetti psicologici del cambiamento climatico vi sia una nuova patologia, denominata eco-ansia. Che cos’è l’eco-ansia? L’American Psychological Association[1] si riferisce all’eco-ansia, o climate anxiety, come a “una paura cronica del dominio dell’ambiente”, che va da uno stress lieve a disturbi clinici come depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico e suicidio, a strategie di coping disadattive come la violenza fisica e l’abuso di sostanze[2]. Più semplicemente, l’eco-ansia è una forma specifica di ansia relativa allo stress o al disagio causato dai cambiamenti ambientali e dalla nostra conoscenza di essi. Non esiste una diagnosi specifica di “Eco-ansia”. La sintomatologia auto-segnalata può includere attacchi di panico, insonnia, pensiero ossessivo e/o cambiamenti dell’appetito causati da preoccupazioni ambientali[3]. L’eco-ansia si presenta non solo a causa della paura di un pericolo percepito ma anche nel momento in cui entra in gioco il senso di colpa o la sensazione di impotenza per il mancato controllo sulla natura. Chi sono i gruppi maggiormente colpiti dall’eco-ansia? La climate anxiety viene avvertita in modo molto più forte tra i giovani, in particolare da coloro tra i 15 e i 30 anni. Questo dato può riferirsi al fatto che i giovani, a differenza degli adulti, avranno maggiori probabilità di sopravvivere alle avversità climatiche nei prossimi decenni e a dovervi fare fronte. L’eco-ansia tende anche ad essere maggiore nelle persone che si preoccupano profondamente dell’ambiente[2, 4]. Un’indagine italiana condotta nel 2019 su un campione nazionale di 800 giovani adulti ha indicato che, per il 51% di loro, il cambiamento climatico rappresenta la fonte primaria del loro disagio[5]. È probabile che i livelli di ansia climatica aumentino nel tempo poiché sempre più persone ne saranno direttamente colpite. Le persone in condizioni di povertà, le popolazioni indigene, i bambini e le persone che vivono in circostanze precarie (ad esempio, in aree soggette a siccità o incendi, o regioni vulnerabili all’innalzamento del livello del mare) sono tra i gruppi maggiormente a rischio di subire i gravi effetti del cambiamento climatico[4]. Eco-ansia: adattiva o disadattiva? L’ansia evocata dalla minaccia del cambiamento climatico può essere adattativa o disadattiva[4]. Quella adattiva può motivare l’attivismo climatico, fornendo un impulso ad agire per affrontare le minacce climatiche, ad esempio trovando modi per ridurre la propria impronta di carbonio. L’ansia disadattiva può assumere la forma di passività ansiosa, nella quale la persona si sente ansiosa ma incapace di affrontare il problema del cambiamento climatico, e può assumere la forma di un disturbo d’ansia innescato o esacerbato da fattori di stress climatici. Un’ansia eccessiva può essere grave e debilitante, e merita attenzione clinica. Come risultato di una maggiore consapevolezza dell’impatto del cambiamento climatico sull’ambiente, quindi, alcune persone sono spinte ad agire mentre altre sono sopraffatte. Per altre ancora, l’ansia è così intensa da diventare paralizzate, impedendo loro di agire. È ciò che viene chiamata eco-paralisi, in cui le persone diventano così angosciate dal problema da non essere in grado di agire e, di conseguenza, a volte sono giudicate erroneamente come disinteressate e apatiche[3]. Come intervenire? È necessario comprendere che l’ansia non è necessariamente un “problema” di cui liberarsi ma, nelle giuste dosi, può creare consapevolezza e spingerci ad agire in maniera congrua. Il cambiamento climatico è anche un problema psicologico, ma ciò non significa che debba essere individualizzato o medicalizzato. L’ansia climatica non dovrebbe essere vista come un problema da risolvere o una condizione da curare ma, piuttosto, come un aumento di consapevolezza del nostro impatto sul mondo. Invece di patologizzare l’ansia climatica, è necessario chiedersi come è possibile creare maggiore consapevolezza del problema e individuare azioni concrete. Oltre, quindi, ad un lavoro di supporto psicologico individuale, per imparare a riconoscere e gestire l’ansia sarà necessario sviluppare forti reti sociali fondate su relazioni supportive e una solida relazione con la natura che ci circonda. Per concludere, i sintomi dell’ansia climatica non sono necessariamente sentimenti di cui liberarsi ma da cui imparare, solo però se possono essere percepiti in modo sicuro, attraverso lo sviluppo di azione pro-ambiente e cambiamento sociale e psicologico. Bibliografia [1] American Psychological Association (2017). Mental Health and our Changing Climate: Impacts, Implications and Guidance. (https://www.apa.org/news/press/releases/2017/03/mental-healthclimate.pdf). [2] Dodds J. (2021). The psychology of climate anxiety. BJPsych Bulletin, 45, 222–226. doi:10.1192/bjb.2021.18 [3] Usher K., Durkin J. e Bhullar N. (2019). Eco-anxiety: How thinking about climate change-related environmental decline is affecting our mental health. International Journal of Mental Health Nursing, 28, 1233–1234. doi: 10.1111/inm.12673 [4] Taylor S. (2020). Anxiety disorders, climate change, and the challenges ahead: Introduction to the special issue. Journal of Anxiety Disorders, 76, 102313. [5] SWG. Lotta Contro i Cambiamenti Climatici. 2019. Available online: https://www.swg.it/politicapp?id=yedv

Ecco chi è il bambino iperattivo

Riconoscere e discriminare una diagnosi di iperattività da un comportamento vivace. Come comportarsi con un bambino iperattivo e a chi rivolgersi Nella pratica clinica uno degli abusi terminologici che più spesso incontro è quello del bambino iperattivo. Ma come distinguere un possibile ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) da un bambino vivace? BAMBINO IPERATTIVO VS BAMBINO VIVACE Sicuramente un ADHD è un bambino con difficoltà ad ascoltare le richieste, ad eseguire gli ordini. Il suo modo disordinato di voler fare più cose contemporaneamente può far perdere la pazienza a chi gli sta vicino. Bisogna tener presente che tali comportamenti spesso derivano da un disagio e sgridarli può essere controproducente, ovvero può aumentare la loro insicurezza e può isolarli ancora di più dagli altri. Di fronte a questi comportamenti è utile mostrarsi fermi e assertivi nelle richieste e chiedere loro una cosa per volta. Inoltre  utilizzare poche regole, semplici e ben delineate in modo che i bimbi sappiano esattamente cosa fare e riescano a concentrarsi sull’obiettivo da raggiungere. Il genitore di un ADHD spesso si chiede qual è l’approccio migliore al bambino, se è più utile alzare i toni, o assecondarlo. QUALE SCELTA MIGLIORE PER UN GENITORE? Qualunque sia la scelta questi genitori hanno in comune il fatto di sentirsi incompetenti e insicuri (“dottoressa non so se sto facendo bene”). Pertanto, rivolgersi ad uno psicologo per azioni di supporto educativo può essere utile a sentirsi accolti ed ascoltati in questi stati d’animo di smarrimento. Come fare quindi a discriminare un ADHD da un bambino vivace? DIFFERENZE SIGNIFICATIVE Premesso che la vivacità è una caratteristica positiva nei bambini in quanto li rende attivi e curiosi nei confronti delle esperienze circostanti, sarebbe utile prestare attenzione ai seguenti segnali: difficoltà a stare seduti e fermi quando si deve continue distrazioni per qualsiasi stimolo esterno dare delle risposte talvolta sconnesse rispetto alle domande che gli vengono poste difficoltà nel mantenere l’attenzione durante lo studio o il gioco In tal caso rivolgersi a professionisti specializzati, come un neuropsichiatra infantile potrà essere utile al fine di lasciarsi indirizzare sul percorso più idoneo da seguire e tutelare il benessere psicofisico del bambino e dei suoi genitori.

E’ possibile evitare di pensare a quello che non si vuole pensare?

Strategie per evitare di rimuginare e amplificare stati d’animo negativi. Quante volte è capitato a tutti noi di avere un pensiero rispetto al comportamento di un’altra persona e di iniziare a rimuginare, rimanendo intrappolati in qualcosa che sembra non avere soluzione. Perchè accade? I pensieri diventano oggetto di rimuginio quando perdono il contatto con i fatti. Per questo motivo, vengono valutati non per quello che sono, ma per le emozioni a cui danno vita. Le emozioni allora generano pensieri giudicanti e chi soffre a causa delle emozioni negative, crede di poterle diminuire utilizzando i pensieri che esse stesse producono. Facciamo un esempio: penso che Michele non abbia una buona opinione di me, mi sento triste, penso che ha ragione in fondo. Cerco di non provare tristezza e di non pensarci, amplificando in realtà il contenuto del mio pensiero. Cosa si potrebbe fare? Tradurre i pensieri in descrizione dei fatti potrebbe essere la cosa più utile da fare. Comprendere da quali fatti hanno avuto origine determinate emozioni consente di scegliere poi i comportamenti più efficaci per uscire dalla sofferenza, anzichè rimuginare. Il pensiero viene utilizzato come uno strumento potentissimo per affrontare i problemi, ma questo ci porta spesso ad allontanarci dalla realtà delle cose. Dimentichiamo che l’esperienza deriva sempre dal contatto, attraverso i sensi, con l’esterno. Quando siamo agganciati a pensieri che ci limitano la visione esterna, dovremmo imparare a distinguere tra giudizi/opinioni e fatti; imparare a riconoscere quali sono le reazioni automatiche che avvengono e a osservare e descrivere ciò che accade. In questo modo si può agire consapevolmente. Seguire una regola senza tener conto del contesto è una forma di pliance. Il tracking serve invece a spostare l’attenzione dal contenuto di una regola alla sua funzione. In questo modo si può tenere traccia dei propri comportamenti e degli effetti reali.

È giusto parlare di organizzazioni che riposano?

Quando si parla di riposo sul lavoro, il pensiero corre immediatamente alle persone: alle ferie, alle pause, ai tempi necessari per recuperare energiepsicofisiche. Più raramente ci si chiede se anche un’organizzazione abbia bisogno di riposare. Eppure un’organizzazione non è una macchina composta da ingranaggi uguali. È un sistema vivente fatto di persone, relazioni, comunicazioni, regole, abitudini e significati condivisi. Come ogni sistema complesso, anche l’organizzazione può accumulare stanchezza, tensioni e forme di disordine che, nel tempo, ne compromettono il funzionamento. Far riposare un’organizzazione non significa smettere di lavorare o ridurre l’impegno. Significa, invece, trovare il coraggio di rallentare per osservare ciò che sta accadendo. Significa sospendere, almeno per un momento, quegli automatismi che portano a fare le cose semplicemente perché si sono sempre fatte in quel modo. Molte organizzazioni vivono immerse in un “continuo fare”. Si moltiplicano le riunioni, le richieste urgenti, le comunicazioni e gli adempimenti. Si interviene continuamente per risolvere i problemi, ma raramente ci si ferma a chiedersi se proprio quel modo di procedere non stia contribuendo a generarli. Il riposo organizzativo nasce da questa seria consapevolezza. Non coincide con l’inattività, ma con una pausa riflessiva che permette di osservare i processi senza forzarli. In fondo, anche in natura la crescita ha bisogno dei suoi tempi. Il contadino,ad esempio, non può costringere una pianta a crescere più velocemente; può soltanto creare le condizioni favorevoli affinché il terreno, l’acqua e il sole svolgano il loro lavoro. Allo stesso modo, un’organizzazione non può essere spinta oltre i propri limiti senza rischiare di perdere l’ equilibrio. Disordine organizzativo e aspetti psicologici Quando manca la capacità di fermarsi e osservare, le comunicazioni diventano poco chiare, le richieste si sovrappongono, i ruoli si confondono e le priorità cambiano continuamente. In queste condizioni, le persone faticano a orientarsi e a comprendere il significato di ciò che fanno. Dal punto di vista psicologico, il disordine organizzativo produce conseguenze importanti. Genera stress, affaticamento emotivo, perdita di motivazione e un diffuso senso di incertezza. Talvolta il disimpegno, le assenze frequenti o la scarsa partecipazione non rappresentano un problema individuale, ma il segnale di un’organizzazione che ha perso la direzione di senso. Quando un’organizzazione entra in affanno, infatti, la responsabilità raramente appartiene a una singola persona. Più spesso le difficoltà derivano dal sistema stesso: procedure poco efficaci, comunicazioni frammentate, relazioni indebolite, obiettivi poco chiari o valori non sufficientemente condivisi. Per questo motivo è importante guardare all’organizzazione nel suo insieme. Procedure, ruoli, relazioni e valori rappresentano le fondamenta dell’equilibrio organizzativo. Se una di queste componenti si indebolisce, l’intero sistema ne risente. La lezione dell’agricoltura nelle organizzazioni. Ovidio scriveva che un campo riposato offre un raccolto più abbondante. Il riposo della terra non è un tempo vuoto. È un tempo di preparazione, di rigenerazione e di riequilibrio. Anche nelle organizzazioni accade qualcosa di simile. Un sistema sottoposto continuamente a pressioni, richieste urgenti rischia di esaurire le proprie risorse. Al contrario, concedersi momenti di rallentamento e di riordino permette di recuperare energia, chiarezza e capacità progettuale. In questa prospettiva, il riposo organizzativo non è un lusso né una perdita di tempo. È una forma di prevenzione. Significa fermarsi prima che il disordine diventi cronico e prima che le difficoltà si trasformino in disagio per le persone. Un’organizzazione che sa riposare è un’organizzazione che sa prendersi cura di sé. E proprio per questo è più capace di affrontare il futuro con equilibrio, consapevolezza ed efficacia.

DUE corpi e DUE anime

di Ludovica Autelitano Io non sono un luogo comune. Io sono il luogo dell’anima dove risiedono sia rumori che suoni. Ho le dita delicate, fai attenzione. Con le mani ho accarezzato ma anche colpito, a torto, a ragione. Mia nonna mi diceva “hai occhi che sono due stelle” e io, quelle stelle, le ho fatte correre per il mondo in cerca delle tue. Io sono sapori sapore del latte materno di birra di torte fatte in casa e cioccolato amaro. In me abita tutto e il contrario di tutto. Ecco. E’ in questo luogo che io ti accolgo. Ti accolgo nella mia storia, ti scelgo mentre sulle mie spalle porto il generoso peso del mio albero genealogico e ti porto con me perché stare insieme non sia celebrare un corpo e un’anima, ma avere imparato dove inizia uno e finisce l’altro. Mi rendo conto che quanto detto supera le aspirazioni fusionali insite nella promessa amorosa e nelle fantasie di ciascuno ma potremmo, forse dovremmo, chiederci: “Cosa scelgo io di quest’uomo, di questa donna?”, “Chi sono io per lui? Chi è lei per me?”. Un padre? Una madre? Che padre? Che madre? Un amico o forse una Casa? Un salvagente? Un approdo? Ah, ecco…Un/una compagno/a! Ma cos’è? Che fa? Come si comporta? Come scrive Salvador Minuchin in “Famiglia e terapia della famiglia”, “Ogni coppia ha una sua storia specifica; per alcune non viene mai il momento in cui si sentono “sposati”. Così il processo, dal rito di passaggio in presenza di un giudice di pace o simili, al tempo in cui vi siete sentiti realmente sposati può andare avanti per un pezzo. Alcune persone divorziano senza essere state neppure sposate”. Come può avere ragione d’essere l’idea di Minuchin? Scoperchiando il vaso di Pandora è possibile riscontrare come la coppia nasca sul malinteso, su quello che non si è detto all’inizio, con lo sguardo, tra le pieghe dei primi sorrisi, nel cuore dell’implicito che crea il legame. E, cosa, esattamente, non ci si è detti? Che non si sarebbe rimasti uguali. Che sarebbero cambiati gli sguardi, le parole, gli obiettivi…i bisogni. Insomma, ci si sarebbe evoluti.Io e te non siamo quelli di un tempo, siamo un’altra Io e un altro Te e, dopo tutto questo tempo, ci andiamo ancora bene? “Senti – bisognerebbe domandarsi – quando ci siamo conosciuti a te piaceva il mare, chè per caso ti piace ancora? O adesso preferisci la montagna?”. Eppure queste domande non vengono fatte, tra le bollette e gli impegni, le coppie dimenticano di RI-guardare sé stesse e rilanciare il patto che le aveva unite all’inizio. Così passano i mesi e gli anni e un giorno, girandosi, ci si può scoprire diversi, troppo diversi ed è quello il momento della scelta: posso accettare che tu sia diventato altro da quello che avevo scelto? Posso accettare che il nostro patto di coppia debba trasformarsi come naturale evoluzione del legame? Posso accettare di essere io stesso/a cambiato/a? Dipende. Da cosa? Da cosa ci aveva uniti poiché, come scrive Angelo, “Quanto più le relazioni nella famiglia di origine sono prive di elementi conflittuali irrisolti, tanto più la scelta del partner è libera nel senso che i vincoli, le preclusioni, la necessità di legarsi a un particolare tipo di partner sono molto meno presenti”. Spesso, infatti, facciamo con il partner quello che prima facevamo con i genitori. Non litighiamo più con la mamma perché adesso litighiamo con il fidanzato, smettiamo di lottare con un padre autoritario e continuiamo la stessa lotta con il marito. Invece di perseguire interventi strategici volti a cambiare l’Altro, la psicoterapia di coppia è essenziale per favorire uno spazio dialogico che sappia evidenziare sia la circolarità delle dinamiche relazionali che la verticalità e cioè: “Dove abbiamo imparato la relazione”? Chi ci ha insegnato a progettarla in un modo piuttosto che in un altro? Esiste un momento nella vita di coppia in cui ciò che ci aveva attratto all’inizio viene messo in crisi dal disvelamento, da ciò che non è riuscito a seguire il flusso del cambiamento. La psicoterapia di coppia è questo: aprire la porta che conduce ai nostri bisogni e avere il coraggio di capire dove ci porta

Dubbi e incertezze in adolescenza

L’adolescenza e la prima giovinezza sono tempi di grandi trasformazioni: si fanno scoperte ed esperienze, ma sorgono anche, inevitabilmente, forti dubbi e incertezze. Infatti, molti ragazzi e ragazze passano periodi in cui si sentono ‘annebbiati’ e confusi a causa di dubbi e indecisioni. Quando questi stati d’animo prendono il controllo, purtroppo, diventa più difficile per loro agire con decisione e mantenere la calma. Inoltre quando un adolescente si sente in questo modo e non trova il giusto supporto o qualcuno che lo capisca, rischia di sentirsi in piena solitudine e in pieno smarrimento. Se questi brutti momenti sono particolarmente intensi o si protraggono nel tempo, possono,purtroppo, sfociare in ansia vera e propria o attacchi di panico. Come uscire dal labirinto delle indecisioni? L’intervento psicoeducativo più efficace non è quello che forza una scelta o l’incertezza, ma quello che accompagna il giovane a risignificare questa esperienza. Ecco alcuni suggerimenti: riconoscere e validare la fatica e il disagio che l’indecisione comporta, creando uno spazio di ascolto; aiutare a comprendere che il dubbio è una componente naturale della crescita; incoraggiare  la curiosità, l’esplorazione di diverse possibilità (anche solo a livello ipotetico); favorire la riflessione guidata: porre domande che aiutino il giovane a connettersi con i desideri e paure. Possiamo provare a chiedere: Cosa significa per te questa indecisione? Tante volte stiamo troppo a pensare a cosa diranno o penseranno gli altri della nostra scelta. Ricordiamoci questa frase importante: «Quasi la metà di tutte le nostre angosce e le nostre ansie derivano dalla nostra preoccupazione per l’opinione altrui.» Allora, proviamo a immaginare tante scelte diverse, anche quelle che sembrano strane. Chiediamoci: “E se facessi così?” “Come andrebbe a finire?” Pensare a queste cose liberamente, senza subito preoccuparci degli altri, ci aiuta a capire cosa vogliamo veramente. Questo “gioco di idee” ci aiuta a vedere meglio le possibilità e, piano piano, a capire qual è la mossa che sentiamo più giusta per noi. Ricordiamo che la vita è un grande gioco fatto di montaggi e smontaggi. In questo grande gioco, il giocatore è la persona. Non dobbiamo fare la mossa che si aspettano gli altri, ma quella che più ci soddisfa.

DSA: tanti modi di apprendere

Ancora oggi quando si sente parlare di DSA si pensa subito a due cose: a una grave disabilità intellettiva che non ti permette di comprendere e affrontare “come gli altri” la vita scolastica o si pensa che sia solo una scusa per avere delle agevolazioni scolastiche. Partiamo con il definire che cosa sia il DSA. È un disturbo specifico dell’apprendimento, ovvero è una manifestazione atipica di alcune specifiche procedure di apprendimento come lettura, scrittura o abilità matematiche. Fanno parte dei disturbi nel neurosviluppo e questa specifica atipicità di funzionamento è presumibilmente dovuta a disfunzioni del sistema nervoso centrale.  Ci sono comorbilità con molti disturbi ma non implica una disabilità cognitiva. È molto importante sottolineare che sia un modo di apprendere che necessita di un’ulteriore personalizzazione e non semplificazione. I DSA si riferiscono principalmente alle aree di lettura, scrittura e competenze matematiche. Tra i disturbi della scrittura e lettura si annoverano la dislessia, è un disturbo specifico nell’apprendimento della decodifica di lettura quindi della decifrazione dei simboli. Per dislessia si deve intendere solo uno specifico disturbo nella velocità e nella correttezza della scrittura. La disortografia, uno specifico disturbo nella correttezza della scrittura, interessa il processo di trascrizione tra fonologia e rappresentazione grafemica della parola, da distinguere dalla correttezza morfosintattica. Per disgrafia si intenda una specifica difficoltà nella realizzazione manuale dei grafemi e quindi nel grafismo. Le difficoltà nelle competenze matematiche come riconoscere i segni, difficoltà a ordinare in colonna i numeri, non riuscire a compiere a livello pratico operazioni o lo studio della cognizione numerica e dei processi di conteggio e calcolo, sono definiti discalculia.  Il disturbo specifico di apprendimento ha anche una matrice evolutiva, ovvero si manifestano nell’infanzia, tipicamente possono essere riconosciuti i primi segnali già dalla seconda/terza primaria ma si riscontrano anche in periodi più tardivi come in adolescenza. Non si deve non tenere presente che chi ha un DSA può avere ripercussioni su altri ambiti interconnessi al rendimento scolastico come la motivazione e anche l’autostima. Il problema principale è la frustrazione che consegue ai “fallimenti accademici”, infatti questi bambini e ragazzi si sforzano moltissimo nello studio e nel cercare di rimanere al passo ma non riescono a ottenere gli stessi risultati dei coetanei nonostante impieghino maggiori sforzi. Infatti, una delle cause dell’abbandono scolastico è attribuibile a un non riconoscimento di tale specificità di apprendere; se si attuassero progetti funzionali al sostegno e all’implementazione delle capacità il livello di frustrazione e di autostima legata all’autoefficacia scolastica sarebbero ridotte presupponendo una riduzione dell’abbandono scolastico. Ne consegue che la certificazione debba essere funzionale alla costruzione di un progetto formativo personalizzano (BES) che porti gli studenti alle stesse conoscenze ma con particolari accorgimenti in modo tale che gli sforzi vengano ripagati e venga stimolata la motivazione ad apprendere. È importante non considerare la certificazione né come escamotage per avere meno carico di studio né come modalità commiserativa in quanto una persona non abbia le abilità per stare al passo con gli altri; la diagnosi non deve essere un’etichetta ma deve fungere da strumento per indirizzare un lavoro volto a promuovere e supportare le capacità del bambino/ragazzino che rischia di avere difficoltà non solo sul piano scolastico ma anche a livello sociale, di autostima e motivazionale. Recenti studi (Baird et al, 2009) hanno mostrato che individui con DSA tendono a adottare modelli di autoregolazione cognitiva disfunzionali, fanno sì di aggravare la sintomatologia del disturbo. Ciò avviene in quanto sono demotivati, scoraggiati e hanno un atteggiamento sfiduciato, caratterizzato da uno stile attributivo esterno (locus of control esterno) e scarsa autoefficacia. Di conseguenza le strategie cognitive adottate per fronteggiare un ostacolo possono essere l’evitamento di nuove sfide, sperimentare emozioni negative ma anche demordere davanti ai compiti impegnativi e quindi può verificarsi una diminuzione della prestazione a seguito di fallimenti. In sintesi, questi ragazzi tendono ad avere un basso concetto di sé nella riuscita scolastica, questo causa sfiducia nelle proprie capacità, una concezione entitaria della propria intelligenza ovvero sono convinti di non potere migliorare e perseguono obiettivi di rendita ma non di apprendimento. Per riassumere ci si può collegare al concetto di “impotenza appresa” di (Peterson; 1992), egli afferma che la passività nell’affrontare situazioni inevitabili e la percezione di incontrollabilità degli eventi siano caratteristiche dell’impotenza appresa; infatti i bambini che attribuiscono ai fallimenti una loro mancanza di abilità tendono ad essere maggiormente pessimisti e ruminativi. Bibliografia: https://www.anastasis.it/dsa-significato/ Baird G.L., Scott W.D., Dearing E., Hamill S.K. (2009). Cognitive self regulation in youth with and without learning disabilities: academic self efficacy theories of intelligence learning vs performance goal preferences and effort attributions. Journal of social and Clinical psychology 28, 881-908. Cornoldi C. le difficoltà dell’apprendimento a scuola. Il mulino Peterson C. (1992). Learned Helpessness and school problems., in metdway F.J., Cafferty T.P. (eds.), school of psychology. A social psychological perspective, Lea, Hillsdale. Zanobini M., Usai M. C. (2019). Psicologia della disabilità e dei disturbi dello sviluppo. Elementi di riabilitazione e intervento. FrancoAngeli s.r.l. Milano.

Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

down social networks

Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.

Dove Nasce la Violenza?

di Alessandra Moranzoni Il bambino “respira” fin dalla nascita e ancor prima, il “clima relazionale” nel quale è immerso.Se il riconoscimento dell’altro in quanto altro da sé, diverso da sé, portatore di un suo valore, fa parte dell’esperienza relazionale del bambino, allora svilupperà degli “anticorpi” nei riguardi della violenza, dell’odio, del rifiuto difensivo verso ciò che è estraneo, diverso, altro da sé. Questo tipo di “clima relazionale” è fatto della curiosità nell’andare a scoprire e riconoscere nell’altro le sue caratteristiche, i suoi bisogni, i suoi desideri.E’ fatto della tolleranza verso ciò che dell’altro si discosta da noi e dai nostri desideri.Il tal senso, dobbiamo considerare che l’incontro con l’altro si accompagna sempre ad aspettative e idealizzazioni rispetto a come dovrebbe- potrebbe essere; si accompagna alle fantasie, alle immagini nella mente dei genitori prima della nascita del figlio, così come alle aspettative e ai desideri degli insegnanti sull’alunno.Durante il corso di ogni storia relazionale, che sia di coppia, filiale, amicale o altro, c’è una continua dialettica tra le aspettative, le proiezioni sull’altro e l’accoglienza della realtà- diversità dell’altro.Chiunque è parte di un’interazione, è chiamato a fare i conti con quanto l’altro si discosta dall’immagine- progetto desiderata. L’idealizzazione che accompagna sempre l’incontro amoroso, che sia con un figlio o partner o altro, è importante sia mantenuta nel tempo, ma si trasformi adattandosi ai cambiamenti e alle vicende della vita. Per il benessere emotivo è indispensabile che l’inevitabile investimento narcisistico insito nella relazione, faccia solo da sfondo e non sia la figura dominante “dell’affresco” relazionale. Anche l’accoglienza delle fragilità e dei limiti è una sfida alla quale siamo chiamati costantemente nella relazione. Così come la tolleranza e l’apertura ad accogliere l’altro, pur nel dolore e nella fatica che comporta, specie nelle situazioni di malattia e disabilità, che richiedono ancora di più un profondo lavoro intrapsichico di lutto ed elaborazione trasformativa. Sono partita un po’ da lontano, ma è lì, nelle esperienze relazionali precoci, l’origine di ogni possibile futuro sviluppo relazionale, pur nelle infinite possibilità di variazione che gli incontri nel corso della vita possono favorire, sollecitare e germogliare se accolti.Le prime relazioni rappresentano il terreno “sufficientemente buono” per usare le parole di D. W. Winnicott, sufficientemente nutriente, annaffiato, illuminato, dove il seme della persona possa germogliare e crescere sviluppando un altrettanto “sufficientemente buona” relazione con gli altri che via via incontrerà sulla sua strada. Perché ciò possa avvenire è altrettanto indispensabile fare l’esperienza di poter riconoscere, tollerare e trasformare la frustrazione, l’odio e la rabbia di cui ognuno è portatore, perché anch’esse fanno parte dell’incontro con l’altro in quanto diverso, straniero da sé.E ancora una volta, se il bambino avrà respirato nello scambio relazionale con le figure importanti della sua vita, che siano esse genitori, insegnanti o altre persone incontrate nel tragitto, tale possibilità, questo modo di funzionare, potrà diventare parte della sua esperienza, e produrre “anticorpi” verso la violenza. Fare violenza sull’altro infatti, presuppone il disconoscimento dell’altro come portatore di un suo valore, di un’alterità. Spesso le violenze nascono da una con-fusione tra sé e l’altro che non lascia scampo.