Disforia di genere in età evolutiva

La disforia di genere o disturbo dell’identità di genere indica quella condizione per cui un individuo non si identifica con il proprio sesso biologico, ma con quello opposto. Attraverso la lettura di questo articolo capiremo insieme come si manifesta e come può essere identificato preventivamente. Cos’è la disforia di genere? E’ quella condizione per cui un individuo non si identifica con il proprio sesso biologico, ma con quello opposto. Nel DSM-5 la disforia di genere non rientra più tra i disturbi sessuali perché non si tratta di un disturbo e occupa una categoria a sé stante. La disforia di genere nell’età evolutiva presenta le seguenti caratteristiche, alcune simili a quelle dell’adulto: Affermazione da parte del bambino di essere del sesso opposto Preferire indossare gli abiti del sesso opposto Preferire giochi dove vi è uno scambio di ruolo Preferire giocare con i giochi destinati all’altro sesso Desiderio di essere dell’altro sesso Emozioni negative verso i propri genitali Rifiuto di giochi e attività destinate al sesso di appartenenza Nell’età evolutiva la formazione dell’identità è in corso, quindi non si può determinare che queste preferenze persistano nel futuro Disforia di genere in età evolutiva: come si manifesta? La disforia di genere si presenta in età evolutiva ma non ha sempre un decorso continuo. Se un bambino gioca con una bambola non necessariamente si identifica con il sesso opposto, è positivo che i genitori lasciano esprimere i figli e giocare con quello che più li aggrada. Spesso si manifesta entro i 2 o 3 anni d’età. I bambini con disforia di genere di solito fanno quanto segue: Preferiscono indossare abiti tipici del sesso opposto Insistono nell’affermare di essere dell’altro sesso Desiderano di potersi svegliare come l’altro sesso Preferiscono partecipare ai giochi e alle attività tipicamente dell’altro sesso Hanno sentimenti negativi nei confronti dei loro genitali Per esempio, una bambina può affermare con insistenza che le crescerà un pene e diverrà un bambino; può stare in piedi per urinare. Un ragazzo può fantasticare di essere di sesso femminile ed evitare i giochi nei quali ci si azzuffa e i giochi competitivi. Può sedersi per urinare e desiderare di sbarazzarsi del suo pene e dei suoi testicoli. La maggior parte dei bambini con disforia di genere non viene valutata fino all’età di 6-9 anni, epoca in cui la disforia è già divenuta cronica. L’identificazione con l’altro sesso non deve rappresentare un puro desiderio di ottenere i vantaggi culturali dell’appartenenza all’altro sesso così come vengono percepiti. Per esempio, un maschietto che dice di voler essere una femminuccia così da poter ricevere lo stesso trattamento speciale riservato alla sua sorellina, probabilmente non ha una disforia di genere. Trattamento Il trattamento dei bambini in età prepuberale con diagnosi di disforia di genere rimane controverso. La maggior parte dei bambini che sono incongruenti per genere durante l’infanzia non continua nell’adolescenza o nell’età adulta con un’identità transgender. La modalità di trattamento predominante è il supporto psicologico e la psicoeducazione per i bambini e i loro genitori, utilizzando un modello di genere affermativo in opposizione a un modello di genere patologizzante. Questo approccio affermativo supporta il bambino nel genere espresso, a volte includendo la transizione sociale prima della pubertà. Conclusioni Identificare caratteristiche oggetto di osservazione consente al bambino/a di sentirsi maggiormente incluso nella società e accettato cosi’ com’è. É sempre consigliabile rivolgersi ad uno psicologo o psicoterapeuta per avere il parere di un professionista e per conoscere come i genitori possono supportare i figli che presentano gli indicatori della disforia di genere.
Disforia di Genere e Intervento Psicologico

Con il termine Disforia di genere si fa riferimento all’insoddisfazione o sensazione di disagio nei confronti del proprio sesso biologico. Negli ultimi tempi la disforia di genere è stata oggetto di attenzione sia nel campo della salute mentale che nella società in generale. Agli inizi degli anni ’90, si è manifestato un nuovo atteggiamento nei confronti dei fenomeni transgender; il clinico, pertanto, si trova di fronte ad una serie spesso sbalorditiva di individui con esperienze transgender. Da un punto di vista diagnostico, il Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi mentali (DSM-5) ha evidenziato come la non conformità al genere biologico di appartenenza non sia un disturbo mentale; il disturbo nasce solo se vi è un disagio significativo associato alla condizione. Nella nuova classificazione la disforia di genere è stata separata sia dalle disfunzioni sessuali che dalle parafilie. I professionisti della salute mentale, in base al loro orientamento teorico, possono usare diversi approcci terapeutici con lo scopo non di curare il transessualismo, ma di accompagnare il transessuale nell’esplorazione della propria identità, per garantirgli uno stile di vita stabile con probabilità di successo nelle relazioni interpersonali, nel lavoro e nell’espressione dell’identità di genere. Fondamentale è che il terapeuta sappia stabilire una relazione autentica in cui la persona possa sentirsi compresa e non giudicata. All’interno del percorso terapeutico viene data particolare rilevanza all’esplorazione della storia di genere e dello sviluppo dell’identità transessuale per dare l’opportunità al soggetto di ristrutturare cognitivamente eventi significativi, validare le sue emozioni e rafforzare il senso di Sé. In alcuni casi il transessuale può chiedere di coinvolgere la famiglia nella terapia per esplorare e risolvere conflitti sorti in infanzia. Un’altra area su cui è bene focalizzarsi in terapia è la transfobia interiorizzata, cioè quell’insieme di sentimenti e atteggiamenti negativi che una persona può provare nei confronti della propria transessualità. Le caratteristiche associate alla transfobia interiorizzata sono: scarsa accettazione e stima di sé, sentimenti di inferiorità, vergogna, senso di colpa e l’identificazione con gli stereotipi denigratori. In questi casi l’obiettivo del terapeuta è rendere il paziente consapevole e promuovere l’accettazione di sé Una volta che sono stati trattati questi aspetti e che il paziente ha deciso come gestire la sua disforia e la sua espressione di genere, la terapia si focalizza sul supporto dell’individuo nell’attuazione del suo progetto. Sviluppare una relazione terapeutica con transessuali può essere molto difficoltoso, poiché essi vedono il terapeuta come un ulteriore ostacolo sul loro percorso di transizione e sono terrorizzati dalla diagnosi. La priorità in questi casi è riformulare il ruolo del clinico da “controllore” a uno più adeguato all’alleanza terapeutica, per permettere al paziente di riporre le armi e farsi aiutare. Lavorare con le persone transgender richiede specifiche competenze psicologico-cliniche che, spesso, gli istituti formativi a cui gli psicologi si rivolgono non forniscono. Questa carenza rappresenta una grande lacuna per tutti quegli psicologi che potrebbero trovarsi ad avere a che fare nel proprio lavoro con tale popolazione A tal proposito risulta essere molto utile la lettura delle “LINEE-GUIDA PER LA PRATICA PSICOLOGICA CON PERSONE TRANSGENDER E GENDER NONCONFORMING” DELL’AMERICAN PSYCHOLOGICAL ASSOCIATION, per avere più informazioni a riguardo.
Discutere nell’era dei social: quali sono i meccanismi in atto e come può la psicologia aiutare?

di Corrado Schiavetto In questo periodo pandemico abbiamo assistito a un cambiamento di paradigma riguardo i metodi e gli strumenti di comunicazione. Sebbene questo cambiamento fosse già in atto da più di un decennio, l’obbligo di distanziamento sociale ha ridotto la possibilità di interazione in presenza, aumentando quindi l’impatto dell’interazione attraverso i vari social media, che hanno visto un aumento di traffico dei propri utenti, nonché l’evoluzione di nuovi linguaggi. Quello però che in alcuni casi è passato più in sordina è stato, nel cambio di questo paradigma, l’incontro fra persone non propriamente abituate al dialogo attraverso uno schermo con le persone che, dal canto opposto, di questa forma di comunicazione avevano già appreso i meccanismi. Già in un articolo del 2006, Identity, Social Networks and Online Communication (ricordiamo che Facebook è stata fondata nel 2004) si domandava se Internet stesse creando nuove persone o se semplicemente ci stesse permettendo di scoprire una nuova facciata della nostra identità. In quell’articolo, proprio dei primi paradigmi teorici riguardo il mondo virtuale, l’assioma era “non fidarti di coloro che incontri su internet e di ciò che trovi su internet”, regola che, con il passare del tempo, si è ritrovata a venire radicalmente rovesciata in gran parte delle attuali generazioni, diventando piuttosto un “non ti fidare delle informazioni che i media tradizionali ti offrono, cerca tutto su internet”: se da un lato questo ha garantito un flusso continuo di informazioni e la possibilità per voci altrimenti soffocate di essere ascoltate e, soprattutto, riconosciute (pensiamo a tutti i movimenti femministi intersezionali, alle informazioni venute dai vari gruppi umanitari e al modo in cui popolazioni oppresse sono riuscite a far sentire la propria voce attraverso i media non ufficiali), allo stesso tempo ha portato al proliferare di teorie del complotto, di ricerca di fonti oscure e alla creazione di piccole sacche di gruppi fortemente estremisti che, chiusi nella loro bolla, non hanno fatto che autoalimentarsi di notizie falsate. Quali sono quindi le dinamiche che sono entrate in atto a seguito di questo cambiamento di paradigma fra l’interazione offline e quella online? Sebbene sia impossibile identificarle tutte, cercherò in questo breve articolo di evidenziare alcune delle più comuni e di fornire qualche termine e consiglio a riguardo. Una delle primissime dinamiche, è quella denominata della echo chamber, o echo bauble. Traducibili come “camera dell’eco” o “bolla dell’eco”, questa dinamica è sia volontaria che involontaria. Ogni social media difatti, che sia facebook, che sia twitter, instagram, tiktok o altri, funziona tramite algoritmi per mostrare i propri contenuti. Questi algoritmi, di cui mi rendo conto di dare una spiegazione grossolana, sono strutturati per esaminare, dove sia stato dato – consapevolmente o meno – il proprio consenso, la propria cronologia di ricerca internet e i post a cui si è data maggiore visibilità. O condividendoli, o commentandoli, o mettendo un like. Farà quindi in modo di considerare questi segnali come una richiesta da parte dell’utente di ricevere nel proprio feed un maggior numero di contenuti simili, a cui tenderà a mettere un maggior numero di likes, e così via, in un ciclo continuo. Il concetto di eco, quindi, è letteralmente il continuo rimbombare nella propria pagina principale solo di contenuti che via via saranno sempre più polarizzati verso il proprio punto di vista, azzerando la possibilità di avere punti di vista opposti. Una serie di ricerche (Duggan & Smith, 2016; Bakshy et al. 2015; Flaxman, Goel e Rao, 2016; Jennifer Brundidge, 2010) hanno mostrato che vi è quindi un rischio elevato sia di venire esclusi sul piano dell’informazione da quelle che sono le tesi opposte alla propria, sia un aumento sul piano delle ideologie, con una sorta di invisibilità selettiva a discorsi alieni a queste ideologie o contrarie. Il risultato, molto spesso, è un continuo inasprimento della discussione a ogni livello, con un rafforzamento della propria identità di gruppo e sociale a discapito della propria identità personale e, proprio per questo, un rifiuto sempre più marcato di tutti i pensieri contrari al proprio. L’effetto più subdolo di questo meccanismo però si ha – azzerando ogni confronto che non sia improntato all’aggressione reciproca – in due direzioni: da un lato, ogni discussione si ritrova ad avere lo stesso peso, perché viene vista in entrambi i casi come espressione di un estremismo. Ogni gruppo tenderà ad attirare dentro di sé persone in parte legate a obiettivi simili e simili proteste, ma in parte semplicemente desiderose di avere un “nemico” contro cui scagliarsi, portando la discussione a livelli ancora più distruttivi e non costruttivi. Un esempio di questa situazione è stato evidenziato da una ricerca (Jhaver, S., Chan, L., & Bruckman, A., 2018), che ha analizzato un fenomeno sociale definito GamerGate, nato a seguito di critiche di un gruppo di utenti (principalmente sulla piattaforma Reddit) nei confronti della sviluppatrice di giochi Zoe Quinn, portando poi a una escalation di azioni e reazioni. Senza entrare nel merito di tutte le dinamiche ma rimandando all’articolo, ciò che i ricercatori hanno evidenziato è stata l’omogeneità dei partecipanti del GamerGate e l’evidenza della disparità di opinioni interne ed esterne riguardo a cosa fosse una molestia su internet e chi ne fosse vittima. Si è vista quindi una sorta di polarizzazione fra gruppi “buoni” e gruppi “cattivi”, dove a un gruppo viene permesso l’utilizzo di linguaggio e insulti che vengono vietati dall’altro gruppo, con la conseguente reazione di chiusura e aggressione. Nello stesso articolo viene fatto l’esempio della possibilità di uscire da una simile dinamica, citando l’esempio di Linda West del 2015, dove, dopo aver incontrato dal vivo la persona che l’aveva molestata di continuo su internet, ha ricevuto dalla stessa le sue sincere scuse, potendo lei stessa riconoscerne l’umanità e la fragilità. Il problema quindi di discutere sui social è questo quindi: la perdita dell’immagine di umanità della persona dall’altro dello schermo, l’incapacità spesso di uscire fuori dalla propria camera dell’eco e – forse – il bisogno di circondarsi di opinioni che siano quasi esclusivamente concordi con il proprio punto di vista, al punto di considerare
Disabilità e vita indipendente

di Susanna Di Benedetto Il diritto alla vita indipendente ed inclusione sociale è ben sancito nell’articolo 19 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con L.18/09, all’interno del quale gli Stati membri riconoscono il diritto alle persone con disabilità ad essere incluse in maniera piena e partecipe in ogni contesto nella società e alla consapevolezza che le persone con disabilità hanno lo stesso diritto di tutte le altre di “vivere la società” e per garantire questo diritto è necessario sia sostenerle nell’acquisizione di autonomia, autodeterminazione ed indipendenza, sia agire concretamente nella società per poter includere tutte le persone, per consentire a tutti di partecipare in modo attivo nella società. Ma com’è nata questa rivoluzione? Tutto inizia nell’ambito di un movimento studentesco degli anni ’60 da due studenti, Judy Heumann ed Eduard Roberts, nel campus di Berkley, in California. La loro disabilità riguardava la quasi totalità delle funzioni motorie, ma i servizi studenteschi non erano accessibili, e loro erano relegati in una sorta di reparti ospedalieri nell’ambito dell’Università.Insieme ad altri decisero di rivendicare il diritto di vivere e studiare con gli altri e come gli altri, rifiutano di essere relegati in reparti speciali affermando il diritto di scelta e di autodeterminazione.Il primo momento è quindi di rivendicazione: all’interno dell’Università (per poter fruire degli stessi spazi e degli stessi servizi degli altri,) poi all’esterno, per la percorribilità delle strade, per i trasporti, per l’accessibilità dei servizi, dei cinema e teatri e degli esercizi commerciali. Nasce nel 1972 il primo Centro per la Vita Indipendente. Un servizio autogestito, rivolto in primis agli altri disabili del territorio, dove coloro che hanno sperimentato un percorso di autonomia, offrono informazione, orientamento e servizi ad altre persone che hanno gli stessi problemi e le stesse aspirazioni. Con l’espressione Vita Indipendente si intende una serie di misure che hanno lo scopo di favorire la vita, appunto, il più possibile autonoma delle persone con disabilità. Si tratta di misure, messe in atto e predisposte da regioni e comuni, che devono mirare a favorire l’autodeterminazione delle persone in condizione di handicap anche grave, favorendo il più possibile la permanenza in casa, a discapito di soluzioni di istituzionalizzazione.A introdurre la Vita Indipendente non solo come concetto ma anche come prassi, nell’ordinamento italiano, è stata la legge 162 del 1998 (e successive modifiche). Si tratta di una legge che negli anni ha visto la successiva possibilità, da parte dei comuni, di proporre e sostenere questo genere di interventi. Ma cosa vuol dire nel concreto vita indipendente? A persone che non hanno una disabilità, possono sembrare cose normali o addirittura banali, ma essenziali nella vita di una persona. Ci riferiamo a cose quali: svegliarsi quando si vuole, scegliere i propri vestiti, decidere cosa fare la sera, e decidere quando andare a dormire. Ci riferiamo però anche a scelte più importanti come ad esempio che lavoro fare, cosa studiare o scelte di vita come andare a vivere in un’abitazione diversa da quella della famiglia originaria. E, perché no, crearsi un proprio nucleo familiare. E queste scelte che ogni persona fa, secondo la filosofia della Vita Indipendente, non devono essere condizionate, o comunque il meno possibile, dalla disabilità. Tutto ciò viene garantito attraverso un percorso e la stesura di un progetto di vita indipendente dove la persona viene supportata durante la creazione della propria autonomia personale, abitativa e lavorativa. Questo non vuol dire che la persona riuscirà a fare tutto da sola, ma che avrà la possibilità di scegliere cosa fare con il supporto di figure formate, mantenendo la propria individualità. Il diritto alla vita indipendente, soprattutto per le persone con disabilità intellettiva e del neurosviluppo, non si improvvisa, ma va costruita nel tempo, nel “durante noi” in vista del “dopo di noi”. Fonti Agenzia per la vita indipendente, www.vitaindipendente.net Associazione Nazionale di Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale, http://www.anffas.net/ Atti del seminario “Volere volare. Vita Indipendente delle persone con disabilità” (Peccioli, 27 giugno 2009), contenuti nel volume “Volere volare. Vita indipendente delle persone con disabilità”, a cura di Simona Lancioni, Peccioli, Informare un’h, 2012. Convenzione ONU
Disabilità e progetto di vita: la svolta psicologica

Il progetto di vita, introdotto con la Legge 27/2021 e il successivo D.L.g.s 62/2024 si configura come uno strumento che aiuta le persone con disabilità a pianificare il presente e il futuro nel rispetto delle potenzialità e delle difficoltà,considerando barriere e facilitatori.
Disabilità e interventi psicologici durante l’emergenza Covid

di Antonella Amitrano Secondo l’OMS la disabilità è il risultato dell’interazione tra salute e ambiente sfavorevole. Nell’ambiente sono compresi aspetti naturali, architettonici, tecnologici, interpersonali e politici, esso può agire da facilitatore o da barriera nel caso in cui faciliti o meno il funzionamento dell’individuo. In questo senso nessuna persona può funzionare in maniera autonoma al di fuori dell’ambiente di riferimento. Dunque la disabilità può essere definita come: “minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione della persona all’interno nella società su base di uguaglianza con gli altri” (Convenzione delle Nazioni Unite, 2006). Per garantire la crescita ottimale e l’integrazione sociale della persona con disabilità sono fondamentali diversi tipi di interventi a sostegno della persona e della sua famiglia. Innanzitutto sono essenziali interventi precoci di sostegno psicologico alla persona con disabilità e ai suoi familiari, interventi psicoterapeutici che arrivano ad un livello più profondo della struttura della personalità consentendo l’elaborazione del lutto legato ai vissuti di impotenza, senso di colpa, sensazione di inferiorità, per giungere all’accettazione della “diversità” come risorsa, oltre che incrementare il senso di empowerment sia individuale che genitoriale e valorizzare le capacità di adattamento dell’intero nucleo familiare. Altri interventi utili sono quelli psicoeducativi che sono programmi di attività che includono due fasi: una in cui lo psicologo fornisce informazioni alla persona con disabilità, ai suoi familiari rispetto alla problematica ed un’altra fase di sviluppo delle abilità e cambiamento di atteggiamenti e comportamenti disfunsionali con appositi training. Ulteriori interventi sono di tipo riabilitativo, assistenziale e di risocializzazione è importante quindi che ci sia un lavoro di rete con le diverse istituzioni coinvolte e la famiglia delle persone con disabilità attraverso percorsi condivisi, tenendo conto dei bisogni individuali e contestuali. Nel periodo storico attuale dell’emergenza Covid-19 diversi studi dimostrano che la pandemia può avere un importante impatto sociopsicologico sulla popolazione, soprattutto per le persone in quarantena che hanno un limitato accesso alle interazioni interpersonali e non hanno potuto accedere alle normali fonti di sostegno psicologico (Riccio, Giacomozzi B., Paternolli C., Mania A., Dell’Eva V., 2020; Brooks et al., 2020; Collado Hernandez e Torre Rugarcia, 2015) gli effetti psicologici negativi annoverati comprendono: sintomi da stress post-traumatico, confusione ed irascibilità. Tra i fattori di stress ci sono: estensione della durata della quarantena, le paure legate all’infezione, la frustrazione, la monotonia, gli approvvigionamenti e i viveri inadeguati, le informazioni inesatte, le perdite finanziarie e la stigmatizzazione (Brooks, et al., 2020; Zhang et al., 2020; Collado Hernandez e Torre Rugarcia, 2015). Questi aspetti tendono ad intensificarsi all’interno di quei nuclei familiari che vivono la loro quotidianità accanto ad un loro familiare con disabilità, Infatti il modo in cui una famiglia reagisce agli eventi stressanti dipende dall’interazione di fattori diversi: le dinamiche familiari, la capacita di effettuare una valutazione corretta del problema, le strategie disponibili per affrontarlo, le risorse materiali e i supporti sociali forniti dall’esterno (Riccio G., Giacomozzi B., Paternolli C.,Mania A., Dell’Eva V, 2020; Barnes, 2009). Spesso infatti le persone con disabilità devono interfacciarsi costantemente con i centri di riabilitazione e gli altri servizi (come scuola, enti territoriali) necessari al proprio benessere. Tuttavia a causa dell’emergenza Covid e le misure di restrizione sanitaria c’è stata una temporanea sospensione di tali servizi, che ha determinato un senso di disorientamento nelle persone con disabilità e loro familiari, venendo a mancare quei punti saldi che scandiscono la loro routine quotidiana. A questo proposito per affrontare e gestire il senso di disorientamento e l’aumentato stress all’interno delle famiglie sono stati forniti dei suggerimenti utili che sono: scandire le giornate con attività simili a quelle del periodo precedente al lockdown, mantenere le relazioni con la rete di amici, familiari o altri punti di riferimento della persona con disabilità e ritagliare uno spazio durante la giornata in cui dedicarsi del tempo attraverso attività piacevoli o anche sportive che hanno un effetto benefico sull’autostima, alleggerendo le tensioni e il malessere generale. Bibliografia Barnes, D. (2009), Trasmettere valori. Tre generazioni a confronto. Milano: Unicopli. Brooks Webster R.K., Smith L.E., Woodland L., Wessel S., Greenberg N.e Rubin G.J. (2020), The psychological impact of quarantine and how to reduce it:rapid review of the evidence, The Lancet, Vol. 395, pp.912-920, ISSUE 10227, in https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)30460-8. Collado Hernandez B. e Torre Rugarcia Y. (2015). Actitudes hacia la prevención de riesgos laborales en profesionales sanitarios en situaciones de alerta epidemiológica, Medicina y Seguridad del Trabajo, Vol.61, n. 239, pp. 233-253, ISSN 1989-7790, in http://dx.doi.org/10.4321/S0465-546X2015000200009. Riccio G. e Giacomozzi B., Paternolli C., Mania A., Dell’Eva V. (2020). Lo psicologo dell’Emergenza a supporto delle famiglie, di bambini e ragazzi con disabilità: un vademecum per orientarsi all’interno delle fatiche quotidiane nella pandemia Covid-19, Rivista di Psicologia dell’Emergenza e dell’Assistenza Umanitaria, 22, 96-101. Zhang J., Wu W., Zhao X. e Zhang W. (2020), Recommended psychological crisis intervention response to the 2019 novel coronavirus pneumonia outbreak in China: a model of West China Hospital, Precision Clinical Medicine, in Doi: 10.1093/ pcmedi/pbaa006.
Dipendenza dagli Short Video

Un contributo di Exaucee Ngoma Mbenza in cui approfondisce la dipendenza dagli Short Video. Argomento di cui si parla ancora molto poco, ma che può avere un impatto importante sulla nostra psiche.
Dipendenza dagli short video

Cosa sono gli “shorts”? Gli “short” video sono filmati caratterizzati da effetti speciali e colonne sonore, hanno solitamente contenuti d’intrattenimento o educativi che si contraddistinguono per la durata, che oscilla tra i 15 e 30 secondi massimo. Li possiamo trovare su diverse piattaforme, come YouTube, Facebook, Instagram e in modo particolare su Tik Tok,ed hanno un’alta capacità di attrazione. MA PERCHE’ POSSONO CREARE DIPENDENZA? Oggigiorno abbiamo una tecnologia basata sull’interazione e rapidità.I social consentono infatti l’accesso immediato alle informazioni in qualunque momento e sono progettati per mantenere il coinvolgimento degli utenti. I messaggi e le comunicazioni vengono visualizzate in modo imprevedibile su un programma di rinforzo variabile estremamente potente. E come sappiamo, un eccessivo uso della tecnologia ha un impatto sulle funzioni cognitive del nostro cervello. Secondo uno studio condotto da We Are Social, Data Reportal e Meltwater, in seguito riportato su Digital 2023 Global Overview Report in cui si approfondisce il rapporto tra gli utenti e internet, l’utente medio passa più di due ore e mezza al giorno su piattaforme social.Contenuti come video, in particolar modo, hanno un impatto significativo.Come afferma Ester Corvi, autrice di “Streaming Revolution” edito da Flaccovio : “I deficit di attenzione di cui risentiamo in un mondo iperconnesso ci portano a preferire i video come forma privilegiata di contenuto perché sono in grado di innescare un impatto emotivo immediato, che suscita a sua volta una reazione che può essere facilmente condivisa sui social utilizzando gli smartphone, come e quando vogliamo. E visto che la capacità di restare concentrati online diminuisce drasticamente, la maggioranza degli utenti preferisce i video di minore lunghezza, a cui reagire con commenti o altri video brevi, in una forma digitale di socialità partecipata”. E’ IN ATTO UN CAMBIAMENTO E’ un problema che può coinvolgere tutte le fasce d’età, ma in numero maggiore i ragazzi, specialmente in età adolescenziale. Questo lo possiamo intuire dal ruolo crescente dei media nell’ambiente quotidiano dei giovani.La lettura di libri stampati è la forma mediatica a cui i giovani si rivolgono sempre meno spesso nel loro tempo libero. Ci troviamo nel mezzo di un cambiamento generazionale negli stili cognitivi. E’ in atto un passaggio dall’attenzione sostenuta all’iperattenzione. L’attenzione sostenuta, è caratterizzata dalla concentrazione su un flusso di stimoli per un lungo periodo di tempo, dall’ignorare gli stimoli esterni mentre si è impegnati, e dall’avere un’alta tolleranza per i lunghi tempi di concentrazione.L’iperattenzione è caratterizzata da un rapido passaggio da un compito all’altro, dalla preferenza per più flussi di informazioni, dalla ricerca di un alto livello di stimolazione e da una bassa tolleranza alla noia. Siamo in un era di attenzione istantanea e parcellizzata, segnata dallo scroll (movimento del dito per passare al contenuto successivo) continuo.Ogni scroll potrebbe portare a qualcosa di meglio, ma gli utenti non sanno quando lo otterranno, quindi continuano a scorrere in attesa di un contenuto che potrebbe non arrivare mai.Questo perché, Il nostro cervello, ogni qual volta sperimentiamo momenti di piacere, libera alcune sostanze, come la dopamina che funzionano da rinforzo a quello stesso stimolo, rimarcandolo. Questo sistema di gratificazione è la spina dorsale degli “short video” che trasformano l’intrattenimento in un gioco senza fine.Sta a noi comprendere il momento giusto in cui porre fine al gioco.
DIPENDENZA AFFETTIVA:CHE COS’E’?

Iniziamo a capire come mai oggi si sente parlare tanto di dipendenza affettiva e da dove potrebbe derivare. “Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo ne vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma a poco a poco ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore” (Coelho, 2017,p.114). Paolo Coelho definisce la dipendenza affettiva nel libro Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. In questo estratto parla chiaramente dell’euforia, tolleranza, discontrollo, rimuginio e astinenza tipici della dipendenza affettiva. Ma esiste? L’amore può diventare patologico? C’è un largo dibattito in letteratura rispetto alla possibilità del sentimento d’amore di diventare dipendenza e al modo in cui possa avvenire. I ricercatori che si sono occupati dell’argomento hanno notato similarità con le altre forme di dipendenza ed anche le aree cerebrali e i neurotrasmettitori sono i medesimi. Si darebbe solo un ruolo aggiuntivo nella DA all’ossitocina, coinvolta nei processi di attaccamento. Ma come si origina la Dipendenza Affettiva? Fase 1. L’innamoramento: l’elevato indice di piacere genera un craving smisurato; Fase 2. Il coinvolgimento sentimentale: si denota euforia e visione gioiosa della vita, le due persone coinvolte si confermano a vicenda il loro sentire. Subentra anche labilità emotiva a seconda della disponibilità dell’oggetto d’amore ad essere raggiunto. Fase 3. Il meccanismo cognitivo: si basa su attenzione selettiva, pianificazione delle attività con l’unica finalità di essere vicini all’oggetto d’amore, forte spinta motivazionale e memorie pervasive associate all’amato che rinforzano la spinta motivazionale, pensieri intrusivi. Nel prossimo articolo approfondiremo alcuni elementi.
Dipendenza affettiva: il bisogno di amare e di essere amati a qualunque costo!

La dipendenza affettiva è annoverata tra le forme di dipendenza relative al comportamento. Essa, malgrado non rientri tra i disturbi mentali diagnosticati dal DSM-5, è inserita tra le “New Addiction” in materia di dipendenza di natura comportamentale. Un gruppo di ricerca (Reynaud et. al., 2010) ha studiato tale fenomeno partendo dalle analogie riscontrate con la dipendenza da uso di sostanze. Di cosa parliamo? Un modello disadattavo nella relazione d’amore che conduce ad una angoscia significativa e ad una ripetizione di atteggiamenti disfunzionali che conducono altresì ad una riduzione delle attività sociali. Il tema della dipendenza affettiva ha radici molto profonde. Tuttavia, l’espressione dipendenza affettiva entra nel linguaggio psicopatologico solo nel 1986, grazie alla psicoterapeuta americana Robin Norwood, con il suo libro Donne che amano troppo, in cui descrive le caratteristiche di quello che l’autrice definisce un “amore pericoloso”. E’ considerata una forma di amore ossessivo, simbiotico e fusionale, una modalità “non proprio sana” di vivere le relazioni. Essa si sviluppa generalmente tra due partner adulti, ma può anche manifestarsi tra terapeuta e paziente, o tra genitori e figli (Borgioni, 2015). Analogie con il fenomeno della tossicodipendenza Tra la dipendenza affettiva e la tossicodipendenza intercorrono molte analogie. Esse sono dimostrate anche grazie agli studi di neuroimaging. Questi ultimi evidenziano come l’innamoramento attivi le medesime aree cerebrali deputate al piacere ed ai sistemi di ricompensa (in particolare l’area mesolimbica). Entrambi i tipi di dipendenze possono essere accompagnati da Meccanismi di difesa quali negazione e razionalizzazione. Inoltre, entrambe compromettono gravemente la qualità della vita poiché conducono a: Isolamento sociale Depressione e bassa autostima Dipendenza distruttiva Alla base di esse vi è senza alcun dubbio il bisogno impellente di “colmare” un vuoto, un dolore non elaborato, una profonda insicurezza. Dunque, sebbene sembrino manifestazioni così diverse, in realtà, esse rispondono ad un bisogno tipicamente umano di sentirsi “al sicuro”. L’importanza della Psicoterapia Il trattamento della dipendenza affettiva (Dimaggio, Montano, Popolo & Salvatore, 2013) si struttura sul raggiungimento di obiettivi a breve e lungo termine: Il primo obiettivo, a breve termine, è affrontare e risolvere la sofferenza attuale del paziente in termini di sintomi e disfunzioni comportamentali. Il secondo obiettivo, a lungo termine, consiste nell’affrontare le esperienze precoci di abbandono, di trascuratezza fisica ed emotiva, di maltrattamenti, abusi ecc. che generalmente sono alla base della convinzione di non valere nulla e di non essere degni di essere amati che caratterizzano i pazienti che soffrono di Dipendenza Affettiva. In parallelo, la terapia mira ad aiutare i pazienti ad avere accesso a quello che provano, ai loro desideri e ai loro scopi e a utilizzarli per compiere delle scelte autonome. Con il lavoro psicoterapeutico si aiutano i pazienti a instaurare relazioni affettive basate sulla reciprocità. Bibliografia: AGNELLI, I. Dipendenza affettiva. Un disturbo autonomo in asse I o in asse II?. Psicoterapeuti in formazione, 2014.GANDOLFI, A. Romantic love e love addiction: dall’amore alla dipendenza. State Of Mind, 7 Settembre 2017REYNAUD, M. L’amore è una droga leggera. Milano: TEA – Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, 2009.RINELLA, L. La Dipendenza Affettiva: quando l’amore diventa ossessione. Psicologia Benessere, 2019