Benessere psicologico: gli effetti di Instagram sulla salute mentale

Gli effetti dei social network sulla salute mentale sono un argomento dibattuto da anni, non stupisce quindi l’attenzione mediatica che sta ricevendo il “caso Instagram”.Il Wall street Journal ha reso noti i risultati di alcuni studi condotti dall’azienda di Menlo Park, di cui Mark Zuckerberg sarebbe già da tempo a conoscenza. I risultati evidenziano che Instagram influisce negativamente sul benessere psicologico degli adolescenti, in particolare sulle ragazze. Dagli studi emerge una forte correlazione con il disturbo di percezione corporea, inoltre tutti i partecipanti all’indagine, in maniera concorde e spontanea, hanno affermato che Instagram provoca angoscia e accentua le tendenze depressive. Diverse sono le testimonianze di giovani donne che hanno incolpato il social per lo sviluppo di disturbi alimentari e pensieri suicidi. Eppure lo stesso Zuckerberg, che da tempo pianifica il lancio di una piattaforma interamente dedicata agli under 13, in un’audizione al Congresso nel marzo 2021 ha affermato che: “l’utilizzo di app social per connettersi con altre persone può avere benefici positivi per la salute mentale”. Il quadro che emerge dalle ricerche effettuate è inequivocabile: Instagram, con la sua immagine patinata e i suoi canoni di perfezione così irraggiungibili, incide in maniera esponenziale sulla percezione di sé dei giovani, crea dipendenza e incoraggia condotte dannose per la salute psicofisica, incentivando ansie, stress, depressione e disturbi alimentari. Come fronteggiare un’emergenza di tale portata? A prescindere dagli sviluppi e dalle ripercussioni socio-culturali che avrà questa vicenda, c’è qualcosa che tutti noi nel nostro piccolo possiamo fare: aiutare i ragazzi a destreggiarsi nel mondo virtuale, a consolidare il loro sistema di relazioni offline e dare loro un solido bagaglio di idee, ideali e valori a cui riferirsi. L’attività di informazione e prevenzione è indispensabile, l’educazione digitale deve essere uno strumento per decodificare la rete e utilizzare i social network in maniera consapevole ed equilibrata.

Hikikomori : adolescenti in un vortice di solitudine

hikikomori e pasti

Il fenomeno degli Hikikomori sta diffondendosi rapidamente in tutto il mondo, soprattutto nei paesi economicamente sviluppati. Il termine deriva dal giapponese col significato letterale di “stare in disparte”. E’ utilizzato per coloro che decidono di isolarsi nella propria abitazione, evitando qualsiasi contatto con gli altri. Molti adolescenti, oggigiorno, a partire dai 14 anni cominciano a vivere questa forma di realtà, cronicizzando poi nella vita adulta l’isolamento sociale e affettivo. Gli Hikikomori mettono in atto un completo ritiro sociale, in cui il contatto umano è scandito non dalla fisicità, ma dall’utilizzo di internet. Ci si confina nella propria camera e si comunica col mondo mediante i social. La sindrome ha una sintomatologia traversale. I ragazzi, spesso di sesso maschile, sono molto intelligenti, ma anche sensibili e introversi, rendendogli difficile l’instaurarsi delle relazioni amichevoli. Spesso non riescono ad affrontare le difficoltà e le delusioni, sviluppando una visione negativa del mondo e in particolar modo dei rapporti umani. Dal punto di vista familiare, la ricerca ha evidenziato un livello culturale molto alto. Spesso ci sono assenza affettiva del padre e un immaturo attaccamento alla madre. Il ragazzo sviluppa un rapporto simbiotico con la madre, considerandola necessaria per soddisfare i suoi bisogni di dipendenza. Le relazioni all’interno delle mura domestiche sono inesistenti, compresi il pranzo e la cena non sono più momenti di convivialità familiare ma vengono consumati, distrattamente, all’interno della propria camera. L’isolamento si concretizza, in prima battuta, come forma di rifiuto della scuola, dettato da un forte disagio psicologico di relazionarsi con gli altri e di soddisfare le pressioni scolastiche. Le conseguenze ovvie sono l’umore depresso, la letargia, alterazioni del ritmo circadiano, comportamenti regressivi e aggressivi, soprattutto rivolti alla madre. E’ necessario porre l’attenzione sul vissuto emotivo del ragazzo, costruendo insieme aspettative di crescita realistiche e non idealizzate, che creano pressioni disfunzionali.

La Terapia Online: il modello di Unobravo

di Valeria Fiorenza Perris Unobravo è un innovativo servizio di Psicologia Online che consente di svolgere terapie in videochiamata da qualsiasi luogo ed in qualsiasi momento. Quando siamo partiti con il progetto, una delle principali sfide che abbiamo dovuto affrontare è stata individuare e lavorare sui pregiudizi che molti nutrivano rispetto alla terapia online. Si dubitava che fosse altrettanto efficace, che alcuni aspetti, come la corporeità, andassero completamente perduti e che questo avrebbe compromesso irrimediabilmente la creazione di un solido legame terapeutico. All’inizio, abbiamo deciso di concentrarci principalmente sugli Italiani all’estero, gli Expat, che per ovvi motivi potevano coglierne in modo immediato i vantaggi e le potenzialità. Ad oggi, abbiamo sostenuto migliaia di italiani residenti all’estero attraverso la terapia online. Poi il COVID, che ha portato con sé un radicale stravolgimento delle abitudini, degli usi e dei costumi dell’intera popolazione. Quello che sembrava uno strumento da guardare con sospetto è diventato l’unico modo per continuare ad incontrarsi con i propri pazienti. La percezione degli psicologi rispetto alla possibilità di svolgere percorsi psicologici online è cambiata, le posizioni si sono ammorbidite e anche i più intransigenti hanno dato una possibilità al nuovo strumento. Questa trasformazione percettiva ha implicato una maggiore disponibilità anche nei pazienti che, fidandosi ed affidandosi al proprio terapeuta hanno sperimentato il nuovo setting. Fin dalla sua nascita, Unobravo ha intravisto l’enorme potenziale della terapia online e oggi, dopo aver servito più di 8.000 pazienti con oltre 600 psicologi, e dopo aver effettuato studi e indagini e fatto molta esperienza sul campo, possiamo dire con estrema sicurezza che la terapia online non solo funziona ma, in alcuni casi, risulta addirittura più efficace. Vediamo più nel dettaglio i vantaggi sia per i pazienti che per gli psicologi: Accessibilità: I pazienti possono svolgere le sedute da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Un vantaggio notevole che incide positivamente anche sulla continuità terapeutica, oltre che sulla decisione di intraprendere un percorso più agevole e smart. Questo discorso vale anche per noi terapeuti. Basta un tablet, un PC e una buona connessione internet per incontrare i nostri pazienti provenienti da qualsiasi parte del mondo, ovunque ci troviamo. Sicurezza: Cosa ci fa sentire più sicuri di essere in un luogo familiare, in cui ci sentiamo protetti e che ci consente di parlare di noi in modo più libero, con meno variabili da gestire? Poter svolgere le sedute dal proprio divano, in un posto in cui ci si sente a proprio agio, può contribuire a superare molte delle iniziali resistenze a cominciare un percorso di psicoterapia. Solidità del Legame: Contrariamente agli iniziali pregiudizi, abbiamo potuto verificare come lo schermo favorisca l’espressione emotiva dei pazienti che finiscono per raggiungere molto prima alcune consapevolezze. Inoltre, avere modo di osservare il proprio terapeuta in un contesto più informale e personale, consente la creazione di un legame più profondo e di un’alleanza terapeutica più salda. È come se la tensione si alleggerisse e, all’interno di un clima meno ortodosso e formale, il paziente si sentisse più libero di esprimersi. Se questi sono i benefici, bisogna però essere consapevoli anche degli aggiustamenti che una terapia online richiede agli psicologi. Proprio per le specifiche peculiarità del setting online è necessario formarsi per gestire al meglio tutte le variabili. Si può essere infatti ottimi terapeuti all’interno del proprio studio, ma avere difficoltà a gestire le dinamiche di una terapia mediata da uno schermo. Improvvisarsi Terapeuti Online non è sicuramente una buona idea, né per il paziente né per lo psicologo che potrebbe sentirsi molto lontano dalla sua comfort zone. In Unobravo svolgiamo esclusivamente sedute online e formiamo i nostri terapeuti uno ad uno, fornendo loro supporto e occasioni di confronto. Questo approccio ci consente di mantenere sempre alta la qualità delle terapie che offriamo e di far sentire gli psicologi che collaborano con noi sicuri nel gestire ogni tipo di situazione. Poter contare su un Team di supporto consente ai terapeuti di svolgere il proprio lavoro in totale serenità. Il Team di Unobravo oggi conta oltre 600 terapeuti che possono condurre la propria attività in maniera flessibile e slegata da vincoli geografici. Infine, esiste un altro tema su cui, come Unobravo, abbiamo voluto offrire una soluzione concreta: un paziente che decida di intraprendere un percorso online si trova spesso di fronte al difficile compito di scegliere uno tra i tantissimi professionisti presenti sul web. Come sappiamo bene, trovare lo psicologo giusto non è cosa scontata. Proprio per rendere questo passaggio più semplice e efficace possibile, Unobravo utilizza un algoritmo proprietario che permette all’utente, grazie alle risposte date al questionario su www.unobravo.com, di essere associato al terapeuta più giusto per le sue esigenze con cui poi potrà prenotare un colloquio gratuito e senza impegno così da testare la modalità innovativa e conoscere il proprio psicologo. La nostra mission è da sempre normalizzare l’accesso alla terapia psicologica in generale e a quella online in particolare. In questo senso, siamo convinti dell’importanza del nostro contributo  al cambiamento percettivo che oggi consente a un numero sempre maggiore di persone di trovare il sostegno di cui ha bisogno.

Il disturbo ossessivo compulsivo: convivere con i propri demoni e non lasciarsene catturare

Parliamo di un disturbo invalidante e molto fastidioso per chi ne soffre. Si manifesta con pensieri intrusivi che possono riguardare il proprio modo di agire mettendo in dubbio anche le cose che agli altri sembrerebbero ovvie: ho spento la luce? Ho chiuso la porta? Mi piacciono gli uomini o le donne?. Si penserà forse che le prime due domande ce le poniamo tutti, forse non l’ultima, tuttavia anche questo è uno dei dubbi del DOC, cosi come le prime. Questi pensieri diventano fastidiosi e ossessivi e generano tanta ansia da diventare invalidanti. Per gestire l’ansia le persone con questo disturbo trovano delle ‘strategie’ chiamate compulsioni: controllare tante volte o fare qualcosa che non c’entra con la preoccupazione tipo lavarsi ripetutamente. Il tempo che la persona investe in questi meccanismi ci dice quanto essi siano invalidanti, ovviamente maggiore tempo si passa nella giornata in questi meccanismi e maggiore è la gravità. Il rischio è di ‘perdersi’ in un labirinto che sembra senza uscita. La psicoterapia ha fatto enormi passi avanti per il DOC e oggi si può dire che dal labirinto si può uscire e che il terapeuta possiede strumenti e competenze affinché si possa trovare la strada. Quali passaggi? Innanzitutto rendersi conto che per uscire da una difficoltà bisogna volerlo. Poi che la strada non sempre si può cercare da soli quindi affidarsi. La ricerca di una figura specializzata passa attraverso di solito il medico di medicina generale, che può consigliare il professionista più adatto al caso. Il rapporto con il terapeuta, la cosiddetta ‘relazione terapeutica’ è una componente fondamentale assieme alla cassetta degli attrezzi del terapeuta. Il percorso richiede un tempo che sarà quello che serve per disinnescare i meccanismi disfunzionali e trovarne nuovi e più adattivi.

Crescere e realizzare i propri desideri

Crescere fa paura poiché implica differenziarsi dall’altro ed assumersi la responsabilità di ciò che si è e di ciò che si desidera. Ciascuno di noi possiede una tendenza naturale all’autorealizzazione. Si tratta della capacità di soddisfare bisogni e desideri: crescere ed affermare il proprio potenziale in ogni aspetto della vita. Tuttavia, tale capacità può essere interrotta da meccanismi che impediscono la libera espressione di se stessi. Possono crearsi veri e propri blocchi sul piano di vita e, più profondamente, nell’esperienza di sé. Il valore evolutivo della sofferenza Nella nostra cultura è convinzione diffusa che le emozioni siano degli ostacoli e che nelle situazioni di impasse occorra farsi guidare dal pensiero e dall’azione. Al contrario, più escludiamo vissuti e bisogni, più tagliamo fuori risorse vitali e parti fondamentali di noi stessi. Allontanandoci dalla nostra natura, annaspiamo tra stati di impotenza e onnipotenza e nell’inefficacia di un agire sconnesso dal sentire. Il senso di sè si indebolisce e talvolta si incrina, fino a sgretolarsi. La sofferenza, che non viene vista nel suo valore evolutivo, è per lo più considerata come un nemico da eliminare. E, così, si crea un circolo vizioso, che non corrisponde alla sofferenza naturale che fa parte della vita ma al modo con cui si evita il contatto con l’esperienza temuta e ci si boicotta nel proprio percorso di crescita. L’autoinganno della mente Affidarsi al pensiero, d’altra parte, può voler dire rimanere fedeli a false credenze, nella trappola dei propri inganni. A livello cognitivo la mente è infatti spesso abitata da svalutazioni che trattengono la crescita e procurano malessere. “Non sono abbastanza”, “Non sarò mai amato”, “Sarò felice quando troverò la persona giusta”, “Nessuno mi capisce”, “Non devo fidarmi degli altri”. Sono tipici esempi di convinzioni che impediscono di guardare alle risorse interne ed esterne e di soddisfare i propri bisogni. Il futuro è predeterminato dall’anticipazione di uno scenario drammatico o salvifico che ripropone il passato attraverso la riattualizzazione delle esperienze infantili che sono alla base del copione di vita. Ciò che è stato il migliore adattamento possibile allora, rappresenta tuttavia oggi una carenza o assenza di contatto e di potere attivo sul presente. I vantaggi emotivi del non crescere Ad un livello più profondo, vi sono i vantaggi emotivi del rimanere attaccati alle dinamiche dipendenti verso le proprie figure genitoriali. La dipendenza, talvolta anche mascherata sotto una falsa autonomia, o controdipendenza, come nel caso di chi utilizza difese narcisistiche e onnipotenti, offre una protezione che, sebbene illusoria, dà la sensazione di essere al sicuro. Di fronte ai rischi emotivi legati all’affermazione di sé, quali ad esempio il fallimento, il tradimento, il rifiuto, si cerca rassicurazione e rifugio in ciò che da bambini più garantiva approvazione e riconoscimento. Gli aspetti propri e dell’ambiente esterno non sono visti per come sono ma idealizzati o svalutati. E, così, si resta dipendenti e manipolativi. De-responsabilizzati di fronte alla vita e alle proprie scelte. Verso l’autonomia L’autonomia è un percorso di liberazione degli ostacoli alla crescita che ciascuno ha dentro sé stesso. E’ trovare un equilibrio tra l’autoaffermazione e il riconoscimento dell’altro. Spaventa. Poiché implica differenziarsi, passando per il dolore della perdita originaria. Implica farsi carico della propria volontà e delle proprie decisioni. Rischiare di sbagliare. Confrontarsi con i propri lati indesiderati. Abbandonare ideali e fantasie illusorie per guardare dentro limiti e risorse reali e adoperarsi per attivare un cambiamento concreto. Accettare lo smarrimento, l’incertezza, il vuoto, la noia. E da lì, costruirsi e ricostruirsi nel continuo dell’esperienza. Cercare in sé e non più fuori la responsabilità e il senso della propria esistenza.

Psicosi Pandemica

di Veronica Sarno La prestigiosa rivista Plos One il 27 gennaio 2021 ha pubblicato un articolo dal titolo: “Cambiamenti cognitivi e di salute mentale e loro fattori di vulnerabilità legati al blocco COVID-19 in Italia”, l’articolo è basato sugli studi condotti dai ricercatori dell’Università di Padova in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma che hanno parlato di “Psico-Pandemia” che riguarda la comparsa a livello sociale di problemi di concentrazione apparentemente ingiustificati, disturbi della memoria e comparsa di problemi psicologici legati al lock-down. Lock-down è una parola composta da lock che significa lucchetto e da down che significa giù, che messi insieme diventano “lucchetto giù”, che si può tradurre come lucchetto chiuso. Un lucchetto chiuso indica un valico di separazione tra ciò che è dietro il lucchetto chiuso e ciò che vi è al suo esterno; l’espressione lock-down è traducibile in italiano come confinamento; un lucchetto chiuso genera confini. Un confine indica qualcosa che inizia e finisce da un lato e qualcosa che si trova al di là di ciò. Un confine può anche essere inteso come linea di separazione, ma tra cosa? Il confinamento iniziato con il lock-down ha diviso medici, infermieri e OSS che uscivano di casa per andare a lavorare in emergenza dalle persone comuni sprovviste di motivi di emergenza per uscire; questa è stata la prima divisione, poi se ne sono verificate delle altre, alcune attualmente ancora in corso. La seconda separazione è avvenuta tra quelli che pensavano di contenere la diffusione del virus con l’utilizzo delle mascherine da quelli che non le reputavano un mezzo adeguato ed efficace nella lotta al virus. Una terza separazione è avvenuta tra quelli che reputavano come indicato dalle linee guida, fonte di contagio il contatto fisico, eliminando gli abbracci anche con le persone più strette, lasciando aldilà del proprio confine fisico l’altro, e tra quelli che invece non hanno voluto rinunciare ad abbracciare i propri cari in ogni caso. Una quarta separazione è avvenuta tra i ricoverati ed i propri parenti che non hanno più potuto accedere a strutture sanitarie come RSA e ospedali per visitare i malati, separati da mura. Una quinta separazione è avvenuta fra persone appartenenti ad una stessa famiglia site in regioni o nazioni diverse, separate dalla mancanza di mezzi di trasporto, che consentissero un ritorno a casa od un ricongiungimento. Una sesta divisione è avvenuta con la ricerca della nascita del virus, da un lato quelli che credono che sia naturale, dall’altro quelli che credono che non lo sia. La più recente divisione riguarda il parere sull’uso dei vaccini, da un lato quelli che credono che i vaccini siano la soluzione al virus, dall’altro quelli che non la ritengono una valida soluzione. Oltre alle paure ed ai vissuti legati alla pandemia, si è altresì generata la paura dell’Altro, quell’Altro che è aldilà del lucchetto chiuso, quell’Altro che la pensa diversamente e non si capisce il perché; sopraggiunge la difficoltà a mettersi nei panni dell’Altro, l’Altro è il non-noto fuori dal lucchetto. Il filosofo Lèvinas diceva che l’altro costituisce un limite che costantemente ci pone domande, infatti, la presenza dell’Altro è di per sé tentativo di comunicare qualcosa, si tratta di un pensiero di un Altro, che attualmente, nella psico-pandemia, diviene un messaggio non-comprensibile; perché è così poco comprensibile? Secondo Bion “il pensiero, in quanto capacità di pensare i propri pensieri, nasce nella mente dell’altro.”[1] Il bambino piccolo che prova stati di confusione aspetta che la madre li faccia suoi e li restituisca dotati di senso. Talvolta i bisogni primari del bambino non corrispondono a quello che fa il suo caregiver, per questo il bambino piccolo sperimenta una violenta frustrazione, da un lato c’è qualcuno che si prende cura di lui, da un altro invece, qualcuno che non lo fa; queste sensazioni sono definite da M. Klein come angoscia primordiale, il bambino cerca di integrare i pezzi, ma non gli sembra sensato, che da un lato vi sia la cura e dall’altro, quasi contemporanea la non-cura, quel che accade è che il bambino non riesca a mettere insieme i pezzi, da un lato vi è l’isola delle cure, dall’altro l’isola della non-curanza e forse addirittura del menefreghismo; in pratica il bambino non riesce a capire che cura e non-cura sono entrambi aspetti della stessa situazione, il limite della sua incapacità di comprendere come stanno realmente i fatti e la sofferenza acuta che ciò gli provoca rendono il suo mondo scisso, da un lato i buoni, quelli che si comportano bene cioè con cura e dall’altro quelli che si comportano male cioè senza cura. Ecco che il mondo assume la forma di una dicotomia psicotica buoni e cattivi, belli e brutti, sani e non sani, giusto e sbagliato, logico e non logico, sensato e non-sensato. L’incapacità di elaborare un puzzle completo e di riconoscere il pensiero dell’Altro in quanto pensiero dell’Altro piuttosto che vivere l’Altro come il non-noto aldilà del propria serratura psichica, del proprio confinamento, e proprio a causa della divisione generata dal lucchetto sociale, si è venuta a creare una psicosi pandemica collettiva, tutti sono risucchiati dal vortice delle dicotomie con relativi giudizi di valore, ognuno crede che la propria parziale verità sia l’unica verità, la più giusta, la più logica, la più sensata. È compito degli psicologi evitare la deframmentazione sociale dovuta al lockdown ed ampliare le vedute contestuali, per riuscire a far convivere contemporaneamente diverse verità parziali e a ridare senso psichico agli eventi legati all’emergenza sanitaria. Bibliografia Bion W. R., Apprendere dall’esperienza, Armando Editore, 2009. De Carolis M., La questione dello psicologismo tra Frege e Wittgenstein, «Aut Aut», Carocci Editore, 2004. Lèvinas E., Il Tempo e l’Altro, a cura di F.P. Ciglia, Il Melangolo,1997. Klein M., Invidia e Gratitudine, Martinelli, Fi, 2000. Sitografia https://www.unipd.it/sites/unipd.it/files/20210128lllooo.pdfhttps://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0246204 [1] M. De Carolis, La questione dello psicologismo tra Frege e Wittgenstein, «Aut Aut», 319-320, 2004, pp. 171-196.

Cambiamento climatico: come la psicologia può aiutare

Il cambiamento climatico è un’emergenza globale. Riguarda tutti. Può la psicologia aiutare nella diffusione e comprensione di tale problematica? Gli scienziati sostengono che, in pochi anni, la temperatura globale aumenterà irreversibilmente di un grado e mezzo, considerato il punto di non ritorno del riscaldamento globale. La World Meteorological Organization prevede che già entro il 2025 potremmo superare tale soglia. Le temperature calde aumenteranno e alcuni posti diventeranno invivibili. Non c’è tempo da perdere. Cosa può fare la psicologia? Da tempo gli esperti ci avvertono dei pericoli a cui andiamo incontro se continuiamo ad ignorare il cambiamento climatico. Evidenti conseguenze sono le minacce climatiche, come uragani, alluvioni, inondazioni, siccità, incendi, aumento delle ondate di caldo. Eppure, forse, non abbiamo ancora compreso del tutto tali informazioni. La crisi climatica, oltre ad essere una crisi scientifica ed un’emergenza ambientale, può anche essere letta come una crisi comunicativa. Come è possibile coinvolgere le persone sul tema del cambiamento climatico? Lo psicologo norvegese Per Espen Stokner, ha studiato come le persone comprendono ed elaborano le informazioni relative alla crisi climatica. Stokner ha condotto una ricerca su quale sia il modo migliore per parlare della crisi climatica e come far sì che le persone si interessino a questo argomento. Affinché ciò avvenga, è necessario comunicare in modo efficace. Uno dei più grandi ostacoli nell’affrontare i danni climatici riguarda proprio il modo di comunicare. Secondo Stokner, vi sono cinque meccanismi di difesa interni che portano le persone a non interessarsi al cambiamento climatico, che egli rinomina “le 5 D”. 1 – Distance (distanza). Quando ascoltiamo o leggiamo notizie sul cambiamento climatico, ci sembrano molto lontane da noi e dal qui e ora. Poiché il cambiamento climatico sembra così lontano da noi, lo consideriamo al di fuori della nostra portata, un evento su cui non possiamo avere alcuna influenza. Per questo lo ignoriamo o non facciamo nulla a riguardo. Preferiamo occuparci di aspetti più vicini a noi. “La maggior parte delle persone si preoccupa di ciò che accadrà la prossima settimana, non tra tre decadi”, sostiene Stokner. 2 – Doom (catastrofismo). Spesso le notizie sul cambiamento climatico sono presentate in un’ottica catastrofica, apocalittica. Le persone, dopo un primo momento di spavento, preferiscono non pensarci, perché potrebbe sopraffarle, e non assorbire così l’informazione. Inoltre, le persone si abituano a tale tipo di comunicazione e, pertanto, si desensibilizzano. 3 – Dissonance (dissonanza). Nonostante siamo a conoscenza del cambiamento climatico, spesso continuiamo a mettere in atto comportamenti che non sono a favore dell’ambiente. Compare così ciò che chiamiamo dissonanza cognitiva, un fenomeno secondo cui cognizioni, come pensieri e opinioni, sono in contrasto tra loro o con un comportamento che mettiamo in atto. Tale contrasto provoca disagio nella persona, che mette in atto strategie per ridurlo, come ad esempio dare giustificazioni. In questo modo, il comportamento guida la condotta relativa al tema dell’ambiente. 4 – Denial (negazione). Se si ignorano o si negano eventi e informazioni sul cambiamento climatico, si crea una sorta di rifugio interiore da paura e senso di colpa. La negazione è uno stato mentale che permette di agire come se la crisi climatica non esistesse. 5 – iDentity (identità). Si tende a ricercare informazioni che confermino i nostri valori e le nostre credenze, tenendoci lontani da ciò che li mette in dubbio. In questo modo, l’identità culturale sovrasta i fatti e la verità. Queste 5 difese distruggono l’engagement, ovvero l’impegno da parte delle persone nel mettere in atto azioni e comportamenti che tengano conto dell’emergenza climatica. È possibile oltrepassare queste difese attraverso strategie che permettano una comunicazione più efficace sul cambiamento climatico. Anche qui, lo psicologo Stokner identifica 5 strategie, denominate le 5 S, ovvero soluzioni. Ognuna di queste permette di superare le difese precedentemente identificate, aumentando di conseguenza l’engagement. 1 – Social. I pensieri e i comportamenti possono essere contagiosi. Se vedo qualcuno fare qualcosa, è più probabile che possa farlo anche io: parlare della crisi climatica, coinvolgere gli altri, rendere l’argomento “vicino” mettendo in atto azioni semplici e quotidiane, ma efficaci. In questo caso, i social network possono avere una forte risonanza. È possibile diffondere nuove norme sociali che convergono verso soluzioni positive. 2 – Supportive (sostegno). È necessario un cambiamento nella comunicazione attraverso un bilanciamento tra gli effetti catastrofici della crisi climatica e le possibili soluzioni. Per creare impegno, si dovrebbe poter bilanciare tre concettualizzazioni positive o supportive per ogni minaccia sul clima citata. Per esempio, si può riconcettualizzare il clima come un problema per la salute o come un’opportunità tecnologica. È necessario parlare per il 75% di soluzioni e per il 25% di minacce. 3 – Simple (azioni più semplici). È possibile rendere comportamenti individuali e collettivi a favore del clima più semplici, automatici e convenienti. La dissonanza decresce se aumentano i comportamenti incentivati. 4 – Signals (segnali su misura). Si può invertire la negazione elaborando strumenti e segnali che permettano di conoscere i progressi sociali e collettivi relativi allo sviluppo ambientale e alle problematiche connesse. 5 – Story (raccontare storie migliori). Implementare uno storytelling sul cambiamento climatico migliore, che permetta alle persone di sentirsi coinvolte. Storie positive e motivazionali potrebbero ispirare le persone e spingerle a mettere in atto comportamenti a favore del miglioramento ambientale. Affinché le persone si sentano coinvolte nella questione del cambiamento climatico, è necessario raccontare la verità ma attraverso una storia diversa, realistica ma anche positiva, che dia speranza. Deve svilupparsi un nuovo tipo di comunicazione sul clima, che sia in grado di responsabilizzare e coinvolgere le persone, sviluppando un impegno collettivo sul tema. Ovviamente, le soluzioni individuali non bastano a risolvere il problema del clima, ma alimentano un forte supporto dal basso per politiche e soluzioni che possono farlo. Deve crearsi un nuovo modo per comunicare sul cambiamento climatico,  “Inizia con il re-immaginare il clima stesso come “aria vivente”. Il clima non è realmente un concetto astratto e distante, lontanissimo da noi. È l’aria che ci circonda. […] Quest’aria è la pelle della terra. […] Dentro questa pelle, siamo tutti intimamente connessi. Il respiro che avete appena fatto contiene circa 400.000 degli stessi atomi di argon che Gandhi respirò durante la sua vita. Dentro questo sottile, fluttuante, indefinito strato, tutta

Il ruolo dello psicologo all’interno di eventi traumatici

di Lucia Fiengo Cosa accade quando in una domenica qualunque di bel tempo, in una giornata primaverile, dopo un lungo blocco alla vita sociale a causa della pandemia da SARS- Cov-2 si torna a trascorrere un po’ di tempo fuori casa, si prende una funivia e una cabina tragicamente precipita nel vuoto? Cosa accade quando in un giorno pieno di pioggia, che precede il ferragosto, crolla un ponte dove a viaggiare ci sono famiglie dirette verso il mare, lavoratori che si avvicinano speranzosi alle vacanze, giovani pieni di sogni che hanno intenzione di intraprendere giorni di spensieratezza? Cosa accade a queste vite spezzate? Cosa accade, soprattutto, a chi sopravvive? Cosa accade a chi vede queste scene in TV e riconosce l’auto del compagno o associa che il proprio figlio sarebbe dovuto essere lì, nella stessa frazione di secondi in cui è accaduto quel disastro?  In queste situazioni, il vero protagonista è il trauma, inteso da  Krystal come “il trauma psichico catastrofico”, ovvero “una resa a ciò che viene vissuto come un pericolo inevitabile di origine esterna o interna. È la realtà psichica della resa a ciò che viene vissuto come una situazione intollerabile senza via d’uscita che fa sì che si abbandonino le attività che salvaguardano la vita”(Krystal, 2007, p. 200). Disastri naturali, come il terremoto dell’Irpinia degli anni ’80 o quello dell’Aquila del 2009, oppure incidenti più recenti, come il crollo del Ponte Morandi a Genova o il recente evento che vede coinvolta la Funivia Mottarone, chiamano all’opera diverse professionalità, e più nello specifico in ambito psicologico, gli psicologi dell’Emergenza. A seguito di un evento traumatico, diversamente da un evento stressante, l’equilibrio individuale viene minato e risulta molto più complesso ristrutturarlo; laddove si è in grado di ripristinare un nuovo equilibrio sarà in ogni caso differente da quello che precedeva l’evento traumatico, avendo nuovi confini e nuovi significati (Robert, 1995). La Psicologia dell’Emergenza viene definita come la ricerca e l’applicazione delle conoscenze psicologiche nei contesti di emergenza. Essa si occupa principalmente di studiare le reazioni umane nei contesti avversi, di promuovere la salute mentale e di rafforzare le competenze psicosociali prima che tali circostanze siano avvenute e dopo il loro accadimento (Pietrantoni & Prati, 2009). Gli psicologi formati alla gestione dell’emergenza hanno come obiettivo quello di arginare potenziali ripercussioni a lungo termine, attraverso una serie di misure che più ritengono pertinenti alla specifica situazione. Nelle ultime settimane, la maggior parte dei giornali e telegiornali hanno mantenuto il focus sull’unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone: Eitan, un bambino di 5 anni, che vede la sua famiglia distrutta, a causa di una tragica fatalità. Fondamentale in questa circostanza, come in tutte le circostanze che sfociano in eventi traumatici, è l’operato dello/a psicologo/a. Con chi o cosa si interfaccia uno psicologo al fine di contenere le conseguenze traumatiche di un evento di tale portata?   Un possibile intervento, che vede attivamente coinvolto lo psicologo, è attuabile all’interno dell’ecosistema sociale del bambino coinvolgendo la famiglia, più specificamente quei familiari che si prenderanno cura del bambino, i quali si trovano, anche loro a fronteggiare il trauma, seppur in modo differente; affrontare temi esistenziali, adattando lo stile comunicativo più appropriato all’età del bambino, può essere utile al fine di implementare strategie di coping utili (Kapor & Stanulovic, 2005). Altro possibile intervento, può essere identificato in quello che Pynoos ed Eth (1986), hanno definito come “intervista terapeutica”, dove in apertura lo psicologo si mostra disponibile ad ascoltare il piccolo, coinvolgendolo in attività come il disegno libero oppure in attività ludiche e successivamente spronarlo a dare una spiegazione; in un secondo momento, aiutare il bambino a ricostruire l’esperienza vissuta e tutto ciò che ricorda appartenere a questa, individuando le strategie più adeguate alla situazione; infine chiudere con materiali che emergono dall’incontro, come il gioco oppure il disegno,enfatizzando che le reazioni del bambino sono normali e prevedibili. A prescindere dal tipo, lo psicologo dovrà sviluppare un intervento capace di riadattare il soggetto ad una nuova realtà, ricomponendola in maniera differente rispetto al passato. BIBLIOGRAFIA Kapor, N., & Stanulovic, N. (2005). Psicologia dell’emergenza. L’intervento con i bambini e gli adolescenti. Carocci, Roma. Krystal, H. (2007). Affetto, trauma, alessitemia. Astrolabio ed., Roma. Pietrantoni, L., & Prati, G. (2009). Resilienza tra i primi soccorritori. Resilienza tra i primi soccorritori , 1000-1019. Pynoos, RS, & Eth, S. (1986). Testimone di violenza: l’intervista al bambino. Journal of the American Academy of Child Psychiatry , 25 (3), 306-319. Roberts, A. R. (1995). Crisis intervention and time-limited cognitive treatment. Sage.

Voglio restare nel lettone

Perchè è cosi’ difficile dormine nel proprio letto?errori comuni dei genitori e dei bambini che vogliono stare in mezzo al lettone. Una pratica molto diffusa accomuna i genitori: concedere ai propri figli di dormire nel lettone. Spesso non sanno come comportarsi quando il bambino vuole continuare a dormire tra loro. I bambini invece vedono spesso il dormire con mamma e papà come una possibilità per stare vicino ai genitori e sentirsi consolati, riducendo l’ansia da separazione che potrebbero sperimentare. Ci sono sicuramente dei momenti più delicati per il bambino o di maggiore fatica e stanchezza per la coppia, in cui si decide di farlo dormire nel lettone. Spesso ciò accade di solito nel primo anno di vita o in presenza di eventi stressanti. Quando è il caso di interrogarsi? Bisogna iniziare a porsi delle domande quando, ad esempio, il bambino non vuole stare da solo, fa storie e capricci continui per andare a dormire, continua ad andare dai genitori durante la notte. Spesso iniziano i litigi nella coppia e si arriva ad una situazione in cui il bambino dorme nel lettone e uno dei due genitori si sposta in un altro letto o sul divano. Situazioni di questo tipo indicano una difficoltà nel porre dei confini. Cambiare questa abitudine non è semplice. L’importanza degli spazi personali È importante che ognuno possa avere i propri spazi, anche di notte, e che il bambino segua il proprio percorso di crescita. Ciò è utile nella conquista dell’autonomia, per sentirsi più sicuro anche di fronte alle situazioni che comportano una separazione dai genitori. Talvolta questa abitudine cela problematiche di coppia, che vengono negate o evitate mettendo il figlio in mezzo alla coppia. In questo modo si sposta semplicemente l’attenzione dal problema principale, specialmente se la coppia non è in grado di affrontarlo. Come comportarsi allora? Occorrono sicuramente tempo, pazienza e forza di volontà. È importante che anche i genitori siano pronti a separarsi dai bambini, anche per loro è un momento importante. Cosa possono fare i genitori?  SOSTENERE IL BAMBINO. I genitori devono anzitutto trasmettere al bambino fiducia e sicurezza. Dovrebbero fargli capire che è in grado di dormire anche senza mamma e papà accanto, che il suo letto è accogliente, è tutto suo e che i genitori sono comunque nell’altra stanza e per qualsiasi cosa ci sono. Se il bambino ha paura è importante rassicurarlo e sostenerlo, senza sminuire i suoi vissuti. Bisogna affrontare insieme queste sue paure, non negarle portandolo nel lettone, cercando delle soluzioni alternative, come ad esempio una lucina accesa, la porta aperta, un peluche o un oggetto che lo rassicuri. CREARE UNA ROUTINE DELL’ADDORMENTAMENTO. fare il bagno, mettersi il pigiama, svolgere attività tranquille come leggere una fiaba, farsi le coccole, possono essere dei rituali che aiutano il bambino a rilassarsi e ad addormentarsi. TRASMETTERGLI IL “BELLO” DI AVERE UNO SPAZIO TUTTO SUO. Bisogna farlo familiarizzare con l’ambiente della cameretta, anche di giorno, e con il suo letto, facendolo incuriosire e sottolineando il valore che ha il suo spazio. Molte volte, la difficoltà del bambino a dormire da solo nel suo letto è dovuta ad un’ansia da separazione, ad una difficoltà di lasciarsi andare al sonno senza un contatto diretto con i suoi genitori. Più il bambino acquisisce sicurezza e fiducia in sé, più si sentirà pronto ad affrontare il distacco con serenità. SE DURANTE LA NOTTE IL BAMBINO SI SPOSTA NEL LETTONE… Bisogna fargli capire che comprendete le sue difficoltà, accompagnarlo con calma nel suo letto, senza sgridarlo o rimproverarlo, prendendosi un po’ di tempo per stargli ancora accanto, rassicurarlo e sostenerlo. LODARLO QUANDO RIESCE. Ogni piccolo passo in avanti va incoraggiato e rinforzato, così che il bambino si senta capace, partecipe di questo passaggio e più sicuro di sé. Se riesce le prime volte a stare anche per poco tempo nel suo lettino, valorizzate questo traguardo e sostenetelo. Quando rivolgersi ad un professionista? Per un bambino riuscire a dormire nel proprio letto rappresenta una conquista evolutiva importante per la crescita, l’autonomia e la stima di sé. Quando, nonostante i tentativi e gli sforzi, non si riesce in alcun modo a cambiare la routine legata all’addormentamento, potrebbero essere presenti un disagio più importante nel separarsi, delle paure e delle dinamiche più difficili da modificare e può essere utile chiedere l’aiuto di uno specialista che possa accompagnare i genitori in questa difficile impresa.

Social: educare alle potenzialità e ai rischi del web

I social sono ad oggi il mezzo di comunicazione più diffuso ma l’utilizzo che se ne fa può generare molteplici effetti. Il potere del social network è quello di amplificare all’ennesima potenza qualsiasi tipo di fenomeno, facendolo entrare nel vortice dei click e trasformandolo in tendenza. Ognuno di noi possiede almeno un dispositivo dotato di connessione ad internet e controlla più o meno frequentemente le notizie che velocemente scorrono sulle diverse home page. La ricondivisione a catena può avere effetti positivi e negativi in base alla valenza del messaggio che si sta trasmettendo. Ogni contenuto ha sempre l’obiettivo di ottenere like, ma allo stesso tempo ha anche il potere di condizionare chi lo osserva. Così, come fino a un decennio fa le tendenze erano influenzate dagli spot pubblicitari, oggi l’esercito di influencer (termine coniato non a caso) si espone mostrando stralci della propria vita reale. Ma quanto c’è di reale in quello che si mostra non è dato saperlo. Sicuramente dei modelli estetici, comportamentali, relazionali vengono lanciati in rete spesso senza contestualizzare determinati commenti e informazioni. Ognuno si sente libero di dire la propria criticando e anche insultando, con commenti violenti, i contenuti non graditi quando basterebbe semplicemente non seguire più determinate pagine o profili. Invece questo tipo di atteggiamento può generare fenomeni specifici, come il cyberbullismo o revenge porn per citarne alcuni, ed avere gravi effetti e conseguenze sulla vita delle persone, talvolta irreversibili. Il mondo dei social resta sempre specchio del mondo reale e anche nei commenti ai post si respira un clima poco inclusivo e discriminatorio Ma qualcosa sta cambiando e forse anche grazie al particolare periodo storico che stiamo attraversando e che ha reso i social, in alcuni casi, l’unica possibilità di incontro tra le persone. Il movimento che sta invadendo le piattaforme web negli ultimi tempi porta ad un’importante inversione di rotta. Il potenziale comunicativo dei social è stato canalizzato anche in campagne di sensibilizzazione, incontri di informazione su temi più vari connessi al benessere, condivisione di contatti e pratiche utili per gestire momenti critici. Molte influencer hanno iniziato a pubblicare stralci di storie sempre più aderenti alla realtà, senza alimentare il divario tra le vite dei follower e le proprie, rese perfette da filtri ed effetti omologanti, che servono a produrre esclusivamente una percezione distorta delle cose. Si sono mostrate spesso senza trucco, hanno iniziato ad affrontare questioni delicate come l’acne per gli adolescenti, la cellulite, le rughe. Ma anche aspetti connessi alla propria vita relazionale e psicologica. Molti personaggi famosi hanno dichiarato di aver sofferto di depressione, di baby blues post gravidanza. Molti blogger hanno fatto coming out. Hanno denunciato abusi. Tutto ciò non annulla il vissuto di inadeguatezza, ma riduce il senso di rifiuto verso aspetti della propria esistenza che si riscoprono comuni a molte persone e permette di aprire un confronto, di sentirsi meno soli in situazioni che sono più diffuse di quanto immaginiamo. Le app che ci accompagnano ogni giorno nei nostri percorsi di vita possono diventare un’importante strumento di cambiamento. In che modo? Educando all’utilizzo dei social; lavorando sul rispetto delle esistenze altrui, sullo sviluppo di un pensiero critico che permetta di selezionare le fake news da quelle attendibili, sulla sensibilizzazione ad un linguaggio corretto ed inclusivo che permetta di dire la propria senza offendere e discriminare.