Linguaggio, linguistica, comunicazione e psicologia

di Alberta Casella da Psicologinews Scientific La psicologia si impianta sul linguaggio. Il linguaggio crea la relazione e l’individuo vive in continua relazione. In questo articolo e nei successivi ne i l lust reremo le connessioni. Ogni comportamento è manifestazione dell’individuo singolo, ma deve essere spiegato tenendo conto del contesto nel quale si verifica perché è il segno delle relazioni, della comunicazione con gli altri. Nel vivere ci si relaziona continuamente con gli altri ed è impossibile non comunicare: perfino i l silenzio è una forma di comunicazione, fonte d’informazioni sull’altro spesso più preziose di tante parole dette senza senso. Si afferma l’importanza e la necessità di studiare il linguaggio come principale mezzo di comunicazione umana e, quindi, come primo veicolo d’informazione e scambio tra paziente e terapeuta. Il bisogno di comunicare è profondamente insito nell’uomo; entrare in contatto con gli altri attraverso gesti, suoni, parole è un’esigenza insopprimibile che ha spinto la società umana, nel suo sviluppo, a creare molte forme di comunicazione. Fra queste, la più completa ed agile, quella che pone l’uomo in condizione di svolgere questa funzione essenziale della sua esistenza, è il linguaggio verbale. Ciò che distingue, appunto, gli esseri umani dagli altri animali è proprio la creazione e l’uso di tale strumento che diviene caratteristico di ogni gruppo umano e ne contrassegna le differenze maggiori. “Sembra assolutamente privo di qualsiasi fondamento quanto a volte si sostiene circa l’esistenza di certe popolazioni il cui vocabolario sarebbe così limitato da richiedere l’uso supplementare del gesto (…); la verità è che tra ogni popolo conosciuto i l linguaggio è i l mezzo essenzialmente compiuto di espressione e comunicazione”. L’uso del linguaggio si concretizza attraverso due direttrici fondamentali: in primo luogo, esso serve come mezzo per rappresentare ed ordinare in modo logico la nostra esperienza e le nostre percezioni del mondo e permette a ciascuno di ragionare a t t i v ame n t e s u c i ò c h e a c c a d e quotidianamente al fine di ottenere una visione sempre chiara degli eventi. In secondo luogo, poiché il linguaggio è il mezzo più efficace e duttile per esprimere stati d’animo, sensazioni, impressioni o concetti complessi ed articolati, lo usiamo per comunicarci a vicenda il nostro modo di vedere e concepire il mondo e la realtà circostante. “Usando il linguaggio per la comunicazione presentiamo agli altri il nostro modello”: la comunicazione umana si realizza, soprattutto, nell’uso della lingua. Nasce come bisogno di trasmettere ad altri il proprio messaggio e di ricevere, in cambio, altre informazioni che, assimilate, possono modificare od ampliare o consolidare il personale modo di rapportarsi con la società. In questo scambio, la lingua continuamente si trasforma, si evolve, si adatta ai mutamenti sociali, economici e culturali, si piega ad esprimere ogni nuova esperienza, si arricchisce con tutto ciò che di nuovo appare nel mondo assolvendo una funzione insostituibile ed universale. “La lingua, che è di per sé un fenomeno complesso, è tale che non c’è alcuna attività umana o campo d’azione che non comporti il suo impiego come parte integrante. Le funzioni della lingua tendono ad essere infinite”. A tal proposito, l’ipotesi di Sapir e Whorf, sull’effetto totalizzante della lingua sul nostro comportamento, afferma che essa influenza continuamente e totalmente il nostro modo di pensare e la nostra potenziale comunicazione con gli altri. Silvestri conferma tale ipotesi dicendo che: “la realtà della lingua non è univoca e non potrebbe mai esserlo, dato il carattere eminentemente culturale della sua fenomenologia; (…) la specificità del linguaggio è, si inscritta nel nostro codice genetico ma, soprattutto, una o più lingue storiche fanno parte del nostro bagaglio culturale”. Egli asserisce, con tali parole, la peculiarità insita nello stile personale del linguaggio, ovvero l’idea che l’uso che di esso se ne fa è sempre mediato dal contesto circostante e dal tipo di relazione che instauriamo con gli altri. Lo studio di tale mezzo comunicativo fa capo ad una specifica disciplina detta “linguistica”; tuttavia, tale scienza si è occupata, principalmente, dell’analisi della lingua, ovvero del sistema fonemico e grafemico senza troppo interessarsi dell’uso che di esso si fa all’interno della società. L’esigenza di studiare un elemento primario nelle relazioni umane, quale la lingua, è radicata nella tradizione filosofica antica e già Eraclito si poneva domande sulla sua funzionalità indagando quale e quanta utilità esso avesse nel costituire rapporti tra le persone; secondo una concezione tuttora molto accreditata, lo studio del linguaggio contribuisce a chiarire il funzionamento del pensiero e della mente. Nella linguistica moderna, la ricerca più affascinante parte dall’affermazione che tutte le lingue portano in sé una serie di fonemi in cui agli invarianti formali si sovrappongono elementi che si modificano e si ristrutturano grazie all’influenza che su di esse hanno gli sviluppi storici e culturali del popolo che le usa: in tal modo la questione focale diviene, attualmente, se ed in che modo il contesto influenzi l’uso e lo sviluppo della lingua e quanto esso possa concorrere nel creare nuove forme di comunicazione. Una “nozione intuitiva di linguaggio” suggerisce che esso sia il mezzo per associare due ordini di entità: l’area dei contenuti mentali e quella delle realtà sensoriali. Sia l’una che l’altra, da sole, non hanno possibilità d’espressione poiché la prima è, per sua stessa natura inesprimibile, mentre l a s e c o n d a , n o n a f fi a n c a t a d a un’elaborazione mentale, è completamente priva di significato. Il linguaggio diviene il loro anello di congiunzione, nel senso che permette di esprimere le idee nel mondo sensoriale dando vita, così, contemporaneamente alle une ed all’altro. Nel momento in cui affermiamo che il linguaggio non è altro che l’espressione di contenuti mentali, capiamo l’interesse che la psicologia ha sempre avuto nei confronti della linguistica ed, in tal modo, motiviamo anche il nostro stesso interesse nel considerarla quale elemento fondante ed imprescindibile poiché il linguaggio verbale è la base di ogni relazione terapeutica; è con il suo uso che terapeuta e
Essere adolescenti durante una pandemia: Bisogni e Valori

di Federica Luongo da Psicologinews Scientific Nell’articolo si prende in considerazione cosa vuol dire essere adolescente durante una pandemia. Il genitore o qualsiasi adulto educante che comprende la differenza tra bisogni e valori e supporta l’esplorazione tipica dell’adolescenza nella direzione delle cose importanti, potrebbe riuscire a modificare la prospettiva da “ciò che si sta perdendo” con il Covid-19 a “ciò che si potrebbe guadagnare”. Durante la fase di emergenza sanitaria causata dal Covid-19 si è parlato più volte delle difficoltà incontrate dagli adulti, ma poco si è discusso di quelle vissute dagli adolescenti. I pensieri più frequenti riguardano la mancanza di relazioni, la didattica a distanza, le esperienze negate, il tempo trascorso chiusi in casa davanti a strumenti elettronici. L’adolescenza è di per sé la fase dell’esplorazione, della vitalità, della scoperta, dell’evoluzione e tuttavia, la pandemia attuale, sembra aver ostacolato tutti questi processi che dovrebbero dispiegarsi in modo naturale nell’arco di vita. E le difficoltà aumentano se si pensa che, chi dovrebbe essere di supporto per gli adolescenti, fa a sua volta fatica vivendo con sconforto, incertezza e paura la propria esistenza. Diventa importante innanzitutto scollegare ciò che potrebbe essere di aiuto agli adulti da ciò che può servire agli adolescenti. È come se si cercasse di comprendere in che modo si può far crescere un seme, facendo riferimento ad alberi già maturi. Tutto ciò non consente di osservare e prendere in considerazione le condizioni necessarie ad una crescita positiva. Il termine adolescente deriva dalla parola latina adolescens (participio presente di adolescere) che vuol dire “che si sta nutrendo”. Se si guardano gli adolescenti in quest’ottica, è inevitabile pensare che i bisogni e i valori siano differenti rispetto a quelli degli adulti. Gli adolescenti si trovano in una fase di scoperta anche dei propri pensieri e sentimenti, per cui esiste il bisogno di provare nuovi comportamenti e scoprire quali possano essere i propri valori. Troppo spesso la mente degli adulti produce giudizi, critiche, formula etichette senza tentare di comprendere realmente i bisogni che si nascondono dietro ai comportamenti degli adolescenti. Ma qual è la differenza tra bisogni e valori? I bisogni implicano l’ottenimento di qualcosa e richiedono determinate condizioni affinché vengano soddisfatti. Maslow, psicologo statunitense, li colloca su una scala a cinque livelli: fisiologici, di sicurezza e protezione, di affetto e appartenenza, di riconoscimento sociale, di autorealizzazione. I valori, d’altra parte, possono essere sempre messi in atto senza condizioni. Sono qualità che muovono i comportamenti verso obiettivi significativi. Immaginiamo, ad esempio, di essere dinanzi ad una strada, è una strada piena di deviazioni e ostacoli. L’adolescente per capire quale sentiero imboccare, avrà bisogno di esplorare quelle strade, ma per non perdersi sarà necessario seguire delle indicazioni. Queste indicazioni sono i valori che verranno appresi, riconosciuti, durante l’esplorazione. L’adulto ha il compito di camminare affianco a lui inizialmente per aiutarlo a notare queste indicazioni, per dargli l’esempio di come camminare, per supportarlo nella scelta di dove andare, nonostante la presenza di ostacoli. Facciamo un esempio pratico. In adolescenza i bisogni più comuni possono essere: autonomia, interdipendenza, gioco. Si ha dunque bisogno di sperimentare molte cose nuove e ciò comporta correre dei rischi, testare i limiti posti dagli adulti. Alcuni valori invece potrebbero essere il coraggio, la creatività, la curiosità, la persistenza. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, cosa può fare un genitore o un adulto educante? Può creare le condizioni contestuali necessarie al soddisfacimento dei bisogni dell’adolescente, aiutandolo a selezionare i comportamenti che partono da valori e non da impulsi momentanei. Cosa vuol dire? Prendiamo il caso di Marco. Un ragazzino che, durante il primo lockdown, ha iniziato a manifestare rabbia verso i genitori. Marco ha bisogno ogni tanto di isolarsi dalla famiglia, di stare con gli amici, di avere il suo spazio. Con creatività (questo è un valore), Marco ha definito con i genitori un planning (piano di lavoro) per svolgere delle attività in casa con essi e soddisfare, nello stesso tempo, il suo bisogno di autonomia. Per tutti coloro che si sono ritrovati a vivere una fase della propria adolescenza durante la pandemia, e che hanno sviluppato pensieri su tutto ciò che sentono di aver perso a causa del Covid-19, diventa fondamentale porre attenzione sulle cose che si sono scoperte importanti, riflettere sul tipo di persona che si vuole essere e su ciò che può essere fatto per andare nella direzione individuata, giorno dopo giorno, momento dopo momento. E ancora di più, è in questa fase evolutiva che inizia a definirsi l’autostima. E la stima di sé può svilupparsi proprio attraverso i valori a cui si fa riferimento e non per gli obiettivi che, a causa della pandemia, diventa difficile raggiungere. È la creatività, è il coraggio, è la persistenza, è la volontà che orienta il proprio comportamento, anche e soprattutto nei momenti più difficili. E l’adulto ha il compito di essere presente, di supportare l’adolescente nella sua fase di scoperta, di comprenderne i bisogni, di essere un modello positivo. Jorge Luis Borges ha scritto: “(…) Imparerai che le circostanze e l’ambiente influenzano ma noi siamo gli unici responsabili di quel che facciamo ed imparerai che non devi per forza confrontarti con gli altri ma col tuo meglio. Scoprirai che si perde tanto tempo per arrivare ad essere ciò che vuoi essere e che il tempo è breve. Imparerai che non è importante dove sei arrivato bensì dove stai andando, qualsiasi luogo esso sia. Imparerai che se non avrai il controllo della tua vita altri lo avranno e che essere flessibile non significa essere debole o non avere una personalità, perché non importa quanto delicata o fragile sia una situazione: esistono sempre due strade. (…) imparerai che i tuoi genitori fanno parte di te, più di quello che pensi. (…)”. Bibliografia Anchisi, R., Mia Gambotto, D. (2017). Il colloquio clinico. Hogrefe: Firenze Hayes, L.L., Ciarrochi, J. (2017). Adolescenti in crescita. L’ACT per aiutare i giovani a gestire le emozioni, raggiungere obiettivi, costruire relazioni sociali. FrancoAngeli: Milano. Rosenberg, M.B. (2003). Le parole sono finestre (oppure muri).
Clinical Risk Management (Gestione del rischio clinico)

di Daniela Di Martino da Psicologinews Scientific Il rischio clinico in sanità è un argomento di enorme attualità; ciascuna azienda sanitaria è chiamata ad organizzarne un’attenta analisi e stima nell’ambito della più generale valutazione dell’ outcom (indicazione del ministero della salute del Marzo 2004). Le aziende sanitarie sono organizzazioni complesse e come tali suscettibili alla possibilità di errore, aspetto questo intrinseco alle attività umane, ma necessariamente da sottoporre a controllo in quei contesti dove può arrecare gravi danni. Per capire la portata del fenomeno, basti pensare che in un’analisi del Centro studi investimenti sociali (CENSIS), realizzata su 21 testate nazionali tra quotidiani e periodici dell’anno 2000, circa 340 articoli pubblicati parlavano di “malasanità”. In particolare, nel 32% degli articoli analizzati, veniva riportato il decesso del malato, nel 26 % venivano riferiti danni gravi al paziente senza decesso. In questo scenario assume senso la figura dello psicologo, che in collaborazione con equipe multidisciplinari, può svolgere un ruolo determinante nell’analisi e gestione del rischio clinico. Come? Integrando lo studio delle variabili ambientali che determinano l’evento avverso, con l’ analisi delle variabili comportamentali/cognitive ed emotive, che concorrono alla determinazione di un danno al paziente. Considerando che 48.2 % degli articoli del suddetto studio contengono l’indicazione di un soggetto responsabile dell’evento clinico avverso; viene dunque chiamato in causa il fattore umano quale elemento da attenzionare rispetto alla problematica in esame. E’ chiaro, a questo punto, che il fattore umano è una variabile su cui la psicologia può garantire il suo apporto scientifico, soprattutto considerando quanto prodotto da settori di ricerca della psicologia del lavoro e della psicologia cognitivo – comportamentale. Quest’ultima aiuta l’inquadramento teorico-scientifico dell’ errore umano, definendone “il quando”, “il come” e “il perché” esso avvenga; la psicologia del lavoro potrebbe invece supportare la ricerca e la gestione delle dinamiche organizzative/gestionali che concorrono alla determinazione del rischio clinico. Quando si verifica l’errore umano? L’errore umano, secondo la psicologia cognitiva, avviene nel corso di quel processo mentale che accompagna lo svolgimento di un compito. L’elaborazione di una risposta in una situazione-stimolo parte dalla percezione, prosegue con la selezione delle informazioni e sistemazione dei dati, si conclude con l’applicazione pratica in output che consente il fronteggiamento del compito. In questa ordinata sequenza processuale, l’attenzione svolge la funzione più importante, perché ha il compito di selezionare le informazioni utili e di lasciare “sullo sfondo” quelle che non lo sono rispetto al l ’esecuzione del l ’attività. L’attenzione, con il suo ruolo di “filtro”, permette di evitare il sovraccarico mentale e, allo stesso tempo, di canalizzare le energie per il raggiungimento degli obiettivi individuati. L’attenzione diventa dunque un elemento da preservare r i spetto al sovraccarico. Errore umano e comportamento Se non inquadriamo il comportamento umano applicato ad un compito, non possiamo capire quando e come possono verificarsi gli errori cognitivi,esecutivi o disregolativi. Una classificazione del comportamento dell’uomo viene proposta dal modello skill-ruleknowledge (srk) realizzato dal dottor J. Rasmussen che individua tre tipi modalità operative dell’uomo: comportamento di routine basato su abilità apprese per le quali l’impegno cognitivo è bassissimo ed il ragionamento è inconsapevole / automatico. rule-based behaviour – comportamento guidato da regole di cui la persona dispone per eseguire compiti noti: procedure, prassi, metodi, ecc. knowledge-based behaviour -comportamento attuato quando ci si trova in presenza di situazioni nuove o impreviste, cioè non conosciute e per le quali non si conoscono delle regole o procedure. Tipi di errore umano e perché si verificano Sulla base del modello proposto da Rasmussen,J. Reason distingue tra errori d’esecuzione e tra azioni compiute secondo le intenzioni e delinea così tre diverse tipologie d’errore (Reason, 1990). –errore lapse (vuoto di memoria), ovvero, un errore di esecuzione provocato da una dimenticanza (ad. es. il paziente riferisce di un’allergia ad un farmaco ma l’infermiere si dimentica di riportarlo al medico);errore che avviene a livello cognitivo e di processamento mentale delle informazioni. –errore slip (dimenticanza o sbaglio involontario), ovvero, un errore di esecuzione che si verifica a livello di abilità. –errore mistake: si tratta di errori che vengono compiuti perché le strategie e le operazioni messe in atto non sono coerenti con l’obiettivo del compito. e secondo Reason (1997) -violazioni, cioè atti di sabotaggio Possono essere: –ruled-based, l’errore viene commesso perché si è scelta una procedura non adatta alla soluzione del problema dato. –knowledge-based: errori che dipendono da una scarsa conoscenza rispetto alla situazione in cui si deve intervenire (caso a se’ costituiscono le violazioni, termine con cui si intendono tutte quelle azioni che vengono eseguite trasgredendo intenzionalmente ad un regolamento o a una direttiva). Gli errori più frequenti in sanità sono: · reazioni avverse a farmaci · interventi chirurgici in sedi sbagliate e lesioni da pratiche chirurgiche · suicidi prevedibili ed evitabili · lesioni o morte a seguito di misure di contenzione del malato · infezioni ospedaliere · cadute e ulcere da decubito · scambio di persona. Variabili organizzative che concorrono all’incremento del potenziale danno in sanità sono: · caratteristiche dell’utenza (tasso di rischiosità dei pazienti) · volume medio di attività per singolo operatore (volume di attività sanitarie delle Aziende sanitarie) · Gruppi di lavoro costruiti senza seguire adeguati standard di gestione delle risorse umane. Utilità e possibili scenari d’intervento per la psicologia Non prescindendo dal fatto che errore umano e carenze organizzative costituiscono solo alcune delle variabili che contribuiscono al verificarsi dell’evento avverso in sanità (altri fattori sono quelli ambientali interni all’organizzazione o esterni ad essa, quelli legati alla strumentazione, ecc), non dovrebbe essere trascurato il fatto che gli studi e le conoscenze psicologico-scientifiche in questo contesto possano apportare grandi benefici nella gestione del rischio clinico negli ambienti di cura. Il ruolo dello psicologo, in sinergia con altre figure professionali, potrebbe svolgere un’ azione determinante nella costruzione di modelli di risk management, ma potrebbe anche orientare le azioni di risk analysis e di mitigazione del rischio in ospedali, strutture sanitarie e/o residenze sanitarie. Ipotesi di ricerca sul clinical risk managment Questo tema mi ha appassionata qualche tempo fa, tanto da spingermi al la formulazione di un’ipotesi di ricerca, la cui finalità
L’Arte della voce in psicoterapia: Il suono oltre la parola

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific Gli studi sulla voce, osservati da varie angolazioni e secondo molteplici punti di vista e dalle relative multiformi applicazioni, mostrano come voce, persona e ambiente siano legati attraverso una fitta trama di reciproche interconnessioni. Psicoterapia della Gestalt, Analisi Transazionale, Bionergetica, ma anche l’arte, espressa nelle forme del suono e del Teatro di ricerca, ci insegnano che, così come accade per la comunicazione attraverso il linguaggio non verbale, l’analisi delle incursioni sonore vocali consente di accedere a quella parte della realtà psichica della Persona che non riesce ad essere espressa tramite il linguaggio codificato. Se l’espressività del corpo comunica un pensiero che scavalca le difese del linguaggio, anche la voce definisce una modalità comunicativa che va al di là del valore semantico della parola. A questo proposito, numerosi autori hanno mostrato come, attraverso l’analisi dei timbri sonori e i cambiamenti vocali nel Qui ed Ora della terapia, sia possibile ampliare le risorse terapeutiche, sia di tipo diagnostico che relazionale. “…Non parlerei forse di linguaggio informale? Di valori cromatici e tattili, dei sapori e degli umori, della pelle e dei baci, dell’ombra e del profumo delle parole? Elencherei parole tonde e gialle, lunghe e calde, voluttuose e lisce, oppure parole polverose e bigie, sfilacciate e verdi, parole a pallini e salate, parole massicce, fredde, nerastre, indigeste, angosciose”. Fosco Maraini mostra come nell’evocazione e nel suono della parola vi sia un senso intimo e profondo del linguaggio. Tutto sommato, riflettendo sulla voce e la psicoterapia ci si accosta necessariamente agli aspetti metasemantici della comunicazione, espressi attraverso il corpo, il registro vocale e, in generale, nella comunicazione non verbale. Studi di diversa matrice hanno individuato nella voce una delle modalità più arcaiche di comunicazione madrefiglio, risalente addirittura alla condizione di vita intrauterina. Il primo gesto del venire al Mondo è suono: respiro e vocalità. La voce, intrinseca al respirare, è il nostro più immediato e necessario scambio con il mondo, al punto che ogni minaccia alla sua funzionalità produce angoscia di soffocamento. E il respiro, presupposto del nostro esistere, è la materia della voce, materia cui le corde vocali danno forma. Anemos è la parola greca che significa «soffio», «vento» e che derivandola dal latino traduciamo con “Anima”. La voce, in quanto soffio vitale primordiale, è in questo senso espressione profonda dell’Anima, incarnata nel corpo fisico. Queste particolarità della voce, fisiologiche prima ancora che psicologiche, la collegano così intimamente alla presenza della Persona che risvegliarne la voce evidentemente contribuisce a risvegliarne la presenza. Considerare adeguatamente gli aspetti legati alla voce nel contesto della terapia vuol dire, in primo luogo, porre attenzione alla voce del paziente. Maria Jutasi Coleman, Psicoterapeuta della Gestalt, mostra esaustivamente come poter adoperare l’analisi dello spettro vocale dei pazienti sia a scopo diagnostico che metodologico. La voce, che va nel mondo ed è sentita dagli altri, nel suo stesso prodursi è sentita anche da noi stessi per due vie: dall’interno del corpo, attraverso le trombe di Eustachio che collegano direttamente la faringe alla cassa timpanica; e dall’esterno, con un piccolo ma significativo ritardo, nel suo riflettersi sugli oggetti attorno a noi. Sempre sentiamo la nostra voce risuonare dentro e fuori di noi, nel momento stesso in cui la emettiamo . E il produrla è immediatamente controllato e modificato alla luce del sentirla. L’effetto della voce sugli altri è mediato e successivo. In questo processo, intervengono canali emotivi, sensoriali e cognitivi a flitrare il respiro e l’emissione vocale. In ‘arrendersi al corpo’, Alexander Lowen racconta l’esperienza della sua prima seduta di terapia con Reich: “Stavo su un lettino con indosso un paio di calzoncini corti, perché Reich potesse osservare il mio respiro. Lui era seduto davanti al lettino. Mi disse semplicemente di respirare, cosa che feci in modo normale, mentre lui studiava il mio corpo. Dopo circa dieci o quindici minuti, disse: ‘Lowen, non stai respirando’. Replicai che respiravo. ‘Ma’, disse lui, ‘il tuo torace non si muove’. Era vero. Mi chiese di mettere una mano sul suo torace per sentire il movimento. Sentii che il suo torace saliva e scendeva e decisi di muovere il mio torace ad ogni respiro. Lo feci per un certo tempo, respirando con la bocca e sentendomi molto rilassato. Reich allora mi chiese di spalancare gli occhi e, quando lo feci, emisi un sonoro e prolungato grido. Mi sentivo gridare, ma non c’era nessuna sensazione collegata. Proveniva da me, ma io non avevo nessun collegamento con quel suono. Reich mi chiese di smettere di gridare perché le finestre della stanza erano aperte sulla strada. Ripresi a respirare come prima, come se non fosse accaduto nulla. Ero sorpreso del grido, ma non ne ero toccato emotivamente. Allora Reich mi chiese di ripetere l’azione di spalancare gli occhi, e ancora una volta g r i d a i senza nessun collegamento emotivo con il fatto. […] Poco tempo dopo, la terapia venne interrotta per le vacanze estive di Reich. Quando riprendemmo in autunno, tornammo alla respirazione spontanea. Nel corso di questo nuovo anno di terapia, ebbero luogo diversi eventi importanti. In uno di questi rivissi un’esperienza infantile che spiegò le grida della mia prima seduta. Mentre stavo sul lettino a respirare, ebbi l ’impressione che avrei visto un’immagine sul soffitto. Nel corso di alcune sedute l’impressione divenne più forte. Poi l’immagine apparve. Vidi il volto di mia madre. Mi guardava con occhi molto arrabbiati. Sentii che ero un bambino di circa nove mesi, stavo nella carrozzina fuori della porta di casa e gridavo per chiamare la mamma. Lei doveva essere impegnata in qualche attività importante, perché quando uscì mi guardò con tanta rabbia da paralizzarmi di terrore. Le grida che allora non ero riuscito ad emettere dovevano esplodere nella mia prima seduta terapeutica, trentadue anni dopo”. La voce comunica le modalità della presenza, in un certo senso, allora, la voce dichiara la Persona al mondo. Quindi, nella voce del terapeuta deve risuonare una presenza che promuove la presenza del paziente, che soprattutto la legittima, che la riconosce come centro di valore
I BENEFICI DEL CAMPO ESTIVO

Perche’ inviare i propri figli ad un campo estivo, quali abilita’ si possono rafforzare, quali paure affrontare in epoca covid-19. Quando arriva Settembre? L’arrivo delle vacanze estive e’ un periodo molto atteso per diversi aspetti, sia da parte dei genitori, che dei figli, ma anche ricco di dubbi. Spesso un genitore, non abituato a trascorrere tanto tempo insieme al figlio, dopo pochi giorni dalla chiusura scolastica si chiede “ma quando arriva settembre?”. Ecco che, la risposta a tale domanda talvolta e’: mandiamolo al campo estivo. Il campo estivo non e’ un sostituto delle competenze genitoriali, ma un valido supporto per i bambini in quanto ha una serie di vantaggi. I VANTAGGI DI UN CAMPO ESTIVO le attività sono molte e non ci si annoia i bambini staranno all’aria aperta e avranno modo di socializzare, giocare e imparare a stare in mezzo ai loro pari I ragazzi a scuola hanno la possibilità di un continuo confronto che avviene però nella maggioranza dei casi su un piano strettamente cognitivo. Nei campi estivi ci si ritrova a spendersi in contesti diversi di gioco, di movimento, di relazione e scambio. In queste realtà spesso i ruoli del più e del meno bravo non sono più così evidenti. Spesso i ruoli sono ribaltati e così chi è abituato a primeggiare vive l’esperienza di essere “secondo” ad un compagno che invece solitamente a scuola fa più fatica. Il centro estivo si differenzia dalla scuola perchè basato sul divertimento del singolo, pur nel rispetto dell’altro e delle regole. In questo senso il bambino lo vive liberamente senza l’ansia da prestazione tipica della scuola e senza gli obblighi che riguardano la realtà scolastica. Rappresenta lo “stacco” necessario al defaticamento e al riposo. Il bambino ha la possibilità di vivere l’attività in maniera più indipendente e autonoma. Si trova spesso nella condizione di doversela cavar da solo in piccoli grandi compiti ed è quindi spronato dal contesto a “diventare grande”. L’esperienza del centro estivo permette al bambino la vita in comunità, lo responsabilizza sul fatto che il suo contributo è decisivo affinchè la giornata e le attività si svolgano nel migliore dei modi. In molti casi è spronato a prendersi degli impegni e delle mansioni quali tenere pulito, aiutare ad apparecchiare, risistemare il materiale di gioco. In questo senso si sensibilizza sul rispetto delle regole, dei turni e soprattutto sul rispetto dell’altro che come lui fruisce dei medesimi spazi e delle medesime attività. Il bambino ha anche modo di relazionarsi con educatori diversi. Quali sono i contro di un campo estivo? Sicuramente i campi estivi il piu’ delle volte hanno un costo, pertanto sono inaccessibili a diverse famiglie. Un genitore talvolta “utilizza” il campo estivo come strumento per non trascorrere il tempo con i propri figli, come una sorta di parcheggio pur di non occuparsene. Quindi può favorire un atteggiamento di non responsabilità genitoriale. In epoca covid-19 può aumentare le ansie di un genitore in quanto il figlio non è sotto il controllo visivo. Tali ansie possono avere ripercussioni negative sull’approccio stesso del bambino al campo estivo. Sia i genitori che i bambini dovrebbero vivere l’esperienza del campo estivo con maniera positiva, come un’esperienza di crescita. Pertanto è utile, quando possibile, di incentivare l’utilizzo di tali contesti se favoriscono il benessere psicofisico di tutta la famiglia.
Capricci: cosa sono e cosa può fare un adulto?

I capricci sono comportamenti indesiderati che nascondono un bisogno. Come può agire un genitore di fronte a un capriccio? “È’ impossibile fare la spesa con mio figlio, se vuole qualcosa inizia a piangere finché non vince lui” “Eravamo in fila in posta e mio figlio continuava a urlare e non sapevo proprio cosa fare” Questi sono solo alcuni dei commenti che spesso si sentono dire tra genitori. In entrambi i casi c’è un bimbo che piange e urla e si dispera. Perchè? Solitamente con capricci si indicano comportamenti non desiderabili che vengono messi in atto in un determinato contesto (spesso in contesti sociali). Nascono da una forte frustrazione che il bambino prova e, non sapendo gestire questo stato d’animo, attraverso il pianto, comunica all’adulto di aver bisogno di aiuto. Esatto, cari genitori! Anche i capricci servono a comunicare! Pensiamo alla temibile “fase dei due anni”. A quest’età il bambino inizia a percepirsi come essere separato dal caregiver e, attraverso i “no, mio, io” inizia ad autoaffermarsi. Il pianto, fin da quando un bambino nasce, è espressione di qualcosa. E spesso, un genitore, comprensibilmente stanco delle urla o imbarazzato se si trova in un contesto sociale, non riesce ad interpretare il messaggio del bambino, arrabbiandosi a sua volta e innescando un circolo vizioso che va ad autoalimentarsi. Cosa può fare un genitore in questi casi? Imparare a fermarsi e a non reagire di istinto. Può essere utile anche per il bambino comprendere che ci si può arrabbiare, riconoscere quello che si sta provando ed etichettarlo per parlarne successivamente. Per i più piccoli è importante che il genitore “si calmi per calmare” e che faccia notare la sua presenza sintonizzandosi con il bisogno del bambino. Il bambino non possiede ancora strategie per fronteggiare la sua frustrazione e dire “dopo compriamo il gelato” non è utile perché il bimbo non comprende la temporalità come un adulto. Ogni suo bisogno riguarda il qui e ora. Empatizzare consente all’adulto di mettersi nei panni del bambino riconoscendo cosa potrebbe comunicare in quel momento. Dire “lo so che forse sei molto arrabbiato in questo momento perché non ti ho dato quello che hai chiesto, vedrai che tra un po’ la rabbia va via e io sono qui per parlare con te” potrebbe aiutarlo ad acquisire strumenti utili per fronteggiare le intense emozioni vissute. Ignorare i comportamenti non desiderabili rinforzando quelli desiderati porterà gradualmente ad estinguere i primi e a mantenere i secondi. Questo è molto importante perché il bambino deve trovare delle strategie funzionali a soddisfare i suoi bisogni attraverso comportamenti adeguati. Utilizzare la punizione è controproducente. Può avere l’effetto immediato di interrompere un comportamento sbagliato ma le ricerche mostrano come sia dannosa a lungo termine. Il bambino potrebbe interiorizzare un modello educativo negativo così come la relazione genitore-figlio potrebbe essere compromessa perché si potrebbe perdere fiducia nella figura di accudimento. Fornire poche e semplici regole in modo chiaro. È importante che in primis l’adulto sia coerente nel rispetto delle regole date perché se cede, in modo intermittente, potrà essere rinforzato il comportamento inadeguato del bambino.
Adolescenti, questi sconosciuti? Istruzioni per l’uso/2

Figli preadolescenti e adolescenti. Idee per i genitori, per evitare gli errori più comuni. Le priorità dei genitori non sono le stesse priorità degli adolescenti. Può sembrare del tutto ovvio, ma proviamo a ripensarci. Per preadolescenti e adolescenti, la stanza in disordine cronico, i vestiti buttati per terra, le cose dimenticate, non sono affatto importanti: sono materie di cui si occupano i genitori. Le loro priorità sono il compito di matematica, pubblicare una storia su Instagram, costruirsi un’identità, innamorarsi di qualcuno, accettare la propria immagine che cambia; insomma, una stanza ordinata o rispettare gli orari alla lettera non rientra nella loro sfera di attenzione. Stanno lottando per crescere, sono in mezzo a una vera tempesta, in cui gli interlocutori privilegiati non sono più i genitori: per l’adolescente il gruppo dei pari, amici e nemici della stessa età, è il terreno di azione, scontro, realizzazione o delusione. È il suo mondo di riferimento, dove deve sperimentarsi per trovare un posto e riconoscere sé stesso. È compito dei genitori insegnare ai figli la responsabilità. È fondamentale mantenersi fermi su alcuni punti importanti, senza deroghe, ma occorre ammorbidirsi su aspetti meno fondamentali. Assillare, dirigere, gridare e imporre rischia infatti di essere una strategia fallimentare e frustrante. Invece, partire da loro aiuta. Ricordare quali sono le loro priorità, e dar loro spazio, permette di ottenere rispetto e collaborazione in cambio: è una formidabile via di accesso a una convivenza rispettosa e fruttuosa per tutta la famiglia. Gli adolescenti hanno bisogno di sperimentare la propria indipendenza dai genitori. Per questo è importante prendere distanza dai successi e dai fallimenti dei ragazzi. Un brutto voto a scuola di una figlia o di un figlio è sentito spesso come una faccenda personale. Questo non aiuta i ragazzi a sentirsi titolari dei propri successi e fallimenti. In qualche modo, con l’intenzione opposta di responsabilizzarli, gli si toglie responsabilità e motivazione. Lasciarli fallire, facendogli capire che si può fare meglio con l’impegno, ma che un fallimento non è la fine del mondo né un tradimento della fiducia dei genitori (altro argomento che noi adulti utilizziamo in modo troppo disinvolto) è un messaggio fondamentale. “Mi dispiace molto che ti sia andato male il compito di chimica. Se vuoi ripassare con me, dimmelo”. Altro mito da sfatare: l’idea che gli adolescenti non vogliano avere a che fare con i genitori. Durante il passaggio dall’infanzia all’età adulta hanno ancora bisogno di una guida sicura, di un navigatore al loro fianco. Una cosa che funziona è essere disponibili a dare indicazioni, quando lo richiedono, e non dare troppi suggerimenti, quando non richiesti. Questo aiuta gli adolescenti a sperimentare maggiore autonomia e, paradossalmente ma molto utilmente, ad aumentare le richieste di consiglio ai genitori quando ne hanno bisogno. La presenza di adulti che si fidano di loro, li consigliano e stanno a distanza senza sentirsi esclusi è fondamentale per la loro tranquillità. RIassumendo: mai ritirarsi completamente dalla relazione, anche quando il loro atteggiamento può essere offensivo. Lasciate loro uno spiraglio e cogliete le aperture, magari alla sera quando vanno a dormire o nei momenti in cui sono in difficoltà. Offrite una possibilità di accesso a voi, anche se avete avuto una discussione forte. Ogni riconnessione con voi diventa un pezzo fondamentale per la loro storia di adulti in divenire. Chiudiamo con un esercizio. Prendetevi cinque minuti per rispondere a queste domande. Non più di cinque. Eccole: “Cosa mi feriva di più degli atteggiamenti dei genitori? Cosa mi feriva di più nella mia piccola sfera sociale in costruzione? Quale amica o amico mi ha abbandonato? Chi e con quali parole mi ha dato un consiglio o un aiuto quando mi sentivo male?”. Se vi sembra di pensare a secoli fa, è del tutto naturale. Ogni crescita è una discontinuità, anche se manteniamo elementi del nostro sé passato. Eravamo adolescenti, ora siamo adulti: siamo un’altra persona. E lo saranno presto anche i vostri adolescenti. Più gli date un appoggio, più li rendete titolari delle proprie scelte, più li affiancate quando sono in difficoltà, più gli sarà facile crescere. E tornare da giovani adulti, più rilassati e rilassanti, nella vostra vita di genitori.
Tecnofobia: il rifiuto psicologico della digital transformation

Nei precedenti articoli abbiamo analizzato la relazione che intercorre tra psicologia e tecnologia in tutte le sue forme. Esiste però un’altra faccia della medaglia: ci sono persone che nutrono una profonda avversione per le nuove tecnologie che si traduce in un vero e proprio rifiuto psicologico al loro utilizzo. Questo fenomeno prende il nome di Tecnofobia.Larry Rosen definisce la tecnofobia come: “uno stato d’ansia attuale o relativo a futuri usi del computer o tecnologie ad esse correlate, attitudini globali negative nei confronti del mezzo e delle operazioni che permette e dell’impatto sociale delle stesse, dialogo interno critico e negativo durante l’utilizzo o al solo pensiero di usarlo.” (Larry & Maguire, 1990). Tale definizione aggiunge due importanti caratteristiche interconnesse alla costante e persistente fobia per le nuove tecnologie: da un lato l’esistenza di convinzioni e pregiudizi che vanno a connotare in maniera negativa gli strumenti innovativi; dall’altro la presenza di un forte senso di ansia che accompagna il pensiero e l’utilizzo stesso delle tecnologie. Il DSM-5 include la Tecnofobia nei disturbi d’ansia e la menziona tra le fobie specifiche. Recenti studi stimano il 5% degli utenti siano affetti da questa condizione. Oltre ad incidere notevolmente sul benessere individuale, questo disturbo ha un impatto rilevante sull’inclusione sociale dell’individuo, nonché sullo stress lavoro correlato e sul grado di soddisfazione lavorativa percepita. Nell’epoca della società 4.0, è infatti impensabile concepire una resistenza alla digital transformation: una tale diffidenza nei confronti della tecnologia non fa altro che incrementare parte del digital divide intergenerazionale che da anni si sta cercando di ridurre. Ancora una volta, per evitare l’insorgenza di problematiche strutturate e persistenti come la tecnofobia, è fondamentale investire nella prevenzione, organizzando ad esempio seminari, workshop ed eventi interattivi volti ad accompagnare le persone lungo il percorso di transizione digitale in maniera consapevole e graduale per vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.
La scolarizzazione di un figlio: il ruolo della famiglia

L’ ingresso a scuola di un figlio è certamente uno degli eventi più significativi e critici con cui una famiglia con bambini piccoli deve confrontarsi. La scolarizzazione infatti è considerata il primo momento di passaggio tra la famiglia e la società. Grazie alla scuola, il bambino ha la possibilità di sperimentare e soddisfare, da un lato, il bisogno di indipendenza e, dall’altro, quello di protezione. Con la scolarizzazione, il bambino frequenta altri adulti, gli insegnanti, che diventano insieme ai genitori delle nuove figure di riferimento esterne alla famiglia. Questo nuovo legame affettivo, finalizzato all’istruzione e all’educazione, potrà influire il rendimento scolastico dell’ alunno. Oltre all’ insegnante, il bambino si confronta anche con il gruppo dei pari, mettendo in pratica e migliorando le sue competenze sociali. Grazie ai suoi amici, si svilupperanno nuove competenze comunicative e relazionali, sperimentando il bisogno di accettazione, coinvolgimento, e la capacità di negoziazione. La facilitazione dell’ inserimento nel gruppo di classe non è dettata esclusivamente dall’ insegnante, ma coinvolge anche la famiglia: il clima di collaborazione tra tutti gli educatori coinvolti favorisce il benessere del bambino. Al contrario, un irrigidimento del pattern genitore-insegnante può determinare delle modalità disfunzionali che metteranno l’alunno in una posizione di disagio, sviluppando il fenomeno della triangolazione alunno-famiglia-scuola che può assumere diverse forme. ALUNNO-GENITORE VS INSEGNANTE: porta il bambino a sentirsi solo a scuola, svalutato e incapace di raggiungere risultati adeguati. ALUNNO-INSEGNANTE VS GENITORE: tra la famiglia e la scuola non c’è collaborazione e il bambino non ottenendo risultati, non riceve sostegno né dai genitori né dagli insegnanti. La scuola, inoltre, costituisce un importante orologio temporale, perchè cadenzando le età, definisce competenze e in un certo senso ritualizza la crescita.
Dove Nasce la Violenza?

di Alessandra Moranzoni Il bambino “respira” fin dalla nascita e ancor prima, il “clima relazionale” nel quale è immerso.Se il riconoscimento dell’altro in quanto altro da sé, diverso da sé, portatore di un suo valore, fa parte dell’esperienza relazionale del bambino, allora svilupperà degli “anticorpi” nei riguardi della violenza, dell’odio, del rifiuto difensivo verso ciò che è estraneo, diverso, altro da sé. Questo tipo di “clima relazionale” è fatto della curiosità nell’andare a scoprire e riconoscere nell’altro le sue caratteristiche, i suoi bisogni, i suoi desideri.E’ fatto della tolleranza verso ciò che dell’altro si discosta da noi e dai nostri desideri.Il tal senso, dobbiamo considerare che l’incontro con l’altro si accompagna sempre ad aspettative e idealizzazioni rispetto a come dovrebbe- potrebbe essere; si accompagna alle fantasie, alle immagini nella mente dei genitori prima della nascita del figlio, così come alle aspettative e ai desideri degli insegnanti sull’alunno.Durante il corso di ogni storia relazionale, che sia di coppia, filiale, amicale o altro, c’è una continua dialettica tra le aspettative, le proiezioni sull’altro e l’accoglienza della realtà- diversità dell’altro.Chiunque è parte di un’interazione, è chiamato a fare i conti con quanto l’altro si discosta dall’immagine- progetto desiderata. L’idealizzazione che accompagna sempre l’incontro amoroso, che sia con un figlio o partner o altro, è importante sia mantenuta nel tempo, ma si trasformi adattandosi ai cambiamenti e alle vicende della vita. Per il benessere emotivo è indispensabile che l’inevitabile investimento narcisistico insito nella relazione, faccia solo da sfondo e non sia la figura dominante “dell’affresco” relazionale. Anche l’accoglienza delle fragilità e dei limiti è una sfida alla quale siamo chiamati costantemente nella relazione. Così come la tolleranza e l’apertura ad accogliere l’altro, pur nel dolore e nella fatica che comporta, specie nelle situazioni di malattia e disabilità, che richiedono ancora di più un profondo lavoro intrapsichico di lutto ed elaborazione trasformativa. Sono partita un po’ da lontano, ma è lì, nelle esperienze relazionali precoci, l’origine di ogni possibile futuro sviluppo relazionale, pur nelle infinite possibilità di variazione che gli incontri nel corso della vita possono favorire, sollecitare e germogliare se accolti.Le prime relazioni rappresentano il terreno “sufficientemente buono” per usare le parole di D. W. Winnicott, sufficientemente nutriente, annaffiato, illuminato, dove il seme della persona possa germogliare e crescere sviluppando un altrettanto “sufficientemente buona” relazione con gli altri che via via incontrerà sulla sua strada. Perché ciò possa avvenire è altrettanto indispensabile fare l’esperienza di poter riconoscere, tollerare e trasformare la frustrazione, l’odio e la rabbia di cui ognuno è portatore, perché anch’esse fanno parte dell’incontro con l’altro in quanto diverso, straniero da sé.E ancora una volta, se il bambino avrà respirato nello scambio relazionale con le figure importanti della sua vita, che siano esse genitori, insegnanti o altre persone incontrate nel tragitto, tale possibilità, questo modo di funzionare, potrà diventare parte della sua esperienza, e produrre “anticorpi” verso la violenza. Fare violenza sull’altro infatti, presuppone il disconoscimento dell’altro come portatore di un suo valore, di un’alterità. Spesso le violenze nascono da una con-fusione tra sé e l’altro che non lascia scampo.