Pensiero critico sui social network, cronaca di un binomio (im)possibile?

Nei precedenti articoli abbiamo affrontato a più livelli i cambiamenti sociali e comportamentali dovuti all’introduzione della tecnologia nella nostra quotidianità, ma c’è un punto focale alla base di questo processo: l’evoluzione del pensiero in chiave 4.0. Già in passato si era molto discusso del fenomeno conosciuto come agenda setting, ovvero il potere dei media di filtrare e manipolare l’informazione focalizzando l’attenzione degli utenti soltanto su temi prestabiliti, orientando così l’opinione collettiva. Un processo simile ma più raffinato avviene sui social network, canali su cui ogni giorno vengono pubblicati e ricondivisi milioni di contenuti di varia natura: Per filtrare le notizie viene impiegato un algoritmo basato sulla meaningful interaction, che mostra all’utente soltanto i contenuti con cui ha interagito e verso i quali ha mostrato interesse. Questa modalità, apparentemente efficace e funzionale, crea una comfort zone virtuale sempre più ovattata e ristretta.Diversi studi hanno dimostrato che l’algoritmo espone l’utente a contenuti simili a quelli ricercati tendendo sempre di più ad un’estremizzazione del tema, contribuendo a un’informazione rigida e incontestabile. Si origina così la cosiddetta “bolla di filtraggio”: gli utenti visualizzano notizie sul loro feed, gli algoritmi propongono contenuti simili e gli individui si ritrovano in una bolla in cui hanno accesso solo a informazioni che non fanno altro che confermare le proprie convinzioni. In un primo momento siamo noi stessi a stabilire la nostra “agenda” di interesse, ma ben presto la nostra capacità decisionale passa all’algoritmo che ci rinchiude in questa bolla per rendere l’esperienza sui social più gratificante e duratura possibile. Tale processo dà impulso a un ulteriore fenomeno: la Camera dell’eco. L’Echo chamber si riferisce a una situazione in cui una persona riceve su internet una serie di informazioni o idee che rafforzano il suo punto di vista, senza avere accesso ad altre risorse che potrebbero fornire una diversa prospettiva e dunque una visione più obiettiva della situazione.Le conseguenze sono esponenziali: innanzitutto un progressivo isolamento dovuto alla rigidità e alla limitazione dei temi a cui ci si espone, è come se i nostri interessi ci venissero inoculati in maniera ipodermica, annientando ogni stimolo verso la curiosità, l’apertura a nuovi argomenti e la ricerca proattiva delle informazioni.I social diventano degli strumenti di distrazione di massa che omettono alla nostra vista informazioni importanti.Ci stiamo abituando a una pigrizia intellettuale senza precedenti: ci accontentiamo delle informazioni forniteci senza verificare la fonte, senza ricercare una voce critica, fuori dal coro. Ci esercitiamo a pensare che la nostra opinione sia vera e inconfutabile, perché rafforzata e dimostrata da una mole di notizie, perdiamo così la capacità di metterci in discussione. La soluzione, come sempre, è la consapevolezza e l’intenzionalità: internet è un potentissimo strumento al servizio dell’uomo, un’enorme risorsa che però non può essere considerata esaustiva. Abbiamo bisogno di essere educati, orientati e preparati all’inesauribile fonte digitale che sgorga dai nostri schermi, solo così la tecnologia rappresenta una ricchezza e non minaccia.
La challenge quando si forma una nuova coppia

La celebrazione del matrimonio dà vita all’ufficialità della coppia. Entrambi i partner, per consolidare il loro legame relazionale, sono chiamati ad affrontare quotidianamente delle challenge. La nascita di una coppia è un processo articolato in fasi, che prevede continui adattamenti per ciascun coniuge. La costruzione di una nuova identità di coppia passa attraverso varie sfide che impegnano i coniugi sia tra di loro e sia con le famiglie di origine. Innanzitutto, una relazione solida è basata principalmente sullo sviluppo del NOI, sulla condivisione, sull’empatia e l’impegno reciproco. La challenge primaria riguarda i compiti che ogni coniuge assume nei confronti dell’altro. E’ necessario quindi che la coppia si orienti verso una relazione funzionale e complementare. Una volta organizzata la vita quotidiana, è opportuno stabilire anche delle regole implicite o esplicite in cui si lasci libertà e intimità all’altro. Finita l’idealizzazione del partner, il coniuge deve accettarlo con le sue caratteristiche ed esigenze. Si passa dall’illusione del “Tu sei perfetto per me” al “Ti accetto per così come sei”. In questo modo, ciascuno può andare incontro all’altro, senza perdere la propria individualità. Una sorta di rinegoziazione continua dei ruoli in cui ogni membro assume posizione up o down, in modo interscambiabile e mutabile. E’ la fase in cui si può strutturare un clima avulso dalla conflittualità, a conferma dell’ idea comune che in una famiglia felice non ci sia crisi. Questo atteggiamento, però, può cronicizzarsi determinando relazioni distruttive in cui non c’è più dialogo. La seconda challenge importante riguarda i compiti di sviluppo come figli. E’ necessario, innanzitutto, aver avviato un buon processo di individuazione. Il coniuge deve essersi svincolato dalla famiglia d’origine e modulare la lealtà anche nei confronti del partner. Risulta fondamentale la definizione di confini chiari tra ruoli e relazioni, aperti al dialogo e al confronto. “Siamo angeli con un’ala sola, solo restando abbracciati possiamo volare.” (Luciano De Crescenzo)
DaD: la scuola durante la pandemia

Una panoramica sul vissuto degli insegnanti e degli studenti di Giada Mazzanti Da ormai più di un anno il COVID-19 attanaglia non solo l’Italia ma tutto il mondo provocando vittime e costringendoci a rivoluzionare ogni aspetto della vita. Uno dei tanti effetti delle norme per evitare il dilagare dell’infezione consiste nel “vivere la casa” ventiquattro ore su ventiquattro. Tali norme impongono il condensare tra le mura domestiche i vari luoghi esterni alla casa come il lavoro, lo svago, la scuola; in alcuni casi le abitazioni hanno spazi insufficienti per creare un ambiente di lavoro per ogni membro della famiglia. Da questi presupposti si potrebbero trattare moltissimi argomenti ma concentriamoci sulla tematica scuola, in particolare sugli insegnanti e gli alunni. A marzo 2020 l’attività didattica era stata completamente sospesa per ogni grado scolastico nella speranza di riprenderla dopo poche settimane. La ripresa non è stata possibile e le scuole si sono mosse, in modo non uniforme, per poter fornire l’istruzione. I problemi sono emersi immediatamente: non tutti possedevano un dispositivo, nel caso ci fosse stato, era unico per più bambini causando la non totale e continuativa partecipazione alle lezioni delle classi, inoltre non tutti non avevano una copertura internet adeguata (fondamentale per questo tipo di didattica); d’altro canto gli stessi insegnanti trovavano difficoltà nell’interfacciarsi con gli strumenti, l’aumento del carico di lavoro aumentava lo stress e la frustrazione di non riuscire a gestire la classe come avrebbero fatto in presenza. In complesso le lezioni risultavano farraginose e complesse nonostante la buona volontà di tutti. In questo contesto non è difficile immagine il grande disagio sia degli insegnanti che degli studenti. A tal proposito la letteratura suggerisce che l’attuale pandemia, essendo così prolungata possa portare ingenti effetti sulla salute sia fisica che mentale e in generale minare il benessere della persona, compresi studenti e insegnanti (OECD, 2020). In particolare, negli insegnanti, il disagio può derivare sia dai rischi per la salute propria e dei propri cari, sia dall’aumento del carico di lavoro legato alle nuove modalità di insegnamento, richieste in modo improvviso e in assenza di una formazione adeguata. Lavorare in questa situazione è un fattore di rischio per la possibile insorgenza di burnout. La ricerca condotta presso l’ateneo bolognese (Matteucci; 2021) evidenza diversi fattori di rischio per la figura dell’insegnante, oltre all’eccessivo carico di lavoro per la preparazione delle lezioni c’è da tenere presente che la gestione dei comportamenti degli alunni diventa più complessa come anche la gestione dei conflitti tra gli insegnanti e il mancato riconoscimento sociale della propria figura professionale. Vengono annoverati anche dei fattori di rischio più strettamente collegati alla DaD come la difficoltà nell’utilizzo delle tecnologie o anche nell’ottenere lo stesso livello di partecipazione degli studenti. Fortunatamente sono stati riscontrati anche dei fattori protettivi come l’aumento dell’autoefficacia legata anche al piacere del coinvolgimento lavorativo e dal supporto sociale fornito ma anche il fatto che si possano individualizzare maggiormente le attività e che si abbia un orario maggiormente flessibile. Parlando degli studenti si registra lo stesso tasso di frustrazione e in molti casi anche la paura di non riuscire a tornare a una normalità o anche l’ansia legata alla persecutorietà della pandemia. Questi stati di malessere possono manifestarsi con diversi comportamenti come attuare un eccessivo attaccamento, avere paura che i famigliari si possano ammalare, essere distratti, fare domande in modo ossessivo e su temi depressivi ma anche mostrando irritabilità. Ai bambini e ai ragazzi la situazione attuale priva della routine sia scolastica che non e principalmente nelle ore scolastiche in DaD si nota la fatica del non riuscire a mantenere il legame con i compagni ma anche con gli insegnati, di non riuscire a concentrarsi in quanto l’ambiente domestico fornisce molte distrazioni, difficoltà con la connessione internet ma anche la maggiore fatica a partecipare attivamente durante le lezioni (Izzo, 2020). Non solo, la pandemia impatta sulla salute dei bambini attraverso differenti fattori. In primo luogo il distanziamento sociale ha un effetto sullo sviluppo psico-emotivo e relazionale; se si guarda ai preadolescenti e adolescenti il rischio viene riscontrato maggiormente in quanto è un periodo in cui la socialità e il rapporto con i coetanei è fondamentale per formare se stessi e sperimentarsi. È un vero e proprio compito evolutivo e la scuola oltre a formare le menti forma anche la persona inserendo i ragazzi nel contesto sociale. L’impossibilità di sperimentazione e relazione con l’ambiente esterno alla famiglia e di pari comporta l’aumento dell’isolamento dei ragazzi in camera trascorrendo il tempo sui social network per supplire la mancanza della socialità; questo però potrebbe essere un secondo fattore di rischio. Di conseguenza la relazione intra-familiare risente di maggiori conflitti. Un secondo fattore di rischio potrebbe essere legato all’eccessivo uso dei dispositivi tecnologici e in particolare dell’uso non consapevole dei social network. Essi sono fondamentali in questo periodo in quanto permettono di mantenere dei “legami virtuali” e poter perpetuare l’insegnamento ma questa modalità ha insita in sé alcune potenziali criticità. L’apprendimento avviene tramite la relazione e attraverso il computer non si riesce a creare lo stesso tipo di “connessione”, risultando l’insegnamento svuotato della sua componente principale. Questo aspetto comporta un decadimento della motivazione. In più i ragazzi come momento di svago tendono a rimanere connessi rischiando di incorrere nelle classiche problematiche del web. Dai primi punti ne consegue l’ultimo: rischio di regressione psico-evolutiva. Il vivere in queste condizioni in cui la sperimentazione di sé, la costruzione di routine e la progettualità vengono a meno possono far comparire tendenze depressive orientate in particolar modo a indolenza e refrattarietà rispetto ai compiti e alla responsabilità. Si creano quindi le potenziali condizioni per l’attuazione di comportamenti autolesivi di varia natura, ma anche per comportamenti aggressivi legati a vissuti di rabbia, di frustrazione e di assenza di prospettiva in quanto questa situazione sembra non avere una conclusione prossima. La situazione storico-sociale che caratterizza il periodo attuale è molto complessa, porta a una discussione delle abitudini ma anche al confrontarci con delle possibili criticità di sviluppo. È bene riflettere anche sui possibili fattori positivi come l’ampliamento
Oltre l’immagine. Il coraggio di essere sé stessi

“Se essere è la vita, perché ne abbiamo così paura? Perché ci è così difficile ‘lasciarci andare ed essere soltanto’?” (A. Lowen). La società in cui viviamo attribuisce all’immagine un ruolo centrale nell’affermazione di ogni individuo. Sin da piccoli impariamo a sacrificare ciò che siamo per ricevere approvazione. E, così, finiamo con il perdere contatto con noi stessi, per vestire i panni di un personaggio e indossare una maschera. La perdita di autenticità Il bambino, nell’entrare in relazione con le persone significative della sua vita, baratta il proprio essere autentico in cambio di attenzione e riconoscimento. In base ai messaggi che riceve, verbali e non verbali, su come deve e non deve essere, inizia ad escludere le parti di sé indesiderate. Ed apprende a manipolare l’ambiente, in modo da ottenere ciò che gli occorre per sopravvivere. Se per esempio riceve come messaggio “devi essere il migliore”, impara che per essere amato deve superare gli altri. Che non è accettato così com’è, ma in funzione di una riuscita. Inevitabilmente il senso di sé ne sarà condizionato. Potrà costruirsi una immagine di sé “vincente” e grandiosa, con una esclusione dei propri limiti e delle proprie carenze. Oppure una immagine di persona “perdente”, non all’altezza delle situazioni e della vita. La prima riempirà il vuoto interiore, gli darà l’illusione di autonomia e totale controllo. La seconda, invece, lo farà sentire mancante, non degno, impotente. In entrambi i casi, vi sarà una svalutazione di qualche aspetto, con una perdita di sé. L’immagine come inganno, per sé stessi e per gli altri Ciò che durante l’infanzia ha rappresentato il miglior adattamento possibile, in epoche successive diventa una struttura limitante. L’adulto che non ha sviluppato una adeguata autonomia, per attirare l’altro a sé, ricorre alle stesse modalità manipolative acquisite durante l’infanzia. Ma poiché l’amore è una espressione di calore e affetto spontanea, non può essere estorto, né ottenuto con l’inganno. Questo circolo vizioso che si crea, non fa che confermare la convinzione di non poter essere amati e renderla reale. L’identificazione con l’immagine costruita ostacola la consapevolezza e la realizzazione di sé. Quando la persona non si riconosce, adotta scelte e comportamenti che non rispondono ai suoi bisogni autentici. Questa scissione dalla propria natura fa sì che l’immagine venga assunta come un riferimento assoluto, senza il quale ci si sentirebbe persi e persino niente. Allora la perdita dell’immagine viene vissuta con terrore, equiparabile a un “non esistere”. La protezione del limite e il rischio del coraggio Il confronto con il limite è necessario. Scoprire che non è possibile realizzare i propri desideri attraverso la manipolazione dell’altro manda in crisi l’immagine che si ha di sé stessi. Un passaggio evolutivo necessario, sebbene doloroso, in quanto consente un’esperienza esistenziale meno onnipotente e, quindi, più vera. D’altra parte, occorre maturare un permesso interno, laddove invece ci sono divieti e impedimenti, ad essere come si è. Il “sii te stesso” libera dall’immagine ma confronta con gli aspetti propri percepiti come negativi, con la responsabilità verso di sé, gli altri e la vita. Fa paura. Tuttavia, crescere implica il lasciar andare l’identità rigida, con i suoi aspetti fissi e immutabili, e la protezione, illusoria, che offre la dipendenza. Ci vuole coraggio, per essere sé stessi. L’importanza di riconnettersi al corpo e il ritorno a sé L’immagine è l’opposto dell’esperienza corporea. Per riappropriarsi di tutto il proprio essere, riconnettersi al corpo risulta fondamentale e non solo: assume un significato profondo. E’ trovare la strada di casa per tornare a sé. Risvegliare la propria natura. Corpo non come culto dell’immagine, né come oggetto altro da sé. Corpo in quanto parte di sé autentica, luogo del sentire e dell’esserci. Quando ci si accetta pienamente, il sé può essere vissuto come un insieme armonico, in continuo dialogo e adattamento creativo con il proprio ambiente. Ogni percorso di crescita o guarigione ha questo fine. Perché, sebbene sia convinzione diffusa che cambiare significhi diventare altro da ciò che si è, il vero cambiamento consiste, al contrario, nel ‘diventare sé stessi’.
La paura della relazione corporea nello spazio della cura

Le metodologie utilizzate per curare il mondo emozionale delle persone hanno, spesso, una sorta di grande paura della relazione corporea nello spazio della cura. Questo aspetto di paura del coinvolgimento erotizzato, del resto, fa parte di qualunque storia della cura. Come a tutti è ben noto, Freud, considerato giustamente fondamentale nella storia dei percorsi psicologici, cominciò a capire il ruolo della sessualità proprio attraverso le dinamiche di interazione con le pazienti. Di queste interazioni si spaventò, perché si rese perfettamente conto di tutte le implicazioni etiche che potevano far correre dei gravissimi rischi alla diffusione della sua metodologia. Ci troviamo davanti ad una sorta di grande paura del ruolo della relazione corporea nello spazio della cura. Questa preoccupazione, nella relazione terapeutica, é assolutamente lecita. Fermo restando questa paura, dobbiamo prendere in considerazione la possibilità che nella relazione terapeutica svolgano una funzione importantissima le fasi pregenitali. Assumendo questa visione, il corpo del terapeuta, sia esso maschio o femmina, è anche madre. Pregenitale quindi, non seduttiva, a cui tutti apparteniamo e a cui é possibile tornare proprio nel corso della relazione terapeutica. Per poter realizzare tutto questo ed essere sicuri che non sia pericoloso e non porti ad abusi, con la metodologia Lacerva noi pensiamo che la maniera per non incorrere in rischi di seduzione sia innanzitutto la necessità di una formazione emotiva molto importante; una costante supervisione, cosicché anche la relazione duale non sia mai esclusivamente duale, perché lavorare con i corpi è qualcosa di estremamente complesso. Infine, è importante prediligere interventi più di tipo estensivo che intensivo. Negli interventi di tipo estensivo abbiamo tempi dilatati con interventi molto diluiti nel tempo, ciò rende molto più facile e governabile il transfert e il controtransfert corporeo pregenitale che sappiamo essere una dimensione molto complicata, ma importantissima.
Alunni ribelli: anatomia della comunicazione

Secondo Anthony Robbins, saggista statunitense, il nostro comportamento è determinato dallo stato d’animo vissuto. Lo stato d’animo è la condizione psicofisica in cui una persona si trova. Se il nostro stato d’animo è sereno, siamo collaborativi e positivi. Al contrario, se siamo una tristi e arrabbiati diventiamo aggressivi e scontrosi. Stati d’animo negativi possono scatenare la ribellione e l’ angoscia degli allievi. Qui lo stesso copione. Rifiutano qualsiasi occasione didattica e guardano “tutto e tutti” con sospetto e diffidenza. Sarebbe certamente semplicistico pensare di eliminare definitivamente i comportamenti ribelli, ma è possibile che una comunicazione efficace riduca notevolmente gli effetti. La comunicazione è alla base della relazione e determina l’azione, poichè attraverso di essa mandiamo e riceviamo feedback positivi o negativi. Durante le sperimentazioni i ricercatori ottenevano maggiori consensi quando utilizzavano una comunicazione fatta di parole gentili e gesti di cura. Ed è per questo che un numero sempre maggiore di insegnanti si sforza ,di tematizzare e promuovere una comunicazione efficace, evitando stereotipi e pregiudizi. Non dimentichiamo l’importanza del contatto oculare e l’inclinazione del corpo in avanti. Bisogna trovare sempre il giusto equilibrio tra linguaggio verbale e gestuale. Dobbiamo imparare ad ascoltare il disagio. https://psicologinews.it/presentazione-libro-alessandra-bernasconi/?list Una buona comunicazione per gestire comportamenti ribelli. Le parole pronunciate devono essere lontane da emozioni provate. Ricordiamoci che emozioni negative provate scatenano parole negative. Le frasi utilizzate devono prevedere il messaggio IO e non il messaggio TU (tecnica di Gordon). Possiamo dire all’alunno: io non sono contento/a quando ti comporti in questo modo, piuttosto che dire sei un maleducato. La comunicazione deve comprendere una vera e propria autoriflessione del comportamento ribelle. Condurre l’allievo a riflettere sul comportamento anche attraverso il gioco di ruolo. Soffermandosi su questi punti si aiuterà l’allievo a : vincere le proprie resistenze gestire la propria rabbia evitare di cadere in un baratro Le mille sfaccettatura della comunicazione aprono i nostri orizzonti e rendono gli altri meno soli. Riflettiamo sulla comunicazione e cerchiamo di trasformare gli errori degli alunni in momenti di crescita individuale e collettiva.
Pensare la Scuola, ripensare lo spazio – tempo dell’apprendimento. Seconda sessione: l’integrazione

Seconda sessione convegno Psicologinews “Pensare la scuola, ripensare lo spazio – tempo dell’apprendimento”.
Giovani 20-30enni e le conseguenze della pandemia

La pandemia ha colpito duramente gli Emerging Adults, i giovani tra 20 e 30 anni, a livello lavorativo, sociale e di salute mentale. L’emergenza sanitaria, economica e sociale causata dalla pandemia COVID-19 ha avuto un forte impatto in ogni aspetto della vita. L’incertezza, l’insicurezza, l’instabilità per il presente e per il futuro sono sentimenti comuni all’intera popolazione. La crisi ha colpito in modo diverso i vari gruppi demografici e sociali. Si è riscontrato come, tra le categorie maggiormente colpite, vi siano i giovani, in particolar modo i giovani tra i 18 e i 30 anni circa. Tale categoria può essere definita dei giovani adulti o degli Emerging Adults. Come sostenuto da Arnett[1], l’Emerging Adulthood (età adulta emergente), è quel periodo di sviluppo tra l’adolescenza e l’età adulta. È caratterizzata da instabilità, dovuta a cambiamenti di residenza, delle relazioni, del lavoro o della carriera accademica. Ulteriore caratteristica è l’essere concentrati su se stessi, in quanto gli Emerging Adults si trovano a dover sviluppare per proprio conto le competenze necessarie alla loro vita e a dover acquisire una migliore comprensione di chi sono e quali sono i loro obiettivi. Questa fase della vita è caratterizzata anche da cambiamenti pervasivi del Sé, cambiamenti dell’identità e cambiamenti nelle relazioni interpersonali. Lo sviluppo dell’autonomia è un aspetto centrale in questa fase della vita. È, quindi, un periodo critico della crescita caratterizzato da molti eventi e cambiamenti che possono contribuire in modo significativo al benessere della persona. Per i giovani tra i 20 e i 30 anni la crisi COVID-19 pone rischi considerevoli nei settori dell’istruzione, dell’occupazione, della salute mentale e del reddito disponibile. Secondo il report dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), basato su sondaggi condotti tra 90 associazioni in 48 Paesi[2], la pandemia avrà conseguenze sull’educazione, sulla ricerca del lavoro, sulla salute mentale e sul reddito disponibile dei più giovani, sia a breve che a lungo termine. Le nuove generazioni versavano già in una situazione svantaggiata nel periodo pre-Covid, in quanto sono le meno occupate, quelle con i redditi più bassi e i più insoddisfatti della propria occupazione. La pandemia non può che aggravare una situazione già critica. Eurofond[3] ha osservato, inoltre, come la categoria ad essere esposta ad un maggiore rischio di depressione post-Covid sia quella dei giovani con meno di 35 anni. Ciò che spaventa maggiormente è il futuro, sia in termini personali che lavorativi. L’incertezza e l’instabilità generano preoccupazioni per il presente e per il futuro e sono fonte di ansia per i giovani. Inoltre, possono avere un forte impatto negativo sul funzionamento personale e interpersonale. In tempi di pandemia, tali sentimenti si acuiscono e potrebbero fermare i giovani nell’attuare aspirazioni e progetti di vita. In più, le restrizioni sociali, l’impossibilità di riunirsi e di incontrare coetanei hanno drasticamente diminuito la possibilità dei giovani di sviluppare reti sociali e di rafforzare il loro capitale sociale. La mancanza di interazioni sociali ha anche danneggiato la loro salute mentale, le cui tracce sono rimaste visibili anche una volta allentate tali restrizioni. Ricerche sul benessere psicologico dei giovani italiani tra i 20 e i 30 anni in pandemia, hanno osservato come essi riportano, rispetto al passato, livelli maggiori di ansia e stress[4,5]. Sembrano riportare anche un’alta percezione dei rischi dovuti al virus che sembra essere associata, in parte, ad alti livelli di ansia[4]. Caratteristiche come l’instabilità e la bassa prevedibilità del periodo hanno aumentato le difficoltà dei giovani a reagire con successo alle criticità. Anche l’improvvisa interruzione di una vita sociale ha aumentato la percezione di solitudine e la conseguente vulnerabilità psichica. Tuttavia, un’alta capacità di resilienza, una forte autostima e un atteggiamento positivo nelle relazioni sembrano essere fattori che proteggono i giovani 20-30enni dal forte carico emotivo scaturito dall’emergenza pandemica[4]. Essere giovani tra 20 e 30 anni nella società post-covid significa essere colpiti meno duramente in termini di salute fisica dal virus ma maggiormente per quanto riguarda la salute mentale e le conseguenze sociali ed economiche. Spesso additati dai media come incoscienti e inconsapevoli degli effetti del virus, al contrario, noi ventenni e trentenni abbiamo un’alta percezione del rischio e stiamo cercando solo, come tutti, di trovare un nostro modo di fronteggiare la nuova realtà. È necessario monitorare gli Emerging Adults e il loro funzionamento psicologico in tutte le fasi dell’emergenza pandemica. Essa ha infatti influenzato in modo critico il lavoro, lo studio, la vita sociale e la salute mentale dei giovani in un periodo della loro vita caratterizzato da una forte instabilità e continui cambiamenti personali e interpersonali. È importante monitorare i livelli di stress e ansia dei giovani anche dopo le fasi acute dell’emergenza sanitaria, poiché un’ansia elevata e alti e prolungati livelli di stress espongono ad alte probabilità di incorrere in severi disturbi mentali e fisici. Infine, sarà necessario implementare interventi psicologici sulla salute mentale e programmi di supporto anche nel post-covid, per monitorare e aiutare i giovani a far fronte alle conseguenze dell’emergenza. Fonti [1] Arnett J.J. (2015). Emerging Adulthood. The winding road from the late teens through the twenties. USA: Oxford University Press. [2] OECD (2020). Youth and Covid-19: response, recovery and resilience. Oecd.org/coronavirus [3] https://www.eurofound.europa.eu/publications/blog/youth-in-a-time-of-covid [4] Germani A., Buratti L., Delvecchio E., Gizzi G. e Mazzeschi C. (2020). Anxiety Severity, Perceived Risk of COVID-19 and Individual Functioning in Emerging Adults Facing the Pandemic. Front. Psychol., 11:567505; doi: 10.3389/fpsyg.2020.567505 [5] Germani A., Buratti L., Delvecchio E. e Mazzeschi C. (2020). Emerging Adults and COVID-19: The Role of Individualism-Collectivism on Perceived Risks and Psychological Maladjustment. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 3497; doi: 10.3390/ijerph17103497
Il Laboratorio di lettura del lunedì

di Fulvia Ceccarelli e il gruppo di lettura Da tempo coltivavo un sogno: dar vita ad un Laboratorio di lettura. Laboratorio, perché immaginavo qualcosa di non rigidamente strutturato, da aggiustare in itinere sulla base di ciò che l’esperienza avrebbe suggerito. Così, qualche anno fa, ho predisposto e fatto circolare una locandina dal titolo La lettura come strumento terapeutico, che ha raccolto un discreto numero di adesioni. L’idea è nata parlandone con un amico che ha condotto gruppi di lettura. Da quel momento ho iniziato a reperire informazioni, senza però trovare una modalità che mi convincesse fino in fondo. Che sentissi viva e coinvolgente, come accade quando inciampiamo per caso in qualcosa che ci fa vibrare dentro. Un libro, ad esempio, quando tocca certe corde. A lungo mi sono chiesta se fosse il caso di scegliere una tematica generale in base alla quale orientare le proposte. Oppure concordare la lettura di un libro che tutti avremmo letto nel mese intercorrente tra un incontro e il successivo, per commentarlo insieme. Tuttavia, considerato che un mese vola in fretta e può non essere sufficiente, a meno di scartare testi voluminosi, resta comunque il fatto che ciò che piace ad alcuni non piace necessariamente ad altri. E una delle poche regole della casa è che un libro può essere letto solo se ci ingaggia. E lo scopo del Laboratorio è incuriosire. Condivido appieno il suggerimento del buon Pennac, che sostiene che se tra libro e lettore non scatta una “corrispondenza di amorosi sensi”, meglio piantare il libro a metà. Oltre al fatto che già nel quotidiano siamo obbligati a leggere obtorto collo libretti di istruzione, clausole capestro e via dicendo. Mentre ero alle prese con i miei dubbi, mi sono imbattuta in un interessante programma radiofonico in cui degli attori leggono brani tratti da racconti e romanzi. Che mi ha fatto riscoprire il piacere di ascoltare storie lette ad alta voce da altri. Come accadeva con le fiabe. Quando, sbrigliando la fantasia, fantasticavamo di luoghi e personaggi evocati dal racconto. Da un lato, impazienti di sapere come sarebbe andato a finire. Dall’altro, dispiaciuti di abbandonare dei compagni di avventura. Così, mi è venuto in mente di coinvolgere un’amica attrice, proponendole di diventare la lettrice ufficiale del nascente gruppo. E lei, seria, mi ha domandato: “Perché cerchi un attore che si cali nella parte e non ti fidi del fatto che, se un certo personaggio e una certa trama ti hanno particolarmente colpita, troverai il modo di trasmetterlo a chi ti ascolta. Attraverso le pause, l’intonazione della voce, le sottolineature che saprai fare solo tu in quel preciso modo. Perché hanno conquistato te e non un altro”. Prendendo il coraggio a due mani, ho deciso che, di volta in volta, qualcuno del gruppo avrebbe letto agli altri poche pagine di un racconto che gli stava particolarmente a cuore. Presentandole a modo suo e fidandosi del buono che ne sarebbe scaturito. Al primo incontro eravamo una dozzina di persone. Più donne che uomini. Dopo aver brevemente illustrato le idee che mi frullavano in testa, sono entrata nel vivo, leggendo ad alta voce e in modo passabilmente gradevole, un brano tratto da Segreta penelope di Alicia Gimenez Bartlett. Rispetto al quale, peraltro, nutrivo qualche dubbio. Perché il tema trattato era impegnativo. Infatti il personaggio di Ramona, psicoterapeuta di lungo corso, sostiene la tesi che le donne siano più esposte degli uomini ad ammalarsi di patologie psichiche. Terminata la lettura, dopo attimi di silenzio, ho chiesto ai presenti di ascoltarsi dentro e provare a sentire quali emozioni avessero suscitato in loro le parole del racconto. Timidamente, una dopo l’altra, sono emerse delle riflessioni e anche qualche critica. Cosa spiazzante e apprezzabile al tempo stesso, perché il Laboratorio per non implodere, non può che essere uno spazio fisico e mentale, all’insegna della libertà di pensiero e di parola. Mica facile! Questa è stata la nostra modalità di procedere. Con cui abbiamo affrontato temi molto umani, al di là delle epoche storiche e delle latitudini. Ad esempio, leggendo Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita di Federico Pace, abbiamo riflettuto su cosa significhi scegliere e su come ogni scelta implichi l’abbandono di qualcosa in favore di qualcosaltro, generando cambiamento. Con Nemesi di Philip Roth, abbiamo sfiorato il tema della morte, chiedendoci se esista una buona ricetta per convivere con la sua ombra lunga o se sia meglio vivere fingendo di essere immortali. Questo tema, intenso e delicato, è stato reso pensabile grazie alle diverse anime presenti nel gruppo. E ci ha affratellato. Alla fine dell’incontro ci abbracciamo e le persone si attardano a parlare tra loro più del solito. Con Riparare i viventi di Maylis de Kerangal, affrontiamo il tema della donazione degli organi di una persona cara, morta di morte improvvisa, spesso molto giovane. Immedesimandoci nei parenti più prossimi, ci siamo chiesti cosa si provi sapendo che continuerà a vivere sì, ma sparpagliata in tante persone diverse. Leggendo L’uomo che vede passare i treni di Simenon, riflettiamo su quale sconquasso produca la fine di una storia d’amore. Mettendo a confronto il punto di vista maschile e femminile. Con L’arte di viaggiare di Alain de Botton, parliamo del “sublime”. Che per alcuni è la sensazione di sentirsi parte di un tutto, che seduce e nel contempo umilia, perché ci mette di fronte alla nostra finitezza di uomini. Come accade quando ammiriamo un paesaggio, un’opera d’arte, un fiore. Con In fuga, tratto da Sherzi del destino di Alice Munro, trattiamo dell’incontro con l’Eros. Di cosa significhi per noi il rifiuto dell’altro e di come talvolta ci si riconosca a pelle, tra estranei. Di quanto il destino esista a prescindere o di quanto invece ne siamo artefici. Con Ricordi e racconti di Umberto Saba, affrontiamo il tema del rapporto con chi, affettivamente vicino a noi, come una madre ad esempio, ha una sensibilità diversa dalla nostra. E ci ama diversamente da come vorremmo. Forse crescere significa imparare ad accettarlo. Con Il Regno di Emmanuel Carrere, trattiamo il nostro rapporto con
L’arte di Essere Fragili

Come accogliere le fragilità evitando che un etichettamento possa incidere negativamente sull’ autostima di un bambino. Spesso gli adulti assegnano scomode etichette, soprattutto ai minori, senza comprenderne le possibili ripercussioni. Bambini sensibili, bambini che non sanno urlare, bambini che implodono e tengono dentro diventano ragazzi che sentono più forte degli altri, che spesso vengono additati come più deboli. In realtà sottovalutiamo che ci vuole una grande forza nel tenere dentro, ad essere contenitore ci vuole forza. La fragilità aiuta a scoprire davvero chi siamo. Il fragile sono Io, certo, ma siamo anche Noi, e quindi se ci riconosciamo è più facile anche stare insieme. La fragilità andrebbe intesa piuttosto come virtù. Tutto è fragile, ma la nostra forza, come scriveva il filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson, «matura dalla debolezza». Dalla virtù, tutta da riscoprire, della fragilità. Chiarito che condividiamo tutti debolezze e paure e che dobbiamo avere più rispetto per le nostre e per le altrui debolezze, possiamo fare un passo avanti, quello decisivo, alla ricerca della fragilità. Già, visto che ne riconosciamo il valore, allora si tratta di non sprecarla e semmai di valorizzarla. Il primo passo è la rivalutazione dei nostri aspetti vulnerabili, senza più nasconderli a noi stessi o tentando goffamente di rimuoverli, ma semmai mostrandoli con calore e con empatia. Quella timidezza che diventa rossore, quello stare zitti per la preoccupazione di dire cose inopportune, possono fare spazio ad altro. Possono fornirci di un carattere, di una personalità. E la nostra fragilità, una volta mostrata con apertura verso gli altri, ci mostra più teneri, più spontanei e perfino più divertenti. Inoltre, in questo modo, riconoscendo prima a noi stessi e poi ai bambini il diritto di sbagliare, riusciremo a sottrarci al continuo giudizio degli altri, e anche al nostro auto-giudizio. Il secondo passo è verso l’esterno. Rivelare agli altri, a partire dalle persone che più amiamo, la nostre insicurezze, le nostre paure e le emozioni che legano in unico fascio di fragilità. Se trasferiamo queste informazioni ai bambini, potremmo coltivare la loro autostima ed aiutarli a divenire adulti autentici.