Ecco chi è il bambino iperattivo

Riconoscere e discriminare una diagnosi di iperattività da un comportamento vivace. Come comportarsi con un bambino iperattivo e a chi rivolgersi Nella pratica clinica uno degli abusi terminologici che più spesso incontro è quello del bambino iperattivo. Ma come distinguere un possibile ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) da un bambino vivace? BAMBINO IPERATTIVO VS BAMBINO VIVACE Sicuramente un ADHD è un bambino con difficoltà ad ascoltare le richieste, ad eseguire gli ordini. Il suo modo disordinato di voler fare più cose contemporaneamente può far perdere la pazienza a chi gli sta vicino. Bisogna tener presente che tali comportamenti spesso derivano da un disagio e sgridarli può essere controproducente, ovvero può aumentare la loro insicurezza e può isolarli ancora di più dagli altri. Di fronte a questi comportamenti è utile mostrarsi fermi e assertivi nelle richieste e chiedere loro una cosa per volta. Inoltre  utilizzare poche regole, semplici e ben delineate in modo che i bimbi sappiano esattamente cosa fare e riescano a concentrarsi sull’obiettivo da raggiungere. Il genitore di un ADHD spesso si chiede qual è l’approccio migliore al bambino, se è più utile alzare i toni, o assecondarlo. QUALE SCELTA MIGLIORE PER UN GENITORE? Qualunque sia la scelta questi genitori hanno in comune il fatto di sentirsi incompetenti e insicuri (“dottoressa non so se sto facendo bene”). Pertanto, rivolgersi ad uno psicologo per azioni di supporto educativo può essere utile a sentirsi accolti ed ascoltati in questi stati d’animo di smarrimento. Come fare quindi a discriminare un ADHD da un bambino vivace? DIFFERENZE SIGNIFICATIVE Premesso che la vivacità è una caratteristica positiva nei bambini in quanto li rende attivi e curiosi nei confronti delle esperienze circostanti, sarebbe utile prestare attenzione ai seguenti segnali: difficoltà a stare seduti e fermi quando si deve continue distrazioni per qualsiasi stimolo esterno dare delle risposte talvolta sconnesse rispetto alle domande che gli vengono poste difficoltà nel mantenere l’attenzione durante lo studio o il gioco In tal caso rivolgersi a professionisti specializzati, come un neuropsichiatra infantile potrà essere utile al fine di lasciarsi indirizzare sul percorso più idoneo da seguire e tutelare il benessere psicofisico del bambino e dei suoi genitori.

Intervista a Donata Francescato

Il rapporto tra psicologia ed ecologia. Quale contributo gli psicologi possono dare per la salvaguardia dell’ambiente naturale?

Bullismo: di cosa si tratta e come intervenire

Il fenomeno del bullismo richiama sempre più spesso l’attenzione degli esperti e non solo. Come riconoscerlo e cosa fare per contrastarlo? Con questo termine, dall’inglese bullyng, si fa riferimento alla dinamica relazionale che comprende una serie di comportamenti aggressivi messi in atto tra pari all’interno di un contesto gruppale. Questa dinamica può essere definita “bullismo” se vengono soddisfatte tre condizioni necessarie: una posizione asimmetrica tra bullo e vittima; l’intenzionalità da parte del bullo di creare il danno; sistematicità delle prevaricazioni che si ripetono nel tempo. Esistono vari tipi di bullismo, ognuno peculiare in base alla forma che assume. Possiamo ritrovarci davanti a molestie fisiche, evidenti e più semplici da riconoscere. Oppure incontrare forme più sottili e implicite, ma altrettanto violente e dannose. In questo caso si tratta di violenza psicologica. In altri casi, il canale preferenziale utilizzato è quello digitale e quindi si parla di cyberbullismo. Un’ ulteriore realtà è quella del bullismo omofobico, in cui a legittimare il bullo è la rappresentazione di genere culturalmente condivisa. Il bullismo, però, in tutte le sue espressioni si configura come scarsa o assente comprensione delle differenze: Gli attacchi possono riguardare caratteristiche fisiche, etniche, predisposizioni caratteriali, l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere della vittima. È un fenomeno che spesso può essere sottovalutato e definito “ragazzata”, “bravata” e via dicendo. Le conseguenze che comporta, invece, non solo nell’essere vittima ma anche nell’essere bullo, sono tante e spesso consistenti. Gli adolescenti che risultano essere aggressivi con i loro coetanei, continuano ad esserlo anche successivamente, e possono giungere a episodi di violenza molto gravi e/o criminalità. Allo stesso tempo le vittime possono presentare disturbi di ansia, depressione, bassa autostima fino ad arrivare nei casi più estremi, ma non rari, all’autolesionismo e al suicidio. Queste dinamiche spesso vengono agite in un delicato momento di vita, l’adolescenza, e in contesti ben definiti: scolastico, sportivo … Gli adulti, qualsiasi ruolo rivestano, devono acquisire una serie di strumenti per riconoscere, in primis, il fenomeno e successivamente di intervenire. In questi casi risulta fondamentale lavorare su due aspetti ricorrenti: la condivisione dei valori e la gestione e il riconoscimento delle emozioni. Spesso i bulli prediligono il successo, l’indipendenza, la libertà a discapito della collaborazione. Inoltre hanno competenza ridotta nella gestione della rabbia e nell’empatia. A loro volta le vittime non riescono a tollerare la propria reazione alla violenza, alimentando il senso di impotenza che spesso sfocia in un’eccessiva colpevolizzazione o in negazione della sofferenza. In risposta a tutto ciò, risulta necessario e urgente informare, sensibilizzare e formare sul tema al fine di rendere sempre più inclusivi i contesti di vita dei giovani d’oggi.

MINDFULNESS: benefici durante il Covid-19

La mindfulness: qual è il significato e perché molte persone hanno iniziato a praticarla durante la pandemia da Covid-19? La mindfulness è una capacità innata che si utilizza, si sviluppa e si approfondisce grazie alla pratica e che prevede dunque una sorta di coltivazione, nel senso che occorre piantare e annaffiare i semi, e prendersene cura quando mettono radici e crescono nel terreno dei nostri cuori, per poi fiorire e fruttificare in modi interessanti, utili e creativi. Tutto comincia dall’attenzione e dalla presenza mentale. Ogni mattina, quando a scuola si fa l’appello, i bambini rispondono: “presente”. Tuttavia, a volte, è solo il corpo a essere in classe. (Jon Kabat-Zin) Si sente spesso parlare di mindfulness. Ma cosa vuol dire? Mindfulness significa prestare attenzione con flessibilità, apertura e curiosità. Con questa definizione si fa riferimento ad un processo di consapevolezza, che consiste nel prestare attenzione all’esperienza del momento presente, piuttosto che rimanere “agganciati” ai pensieri che normalmente affollano la mente. In che modo? Con apertura e curiosità, anche quando si vivono momenti particolarmente difficili. Infatti scappare o cercare di lottare con pensieri o emozioni dolorose conduce ad un aumento della sofferenza a lungo termine. Vivere con pienezza tutti i momenti ci consente, invece, di entrare in pieno contatto con noi stessi e rispondere consapevolmente alle difficoltà della vita, aumentando la resilienza psicologica. Con la pandemia da Covid-19, è stato osservato che molte persone si sono avvicinate a questa pratica: perchè? Petit BamBou, la principale app non religiosa di mindfulness in Europa e YouGov, una delle principali società di ricerche di mercato al mondo, hanno studiato il rapporto degli italiani con la pratica meditativa durante e dopo il periodo di quarantena. E’ emerso che, durante il lockdown di marzo 2020, molte persone si sono avvicinate alla mindfulness per la prima volta: più della metà di chi pratica (56%) ha iniziato durante la quarantena. Proviamo a pensare: quante volte abbiamo creduto che la vita ci stesse scorrendo tra le mani in questo periodo? Molte persone, tuttavia, hanno sperimentato l’utilità di godere del momento presente: la mindfulness ha insegnato a “stare con l’attesa, e con la tristezza, e con la rabbia, e con la paura”, senza farsi trasportare dalle emozioni o dall’incertezza del futuro. Essa è, infatti, un particolare atteggiamento verso l’esperienza. Chi la utilizza ha imparato un nuovo modo di di rapportarsi alla vita, che permette di alleviare le nostre sofferenze e di rendere la nostra vita più ricca e significativa. Fortunatamente esiste un modo sia formale che informale per praticarla. La pratica formale necessita di uno spazio tranquillo, ma la pratica informale può essere svolta in qualsiasi momento della giornata: mentre si conversa con un amico, mentre si assapora un gelato, mentre si fa una passeggiata. E quello che le persone hanno iniziato a chiedersi è: cosa possiamo fare ora? Due sono le alternative: Farci controllare dalle emozioni o scegliere di mettere in atto piccole azioni quotidiane, importanti per noi. La mindfulness ci consente di ancorarci al presente e non sentirci in balia degli eventi. “Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a surfare”- Jon Kabat-Zinn

Incubi: perché facciamo brutti sogni?

I sogni hanno una precisa funzione nella nostra vita emotiva e nel nostro modo di conservare i ricordi. Uno studio pubblicato nel 2021, su 114 medici e 414 infermieri che lavoravano nella città cinese di Wuhan, riporta che più di un quarto dei partecipanti ha riferito di avere frequenti incubi. La pandemia ha portato ovunque un aumento degli incubi: per i ricercatori che si occupano di traumi non è, ovviamente, una sorpresa. Materia affascinante: “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, scriveva Shakespeare. Moltissime ricerche si occupano di indagare i legami tra i nostri sogni e i disturbi psicologici e di svelare i meccanismi del sogno importanti per mantenerci emotivamente stabili, quando siamo in buona salute. Ma qual è la funzione del sogno? Mentre dormiamo, organizziamo e archiviamo i nostri ricordi del giorno precedente e diamo ai nostri vecchi ricordi una sorta di “sistemata”, recuperandoli e rimescolandoli: nella fase REM (Rapid Eye Movement) i ricordi carichi di emozioni diventano il soggetto dei nostri sogni. L’ipotesi “dormire per dimenticare, dormire per ricordare” suggerisce come il sonno REM rafforzi i ricordi, conservandoli in modo sicuro, e aiuti anche ad attenuare le nostre reazioni emotive correlate agli eventi. Quando il nostro cervello è in fase REM, sia l’ippocampo che l’amigdala sono molto attivi. Riassumendo in modo sommario le loro funzioni, possiamo dire che il primo è la parte del nostro cervello che ordina e immagazzina i ricordi, la seconda è la parte che ci aiuta a elaborare le emozioni. Dopo un brutto sogno, l’area del cervello che ci prepara alla paura è più attivata, come se il sogno ci allenasse a sopportare future situazioni analoghe: i sogni ad alto contenuto emotivo avrebbero quindi la probabile funzione di prepararci meglio per affrontare lo stress della giornata successiva. Ma una cosa è avere uno strano brutto sogno, altra cosa è avere incubi cronici. Nel caso degli incubi, i ricercatori osservano che il meccanismo sembra bloccato: come se il cervello volesse elaborare l’evento emotivo, ma non arrivasse a farlo, perché ci si sveglia agitatissimi prima di vedere la conclusione. Così, il nostro cervello è in qualche modo “costretto” a riproporci l’incubo, in modo ricorrente. Ci sono terapie che trattano gli incubi con tecniche che consentono di ridurne la potenza emotiva, di renderli man mano più sfocati e distanti: è un primo passo importante nella risoluzione del disturbo post-traumatico da stress. I sogni emotivi a volte si verificano nella notte dopo l’evento significativo e a volte a cinque giorni o a distanza di una settimana dall’accaduto. Penny Lewis, docente di psicologia all’Università di Cardiff osserva che c’è un “ritardo nei sogni” proprio quando si tratta di eventi emotivi di profondo significato personale. Insomma: dobbiamo preoccuparci e cercare un aiuto terapeutico in caso di incubi ricorrenti, che incidono negativamente sulla nostra vita quotidiana. Ma un semplice brutto sogno può essere al contrario una buona notizia, perché consente al nostro cervello di elaborare il ricordo, di immagazzinare la memoria senza fissarla in modo patologico e di diminuire il nostro livello di stress correlato all’evento vissuto durante il giorno e riproposto nel sogno. Così possiamo lasciare alla notte il peso di ciò che ci ha colpiti negativamente ed entrare con più serenità in un nuovo giorno. Con le parole di Walt Whitman: “Noi pure sorgiamo, abbaglianti e tremendi come il sole, e fondiamo la nostra aurora, o anima mia, nella calma frescura dell’alba.”

Presentazione del libro: “Il Manuele Deontologico Degli Psicologi” di Catello Parmentola e Elena Leardini. Edizioni Psiconline.

Tra le parti e nella parte ad indicare che le più esposte frontiere deontologiche istituiscono conflitti non solo tra i diversi attori dei setting professionali, ma anche “dentro” l’attore principale, il soggetto psicologo. Il volume si rivolge a psicologi, psicoterapeuti, studenti di psicologia, specializzandi, cultori e insegnanti di materie psicologiche, deontologiche e di psicologia giuridica.

Pensiero critico sui social network, cronaca di un binomio (im)possibile?

Nei precedenti articoli abbiamo affrontato a più livelli i cambiamenti sociali e comportamentali dovuti all’introduzione della tecnologia nella nostra quotidianità, ma c’è un punto focale alla base di questo processo: l’evoluzione del pensiero in chiave 4.0. Già in passato si era molto discusso del fenomeno conosciuto come agenda setting, ovvero il potere dei media di filtrare e manipolare l’informazione focalizzando l’attenzione degli utenti soltanto su temi prestabiliti, orientando così l’opinione collettiva. Un processo simile ma più raffinato avviene sui social network, canali su cui ogni giorno vengono pubblicati e ricondivisi milioni di contenuti di varia natura: Per filtrare le notizie viene impiegato un algoritmo basato sulla meaningful interaction, che mostra all’utente soltanto i contenuti con cui ha interagito e verso i quali ha mostrato interesse. Questa modalità, apparentemente efficace e funzionale, crea una comfort zone virtuale sempre più ovattata e ristretta.Diversi studi hanno dimostrato che l’algoritmo espone l’utente a contenuti simili a quelli ricercati tendendo sempre di più ad un’estremizzazione del tema, contribuendo a un’informazione rigida e incontestabile. Si origina così la cosiddetta “bolla di filtraggio”: gli utenti visualizzano notizie sul loro feed, gli algoritmi propongono contenuti simili e gli individui si ritrovano in una bolla in cui hanno accesso solo a informazioni che non fanno altro che confermare le proprie convinzioni. In un primo momento siamo noi stessi a stabilire la nostra “agenda” di interesse, ma ben presto la nostra capacità decisionale passa all’algoritmo che ci rinchiude in questa bolla per rendere l’esperienza sui social più gratificante e duratura possibile. Tale processo dà impulso a un ulteriore fenomeno: la Camera dell’eco. L’Echo chamber si riferisce a una situazione in cui una persona riceve su internet una serie di informazioni o idee che rafforzano il suo punto di vista, senza avere accesso ad altre risorse che potrebbero fornire una diversa prospettiva e dunque una visione più obiettiva della situazione.Le conseguenze sono esponenziali: innanzitutto un progressivo isolamento dovuto alla rigidità e alla limitazione dei temi a cui ci si espone, è come se i nostri interessi ci venissero inoculati in maniera ipodermica, annientando ogni stimolo verso la curiosità, l’apertura a nuovi argomenti e la ricerca proattiva delle informazioni.I social diventano degli strumenti di distrazione di massa che omettono alla nostra vista informazioni importanti.Ci stiamo abituando a una pigrizia intellettuale senza precedenti: ci accontentiamo delle informazioni forniteci senza verificare la fonte, senza ricercare una voce critica, fuori dal coro. Ci esercitiamo a pensare che la nostra opinione sia vera e inconfutabile, perché rafforzata e dimostrata da una mole di notizie, perdiamo così la capacità di metterci in discussione. La soluzione, come sempre, è la consapevolezza e l’intenzionalità: internet è un potentissimo strumento al servizio dell’uomo, un’enorme risorsa che però non può essere considerata esaustiva. Abbiamo bisogno di essere educati, orientati e preparati all’inesauribile fonte digitale che sgorga dai nostri schermi, solo così la tecnologia rappresenta una ricchezza e non minaccia.

La challenge quando si forma una nuova coppia

challenge

  La celebrazione del matrimonio dà vita all’ufficialità della coppia. Entrambi  i partner, per consolidare il loro legame relazionale, sono chiamati ad affrontare quotidianamente delle challenge. La nascita di una coppia è un processo articolato in fasi, che prevede continui adattamenti per ciascun coniuge. La costruzione di una nuova identità di coppia passa attraverso varie sfide che impegnano i coniugi sia tra di loro e sia con le famiglie di origine. Innanzitutto, una relazione solida è basata principalmente sullo sviluppo del NOI, sulla condivisione, sull’empatia  e l’impegno reciproco. La challenge primaria riguarda i compiti che ogni coniuge assume nei confronti dell’altro. E’ necessario quindi che la coppia si orienti verso una relazione funzionale e complementare. Una volta organizzata la vita quotidiana, è opportuno stabilire anche delle regole implicite o esplicite in cui si lasci libertà e intimità all’altro. Finita l’idealizzazione del partner, il coniuge deve accettarlo con le sue caratteristiche ed esigenze. Si passa dall’illusione del “Tu sei perfetto per me” al “Ti accetto per così come sei”.  In questo modo, ciascuno può andare incontro all’altro, senza perdere la propria individualità.  Una sorta di rinegoziazione continua dei ruoli in cui ogni membro assume posizione up o down, in modo interscambiabile e mutabile. E’ la fase in cui si può strutturare un clima avulso dalla conflittualità,  a conferma dell’ idea comune che in una famiglia felice non ci sia crisi. Questo atteggiamento, però, può cronicizzarsi determinando relazioni distruttive in cui non c’è più dialogo. La seconda challenge importante riguarda i compiti di sviluppo come figli. E’ necessario, innanzitutto, aver avviato un buon processo di individuazione. Il coniuge deve essersi svincolato dalla famiglia d’origine e modulare la lealtà anche nei confronti del partner. Risulta fondamentale la definizione di confini chiari tra ruoli e relazioni, aperti al dialogo e al confronto.   “Siamo angeli con un’ala sola, solo restando abbracciati possiamo volare.” (Luciano De Crescenzo)

DaD: la scuola durante la pandemia

Una panoramica sul vissuto degli insegnanti e degli studenti di Giada Mazzanti Da ormai più di un anno il COVID-19 attanaglia non solo l’Italia ma tutto il mondo provocando vittime e costringendoci a rivoluzionare ogni aspetto della vita. Uno dei tanti effetti delle norme per evitare il dilagare dell’infezione consiste nel “vivere la casa” ventiquattro ore su ventiquattro. Tali norme impongono il condensare tra le mura domestiche i vari luoghi esterni alla casa come il lavoro, lo svago, la scuola; in alcuni casi le abitazioni hanno spazi insufficienti per creare un ambiente di lavoro per ogni membro della famiglia. Da questi presupposti si potrebbero trattare moltissimi argomenti ma concentriamoci sulla tematica scuola, in particolare sugli insegnanti e gli alunni. A marzo 2020 l’attività didattica era stata completamente sospesa per ogni grado scolastico nella speranza di riprenderla dopo poche settimane. La ripresa non è stata possibile e le scuole si sono mosse, in modo non uniforme, per poter fornire l’istruzione. I problemi sono emersi immediatamente: non tutti possedevano un dispositivo, nel caso ci fosse stato, era unico per più bambini causando la non totale e continuativa partecipazione alle lezioni delle classi, inoltre non tutti non avevano una copertura internet adeguata (fondamentale per questo tipo di didattica); d’altro canto gli stessi insegnanti trovavano difficoltà nell’interfacciarsi con gli strumenti, l’aumento del carico di lavoro aumentava lo stress e la frustrazione di non riuscire a gestire la classe come avrebbero fatto in presenza. In complesso le lezioni risultavano farraginose e complesse nonostante la buona volontà di tutti. In questo contesto non è difficile immagine il grande disagio sia degli insegnanti che degli studenti. A tal proposito la letteratura suggerisce che l’attuale pandemia, essendo così prolungata possa portare ingenti effetti sulla salute sia fisica che mentale e in generale minare il benessere della persona, compresi studenti e insegnanti (OECD, 2020). In particolare, negli insegnanti, il disagio può derivare sia dai rischi per la salute propria e dei propri cari, sia dall’aumento del carico di lavoro legato alle nuove modalità di insegnamento, richieste in modo improvviso e in assenza di una formazione adeguata. Lavorare in questa situazione è un fattore di rischio per la possibile insorgenza di burnout. La ricerca condotta presso l’ateneo bolognese (Matteucci; 2021) evidenza diversi fattori di rischio per la figura dell’insegnante, oltre all’eccessivo carico di lavoro per la preparazione delle lezioni c’è da tenere presente che la gestione dei comportamenti degli alunni diventa più complessa come anche la gestione dei conflitti tra gli insegnanti e il mancato riconoscimento sociale della propria figura professionale. Vengono annoverati anche dei fattori di rischio più strettamente collegati alla DaD come la difficoltà nell’utilizzo delle tecnologie o anche nell’ottenere lo stesso livello di partecipazione degli studenti. Fortunatamente sono stati riscontrati anche dei fattori protettivi come l’aumento dell’autoefficacia legata anche al piacere del coinvolgimento lavorativo e dal supporto sociale fornito ma anche il fatto che si possano individualizzare maggiormente le attività e che si abbia un orario maggiormente flessibile. Parlando degli studenti si registra lo stesso tasso di frustrazione e in molti casi anche la paura di non riuscire a tornare a una normalità o anche l’ansia legata alla persecutorietà della pandemia. Questi stati di malessere possono manifestarsi con diversi comportamenti come attuare un eccessivo attaccamento, avere paura che i famigliari si possano ammalare, essere distratti, fare domande in modo ossessivo e su temi depressivi ma anche mostrando irritabilità. Ai bambini e ai ragazzi la situazione attuale priva della routine sia scolastica che non e principalmente nelle ore scolastiche in DaD si nota la fatica del non riuscire a mantenere il legame con i compagni ma anche con gli insegnati, di non riuscire a concentrarsi in quanto l’ambiente domestico fornisce molte distrazioni, difficoltà con la connessione internet ma anche la maggiore fatica a partecipare attivamente durante le lezioni (Izzo, 2020). Non solo, la pandemia impatta sulla salute dei bambini attraverso differenti fattori. In primo luogo il distanziamento sociale ha un effetto sullo sviluppo psico-emotivo e relazionale; se si guarda ai preadolescenti e adolescenti il rischio viene riscontrato maggiormente in quanto è un periodo in cui la socialità e il rapporto con i coetanei è fondamentale per formare se stessi e sperimentarsi. È un vero e proprio compito evolutivo e la scuola oltre a formare le menti forma anche la persona inserendo i ragazzi nel contesto sociale. L’impossibilità di sperimentazione e relazione con l’ambiente esterno alla famiglia e di pari comporta l’aumento dell’isolamento dei ragazzi in camera trascorrendo il tempo sui social network per supplire la mancanza della socialità; questo però potrebbe essere un secondo fattore di rischio. Di conseguenza la relazione intra-familiare risente di maggiori conflitti. Un secondo fattore di rischio potrebbe essere legato all’eccessivo uso dei dispositivi tecnologici e in particolare dell’uso non consapevole dei social network. Essi sono fondamentali in questo periodo in quanto permettono di mantenere dei “legami virtuali” e poter perpetuare l’insegnamento ma questa modalità ha insita in sé alcune potenziali criticità. L’apprendimento avviene tramite la relazione e attraverso il computer non si riesce a creare lo stesso tipo di “connessione”, risultando l’insegnamento svuotato della sua componente principale. Questo aspetto comporta un decadimento della motivazione. In più i ragazzi come momento di svago tendono a rimanere connessi rischiando di incorrere nelle classiche problematiche del web. Dai primi punti ne consegue l’ultimo: rischio di regressione psico-evolutiva. Il vivere in queste condizioni in cui la sperimentazione di sé, la costruzione di routine e la progettualità vengono a meno possono far comparire tendenze depressive orientate in particolar modo a indolenza e refrattarietà rispetto ai compiti e alla responsabilità. Si creano quindi le potenziali condizioni per l’attuazione di comportamenti autolesivi di varia natura, ma anche per comportamenti aggressivi legati a vissuti di rabbia, di frustrazione e di assenza di prospettiva in quanto questa situazione sembra non avere una conclusione prossima. La situazione storico-sociale che caratterizza il periodo attuale è molto complessa, porta a una discussione delle abitudini ma anche al confrontarci con delle possibili criticità di sviluppo. È bene riflettere anche sui possibili fattori positivi come l’ampliamento

Oltre l’immagine. Il coraggio di essere sé stessi

“Se essere è la vita, perché ne abbiamo così paura? Perché ci è così difficile ‘lasciarci andare ed essere soltanto’?” (A. Lowen). La società in cui viviamo attribuisce all’immagine un ruolo centrale nell’affermazione di ogni individuo. Sin da piccoli impariamo a sacrificare ciò che siamo per ricevere approvazione. E, così, finiamo con il perdere contatto con noi stessi, per vestire i panni di un personaggio e indossare una maschera. La perdita di autenticità Il bambino, nell’entrare in relazione con le persone significative della sua vita, baratta il proprio essere autentico in cambio di attenzione e riconoscimento. In base ai messaggi che riceve, verbali e non verbali, su come deve e non deve essere, inizia ad escludere le parti di sé indesiderate. Ed apprende a manipolare l’ambiente, in modo da ottenere ciò che gli occorre per sopravvivere. Se per esempio riceve come messaggio “devi essere il migliore”, impara che per essere amato deve superare gli altri. Che non è accettato così com’è, ma in funzione di una riuscita. Inevitabilmente il senso di sé ne sarà condizionato. Potrà costruirsi una immagine di sé “vincente” e grandiosa, con una esclusione dei propri limiti e delle proprie carenze. Oppure una immagine di persona “perdente”, non all’altezza delle situazioni e della vita. La prima riempirà il vuoto interiore, gli darà l’illusione di autonomia e totale controllo. La seconda, invece, lo farà sentire mancante, non degno, impotente. In entrambi i casi, vi sarà una svalutazione di qualche aspetto, con una perdita di sé. L’immagine come inganno, per sé stessi e per gli altri Ciò che durante l’infanzia ha rappresentato il miglior adattamento possibile, in epoche successive diventa una struttura limitante. L’adulto che non ha sviluppato una adeguata autonomia, per attirare l’altro a sé, ricorre alle stesse modalità manipolative acquisite durante l’infanzia. Ma poiché l’amore è una espressione di calore e affetto spontanea, non può essere estorto, né ottenuto con l’inganno. Questo circolo vizioso che si crea, non fa che confermare la convinzione di non poter essere amati e renderla reale. L’identificazione con l’immagine costruita ostacola la consapevolezza e la realizzazione di sé. Quando la persona non si riconosce, adotta scelte e comportamenti che non rispondono ai suoi bisogni autentici. Questa scissione dalla propria natura fa sì che l’immagine venga assunta come un riferimento assoluto, senza il quale ci si sentirebbe persi e persino niente. Allora la perdita dell’immagine viene vissuta con terrore, equiparabile a un “non esistere”. La protezione del limite e il rischio del coraggio Il confronto con il limite è necessario. Scoprire che non è possibile realizzare i propri desideri attraverso la manipolazione dell’altro manda in crisi l’immagine che si ha di sé stessi. Un passaggio evolutivo necessario, sebbene doloroso, in quanto consente un’esperienza esistenziale meno onnipotente e, quindi, più vera. D’altra parte, occorre maturare un permesso interno, laddove invece ci sono divieti e impedimenti, ad essere come si è. Il “sii te stesso” libera dall’immagine ma confronta con gli aspetti propri percepiti come negativi, con la responsabilità verso di sé, gli altri e la vita. Fa paura. Tuttavia, crescere implica il lasciar andare l’identità rigida, con i suoi aspetti fissi e immutabili, e la protezione, illusoria, che offre la dipendenza. Ci vuole coraggio, per essere sé stessi. L’importanza di riconnettersi al corpo e il ritorno a sé L’immagine è l’opposto dell’esperienza corporea. Per riappropriarsi di tutto il proprio essere, riconnettersi al corpo risulta fondamentale e non solo: assume un significato profondo. E’ trovare la strada di casa per tornare a sé. Risvegliare la propria natura. Corpo non come culto dell’immagine, né come oggetto altro da sé. Corpo in quanto parte di sé autentica, luogo del sentire e dell’esserci. Quando ci si accetta pienamente, il sé può essere vissuto come un insieme armonico, in continuo dialogo e adattamento creativo con il proprio ambiente. Ogni percorso di crescita o guarigione ha questo fine. Perché, sebbene sia convinzione diffusa che cambiare significhi diventare altro da ciò che si è, il vero cambiamento consiste, al contrario, nel ‘diventare sé stessi’.