Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione

Questo libro è un invito accorato ad aver cura dei giovani custodendo la loro infanzia. Un libro che attraversa una storia dura: quella della violenza subita da Arturo, del suo coraggio e della temerarietà di sua madre Maria Luisa Iavarone. Una brutta faccenda di cronaca, un racconto emotivo e una inchiesta.Questo libro osserva, come dallo spioncino di una cella, gesti, comportamenti, azioni di questi ragazzi devianti. Come una cimice ne ascolta i discorsi restituendo brandelli di vite segnate da Insensata disumanità. Una lettura forte e cruda fatta in “presa diretta” Delle sciagurate esistenze di questi ragazzi che come un ascensore vi condurrà nei sotterranei oscuri della famiglia criminale per poi farvi risalire alla luce attraverso la scommessa dell’impegno educativo e civile.

La crisi nel ciclo vitale della famiglia

Il termine crisi deriva dal greco e significa separazione, scelta, valutazione; essa rappresenta un momento di riflessione sulla condizione attuale per poi effettuare un cambiamento. Gli sviluppi politici ed economici degli ultimi cinquant’anni hanno rafforzato purtroppo la connotazione negativa e nefasta del termine: in questo modo si è consolidata in noi l’idea che l’arrivo di una crisi comporti un peggioramento della situazione. Nello specifico, l’arrivo di una crisi rompe l’equilibrio raggiunto e spinge verso una ristrutturazione della situazione fino al raggiungimento di una nuova stabilità. La stessa famiglia, che è un sistema dinamico in continua trasformazione, subisce e affronta spesso momenti di crisi, durante il suo percorso. Da tali crisi, infatti, sono emerse anche nuove tipologie di famiglia, basate su legami affettivi in aggiunta a quella tradizionale (qui). A tal proposito, gli psicologi sostengono l’esistenza di un ciclo vitale della famiglia. Esso parte dalla sua formazione e attraversa degli stadi evolutivi, ognuno dei quali ha un vero e proprio evento cruciale. Gli studi psicologici sulla famiglia hanno così suddiviso il ciclo di vita familiare in 6 stadi, che implicano un evento cruciale e specifici compiti di sviluppo personali. Si studia, quindi, lo sviluppo della famiglia, osservando la sua evoluzione nel tempo, e col progredire dell’età dei membri. Di conseguenza, gli stadi prevedono la classificazione della famiglia in: Formazione della coppia Nascita del primo figlio Con bambini Di adolescenti Con figli adulti Di anziani Gli eventi critici sono quindi dei periodi di transizione, più o meno lunghi, in cui ogni familiare ha un ruolo attivo e ne subisce le conseguenze. Ogni famiglia, partendo dall’evento stressante, attiva le proprie risorse e strategie personali per ristrutturarsi e far fronte al cambiamento. La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.(John Fitzgerald Kennedy)

Decidere di pancia

di Umberto Maria Cianciolo Cosa guida realmente le nostre scelte? Siamo sicuri che ogni nostra decisione si basi solo su aspetti razionali? Se dovessimo scegliere tra due o più alternative valide, tra cui non sapremmo deciderci, cosa guiderebbe la nostra scelta? Questi sono gli interrogativi da cui è partito lo studio di Antonio Damasio e colleghi (Damasio, 1974, 1994) che, osservando pazienti con danni alla regione prefrontale ventromediale, rimasero sorpresi nel constatare che questi avessero difficoltà nel pianificare la propria giornata e il proprio futuro, e difficoltà a scegliere amici, partner e attività, nonostante gran parte delle abilità intellettive (apprendimento, memoria, attenzione, QI) fossero preservate (Damasio, Everitt e Bishop, 1996). Inoltre, Damasio osservò che in questi pazienti era compromessa la capacità di esprimere emozioni e provare sentimenti in situazioni in cui ci si sarebbe aspettato il contrario. Da quest’ultima osservazione, Damasio teorizzò l’esistenza del marcatore somatico: l’attivazione viscerale, neuro-biologica, nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione, guiderebbe la nostra scelta, e di ciò possiamo esserne consapevoli come inconsapevoli. Tale attivazione neuro-biologica, che guiderebbe il nostro ragionamento e processo decisionale, dipenderebbe dalla disponibilità di informazioni relative alla situazione, ai soggetti, alle opzioni di scelta e agli esiti che da queste deriverebbero. Per verificare ciò, Damasio e colleghi (1996) hanno messo a punto lo Iowa Gambling Task, basato sulle dinamiche del gioco d’azzardo, coinvolgendo soggetti con danni prefrontali e deficit decisionali (gruppo sperimentale) e soggetti “sani” (gruppo di controllo). Tale compito, secondo gli autori, rispecchierebbe moltissime situazioni quotidiane che, come nel gioco, sono associate a situazioni incerte di punizione e ricompensa e, quindi, a concetti quali il piacere e la regolamentazione dell’equilibrio omeostatico, compresa la necessità di regolazione emotiva (Damasio et al., 1997). Damasio (1996) ha individuato nella corteccia prefrontale ventromediale la regione cerebrale fondamentale per l’apprendimento dell’associazione tra alcune “classi” di situazioni complesse e il tipo di stato bioregolatorio associato (tra cui quello relativo alle emozioni). La porzione ventromediale agirebbe nel mantenere il potenziale emotivo da mettere in moto, attraverso l’azione amigdaloidea, in specifiche situazioni e contesti. Il ragionamento esplicito che precede la presa di decisione, dunque, sarebbe preceduto da un’attivazione inconscia che lo supporta. I giocatori ricevevano quattro mazzi di carte e un prestito di duemila dollari (facsimili). Gli veniva chiesto di giocare in modo tale da perdere la minima quantità di denaro e vincerne il più possibile. Contestualmente veniva registrata la loro risposta di conduttanza cutanea. Girare una carta comportava una vincita immediata di 100 dollari nei mazzi A e B, di 50 dollari nei mazzi C e D. Tuttavia, girare alcune carte comportava anche una penalità, maggiore nei mazzi A e B più che nei mazzi C e D. Dunque, giocare con i mazzi A e B conduceva ad una maggiore perdita, al netto delle maggiori vincite. Al contrario, giocare coi mazzi C e D conduceva ad una maggiore vincita, al netto di maggiori perdite. I partecipanti non erano a conoscenza di quando avrebbero pescato la carta che dava penalità, nessun modo di calcolare quale mazzo avrebbe dato la maggiore vincita e quale la maggiore perdita e nessuna conoscenza rispetto a dopo quante carte sarebbe terminato il gioco (dopo 100 carte). Dopo aver riscontrato alcune perdite, i soggetti con danni bilaterali alla corteccia prefrontale ventromediale, al contrario dei soggetti di controllo, non generavano una risposta di conduttanza cutanea prima di selezionare una carta dai mazzi che portavano a maggiori perdite e non evitavano di pescare da questi mazzi (Bechara, Damasio, Tranel e Damasio, 1997). Per verificare se i soggetti ragionassero sulla natura del gioco già dopo i primi pescaggi o solo dopo, durante lo svolgimento del compito erano valutate 3 informazioni in 10 partecipanti di controllo e in 6 pazienti: risposta comportamentale, cioè il numero di carte selezionate dai mazzi che portavano a maggiori vincite rispetto a quelli che portavano a maggiori perdite; come anticipato, gli indici di conduttanza cutanea prima che ciascuno pescasse da un mazzo; una risposta verbale da parte di ciascun soggetto sulla natura del gioco e sulla strategia che stavano mettendo in atto. Quest’ultima risposta era registrata ogni 20 carte che il soggetto pescava (aveva già subìto almeno una penalità), ponendo le seguenti domande: “Dimmi tutto quello che sai su ciò che sta succedendo in questo gioco” e “Dimmi cosa ne pensi di questo gioco”. Dopo aver testato tutti e quattro i mazzi, e prima di riscontrare perdite, i soggetti preferivano i mazzi A e B, non generando una risposta di conduttanza cutanea significativa. Dopo aver riscontrato alcune perdite nei mazzi A e B (verso la carta numero 10), i partecipanti “sani” iniziavano a sviluppare una risposta di conduttanza cutanea per questi mazzi. Arrivati alla ventesima carta, tuttavia, tutti sostenevano di non aver ancora capito la logica del gioco. Alla cinquantesima carta, tutti i partecipanti “sani” iniziavano ad esprimere il proprio sospetto rispetto al fatto che i mazzi A e B fossero rischiosi e manifestavano una risposta di conduttanza cutanea ogni volta che pensavano di scegliere una carta dai mazzi A e B. All’ottantesima carta, molti partecipanti “sani” iniziavano ad esprimere i propri pensieri sul perché, nel lungo periodo, i mazzi A e B portassero a maggiori perdite e C e D fossero quelli con maggiori guadagni. Sette dei dieci partecipanti “sani” monitorati raggiunsero quest’ultimo step di presa di coscienza, continuando ad evitare i mazzi negativi e generando una risposta di conduttanza cutanea ogni qual volta meditassero di pescare una carta dai mazzi negativi. Sorprendentemente, anche gli altri tre dei dieci, pur non raggiungendo questo livello di consapevolezza, fecero delle scelte vantaggiose. I pazienti, anch’essi monitorati, raggiunsero questo livello di consapevolezza ma, nonostante ciò, perseveravano nello scegliere le carte dai mazzi che portavano a maggiori perdite (A e B) e non generavano una risposta di conduttanza cutanea preventiva. Da questi risultati, gli autori conclusero che la rappresentazione sensoriale di una situazione che richiede la presa di decisione porti a due catene di eventi, paralleli ma anche interagenti (Bechara, Damasio, Tranel e Damasio, 1997). Nella prima, o la rappresentazione sensoriale della situazione o

Adolescenza interrotta: la parola ai ragazzi

Parla Angela ad un anno dall’inizio della pandemia da COVID-19: solo per chi ha voglia di ascoltarli veramente. Poche parole solo per presentarvi Angela. Lei è una ragazza di 18 anni, ha terminato il liceo e fatto la maturità l’anno scorso. E’ una ragazza come tante e come tante racconta di se e dei suoi amici. Un anno di pandemia: cambiamenti per tutti, nuove abitudini, regole da rispettare e occhi che guardano i nostri comportamenti e cercano di giudicare il giusto e l’errato; quest’ultimo che viene rivisto soprattutto in noi adolescenti. Agli occhi dei grandi non prendiamo la situazione sul serio e siamo superficiali: ma è davvero così? Come si sentono gli adolescenti dopo aver fatto i conti con un anno che sembra non essere passato, come se ci trovassimo in una specie di bolla ? A mio parere sono stati proprio gli adolescenti e ancora lo sono, quelli a dimostrare più tenacia, più onestà e più coraggio; quelli che hanno saputo mantenere il sorriso il quale non è altro che l’arma migliore per tutto ciò. Non è solo ai giovani che bisogna delegare responsabilità e rivoluzioni, siamo i primi ad essere stanchi, i primi a voler tornare a studiare insieme nelle classi, i primi a voler uscire, a desiderare di fare sport e voler ritornare alla normalità. Eppure proprio i giovani in  quest’anno di pandemia hanno dimostrato di sapersi mettere in gioco, hanno avuto la forza di ribaltare se stessi in un mondo chiuso nelle proprio case e ora hanno solo voglia che tutto passi in fretta perché quando saranno catapultati di nuovo nella vita vera, quella a cui erano abituati una volta, avranno tanto da condividere con il mondo esterno e saranno i primi a non essere più le stesse persone di un anno fa; si sentiranno migliori perché i giovani hanno fatto  grandi sforzi ma quasi nessuno è stato riconoscente nei confronti di questi: il nostro riconoscimento lo riavremo con la libertà assoluta e lo ritroveremo negli abbracci mancati, nelle feste saltate, tra i banchi delle scuole, in un campetto da calcio, in una sala di danza, nei nostri sogni che questa pandemia per un po’ ha messo in stand by. 

Emozioni e salute: il sentire alla base della vita

di Veronica Iorio Le emozioni sono parte integrante di ciò che siamo. Per stare in salute e vivere in modo soddisfacente è necessario riconoscerle e prendersene cura.  La parola ‘emozione’, dal latino ‘emovere’, che significa scuotere, smuovere, sta a indicare uno scuotimento, un’agitazione, una vibrazione dell’anima. Nella cultura occidentale è convinzione diffusa che la vita vada affrontata con il pensiero e l’azione e che le emozioni siano segno di debolezza. Ostacoli da evitare o turbamenti da eliminare. Al contrario, le emozioni sono parte essenziale di ciò che siamo e rivestono un ruolo indispensabile nella nostra autoregolazione e nel vivere quotidiano. Insieme alle sensazioni corporee, definiscono momento per momento come ci sentiamo e di cosa abbiamo bisogno. Il sentire è la prima esperienza che facciamo di noi stessi e della vita, da cui nasce il nostro senso di esistenza. È il contatto mediante cui diveniamo consapevoli e responsabili. Ovvero, capaci di riconoscere la realtà interna ed esterna che viviamo e orientare in maniera adeguata scelte e comportamenti. Parlare di emozioni vuol dire parlare di salute Ognuno di noi è una totalità fatta di sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti e la salute è il risultato dell’interazione di tutti questi livelli. Tuttavia, si distingue tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, si tende più a parlare di salute con riferimento al corpo, come retaggio di una visione dualistica dell’essere umano che resiste malgrado l’evoluzione delle conoscenze. La separazione mente-corpo, nonostante i progressi scientifici compiuti in circa quattrocento anni da Cartesio ad oggi, è ancora radicata nel pensiero, nel linguaggio e nel comportamento comune. Si tratta di una costruzione culturale che non corrisponde alla realtà della nostra natura. Il corpo non è una macchina: sente, gioisce, piange, si innamora, ha memoria. Allo stesso modo, la mente non è astratta o isolata ma incarnata nella pelle, negli organi, nelle cellule. Prende forma e si plasma nell’esperienza. Corpo e mente non possiedono un’esistenza intrinseca a sé stante, sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Winnicott sosteneva che “un bambino non può esistere da solo, ma è essenzialmente parte di un rapporto”. I bambini istituzionalizzati degli studi di Spitz si ammalavano e morivano, prima nella psiche e poi nel corpo, in assenza di contatto, calore e affetto. Dunque, il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. E non può esserci salute senza relazione e amore. Riconoscere le proprie emozioni per stare in salute Le emozioni hanno il compito di modificare l’eccitazione basilare a seconda di ciò che stiamo vivendo, per garantire l’energia necessaria a mobilitare le risorse verso la gratificazione dei bisogni. Conferiscono tono, colore, ritmo, orientamento, volto alle esperienze che facciamo e alla nostra esistenza. Rappresentano il motore che ci muove e la fonte che ci nutre. In assenza di discriminazione emozionale, come negli stati depressivi, in cui vi è un appiattimento dell’umore e dell’energia vitale verso il basso, ogni cosa appare grigia, spenta. Uguale alle altre e svuotata di senso.  Ciascuna emozione svolge una sua funzione specifica, poiché segnala una determinata necessità dell’organismo in una determinata situazione. Se l’emozione viene negata, repressa o rifiutata, l’energia psichica, invece di essere investita nel soddisfacimento dei bisogni e nella realizzazione di sé, si accumula e cerca altre vie per esprimersi, con conseguenze dannose in termini di integrità e salute. Una rabbia non permessa può retroflettersi e diventare autolesiva, un dolore non vissuto può incancrenirsi nello stomaco, una paura inascoltata sfociare in pensieri e comportamenti ripetitivi. Il rifiuto verso aspetti propri e della realtà esterna può essere vissuto con senso di colpa e vergogna. Portare al ritiro e all’isolamento sociale. L’angoscia, il senso di solitudine, la paura della morte possono assumere forme patologiche e rendere la vita insostenibile. Quando l’anima soffre, tutto l’organismo soffre. Alcune volte in modo vistoso, altre volte più nascosto. Ogni disagio, a prescindere dalla forma con cui si manifesta, è una richiesta di ascolto che reclama attenzione. Talora con grido prepotente, talora in un silenzio timoroso o disperato, come bisogno fondamentale di sopravvivenza e salute.

Che cosa è l’ansia? Chi ne soffre? Cosa si può fare?

di Aldo Monaco Quando Giulio Cesare scrisse <di regola, ciò che non si vede disturba la mente degli uomini assai più profondamente di ciò che essi vedono> probabilmente sapeva bene cosa diceva. Le sue imprese – la riorganizzazione dell’esercito e di Roma, le nuove realizzazioni architettoniche, il nuovo corso amministrativo ecc – sono l’esempio più lampante di quanto egli fosse capace di muoversi nel futuro e della sua visione prospettica. Al contempo però queste parole suonano profetiche anche rispetto alla sua prossima ed imminente morte, quando quella visone positiva del futuro, lasciò lo spazio a pensieri e sensazioni molto più cupe: da più parti egli vide bruciare fuochi celesti, uccelli solitari giungere nel foro, strani rumori notturni. Calpurnia, sua moglie, donna del tutto priva di superstizioni religiose, fu sconvolta da sogni in cui la casa le crollava addosso, e lei stessa teneva tra le braccia il marito ucciso. Lo stesso Cesare sognò di librarsi nell’etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove. Non so se Giulio Cesare soffrisse d’ansia. Quello che però posso immaginare è che avrebbe potuto soffrirne: la sua visione del futuro deve averlo, di tanto in tanto, caricato d’angoscia; ogni tanto avrà pensato all’avvenire, come gli è successo negli ultimi mesi della vita, con un senso di minaccia tale da disturbarlo e a portarlo a cogliere segnali pericolosi ovunque andasse, qualunque cosa vedesse e sentisse. Ma cosa è l’ansia? L’ansia è un segnale circa la presenza di un pericolo proveniente dall’inconscio – desideri istintuali e impulsi rimossi – che poi la coscienza, tramite i meccanismi di difesa, cerca di tenere a bada o far esprimere per mezzo di una sintomatologia più tollerabile. L’ansia è un’esperienza che caratterizza diversi stadi della vita e che per tali ragioni può essere meno grave o più grave. Ad un livello più evolutivo si può provare (a) un’ansia superegoica che si manifesta con dei sentimenti di colpa o tormenti della coscienza derivati dal fatto di non condurre una vita all’altezza di uno standard interno di comportamento morale. Andando più indietro nella gerarchia evolutiva verso un’ansia più precoce si può vivere (b) un’ansia e una paura che hanno che fare col perdere l’amore o l’approvazione di un altro significativo (come il genitore). Ad un livello ancora più sotterraneo e doloroso vi è (c) l’ansia da separazione che comporta la paura di perdere non solo l’amore e l’approvazione del genitore ma anche il genitore stesso. Infine le due forme d’ansia più precoci e quindi più patologiche sono (d) l‘angoscia persecutoria – che comporta la paura da parte del soggetto di essere invaso dall’esterno e annichilito dall’interno – e (e) l’angoscia di disintegrazione che può derivare sia (1) dalla paura di perdere il senso di sé e dei propri confini e sia (2) dalla preoccupazione di sentirsi frammentati in seguito ad un mancato rispecchiamento da parte di chi doveva attutire le paure del bambino. L’ansia e il tempo Si potrebbe quasi dire che nei disturbi d’ansia non siamo più noi che andiamo verso il futuro. È il futuro, ignoto e spaventoso, che corre insistentemente verso noi. L’avvenire si manifesta con un’incombenza passivizzante la cui attesa, lenta ed estenuante, diventa ansia, inquietudine indeterminata che non consente pianificazioni rassicuranti e che, nello smarrimento che comporta, comunica uno stato d’allarme che, come prima cosa, attiva il corpo, il quale inizia a scalciare, ad avvisare e comunicare un rischio imminente: una paralisi, un infarto, un ictus, respiro affannato ecc. Il tempo vissuto, come dice il dr. Enrico Ferrari <non è il tempo del kairos, il tempo “opportuno”, che chiama alla decisione; è piuttosto il tempo di chronos che inghiotte il nuovo perché ne ha paura>. l tempo che si vive allora è un tempo presente bloccato e frenato dai pensieri, dalla ricerca ossessiva della sicurezza. 
Da quest’ultima poi si impara ad anticipare e prefigurare cosa potrebbe essere il futuro. Si impara a rendere noto l’ignoto e a trasformare l’ansia indeterminata in qualcosa di definito, dotato di confini. Per tali ragioni – cioè evitare che l’ignoto prenda il sopravvento – queste persone hanno bisogno della calma, della sosta, della progettualità intesa come a-conflittualita e della quiete.L’ansia allora è la mancanza di fiducia anzitutto nel tempo e nelle cose ma anche, e in particolar modo, in sé stessi. E’ la mancanza di possibilità, un restringimento degli orizzonti, della libertà. Ma come si sviluppa un disturbo d’ansia? Le ipotesi potrebbero essere innumerevoli. Quella che però accumuna più persone è quella che han sostenuto Kagan e collaboratori (1988 ) i quali hanno affermato che questa categoria di persone può aver avuto a che fare con coppie genitoriali caotiche, più che conflittuali. Coppie dall’esplosività improvvisa tale da non permettere al bambino di sentirsi al sicuro, con le altrui e proprie paure. Questi bambini svilupperanno così un senso di inadeguatezza che se non viene affrontato porterà il bambino a dipendere dai genitori in modo ostile e spaventato, in modo rabbioso dacché percepisce costantemente una sensazione di pericolo. Bibliografia J. Kagan., J.S. Reznick, N. Snidman., Biological bases of childhood shyness. In Science, 240, p. 167-171 American Psychiatric Association, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2014 E. Ferrari, Psicopatologia e Zeitgeist, in Comprendere 19, 2009 G. O. Gabbard, Psichiatria Psicodinamica quinta edizione basata sul DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016 Galimberti U. (2007) Psicologia, Garzanti, Milano J. Kagan., J.S. Reznick, N. Snidman., Biologicaal bases of childhood shyness. In Science, 240, p. 167-171

Giornata mondiale della salute – La salute psicologica

Tavola rotonda con Francesca Dicè, Raffaele Felaco, Roberto Ghiaccio e Michele Lepore. La salute psicologica come espressione del benessere psicosociale. Analisi degli aspetti neuropsicologici e riflessioni sull’integrazione come rilevatore del benessere sociale.

La tematica dei corpi nell’epoca del Covid

In quest’epoca di rivoluzione digitale e virtualizzazione dei corpi, è necessario parlare delle nuove relazioni corporee che ci troviamo a vivere. Noi esseri umani, com’è noto, abbiamo vitale bisogno dell’interazione fisica con gli altri. É infatti attraverso la presenza fisica dell’altro, attivata soprattutto dai neuroni specchio, che attuiamo una continua conferma di noi stessi. “Mamma guardami, Papà guardami”. Quante volte i nostri piccoli ci fanno questa richiesta? In questo gioco di presenze cresciamo legati agli altri. Il bambino viene costantemente riplasmato dal corpo di chi lo accudisce. Esattamente come, in parte, l’adulto è riplasmato dal bambino. Questo processo di continua conferma e rigenerazione del nostro essere, attraverso l’interazione corporea con gli altri, dura tutta la vita. Questo è palese soprattutto nell’ infanzia, ma, ad essere ben attenti, lo si osserva anche nell’adulto. Ho bisogno degli altri, per sapere che esisto, come corpo ed anche in quella sua funzione che è la mia mente. Quest’ interazione corporea costante ha anche un effetto di modulazione del mio mondo emozionale, determinando pertanto anche una limitazione delle condotte aggressive. Non ci stupisce pertanto dai dati grezzi che stanno emergendo nell’ ultimo periodo, un significativo aumento dei comportamenti sia auto che etero distruttivi nei giovani. Più che mai, agli adolescenti, va quindi sottolineata la continuità dinamica e condivisa, per tutta la nostra storia, del proprio corpo. Questi presupposti, ci permettono di ben comprendere perché le tecniche di arteterapia che mettono al primo posto la ritmicità condivisa dei corpi, possano svolgere una funzione fondamentale per il superamento degli aspetti emotivo relazionali di quella che, ormai, viene diffusamente descritta come la Sindrome Post Covid. Non vogliamo però assolutamente demonizzare “il digitale”. Tutti hanno potuto constatare come, in questo periodo difficile della pandemia, abbia potuto limitare in qualche modo il problema dell’isolamento. Dobbiamo imparare ad utilizzarlo al meglio, con l’assoluta necessità di affiancarlo all’ interazione corporea in presenza che protegge e delimita i confini del mio corpo.

Elaborazione del Lutto Durante la Pandemia COVID-19

L’elaborazione del lutto è inevitabilmente influenzata dall’emergenza pandemica e presenta fattori di rischio per lo sviluppo di un lutto complesso. La pandemia da COVID-19 non ha solo modificato drasticamente il nostro modo di vivere, ma anche il modo di affrontare la morte ed elaborare il lutto. I cambiamenti sociali e comportamentali scaturiti dall’emergenza hanno ostacolato l’usuale processo di elaborazione del lutto e modificato il tipo di supporto fornito ai dolenti. Le fasi di elaborazione del lutto normale, secondo il modello di Kübler-Ross[1], vanno dalla negazione dell’evento luttuoso, passando attraverso rabbia, patteggiamento e depressione, per poi pervenire ad una sua accettazione. Diversi fattori permettono di agevolare tale processo, primo fra tutti il supporto sociale. Altri invece, definibili come fattori di rischio, possono portare ad una mancata elaborazione del lutto, incorrendo nello sviluppo di un lutto complicato o patologico, denominato Disturbo da lutto prolungato (PGD).  Durante l’emergenza pandemica, i maggiori fattori di rischio per l’elaborazione del lutto riguardano le circostanze in cui si verifica la morte e le misure adottate per mitigare la diffusione del virus[2] Le circostanze della morte sono cambiate, essa arriva all’improvviso e inaspettatamente. Le persone muoiono da sole oppure con vicino solo il personale medico. Per i parenti è quasi impossibile fargli visita per le restrittive politiche anti-Covid. Questa impossibilità di vedere il proprio caro, porta a sentimenti di colpa verso se stessi, incertezza e confusione circa le circostanze della morte. Tali aspetti potrebbero prolungare le fasi di negazione e di rabbia dell’elaborazione del lutto. A tutto ciò, si aggiunge la quasi impossibilità di dire addio al defunto attraverso rituali culturali e religiosi. Questi hanno la funzione di aiutare le persone in lutto a superare la negazione e lo shock dell’evento, fornire supporto sociale e facilitare l’accettazione della realtà della perdita. In tempo di pandemia, questo viene meno, a causa della quasi impossibilità di organizzare rituali collettivi e di fornire sostegno attraverso la presenza fisica delle persone care. Anche il contesto in cui si verifica il lutto diventa un fattore complesso per l’elaborazione del lutto. Il dover “rimanere a casa” e il non potersi ritrovare con altre persone, se non virtualmente, possono inasprire il senso di isolamento sociale e la solitudine, che sono già aspetti critici dell’esperienza del lutto[2]. In sintesi, l’emergenza sanitaria sta causando tassi elevati di morti e di conseguenti lutti. Questi ultimi vengono affrontati con non poca difficoltà a causa del complesso contesto emergenziale in cui si verificano e della presenza di fattori di rischio specifici, che possono portare ad un lutto complesso. Il ruolo dello psicologo durante il complesso processo di elaborazione del lutto è, mai come in questo momento, di fondamentale importanza. Egli può sostenere il dolente, accompagnarlo nella ricostruzione del significato della perdita, promuovendo l’adattamento alla stessa[3] e la sua integrazione nella propria narrazione di vita. Bibliografia 1 – Kübler-Ross E. (1969). On death and dying. New York: Macmillan 2 – Goveas J.S. & Shear, M.K. (2020). Grief and the COVID-19 Pandemic in older adults. Am J Geriatr Psychiatry, 28:10, p.1119-11253 3 – Zhai Y. & Du X. (2020). Loss and grief amidst COVID-19: A path to adaptation and resilience. Brain, Behavior, and Immunity, 87: 80-81