DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE E PANDEMIA DA COVID-19

L’aumento dei casi di disturbi del comportamento alimentare durante il lockdown di Maria Cascone I disturbi del comportamento alimentare sono quelle patologie caratterizzate da un cambiamento dell’abituale regime alimentare e da un’eccessiva attenzione verso il peso e la corporatura. Sono espressioni psicopatologiche che, se non vengono recepiti al momento giusto, possono generare gravi conseguenze e perfino portare alla morte. Infatti, se non individuati e trattati preventivamente, possono divenire una patologia estenuante e incurabile, suscitando un rischio sia per la salute fisica che psichica. I disturbi del comportamento alimentare sono un argomento emergente solo negli ultimi anni, ma su cui si pone ancora troppa poca attenzione rispetto a quella che effettivamente meriterebbero. I disturbi del comportamento alimentare interessano circa 70 milioni di persone nel mondo, di cui oltre 3 milioni sono italiani. La porzione di popolazione maggiormente colpita da questo tipo di disturbi risulta essere quella degli adolescenti, che trovandosi in una fase particolarmente sensibile della propria vita, hanno una predisposizione maggiore ad imbattersi in questi ultimi. I disturbi del comportamento alimentare maggiormente diffusi sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il binge eating o disturbo da alimentazione incontrollata. Tra i fattori predisponenti di questi disturbi troviamo l’avere una bassa autostima, l’idea del perfezionismo, le difficoltà interpersonali, la perenne insoddisfazione corporea, il desiderio di magrezza, quasi tutti fattori che si collegano agli stereotipi della “bellezza intesa come magrezza” che vengono alimentati principalmente dalla società e dai media. Ad oggi in Italia, secondo i dati statistici, l’incremento dei disturbi alimentari negli adolescenti successivamente alle ripercussioni pandemiche da Covid-19, risulta essere del 30% Un’ulteriore aumento del 30% avutosi durante questo periodo, che lascia intravedere uno spiraglio di luce per le persone affette da questo tipo di psicopatologie, riguarda le richieste d’aiuto e supporto alla cura. L’isolamento sociale avvenuto durante il regime di lockdown, e le varie precauzioni adottate contro la contrazione del virus, hanno fatto sì che le condizioni psicopatologiche peggiorassero notevolmente, incrementando nella popolazione ansia, tensione e paura. In questo caso, la perdita quasi totale dello svolgimento delle solite attività quotidiane, ha fatto sì che nei soggetti affetti d’anoressia aumentassero quelle che sono le restrizioni alimentari, mentre, nei soggetti affetti da bulimia si è evinto un notevole aumento di abbuffate e condotte di eliminazione diurne. Altri fattori che hanno incrementato le manifestazioni di questi disturbi in questo periodo, sono risultati essere la parziale o totale mancanza di attività fisica, spesso svolta con modalità compulsiva negli adolescenti affetti da disturbi alimentari a causa della paura di poter perdere la propria forma fisica, e la convivenza forzata e prolungata con i propri familiari, che non ha permesso agli adolescenti di intagliare quei piccoli spazi d’indipendenza giornaliera, che sono solitamente richiesti in questa fascia di età.  

Un nuovo modo di intendere i videogames

di Nicola Conti I videogames sono negativi! È molto facile pensare che i videogiochi possano condurre i nostri giovani a condotte violente o affermare che siano assolutamente diseducativi. In realtà, studi recenti e l’esperienza clinica di numerosi psicologi, psicoterapeuti e non solo, hanno permesso di rivalutare l’utilizzo dei videogames, considerandoli come un valido strumento di lavoro al pari di un test proiettivo. Prima di tutto il videogioco può essere un modo per creare una relazione con un utente, irraggiungibile attraverso gli strumenti ortodossi. Della serie: “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”. Infatti nella professione psicologica risulta fondamentale avvicinarsi all’Altro, potendo comunicare lo stesso linguaggio. E il videogioco, in quanto tale, può costituire un valido alleato nell’intento di rapportarsi con un’utenza di un certo tipo, per esempio chi soffre di ritiro sociale. Precedentemente il videogioco è stato accostato ai famosi test proiettivi. Con ciò non si vuole intendere che esso si possa sostituire ad un Rorschach o ad un Blacky, ma sicuramente per le sue caratteristiche intrinseche permette al videogiocatore di investire una parte di sé all’interno di una narrazione o di identificarsi con un personaggio. Ed è proprio su quest’ultima dimensione che vorrei porre l’accento. Non costituisce una stranezza il fatto che i videogiocatori si identifichino con i personaggi dei loro videogames preferiti. Così come in un film o in un libro, anche in ambito videoludico accade lo stesso. Questa è una tendenza naturale dell’essere umano. Le emozioni vissute da chi gioca, grazie alla trama, alla caratterizzazione psicologica dei protagonisti e alla grafica hanno la capacità di imprimere nella mente una traccia potentissima, che ha a che fare anche con la propria identità. Ma in che modo le dimensioni identitarie possono confluire all’interno di un videogame? Secondo James Paul Gee (2007) esistono tre categorie identitarie: un’identità nel mondo reale, un’identità virtuale ed un’identità proiettiva. L’identità nel mondo reale combacia con il soggetto in carne ed ossa, che vive e agisce appunto nella realtà. Questa forma di identità però non costituisce l’unica possibile e gli addetti ai lavori sanno bene quanto all’interno del costrutto di identità possano confluire una serie di aspetti complessi e variegati. Innanzitutto la realtà fisica si traduce in una miriade di piccoli dettagli come il sesso, il colore degli occhi o dei capelli. Sono questi aspetti a influire e a venire influenzati dall’esperienza videoludica. Il secondo tipo di identità, quello virtuale, è legata al personaggio che il giocatore intende interpretare all’interno del mondo videoludico. Identità reale e virtuale sono profondamente interconnesse, visto che i vissuti legati ai fallimenti o ai successi nei videogames sono similari a quelli esperiti nella vita reale. Infine abbiamo l’identità proiettiva la quale possiede due dimensioni. La prima dimensione si riferisce agli elementi che il soggetto proietta sul suo avatar digitale. Tra questi elementi ritroviamo i valori, i bisogni, la sfera emotiva e molto altro. La seconda dimensione contempla il fatto che il personaggio virtuale rispecchi la propria volontà e il proprio agire all’interno del mondo fittizio dei videogiochi. Per cui il proprio avatar è capace di imprese, che nella realtà non si potrebbe nemmeno immaginare di compiere. Infatti nei videogames è possibile interpretare chiunque e comportarsi in modalità non possibili nella vita di tutti i giorni. Secondo tale modo di concepire le cose, l’identità e la personalità costituiscono elementi flessibili e non immutabili. La scelta di un personaggio piuttosto che un altro o la costruzione di un avatar sono dovuti anche alla percezione di sé (Sé percepito) e da chi si vorrebbe diventare o essere (Sé ideale). Questa scelta influenza a sua volta il modo in cui viene costruita l’identità reale, all’interno di un feedback costante e continuo. In conclusione è possibile affermare che i videogiochi siano, a tutti gli effetti, dei potenti artefatti che permettono di riflettere su di sé e anche sulle proprie modalità relazionali. Bibliografia Gee, J. P. (2007). What Video Games Have to TeachUsabout Learning and Literacy. LLC: St. Martin’s Press.

Identità di genere: cosa bisogna sapere.

Quando si parla di identità di genere si fa riferimento a una dimensione specifica dell’identità da non confondere con il sesso biologico. Di cosa stiamo parlando allora? Siamo tradizionalmente socializzati a vivere in un contesto binario, rigidamente dicotomico, eteronormativo che impone di pensarci e viverci oscillando tra un maschile ed un femminile. Queste due categorie hanno da sempre influenzato la vita degli individui fin dalla nascita. Anzi, dal momento della scoperta del sesso del nascituro, i caregiver iniziano ad immaginarlo come maschio o femmina e attribuendo al nuovo arrivato aspettative che rappresentano il genere così come culturalmente definito.  Coccarda azzurra per il bambino, rosa per la bambina; e così via: macchinine e bambole; combattimenti e trucchi, cose da maschi e cose da femmine. Può accadere che durante il proprio sviluppo evolutivo l’individuo avverta delle discordanze tra ciò che il contesto gli propone/impone e la propria identità di genere, ossia il sentimento intimo e profondo di appartenere ad un determinato genere. Quindi alcune persone possono sentirsi inadeguate rispetto al sesso assegnato alla nascita e assumere una serie di atteggiamenti e comportamenti stereotipici del sesso opposto, ma senza produrre una domanda di modificazione dei caratteri sessuali primari e/o secondari.  Potrebbero esserci persone che invece non si riconoscono nella rigida dicotomia di genere e sentono di non appartenere a nessuno dei due o, per alcuni aspetti, ad entrambi (non-binary). Tutti questi casi rientrano sotto il termine ombrello Transgender, diverso dal termine Transessuale che invece rappresenta le persone che richiedono di sottoporsi all’intervento di Riattribuzione Chirurgica del Sesso. In posizione diametralmente opposta si trova il termine Cisgender, che include tutte le persone che non vivono discordanza tra sesso biologico e identità di genere. Queste dimensioni sono solo una parte del più ampio costrutto di Identità Sessuale, che approfondiremo nei prossimi numeri.

RESILIENZA: COME SVILUPPARLA FIN DA PICCOLI

La resilienza è una capacità che si può implementare durante la vita. Vediamo insieme su quali variabili bisogna porre attenzione. Che cos’è esattamente la resilienza? In psicologia sta a indicare la capacità di adattarsi in modo positivo dinanzi ad eventi stressanti. Alcuni studi degli ultimi decenni hanno mostrato come, grazie alla plasticità neuronale, tutti gli esseri umani possono esserepotenzialmente resilienti. Per questo motivo diventa fondamentale creare le condizioni contestuali necessarie allo sviluppo di tale capacità fin da piccoli. Alcune variabili individuali e ambientali che, se coltivate, consentirebbero una riorganizzazione positiva a seguito di eventi stressanti sono:-la pazienza: imparare a stare con l’attesa e a tollerare la frustrazione;-l‘attenzione al positivo: riuscire a notare in tutte le cose il rovescio della medaglia;-la stima di sé: riconoscere le proprie caratteristiche personali ed imparare ad apprezzarle;-la flessibilità psicologica: inquadrare l’evento stressante come opportunità di crescita/sfida;-le relazioni affettive e sociali: quelle familiari ma anche quelle esterne, nei casi in cui si viva in contesti disfunzionali. Come sviluppare la resilienza nei più piccoli? Può essere fondamentale avere un modello resiliente in un adulto o in una figura eroica. L’adulto potrebbe esplorare, con i bambini, percorsi alternativi per sostenerli nel raggiungimento degli obiettivi desiderati o per far sì che possano appassionarsi ad attività gratificanti. Nello stesso momento, diventa importante che imparino ad accettare tutte le esperienze emotive, anche quelle più frustranti. Infatti, spesso è proprio l’emozione della paura o la sfiducia nelle proprie capacità a bloccare il riconoscimento delle risorse individuali più utili a fronteggiare l’evento stressante. Ma il problema non è la paura o il dolore, piuttosto è cosa decidiamo di fare con quell’emozione. È proprio durante le crisi che ci sentiamo più fragili poiché viene messo in discussione il nostro equilibro. Tuttavia, quello rappresenta anche il momento più fertile, che ci dà l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività e riorganizzare la nostra vita in un modo diverso. Nei momenti di difficoltà provate a chiedervi: “Ci sono stati dei momenti nella gestione di questoevento o nelle fasi successive, in cui mi sono sentito efficace?”, “Ho imparato qualcosa di nuovo sudi me dopo questa esperienza?” Pensiamo, ad esempio, al momento attuale di pandemia: probabilmente non ce ne siamo resi conto, ma anche in un periodo tanto difficile, ognuno, con le proprie risorse, ha tentato di fronteggiare l’evento pandemico, e tutto ciò che ha comportato, per sopravvivere in qualche modo! Questo perché?Grazie all’adattamento! Un’altra caratteristica di noi esseri umani.Viviamo in un contesto in continua evoluzione, ove la specie umana ha trovato il modo di affinare sempre più il proprio cervello. Siamo in grado di pensare in modo creativo a nuove soluzioni per sopravvivere alle minacce circostanti. E’ esattamente quello che abbiamo sempre fatto e che continuiamo a fare, anche ora. Bisogna continuare a vivere il presente guardando al futuro, immaginandolo, sognandolo! Lo dobbiamo a noi stessi e alle generazioni future che, grazie all’aiuto degli adulti, potranno già da oggi implementare la loro capacità di resilienza.

Esitazione: perché, ehm, è sempre, uhm, presente nei nostri discorsi?

Il ruolo dell’esitazione nella comunicazione orale: la portata delle pause e degli inciampi mentre parliamo. Pensate all’ultima pausa che avete fatto parlando. Trovata? È facile. Si presentano due o tre volte al minuto nel linguaggio naturale, circa sei volte ogni cento parole. È la frequenza media degli ehm, uhm, eh, le cosiddette pause piene, che popolano le nostre conversazioni. Per molto tempo ignorate, o classificate come semplici “disfluenze” dai linguisti e dagli psicologi, queste componenti del discorso conoscono ora una nuova fase di studio e considerazione scientifica. In quasi tutte le lingue, inclusa la lingua dei segni, esistono versioni di queste pause, che svolgono una o più funzioni. Quando leggiamo, comprendiamo il significato di una parola attraverso il contesto. Ma quando parliamo, ci sono livelli più complessi che aggiungono significato: il tono della nostra voce, la relazione tra chi parla e chi ascolta, le aspettative su dove una conversazione può portare. È lì che le pause piene entrano in campo: sia per aiutare l’oratore, sia per facilitare l’interlocutore. Ad esempio, se una pausa di silenzio può essere interpretata come un segno per l’altro che è lecito intervenire, una pausa piena può segnalare che non abbiamo ancora finito di parlare. Ci permette di prendere un breve tempo per scegliere la parola opportuna o per riordinare il pensiero. Gli scienziati hanno rilevato che queste pause si posizionano più spesso davanti alle parole a bassa frequenza, cioè quei termini che nel linguaggio comune utilizziamo più raramente. Se non abitiamo nei paesi del nord, un esempio di parola a bassa frequenza può essere “banchisa”, mentre una parola ad alta frequenza è universalmente “casa”. Nella costante operazione di adattamento tra chi parla e chi ascolta, una pausa piena fa sapere all’ascoltatore che una parola importante è in arrivo: la probabilità di ricordarla aumenta se la parola è pronunciata dopo un’esitazione. I fenomeni di esitazione non sono le uniche parti del discorso che aggiungono significato durante il dialogo. Parole e frasi come “sai”, “vedi”, “pensa che”, “voglio dire”, funzionano come indicatori del discorso e aiutano l’ascoltatore a seguire il nostro processo di pensiero, a interpretarlo e a prevedere ciò che diremo. Come dei cartelli stradali di conversazione, sono utili non solo per comprendere il linguaggio: aiutano anche a impararlo. Diversi studi hanno dimostrato che le pause piene inducono i bambini ad aspettarsi parole nuove, come se li avvisassero che devono prestare più attenzione. In questo modo, li aiutano a collegare nuove parole a nuovi oggetti. Da adulti, continueranno a usare queste pause nella conversazione: perché, contrariamente a quanto si crede, l’uso di pause piene non diminuisce con la padronanza di una lingua. Vale anche nel caso in cui si impara una seconda lingua. E forse in futuro scopriremo che queste modalità sostengono sia la relazione sia l’apprendimento e vengono conservate per questo, di generazione in generazione, nel nostro linguaggio.  La prossima volta che un “ehm” si infilerà in un vostro discorso, invece di spazientirvi, pensate alla sua utilità e alla potenza relazionale di una piccola esitazione. E sorridete.

Le conseguenze emotive del Covid-19

Sara Schiattone Dottoressa in Psicologia Clinica e Promozione della Salute, espone le conseguenze emotive del COVID-19 e la a relazione tra queste in un tipo particolare di tecnica chiamata ristrutturazione cognitiva, facente parte della psicoterapia cognitivo comportamentale. Il COVID-19 ha avuto un forte impatto a livello psico-sociale nella vita di tutti noi basti pensare al lockdown, al distanziamento sociale e alla chiusura di enti istituzionali.  Per capire la sua portata drammatica nella nostra vita è stata condotta una ricerca il 10 ottobre 2020 giornata mondiale per la salute mentale, in cui emerge che molte persone in alcuni paesi europei hanno mostrato durante il lockdown sintomi di disturbi mentali. Questa ricerca ha coinvolto sei paesi europei: Italia, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Germania e Polonia. In particolare nei tre paesi più colpiti dal COVID-19, ovvero Italia, Spagna e Gran Bretagna, oltre il 60% delle persone durante il lockdown per più di 15 giorni ha cominciato a sviluppare sintomi di disturbi mentali  Come: disturbi del sonno, sintomi d’ansia come gli attacchi di panico e sintomi depressivi, come mancanza di energia nello svolgere quelle attività quotidiane che prima della pandemia venivano svolte in maniera più naturale e più serena. La sofferenza chiaramente non può essere eliminata ma come ci insegna Albert Ellis psicologo statunitense, la sofferenza può essere ridimensionata può essere vista come più tollerabile può essere vissuta come meno intensa.  Secondo Albert Ellis, infatti non è tanto l’evento che scatena sofferenza, ma è il pensiero che noi attribuiamo all’evento che scatena una conseguenza emotiva. Per questo motivo ha fondato negli anni 50 la Rational Emotive Behavior Therapy, terapia razionale emotiva, credendo che ci fosse una forte correlazione tra commozione, emozione e comportamento. 

Il potere della psicologia al tempo della rivoluzione digitale

La psicologia è la risposta alla lacuna emozionale di una società digitale plasmata e trasformata dalla rivoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni. La rivoluzione tecnologica e digitale degli ultimi vent’anni ha profondamente trasformato il nostro modo di comunicare, interagire, apprendere e vivere le relazioni. Non solo: la possibilità di fruire in qualsiasi momento di una mole illimitata di informazioni immediatamente accessibili ha modificato il nostro modo di reagire agli stimoli e di prendere decisioni. Abbiamo subito e/o accolto il cambiamento senza essere pienamente in grado di gestirlo e abbiamo lasciato i nativi digitali a sperimentare la rete, in particolare i social network, da autodidatti, senza un modello educativo a cui ispirarsi. Si è creata così una frattura tra il mondo reale e virtuale a cui le persone si sono progressivamente adeguate, dando vita al fenomeno della “società digitale” La psicologia ha avuto e ha tuttora un ruolo fondamentale in questa transizione, per aiutare gli individui a rimettersi al centro dell’ecosistema e riappropriarsi del proprio essere, con la consapevolezza che la tecnologia è un efficace ma mero strumento e che i social network sono un mezzo di comunicazione ed espressione della propria autenticità. In questo marasma di stimoli e informazioni è necessaria un’educazione emozionale per non essere governati dal fenomeno, ma diventare consci delle grandi opportunità dell’innovazione ed essere preparati ai rischi di un uso improprio o superficiale. Solo così potremo andare verso la rivoluzione del futuro, una società nuovamente “human-centric” ma con l’ausilio del digitale.

Dal virtuale al reale e viceversa: nuova idea di Famiglia

Lo sviluppo tecnologico  ha portato profondi cambiamenti nella quotidianità: con un semplice click, tutto diventa virtuale, compresi i bisogni personali di relazionarsi con gli altri. Oggi è molto facile, grazie ad internet, incontrare nuovi amici, allenarsi con un personal trainer o cucinare con uno chef stellato.  Sono tante le applicazioni sul nostro smartphone che ci permettono di comunicare con chi è lontano. La messaggistica istantanea, le videochiamate, Facebook o Instagram sono alcuni esempi di utilizzo della tecnologia per accorciare la distanza tra di noi e per sentirci più vicini. La Psicologia ha evidenziato la trasformazione dei legami affettivi della Famiglia (qui), individuando un ciclo vitale, che cambia le relazioni tra i familiari. L’introduzione di un nuovo membro, infatti, fa cambiare gli obiettivi e gli equilibri (come ad esempio la nascita di un figlio). Allo stesso tempo, anche la famiglia con un figlio adolescente, cambia le proprie dinamiche interne. In rete, sono molti i download per i giochi di ruolo sociale, che simulano la realtà,  in cui creare personaggi, con sembianze fisiche analoghe alle nostre. Gli avatar, infatti, lavorano, incontrano amici, si sposano, mettono al mondo dei figli, ripercorrendo così le tappe della vita reale. La pandemia ha intensificato l’utilizzo di un mondo simulato, in cui rifugiarsi, perdendo così il contatto con il qui e ora. Un profilo virtuale di un social network si confonde e si sovrappone a quello reale. Si perde così la funzione integrativa e ne si aumenta il fattore isolante. Il reale e il virtuale possono coesistere in un gioco di equilibrio tra le parti, dove la tecnologia non sostituisce la corporeità, ma la completa e, con un giusto approccio, la migliora. Se la famiglia fosse un frutto, sarebbe un arancio, un cerchio di sezioni tenute insieme ma separabili, con ciascun segmento distinto. (Letty Cottin Pogrebin)

Bottega Virtuale: quando la psicologia incontra l’architettura

Le potenzialità della connessione virtuale nel lavoro di rete tra differenti professioni per la gestione dell’emergenza Nell’immaginario collettivo ambiti relativi alla psicologia e all’architettura possono apparire distanti, ma in realtà si incontrano spesso. Ad accomunarli è il fine che li alimenta: il benessere di coloro che ne usufruiscono.  Da questa convinzione nasce Emergency Design Challenge per fronteggiare i disagi e le necessità legate alla pandemia Covid-19. E’ stata avviata nell’ambito di VAHA- Virtual Architecture Handicraft Art e coordinata dall’architetta Rossella Siani. L’iniziativa ha coinvolto, nello sviluppo di soluzioni progettuali con l’ausilio della fabbricazione digitale, differenti professionisti tra cui psicologi, attivi nell’analisi dei bisogni e nell’ideazione di architettura per bambini, genitori, lavoratori, studenti, anziani, pazienti domiciliati.  L’esperienza di collaborazione tra psicologia e architettura è iniziata a Marzo 2020, ha permesso di implementare la metodologia della Bottega Virtuale, cosi definita dalla coordinatrice stessa. La piattaforma virtuale è stata l’unico luogo di incontro settimanale del team, ma la potenza della collaborazione e della co-operazione ha permesso di giungere alla fase di fabbricazione, trasformando le idee in oggetti concreti e la connessione virtuale in bottega.  Per saperne di più https://psicologinews.it/arianna-di-santo/

Adolescenza interrotta

I racconti dei ragazzi di un liceo dell’area metropolitana di Napoli. Il virus che ormai da un anno ci tiene in ostaggio è atterrato nelle vite di tutti noi deflagrando e sconvolgendo la nostra quotidianità. Il senso di ‘vita interrotta’ di ‘sospensione’ di ‘costante ripetersi di giorni uguali a se stessi’ è ciò che raccontano i ragazzi di un Liceo dell’area metropolitana a nord di Napoli presso il quale svolgo il mio lavoro di psicologa. I ragazzi si raccontano e confessano la loro sofferenza, taciuta ai più La rabbia e la tristezza sono le emozioni che più li accompagnano nelle loro giornate: loro, i ragazzi, non hanno nessuna ‘scusa’ per uscire un po’, vedere amici, la fidanzata/o, loro non hanno motivi validi per andare in giro, loro, quando ci vanno in giro, sono irresponsabili e menefreghisti. Certo lo sanno che alcuni loro amici non rispettano le regole e che almeno dovrebbero mettere la mascherina, ma almeno però loro escono un po’, perché dopo un anno davvero non se ne può più. Mi raccontano che non hanno voglia di studiare e se lo fanno non è la stessa cosa, qualcuno mi racconta che non vuole alzarsi la mattina perché tanto è inutile. Qualche altro mi dice che non può parlare con nessuno e allora la sofferenza e il disagio aumentano. Il mio lavoro cominciato a Dicembre dello scorso anno in piena seconda ondata continua e terminerà a Maggio e mai come in questo periodo la sensazione è che ascoltare empaticamente è sollievo, contenimento e forza per questi ragazzi della pandemia.