Bottega Virtuale: quando la psicologia incontra l’architettura

Le potenzialità della connessione virtuale nel lavoro di rete tra differenti professioni per la gestione dell’emergenza Nell’immaginario collettivo ambiti relativi alla psicologia e all’architettura possono apparire distanti, ma in realtà si incontrano spesso. Ad accomunarli è il fine che li alimenta: il benessere di coloro che ne usufruiscono.  Da questa convinzione nasce Emergency Design Challenge per fronteggiare i disagi e le necessità legate alla pandemia Covid-19. E’ stata avviata nell’ambito di VAHA- Virtual Architecture Handicraft Art e coordinata dall’architetta Rossella Siani. L’iniziativa ha coinvolto, nello sviluppo di soluzioni progettuali con l’ausilio della fabbricazione digitale, differenti professionisti tra cui psicologi, attivi nell’analisi dei bisogni e nell’ideazione di architettura per bambini, genitori, lavoratori, studenti, anziani, pazienti domiciliati.  L’esperienza di collaborazione tra psicologia e architettura è iniziata a Marzo 2020, ha permesso di implementare la metodologia della Bottega Virtuale, cosi definita dalla coordinatrice stessa. La piattaforma virtuale è stata l’unico luogo di incontro settimanale del team, ma la potenza della collaborazione e della co-operazione ha permesso di giungere alla fase di fabbricazione, trasformando le idee in oggetti concreti e la connessione virtuale in bottega.  Per saperne di più https://psicologinews.it/arianna-di-santo/

Adolescenza interrotta

I racconti dei ragazzi di un liceo dell’area metropolitana di Napoli. Il virus che ormai da un anno ci tiene in ostaggio è atterrato nelle vite di tutti noi deflagrando e sconvolgendo la nostra quotidianità. Il senso di ‘vita interrotta’ di ‘sospensione’ di ‘costante ripetersi di giorni uguali a se stessi’ è ciò che raccontano i ragazzi di un Liceo dell’area metropolitana a nord di Napoli presso il quale svolgo il mio lavoro di psicologa. I ragazzi si raccontano e confessano la loro sofferenza, taciuta ai più La rabbia e la tristezza sono le emozioni che più li accompagnano nelle loro giornate: loro, i ragazzi, non hanno nessuna ‘scusa’ per uscire un po’, vedere amici, la fidanzata/o, loro non hanno motivi validi per andare in giro, loro, quando ci vanno in giro, sono irresponsabili e menefreghisti. Certo lo sanno che alcuni loro amici non rispettano le regole e che almeno dovrebbero mettere la mascherina, ma almeno però loro escono un po’, perché dopo un anno davvero non se ne può più. Mi raccontano che non hanno voglia di studiare e se lo fanno non è la stessa cosa, qualcuno mi racconta che non vuole alzarsi la mattina perché tanto è inutile. Qualche altro mi dice che non può parlare con nessuno e allora la sofferenza e il disagio aumentano. Il mio lavoro cominciato a Dicembre dello scorso anno in piena seconda ondata continua e terminerà a Maggio e mai come in questo periodo la sensazione è che ascoltare empaticamente è sollievo, contenimento e forza per questi ragazzi della pandemia. 

L’inganno del tempo

Cenni di fenomenologia, psicoterapia della Gestalt e Analisi Transazionale “Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”. Da questa riflessione di S. Agostino si evince l’impossibilità per l’essere umano di definire il tempo, la cui realtà risiede nella continuità interiore della coscienza. Il pensiero agostiniano traccia una netta demarcazione tra il tempo dell’orologio del mondo esterno e il tempo vissuto del mondo interno. Mentre le lancette separano i momenti dell’esistenza (tempo dal greco ‘temneim’ significa per l’appunto dividere, separare), l’anima per sua natura fluisce liberamente nello scorrere ininterrotto dell’esperienza e nell’unico tempo realmente esistente: il presente.  Alterazioni del tempo vissuto Il tempo interiore è sempre intonato emotivamente, per cui assume in ogni momento ampiezza, densità e coloritura in relazione all’eccitazione e allo stato d’animo che si sta vivendo. Se per qualche ragione il flusso spontaneo dell’energia vitale viene inibito, il ciclo naturale dell’esperienza si interrompe e l’accumulo di tensione psichica che si crea può sfociare in forme di disagio e disarticolazioni temporali. Il tempo può rallentare o accelerare, arrivare a coagularsi e immobilizzarsi in stati di passività oppure intraprendere una frenetica e inefficace corsa in cui ogni cosa sembra sfuggire. In questo scenario si collocano le esperienze depressive e ansiose. Nelle prime, vi è un passato che ristagna nel presente oscurato dai ricordi e un eclissarsi della speranza che spegne il futuro. Nelle seconde, le tre dimensioni temporali – passato, presente e futuro – coesistono in una vorticosa anticipazione di eventi, perlopiù negativa e drammatica, in cui vi è una certa rigidità dovuta al riproporsi del passato e dei suoi aspetti fissi.  L’evitamento del presente Ogni individuo, in quanto organismo completo e capace di adattarsi all’ambiente, possiede tutte le risorse per affrontare il presente, rispondere ai propri bisogni e autorealizzarsi. Tuttavia, in assenza dello sviluppo di una adeguata autonomia, il processo di autoregolazione organismica può bloccarsi a causa di meccanismi che intervengono per interrompere il contatto e impedire l’esperienza. Tali meccanismi, se da un lato svolgono una funzione difensiva dall’altro determinano un evitamento della realtà che, nel tentativo di eludere la sofferenza naturale che fa parte della vita e i rischi emotivi che la crescita e il cambiamento comportano, diventa responsabile dell’insorgere del malessere. Chi evita il contatto può rifugiarsi in una realtà falsamente presente. Nei ricordi di un passato mantenuto vivo anche se di fatto non esiste più, oppure nelle fantasie, salvifiche o catastrofiche, su un futuro che viene anticipato e vissuto come già conosciuto. Quando le capacità adulte sono disattivate, il ricorso a modalità arcaiche rivelatesi efficaci in epoche precedenti, che offrono una protezione solo illusoria di fronte alle difficoltà della vita, lascia i bisogni del presente insoddisfatti, generando frustrazione e senso di impotenza. La psicoterapia: emozioni, qui e ora, autonomia La psicoterapia è il luogo in cui i vissuti vengono riconosciuti, espressi e integrati. Mentre la cultura occidentale, nel valorizzare le qualità della ragione e del fare a scapito del sentire, con l’idea che il mondo e gli spazi vuoti debbano essere riempiti, crea la strada per le interruzioni del contatto e l’esclusione degli aspetti di sé indesiderati, la terapia sostiene la consapevolezza dell’esperienza e la sua naturale continuità. La sofferenza, la paura della morte e l’angoscia esistenziale, che quanto più sono temute e negate tanto più trattengono l’energia vitale e lacerano l’esistenza, possono essere accolte, rivelate, e infine, tollerate internamente. La noia può essere sperimentata nella sua assenza di struttura e il nulla, spogliato dell’aspettativa che debba essere qualcosa, si trasforma nel vuoto fertile da cui nasce il nuovo. Il terapeuta invita la persona ad abbandonare gli evitamenti, gli attaccamenti al passato e le anticipazioni del futuro e a stare nel qui e ora. Dando il permesso a sentire e accogliere ogni parte di sé senza giudizio, sostiene e guida la persona ad essere ciò che è e ad accettare la realtà per quella che è. L’accompagna a divenire consapevole delle modalità infantili, manipolative e dipendenti che mette in atto, deresponsabilizzandosi, e dei messaggi genitoriali introiettati cui resta fedele, nonostante limitino la sua espressività e autonomia. Il processo terapeutico mira a liberare il presente dai condizionamenti copionali che imprigionano nella ripetizione degli schemi antichi e nelle impasse dei conflitti, tra il sentire che reclama attenzione e soddisfacimento da una parte e gli impedimenti interni all’espressione di sé e alla gratificazione dei bisogni dall’altra. Quando il passato può essere storicizzato e il futuro vissuto come dimensione aperta al possibile, la persona può disporre delle sue risorse per rispondere in modo coerente al qui e ora della realtà interna ed esterna che vive e realizzare pienamente sé stessa.

La Psicologia Ospedaliera: dal modello della malattia a quello della salute

Recuperare la centralità della persona malata nel processo di cura, attraverso percorsi assistenziali e protocolli di intervento I primi servizi di psicologia in ambito ospedaliero nascono negli anni ‘80 sulla spinta del movimento che mirava ad “umanizzare” le cure mediche. Mario Bertini, professore emerito di Psicologia della Salute all’Università La Sapienza di Roma , è stato tra i primi in Italia ad immaginare lo psicologo dentro i sistemi sanitari in affiancamento ai medici”. Contribuendo in tal modo, a quella piccola rivoluzione copernicana che, gradualmente, ha portato la comunità scientifica ad abbandonare il vecchio modello di “malattia” a favore del nuovo modello di “salute”. La visione che separa nettamente la psiche dal corpo, non regge più da tempo, non esiste una malattia solo “organica” o un disturbo solo “psicologico”. E’ pertanto necessario, ragionare nei termini di una integrazione continua e circolare tra benessere e malessere , che tenga conto delle dimensioni biologiche, psicologiche e sociali della persona malata. La psicologia ospedaliera , si pone in tal senso, come un ulteriore tassello nel processo di confronto tra due culture. Quella medica e quella psicologica, che nella loro diversità di modelli e di approcci, possono e devono, trovare dei punti di convergenza rispetto al fine comune. La promozione del benessere della persona malata. Promuovere benessere, in ambito ospedaliero, significa curare la persona malata e non la malattia. Ponendo una maggiore attenzione alla componente soggettiva della stessa e creando le condizioni per una visione più ampia dell’assistenza, in cui la relazione nella sua in-terconnessione con l’esperienza della malattia diventa il nodo centrale della cura

La Psicologia dello Sport

Stefano Zenaboni psicologo dello sport e psicoterapeuta, spiega cos’è la psicologia dello sport, ovvero è una area della psicologia che studia principalmente la performance sportiva e il benessere psicologico.  La psicologia dello sport può utilizzare numerose strategie che vanno ad allenare la parte della mente che si occupa proprio di prestazione sportiva. Le aree che interessano l’eccellenza nella performance sportiva sono tre:  l’area tecnico tattica che riguarda tutto lo studio delle regole e delle strategie di gioco, l’area fisico atletica che riguarda invece tutti gli aspetti muscolari e tutti gli aspetti del comportamento legato alla prestazione sportiva e l’aria mentale che riguarda tutte le tecniche e le strategie utilizzate dalla nostra mente per potenziare il risultato.  Gli strumenti utilizzati dallo psicologo dello sport possono essere diversi oltre al colloquio classico quindi osservazione delle strategie di gioco, del funzionamento mentale dell’atleta direttamente sul campo, esiste anche l’utilizzo di strumenti Nuove tecnologie sono il bio feedback o il neuro feedback che vengono impiegati soprattutto per valutare la linea base della fisiologia dell’atleta attraverso semplicemente dei cardiofrequenzimetri che valutano il battito cardiaco a riposo e anche in fase di prestazione sportiva  si possono utilizzare anche apparecchiature come il GSR la resistenza elettrica galvanica, per valutare la tensione muscolare e altre apparecchiature come l’elettroencefalogramma, ovvero la valutazione delle onde cerebrali, quindi valutare la qualità attentiva o la concentrazione dell’atleta sia sul campo che eventualmente in fase di studio nello studio del professionista. Uno strumento di nuova generazione sono gli occhiali per la realtà virtuale questi occhiali sono dei visori, che vengono applicati allo sportivo come esercizio di visualizzazione o di rilassamento,  lo sportivo si immerge in queste esperienze a 360 ° e sviluppa la sua capacità di immergersi, di visualizzarsi e di essere consapevole delle proprie sensazioni corporee aiutandolo così a sviluppare una maggiore consapevolezza delle sensazioni.

Un incontro tra psicoterapia e arteterapia

Ceci n’est pas un article, ma una premessa, appunti sparsi di una cornice che man mano riempirò sempre più di contenuti. Nel mio percorso formativo di psicoterapeuta, ho avuto modo di affrontare temi basilari, ma c’era qualcosa che nell’ attuale cultura psicologica non mi soddisfaceva del tutto. Dovevo spaziare maggiormente. I modelli psicologici a volte appaiono, per la loro storia, come se ritenessero di avere caratteristiche universali. L’arteterapia invece, attraverso la valorizzazione del patrimonio antropologico, mi è sembrata integrare la complessità culturale del soggetto. Grazie a questo percorso parallelo, ho approfondito temi come la centralità della relazione tra i corpi. Ho scoperto quanto la creatività artistica non sia una prerogativa di pochi e privilegiati “artisti”, ma una capacità diffusa e inevitabile, mai del tutto individuale. Lavorando ho compreso quanto, nella relazione d’aiuto, contino i corpi, anche quello del terapeuta. Inoltre le interazioni tra questi non necessitano esclusivamente del toccarsi. Grazie alla scoperta dei neuroni specchio e a tutti gli studi di psicofisiologia sappiamo infatti quanto queste interazioni corporee siano in grado di plasmarci reciprocamente, anche senza contatto fisico.  Se andiamo a ritroso nel tempo, ci renderemo conto che buona parte di quella che noi chiamiamo arte fosse in realtà un’arte collettiva, quindi una forma di arteterapia ante litteram. Si pensi, tra le tante testimonianze, alle pitture rupestri della Cueva de las Manos, forme d’arte anonima e condivisa, in cui l’Io del soggetto non aveva quel ruolo ipertrofico a cui siamo abituati oggi. Il nostro corpo rappresenta il frutto dinamico e attivo dell’interazione, attuale e storica, tra corpi. Per questo nell’ arteterapia secondo il metodo Lacerva, quello della scuola in cui mi sono formata, parliamo di corpo relazionale e condiviso.  “Nascere non basta”, come ricorda una poesia di Neruda e un libro di Zoja, perché il nostro corpo acquisisce la sua completa umanità solo grazie alla relazione ritmico corporea con i nostri caregiver. Un passaggio di testimone che dura da quando l’Homo Sapiens Sapiens è sulla Terra. Oggi, con gli effetti devastanti della virtualizzazione dei corpi, dobbiamo tenere in considerazione questi concetti. L’arteterapia in questo può valorizzare ulteriormente il lavoro clinico in ambito psicologico.

Come osservare in classe strategie per evitare errori

Per chi si occupa di processi di insegnamento-apprendimento l’osservazione rappresenta lo strumento fondamentale per capire i comportamenti degli alunni. Osservare nella scuola significa “fotografare” una situazione educativa, per poi analizzarla nei dettagli, comprenderla e, se possibile, cambiarla.  Ciò che viene osservato ,però, dipende dall’osservatore e, quindi, per evitare di cadere nella soggettività è necessario, come diceva Marcel Proust avere “nuovi occhi” . Bisogna allenare la nostra mente, evitando “scappatoie osservative”, che potrebbero indurre al fallimento. Osservare significa tratteggiare in maniera accurata  caratteristiche relative ad un fenomeno,ad una persona  all’interno di un setting limitato e secondo un tempo ben stabilito. Per osservare bisogna: concentrarsi con attenzione sul soggetto o fenomeno; riconoscere  dati certi; evitare di fare interpretazioni soggettive. La sfida sta, a questo punto, nel  distinguere  il semplice  guardare dall’osservare. Guardare si riferisce al processo percettivo della vista; osservare, invece, presuppone l’intenzionalità dell’azione stessa. Ad esempio, si può guardare un quadro registrando percettivamente i colori e le forme dell’immagine, ma solo dopo un’attenta osservazione è possibile cogliere le sfumature cromatiche ed ulteriori elementi rappresentati. Osservare in classe  permette di raccogliere  “dati certi” che riguardano gli alunni, i loro bisogni, le loro motivazioni, i loro pensieri e i loro apprendimenti, evitando di formulare considerazioni soggettive. Volendo prendere in esame dati certi possiamo procedere citando le seguenti frasi: il bambino è seduto, il ragazzo ride, l’alunno scrive. Queste frasi non sono soggette ad interpretazioni, ma sono vere e proprie  conoscenze fattuali di natura oggettiva. La deduzione, invece,  induce ad interpretare i dati osservati, valutandoli qualitativamente e quantitativamente rispetto a dei parametri soggettivi che sono propri del soggetto che osserva.  Esempi di deduzioni: Marco è triste, Andrea è arrabbiato, Maria è nervosa. La scuola richiede agli insegnanti  abilità e competenze osservative, per decodificare situazioni complesse, rispondendo  in maniera appropriata alla  poliedricità dei comportamenti che si manifestano nei contesti di apprendimento. Per diventare buoni osservatori, occorre  mantenersi aperti al dubbio e alla reinterpretazione di quanto osservato secondo la logica della continuità e della corrispondenza. /wp-content/uploads/2021/03/scientific-marzo-2.pdf

Essere Adolescenti Durante Una Pandemia: bisogni e valori

Saper distinguere i bisogni degli adolescenti dai loro valori  può essere di supporto nel processo di esplorazione tipico dell’adolescenza L’adolescenza è di per sé la fase dell’esplorazione e della vitalità e la pandemia attuale sembra aver ostacolato i processi che dovrebbero dispiegarsi in modo naturale nell’arco di vita. Il termine adolescente deriva dalla parola latina adolescens (participio presente di adolescere) che vuol dire “che si sta nutrendo”. Se si guardano gli adolescenti in quest’ottica, è inevitabile pensare che i bisogni e i valori siano differenti rispetto a quelli degli adulti. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, cosa può fare un genitore o un adulto educante? Può creare le condizioni contestuali necessarie al soddisfacimento dei bisogni dell’adolescente, aiutandolo a selezionare i comportamenti che partono da valori e non da impulsi momentanei. Per tutti coloro che si sono ritrovati a vivere la propria adolescenza durante la pandemia, creando pensieri su tutto ciò che sentono di aver perso a causa del Covid-19, diventa fondamentale porre attenzione sulle cose che si sono scoperte importanti, sul tipo di persona che si vuole essere e su ciò che può essere fatto in questa direzione, nel momento presente. E ancora di più, è in questa fase evolutiva che inizia a definirsi l’autostima. E la stima di sé può svilupparsi attraverso i valori a  cui si fa riferimento e non per gli obiettivi che, a causa della pandemia, diventa difficile raggiungere. È la creatività, è il coraggio, è la persistenza che orienta il proprio comportamento, anche e soprattutto nei momenti più difficili. E l’adulto ha il compito di essere presente, di supportare l’adolescente nella sua fase di scoperta, di comprendere i suoi bisogni, di essere un modello positivo.

Nostalgia e Psicologia: che cosa ci manca di più, della vita di prima?

Aspetti psicologici della sensazione di mancanza e una buona notizia sul ruolo della nostalgia. È passato circa un anno dall’inizio della nostra vita diversa, e sembra già un secolo. Conosciamo tutti la nostalgia: di un luogo, di un momento, di un amore del passato. Ma guardiamo da vicino questo sentimento complesso, di struggente bellezza. Il nome, dal greco, contiene “nostos” e “algos”. Coniato dal dottor Hofer alla fine del Seicento, è la combinazione di “ritorno a casa” e “dolore”. Descriveva la condizione dei soldati al fronte, che sentivano acutamente la mancanza dei luoghi natii. Siamo anni luce da allora, in termini di conoscenze psicologiche, arte e letteratura. Nostalgia oggi definisce tutto ciò che ci manca del passato: un cibo felice della nostra infanzia, una persona, un periodo, un sogno. È uno stato emotivo complesso, anche di perdita; ma la maggior parte delle volte non si associa a umore negativo. Anzi: ricordare esperienze condivise, crescita e risultati ottenuti sostiene il benessere psicologico. Numerosi esperimenti di induzione di nostalgia hanno evidenziato nei partecipanti un aumento dell’autostima, del sentimento di appartenenza sociale e persino dei comportamenti caritatevoli. In questo scenario pandemico, alla domanda “Cosa ti manca?”, ognuno pensa a tempi andati molto recenti. Esercitare la nostalgia oggi può essere uno straordinario modo per reagire: perché ci ricorda il nostro significato e valore. È molto più di un pensiero al passato: è un luogo sicuro, confortevole, accogliente, come un’abitudine buona. Da cui guardare verso il futuro.