Amore malato

di Fulvia Ceccarelli Credo che le cose non accadano mai per caso. Mi riferisco al fatto che alcuni giorni fa, mentre stavo raccogliendo le idee per scrivere questo articolo, mi sono imbattuta su Facebook in un messaggio che recitava più o meno così: …sono stata pesantemente minacciata da un uomo che conosco. Alcune persone fidate sanno chi denunciare nel caso mi accada qualcosa. Ho avuto una vita piena, ho amato con un’intensità che forse pochi conoscono e i tanti amici che ho non sono entrati casualmente nella mia vita, ma sono stati scelti con cura, perché condividono i miei stessi valori… Al momento ho provato un forte disagio e, mettendo in atto una massiccia negazione, ho pensato ad uno scherzo di cattivo gusto. Solo dopo aver letto attentamente i commenti “reali” alle parole di quella donna, ho colto la drammaticità della situazione, che mi è arrivata come uno schiaffo in piena faccia. Mi trovavo di fronte a quella che mi è parsa una richiesta di aiuto fiera, coraggiosa, come il gesto di un naufrago che, non smettendo di sperare, affida al mare il suo messaggio in bottiglia. Nella frazione di un secondo, un pensiero vigliacco mi ha attraversato la mente: non pubblicare nulla, per evitare che quell’uomo se la prenda anche con te. Ora mi chiedo: se in preda a una paura irrazionale mi sono paralizzata io, che ho provato sulla mia pelle solo una scheggia della paura che verosimilmente provano le donne minacciate per davvero, come possono sentirsi loro? Quali tremende fatiche le attendono? Perché la paura è subdola: ti paralizza e ti isola. E se c’è una cosa di cui loro non hanno proprio bisogno è l’isolamento. Mettendo a frutto questa preziosa quanto insperata esperienza, cercherò di accostarmi in modo più empatico e meno didascalico a un tema così delicato. Penso di doverlo alle donne maltrattate. Quasi quotidianamente la cronaca ci informa di un uomo che ammazza la compagna che ha avuto il torto di lasciarlo. Immancabilmente i vicini di casa intervistati, non capacitandosi dell’accaduto, ripetono come un mantra che l’omicida era una persona assolutamente normale. “Era”- dicono, perché ora non lo considerano più tale. Infatti rimaniamo increduli dinnanzi ad un amore intenso che viene profanato sino alle estreme conseguenze, tanto da mettere in dubbio che si sia trattato di vero amore. Purtroppo è amore, seppure malato. E tragicamente, per molti di noi, l’unica forma di amore possibile. Perché l’unica conosciuta. La violenza sulle donne è un mostro che si nutre di maltrattamenti fisici diretti o psicologici indiretti oppure agiti in nome di presupposti ideologici o religiosi ritenuti sacri e inviolabili. Stiamo parlando di un fitto sottobosco di aggressività distruttiva con un’unica disastrosa conseguenza: la scarnificazione dell’amor proprio di una donna con riduzione in poltiglia della sua autostima. E dato che parlarne tocca corde profonde, spesso lo affrontiamo in modo semplificatorio. Mentre lo sforzo cui siamo chiamati è quello di adoperare le lenti della complessità, che è la cifra dell’umano. Pena la banalizzazione, tanto fuorviante quanto inutile a trovare un senso a ciò che accade sotto i nostri occhi increduli. Mi riferisco, ad esempio, al fatto di imputare solo a secoli di cultura maschilista la causa di tanta violenza. Fermo restando che essa pesa come un macigno sulla storia delle donne, non riesce però a spiegare il paradosso dei nostri giorni. E cioè che, nonostante negli ultimi cento anni l’acquisizione dei numerosi e fondamentali diritti dalle donne abbia ridisegnato lo status femminile (possibilità di votare e di essere elette, accesso ai pubblici uffici, abolizione del licenziamento a causa del matrimonio e durante la gestazione, abolizione dell’adulterio come reato, abolizione del delitto d’onore, parità sul lavoro: uguali diritti uguali salari, ecc.), ancora oggi molte donne adulte e libere, dopo il primo spintone o dopo la prima seria violenza verbale, anziché allontanare da sé l’uomo che le sta minacciando, preferiscono raccontarsi e raccontare agli altri che in fondo non è successo nulla. Credo che la causa di questo comportamento apparentemente insensato sia da ricercarsi nel fatto che molto spesso dietro un reato di femminicidio, termine crudo per indicare come l’uccisione delle donne stia assumendo proporzioni che vanno ben oltre la frequenza dei delitti generici, si celino risvolti psicologici che affondano le loro radici nella storia degli individui coinvolti: uomini e donne. L’evidenza dei fatti ci suggerisce che affrontare il problema da un punto di vista civile, sociale e penale, trascurando la dimensione psicologica, è necessario ma non sufficiente ad evitare che la violenza domestica rimanga la prima causa di morte nel mondo, per donne di età compresa tra i sedici ed i quarantaquattro anni. Più degli incidenti stradali e più delle malattie. Sappiamo che l’esperienza umana dell’amore, almeno nelle sue fasi iniziali, ha a che fare con l’eccesso, perché arriviamo ad esigere il possesso della persona amata, con cui ci sentiamo fusi insieme. Sappiamo inoltre, per esperienza, che amare è un salto nel buio, perché ci fa toccare con mano quanto la nostra esistenza sia in balia del desiderio altrui. Infatti l’altro, proprio separato e diverso da noi, può tradirci e ferirci nel profondo. Possiamo comunque decidere di correre il rischio, arrabattandoci come possiamo. Magari soffrendo terribilmente di gelosia al pensiero che qualcuno, un domani, possa prendere il nostro posto. Il punto è che in un amore sufficientemente maturo, terminato l’incantamento iniziale, ognuno si riappropria dei propri confini. Mentre un amore profondamente malato va in frantumi nell’istante stesso in cui si esaurisce il periodo fusionale, così caldo e rassicurante. La sofferenza che ne può scaturire per alcuni è così devastante, che tentano di ripristinare la fusione con la forza fisica: espediente misero per scacciare il fantasma dell’abbandono e della dipendenza totale dalla persona amata. Quando un uomo anziché interrogarsi sul fallimento della sua vita amorosa, elaborare il lutto per ciò che ha perduto, misurarsi con la propria solitudine, perseguita, minaccia o ammazza la donna che l’ha abbandonato, mostra che per lui il legame affettivo non rappresentava un completamento, ma l’unica ragione di vita. Dobbiamo ricordare, invece, a dispetto di

Ambivalenza emotiva: vivere emozioni opposte

Ci sono momenti in cui ci si sorprende a provare emozioni diverse, quasi incompatibili, e ci si chiede: com’è possibile sentire sollievo e tristezza allo stesso tempo? Come posso desiderare di restare e allo stesso tempo sentire il bisogno di partire? Spesso ci troviamo immersi in vissuti che non riusciamo a decifrare con chiarezza. Una parte di noi sa che non è tutto bianco o nero, eppure cerchiamo risposte nette, emozioni “pure”, sentimenti che dicano con precisione dove siamo. Quando questo non succede, può emergere un senso di confusione o inadeguatezza. E se invece non fosse confusione, ma complessità? Se l’ambivalenza non fosse un errore, ma una forma più autentica del sentire? Quando le emozioni non si escludono a vicenda Siamo spesso inclini a concepire le emozioni in termini dicotomici: felicità o tristezza, correttezza o errore, serenità o rabbia. Tuttavia, nella realtà di tutti i giorni, le situazioni raramente sono così delineate. Esistono momenti in cui le emozioni si affacciano insieme, intrecciate, senza escludersi a vicenda. È possibile, ad esempio, sentire affetto verso una persona e, al tempo stesso, provare rabbia per qualcosa che ha fatto. Oppure riconoscere che una scelta è giusta, ma far fatica ad accettarne le conseguenze emotive. L’ambivalenza non è un malfunzionamento della nostra interiorità. È una forma di consapevolezza emotiva che si affina soprattutto nei momenti di passaggio, quando siamo chiamati a fare i conti con scelte complesse, cambiamenti non voluti, relazioni che mutano. Emozioni contrastanti e significati profondi Le emozioni ambivalenti sono spesso segnali di qualcosa che ha valore. Proviamo ambivalenza di fronte a una persona significativa, a una decisione importante, a un evento che lascia un segno. Per esempio, si può provare gioia nel vedere un figlio crescere, ma anche malinconia per il tempo che passa. Oppure sentire senso di liberazione dopo la fine di una relazione dolorosa, e allo stesso tempo provare nostalgia, tristezza, smarrimento. Accogliere l’ambivalenza significa riconoscere che alcune emozioni non sono “giuste” o “sbagliate”, ma semplicemente vere. Sono la prova che qualcosa ci coinvolge in profondità, che siamo dentro un’esperienza che lascia traccia. In fondo, quello che realmente ci spinge non è mai semplice. L’urgenza di capire e la fatica di restare Quando siamo travolti da emozioni contrastanti, può sorgere il bisogno impellente di mettere tutto in ordine. Di scegliere, di chiarire. Vorremmo sapere da che parte stare, dare un nome preciso a ciò che sentiamo. Ma spesso non si tratta di scegliere un’emozione a discapito di un’altra. Si tratta, invece, di creare spazio per tutte. Di riconoscere che anche quando sembrano inconciliabili, le emozioni possono coesistere. E ogni cosa racchiude in sé una parte di verità. Restare in questa complessità non è facile. Richiede tempo. Richiede il coraggio di non forzare risposte. Di abitare una zona grigia, una terra di mezzo in cui le cose non sono ancora definite, ma iniziano a prendere forma. Emozioni che parlano lingue diverse A volte il cuore dice una cosa, la mente un’altra, il corpo un’altra ancora. Ci si sente spezzati, disorientati. Ma può essere utile pensare che ogni emozione parli una lingua diversa. La tristezza può dirci che stiamo perdendo qualcosa. La rabbia che c’è un limite violato. La paura che qualcosa ci mette in allerta. La gratitudine che, nonostante tutto, c’è stato qualcosa di buono. Quando le emozioni sembrano contraddirsi, forse stanno solo raccontando la stessa storia da punti di vista diversi. Non si tratta allora di scegliere quale ascoltare, ma di imparare ad ascoltarle tutte. E cercare di cogliere il significato che emerge da quell’intreccio. Conclusione L’ambivalenza emotiva non è debolezza, né disorientamento. È spesso il segno che siamo presenti a noi stessi, che stiamo attraversando un passaggio importante, che qualcosa in noi si sta riorganizzando. Concedersi di sostare in questo spazio intermedio, senza fretta, senza giudizio, è un atto di cura verso sé. Non serve sempre avere una risposta chiara. A volte, serve solo riconoscere che si è dentro un’esperienza piena, viva, stratificata. E che la complessità non va risolta, ma attraversata.

Amare senza “schiacciare”

Ci sono momenti in cui la tenerezza è così intensa da diventare quasi ingestibile. Un neonato tra le braccia, un animale che dorme, una persona amata in una condizione di vulnerabilità. E insieme all’impulso a proteggere, accudire, avvicinarsi, emerge un pensiero sorprendente: “ti stritolerei”, “sei così tenero che ti mangerei”. Questa esperienza, apparentemente paradossale, ha un nome: tender aggression. Un fenomeno che ci costringe a interrogarci su come funzionano le emozioni quando l’amore è troppo intenso per essere contenuto. Ma che fenomeno è? La cute aggression indica la presenza di impulsi aggressivi simbolici in risposta a stimoli altamente affettivi e teneri. Non si tratta di desiderio di far male, né di perdita di controllo, ma di una risposta automatica del sistema emotivo quando la tenerezza supera una certa soglia. La ricerca neuroscientifica suggerisce che, di fronte a un’elevata attivazione del circuito della ricompensa, il sistema nervoso recluti anche emozioni di segno opposto per ristabilire equilibrio. L’aggressività, in questo contesto, non distrugge il legame: lo regola. La psicologia definisce questo fenomeno come risposta emotiva che emerge quando la tenerezza supera la capacità di contenerla. Non è aggressività nel senso comune del termine, non ha nulla a che fare con la violenza. È piuttosto un segnale del fatto che il sistema emotivo è sovrastimolato. Davanti a qualcosa di estremamente tenero, affiora un impulso che ha la forma dell’aggressività: il desiderio di stringere troppo forte, di mordere, di trattenere più del necessario. Il termine cute aggression può trarre in inganno, perché non descrive un’intenzione a ferire, quanto piuttosto un tentativo, spesso inconsapevole, di regolare un eccesso emotivo. Non siamo abituati a pensare che anche la tenerezza possa essere difficile da sostenere. Siamo più familiari con l’idea che siano la rabbia, la paura o il dolore a richiedere contenimento. Eppure, ogni emozione intensa, indipendentemente dal suo segno, sollecita il sistema nervoso. Quando l’attivazione supera una certa soglia, il corpo cerca un modo per ridurre la pressione interna. In questo senso, la cute aggression non interrompe la tenerezza, ma la rende sostenibile. È come se introducesse una distanza minima, sufficiente a impedire che l’esperienza diventi “to much”. Quando la tenerezza è troppa Colpisce il fatto che la cute aggression passi spesso attraverso il linguaggio. Non mordiamo davvero, non stringiamo davvero: diciamo di volerlo fare. Le parole diventano il luogo in cui l’impulso può restare simbolico, senza trasformarsi in gesto. È un passaggio sottile ma fondamentale: quando l’emozione trova una forma rappresentabile, non ha bisogno di essere agita. E il discorso è valido sia per le emozioni positive che per quelle negative. La cute aggression ci mostra che l’ambivalenza non è un difetto, ma una risorsa. Possiamo provare affetto e una spinta aggressiva nello stesso istante, senza che questo renda l’amore meno autentico. Conclusioni In fondo, la cute aggression ci parla di un tema più ampio: la difficoltà a contenere ciò che sentiamo quando è troppo bello, troppo intenso, troppo vicino. Ci ricorda che amare non è solo lasciarsi attraversare dall’emozione, ma anche imparare a dosarla. Forse, dietro a quelle frasi dette ridendo, c’è una competenza emotiva che sta cercando di formarsi: la capacità di stare nell’intensità senza esserne travolti.

Alunni ribelli: anatomia della comunicazione

Secondo Anthony Robbins, saggista statunitense, il nostro comportamento è determinato dallo stato d’animo vissuto. Lo stato d’animo è la condizione psicofisica in cui una persona si trova. Se il nostro stato d’animo è sereno, siamo collaborativi e positivi. Al contrario, se siamo una tristi e arrabbiati diventiamo aggressivi e scontrosi. Stati d’animo negativi possono scatenare la ribellione e l’ angoscia degli allievi. Qui lo stesso copione. Rifiutano qualsiasi occasione didattica e guardano “tutto e tutti” con sospetto e diffidenza. Sarebbe certamente semplicistico pensare di eliminare definitivamente i comportamenti ribelli, ma è possibile che una comunicazione efficace riduca notevolmente gli effetti. La comunicazione è alla base della relazione e determina l’azione, poichè attraverso di essa mandiamo e riceviamo feedback positivi o negativi. Durante le sperimentazioni i ricercatori ottenevano maggiori consensi quando utilizzavano una comunicazione fatta di parole gentili e gesti di cura. Ed è per questo che un numero sempre maggiore di insegnanti si sforza ,di tematizzare e promuovere una comunicazione efficace, evitando stereotipi e pregiudizi. Non dimentichiamo l’importanza del contatto oculare e l’inclinazione del corpo in avanti. Bisogna trovare sempre il giusto equilibrio tra linguaggio verbale e gestuale. Dobbiamo imparare ad ascoltare il disagio. https://psicologinews.it/presentazione-libro-alessandra-bernasconi/?list Una buona comunicazione per gestire comportamenti ribelli. Le parole pronunciate devono essere lontane da emozioni provate. Ricordiamoci che emozioni negative provate scatenano parole negative. Le frasi utilizzate devono prevedere il messaggio IO e non il messaggio TU (tecnica di Gordon). Possiamo dire all’alunno: io non sono contento/a quando ti comporti in questo modo, piuttosto che dire sei un maleducato. La comunicazione deve comprendere una vera e propria autoriflessione del comportamento ribelle. Condurre  l’allievo  a riflettere sul comportamento   anche attraverso il gioco di ruolo. Soffermandosi su questi punti si aiuterà l’allievo a : vincere le proprie resistenze gestire la propria rabbia evitare di cadere in un baratro Le mille sfaccettatura della comunicazione aprono i nostri orizzonti e rendono gli altri meno soli. Riflettiamo sulla comunicazione e cerchiamo di trasformare gli errori degli alunni in momenti di crescita individuale e collettiva.

Allenarsi a diventare grandi: lo sport in età evolutiva

Lo sport non è solo movimento, ma rappresenta un potente strumento per favorire lo sviluppo psicologico ed emotivo dei bambini e degli adolescenti. Attraverso la partecipazione a varie discipline sportive, i giovani non solo migliorano la loro salute fisica, ma acquisiscono anche importanti competenze sociali, emotive e cognitive che li accompagneranno per tutta la vita. Autostima e sport nei giovani La partecipazione allo sport offre ai giovani l’opportunità di sviluppare e migliorare l’autostima e la fiducia in sé stessi. Attraverso sfide e il raggiungimento di obiettivi personali, i ragazzi imparano a credere nelle proprie capacità e a sentirsi sicuri delle proprie abilità. Inoltre, il sostegno e l’incoraggiamento dei compagni di squadra e degli allenatori contribuiscono a rafforzare la percezione positiva di sé stessi, creando un solido fondamento per la salute mentale e il benessere emotivo. Abilità sociali e collaborazione Lo sport è un ambiente sociale dinamico in cui i giovani imparano a interagire con gli altri, a lavorare in squadra e a rispettare regole e norme condivise. Attraverso l’esperienza di competere e collaborare con i compagni, i ragazzi sviluppano abilità sociali come la comunicazione, la leadership, la gestione dei conflitti e la capacità di cooperare verso un obiettivo comune. Queste competenze sono fondamentali per il successo nelle relazioni interpersonali e per l’adattamento sociale in diverse situazioni di vita. Gestione dello stress e delle emozioni Lo sport offre ai giovani una via d’uscita sana per gestire lo stress e le emozioni negative. L’attività fisica regolare è nota per ridurre lo stress e l’ansia, migliorare l’umore e promuovere una maggiore stabilità emotiva. Inoltre, la competizione sportiva offre ai ragazzi l’opportunità di sperimentare e regolare una vasta gamma di emozioni, come gioia, frustrazione, delusione ed eccitazione. Imparare a gestire queste emozioni in contesti sportivi può aiutare i giovani a sviluppare strategie efficaci per affrontare le sfide della vita e a mantenere un equilibrio emotivo. Autodisciplina e sport La pratica sportiva richiede dedizione, impegno e perseveranza, qualità che sono fondamentali per lo sviluppo dell’autodisciplina e della determinazione nei giovani. Attraverso l’allenamento regolare, la pianificazione delle strategie e il perseguimento degli obiettivi personali, i ragazzi imparano l’importanza dell’impegnarsi ed essere costanti. Queste abilità trasversali sono preziose non solo nello sport, ma anche nella vita quotidiana, preparando i giovani ad adattarsi ai cambiamenti con resilienza e determinazione. Conclusione In conclusione, lo sport rappresenta molto più di un semplice impiego del tempo libero dei giovani. È un potente strumento per favorire lo sviluppo psicologico ed emotivo, promuovendo l’autostima, le abilità sociali, la gestione delle emozioni e l’autodisciplina. Investire nell’attività sportiva durante l’età evolutiva è quindi fondamentale per il benessere complessivo dei giovani e per prepararli a una vita caratterizzata da soddisfazione.

Alimentazione selettiva nell’infanzia

Con il termine “alimentazione selettiva” si descrive il comportamento di bambini che limitano la loro alimentazione ad una varietà ridotta di cibi preferiti, rifiutandosi di mangiare altro o di assaggiarne di nuovi. Quando il genitore tenta di ampliare la varietà di cibi, il bambino reagisce con ansia e disgusto e può manifestare sforzi di vomito. Molti bambini spesso rifiutano il cibo in base a caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore, il colore o la consistenza. Nella maggior parte dei casi il bisogno di adeguarsi al gruppo in adolescenza porta a una risoluzione spontanea del problema. Quando scatta il campanello d’allarme? Se si osservano alcuni tra i comportamenti in elenco è bene segnalare al pediatra la presenza di anomalie: il bambino mangia solo i cibi preferiti si distrae mentre mangia, manifesta scarso interesse per il cibo assume alcuni alimenti solamente se “nascosti” all’interno di cibi o bevande preferiti consuma il pasto con lentezza e raggiunge velocemente la sazietà Quando parliamo di alimentazione selettiva ci riferiamo ad una vera e propria condotta alimentare. Un atteggiamento sospettoso e selettivo nella scelta dei cibi può avere avuto, a livello evolutivo, una funzione adattiva nella prima infanzia nel ridurre il rischio di assumere tossine. Successivamente può rappresentare invece un limite ad una dieta variata, con conseguenti carenze a livello nutritivo. Come intervenire su un disturbo di alimentazione selettiva: Diventa importante interrogarsi e osservare le manifestazioni del disagio del bambino, su due livelli diversi, uno più relazionale e uno più comportamentale. Il comportamento alimentare del bambino, non può infatti essere inteso solo come qualcosa da educare, ma anche come qualcosa da comprendere. L’ alimentazione selettiva, ha il valore di messaggio. È quindi importante che i genitori possano osservare lo stato emotivo del bambino e capire da quanto tempo è presente il comportamento che li preoccupa. Poichè l’alimentazione e il momento del pasto sono sempre inseriti in una cornice relazionale, è importante evitare usi impropri del cibo da parte degli adulti. Vengono quindi sconsigliati interventi intimidatori da parte dei genitori (“Se non mangi tutto chiamo il dottore”), ricattatori (“Se non finisci la pasta dopo non potrai giocare”) oppure mescolare il piano educativo con quello affettivo (“La mamma piange se tu non mangi”, “Sei un bambino cattivo perché non mangi e fai arrabbiare mamma e papà” ). Per uscire dall’empasse è utile, ad esempio, includere una terza persona al fine di introdurre modalità e dinamiche relazionali diverse. Questo accorgimento permette anche di valorizzare il pasto come momento conviviale, in cui ci si siede tutti insieme e si rispettano le regole della tavola.

Algoritmi e persuasione

CHE COS’E’ UN ALGORITMO? La parola algoritmo  indica una successione di istruzioni che hanno come fine la risoluzione di un problema, esso permette di ottenere un preciso risultato a partire da uno specifico input. Sono in grado di analizzare enormi quantità di dati e di eseguire calcoli complessi molto rapidamente , consentendo di prendere decisioni più oggettive perché basate sui dati, e quindi potenzialmente migliori.Tradotto nel campo dei social media, ed evidenziando che ogni social ha i propri algoritmi, l’algoritmo analizza i comportamenti dell’utente sul social, per mostrargli con maggiore frequenza contenuti simili a quelli con cui abitualmente interagisce, con lo scopo  di creare esperienze positive e individuali che spingano le persone a restare sulla piattaforma per il maggior tempo possibile. Gli algoritmi di piattaforme come quelli di TikTok, ma anche Spotify, Instagram e Facebook, mostrano  agli utenti le cose che più li attraggono, che più cliccano, guardano e leggono. In questo modo inoltre, gli utenti hanno modo di rafforzare i loro pensieri e le loro idee, e di collegarsi con persone più affini a loro.Questo ad esempio, spiega perché quando mettiamo “mi piace” ad una foto/video che ha un certo tipo di contenuto ci vengono in continuazione riproposti nella home altre immagini , video o profili attinenti a quello specifico contenuto.Mostrandoci in continuazione contenuti che si allineano alle nostre convinzioni e ai nostri interessi, si rischia di fatto di isolarci da punti di vista diversi e contrastanti. Ciò può contribuire alla polarizzazione della società e ostacolare discussioni significative. Queste personalizzazioni generano le cosiddette “Filter Bubble” (bolle di filtraggio) , in cui contenuti proposti dagli algoritmi delle piattaforme saranno sempre più in linea con gli interessi degli utenti e la loro visione del mondo. Un fenomeno conseguente a quello delle Filter Bubble è quello che viene chiamato “camere dell’eco”,  contesti e  condizioni che, sui media, portano alla creazione di uno stato di isolamento ideologico degli individui, alla creazione di gruppi con opinioni simili, in cui ci si scambia contenuti che confermano una certa visione del mondo, aumentando questa sensazione di conferma.Le “camere dell’eco” fanno leva su meccanismi psicologici radicati nella mente dell’individuo. Si può fare richiamo alla piramide dei bisogni dell’essere umano di Maslow, che identifica  5 livelli ordinati gerarchicamente, dai bisogni più essenziali alla sopravvivenza a quelli più immateriali. Uno dei bisogni che viene sfruttato dalle piattaforme è il “bisogno di appartenenza”, ovvero la necessità di ogni essere umano di appartenere ad un gruppo con caratteristiche simili, e di esprimere liberamente opinioni e giudizi, realizzando il desiderio di essere un membro di una comunità. LA PERSUASIONE ALGORITMICA è un livello che rimane spesso inavvertito alle persone, che in molti casi non percepiscono l’esistenza di dinamiche processuali di tipo tecnologico al fianco delle loro interazioni e a supporto delle loro decisioni. O meglio, si può riscontrare un atteggiamento sociale ambivalente costituito  in maniera discontinua da:momenti di grande allarme pubblico , panico morale, percezione di alienazione , talvolta addirittura, il sentirsi mercificati , in cui gli algoritmi sono additati come potenziali distruttori dell’equilibrio sociale e delle peculiari dinamiche umane, a momenti in cui processi e forze algoritmiche paiono poter agire indisturbati, creando in noi una percezione di supporto, comprensione ed evitamento della solitudine. I processi algoritmici quotidianamente co-modellano scelte, percorsi, consumi fisici e digitali delle persone.Questo è un tema che mette faccia a faccia razionalità ed emotività.Ed è in grado di dispiegare, nella sua complessità, le tante dimensioni che assume oggi il digitale. Bibliografia: Taddeo G., Persuasione digitale. Come persone, interfacce, algoritmi ci influenzano online, Guerini Scientifica, 2023