Agender Pride Day: che cosa vuol dire?

Oggi, 19 Maggio, viene celebrato l’Agender Pride Day. Ma che cosa vuol dire? L’Agender Pride Day è uno degli ultimi giorni di sensibilizzazione istituiti dalla comunità LGBTQ+. Essa ha lo scopo di promuovere la consapevolezza della comunità, e di evidenziare le discriminazioni affrontate quotidianamente dalle persone agender di tutto il mondo. Per parlare di Agender, ci muoviamo all’interno del concetto di identità di genere. Le persone Agender sono individui che si identificano comunemente come privi di genere, con un genere neutrale o indefinito, a prescindere dal loro aspetto fisico. È un termine che rientra nel concetto ombrello di non binario, ma che acquisisce una sfumatura specifica. Mentre infatti nel “non-binary” o “queer” rientrano tutte quelle persone che non si riconoscono in un sesso maschile o femminile, il termine Agender pone l’attenzione sulla mancanza di un sentimento riguardo la definizione stessa di genere. Un’altra differenza è tra il significato di agender e quello di gender fluid, spesso confusi. Quest’ultimo, infatti, si riferisce a quegli individui la cui identità oscilla nel tempo lungo lo spettro di genere. Una persona gender fluid può cioè vivere un cambiamento fluido e costante nella propria identità di genere. Può, in diversi momenti della propria vita, definirsi come maschio, femmina, genere neutro o qualsiasi altra identità non binaria. Il concetto di binarismo di genere è oggi sostituito, infatti, dal concetto più complesso di Spettro di Genere. Numerosi campi scientifici, tra cui biologia, endocrinologia, fisiologia, genetica, neuroscienze e scienze riproduttive, hanno confermato che il genere esiste come uno spettro. Riconoscere che il genere è un insieme di tratti biologici, mentali ed emotivi che esistono lungo un continuum (Hildreth, 2021), significa riaffermare un diritto umano fondamentale e inalienabile: quello di libertà. Ma di quale libertà stiamo parlando? Prendo in prestito le parole pronunciate dal prof. Paolo Valerio, citando una precisazione fondamentale in tal ambito. Non stiamo– cioè – riconoscendo la libertà di essere “ciò che si vuole”, quanto piuttosto la libertà di essere “ciò che si è”. Perchè l’identità non è una scelta. L’Agender Pride Day è, in questa direzione, un ulteriore passo nell’agenda per proseguire quel lavoro verso la libertà che non può che partire dal piccolo, da noi.
Affrontare la Ruminazione: un approccio psicologico per rompere il ciclo

La ruminazione, un fenomeno comune nell’ambito della salute mentale, può avere un impatto significativo sulla nostra benessere psicologico. Definita come il processo di ripetizione ossessiva di pensieri negativi o preoccupanti, la ruminazione può alimentare ansia, depressione e stress. Tuttavia, comprendere questo ciclo di pensieri intrusivi è il primo passo per interromperlo. Origini psicologiche della ruminazione La ruminazione ha le sue radici nella nostra mente, una combinazione intricata di biologia, esperienze passate e predisposizioni individuali. La nostra tendenza naturale a riflettere e analizzare le situazioni può trasformarsi in ruminazione quando diventa eccessiva e non produttiva. Le esperienze passate di trauma, stress cronico o insicurezza possono anche predisporre una persona alla ruminazione, creando un terreno fertile per la persistenza dei pensieri negativi. Il ciclo vizioso della ruminazione La ruminazione segue un ciclo insidioso che può iniziare con un evento stressante, una delusione o un pensiero negativo. Questo evento scatenante può portare a una serie di pensieri intrusivi che ruotano attorno alla situazione, analizzandola ripetutamente da diverse angolazioni. Questa analisi eccessiva alimenta ulteriori sentimenti di ansia, tristezza o frustrazione, creando un circolo vizioso difficile da spezzare. Effetti sulla salute mentale e il benessere emotivo La ruminazione può avere effetti deleteri sulla salute mentale e il benessere emotivo. Le persone che ruminano tendono ad avere livelli più elevati di stress cronico, ansia e depressione. Questo ciclo negativo può anche interferire con il funzionamento quotidiano, compromettere le relazioni personali e minare la fiducia in se stessi. Strategie di gestione della ruminazione Fortunatamente, esistono strategie psicologiche efficaci per affrontare la ruminazione: 1. Mindfulness: Pratiche come la mindfulness possono aiutare a portare consapevolezza ai nostri pensieri senza giudicarli o lasciarli prendere il controllo. 2. Distrazione positiva: Impegnarsi in attività piacevoli o coinvolgenti può interrompere il ciclo della ruminazione e promuovere uno stato mentale più positivo. 3. Ristrutturazione cognitiva: Sfide i pensieri negativi identificando prove contrarie o considerando prospettive alternative. 4. Espressione emotiva: Parla dei tuoi sentimenti con qualcuno di fiducia o scrivi su di essi per liberare le emozioni repressive associate alla ruminazione. 5. Limitare il tempo di ruminazione: Imposta limiti di tempo per la riflessione su pensieri negativi e impegna-te a interromperli una volta trascorso questo periodo. 6. Supporto sociale: La condivisione dei propri pensieri e sentimenti con amici, familiari o professionisti della salute mentale può fornire sostegno ed empatia, riducendo il senso di isolamento e solitudine spesso associato alla ruminazione. La ruminazione può essere un’esperienza debilitante, ma non è insormontabile. Con consapevolezza e strategie efficaci, è possibile interrompere il ciclo e promuovere una migliore salute mentale. Affrontare la ruminazione richiede impegno e pazienza, ma i benefici di rompere questo ciclo negativo possono essere trasformativi per il benessere psicologico a lungo termine.
Affrontare la Nomofobia: il timore della separazione dal telefono cellulare

La nomofobia, o paura di essere senza il proprio telefono cellulare, è un fenomeno psicologico sempre più diffuso nell’era digitale. Questa condizione può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana delle persone, influenzando il loro benessere emotivo e le loro interazioni sociali.La nomofobia deriva dall’acronimo “No Mobile Phobia” ed è caratterizzata da un forte disagio o ansia provocata dalla mancanza di accesso al telefono cellulare o dalla sua incapacità di funzionare correttamente. Le persone affette da nomofobia possono sperimentare sintomi simili a quelli dell’ansia, come sudorazione eccessiva, tachicardia, tremori e sensazioni di panico. Cause della Nomofobia Le cause della nomofobia possono variare da individuo a individuo, ma spesso sono correlate a fattori psicologici, sociali e tecnologici. La dipendenza dalla tecnologia e la paura di essere disconnessi dalla rete sociale possono contribuire alla nomofobia. Inoltre, l’uso eccessivo del telefono cellulare può creare una dipendenza psicologica, rendendo difficile per le persone separarsi dal proprio dispositivo. Impatti sulla salute mentale La nomofobia può avere gravi conseguenze sulla salute mentale e sul benessere emotivo delle persone. Coloro che ne soffrono possono sperimentare un aumento dello stress, della depressione e della solitudine. La dipendenza dal telefono cellulare può anche interferire con le relazioni interpersonali e con le attività quotidiane, compromettendo la qualità della vita. Strategie di gestione Affrontare la nomofobia richiede un approccio olistico che coinvolga sia interventi comportamentali che terapeutici. Alcune strategie utili includono: 1. Consapevolezza e auto-osservazione: il primo passo per affrontare la nomofobia è sviluppare consapevolezza sui propri schemi di utilizzo del telefono cellulare. Tenere un diario del proprio utilizzo può essere utile per individuare i momenti in cui si sperimenta ansia o disagio legati alla separazione dal dispositivo. Riconoscere i trigger che scatenano la dipendenza può aiutare a sviluppare strategie per affrontarli in modo più efficace.2. Limitazione dell’uso: una volta acquisita consapevolezza sui propri schemi di utilizzo, è importante stabilire limiti chiari sull’uso del telefono cellulare. Questo può includere impostare periodi di tempo senza dispositivi digitali, come durante i pasti, prima di andare a letto o durante le interazioni sociali faccia a faccia. Ridurre gradualmente il tempo trascorso sul telefono cellulare può aiutare a ridurre la dipendenza e a ripristinare un equilibrio nella vita quotidiana.3. Pratiche di autoregolazione: le pratiche di autoregolazione, come la meditazione, la mindfulness e la respirazione profonda, possono essere utili per ridurre l’ansia e il disagio associati alla separazione dal telefono cellulare. Queste tecniche aiutano a focalizzare l’attenzione sul momento presente e a sviluppare una maggiore consapevolezza dei propri pensieri e sentimenti, riducendo così la dipendenza dalla tecnologia.4. Supporto sociale: il sostegno sociale può svolgere un ruolo fondamentale nel gestire la nomofobia. Condividere le proprie preoccupazioni con amici, familiari o gruppi di supporto può fornire un’opportunità per ricevere incoraggiamento, comprensione e consigli su come affrontare la dipendenza tecnologica. Inoltre, coinvolgere altre persone in attività offline può aiutare a ridurre il desiderio di utilizzare il telefono cellulare in modo eccessivo.5. Supporto professionale: nel caso in cui la nomofobia abbia un impatto significativo sulla qualità della vita e sul benessere emotivo, è consigliabile cercare il supporto di uno psicologo o di un terapeuta specializzato nel trattamento delle dipendenze tecnologiche. Questi professionisti possono fornire un sostegno personalizzato e sviluppare un piano di trattamento mirato per affrontare la nomofobia in modo efficace. La nomofobia è una sfida sempre più diffusa nell’era digitale, ma è possibile affrontarla con consapevolezza, impegno e supporto adeguato. Imparare a gestire in modo sano l’uso del telefono cellulare e a mantenere un equilibrio tra la vita online e offline può favorire il benessere psicologico e migliorare la qualità della vita.
AFFRONTARE LA DIAGNOSI DI UN FIGLIO CON DISABILITÀ

La disabilità di un figlio è qualcosa di stravolgente. Emergono sentimenti di dolore, rabbia e tristezza. Ma anche senso di colpa, sconforto e paura. Come affrontare tutto ciò? Esistono diverse forme di disabilità che si differenziano per le aree compromesse, per la gravità delle difficoltà e per le ripercussioni che esse hanno sulla qualità della vita del bambino. In seguito alla comunicazione della diagnosi di disabilità di un bambino, le famiglie attraversano una serie di fasi caratterizzate da reazioni emotive differenti e da conseguenti modi di agire e affrontare la situazione. Il susseguirsi di fasi La prima fase è caratterizzata da shock. Questo stato genera un senso di impotenza e di confusione che non consente ai genitori di svolgere le normali attività quotidiane, e di capire quali siano i reali bisogni del bambino. La seconda fase è caratterizzata dalla negazione del problema. Il genitore rifiuta la diagnosi ricevuta e ricerca disperatamente svariati consulti nella speranza di trovare un professionista in grado di disconfermare la diagnosi del figlio. Nella terza fase si assiste ad un’ alternanza di emozioni. Da un lato il genitore sperimenta rabbia e collera, che il più delle volte proietta all’esterno. Dall’altro lato il genitore prova un profondo senso di vergogna e di colpa. La quarta fase, ha come esito l’adattamento alla realtà e l’accettazione, seppur dolorosa della malattia o disabilità del figlio. Il genitore oltre a prendere consapevolezza dei limiti del proprio bambino, riesce finalmente a comprendere le possibili risorse legate alla malattia del figlio. Si giunge finalmente all’accettazione del problema e all’elaborazione di un nuovo progetto di vita sia per sè che per il proprio bambino. Cosa succede dopo? La non accettazione della disabilità del proprio bambino può favorire inconsapevolmente la messa in atto di condotte dannose per il corretto sviluppo del bambino. In alcuni casi il genitore rifiuta la condizione del bambino, la minimizza e di conseguenza trascura i bisogni del bambino non aderendo al protocollo di trattamento indicato per il bambino; al contrario, in altri casi sono presenti ipercoinvolgimento e iperprotezione che portano ad isolare il bambino in un guscio protettivo. Infine, un’altra reazione possibile è l’iperstimolazione. Il genitore in questo caso sollecita e sprona il bambino in maniera eccessiva prima che sia pronto. Il genitore non solo non è in grado di definire il livello attuale dello sviluppo del suo bambino ma non è neanche in grado di determinare quale sia il suo livello potenziale e ciò porta il genitore a spingere il bambino verso apprendimenti non ancora adeguati al suo grado di sviluppo ottenendo ovviamente un esito negativo. L’ELABORAZIONE DEL LUTTO DEL BAMBINO PERFETTO I bambini con disabilità possono mostrare limitazioni nel movimento, nella parola, nella vista o nell’udito. Ma anche difficoltà a livello cognitivo. Oppure nelle abilità sociali. Le difficoltà possono presentarsi isolate, oppure riguardare diverse aree contemporaneamente. Alcune disabilità possono essere evidenti. Altre, invece, possono non essere riconosciute ad uno primo sguardo. Queste famiglie, però, sono accumunate nel difficile compito di dover affrontare la perdita del bambino perfetto, pensato e immaginato. Si tratta, infatti, di un vero e proprio lutto. Affrontare la diagnosi di un figlio con disabilità è il primo passo per riprendere in mano la propria vita e affrontarla con la giusta energia. L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE E DELLA RETE SOCIALE Un momento che assume un ruolo molto importante è la comunicazione della diagnosi. E’ importante una modalità empatica di chi comunica le informazioni. Ciò aiuta i genitori nell’affrontare la diagnosi di un figlio con disabilità. I genitori non devono essere lasciati soli in questo passaggio. Essi devono essere accompagnati nella comprensione della situazione, in maniera accogliente ed empatica. La presenza di una rete di sostegno è fondamentale. I rapporti familiari ed extrafamiliari hanno un ruolo centrale per sostenere la famiglia. Anche la qualità del rapporto coniugale incide in maniera cruciale. Qualora ci fosse difficoltà nell’accettazione è bene rivolgersi ad un professionista e chiedere un sostegno adeguato.
Affrontare i Pensieri Intrusivi: Una Guida Pratica

I pensieri intrusivi sono pensieri indesiderati e involontari che si manifestano nella mente in modo persistente e apparentemente senza motivo. Questi pensieri possono essere spiacevoli, angoscianti o inappropriati, causando disagio emotivo. Spesso, le persone si preoccupano di questi pensieri, temendo che riflettano la loro vera natura o che possano avere conseguenze negative. Ciò che caratterizza i pensieri intrusivi è la loro intrusività nella sfera mentale, poiché emergono senza essere invitati o voluti. Possono riguardare vari argomenti, come preoccupazioni, immagini o idee sgradevoli. Ad esempio, pensieri di natura ossessiva, compulsiva, o disturbante possono rientrare nella categoria dei pensieri intrusivi. Affrontare i pensieri intrusivi è un percorso individuale, ma con la giusta consapevolezza e approccio, è possibile mitigarne l’impatto sulla salute mentale. Innanzitutto, riconoscere che i pensieri intrusivi sono comuni e non riflettono necessariamente la realtà è un passo cruciale. Imparare a distanziarsi emotivamente da questi pensieri può ridurne il potere sulla nostra psiche. Tecniche efficaci per gestire i pensieri intrusivi Ecco alcune strategie: 1. Mindfulness: La pratica della mindfulness implica l’osservazione dei pensieri senza giudicarli. Questo aiuta a creare una distanza emotiva, permettendo di non identificarsi completamente con i pensieri intrusivi. 2. Ristrutturazione cognitiva: Questa tecnica coinvolge l’analisi critica dei pensieri negativi. Cerca di sfidare e modificare tali pensieri in modo più realistico e positivo, riducendo il loro impatto emotivo. 3. Accettazione: Accettare che i pensieri intrusivi siano una parte normale dell’esperienza umana può ridurre la loro potenza. Accettare non significa approvare, ma piuttosto riconoscere la loro presenza senza giudizio. 4. Esposizione graduale: Affrontare gradualmente le situazioni o i pensieri che scatenano i pensieri intrusivi può ridurne l’ansia associata nel tempo. Questa tecnica è spesso utilizzata in terapie come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC). 5. Distrazione positiva: Concentrarsi su attività piacevoli o impegnative può deviare l’attenzione dai pensieri intrusivi, offrendo un sollievo temporaneo. Bisogna sperimentare diverse tecniche per trovare quelle più adatte alle proprie esigenze. La combinazione di approcci può spesso risultare efficace nel gestire i pensieri intrusivi. Importante è capire che la presenza di pensieri intrusivi non indica necessariamente un problema mentale grave. Tuttavia, se questi pensieri diventano persistenti o causano significativo disagio, può essere utile cercare il supporto di un professionista della salute mentale per esplorare strategie di gestione e comprendere meglio la loro origine. Infine, la gestione dello stress e la cura di sé sono fondamentali. Una buona igiene del sonno, l’esercizio fisico regolare e le attività rilassanti possono contribuire a mantenere la mente in equilibrio, riducendo la frequenza e l’intensità dei pensieri intrusivi.
Affronta lo stress e potenzia l’apprendimento

.Per combattere lo stress, è importante organizzare le proprie attività e affrontare i compiti un passo alla volta. Evitare di rimandare è fondamentale per stare meglio e ottenere buoni risultati a scuola. La procrastinazione indica difficoltà nella gestione delle proprie azioni. Rimandare un compito o un’interrogazione significa perdere tempo prezioso, il che può avere un impatto negativo sullo studio e sui risultati.
Affetti ed effetti della cultura giovanile

Affetti e effetti della cultura giovanile
Aerofobia: Comprendere la Paura di Volare e Come Superarla

Hai mai provato una sensazione di ansia crescente alla sola idea di salire su un aereo? Se sì, non sei solo. L’aerofobia, la paura di volare, è una condizione che colpisce molte persone in tutto il mondo. Nonostante le statistiche ci dicano che l’aereo è uno dei mezzi di trasporto più sicuri, per chi soffre di questa fobia, il volo può sembrare un’impresa insormontabile. Ma cosa c’è dietro questa paura? E soprattutto, come possiamo affrontarla e superarla? Le Radici della Paura Le cause dell’aerofobia sono spesso complesse e multifattoriali, intrecciate con vari aspetti psicologici. Una delle più comuni è l’esperienza traumatica. Secondo la teoria del condizionamento classico di Pavlov, un’esperienza negativa associata a un volo può creare un’associazione duratura tra l’aereo e la paura. Immagina di essere su un volo che improvvisamente entra in una turbolenza intensa. Anche se non succede nulla di grave, l’esperienza può lasciare un’impressione duratura, trasformandosi in una paura persistente di volare. A volte, anche solo vedere notizie di incidenti aerei può innescare questa paura. Poi c’è la paura dell’ignoto. Secondo la psicologia cognitiva, la mancanza di conoscenza e controllo può alimentare l’ansia. Volare implica affidarsi a un macchinario complesso che molti di noi non comprendono appieno. Non poter vedere cosa succede nel cockpit o capire come l’aereo rimane in aria può alimentare l’ansia. E non dimentichiamo la claustrofobia: essere intrappolati in uno spazio ristretto per ore può essere molto stressante per alcuni. Infine, la paura delle altezze (acrofobia) può giocare un ruolo significativo. La consapevolezza di essere a migliaia di metri dal suolo può far venire i brividi. E per chi soffre di ansia generalizzata, il volo può sembrare particolarmente intimidatorio, amplificando le paure esistenti. Sintomi e Manifestazioni I sintomi dell’aerofobia possono variare da lievi a severi e includono sia manifestazioni fisiche che psicologiche. Alcune persone avvertono ansia intensa già settimane prima del volo. Questo fenomeno è legato alla risposta anticipatoria dell’ansia, un concetto ben documentato nella psicologia clinica. La notte prima di partire, potrebbero fare fatica a dormire, preoccupati per quello che li attende. Durante il volo, l’ansia può trasformarsi in veri e propri attacchi di panico, con sudorazione, palpitazioni e una sensazione di soffocamento. Questi episodi possono essere così gravi da far sentire la persona come se stesse per morire o perdere il controllo. Per evitare questi sintomi, molte persone adottano comportamenti di evitamento. Evitano di volare a tutti i costi, trovando scuse per non prendere l’aereo o scegliendo altri mezzi di trasporto, anche se meno convenienti. Questo comportamento, però, può limitare significativamente la loro vita personale e professionale. L’Impatto sulla Vita Quotidiana L’aerofobia può influenzare profondamente la vita quotidiana, limitando le possibilità di viaggio e causando stress e disagio. La teoria dell’evitamento dell’ansia spiega come l’evitamento di situazioni ansiogene, come il volo, possa inizialmente ridurre l’ansia, ma a lungo termine mantiene e rafforza la paura. Immagina di essere invitato al matrimonio di un caro amico che vive all’estero, ma di non poter andare perché la paura di volare è troppo forte. O pensa a un’opportunità di lavoro che richiede viaggi frequenti, che sei costretto a rifiutare. L’aerofobia può isolarti, privandoti di esperienze arricchenti e opportunità di crescita. Le relazioni personali possono soffrire. Amici e familiari potrebbero non capire la tua paura, causando tensioni e sentimenti di isolamento. “Perché non puoi semplicemente superarla?” potrebbero chiederti. Ma come ben sai, non è così semplice. Strategie per Superare la Paura Fortunatamente, esistono diverse strategie per affrontare e superare l’aerofobia, molte delle quali sono ben supportate dalla ricerca psicologica. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è uno degli approcci più efficaci. Questa terapia ti aiuta a identificare e modificare i pensieri negativi che alimentano la tua paura. Attraverso esercizi di esposizione graduale e tecniche di rilassamento, la CBT può ridurre significativamente l’ansia legata al volo. Parlando di esposizione graduale, iniziare con piccoli passi può fare una grande differenza. Potresti iniziare guardando video di voli, poi visitando un aeroporto, e infine salendo su un aereo parcheggiato. Ogni passo ti avvicina un po’ di più a sentirti a tuo agio con l’idea di volare. Questo metodo è basato sulla desensibilizzazione sistematica, una tecnica comportamentale che mira a ridurre gradualmente la risposta fobica. Le tecniche di rilassamento come la respirazione profonda, la meditazione e la mindfulness sono strumenti potenti per gestire l’ansia. Queste tecniche aiutano a calmare la mente e il corpo, riducendo la tensione e promuovendo uno stato di rilassamento. La mindfulness, in particolare, insegna a focalizzarsi sul momento presente, riducendo il rimuginare ansioso. Conoscere meglio il funzionamento degli aerei può anche aiutarti. Comprendere come un aereo rimane in aria e sapere che i piloti sono altamente addestrati può ridurre la sensazione di impotenza. Questa conoscenza può agire come un “cuscinetto” contro l’ansia, fornendo una base razionale per contrastare i pensieri catastrofici. In alcuni casi, i medici possono prescrivere farmaci ansiolitici per aiutare a gestire i sintomi acuti dell’aerofobia. Questi farmaci possono essere utili per chi deve affrontare un volo imminente e ha bisogno di un sollievo immediato. Tuttavia, è importante utilizzarli sotto stretta supervisione medica e considerare che sono una soluzione a breve termine. L’aerofobia è una paura comune, ma superabile. Con il giusto approccio e il supporto adeguato, è possibile trasformare questa paura in una sfida superata. Se soffri di aerofobia, considera di consultare un professionista della salute mentale per esplorare le opzioni di trattamento disponibili. Volare può aprire nuove porte e offrire esperienze uniche, e superare questa paura può migliorare significativamente la tua qualità della vita. Superare l’aerofobia può sembrare un’impresa ardua, ma con il giusto approccio e il supporto, è possibile trasformare questa paura in una sfida superata. Affrontare e vincere la paura di volare può aprire nuove possibilità e migliorare notevolmente la tua vita.
Adozioni Speciali: il Caso di Luca Trapanese

La legge italiana sulle adozioni è ferma al 1983 e fa ancora differenze tra cittadini (e bambini) di serie A e di serie B. L’articolo 44 della legge 184/1983 stabilisce infatti per un single la possibilità di adottare un figlio solo in tre casi: qualora fra lui e il bambino esista un legame di parentela o un rapporto prolungato; quando non vengano individuate coppie idonee (caso più unico che raro); quando il bimbo, orfano, è condizioni di disabilità. La riflessione che mi viene da fare è che se una persona singola può prendersi cura di un bimbo disabile, con tutte le problematiche che tale situazione comporta, perché i nostri legislatori non apportano una modifica alla legge attuale dando la possibilità ai single di poter adottare anche bambini senza disabilità? Più di trenta famiglie hanno detto no perché affetta da sindrome di down. Più di trenta coppie ‘tradizionali’ hanno rifiutato Alba perché spaventati all’idea di crescere una figlia con handicap. L’amore e il desiderio di diventare genitori non hanno prevalso di fronte alla consapevolezza che essere genitori di un bambino disabile significa dover affrontare un viaggio lungo una intera vita in totale solitudine perché lo stato è per lo più assente, perché si fatica ancora tanto ad accogliere ‘il diverso’. Tuttavia, la storia di Alba ha avuto un lieto fine. Il suo cammino ha incontrato quello di Luca Trapanese che ,dopo un lungo percorso , è diventato il suo papà adottivo e ha raccontato la loro storia in un libro intitolato NATA PER TE, scritto insieme a Luca Mercadante . Oggi Luca, il papà di Alba, si batte costantemente affinché la legge italiana sull’ adozione possa essere modificata, consentendo anche ai single, indipendentemente dall’ orientamento sessuale, di adottare bambini abili o disabili, valorizzando il loro desiderio di amare e di diventare genitori.
ADOLESCENZA, IMPULSO E PASSIONE

una riflessione su agiti suicidari in adolescenza di Maurizio Tremaroli Sono un genitore prima che un terapeuta, ogni ragazzo che seguo è un po’ anche un figlio. Alla mia età ho maggior consapevolezza, ricordo cosa significa essere adolescenti, e mi accorgo che il mio modo di pensare di oggi è ciò che a quell’età detestavo. Ora comprendo come la distanza comunicativa sia insita nelle cose, perché l’adulto ha ormai modellato i suoi pensieri, dimenticando l’eccesso di un tempo, e l’adolescente non ha ancora imparato a contenere le spinte vitali, per poterle incanalarle in modo proficuo. Meglio accettare l’incomunicabilità per potersi aprirsi alla comprensione. La necessità di comprendere diventa urgenza quando la tragedia, come un improvviso fulmine nella calura estiva, squarcia la quiete di una tranquilla mattina assolata. Non una lontana notizia di cronaca, una passeggera perturbazione presto dimenticata, ma il doloroso bruciore dell’ustione che ferisce e tormenta alungo. Una adolescente di cui avevo intuito speranze e timori incrociandone casualmente l’esistenza, con un gesto irreversibile aveva gettato via ogni speranza di futuro, nel suo momento presente di lacerante disagio. Il fantasma della ragazza è rimasto a lungo nella mia mente. Al dolore, diluito dalla distanza e dal tempo, mescolato a impotenza e ideazione salvifica, è subentrato il bisogno di capire e di perdonare, di piangere per l’esito per comprenderne l’intento. Non credo al nichilismo, né all’istinto di morte; l’adolescente è affamato di vita, di esperienze e di amore. Rincorre la felicità , sfidando anche l’abisso, schiacciato dall’urgenza che le spinte emotive imprimono al suo esplorare. Ogni esistenza è un susseguirsi di fasi invariabili: un inizio, definito dal concepimento o dalla nascita, una fase di trasformazione, nella quale far maturare le potenzialità latenti, una fase di decadimento e fine. La vita è un processo evolutivo, un percorso nella dimensione del tempo, lungo cui si dipana la potenzialità biologica scritta nel codice genetico, alimenta dall’ambiente prossimo. Se il codice genetico che definisce ogni nuova esistenza è scritto nei frammenti univoci di una successione di nucleotidi, la sua essenza concreta sarà progressivamente modellata dalla qualità del nutrimento. Le forme di vita complessa hanno processi di sviluppo lunghi, che necessitano di molte attenzioni; mentre alimentiamo l’apparato biologico, stiamo anche contribuendo a scrivere i codici di programmazione con cui l’individuo modellerà le sue reti neuronali, con le quali elaborare la mole di stimoli originati da sensazioni interne e da segnali che arrivano dall’ambiente circostante. Alla nascita i bisogni di un essere umano sono ben definiti: protezione, nutrimento e calore. Nel corso dello sviluppo e più avanti nell’arco della vita, ognuno si modella all’ambiente nel quale vive, nel contempo lo modifica per renderlo più adeguato alle sue personali esigenze, in un processo di costante aggiustamento e di ricerca di equilibrio; una di maturazione personale che rende ogni individuo un essere unico ed insostitibile. Tanta parte di quell’unicità è frutto di un accudimento che, soddisfacendo i bisogni primari, ha contribuito a modellare nell’immediato e in ogni futura interazione le aspettative dell’individuo rispetto alle figure con cui entrerà in relazione, fornendogli contemporaneamente anche la padronanza per riconoscere e modulare i picchi della sua emotività.La traiettoria e la velocità a cui percorriamo l’esistenza possono variare, potenza del libero arbitrio, ma ladirezione è uguale per tutti. Come per il destino di un oggetto che viene scagliato lontano, il percorso di vita è un movimento curvilineo di cui conosciamo il punto di inizio e di cui riusciamo a stimare il punto di arrivo, sapendo che potrebbe trovare imprevisti ostacoli o fortuiti rimbalzi a modificarne il termine.Il nostro percorso però non è così regolare come quello di un oggetto inanimato a cui imprimiamo un’accelerazione. La vita è caratterizzata da balzi evolutivi a cui non ci possiamo sottrarre, che in alcuni periodi dello sviluppo accellerano le trasformazioni maturative e ci portano rapidamente ad un più alto livello di funzionamento.Il più problematico tra i balzi evolutivi è la transizione dalla fanciullezza all’età adulta: l’adolescenza, l’ultima fase di crescita verso la completa maturazione fisica. Un lungo periodo caratterizzato da profonde trasformazioni somatiche e psichiche, a rendere più complessa la ricerca di equilibrio tra la gestione delle emozioni e la ricerca del proprio spazio sociale. Il raggiungimento della maturità riproduttiva, le capacità della mente di formulare pensieri astratti, rendono il ragazzo un individuo formalmente maturo, con una reattività emotiva intensa. Tuttavia, nel contesto sociale odierno, l’adolescente è confinato in una terra di mezzo, né fanciullo né adulto, a causa del lungo percorso di formazione necessario ad affrontare la complessità odierna e dalla difficoltà ad acquisire autonomia economica.Diventati adulti dimentichiamo le tempeste emotive di quel periodo, facciamo fatica a comprendere le tensioni, gli eccessi e le difficoltà dei nostri figli adolescenti. Siamo consapevoli di non capirli e di non essere capiti. È necessario correggere l’approccio, reimparare a leggere le loro emozioni, cercare una comunicazione possibile, che sappia essere traslata dal piano verticale, adulto-minore, a quella orizzontale, paritetica, individuo-individuo. L’accelerazione nei mutamenti intergenerazionali rispetto ai valori, alle esigenze, ai codici comunicativi, ha creato un muro di incomunicabilità enorme, ma anche, nell’adolescente, uno sconfinato bisogno di comprensione che non sappiamo leggere né assecondare. Le pulsioni giovanili quando emergono trovano un mondo degli adulti disilluso e privo di certezze, non in grado di delimitare gli argini etici e relazionali dell’agire sociale. Purtroppo il mancato contenimento diventa a volte dramma, a causa di agiti sempre più dirompenti, che si manifestano in forma diaggressione o di autolesione. Proviamo a guardare all’adolescenza, valorizzandone le pulsioni vitali, come all’età del cuore, ad indicare come coraggio, audacia, generosità, amore, incoscienza siano gli attributi che spesso emergononei giovani adulti; accettando che a volte possono essere vittime del loro stesso entusiasmo, dell’eccessodi sicurezza o dello sconforto che segue le prime sconfitte. Noi adulti dobbiamo essere ben attenti a difendere e valorizzare questo coraggio, che da sempre è la linfavitale del progresso della Società. Con il pieno ingresso nella maturità purtroppo si entra nell’età dominatadall’egoismo, alla generosità disinteressata si sostituisce il freddo opportunismo.Ma l’età del cuore è anche una corsa nel buio. Le prospettive cambiano improvvisamente, le emozionisono