Violenza Ostetrica: Cos’è e Come difendersi

Il termine “violenza ostetrica” fa riferimento agli abusi subiti dalle donne nell’ambito delle cure ostetrico-ginecologiche: non viene agita solo dalle ostetriche, ma anche da ginecologi, infermieri o altri professionisti sanitari. Nella violenza ostetrica rientrano quindi tutte quelle pratiche di intervento non motivate da una reale esigenza clinica: atteggiamenti denigratori, pericolose manovre sulla pancia, attesa per ore in reparto senza assistenza, impossibilità di avere un’adeguata terapia per il dolore, cesareo senza consenso, interventi chirurgici non necessari. Il parto è un’esperienza intensa e importante, che molte donne definiscono trasformativa e fondante. Sicuramente è un’esperienza personale, unica, che ogni donna ha il diritto di vivere secondo il proprio modo di essere e di sentire. Per esempio alcune donne vorrebbero l’epidurale, altre il parto in acqua, o in casa, o in ospedale e tanto altro ancora. Per questo motivo i genitori dedicano molta attenzione e tempo alla scelta del luogo del parto. Il fatto che alcuni percorsi ospedalieri non prestino alcuna attenzione ai bisogni e alla volontà della donna, imponendole per esempio la posizione da assumere durante il travaglio e il parto, può provocare un effetto dannoso sulla salute di madre e neonato. In Italia ancora oggi manca una legge specifica sulla violenza ostetrica. L’11 marzo 2016 il deputato Adriano Zaccagnini ha depositato la proposta di legge “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”. Per supportare l’iter legislativo per la campagna #bastatacere, che ha raccolto centinaia di testimonianze di donne che hanno vissuto violenze durante il parto. Successivamente é nato l’Osservatorio sulla violenza ostetrica, che ancora oggi ha l’obiettivo di raccogliere i dati sull’abuso e la mancanza di rispetto nelle strutture ospedaliere e sensibilizzare il pubblico e le istituzioni sul tema. Denunciare la violenza ostetrica è ancora complesso, perchè spesso non ci sono prove dell’accaduto, e inoltre intraprendere una causa implica alti costi e un certo coinvolgimento emotivo, per donne che spesso vorrebbero solo dimenticare l’accaduto. L’Osservatorio italiano sulla violenza ostetrica per questo chiede di potenziare i meccanismi di segnalazione interni agli ospedali e istituire sistemi di feedback del personale e delle utenti. Comunque, la responsabilità della violenza ostetrica non è solo dei singoli operatori sanitari: le condizioni di lavoro stressanti, la mancanza di personale e la carenza di formazione peggiorano il problema. Comunque oggi qualcosa sta cambiando, e diverse strutture sanitarie si stanno orientando verso una maggiore naturalità del parto. Nei consultori di diverse regioni, a seguire le donne con gravidanze fisiologiche sono le ostetriche e non più i ginecologi, e solo se subentra una patologia viene coinvolto un medico. Anche l’approccio del personale è sempre più attento alla sfera emotiva e psicologica della donna.
Violenza di genere, giovani e ricerca psicologica

La ricerca in psicologia ha evidenziato sia la prevalenza della violenza di genere tra i giovani di tutto il mondo sia l’impatto negativo che essa ha sulla salute mentale e fisica delle vittime. Nell’ultimo periodo, episodi di cronaca hanno spostato l’attenzione sempre più sulla violenza sulle donne e sulle giovani ragazze messe in atto da uomini giovani, anzi giovanissimi. Diventa così ancora più urgente analizzare e comprendere il fenomeno, al fine di intervenire in maniera efficace e mettere in atto interventi effettivi e sistematici. Dati e obiettivi riguardo la violenza di genere L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite in relazione allo sviluppo sostenibile ha condiviso 17 obiettivi fondamentali per promuovere lo sviluppo e proteggere il pianeta. Uno di questi obiettivi, il numero cinque, si concentra sull’uguaglianza di genere e uno degli aspetti principali per raggiungere l’obiettivo è prevenire la violenza di genere. Nel report del 2023 viene riportato come “negli ultimi vent’anni, nonostante la crescente consapevolezza globale e le prove sull’efficacia delle strategie di prevenzione, i progressi nella riduzione della violenza sulle donne e le ragazze negli ultimi due decenni sono stati inadeguati. A livello globale, nel 2000, il 35% delle donne in una relazione con un partner, di età compresa tra i 15 e i 49 anni, aveva subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner o ex partner maschio nel corso della propria vita, mentre il 16% aveva subito questa forma di violenza negli ultimi 12 mesi. Nel 2018, queste cifre erano scese al 31% delle donne per la prevalenza una tantum e al 13% per la prevalenza nell’ultimo anno, ma rimane il dato che una donna su cinque tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner e che sono attualmente 49 i Paesi in cui non esiste una legge che tutela le donne da questo tipo di violenza. Inoltre, negli ultimi anni, le prove esistenti suggeriscono che la violenza contro le donne è stata esacerbata dalla pandemia”. È quindi un problema reale e quanto mai urgente. Il superamento della violenza di genere è una preoccupazione sociale globale che richiede soluzioni immediate ed efficaci. La ricerca psicologica riguardo la violenza sulle donne La ricerca in psicologia è stata e continua ad essere fondamentale per aiutarci ad affrontare la violenza di genere in tutto il mondo, in termini di stabilirne la prevalenza e sviluppare interventi di prevenzione. Grazie alle prove fornite dalla ricerca psicologica, sappiamo che la violenza di genere è un problema globale (Divisione Statistica delle Nazioni Unite, 2015) che colpisce donne di età diverse, provenienti da tutti i contesti socio-economici; inoltre, avviene sia nei rapporti stabili che in quelli sporadici. Uno dei primi studi che ha analizzato i dati sulla prevalenza della violenza da parte di un partner (intimate partner violence, IPV) su un campione di adolescenti e giovani donne in nove paesi, ha rilevato che le giovani donne hanno un rischio maggiore di subire IPV rispetto alle donne più anziane (Stöckl et al., 2014). L’entità di questo problema negli adolescenti è considerata allarmante. A livello psicologico, la ricerca ha riportato un rischio più elevato che le donne vittime di violenza manifestino sintomi di depressione, ansia e ideazione suicidaria, tra gli altri disturbi. Tra le conseguenze più comuni in termini di disturbi o problematiche comportamentali si riscontrano comportamenti non salutari come l’abuso di tabacco, droghe e alcol o lo sviluppo di disturbi alimentari (Racionero-Plaza et al., 2020). La ricerca è stata fondamentale anche nel sottolineare i fattori di rischio correlati ad una maggiore possibilità di essere vittima di violenza di genere, come l’influenza dei pari, l’abuso di sostanze, l’adattamento psicologico e l’atteggiamento nei confronti della violenza. Altre ricerche interdisciplinari hanno dimostrato come la socializzazione che avviene attorno ad un discorso coercitivo dominante secondo cui i maschi con atteggiamenti e comportamenti violenti sono presentati come sessualmente più attraenti, è anche una delle cause della violenza di genere tra gli adolescenti. Tale discorso coercitivo dominante è ampiamente diffuso dai media, dai gruppi di pari e da altri agenti di socializzazione (Stöckl et al., 2014). Tuttavia, nuove interazioni ed esperienze sociali possono portare verso l’apprendimento di nuovi modelli di attrazione in grado di indebolire il legame tra violenza e attrattiva e lo sviluppo di nuovi modelli mentali e affettivi in cui l’attrazione è associata al dialogo e al rispetto (Racionero-Plaza et al., 2020). Gli interventi preventivi, per essere più efficaci, devono aver luogo negli ambienti di socializzazione degli adolescenti, soprattutto la scuola e la comunità, devono coinvolgere adulti che hanno un ruolo chiave nella loro crescita, come insegnanti, genitori o altri membri della comunità. Poiché “la responsabilità di combattere la violenza contro le donne è collettiva, anche la risposta deve essere collettiva” (Wagner e Magnusson, 2005). Pertanto, durante l’infanzia e l’adolescenza, i contesti educativi sono spazi ideali in cui agire preventivamente. La ricerca in psicologia ha mostrato come l’adolescenza sia lo stadio di sviluppo in cui risulta più efficace un lavoro preventivo sulla violenza di genere. L’adolescenza e la preadolescenza rappresentano il periodo in cui si stabiliscono le prime relazioni affettive e quelle prime esperienze diventeranno la base per il successivo sviluppo di relazioni sane o meno. Inoltre, è nell’adolescenza che la differenziazione dei ruoli di genere si rafforza, modificando il modo di agire nei confronti dell’altro sesso e nelle relazioni. Proprio per questi motivi, interventi destinati ad adolescenti rappresentano una grande opportunità per lavorare sulla promozione di atteggiamenti volti a prevenire la violenza di genere (Racionero-Plaza et al., 2020). I programmi preventivi che intervengono su come i giovani agiscono nei confronti della violenza di genere e comprendono il fenomeno devono diventare una priorità a livello educativo, sociale e culturale. Sono necessari interventi relativi all’educazione all’affettività, alla comprensione e alla valorizzazione della diversità, all’inclusione, all’accettazione e alla comprensione dell’altro. Tutto ciò con il fine di fornire strumenti che consentano ai giovani di essere più critici nei confronti della violenza e di comprenderne conseguenze e ricadute su di sé, sugli altri e sulla società tutta. Bibliografia United Nations: Gender
VIOLENZA CONTRO GLI OPERATORI SANITARI: RIFLESSIONI SUL FENOMENO

di Cinzia Saponara PREMESSANell’ambito dei programmi di prevenzione, gli operatori sanitari devono poter ricevere una formazione sui rischi specifici connessi con l’attività svolta, inclusi i metodi di riconoscimento di segnali di pericolo o di situazioni che possono condurre ad aggressione e di metodologie per gestire i pazienti potenzialmente aggressivi e violenti. Ci sono alcuni interventi che si sono rivelati più efficaci, presentati da numerose Linee guida, che vengono insegnati durante i training di formazione: “Le tecniche di De-escalation”, sono fondate sul riconoscimento che alla base degli atti di aggressività vi è un’attivazione psicofisiologica (arousal) che comporta cambiamenti somatici e psicologici primariamente cognitivi, che si producono in relazione alla percezione di una minaccia. Si utilizzano tecniche di comunicazione, verbale e non, atte a modulare gli stimoli positivi e quelli avversativi, con interventi di desensibilizzazione progressivamente volti a ridurre e contenere lo sviluppo naturale del ciclo dell’aggressività.Aggressività è una parola multidimensionale, o parola valigia. La sua complessità la si può ritrovare nella radice etimologica, la parola deriva dal latino AD GRADIOR, il verbo Gradior indica non solo attaccare ma anche un andare verso, anche la preposizione AD significa contro ma anche verso, allo scopo di. Questi molteplici significati sottolineano non solo l’intento di aggredire ma anche la possibilità di intraprendere un’azione e di raggiungere un obiettivo. La Violenza, invece, può essere definita come un atto, un agito contro l’altro con l’intenzione di provocare un danno estremo. Esistono svariate Teorie del Comportamento Aggressivo, che possono essere divise in quattro grandi gruppi:· Teorie biologiche, focalizzano l’attenzione sui correlati anatomici, biologici e fisiologici del comportamento aggressivo: Amigdala, serotonina, testosterone.· Teoria delle pulsioni e degli istinti espresse dall’Etologia e dalla Psicoanalisi, che considerano l’aggressività un istinto presente nell’individuo fin dalla nascita, I comportamenti aggressivi sono funzionali alla sopravvivenza individuale ed al mantenimento della specie. Sia l’approccio freudiano che quello etologico considerano dunque l’aggressività come “naturale” ed inevitabile.· La Teoria Comportamentale vede l’ipotesi frustrazioneaggressività (Dollar,1939), ovvero ogni situazione che ostacola la tendenza dell’individuo a raggiungere un obiettivo, diventa origine di aggressività e provoca una sequenza comportamentale la cui risposta è un’offesa di solito rivolta verso l’oggetto ritenuto causa dell’impedimento.· La Teoria dell’apprendimento sociale (Bandura, 1973): l’aggressività può essere il prodotto della frustrazione solo se sin da bambini essa è stata appresa come risposta ad un aumento della tensione. Si ipotizza che il comportamento aggressivo venga acquisito attraverso l’imitazione di modelli parentali, dei coetanei, della televisione. Le tecniche di DE escalation hanno come matrice di riferimento il Modello Teorico Cognitivo Comportamentale, i vantaggi di questo modello sono:o Non stigmatizza l’aggressore;o Sottolinea la soglia di tolleranza individuale ai fattori trigger1;o Si focalizza sulla comprensione dei significati alla base del comportamento aggressivo;o Consente, attraverso il tempestivo riconoscimento dei segnali tipici della De escalation, di bloccare l’evolversi del comportamento aggressivo;o Mettere in atto comportamenti e strategie che promuovono la sicurezza e riducono le conseguenze del comportamento aggressivo;o Non è rilevante chi ha torto o ragione, si è tutti vincitori quando nessuno si fa male. L’unico obiettivo è la sicurezza. Il ciclo dell’aggressività si compone di 5 fasi (le fasi 1 e 2 sono quelle della peraggressione), per ciascuna delle quali vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento, che devono essere tempestive. Fattore scatenante, stimolo (reale o presunto) considerato minaccioso, che può innescare una spirale di violenza. Per ciascuna di queste fasi vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento che devono essere tempestive• In fase di PREAGGRESSIONE bisogna:Osservare la presenza di segni prodromici, fare una rapida valutazione del rischio e prendere decisioni rapide;Affrontare la situazione contigente o con la tecnica del Time out o con le Tecniche di DE Escalation.Il primo obiettivo deve essere quello di ridurre il livello della tensione in modo che sia possibile un minimo di dialogo. FASE 1 del Trigger = fattore scatenante, il ciclo inizia con un primo scostamento dal baseline psicoemotivo della condizione ordinaria.Comportamenti verbali e espressivi (mimici e comportamentali) rendono percepibile l’avvio del processo come uno stato di attivazione ed allerta. I fattori a cui il trigger è legato sono: – SPECIFICI: caratteristiche individuali dell’aggressore, disinibizione indotta dall’assunzione di sostanze, presenza di fattori di provocazione, CONTESTO: clima di tensione, atteggiamento degli operatori sanitari, attese prolungate, ELEMENTI STRUTTURALI: spazi privi di privacy , ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO è riconoscere e rimuovere il trigger, isolare la persona in ambiente neutro, con minori stimoli. FASE 2 della Escalation si manifesta con un aumento dello stato di agitazione psicomotoria con minacce ad alta voce, eloquio scurrile, gesticolazione vivace contro oggetti, arredamento o persone. Per gestire tali segnali premonitori e condurre ad azioni di de-escalation è necessario innescare uno stato di allerta volto a garantire la sicurezza del personale e di tutti i presenti per scongiurare le conseguenze di un eventuale atto violento improvviso.ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO Talk down: utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. FASE CRITICA FASE 3 Acting-out inteso come “rottura dell’equilibrio” sia a livello individuale (equilibrio tra forze interne e difese dell’Io), che relazionale con gli altri (equilibrio fino a quel momento relativamente stabile). ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. Quando le tecniche di de-escalation falliscono e il ciclo dell’aggressione raggiunge la fase critica, l’attenzione del personale sanitario deve essere focalizzata alla sicurezza e mirata alla riduzione delle conseguenze dell’atto violento. FASE 4 DEL RECUPERO POST CRISI In questa fase vi è una riduzione dello stato di agitazione, ma alta
Vincere il gioco!

Così come ufficialmente riconosciuto dall’American Psychiatric Association (APA) fin dal 1980, il gioco d’azzardo può connotarsi come un vero e proprio disturbo sfociando in forme di dipendenza (gioco d’azzardo patologico) o comportamenti a rischio (gioco d’azzardo problematico). Negli anni si sono susseguite varie definizioni di ludopatia, fino ad arrivare alla denominazione di “Disturbo da Gioco d’Azzardo”, che viene ad essere collocato nella categoria delle dipendenze (APA – DSM V 2013). L’ICD-10 (International Classification Disease) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha inserito tra i “disturbi delle abitudini e degli impulsi”. La sua diffusione negli anni è cresciuta a dismisura. I soggetti prevalentemente a rischio sono gli adolescenti. Per quel che riguarda il coinvolgimento degli adolescenti nel gioco d’azzardo, dallo studio ESPAD®2014 risulta che in Italia poco meno della metà (46,7%) degli studenti di 15-19 anni ha giocato almeno una volta somme di denaro e secondo il dipartimento delle Politiche antidroga, nella fascia d’età dai 15 ai 19 anni, circa il 10% delle ragazze e più del 20% dei ragazzi mostra comportamenti problematici nell’ambito della dipendenza da gioco. Una piccola distinzione Una connotazione a livello semantico va a differenziare i termini di “ludopatia” e “Gioco d’Azzardo Patologico”. Ludopatia è un termine inventato dall’industria del gioco, non riconosciuto a livello internazionale perché l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e le organizzazioni internazionali sanitarie che si occupano di questo fenomeno, utilizzano il termine Gioco d’Azzardo Patologico (GAP). Quindi sarebbe bene parlare di GAP perché avremmo lo stesso linguaggio riconosciuto dagli altri Paesi, oltre a poter definire con più chiarezza il fatto che il gioco d’azzardo è quello patologico, non è il gioco in sè. Il gioco, infatti, è libera espressione della creatività e delle emozioni, è un’oasi di gioia, è lo strumento di crescita per eccellenza. Non si smette mai davvero di “giocare”, per tutto l’arco della vita. All’interno del termine ludopatia questa distinzione scompare, a vantaggio delle industrie del gioco perché in qualche modo rende meno stigmatizzabile il disturbo. In linea di massima il contesto scolastico è “spettatore” di tali comportamenti e di conseguenza le figure di riferimento hanno il dovere di contrastare la potenza del fenomeno. Come ridurre questi comportamenti? Agire sulla conoscenza e sulla consapevolezza rispetto al gioco d’azzardo e ai rischi ad esso connessi, è uno degli obiettivi principali da porsi. Come farlo? attraverso l’utilizzo di una metodologia che prevede il coinvolgimento e la partecipazione attiva degli studenti in un apprendimento dall’esperienza che si fa attivatore e veicolo di processi trasformativi. Spesso, infatti, capita che il ludopatico si illuda di cambiare abitudini che ha mantenuto per tutta la vita al fine di convincersi che potrebbe risolvere il proprio problema, attivando quindi un locus of control esterno. In tal senso, dunque, può capitare che lo studente tenda a cambiare spesso scuola, o addirittura classe, di cambiare le sue abitudini sportive, di costringere addirittura la famiglia a trasferirsi altrove. Come non farsi vincere dal gioco L’idea di fondo è quella di portare il “gioco responsabile” nelle scuole promuovendo il messaggio che “la misura è il modo migliore per giocare divertendosi”. Si potrebbe innanzitutto pensare di sensibilizzare i ragazzi non ancora maggiorenni sui rischi del Gioco Patologico, in particolar modo facendo “rete” con le istituzioni scolastiche ed i centri sportivi per generare in ognuno una “coscienza” del gioco legale e responsabile, facendo sì che ciascuno possa diventare un adulto in grado di comprendere che la misura è la migliore soluzione per giocare divertendosi ed evitare pericolose conseguenze. Bibliografia Battistelli F., “Sicurezza, sicurezze”, in Battistelli F., La fabbrica della sicurezza, Angeli, Milano, 2008 Bauman Z., La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999. Beck U., La società globale del rischio, Asterios Editore, Trieste 2001 Douglas M., Risk Acceptability According to the Social Sciences, New York, Russel Sage Foundation; trad. it. Come percepiamo il pericolo. Antropologia del rischio, Feltrinelli, Milano, 1991 Lavanco G., Varveri L., Psicologia del gioco d’azzardo e della scommessa : prevenzione, diagnosi, metodi di lavoro nei servizi, Carocci Faber, Roma, 2006 Lavanco G. (a cura di), GAP: il Gioco d’Azzardo Patologico. Orientamenti per la prevenzione e la cura, Pacini Editore, Pisa, 2013
VIDEOGAMES E IDENTITÀ: QUALE RELAZIONE?

di Nicola Conti I videogames costituiscono una incredibile opportunità di immedesimarsi in personaggi di vario genere: supereroi, dei, mostri e così via. Ciò che appare stupefacente è la reale possibilità psicologica di sperimentarsi in vesti differenti. Non è una scoperta odierna il fatto che i videogiocatori si identifichino con i personaggi dei loro videogiochi preferiti. Ciò accade anche durante la visione di pellicole cinematografiche, serie TV e anche nella lettura di un buon libro. Le emozioni vissute da una persona durante l’utilizzo dei videogames, grazie alla trama, alle caratteristiche psicologiche dei personaggi e protagonisti e alla grafica, vengono incanalate e si amplificano come in una cassa di risonanza virtuale, producendo movimenti intrapsichici in grado di creare trasformazioni. In sostanza all’interno del mondo videoludico è messo fortemente in gioco il costrutto di identità. Secondo James Paul Gee (2007) vi sono tre tipologie di identità: un’identità nel mondo reale, un’identità virtuale ed un’identità proiettiva. L’identità reale interagisce e si relaziona con le altre, creando una complessità psicologica difficile da immaginare. L’identità nel mondo reale corrisponde al videogiocatore in quanto persona presente all’interno di una realtà analogica, quella di tutti i giorni. In riferimento a questa dimensione identitaria, sfociano una serie di tratti e dettagli che concorrono a complessificare e arricchire l’immagine del soggetto (il sesso, la nazionalità, l’altezza, segni particolari e così via). Questi elementi concorrono ad una definizione specifica e particolare della persona. Tali tratti e dettagli entrano fortemente in gioco all’interno della dimensione videoludica, per esempio nella creazione di un avatar. La seconda tipologia di identità viene definita virtuale e corrisponde all’identità che il soggetto adotta in base al personaggio utilizzato all’interno del videogame. Identità reale e virtuale viaggiano sullo stesso binario visto che condividono simultaneamente i successi o i fallimenti ottenuti attraverso i videogiochi. La terza e ultima tipologia identitaria coincide con l’identità proiettiva. In questo ultimo caso ciò che risulta fondamentale è indagare la relazione tra il sé reale e il personaggio virtuale. L’identità proiettiva possiede due dimensioni. La prima riguarda la possibilità di proiettare sul proprio avatar digitale desideri, emozioni e valori. La seconda dimensione invece ha a che fare con l’azione. In questo senso l’avatar diventa l’incarnazione stessa del proprio agire, in uno spazio e in un tempo ben definiti dalla cornice videoludica e dalla volontà e dai desideri del videogamer. L’avatar si tramuta nel mezzo in cui si canalizzano la propria volontà e le proprie ambizioni. In sostanza l’avatar digitale mi permette di agire in un contesto fittizio, dove sono in possesso di capacità che nella realtà non possiedo. Infatti nel videogame abbiamo la possibilità di essere chiunque e di comportarci come non avremmo mai possibilità nel mondo analogico (Turkle, 1999). Secondo questa chiave di lettura, l’identità e la personalità diventano elementi flessibili e non immutabili. Infatti, i videogiochi sono strumenti che favorisono la riflessione su di sé, sulla propria identità e sulle proprie competenze relazionali, sociali e psicologiche. Inoltre la scelta o la creazione dell’avatar è legata ai propri gusti, alla percezione di sé (Sé percepito) e da come vorremmo essere (Sé ideale). L’avatar all’interno del mondo videoludico influenza a sua volta la propria identità, in un dialogo attivo e costante tra: “chi sono”, “chi penso di essere” e “chi (o come) vorrei essere”. L’esperienza con i videogame costituisce una modalità che permette di sperimentare, in una dimensione alternativa, le proprie emozioni, i propri desideri, le aspirazioni, la possibilità di sbagliare e di comportarsi in modi in cui nella realtà fisica non ci sogneremmo nemmeno. Il tutto in un contesto protetto e intimamente significativo. Anche questo sono i videogames. BIBLIOGRAFIAGee, J. P. (2007). What Video Games Have to TeachUsabout Learning and Literacy. LLC: St. Martin’s Press.Turkle, S. (1999). Lookingtoward cyberspace: Beyond groundedsociology. ContemporarySociology, 28(6), 643-648.
Viaggio degli adolescenti e indipendenza emotiva

In passato, molte famiglie avevano tanti figli e spesso facevano fatica a sbarcare il lunario. A volte, i ragazzi e le ragazze cominciavano a lavorare già da adolescenti per aiutare i genitori. Questo impediva loro di vivere esperienze di svago e di viaggiare. Attualmente, la maggior parte delle famiglie ha meno figli e, in linea di massima, le condizioni economiche sono migliorate. Questo aspetto economico consente agli adolescenti di fare più esperienze di svago e anche di viaggiare. Ma il viaggio favorisce l’indipendenza emotiva? È difficile pensare che un adolescente non abituato a risolvere problemi in autonomia, possa diventare emotivamente indipendente semplicemente viaggiando. Come afferma Paulo Coelho, la vera libertà non si riduce alla mera assenza di legami, ma risiede nella fondamentale capacità di affrontare e superare attivamente le sfide che la vita inevitabilmente presenta. L’indipendenza emotiva significa saper gestire le proprie emozioni da soli, senza dipendere troppo dagli altri per avere approvazione, supporto o conferme. Se un ragazzo non ha l’opportunità di confrontarsi con i propri pensieri e le proprie difficoltà emotive, non potrà raggiungere l’indipendenza emotiva. Come afferma Carl Jung, Chi guarda fuori, sogna; chi guarda dentro, si sveglia. Questo significa che per capire chi siamo e cosa vogliamo, dobbiamo guardare dentro di noi. Solo riflettendo sui nostri sentimenti possiamo davvero crescere e diventare emotivamente indipendenti. L’indipendenza emotiva In alcuni casi, la spinta verso l’indipendenza deriva da situazioni di bisogno e dalle sfide che la vita ci presenta. Quando un adolescente affronta richieste importanti e difficoltà, inizia a “riflettere“, passando dall’emozione alla motivazione e dal pensiero al ragionamento. È interessante osservare come, quando si è costretti a risolvere un problema da soli, si sviluppi un senso di responsabilità e gratificazione personale. Spesso si vedono adolescenti che vivono in ambienti difficili affrontare le sfide, trovando soluzioni creative ai problemi e reagendo con maturità a situazioni complicate. Ad esempio, ci sono adolescenti che devono bilanciare scuola e lavoro. Questi ragazzi imparano a gestire i soldi, a capire l’importanza del lavoro e a prendere decisioni. In questo modo, acquisiscono una maggiore autonomia rispetto ai loro coetanei e sviluppano anche una certa indipendenza emotiva. Pensiamo a un adolescente che si prende cura di un fratello. Impara a gestire le sue esigenze e a sviluppare empatia e responsabilità. Anche se queste esperienze risultano difficili e, probabilmente, devastanti aiutano a diventare più consapevoli delle proprie emozioni e di quelle degli altri. Questo è il primo passo verso l’indipendenza emotiva. In sintesi, sebbene il viaggio possa offrire esperienze divertenti e piacevoli, è spesso la vita, con le sue difficoltà e sfide, a offrire le vere opportunità di crescita e indipendenza. Sapere quel che vuoi, volere quel che sai. Ecco tutto il segreto dell’autonomia e l’unico principio di una educazione in cui si tratta di imparare a imparare da soli (Raoul Vaneigem).
VI INNERVOSISCE APPARIRE NERVOSI?

Avete mai avuto la consapevolezza di avvicinarvi a qualcuno da cui vi sentivate attratti, preoccupandovi di apparire nervosi? O ancora: vi è mai capitato di tremare mentre parlavate in pubblico, pensando che tutti lo notassero? Savitisky e Gilovich teorizzano la cosiddetta ILLUSIONE DI TRASPARENZA, che porta le persone a ritenere che le loro emozioni nascoste affiorino e possano essere facilmente lette dagli altri. I due studiosi si sono chiesti se tra gli oratori inesperti potessero affiorare un’illusione di trasparenza e se ciò potesse in qualche modo turbare la loro performance. Per scoprirlo, hanno invitato 40 studenti (suddivisi in 20 coppie) nel loro laboratorio. Uno studente era sul podio e parlava di un argomento scelto dai due ricercatori, mentre l’altro sedeva in veste di pubblico. Poi si scambiavano. In seguito, ognuno dei due valutava il proprio grado di nervosismo mentre era sul podio e di cui credeva che il compagno si sarebbe accorto. I risultati mostrano che gli studenti avevano valutato di apparire più nervosi di quando fosse sembrato al compagno. Si può concludere affermando che molte meno persone di quante ci si aspetta prestano attenzioni alle nostre emozioni. Direttamente collegato all’illusione di trasparenza, c’è l’EFFETTO SPOTLIGHT. L’effetto spotlight è la convinzione che gli altri presto più attenzione al nostro aspetto e al nostro comportamento di quanto non facciano in realtà. In un esperimento, Gilovich ha fatto indossare delle giacche imbarazzanti ad alcuni studenti prima di entrare in un’aula con altri compagni di corso. Solo il 23% ha notato la giacca, mentre il 50% di coloro che indossavano la giacca era convinto che sarebbe stato notato dalla totalità dei compagni. Allo stesso modo si tende a sopravvalutare la visibilità delle gaffe sociali e dei lapsus in pubblico. In conclusione, ciò di cui ci preoccupiamo in dismisura viene a stento notato dagli altri e in breve dimenticato. BIBLIOGRAFIA Myers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill Education
Ventennale di “Amnesie e disturbi della cognizione spaziale. Un approccio razionale alla riabilitazione neuropsicologica” di D. Grossi e M. Lepore

La neuropsicologia in Campania. Ventesimo anniversario della pubblicazione di “Amnesie e disturbi della cognizione spaziale. Un approccio razionale alla riabilitazione neuropsicologica” di Dario Grossi e Michele Lepore
Velocità mentale: cosa cambia tra i 20 e i 60 anni?

Sono passati pochi giorni dalla pubblicazione di un’interessante ricerca di von Krause, M., Radev, S.T. & Voss, che rivoluziona un po’ tutti gli assunti sulla rapidità mentale correlata all’età. Il modello dello studio è ovviamente molto complesso e chi fosse interessato può trovarlo nell’articolo originale del 17 febbraio su Nature Human Behaviour. Ma a noi qui interessa il risultato, che apre prospettive diverse di pensiero e di riflessione su un argomento che coinvolge tutti: ventenni, quarantenni, sessantenni e oltre; perché il nostro destino, legato a un tempo lineare che avanza, e le nostre credenze ci portano naturalmente a pensare che un ventenne abbia una rapidità mentale maggiore rispetto a un sessantenne. Non è così. Per almeno un milione e duecentomila motivi. Tanti sono stati i partecipanti allo studio. Gli scienziati hanno applicato un modello di diffusione bayesiano ai dati trasversali di 1,2 milioni di soggetti, per estrarre componenti cognitivi interpretabili dai dati grezzi del tempo di risposta delle persone nell’affrontare semplici compiti decisionali. E hanno osservato le differenze di età nei parametri cognitivi esaminati. Come già noto, le velocità di risposta, in semplici compiti che implicano una decisione, iniziano a diminuire dalla prima età adulta e continuano a diminuire con l’avanzare dell’età. Tuttavia, e qui i risultati sono rivoluzionari, la ricerca dimostra che i tempi di risposta non sono pure misure della velocità mentale: rappresentano invece la somma di più processi. I risultati indicano con chiarezza che il rallentamento del tempo di risposta, che inizia già all’età di 20 anni, è attribuibile all’aumento della cautela decisionale e ai processi non decisionali più lenti, piuttosto che a differenze nella velocità mentale. Come dire che, davanti a una scelta, la minore rapidità di risposta di un cinquantenne rispetto a un ventenne non è dovuta a una minore rapidità mentale. Ma piuttosto a una maggiore attenzione prima di decidere e a una più meditata valutazione delle implicazioni della decisione. La ricerca sfida quindi le credenze diffuse sulla relazione tra età e velocità mentale. Molte opinioni sul nostro funzionamento mentale ci provengono dall’osservazione, dalla letteratura, dall’arte, dalla storia. Oggi abbiamo una prova in più, basata su un numero altissimo di partecipanti e su un rigoroso metodo scientifico, di qualcosa che forse sapevamo già: con l’età aumenta l’esperienza e l’esperienza trattiene da decisioni affrettate. Quello che non sapevamo è che il rallentamento della rapidità mentale, secondo lo studio citato, si osserva solo oltre, e in numero significativo anche ben oltre, i 60 anni di età. Un buon motivo per essere ottimisti sull’invecchiamento del nostro cervello. E sulla saggezza di continuare ad allenarlo, come se avesse vent’anni.
Vedere l’altro per ciò che è

Vedere l’altro per ciò che è realmente vuol dire abbandonare le aspettative e i processi di proiezione della posizione infantile. La ferita narcisistica L’incapacità di vedere l’altro è centrale nelle personalità narcisistiche, in cui vi è, a monte, una negazione della dipendenza e dei propri bisogni affettivi. Quando il bambino non viene adeguatamente riconosciuto dal proprio ambiente familiare, può difendersi ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. La protezione narcisistica, che consiste nel rifugiarsi in una perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stati visti dai propri genitori per ciò che si era. Non avendo fatto esperienza di amore, non si è in grado di amare. E, carenti di riconoscimento, lo si ricerca nella vita manipolando gli altri. Sebbene sia peculiare in questo tipo di personalità, una certa difficoltà a vedere l’altro così com’è appartiene a tutti poichè ciascuno, a modo proprio, ha carenze di riconoscimento e la propria ferita antica. Le proiezioni All’interno delle relazioni accade abitualmente che l’altro venga investito di aspetti non riconosciuti di sé e di esperienze vissute nel passato con le proprie figure genitoriali. Ad esempio: giudico come negativa l’aggressività per cui tendo a negarla e a proiettarla all’esterno. Di conseguenza, l’altro e il mondo diventano per me minacciosi. Posso proiettare emozioni, fantasie, pensieri. Aspetti che tento di escludere, che reputo proibiti, non desiderati. Che non riconosco in me ed attribuisco agli altri. Dunque, per vedere l’altro per ciò che è bisogna innanzitutto vedere se stessi per ciò che si è. Facendo altri esempi: se proietto all’esterno un Genitore critico, tenderò a percepire ciò che mi arriva dall’altro come una critica anche quando non lo è. O, ancora, se proietto un Genitore idealizzato posso non riconoscere il comportamento svalutante assunto dall’altro nei miei confronti. E così via. Questo gioco di proiezioni, che appartiene al fenomeno del transfert, impedisce sia di vedere l’altro sia di accedere ad un sentire autentico e coerente con quanto avviene nella realtà. Le aspettative Le aspettative ricoprono un ruolo determinante nelle relazioni. Risiedono nel Bambino della personalità e spesso anch’esse sono aspetti dipendenti. Possono essere grandiose o catastrofiche, di riscatto o conferma del proprio copione di vita. Vi può essere l’aspettativa che l’altro debba approvarmi, capirmi, rendermi felice. Che debba farmi sentire speciale, che debba condividere i miei pensieri e le mie scelte. Che debba salvarmi. Oppure, non mi aspetto niente di buono, semmai credo che l’altro mi deluderà come tutte le persone della mia vita, confermandomi il mio finale di copione drammatico. Le aspettative sono particolarmente presenti all’inizio di una relazione, specie di coppia. Insieme alle proiezioni, partecipano al processo di idealizzazione in base al quale si vede l’altro per come si vorrebbe che fosse e non per come è realmente. E’ infatti quando si rompe questo idillio iniziale che generalmente la relazione va in crisi. Quando emergono gli aspetti dell’altro inizialmente scotomizzati, bisogna fare i conti con la realtà. E’ grazie al contatto autentico, accettando l’altro per com’è, al di fuori di fantasie, aspettative ed ideali, che possiamo accedere ad una relazione matura e all’amore. Superare la posizione infantile Per vedere l’altro è necessario sviluppare una personalità adulta. Innanzitutto integrare quanto di sé negato, per poter ritirare le proiezioni. E, così, potersi riconoscere in tutte le proprie parti. Ciò risulta fondamentale per superare la posizione infantile e narcisistica in base alla quale l’altro non viene visto ma manipolato in relazione ai propri bisogni, in primis a quello di essere riconosciuto, e alle proprie aspettative. Questo passaggio evolutivo consente dunque di vedere l’individualità dell’altro. Di saper distinguere ciò che appartiene a sé da ciò che appartiene all’altro. Di rispettare i confini interpersonali. “Io sono io. Tu sei tu. Io non sono a questo mondo per soddisfare le tue aspettative. Tu non sei a questo mondo per soddisfare le mie“, recita Fritz Perls nella nota preghiera della Gestalt. E’ necessario diventare consapevoli che l’altro non ha il compito di doverci riconoscere o dare valore, di doverci dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Né di proteggerci. Siamo noi a doverlo fare. Assumendoci la responsabilità di noi stessi e della nostra esistenza.