Vecchiaia tra aspetti fisici e psicologici

La vecchiaia è un fenomeno non soltanto naturale e biologico bensì anche psicologico. Il termine fa molta paura e richiama alla nostra attenzione accezioni prevalentemente negative. Aspetti della senescenza si riscontrano quando una persona comincia a guardare al proprio passato con nostalgia e al futuro con ansia e insicurezza. Durante la vecchiaia, il passato appare globalmente sotto una luce positiva mentre il presente e il futuro si prospettano carichi di inquietudine. Secondo una descrizione dell’invecchiamento psicologico “tipico”, potremmo dire che l’anziano si muove e pensa lentamente. Non è più creativo perché ancorato al proprio passato. In genere, un anziano non desidera affatto imparare cose nuove e ha in antipatia le innovazioni. Troppo legato alle proprie convinzioni personali, vive senza aspirazioni, abbandonandosi ai ricordi. Oltre a non avanzare, l’anziano spesso regredisce, entra in una specie di seconda infanzia, diventando sempre più egocentrico, irritabile e litigioso. L’anziano “tipico” è una persona debole e priva di interessi, che occupa una posizione sociale emarginata, che ha perso qualsiasi ruolo sociale, sentendosi un peso per la famiglia e per se stesso. In effetti, è da considerarsi troppo semplicistica la visione dell’anziano come persona debole e priva di interessi. La maggior parte delle persone di età avanzata (circa il 70-75%) infatti, è intellettualmente abile e interessata all’ambiente che la circonda.D’altronde, negli anziani che presentano declini intellettuali spesso la causa non è necessariamente l’inevitabile processo biologico dell’invecchiamento bensì tutta una serie di stress psico-emotivi legati all’avanzare dell’età. Problemi legati alla salute, impedimenti nello svolgimento delle attività quotidiane, mancanza di partecipazione ad attività gratificanti, scarsa quantità dei contatti sociali, luogo di residenza inadeguato, problemi economici, sono esempi di stress che almeno in buona parte potrebbero essere prevenuti o trattati. Altra considerazione è che gli aspetti della vecchiaia sono molto vari a seconda delle caratteristiche socioculturali, professionali. Diventa quindi impossibile pensare che le persone anziane costituiscano un gruppo omogeneo dal punta di vista psicologico. La vecchiaia diventa così un’esperienza del tutto personale, che, pur essendo certamente il risultato di fenomeni di deterioramento biologico comuni alla media delle persone, è conseguenza dell’accumularsi di tutti quei particolari traumi fisici e psicologici che contrassegnano l’esistenza di ogni essere vivente in modo diverso dagli altri.
Valeria Bassolino

Letture Gestalt numero uno
Valeria Bassolino

Letture Gestalt numero due
Valeria Bassolino

Letture Gestalt numero tre
Valeria Bassolino

Letture Gestalt numero quattro
VACANZE: STACCARE PER IL BENESSERE MENTALE

In una società in cui la produttività è spesso esaltata come valore supremo, l’importanza di prendere una pausa dal lavoro e fare vacanze è spesso sottovalutata. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, le vacanze (anche brevi) giocano un ruolo cruciale nel mantenimento del benessere mentale e nella prevenzione dello stress. Esploriamo i vari aspetti che rendono le vacanze fondamentali per la nostra salute psicologica. Uno dei benefici più immediati è la riduzione dello stress. Il lavoro quotidiano con annesse tutte le sue responsabilità può accumulare una quantità significativa di tensione. Le vacanze offrono l’opportunità di allontanarsi da questi “stressati” e permettono alla mente di rilassarsi e rigenerarsi. Le vacanze non riducono solamente lo stress, ma permettono anche un recupero energetico essenziale. Prendersi una pausa dal lavoro consento di recuperare le energie fisiche e mentali e di rinnovare la propria capacità di concentrazione e creatività. Questo recupero è fondamentale per mantenere alti i livelli di produttività e qualità del lavoro, una volta rientrati. Le esperienze vissute durante le vacanze possono anche contribuire al nostro sviluppo personale e all’auto-consapevolezza. Viaggiare in luoghi nuovi ed esplorare culture diverse stimolano la mente e possono portare a nuove prospettive e riflessioni su se stessi e la propria vita. Infine, il beneficio delle vacanze non si limita al periodo di pausa, ma gli effetti positivi possono durare anche dopo il rientro al lavoro. Un benessere mentale migliorato, una maggiore resilienza allo stress e una prospettiva rinnovata possono contribuire a una vita lavorativa più equilibrata e soddisfacente. In conclusione, andare in vacanza e staccare dal lavoro non è solo un lusso, ma una necessità per il benessere psicologico. E’ essenziale riconoscere il valore di queste pause e integrarle regolarmente nella propria vita per mantenere un equilibrio sano tra lavoro e vita personale, promuovendo così una maggior qualità della vita e una produttività sostenibile.
Uomini Altamente Sensibili

di Federico Rossi Cosa significa essere un (vero) uomo?In fondo un uomo non è che un essere umano che dimora all’interno di un corpo maschile. Spessoquesto ce lo dimentichiamo.Siamo un po’ tutti vittime del patriarcato, di questa mascolinità tossica che contraddistingue lanostra società. Ma non solo. Siamo anche vittime del matriarcato, di una femminilità avvelenatadalla stessa spasmodica brama di controllo del suo equivalente maschile. Entrambi condividono illoro scopo: acquisire potere per dominare e trionfare sul mondo, negando, di fatto, i propri limiti ele proprie oscurità.L’essere umano appena nato aspira naturalmente ad essere onnipotente fin dalla nascita e dai primirapporti con il caregiver. Nel tempo e col tempo, questo suo bisogno egocentrico deve fare i conticon il principio di realtà, con l’osmotico confronto con se stesso e ciò che lo circonda. Diconseguenza non resta che innalzare difese, sviluppare fantasie, scendere a patti con se stessi, leproprie vulnerabilità ed i vissuti inaccettabili che spesso ci portano ad agire come chi dovremmoessere, piuttosto che come siamo.Non è cosa semplice essere realmente autentici quando alla libertà d’animo si contrappongonoresistenze ed ostacoli psicologici, personali, sociali e culturali. Da questi attriti e divergenzeemergono perpetui conflitti, in cui il ‘divenire’ diventa lotta costante verso il mondo e se stessi, unlusso riservato a pochissimi, un miracolo di vita che germoglia e si sviluppa per essere poi acquisitorealmente soltanto nel corso della vita.Come disse lo Psicoanalista Svizzero Carl G. Jung: “Il privilegio di una vita è diventare chi seiveramente.”Lo sa bene l’uomo, quello altamente sensibile, che lotta costantemente contro uno stereotipomaschile che spesso non ha nulla a che vedere con la sua natura.Durante la crescita l’uomo si trova immerso e trascinato dalle correnti gravitazionali del suo sesso,imbevuto di preconcetti costruiti, che trovano le loro radici nell’inconsapevolezza della gente, mache tuttavia ne determinano il comportamento.Il patriarcato in fondo è proprio questo, un sistema di potere che stabilisce una gerarchia basatasulla presunta superiorità degli uomini rispetto alle altre identità di genere, portando adiscriminazioni, pregiudizi culturali e limitazioni nell’accesso alle posizioni di potere per chi non siidentifica come maschio eterosessuale. Questo sistema permea la società moderna, influenzando lenorme culturali e coinvolgendo tutti gli individui, incluse le donne, poiché crescono immerse inquesta cultura patriarcale.Ne deriva la concettualizzazione di una ‘mascolinità tossica’, funzionale al mantenimento del primomodello dominante, ma che ha subito cambiamenti nel corso del tempo. L’origine del termine risaleagli anni ’80, quando lo psicologo Shepherd Bliss lo coniò per la prima volta. Secondo uno studiopubblicato nel Journal of School of Psychology, la mascolinità tossica è definita come: “l’insieme ditratti maschili socialmente regressivi che promuovono il dominio, la denigrazione delle donne,l’omofobia e la violenza insensata.”Questa visione tossica della mascolinità può essere suddivisa in alcune caratteristiche chiave:→ Durezza: Gli uomini sono spinti a mostrare forza fisica, insensibilità emotiva ecomportamenti aggressivi.→ Anti femminilità: Gli uomini dovrebbero respingere tutto ciò che è considerato femminile,inclusa l’espressione emotiva e l’accettazione d’aiuto.→ Potere: Gli uomini sono incoraggiati a cercare il potere e lo status (sia sociale chefinanziario) per ottenere il rispetto altrui.La mascolinità tossica, spesso definita come machismo, si manifesta attraverso una serie dicomportamenti che possono avere conseguenze dannose, non solo per gli uomini ma per tutti,indipendentemente dal genere o dall’identità di genere.Chi abbraccia questa visione di mascolinità:X Mostra una mancanza di connessione emotiva con se stesso e gli altri.X Evita il confronto, preferendo mantenere il controllo e prendere decisioni unilateralmente.X Ha difficoltà a chiedere aiuto quando ne ha bisogno.Si crea così una figura mitologica e totemica presa a modello, in assenza di altri riferimenti, dalsesso maschile. Una sorta di lobby non dichiarata, in cui determinati gruppi ed individui nonpossono che godere di vantaggi significativi. Ne sono avvantaggiati ad esempio i soggetti cherispecchiano i tratti della “triade oscura” (narcisismo, machiavellismo e psicopatia), come moltisoggetti “tradizionalisti”, fino ad arrivare alle imponenti strutture di potere, come le corporazioni. Imedia spesso amplificano questi ideali, mentre settori quali la tecnologia e la sanità possonoinvolontariamente perpetuarli. Non da ultimi la religione e lo sport sovente consolidano questenorme, sostenendo visioni conservatrici o fondamentaliste.Siamo tutti testimoni di una società che è vittima ed artefice di un’esacerbata industrializzazione edi una cultura consumistica “usa e getta” post-industriale, in cui si segue un percorso di intensaoggettificazione umana, grazie al quale la parola “successo” è sinonimo di status e ricchezzamateriale. Ciò non può che portare ad un contesto con una maggioranza insoddisfatta, in cui glisforzi per incarnare l’ideale di “vero uomo” nella società attuale rischiano di vacillare e crollare. E’una condizione paradossale, soprattutto se si tiene presente quanto, durante l’epoca georgiana(1714-1830) prima della Rivoluzione Industriale, la mascolinità era associata a saggezza, virtuositàe libera espressione emotiva, contrapponendosi drasticamente alle successive concezioni industrialie belliche di virilità. Tuttavia, per riscrivere queste norme, gli uomini necessitano del supporto delledonne, che li accettino per ciò che sono veramente. Hanno bisogno di accettare e che vengaaccettata la propria sensibilità, ma anche dell’incoraggiamento empatico e comprensivo da parte dialtri uomini.Di tale cambiamento di mentalità gioverebbero tutti, single e famiglie, soprattutto in salute. Datialla mano dimostrano che, nonostante gli uomini abbiano minori diagnosi di disturbi d’ansia odepressivi rispetto alle donne (segno in questo caso di un trattamento ricevuto dalla società piùadeguato ai loro bisogni e desideri), essi presentano un tasso di suicidio significativamentesuperiore alle stesse, salendo al 77% dei casi negli USA. Il sesso maschile è inoltre più suscettibilealle dipendenze, oltre che rappresentare circa il 93% della popolazione carceraria. Questi numerisorprendenti sono rimarcati anche dal fatto che che gli uomini vivono in media 5-10 anni in menodelle donne. Il dott. Thomas Perls, professore alla School of Medicine dell’Università di Boston,sostiene che circa il 70% di questa differenza nell’aspettativa di vita sia attribuibile allo stile di vitaed ai fattori ambientali, mentre solo il 30% a fattori biologici. Questa teoria è corroborata daulteriori studi su monaci e suore del dott. Marc Luys, tramite i quali si coglie che in quei casi lalongevità è risultata quasi identica tra i due sessi, grazie a uno stile di vita simile e regolamentato.Come conseguenza all’imperare di queste “pre-concezioni” maschili, l’uomo (con più o menosensibilità) non può che ritrovarsi costretto a seguire tali ideali,
Unmasking the Maze: A Psychological Exploration of Italian Bureaucracy

di Federico Rossi Historical Context and Cultural Influences: Italian bureaucracy, often a source of amusement and exasperation in equal measure, is deeply rooted in the nation’s historical and cultural evolution. The legacy of Italy’s fragmented past, from the Roman Empire’s centralized power to the modern Republic’s regional mosaic, shapes its current bureaucratic practices. Italy’s path to unification in 1861 brought together a patchwork of regions, each with its own administrative practices and cultural influences. This historical fragmentation is evident in the varying efficiency and styles of regional bureaucracies. The South, influenced by centuries of feudal and monarchical rule, contrasts sharply with the more centralized and efficient administrative traditions of the North. Stereotypes about Italians – charming, family-oriented, yet disorganized – extend to perceptions of Italian bureaucracy. These stereotypes, while simplistic, capture elements of the cultural realities that influence bureaucratic practices. The historical influence of past rulers, from the Bourbon kings in the South to the Austro-Hungarian Empire in the North, has left a lasting impact on local administrative styles. The South, with its history of feudalism and monarchy, tends to have a more personalized and flexible approach to bureaucracy, prioritizing relationships over rigid procedures. In contrast, the North, shaped by more centralized and rational administrative traditions, often adheres more strictly to rules and established processes. Walter Lippmann’s concept of stereotypes as “pictures in our heads” that simplify reality is particularly relevant here. Stereotypes about Italians being disorganized and inefficient reflect broader societal and historical contexts. However, these stereotypes fail to capture the complex reality of Italy’s bureaucratic challenges. Psychological and Theoretical Perspectives: Max Weber’s theory of bureaucracy emphasizes rationality, specialization, and the elimination of personal biases in administrative functions. However, the Italian context often deviates from this ideal due to cultural and historical influences. Bureaucracy in Italy, or perhaps more accurately, “Italianocracy,” sometimes mirrors the hierarchical and feudal structures of the past, where personal relationships and loyalties can hold more weight than strict adherence to rules. Freudian theories on personality provide a fascinating, if imperfect, lens to view regional differences in Italian bureaucracy. The North’s rigid, rule-bound approach might resonate with an obsessive-compulsive personality type, focusing on order and control. The South’s flexible, relational approach could reflect a more adaptable, even “hysterical” personality type, characterized by emotional responses and a focus on building connections. Efforts to reform and modernize Italian bureaucracy face significant challenges. The legacy of political instability and frequent government turnover has hindered long-term reform efforts. Issues such as the lack of qualified personnel, outdated technology, and pervasive corruption continue to plague the system. There is a stark contrast in the efficiency of public administration between the North and the South. Northern regions often exhibit higher productivity and better public services, partly due to more effective local governance. The South, however, struggles with inefficiencies, partly due to historical underdevelopment and ongoing socio-economic challenges. The Tangible Toll of Inefficiency: The inefficiencies of Italian bureaucracy have a real impact on citizens’ daily lives and the economy. Businesses face significant administrative burdens, and individuals often encounter delays and frustrations when dealing with public services. A 2017 European Commission report ranked Italy 18th out of 19 Eurozone countries for public service efficiency. Imagine the wasted hours and lost productivity! Additionally, the OECD reports that Italy has one of the highest regulatory burdens among its member countries, further complicating bureaucratic processes. The persistence of bureaucratic inefficiencies can be traced back to Italy’s cultural and psychological landscape. The country’s historical tendency towards hierarchical and personalized governance, where navigating the system often relies on “knowing someone,” continues to influence how bureaucracy functions today. The concept of “bella figura,” the importance of maintaining a positive public image, can sometimes override practical efficiency considerations. Breaking the Cycle: A Path Towards Reform Understanding the psychology of Italian bureaucracy, a complex tapestry woven from history, culture, and regional variations, is crucial for addressing the inefficiencies and challenges of the system. Effective reforms must consider the historical and cultural context to be successful. For example, streamlining processes and utilizing technology can improve efficiency without sacrificing the importance of personal interaction in Southern regions. Success stories already exist – highlighting specific examples of streamlined processes in specific areas can offer a more optimistic outlook and inspire further reform efforts. Beyond Efficiency: A More Vibrant Italy Improving the efficiency of Italian bureaucracy is not just about administrative reform; it’s about alleviating the daily stresses faced by millions of Italians and those who wish to live, work, or visit this beautiful country. As an exasperated citizen once remarked, “The only exercise Italians get is running from one bureaucratic office to another!” By simplifying processes and reducing bureaucratic burdens, we can create a more welcoming and less. References: European Commission. (2017). Public Service Efficiency Report. OECD. (2020). Regulatory Policy Outlook. Lippmann, W. (1922). Public Opinion. Weber, M. (1946). From Max Weber: Essays in Sociology. Freud, S. (1895). Studies on Hysteria.
UNA TECNOLOGIA REALMENTE A MISURA DI ANZIANO: L’ESPERIENZA DI UNA PSICOLOGA E DEL SUO SOGNO

di Annapaola Prestia Chi è S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A., che sta per Sostenere Ogni Famiglia In Autonomia, è una start up innovativa che si mette al fianco di ogni famiglia che abbia bisogno di supporto, per poter permettere ai propri membri in stato di difficoltà o fragilità (persone anziane, malati di demenza ed altre patologie degenerative, persone con disabilità e chiunque abbia bisogno di sostegno) di poter rimanere a casa propria il più a lungo possibile. Da chi è composta e com’è organizzata S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A. è formata una rete capillare di professionisti che ruotano a 360°attorno alla persona in stato di fragilità ed alla sua famiglia, disponibili al bisogno, adatti a ciascuna situazione, flessibili, di pronta e rapida riposta, supportati da uno staff ed un coordinamento dedicato ad ogni caso, capaci di fare squadra e proporre soluzioni efficaci e su misura per quella persona/ nucleo familiare in quel momento specifico. Di che cosa si occupa S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A. fornisce soluzioni di domotica, Internet of Things, collegamenti tra oggetti di uso quotidiano in grado di rendere “intelligente” e realmente supportivo il domicilio della persona in difficoltà e di garantire, allo stesso tempo, privacy e sicurezza per tutta la famiglia. Allo stesso tempo, porta a casa di chi ne ha bisogno, i professionisti di maggiore supporto in quel preciso momento per quella determinata famiglia: medici, psicologi, assistenti sociali e familiari, farmacisti, estetisti, parrucchieri, nutrizionisti, logopedisti, fisioterapisti ed infermieri ma anche massaggiatori ed elettricisti… Qualsiasi cosa serva, S.O.F.I.A. può portarla a casa se è utile per gestire una persona anziana in difficoltà. Chi ha creato S.O.F.I.A.? Annapaola Prestia, psicologa e Silvia Fabris, educatrice, da oltre dieci anni al lavoro dietro le quinte per assicurare un supporto ad ogni famiglia che sia alla ricerca di risposte e soluzioni innovative nel campo della demenza, dell’invecchiamento o della disabilità. Siamo state colleghe in realtà del terzo settore che fornivano servizi di supporto agli anziani che desideravano rimanere al proprio domicilio e, forti di questa pluriennale esperienza, abbiamo deciso di metterci in proprio, per proseguire sulla linea già tracciata ma con una maggiore libertà di azione ed una vocazione maggiormente tecnologica, sicure che ci possano essere mille piccole soluzioni che possano permettere ad una persona in stato di fragilità di poter continuare a vivere la propria vita, dentro la propria casa, in maniera dignitosa per se stessa e per i propri cari, per un tempo considerevole, senza necessità di ricoveri temporanei o definitivi in strutture o residenze. La nostra sfida è quella di portare la tecnologia nelle case degli anziani, per aiutarli durante i piccoli atti della loro quotidianità; parimenti, ci preoccupiamo di fornire ad ogni famiglia un servizio di consulenza specialistica, dedicata, a 360° e su misura per quel nucleo in quel preciso momento, attraverso una rete di professionisti che coprano i principali bisogni della persona e dei suoi parenti. Geriatri, neurologi, psicologi, educatori, fisioterapisti, terapisti occupazionali, operatori socio sanitari, assistenti familiari, infermieri, avvocati, assistenti sociali, nutrizionisti, logopedisti collaborano con noi formando delle micro equipe dedicate a ciascuna famiglia, capaci di dare risposte con rapidità ed efficacia, in qualsiasi momento, raggiungibili attraverso S.O.F.I.A. e la sua piattaforma informatica, al reale servizio della persona. Ma non solo! Abbiamo anche una vasta rete di ulteriori collaboratori: elettricisti, muratori, falegnami, podologi, parrucchieri al domicilio e chiunque offra un servizio che possa essere utile e/o richiesto dalla persona in stato di fragilità e dalla sua famiglia. IL PROGETTO S.O.F.I.A. Il progetto S.O.F.I.A. – Sostenere Ogni Famiglia In Autonomia – si propone di potenziare la capacità di singoli e famiglie di fronteggiare i bisogni di cura e assistenza dei propri cari durante tutte le fasi della fragilità, inclusi i momenti dedicati alla prevenzione diretta del disagio. Il territorio di partenza della start up è il Friuli Venezia Giulia con un focus specifico sulle province di Gorizia e Pordenone ma, in un futuro prossimo, la rete costruita da questa realtà potrebbe estendersi in tutta Italia. Il progetto prova a consolidare una nuova forma di alleanza tra soggetti (associazione, liberi professionisti e ente pubblico) che ad oggi operano in modo non coordinato sul tema dell’assistenza e della psicoeducazione alle famiglie che assistono persone fragili, affette da deterioramento cognitivo al domicilio. La premessa del progetto è l’attuale assenza di riferimenti precisi per le famiglie nel momento successivo ad una diagnosi di demenza, o in quello precedente, di assessment diagnostico in corso, o in quello di fragilità iniziale, legata magari ad una condizione di invecchiamento non di successo e l’offerta di servizi tra loro “scollegati” che impongono a singoli e famiglie che si trovano in stato di bisogno di doversi “arrangiare” in un mare di offerte diverse e tutte parziali. In questo contesto il progetto propone come primo elemento, di lavorare con soggetti e professionisti già strutturati, riconosciuti e riconoscibili nei territori su cui insiste la start up. Come secondo elemento il progetto vuole proporre alla famiglia che ne faccia richiesta una entità unica di riferimento da noi chiamata “brain helper”, che è formata ed addestrata per accogliere la domanda di cura, declinarla in possibili proposte e da mettere al fianco della famiglia in funzione di consulente. Come terzo elemento il progetto si propone di attivare un incontro di consulenza e di collaborazione tra tre professionisti che in questo momento già operano a vario titolo nell’ambito dei servizi alla persona e sul tema della demenza e che sono, il medico (geriatra o neurologo), lo psicologo e l’educatore. Attraverso un percorso di conoscenza reciproca, formazione dei professionisti e l’elaborazione di strumenti di valutazione, il progetto vede la sperimentazione di una collaborazione operativa finalizzata a dare una prima risposta unica alle famiglie, oltre che ulteriori proposte personalizzate sulla base della situazione presente in ciascun domicilio. Così facendo la famiglia che si trovi in difficoltà nella gestione di un caso di fragilità o di demenza al domicilio, oppure la persona anziana che stia sperimentando un invecchiamento non di successo, si rivolge al Brain Helper, che è un operatore della Start Up S.O.F.I.A. e trova non più una parte della risposta
Una storia senza eroi: il mio incontro con G.

Storie di una Comunità educante In questa storia, ahimè, non ci sono eroi. È la storia di un breve incontro che mi ha messo dinanzi ostacoli e paure, ma anche tante risate. Non a caso ho faticato un bel po’ per collegare le sensazioni e le emozioni legate a questi piccoli frammenti di esperienza, da cui mi sentivo quotidianamente travolta come una violenta tempesta di sabbia. G. è un ragazzo di 16 anni, veterano della Comunità insieme al fratellino, nella quale vive da ben tre anni. La narrazione sottostante è che deve accompagnare e lasciar andare il fratello minore alla ricerca di una coppia adottiva, mentre per lui il percorso è diverso. <<Ormai nisciun m vol, o no?>>, si presenta spiegando la propria storia ai nuovi operatori e volontari, tra uno sguardo basso e l’attesa di una speranzosa disconferma che, purtroppo, non arriverà. G. è apparentemente il ragazzo delle contraddizioni. Dice di essere il più coraggioso del mondo, ma la notte dorme con la lucina accesa: “è brutto il buio totale”. Di giorno, invece, è infastidito dalla luce e insiste per serrare le finestre, “sto più comodo così”. In casa è il più forte, incute timore ai piccoli con le sue minacce, per essere invece accondiscendente e ingenuo con i pari. G. dice che non piange mai, rompe tutte le stanze quando vuole averla vinta; eppure giuro di averlo beccato in lacrime in silenzio sul divano una volta, nascosto, dispiaciuto dalla stanchezza estrema di un’educatrice alle prese con la terribile P. A G. la scuola non interessa, urla al rientro quando i professori lo rimproverano, non vuole più andarci; eppure gli brillano gli occhi quando agli incontri scuola-famiglia gli insegnanti elogiano le sue capacità: “io raggiungo tutto con poco”, mi spiega fiero. A G. piace lo sport, ma si fa sempre male. È felice quando gli propongono nuove attività, ma lascia subito e si rifiuta di andarci. Nonostante la sua presenza ingombrante, G. spesso passa inosservato nelle giornate in Comunità. Anche nelle riunioni di equipe si parla poco di lui, anzi, quasi mai. Un’altra contraddizione infatti è che G. fa paura, ma si prende cura di tutti. È attento al benessere dei piccoli, certo, nell’accezione in cui conosce il significato di “benessere”. Spende tutte le sue paghette in regali per i membri della grande famiglia, educatori compresi e, quando mi ha visto particolarmente stanca, ha svolto insieme a me le mansioni casalinghe ricordandomi, da nuova e poco pratica di casa, tutto quanto ci fosse da fare. Si è preoccupato di consolare noi educatrici quando, al suo compleanno, i suoi amici non si sono presentati alla festicciola organizzata nel grande salone della Cooperativa. In questi lunghi momenti di accumulo G., silenzioso, affronta sentenze e incontri con assistenti sociali, gestisce il rapporto con familiari scomparsi e nello stesso momento affronta i compiti di sviluppo a cui tutti gli adolescenti sono chiamati: primi amori (che non ha il coraggio di incontrare, portando avanti relazioni di mesi dai soli social), delusioni scolastiche, distanza-vicinanza con il gruppo dei pari e sport. “Sono un vulcano che prima o poi ha bisogno di scoppiare, non si sa quando”, mi dice una volta G., rimasti soli nello studio raccogliendo i cocci, fantasmatici e non, di uno scoppio di ira costata una sedia e un tavolo rovesciati, e una bambina spintonata con violenza. Mi hanno insegnato un protocollo per le sue tempeste emotive: l’operatore più esperto resta a calmarlo mentre l’altro porta i piccoli nelle camere. Eppure anche durante le sue eruzioni, mentre minaccia di farsi del male, trova il tempo di esortare il fratellino a non perdere la chiamata serale con la coppia adottiva, dopo la quale ha la premura di chiedere, tra speranza e preoccupazione, “com’è andata?”. Le mie giornate in Comunità sono sempre state fortemente influenzate dalla sua presenza: è sempre stato lui la causa delle mie più spontanee e durature risate, delle amorevoli prese in giro fonte di allegria anche per i piccoli; c’è lui nei miei ricordi più belli, nella serenità che si creava quando si sedeva accanto a me e, sotto la mia supervisione, mostrava e spiegava i compiti ai piccoli delle elementari. C’è ancora lui nei momenti di spensieratezza di casa quando, assorta, lo osservavo ballare, occhi al cielo, i brevi momenti in cui percepivo si sentisse solo un adolescente come gli altri, con sogni e desideri. Ma lui c’è anche in tutti quei momenti in cui ho avuto profondamente paura, in cui mi sono trovata dinanzi alle grandi barriere dei miei fantasmi di autogiudizio. G. mi ha messa alla prova sin da subito, dal mio primo giorno di lavoro. È stato contento quando ero molto più giovane degli altri educatori… e avevo persino i suoi gusti musicali! Eppure è ben presto pesato il suo sguardo di delusione quando, in cerca di una materna risposta di accudimento, si è ritrovato la goffa presenza di una giovane neolaureata. Anche quando chiedo alla coordinatrice di poterlo accompagnare ad una sua partita di rugby, in compagnia del fratellino e un altro piccolo di casa, zainetti in spalla, fischietti e trombette per il tifo, non sono stata abbastanza: G. non ha sentito la mia voce, il mio tifo, “SOLO le trombette”, dice. Il mio tifo purtroppo ho la sensazione che non lo abbia mai sentito. G sembra pieno di contraddizioni, ma in realtà il quadro è chiaro a tutti noi. G. ha un gran peso sulle spalle, che gli ricorda di non poter essere degno di amore e “quindi”, o probabilmente “perché”, non è capace. La sua lettura della realtà è inevitabilmente mirata alla ricerca di conferme della sua inadeguatezza, per le quali scattano scoppi di ira, ma da cui è anche fortemente dipendente. Anche le relazioni con gli adulti instaurate da G. sono tutte volte alla costante ricerca di una conferma del suo essere sbagliato. E in questo G. è stato bravo ad agganciarsi al mio essere esigente, con me stessa e con gli altri. Prima di una riunione di equipe richiesta urgentemente in