Psico-Design: dimmi come arredi e ti dirò chi sei.

“Casa” è il luogo che dovrebbe rappresentare sicurezza e tranquillità. Come può contribuire lo psicologo attraverso lo psico-design? Spesso, nell’immaginario collettivo, il ruolo dello psicologo è rilegato allo studio in cui incontra i propri pazienti. In realtà, la professione psicologica si intreccia e interconnette spesso con molteplici discipline che a volte appaiono distanti tra loro. Un buon incontro, ad esempio, è avvenuto tra il mondo della psicologia e quello dell’arte con la nascita dello psico-design Un professionista che si occupa di questo, non aiuta semplicemente ad arredare, ma facilita il modo di abitare quello spazio generando effetti positivi sul benessere psico-fisico del cliente. La casa non rappresenta solo la somma del numero di stanze da cui è composta, ma è strettamente connessa alle persone che la abitano e alle relazioni che intercorrono tra loro e con il mondo esterno. Non sono solo gli individui a dare energia ai luoghi domestici. Estrema importanza è data anche agli oggetti scelti per l’arredamento, alla modalità di posizionarli nello spazio e al ruolo che rivestono nelle relazioni tra i conviventi. Ulteriore fonte di energia è fornita dai colori che possiedono peculiari caratteristiche. Ad esempio nell’alfabeto psicologico il rosso rappresenta vitalità e calore; l’arancione la piena consapevolezza di sé; il giallo la libertà e l’autonomia; il verde l’equilibrio e la stabilità… Oltre a queste peculiari e curiose dritte generali, in realtà la personalizzazione del proprio spazio parte sempre dalla propria storia. Dai legami che si hanno con gli oggetti e dalla loro storia. Dalle emozione che suscitano quei determinati colori. All’interno di una casa possono vivere una o più persone, in ogni caso c’è sempre bisogno di ricavare uno spazio proprio, riservato, che ci permetta di proteggere la nostra privacy dagli altri coinquilini abituali o da eventuali ospiti. Solitamente è lo spazio in cui ci si dedica alle proprie passioni: una stanza per dipingere, un angolo lettura, la camera della musica, un piccolo ambiente che permetta di stare all’aperto o a contatto con la natura. Questo elemento all’interno delle nostre case è definito spazio-bolla e rappresenta un po’ l’ombelico da cui prende vita il resto. Lo Psico-design non riguarda solo le abitazioni private. Un’importante e necessario contributo di questa disciplina si ritrova anche nei luoghi pubblici o all’interno dei contesti lavorativi. Costruire un luogo partendo dalle esigenze di chi lo abiterà, è uno dei punti cardine di questo approccio. Ogni individuo, soprattutto sul luogo di lavoro, dovrebbe sentirsi comodo e al sicuro. Ogni contesto aziendale dovrebbe rispettare le specificità della comunità che lo vive, creando spazi inclusivi che rispondano alle svariate esigenze lavorative e personali. Anche i luoghi pubblici e il modo in cui sono organizzati, spesso sono lo specchio dei valori culturali di chi li abita e a loro volta indirizzano e condizionano le relazioni all’interno della collettività. Quindi, non solo i singoli individui ma tutti i contesti di vita delle persone dovrebbero nutrirsi di questo contributo fornito dalla psicologia dell’abitare.

Progetti presso le case di reclusione

Rosaria Varrella psicologa specializzata in criminologia e in terapia analitico transazionale, copre l’incarico di esperta presso la casa di reclusione G.B. Novelli di Carinola Caserta,  In cui si occupa di osservazione scientifica della personalità e conduce dei gruppi di sostegno per giovani adulti. In questa attività utilizza l’approccio analitico transazionale e per la realizzazione di questo, ha chiesto aiuto a tutti i colleghi e amici che hanno accettato di collaborare in questo contesto così particolare. Molti colleghi descrivono le loro esperienze in progetti che li hanno colpito profondamente. Progetti realizzati presso centri detentivi femminili, e soprattutto i grandi risultati avuti da parte delle donne. 

PRODOTTI FREE FROM E IL LORO CONSUMO

prodotti free from

Al giorno d’oggi, il consumatore è sempre più alla ricerca dei cosiddetti prodotti free from. Egli, infatti, ha sviluppato un’avversione nei confronti di alcune componenti che fino a poco tempo fa venivano usate senza alcuna preoccupazione.   I prodotti free from sono quelli che presentano sul packaging o sulle etichette scritte come “senza olio di palma”, “senza conservanti”, “pochi zuccheri” e così via. L’Osservatorio Immagino Nielsen ha riportato che più di 10.000 prodotti alimentari riportano sulle loro confezioni una scritta che sottolinea l’assenza o la bassa presenza di un determinato ingrediente.  Queste tendenze non riguardano solamente il mondo dei prodotti alimentari, ma quelli dell’igiene e della cura della persona dove si trovano claim come “senza coloranti”, “senza alcool”, “senza profumo” … Gli addetti al marketing si sono adattati a questa nuova tendenza inserendo i claim “senza”, “zero”, e “no” nella parte anteriore o superiore del packaging in modo tale che siano più visibili agli occhi dei consumatori.  Ma perchè il consumatore odierno è più attratto dai prodotti free from? Per esplorare i meccanismi dietro a queste decisioni, bisogna partire dalla crisi economica del 2008. Essa, infatti, ha avuto un forte impatto psicologico sui consumatori in quanto ha richiesto loro un cambio di prospettiva.  Se con la Rivoluzione Industriale si era affermata l’idea di una crescita continua, con la crisi economica il consumatore si trova di fronte a una messa in discussione di queste convinzioni in quanto inizia a interfacciarsi con l’idea del limite e con il tema dell’ecologia. A partire da questo presupposto, alcuni studiosi hanno individuato 3 fattori che possono essere alla base della diffusione dei prodotti free from: 1. Riaffermazione di antichi valori (come l’avversione allo spreco, il risparmio, la moderazione nei consumi…) Si diffonde, infatti, uno stile di vita improntato al fare a meno di tutto ciò che è superfluo. 2. Diffusione dei consumi green Questa nuova tendenza porta un’attenzione estrema alla qualità del prodotto che deve essere il più possibile naturale e rispettoso dell’ambiente. Questa tendenza giustifica l’avversione nei confronti di quelle componenti considerate pericolose per l’ambiente e per la salute delle persone.  3. Meccanismi di difesa messi in atto dal consumatore a seguito della crisi come la scissione. La scissione è un processo psicologico tipico dello sviluppo del neonato in relazione al primo oggetto d’amore (il seno della madre). Esso assume una duplice connotazione: diventa un oggetto buono quando lo nutre; mentre nei momenti di assenza si trasforma in oggetto cattivo. Allo stesso modo, il consumatore ricerca nei prodotti quelle caratteristiche che lo gratificano e respinge ed evita quelle che considera frustranti e dannose.  In conclusione, possiamo dire che la crisi economica ha avuto degli effetti pragmatici sui comportamenti dei consumatori e sull’acquisto di prodotti free from. L’enfasi sul “non contiene un determinato ingrediente” evoca e rafforza l’idea che quel determinato ingrediente sia cattivo. Dunque, non contenendolo più il prodotto si qualifica di per sé come buono.  BIBLIOGRAFIA Klein, M. (1946). Notes on some schizoid mechanism. The International Journal of psycho-analysis, 27, 99 Lozza, E., & Fusari, G. (2019). Psicologia del senza. Nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo srl

Procrastinazione: perchè preferiamo il “poi”

La procrastinazione è un fenomeno che quasi tutti hanno sperimentato almeno una volta nella vita. È quel comportamento che ci porta a rimandare attività importanti a favore di compiti meno urgenti o più piacevoli. Sebbene possa sembrare un atteggiamento innocuo, la procrastinazione può avere conseguenze significative sul benessere personale, sulla produttività e sulle relazioni interpersonali. Possibili cause della procrastinazione Prima di tutto, è importante capire che la procrastinazione non è semplicemente il risultato della pigrizia o della mancanza di forza di volontà. Infatti, le sue radici sono spesso molto più complesse e possono includere fattori psicologici, emotivi e comportamentali. In primo luogo, la paura del fallimento è una delle cause principali della procrastinazione. Le persone, in altre parole, rimandano i compiti perché temono di non essere all’altezza e preferiscono evitare l’ansia associata al possibile fallimento. Il perfezionismo, in secondo luogo, gioca un ruolo significativo. I perfezionisti spesso procrastinano perché temono di non riuscire a realizzare il compito alla perfezione, paralizzandosi di fronte alla necessità di fare tutto in modo impeccabile. Inoltre, la mancanza di motivazione può portare alla procrastinazione. Quando un compito non è percepito come interessante o significativo, la motivazione cala drasticamente, inducendo a rimandare. Allo stesso modo, il sovraccarico di lavoro può contribuire alla procrastinazione. Di fronte a una quantità eccessiva di lavoro, ci si può sentire sopraffatti e non sapere da dove iniziare, il che porta a rimandare tutto. Infine, la bassa autostima può indurre alla procrastinazione. Le persone con bassa autostima dubitano delle proprie capacità di completare un compito con successo e, di conseguenza, tendono a rimandarlo. Gli effetti della procrastinazione La procrastinazione può avere numerosi effetti negativi che vanno oltre il semplice ritardo nel completamento delle attività. Alcuni esempi: Stress e ansia: rimandare continuamente i compiti può portare a un aumento dello stress e dell’ansia, soprattutto quando le scadenze si avvicinano; Ridotta produttività: la procrastinazione cronica può influire negativamente sulla produttività complessiva, rendendo difficile completare progetti importanti; Problemi relazionali: la procrastinazione può causare tensioni nelle relazioni, sia sul lavoro che nella vita personale, poiché gli altri possono percepire questo comportamento come mancanza di rispetto o impegno; Impatto sul benessere: l’ansia e lo stress associati alla procrastinazione possono avere un impatto negativo sul benessere fisico e mentale, contribuendo a problemi di salute come l’insonnia, la depressione e l’aumento della pressione sanguigna. Strategie per superare la procrastinazione Fortunatamente, ci sono diverse strategie che possono aiutare a combattere la procrastinazione e a migliorare la produttività e il benessere generale. Alcune strategie possono essere: Suddividere i compiti: spezzare i compiti più grandi in piccole attività gestibili può rendere il lavoro meno intimidatorio e più affrontabile. Questo approccio può aiutare a costruire un senso di progresso e realizzazione; Stabilire obiettivi chiari e specifici: avere obiettivi chiari e raggiungibili può aumentare la motivazione e fornire una direzione. Gli obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Achievable, Rilevanti e Temporalmente definiti) sono particolarmente efficaci; Creare un piano di lavoro: pianificare in anticipo e creare un programma dettagliato può aiutare a mantenere il focus e a evitare di rimandare i compiti. Questo può includere la definizione di scadenze intermedie e la concessione di piccole ricompense per il completamento delle attività; Ridurre le distrazioni: identificare e minimizzare le distrazioni è fondamentale per mantenere la concentrazione. Questo può includere la gestione del tempo sui social media, la creazione di un ambiente di lavoro privo di distrazioni e l’uso di tecniche che prevedono periodi di lavoro concentrato seguiti da brevi pause; Cercare supporto: Parlare delle proprie difficoltà con amici, familiari o un professionista può fornire il supporto necessario per affrontare la procrastinazione. A volte, semplicemente condividere i propri obiettivi con qualcun altro può aumentare la responsabilità e la motivazione. Conclusione La procrastinazione è un comportamento complesso che può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana. Comprendere le cause sottostanti e sviluppare strategie efficaci per affrontarla è essenziale per migliorare la produttività e il benessere generale. Con un approccio consapevole e proattivo, è possibile superare la procrastinazione e raggiungere i propri obiettivi con successo.

Processi cognitivi e comprensione del testo

La comprensione del testo riguarda la capacità di cogliere il vero significato di un testo. E’ superfluo dirlo: la comprensione del testo coinvolge tutti i processi cognitivi, ma principalmente la memoria di lavoro e la memoria a lungo termine. La lettura decifrativa e la comprensione sono processi cognitivi che si situano a due differenti livelli del controllo, facendo riferimento al modello al cono dell’intelligenza di Cornoldi (2007). Oggi nei contesti educativi gli studenti sostengono anche prove computer base di comprensione del testo e spesso non ottengono risultati efficaci, proprio a causa di alcune variabili, come il disagio oculare, l’orientamento del display (Cushman, 1986, Gould et al., 1987, Wilkinson e Robinshaw, 1987), il carattere e la dimensione del testo. Certamente la comprensione del testo comporta la decodifica e la comprensione linguistica. Se non vi è comprensione linguistica non potrà mai esserci comprensione del testo. Questo significa che affinché si avvii la comprensione del testo scritto devono essere garantite abilità minime in entrambe le componenti (Gough e Tunner, 1986; Hoover e Gough, 1990). Quali processi cognitivi nella comprensione del testo? La ricerca di settore afferma che le funzioni esecutive giocano un ruolo molto importante nella comprensione del testo. Inoltre non dimentichiamo mai di tener presente il concetto di informazione formativa enunciato da Guido Petter. Per questi motivi e al fine di favorire la comprensione del testo è necessario favorire inizialmente il collegamento con conoscenze già acquisite, il bisogno di possedere una specifica informazione, la forte motivazione e la struttura cognitiva forte e chiara. Occorre suddividere poi il testo in diverse parti: una parte iniziale, una parte centrale e una parte conclusiva. Solo successivamente si potrà creare una mappa concettuale con la rappresentazione grafica dei personaggi principali, del luogo in cui si svolge la vicenda e dei fatti e delle conclusione a cui giunge la storia.

PREVENIRE IL TRAUMA DEL FALLIMENTO ADOTTIVO

di Sara Di Nunzio Il termine post-adozione designa il periodo che ha inizio con l’arrivo del bambino nella sua nuova famiglia e individua una serie di interventi finalizzati a garantire la buona integrazione del minore all’interno del nucleo familiare e del contesto sociale.  La necessità di creare una rete di servizi che accompagnino le famiglie oltre il primo anno dall’ingresso del minore adottato è una richiesta pressante in quanto il servizio di post-adozione va indubbiamente potenziato, anzi in molti casi soprattutto in Italia va proprio creato. Secondo una recente ricerca del professor Jesùs Palacios, professore dell’Università di Siviglia, in Spagna, le famiglie che si trovano a fare i conti con un’adozione complessa e che vivono un momento di crisi non sempre chiedono aiuto, nonostante la presenza di servizi di post adozione gratuiti e specializzati, composti da équipe di psicologi e neuropsichiatri. Infatti secondo questa ricerca per Rosa Rosnati docente di psicologia dell’adozione e dell’affido presso l’Università Cattolica di Milano, i dati confermano la necessità di un cambiamento di prospettiva culturale: l’adozione non è esclusivamente un canale per avere un figlio, ma ha in sé una intrinseca dimensione sociale​. Se i genitori hanno fin dall’inizio questa prospettiva, saranno più predisposti a chiedere aiuto: adottare non è un’impresa che può essere condotta in solitaria. Fin dal momento della valutazione delle coppie è importante tenere conto della loro disponibilità a confrontarsi con altri, a mettersi in rete, aiutarli non solo a maturare le competenze genitoriale ma anche ad acquisire delle competenze genitoriali terapeutiche per consentire ai bambini di recuperare dopo le esperienze traumatiche che hanno vissuto. L’indagine del professor Palacios si riferisce agli anni 2003-2012, analizzando soprattutto i fallimenti adottivi che hanno riguardato l’1,32% delle adozioni, numeri molto inferiori rispetto a quel 3% di cui si parla generalmente in Italia. Attraverso questa ricerca il professor Palacios ha evidenziato dei fattori di rischio determinanti, Il 94% dei fallimenti riguardano bambini che sono stati inseriti in famiglia quando avevano più di due anni, ma contrariamente a quanto si pensa, il rischio non aumenta con l’aumentare dell’età e un bambino adottato da grande non è un bambino molto più a rischio. Un altro fattore di rischio è l’adozione di fratelli: il 40% dei fallimenti adottivi coinvolge adozioni di fratelli. in poco più della metà dei casi il fallimento riguarda tutti i fratelli, mentre quando ad essere allontanato è solo uno dei figli, nel 70% dei casi si tratta del figlio maggiore. Dal punto di vista dei professionisti, è stato sottolineato come si tenda a proporre servizi di consulenza e si facciano invece pochi interventi per sviluppare l’attaccamento. Esplorando il panorama giuridico  La Spagna in particolare ha da poco cambiato la sua normativa di riferimento, ponendo un limite di due anni ai tentativi di recupero delle capacità genitoriali delle famiglie di origine e proibendo l’istituzionalizzazione per i minori sotto i 3 anni. Esplorando brevemente il panorama giuridico italiano, è indubbio poter confermare che la svolta decisiva, riguardo la tutela dei diritti dei minori adottati, si è concretizzata negli anni ’60, quando con la riforma del diritto di famiglia il minore venne riconosciuto titolare di diritti fondamentali che devono essere tutelati. Già la nostra Costituzione del 1948, con gli artt. 30 e 31, aveva sancito l’impegno dello Stato italiano nel sostegno della famiglia attraverso l’erogazione di servizi per sostenerla nell’adempimento dei suoi doveri. Nell’ordinamento italiano l’adozione dei minori in stato di abbandono è considerata legittimante, dunque irrevocabile: una volta emessa, la sentenza di adozione non può più essere rimossa e pari trattamento è assicurato ai minori stranieri in stato di abbandono, secondo la normativa prevista per l’adozione internazionale. Secondo la concezione più moderna dell’adozione, il rapporto adottivo è assimilato infatti al rapporto di filiazione legittima e la nuova famiglia adottiva sostituisce la famiglia d’origine con acquisto del cognome dell’adottante, redazione di un nuovo atto di nascita e acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero. Come qualsiasi altro rapporto giuridico di filiazione, anche il rapporto nato da un’adozione legittimante potrà essere interrotto in caso di inadeguatezza genitoriale: il minore allontanato dalla famiglia adottiva dopo la pronuncia di adozione, considerato ormai figlio legittimo, sarà come tale allontanato, collocato in una struttura o sottoposto ad affidamento ed eventualmente nuovamente dichiarato adottabile. La restituzione del minore Il fallimento adottivo è un fenomeno le cui conseguenze negative ricadono non solo sul bambino stesso e sulla sua famiglia adottiva ma sul complesso di servizi chiamati ad interessarsi al percorso di un’adozione internazionale.  La ricerca sul fenomeno della restituzione di minori adottati provenienti da Paesi stranieri ha preso in considerazione i minori transitati o presenti nelle diverse strutture residenziali di accoglienza. Dai dati si evince che la maggiore percentuale di minori viene inserita nelle “comunità di accoglienza” e in secondo luogo in “comunità familiare”. Molto residuale, invece, la presenza di minori accolti in “gruppi appartamento”, mentre soprattutto in alcune zone ancora si ricorre al ricovero in istituti di tipo tradizionale. Per comprendere le ragioni che hanno determinato l’inserimento in ciascuna specifica struttura, emerge chiaramente come la scelta della struttura residenziale non segua sempre criteri basati sui bisogni del minore ma, piuttosto, molto più frequentemente il principio dell’immediata disponibilità all’accoglienza e dei costi non troppo elevati. L’allontanamento dal nucleo familiare avviene spesso nella delicata fase della transizione adolescenziale, a seguito di momenti di accesa esasperazione delle relazioni genitore-figlio adottivo, tanto da essere inizialmente attuato come intervento di emergenza. Solo in misura residuale l’allontanamento risulta frutto di una valutazione approfondita e articolata della situazione familiare dalla quale scaturisca un progetto di intervento costruito e programmato a medio-lungo termine. Per questo il sostegno degli operatori nel post-adozione è fondamentale. Secondo Rosa Rosnati, gli operatori non hanno il compito di valutare le capacità e mancanze della coppia, bensì di individuare le risorse presenti in ciascuno dei coniugi, nella coppia, nella famiglia e nel contesto sociale, pertanto l’obiettivo sarebbe quello di creare reti sociali che possano sostenere la famiglia adottiva. Fonti: Vadilonga F., Curare l’adozione. Modelli di sostegno e presa in carico della crisi adottiva. Milano: Raffaello Cortina, 2010. Andolfi M., Chistolini

Presentazione libro Alessandra Bernasconi

Dr.ssa Alessandra Bernasconi, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico di adulti, adolescenti e coppie; terapeuta emdr; referente di un’equipe accreditata dall’Ats di Varese per la certificazione dei Dsa, dal 2004 collabora anche con scuole di diverso ordine e grado per la conduzione di sportelli d’ascolto, interventi nelle classi e screening per i Dsa. Nel 2018, ha pubblicato il suo primo libro sugli sportelli d’ascolto alla scuola secondaria di primo grado: “Una finestra sul mondo dei preadolescenti”.

Presentazione del libro: “Il Manuele Deontologico Degli Psicologi” di Catello Parmentola e Elena Leardini. Edizioni Psiconline.

Tra le parti e nella parte ad indicare che le più esposte frontiere deontologiche istituiscono conflitti non solo tra i diversi attori dei setting professionali, ma anche “dentro” l’attore principale, il soggetto psicologo. Il volume si rivolge a psicologi, psicoterapeuti, studenti di psicologia, specializzandi, cultori e insegnanti di materie psicologiche, deontologiche e di psicologia giuridica.

Presentazione del Libro “Nessuno è escluso Come pensare di essere in paradiso stando all’inferno”

Presentazione del Libro “NESSUNO E’ ESCLUSO. Come pensare di essere in paradiso stando all’inferno. LFA Publisher, 2020”, che tratta la storia di Roberta Maria, quattro anni, con una patologia genetica rarissima. Nel testo il papà tratta il complesso percorso sanitario e sociale che accomuna la piccola alle altre persone con disabilità ed evidenzia, in particolare, il ruolo dei diversi professionisti che incontrano e che, indirizzando le loro vite, ne diventano automaticamente inconsapevoli registi.Autore: Fortunato Nicoletti, Vice Presidente dell’ODV Nessuno è escluso, papà di Roberta Maria.