Psicologia del Futuro: la Psicologia nel 2050

Psicologia del Futuro: la psicologia nel 2050 Il mondo sta cambiando a un ritmo incredibile, e con esso anche il nostro modo di comprendere la mente umana. Le scoperte in neuroscienze, biotecnologie, intelligenza artificiale, e psicologia comportamentale stanno rivelando potenzialità straordinarie per il trattamento dei disturbi mentali. Ma come sarà la psicologia nel 2050? Ciò che ho notato, è la tendenza di due strade apparentemente apposte quanto innovative: l’aumento della tecnologia, da un lato, il ritorno al corpo, dall’altro. Psicologia e Intelligenza Artificiale: Terapeuti Virtuali e Assistenza Psicologica L’intelligenza artificiale (AI) è destinata a svolgere un ruolo centrale nel futuro della psicologia. Terapie automatizzate, assistenza psicologica virtuale e diagnosi basate su AI potrebbero diventare realtà quotidiana. I chatbot avanzati e gli assistenti virtuali, alimentati dall’IA, potrebbero essere in grado di fornire supporto psicologico immediato, 24 ore su 24, a chiunque abbia bisogno di un consulto, che si tratti di ansia, stress o solitudine. Questi “terapeuti virtuali” potrebbero essere addestrati a riconoscere emozioni, offrire consulenza e anche monitorare i progressi nel trattamento. Gli algoritmi di IA potrebbero essere in grado di analizzare enormi quantità di dati per identificare segni precoci di disturbi psicologici, come il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) o la schizofrenia, molto prima che i sintomi si manifestino in modo evidente. Inoltre, l’IA potrebbe aiutare a personalizzare i trattamenti psicologici in tempo reale, basandosi sul comportamento e sulle risposte fisiologiche del paziente. Sempre più diffusi sono i visori che permettono di far immergere il paziente in un mondo virtuale che possa far esporre il paziente alle situazioni temute senza uscire dalla stanza del terapeuta, come già ampiamente utilizzati in alcuni trattamenti di stampo cognitivo-comportamentale come l’ERP, per il trattamento dei disturbi d’ansia. Strumentazione simile viene sempre più utilizzata anche in fase diagnostica per la valutazione delle competenze neurocognitive. Psicologia e Salute Integrata: Corpo e Mente come Unità Allo stesso tempo, in futuro, la psicologia si integrerà sempre più con la medicina e altre discipline, come la nutrizione, la genetica e la neuroscienza. La salute mentale non sarà più vista come un’entità separata, ma come parte integrante del benessere generale dell’individuo. Grazie ai dispositivi indossabili, le persone potranno monitorare in tempo reale non solo i loro parametri fisici (come battito cardiaco e pressione sanguigna), ma anche i segnali fisiologici legati alla loro salute mentale (livelli di stress, ansia, qualità del sonno, ecc.). I dati raccolti potrebbero essere analizzati per prevedere e prevenire crisi psicologiche o emotive. I trattamenti psicologici potrebbero essere sempre più orientati verso un approccio integrato che coinvolge la meditazione, la respirazione, la nutrizione, l’attività fisica e l’interazione sociale come metodi complementari per migliorare la salute mentale. La psicoterapia non sarà più solo una questione di “parlare”, ma un processo che coinvolge corpo, mente e spirito. Conclusioni Nel 2050, la psicologia potrebbe sembrare molto diversa da quella che conosciamo oggi. L’integrazione di biotecnologie, IA, neuroscienze e approcci terapeutici innovativi promette di migliorare la qualità della vita e la gestione delle malattie mentali. Tuttavia, questi sviluppi solleveranno anche questioni etiche e filosofiche: come bilanciare il progresso tecnologico con il rispetto per l’autonomia e il benessere psicologico umano? Il futuro della psicologia sarà senza dubbio affascinante, ma anche pieno di sfide, e richiederà una riflessione continua su come utilizzare queste nuove potenzialità per il bene della società.
Psicologia Clinica, Psicoterapia, Riabilitazione neuropsicologica: integrare i saperi per superare il riduzionismo tecnicista

Emanuele del Castello, Psicologo Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica, Didatta Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC). Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Un po’ di storia: la nascita delle professioni psicologiche. I trenta anni di Neuropsicologia Cinica in Campania, che celebriamo in questa sede, coincidono in gran parte con il trentennio di vita della Professione di Psicologo regolamentata dalla legge 56/89. Come si sa, questa legge era stato il frutto di un faticoso lavoro di mediazione tra interessi diversi. Era chiaro a tutti, infatti, che i nuovi professionisti laureati in Psicologia si sarebbero orientati verso la pratica clinica, sconfinando in un’area, la terapia, fino ad allora di competenza esclusiva della professione medica. Al di là di possibili verosimili interessi corporativi in gioco, diventava necessario tutelare, pertanto, la salute della cittadinanza, creando una chiara distinzione tra l’attività psicoterapeutica e le altre attività che vengono attribuite allo psicologo dalla stessa legge. In qualche modo la psicoterapia veniva individuata come area di pratica professionale comune per medici e psicologi. L’utile compromesso raggiunto con l’art. 3 lasciava allo Psicologo, non specializzato ai sensi dello stesso articolo, un’ampia gamma di attività professionali che se, da una parte, avevano lo scopo di estendere le competenze dello Psicologo ai più svariati settori della convivenza umana con attività come diagnosi, prevenzione, a b i l i t a z i o n e e r i a b i l i t a z i o n e che restavano idealmente ancorate all’ambito sanitario, dall’altra, attività come sostegno, ricerca, insegnamento non apparivano sufficienti a lasciare immaginare una professione psicologica non clinica. A quei tempi, una distinzione sommaria tra le attività dello Psicologo sembrò sufficiente, soprattutto perché la vocazione “clinica” dei giovani psicologi italiani li spingeva, spesso immediatamente dopo la laurea, ad iscriversi ad una s c u o l a d i P s i c o t e r a p i a p e r compensare la scarsa capacità professionalizzante delle Facoltà di Psicologia. Naturalmente, a questa scelta contribuì anche la norma per cui gli Psicologi, così come tutti gli altri professionisti Sanitari, possono accedere ai concorsi nella Sanità p u b b l i c a s o l o c o n l a S p e c i a l i z z a z i o n e . L a specializzazione in Psicoterapia, in carenza di altre specializzazioni in ambito psicologico, consentiva questa possibilità; pertanto, una formazione di questo tipo, nelle sue svariate declinazioni originate dai modelli teorici esistenti nel campo, diventava un valido sostituto per una formazione in Psicologia Clinica che potesse fornire ai professionisti impegnati nei vari ambiti della tutela della salute, nel Sistema Sanitario Nazionale come nell’ambito privato, l e competenze professionali teoriche, ma soprattutto pratiche, necessarie a garantire la tutela della salute delle persone. Il caso della Neuropsicologia Clinica. La neuropsicologia clinica s e m b r a v a e s s e r e s f u g g i t a completamente all’attenzione del legislatore della 56/89. In teoria, il riferimento ad “abilitazione e riabilitazione” presente nell’art. 1 avrebbe potuto risolvere la questione collocando una disciplina così complessa chiaramente sanitaria, e forse ancor più ancorata alla pratica medica, fuori dell’area terapeutica. Non tutti, però, si sono accorti del pericolo di questa operazione; molti, anzi, hanno visto nella introduzione d e g l i i n s e g n a m e n t i d i neuropsicologia nelle facoltà di Psicologia, la possibilità di rendere autonoma la disciplina rispetto alla Neurologia, aprendo, allo stesso tempo, la possibilità di nuovi spazi occupazionali per i giovani psicologi. Questa aspirazione sembrava ancora più concreta con la riforma dell’Università che ha introdotto il cosiddetto 3+2 nel percorso universitario. Più che in altri settori, il Dottore in Tecniche Psicologiche (in ambito Neuropsicologico) sembrava aprire nuove prospettive lavorative; il problema così diventava: se esistono psicologi cosiddetti “junior” o anche “senior ” addet t i al la riabilitazione neuropsicologica, chi s a r à l o s p e c i a l i s t a che ne programmerà, supervisionerà e verificherà l’applicazione delle tecniche in cui è formato? All’interno del Sistema Sanitario la risposta risultava automatica e cioè che la direzione del processo terapeutico-riabilitativo spettasse al Medico specialista in Neurologia e non a uno Psicologo Clinico. Tuttavia, al di là degli evidenti conflitti di interesse corporativi, la conseguenza non può non essere che la riduzione del processo r i a b i l i t a t i v o i n a m b i t o neuropsicologico a procedura tecnica, paragonabile ad analoghe procedure in ambito ortopedico o urologico, scevra da un progetto terapeutico-riabilitativo che tenesse conto del ruolo fondamentale di funzioni quali la memoria, i l linguaggio ed altre che costituiscono aspetti importanti dell’identità e della vita relazionale di una persona. Tale consapevolezza, per fortuna, sembra cresciuta negli ultimi d e c e n n i . Lo s v i l u p p o d e l l e neuroscienze ha portato, infatti, a un superamento del vecchio dualismo cartesiano di corpo e mente e ormai prevale un’idea di funzionamento psicologico in cui mente e cervello sono strettamente integrati. Inoltre, l’esperienza clinica in ambito riabilitativo ha messo in evidenza la stretta connessione tra recupero delle funzioni cognitive danneggiate e sistema motivazionale del paziente (Del Castello e Lepore, 2002). Lo spazio della Psicologia Clinica. La definizione della Psicologia come professione sanitaria ha aperto una nuova questione: e cioè quella di delineare il campo della Psicologia C l i n i c a e , d i conseguenza, p r o g e t t a r e i p e r c o r s i d e l l a formazione di uno Psicologo Clinico nei vari settori di applicazione. Se facciamo riferimento alla definizione della Divisione di Psicologia Clinica (Divisione 12) dell’American Psychological Association (APA) leggiamo che: “Il campo della psicologia clinica integra
PSICOLOGIA CLINICA E ROMANZO GIALLO

di Lia Corrieri “Lo studio dei caratteri mi interessa enormemente” replicò serio il mio amico. “Non ci si può occupare del crimine senza tener conto della psicologia. Non è tanto il delitto in sé stesso che interessa, quanto ciò che si nasconde dietro. Mi segue, Hastings?” Agatha Christie, Se morisse mio marito, 1933 Offrire una definizione univoca di “romanzo giallo” non è un’impresa semplice, vista anche la varietà di etichette con le quali ci si riferisce spesso a questo genere di produzioni editoriali, come, ad esempio, le anglosassoni mistery fiction, crime fiction, detective fiction, oppure il “romanzo poliziesco” o il “romanzo giallo”; o, ancora, l’espressione francese “noir”, che attualmente indica un ulteriore tipologia letteraria, sempre più autonoma rispetto al “giallo” originario. Si tratta di nomi derivanti dal colore delle copertine con le quali gli editori, rispettivamente il “giallo Mondadori” in Italia e il nero di Gallimard in Francia, pubblicavano tali prodotti e che, mediante un processo di “volgarizzazione del marchio”, sono giunti ad indicare un insieme variegato di narrazioni con alcuni elementi comuni tra loro (Carta, 2019). Il dibattito, lungi dall’essere risolto, viene ulteriormente complicato dal fatto che, sovente, ci si riferisce a questo t i p o d i p u b b l i c a z i o n i indicandole come “storie di genere”, espressione che, a volte, comporta un’accezione negativa, come se i romanzi ed i racconti di genere fossero unicamente meri prodotti di consumo di basso livello culturale e, in quanto tali, necessariamente di seconda categoria rispetto ai classici della letteratura (Carta, 2019). In linea con Lucchiari (2017) nel presente contributo si utilizzerà il termine “romanzo giallo”, conservando così l’origine storica del genere letterario in Italia. Gli studiosi di letteratura solitamente fanno risalire la nascita del romanzo giallo al 1841, anno di pubblicazione del racconto I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe. L’opera di Poe ha avuto il merito di differenziarsi dai racconti del mistero fino a quel momento pubblicati in quanto capace di focalizzarsi sul pensiero analitico (o logico-scientifico) grazie al quale il protagonista, Auguste Dupin, risolve l’enigma al centro della storia (Sova, 2001; Carta, 2019). Nella seconda metà del XIX secolo si assistette non solo allo sviluppo del romanzo giallo ma anche alla nascita e la diffusione della psicologia e della psicoanalisi, le cui idee e scoperte sono spesso riflesse nelle arti e nella letteratura dell’epoca (Mecacci, 2008; Najar & Salehi Vaziri, 2021). E’ interessante notare come i d u e a m b i t i , q u e l l o dell’indagine psicologica e quello del nuovo genere letterario, condividano non solo il periodo storico in cui hanno iniziato a diffondersi ma a n c h e a l c u n i c o n c e t t i d’interesse comune, come il pensiero analitico/logico-s c i e n t i fi c o adottato dal detective per risolvere un enigma o le motivazioni e le pulsioni inconsce che possono spingere una persona a commettere un crimine (Yang, 2010; Konnikova, 2013). Il rapporto tra psicologia e letteratura gialla, infatti, sembra essersi sviluppato già a fine ‘800 e nelle prime d e c a d i d e l ‘ 9 0 0 , c ome testimoniato dal lavoro di Marie Bonaparte che negli anni ’30 del XX secolo dedicò u n ’ i n t e r a o p e r a a l l a produzione letteraria di Edgard Allan Poe. Nel suo lavoro Bonaparte i n t e r p r e t a , i n u n ’ o t t i c a psicoanalitica, molti dei testi dell’Autore americano, tra i quali proprio I delitti della Rue Morgue, evidenziando la presenza, all’interno della storia, di un parallelismo tra l ’ a g g r e s s i v i t à a g i t a dall’assassino e la sessualità (Bonaparte & Freud, 1976; Yang, 2010; Finzi, 2017). P e r a l t r o l ’ a m b i z i o n e dell’analista laica, in analisi con Freud dall’età di 45 anni, era proprio di redigere la psicobiografia dello scrittore (1933). Il fascino sperimentato dall’originale e creativa allieva di Freud soprattutto per le storie gotiche di Poe, con il ritorno alla vita di persone morte e le svolte inquietanti e inattese degli eventi, può e s s e r e r i c o n d o t t o a l l a somiglianza delle loro prime esperienze di vita traumatiche. Bonaparte infatti aveva perso sua madre un mese dopo la sua nascita, e il padre di Poe abbandonò la famiglia quando Edgar aveva due anni e sua madre morì di tubercolosi quando lui ne aveva tre. Bonaparte perciò condivideva indirettamente la perdita di Poe e le fantasie del ritorno del genitore defunto nelle sue storie: ella era sensibile ed empatica nei confronti del mondo interiore di Poe perché il suo mondo interiore era simile (Warner, 1991). Nel corso delle ultime decadi dell’Ottocento il romanzo giallo si sviluppò ulteriormente grazie al lavoro di diversi Autori, tra i quali Wilkie Collins e, soprattutto, di Sir Arthur Conan Doyle, che ambientò nella Gran Bretagna vittoriana l e a v v e n t u r e d e l s u o personaggio più famoso, il detective Sherlock Holmes (Scaggs, 2005). Secondo Yang (2010) non solo Sigmund Freud s i interessò ai racconti del famoso detective inglese ma è p o s s i b i l e a d d i r i t t u r a individuare dei parallelismi tra i casi di Holmes ed i resoconti c l i n i c i d e l padre d e l l a psicoanalisi. Alcune analogie, infatti, si riscontrano già nei titoli delle loro opere, basti pensare ad esempio al racconto “Un caso d’identità” (A case of identity), raccolto nell’opera dell’Autore “Le Avventure di Sherlock Holmes” (Adventures of Sherlock Holmes,
Psicologia inclusiva per alunni immigrati

Psicologia inclusiva per alunni immigrati
Psicologi Europei in Formazione

Un interessante iniziativa degli studenti di psicologia.
Psico-Design: dimmi come arredi e ti dirò chi sei.

“Casa” è il luogo che dovrebbe rappresentare sicurezza e tranquillità. Come può contribuire lo psicologo attraverso lo psico-design? Spesso, nell’immaginario collettivo, il ruolo dello psicologo è rilegato allo studio in cui incontra i propri pazienti. In realtà, la professione psicologica si intreccia e interconnette spesso con molteplici discipline che a volte appaiono distanti tra loro. Un buon incontro, ad esempio, è avvenuto tra il mondo della psicologia e quello dell’arte con la nascita dello psico-design Un professionista che si occupa di questo, non aiuta semplicemente ad arredare, ma facilita il modo di abitare quello spazio generando effetti positivi sul benessere psico-fisico del cliente. La casa non rappresenta solo la somma del numero di stanze da cui è composta, ma è strettamente connessa alle persone che la abitano e alle relazioni che intercorrono tra loro e con il mondo esterno. Non sono solo gli individui a dare energia ai luoghi domestici. Estrema importanza è data anche agli oggetti scelti per l’arredamento, alla modalità di posizionarli nello spazio e al ruolo che rivestono nelle relazioni tra i conviventi. Ulteriore fonte di energia è fornita dai colori che possiedono peculiari caratteristiche. Ad esempio nell’alfabeto psicologico il rosso rappresenta vitalità e calore; l’arancione la piena consapevolezza di sé; il giallo la libertà e l’autonomia; il verde l’equilibrio e la stabilità… Oltre a queste peculiari e curiose dritte generali, in realtà la personalizzazione del proprio spazio parte sempre dalla propria storia. Dai legami che si hanno con gli oggetti e dalla loro storia. Dalle emozione che suscitano quei determinati colori. All’interno di una casa possono vivere una o più persone, in ogni caso c’è sempre bisogno di ricavare uno spazio proprio, riservato, che ci permetta di proteggere la nostra privacy dagli altri coinquilini abituali o da eventuali ospiti. Solitamente è lo spazio in cui ci si dedica alle proprie passioni: una stanza per dipingere, un angolo lettura, la camera della musica, un piccolo ambiente che permetta di stare all’aperto o a contatto con la natura. Questo elemento all’interno delle nostre case è definito spazio-bolla e rappresenta un po’ l’ombelico da cui prende vita il resto. Lo Psico-design non riguarda solo le abitazioni private. Un’importante e necessario contributo di questa disciplina si ritrova anche nei luoghi pubblici o all’interno dei contesti lavorativi. Costruire un luogo partendo dalle esigenze di chi lo abiterà, è uno dei punti cardine di questo approccio. Ogni individuo, soprattutto sul luogo di lavoro, dovrebbe sentirsi comodo e al sicuro. Ogni contesto aziendale dovrebbe rispettare le specificità della comunità che lo vive, creando spazi inclusivi che rispondano alle svariate esigenze lavorative e personali. Anche i luoghi pubblici e il modo in cui sono organizzati, spesso sono lo specchio dei valori culturali di chi li abita e a loro volta indirizzano e condizionano le relazioni all’interno della collettività. Quindi, non solo i singoli individui ma tutti i contesti di vita delle persone dovrebbero nutrirsi di questo contributo fornito dalla psicologia dell’abitare.
Progetti presso le case di reclusione

Rosaria Varrella psicologa specializzata in criminologia e in terapia analitico transazionale, copre l’incarico di esperta presso la casa di reclusione G.B. Novelli di Carinola Caserta, In cui si occupa di osservazione scientifica della personalità e conduce dei gruppi di sostegno per giovani adulti. In questa attività utilizza l’approccio analitico transazionale e per la realizzazione di questo, ha chiesto aiuto a tutti i colleghi e amici che hanno accettato di collaborare in questo contesto così particolare. Molti colleghi descrivono le loro esperienze in progetti che li hanno colpito profondamente. Progetti realizzati presso centri detentivi femminili, e soprattutto i grandi risultati avuti da parte delle donne.
PRODOTTI FREE FROM E IL LORO CONSUMO

Al giorno d’oggi, il consumatore è sempre più alla ricerca dei cosiddetti prodotti free from. Egli, infatti, ha sviluppato un’avversione nei confronti di alcune componenti che fino a poco tempo fa venivano usate senza alcuna preoccupazione. I prodotti free from sono quelli che presentano sul packaging o sulle etichette scritte come “senza olio di palma”, “senza conservanti”, “pochi zuccheri” e così via. L’Osservatorio Immagino Nielsen ha riportato che più di 10.000 prodotti alimentari riportano sulle loro confezioni una scritta che sottolinea l’assenza o la bassa presenza di un determinato ingrediente. Queste tendenze non riguardano solamente il mondo dei prodotti alimentari, ma quelli dell’igiene e della cura della persona dove si trovano claim come “senza coloranti”, “senza alcool”, “senza profumo” … Gli addetti al marketing si sono adattati a questa nuova tendenza inserendo i claim “senza”, “zero”, e “no” nella parte anteriore o superiore del packaging in modo tale che siano più visibili agli occhi dei consumatori. Ma perchè il consumatore odierno è più attratto dai prodotti free from? Per esplorare i meccanismi dietro a queste decisioni, bisogna partire dalla crisi economica del 2008. Essa, infatti, ha avuto un forte impatto psicologico sui consumatori in quanto ha richiesto loro un cambio di prospettiva. Se con la Rivoluzione Industriale si era affermata l’idea di una crescita continua, con la crisi economica il consumatore si trova di fronte a una messa in discussione di queste convinzioni in quanto inizia a interfacciarsi con l’idea del limite e con il tema dell’ecologia. A partire da questo presupposto, alcuni studiosi hanno individuato 3 fattori che possono essere alla base della diffusione dei prodotti free from: 1. Riaffermazione di antichi valori (come l’avversione allo spreco, il risparmio, la moderazione nei consumi…) Si diffonde, infatti, uno stile di vita improntato al fare a meno di tutto ciò che è superfluo. 2. Diffusione dei consumi green Questa nuova tendenza porta un’attenzione estrema alla qualità del prodotto che deve essere il più possibile naturale e rispettoso dell’ambiente. Questa tendenza giustifica l’avversione nei confronti di quelle componenti considerate pericolose per l’ambiente e per la salute delle persone. 3. Meccanismi di difesa messi in atto dal consumatore a seguito della crisi come la scissione. La scissione è un processo psicologico tipico dello sviluppo del neonato in relazione al primo oggetto d’amore (il seno della madre). Esso assume una duplice connotazione: diventa un oggetto buono quando lo nutre; mentre nei momenti di assenza si trasforma in oggetto cattivo. Allo stesso modo, il consumatore ricerca nei prodotti quelle caratteristiche che lo gratificano e respinge ed evita quelle che considera frustranti e dannose. In conclusione, possiamo dire che la crisi economica ha avuto degli effetti pragmatici sui comportamenti dei consumatori e sull’acquisto di prodotti free from. L’enfasi sul “non contiene un determinato ingrediente” evoca e rafforza l’idea che quel determinato ingrediente sia cattivo. Dunque, non contenendolo più il prodotto si qualifica di per sé come buono. BIBLIOGRAFIA Klein, M. (1946). Notes on some schizoid mechanism. The International Journal of psycho-analysis, 27, 99 Lozza, E., & Fusari, G. (2019). Psicologia del senza. Nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo srl
Procrastinazione: perchè preferiamo il “poi”

La procrastinazione è un fenomeno che quasi tutti hanno sperimentato almeno una volta nella vita. È quel comportamento che ci porta a rimandare attività importanti a favore di compiti meno urgenti o più piacevoli. Sebbene possa sembrare un atteggiamento innocuo, la procrastinazione può avere conseguenze significative sul benessere personale, sulla produttività e sulle relazioni interpersonali. Possibili cause della procrastinazione Prima di tutto, è importante capire che la procrastinazione non è semplicemente il risultato della pigrizia o della mancanza di forza di volontà. Infatti, le sue radici sono spesso molto più complesse e possono includere fattori psicologici, emotivi e comportamentali. In primo luogo, la paura del fallimento è una delle cause principali della procrastinazione. Le persone, in altre parole, rimandano i compiti perché temono di non essere all’altezza e preferiscono evitare l’ansia associata al possibile fallimento. Il perfezionismo, in secondo luogo, gioca un ruolo significativo. I perfezionisti spesso procrastinano perché temono di non riuscire a realizzare il compito alla perfezione, paralizzandosi di fronte alla necessità di fare tutto in modo impeccabile. Inoltre, la mancanza di motivazione può portare alla procrastinazione. Quando un compito non è percepito come interessante o significativo, la motivazione cala drasticamente, inducendo a rimandare. Allo stesso modo, il sovraccarico di lavoro può contribuire alla procrastinazione. Di fronte a una quantità eccessiva di lavoro, ci si può sentire sopraffatti e non sapere da dove iniziare, il che porta a rimandare tutto. Infine, la bassa autostima può indurre alla procrastinazione. Le persone con bassa autostima dubitano delle proprie capacità di completare un compito con successo e, di conseguenza, tendono a rimandarlo. Gli effetti della procrastinazione La procrastinazione può avere numerosi effetti negativi che vanno oltre il semplice ritardo nel completamento delle attività. Alcuni esempi: Stress e ansia: rimandare continuamente i compiti può portare a un aumento dello stress e dell’ansia, soprattutto quando le scadenze si avvicinano; Ridotta produttività: la procrastinazione cronica può influire negativamente sulla produttività complessiva, rendendo difficile completare progetti importanti; Problemi relazionali: la procrastinazione può causare tensioni nelle relazioni, sia sul lavoro che nella vita personale, poiché gli altri possono percepire questo comportamento come mancanza di rispetto o impegno; Impatto sul benessere: l’ansia e lo stress associati alla procrastinazione possono avere un impatto negativo sul benessere fisico e mentale, contribuendo a problemi di salute come l’insonnia, la depressione e l’aumento della pressione sanguigna. Strategie per superare la procrastinazione Fortunatamente, ci sono diverse strategie che possono aiutare a combattere la procrastinazione e a migliorare la produttività e il benessere generale. Alcune strategie possono essere: Suddividere i compiti: spezzare i compiti più grandi in piccole attività gestibili può rendere il lavoro meno intimidatorio e più affrontabile. Questo approccio può aiutare a costruire un senso di progresso e realizzazione; Stabilire obiettivi chiari e specifici: avere obiettivi chiari e raggiungibili può aumentare la motivazione e fornire una direzione. Gli obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Achievable, Rilevanti e Temporalmente definiti) sono particolarmente efficaci; Creare un piano di lavoro: pianificare in anticipo e creare un programma dettagliato può aiutare a mantenere il focus e a evitare di rimandare i compiti. Questo può includere la definizione di scadenze intermedie e la concessione di piccole ricompense per il completamento delle attività; Ridurre le distrazioni: identificare e minimizzare le distrazioni è fondamentale per mantenere la concentrazione. Questo può includere la gestione del tempo sui social media, la creazione di un ambiente di lavoro privo di distrazioni e l’uso di tecniche che prevedono periodi di lavoro concentrato seguiti da brevi pause; Cercare supporto: Parlare delle proprie difficoltà con amici, familiari o un professionista può fornire il supporto necessario per affrontare la procrastinazione. A volte, semplicemente condividere i propri obiettivi con qualcun altro può aumentare la responsabilità e la motivazione. Conclusione La procrastinazione è un comportamento complesso che può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana. Comprendere le cause sottostanti e sviluppare strategie efficaci per affrontarla è essenziale per migliorare la produttività e il benessere generale. Con un approccio consapevole e proattivo, è possibile superare la procrastinazione e raggiungere i propri obiettivi con successo.
Processi cognitivi e comprensione del testo

La comprensione del testo riguarda la capacità di cogliere il vero significato di un testo. E’ superfluo dirlo: la comprensione del testo coinvolge tutti i processi cognitivi, ma principalmente la memoria di lavoro e la memoria a lungo termine. La lettura decifrativa e la comprensione sono processi cognitivi che si situano a due differenti livelli del controllo, facendo riferimento al modello al cono dell’intelligenza di Cornoldi (2007). Oggi nei contesti educativi gli studenti sostengono anche prove computer base di comprensione del testo e spesso non ottengono risultati efficaci, proprio a causa di alcune variabili, come il disagio oculare, l’orientamento del display (Cushman, 1986, Gould et al., 1987, Wilkinson e Robinshaw, 1987), il carattere e la dimensione del testo. Certamente la comprensione del testo comporta la decodifica e la comprensione linguistica. Se non vi è comprensione linguistica non potrà mai esserci comprensione del testo. Questo significa che affinché si avvii la comprensione del testo scritto devono essere garantite abilità minime in entrambe le componenti (Gough e Tunner, 1986; Hoover e Gough, 1990). Quali processi cognitivi nella comprensione del testo? La ricerca di settore afferma che le funzioni esecutive giocano un ruolo molto importante nella comprensione del testo. Inoltre non dimentichiamo mai di tener presente il concetto di informazione formativa enunciato da Guido Petter. Per questi motivi e al fine di favorire la comprensione del testo è necessario favorire inizialmente il collegamento con conoscenze già acquisite, il bisogno di possedere una specifica informazione, la forte motivazione e la struttura cognitiva forte e chiara. Occorre suddividere poi il testo in diverse parti: una parte iniziale, una parte centrale e una parte conclusiva. Solo successivamente si potrà creare una mappa concettuale con la rappresentazione grafica dei personaggi principali, del luogo in cui si svolge la vicenda e dei fatti e delle conclusione a cui giunge la storia.