Presentazione del Libro “Amore, niente è perfetto e sono felice” di Richard Unterrichter

L’Amore vero, l’unico, esiste? Sì, ed il protagonista non ha nessun dubbio riguardo al suo: lo conosce, lo sente, lo dimostra e lo trasmette. E’ un uomo innamorato che usa l’aggettivo “bella” solo per la sua Donna che non chiama “Amore mio”, ma “Amore” e sa ben spiegare il perché mentre la sua quotidianità diventa un’avventura che sia una visita dal pediatra con la figlia “sgambizzata” dai Gummis che li inseguono, o la cena dagli amici che diventa un viaggio nelle sue insicurezze bislacche. Nella narrazione, a velocità alterne, ci sono abbagli e colpi di scena mentre i personaggi sono una cornice dinamica alla celebrazione di Amore che genera bisogni nuovi e nutre tutti gli altri. E’ l’Amore che ride, che scherza e che sogna. Declina una vita felice perché include e mai divora, apre a nuovi desideri ed offre nuove libertà e fa sognare. Il protagonista è un uomo che non si risparmia neppure nell’amore paterno che interpreta e vive in un modo del tutto moderno ed innovativo. Ma attenzione però, il colpo di scena più grosso arriva quando non ce l’aspettiamo perché queste pagine sono una dichiarazione d’amore sul filo del rasoio tra l’essere e il non poter essere.

Prenotazioni last minute e i meccanismi psicologici

Prenotazioni last minute: due parole che evocano libertà, improvvisazione, occasioni irripetibili. Ma anche stress, caos e decisioni affrettate. Ogni estate (e non solo), milioni di persone scelgono di organizzare la propria vacanza all’ultimo momento. Alcuni per risparmiare, altri perché “non riescono a decidere”, altri ancora per l’adrenalina del tutto e subito. Ma cosa si nasconde davvero dietro questo comportamento sempre più diffuso? In questo articolo esploreremo i principali meccanismi psicologici che guidano le prenotazioni last minute, tra procrastinazione, ansia da scelta, bisogno di controllo e voglia di fuga. Perché dietro a una decisione impulsiva, spesso, si celano dinamiche molto più profonde. 1. Procrastinazione: rimandare per evitare l’ansia Una delle spiegazioni più comuni è legata alla procrastinazione. Rimandare la prenotazione può sembrare una scelta strategica, ma spesso è una reazione all’ansia generata dal dover decidere. Più opzioni ci sono, più la decisione ci paralizza: è il cosiddetto paradosso della scelta. Così si preferisce non scegliere affatto… almeno finché non si è costretti. 2. Bisogno di controllo (mascherato da flessibilità) Alcune persone evitano di pianificare in anticipo perché percepiscono la pianificazione come una perdita di libertà. In realtà, si tratta spesso di un bisogno profondo di controllare l’incertezza: posticipare la decisione dà l’illusione di essere liberi, ma può nascondere la difficoltà ad affrontare imprevisti o a tollerare l’attesa. 3. FOMO e FOBO: la paura di sbagliare scelta Viviamo in un’epoca dominata dalla FOMO (fear of missing out): la paura di perdere un’occasione migliore. Così, si aspetta l’ultimo secondo, nella speranza di trovare “l’offerta perfetta”. A volte entra in gioco anche la FOBO (fear of better options): e se prenoto ora, ma poi esce qualcosa di meglio? Questi meccanismi alimentano l’ansia e ci portano a un comportamento paradossale: pur desiderando il massimo, finiamo col fare scelte frettolose. 4. Impulsività e desiderio di gratificazione immediata Le prenotazioni last minute attivano anche il circuito della gratificazione immediata. Decidere e partire nel giro di poche ore o giorni può dare una forte scarica di adrenalina: è la soddisfazione del desiderio nel qui e ora. Chi ha una personalità impulsiva, o una bassa tolleranza alla pianificazione, trova in questa modalità una valvola di sfogo. 5. Giustificazioni razionali e narrazioni personali “Mi piace improvvisare”, “Non sopporto i piani rigidi”, “Sono fatto così”. Frasi come queste spesso accompagnano le prenotazioni last minute, e fungono da auto-giustificazioni. Costruiamo narrazioni identitarie per dare senso alle nostre scelte, anche quando sono frutto di ansia o insicurezza. In alcuni casi, però, la spontaneità è reale, e riflette un autentico desiderio di libertà e scoperta. Prenotare all’ultimo può generare stress, soprattutto se si è costretti ad accettare compromessi su prezzo, destinazione o qualità dell’esperienza. Può portare a insoddisfazione e frustrazione. Al contrario, per alcune persone rappresenta un’esperienza entusiasmante, una fuga dalla routine che le fa sentire vive e reattive. Tutto dipende dalla consapevolezza con cui si compie la scelta. Le prenotazioni last minute non sono né buone né cattive in sé: tutto dipende da cosa ci spinge a farle. Se conosciamo i nostri meccanismi interni – ansia, desiderio di controllo, bisogno di libertà – possiamo compiere scelte più consapevoli e viaggiare meglio. Non solo verso una destinazione, ma anche dentro di noi.

Pratiche di cura del sè in psicoterapia

Pratiche di cura del sè in psicoterapia Quando si intraprende un percorso di terapia personale, si hanno alte aspettative sul viaggio che ci aspetterà, su ciò che scopriremo, sulle corde profonde che faremo vibrare. Tali aspettative spesso ci fanno lasciare da parte le cose semplici. Come se il bello di una passeggiata, la sensazione del sole sulla pelle, divenissero consigli scontati di un vecchio zio boomer poco avvezzo al riconoscimento del disagio psicologico. Talvolta mi capita di suggerire dei piccoli rituali quotidiani, ad accompagnare il percorso dei miei pazienti. Tra questi, emerge la cura del sé: brevi ma costanti azioni di cura, come la skin care. Inizialmente, non vengono accettate di buon grado, se non addirittura lette come uno sminuire la loro sofferenza. In questo breve articolo spiego quattro motivi per cui la cura del sé potrebbe accompagnare il percorso di terapia. L’autoconsolazione dei sensi. Azioni come la skin care, aiutano grazie a ciò che chiamiamo autoconsolazione dei sensi. Una crema dalla temperatura fresca, dalla consistenza piacevole, il profumo dei prodotti, la concentrazione sui passaggi necessari, facilitano la stimolazione gradevole dei cinque sensi. Questa pratica, ha un effetto breve ma immediato abbassando gli stati emotivi di sofferenza (M. Lineham 2019). Un’esperienza di autocura. La cura del sé richiede un momento da dedicare all’ascolto, l’osservazione e soprattutto la carezza del proprio corpo. È un’azione spesso in contraddizione con la voce critica e svalutante con cui siamo soliti rivolgerci a noi stessi. Essendo un’azione pratica, e non un’attività mentale, risulta più facile da praticare, da controllare e il messaggio inviato è potente: sono meritevole di cura. Una vera e propria pratica esperenziale immediata. L’azione opposta. La skincare, il trucco, la crema idratante, sono tutte azioni opposte a ciò che ci verrebbe automatico fare quando siamo ansiosi o depressi: trascurarci, lasciarci andare. È un’azione semplice ma potente nella sua esperienza. L’azione opposta rientra tra le skills di regolazione emotiva. 4. È una pratica in solitudine. È una pratica che genera piacere, calma e rilassamento in solitudine. Anche qui il messaggio è penetrante: posso stare bene anche da sola, posso provare piacere in solitaria

Positività nascosta dell’ansia quotidiana

positività

L’ansia rappresenta, attualmente, uno dei disturbi psicologi più frequenti di cui si sottovaluta la sua funzione di positività. Generalmente, l’ansia si caratterizza per la presenza di sentimenti spiacevoli, come il sentirsi soffocare, la sensazione che le cose possano sfuggire di mano. Si percepisce una forte paura e preoccupazione, accompagnate da frustrazione e disperazione. In realtà, l’ansia è, dunque, un meccanismo psicologico del tutto spontaneo, che ha la funzione di anticipare la percezione di un eventuale pericolo prima ancora che quest’ultimo si sia verificato. Tale sistema scatena fondamentalmente 2 risposte: da un lato l’esplorazione per identificare la situazione di pericolo ed affrontarla nella maniera più adeguata e, dall’altro, l’evitamento e la fuga. Vista sotto quest’ottica, la positività intrinseca dell’ansia la fa diventare funzionale al mantenimento dell’equilibrio psicofisico dell’individuo perchè, in effetti, collabora alla nostra sopravvivenza. E’ risaputo, ormai che i sintomi più comuni dell’ansia sono:-tachicardia-iperventilazione-sudorazione-tensione muscolare,-e altre manifestazioni neurovegetative attivate per fronteggiare un pericolo. Tali manifestazioni involontarie sono di conseguenza necessarie per convogliare le energie sull’analisi della situazione e superarla. Esistono, però, situazioni in cui il pericolo anticipato non trova corrispondenza nella realtà. Le nostre reazioni assumono così delle forme ingigantite e sproporzionate che portano l’individuo a perdere il contatto con l’ambiente. Questa modalità comportamentale può innescarsi a causa di diversi motivi, che spesso risultano difficilmente identificabili. Quindi, quando l’attivazione dell’ansia è eccessiva e ingiustificata rispetto alla reale situazione, siamo di fronte ad un disturbo d’ansia, propriamente detto. Esso può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni. In questo caso, l’ansia assume le caratteristiche disfunzionali, compromettendone l’aspetto cognitivo e sociale dell’individuo.

POS: acronimo inglese per indicare genitori alle spalle

POS

L’acronimo inglese POS (Parents over Shoulders, letteralmente genitori alle spalle) è utilizzato dai ragazzi in rete per indicare la presenza dei loro genitori che potrebbero spiare la conversazione. Il termine ha purtroppo assunto la connotazione di segnalazione di un “pericolo”. Per gli psicologi, invece, la presenza di genitori, rappresenta un efficace base per la crescita dei propri figli. Lo sviluppo psicofisico di un bambino è costellato di molteplici e complesse trasformazioni, che interessano diverse sfere: fisica, cognitiva, affettiva e relazionale. Questo processo evolutivo, normalmente, avviene in un ambiente familiare e sotto la guida di genitori attenti alle esigenze dei propri bambini. Innanzitutto, è necessario che i genitori siano consapevoli dell’individualità del proprio figlio, con proprie esigenze e copacità. I bambini vanno accompagnati verso l’autonomia, aiutandoli ad affrontare adeguatamente gli eventi critici, senza sostituirsi ad essi. Devono imparare a vestirsi, ad allacciare le scarpe e così via. Ogni giorno, sia i genitori che i figli, sono impegnati nella modulazione della loro relazione reciproca, in base agli accadimenti quotidiani. Nei rapporti fra adulti e bambini, entrano in gioco continuamente le capacità di adattamento degli uni e degli altri. E’ dall’infanzia, che i POS, i genitori, accompagnano i loro figli nella costruzione di una propria morale, mediante la costruzione di regole e l’interiorizzazione di esse. Senza dimenticare che, in questo processo, partecipano tutti i componenti della famiglia con un ruolo attivo. Il bambino, fin dalla nascita, infatti regola il proprio comportamento attraverso costanti feedback con l’ambiente circostante. Importante compito genitoriale è lo sviluppo del comportamento pro-sociale. I rapporti familiari favoriscono l’attenzione sull’empatia, sulla comprensione dell’altro, del suo pensiero e del suo eventuale disagio. L’importanza dell’adozione di uno stile educativo autorevole, basato proprio sulla comunicazione, sulla spiegazione e sul ragionamento condiviso, determina lo sviluppo di un comportamento altruistico, senza perdere la propria individualità.

Polivet lancia la campagna #loveyourvet. Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio

Maggio, mese della salute mentale. Polivet lancia la campagna #loveyourvet Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio Almeno la metà dei veterinari vede la sua salute mentale in pericolo. In cima ai fattori di stress il rapporto con i proprietari Roma, 25 maggio- Amiamo gli animali: ma chi ama i veterinari? Si occupano con passione e dedizione dei nostri animali domestici. Ci aspettiamo che siano reperibili, disponibili e infaticabili. Eppure il loro lavoro spesso manca di riconoscimenti, e diventa fonte di uno stress a volte ingestibile. I veterinari sono una delle categorie lavorative a più alto rischio di burnout ed episodi di autolesionismo. Un dato indagato in questi ultimi anni da varie ricerche negli Stati Uniti, in Germania, in Belgio e in Australia. Molto meno in Italia, dove la letteratura scientifica si occupa da tempo di indagare lo stress e il burnout nelle professioni sanitarie, ma non si può dire altrettanto per la professione del medico veterinario.Eppure qualcosa si è mosso, negli ultimi anni, anche se i risultati raramente hanno raggiunto il grande pubblico. In occasione del mese della salute mentale, l’ospedale veterinario Polivet di Roma ha somministrato un questionario online anonimo ai medici veterinari che ruotano intorno alla struttura (collaboratori diretti e medici che hanno aderito ai corsi di formazione, con un campione che va a coprire la totalità delle regioni italiane). “Il veterinario, a differenza delle altre professioni sanitarie, vive un dualismo complicato: da un lato il rapporto medico ed emotivo con il paziente, dall’altro quello con il proprietario dell’animale” spiega il direttore sanitario Polivet Simone Rota. “Con la nostra indagine abbiamo voluto mettere in risalto proprio questo aspetto, che è una delle maggiori fonti di disagio per i colleghi”. Una prima indagine, condotta nel 2013 da Alessandro Schianchi*, ha ipotizzato che circa il 25% dei veterinari si trovi in una condizione di elevato stress. Una seconda indagine del 2015** ha portato al primo posto tra i fattori di stress i rapporti conflittuali con proprietari difficili e lo scarso riconoscimento economico e professionale. Un dato che trova conferma nelle testimonianze anonime raccolte tramite il questionario Polivet. “La nostra professione è molto difficile. I proprietari degli animali pretendono troppo in termini di dedizione al loro animale. Manca il rispetto per la nostra professione. Con la scusa che abbiamo molta passione per gli animali tutto è dovuto. Dovremmo porre dei limiti come per i medici. Limiti sugli orari e sulle pretese assurde da parte di proprietari che perdono il senso della misura e pretendono da noi tantissimo” è lo sfogo di un titolare di ambulatorio di una grande città lombarda. Gli fa eco una collega dipendente di una clinica veterinaria “Serve sensibilizzare le persone sul fatto che non siamo dei, e che quindi non tutto ci è possibile” A rendere più complessa la situazione, continua il dottor Rota “è il fatto che molto spesso le cure veterinarie non vengono viste in ottica di prevenzione, ma come ultima spiaggia. Arrivano spesso animali già molto compromessi e si pretendono miracoli. Per questo una buona fetta del nostro lavoro come clinica si basa sulla sensibilizzazione nella prevenzione”. Un ulteriore studio del 2020*** ha messo in risalto come siano soprattutto le donne a soffrire di stress collegato alla professione veterinaria, con un mix di carico emotivo e lavorativo, e il mancato riconoscimento anche sociale del doversi rapportare quotidianamente con il dolore, la morte e la gestione del lutto. Degli intervistati tramite il questionario Polivet, 1 su 4 ha avuto pensieri autolesionisti o suicidi, quasi la metà conosce colleghi che si sono trovati in situazioni di burnout estremo. La maggior parte sono donne. “In  passato ho sofferto 2-3 volte di burnout, mi sono dovuta affidare a degli psichiatri e da 10 anni sto affrontando un percorso di psicoterapia”, racconta una veterinaria marchigiana, e come lei altre colleghe dichiarano di aver dovuto chiedere aiuto: “Lavoravo in una clinica veterinaria con un turno di notte fisso a settimana e una domenica al mese: ho rischiato il burnout. Non mi sentivo adeguata al lavoro, cominciavo a detestare clienti e pazienti, pensavo di dover cambiare lavoro” scrive una veterinaria dal Veneto, e una collega dalla Lombardia denuncia “Sono in terapia psicologica da 4 mesi per over stress, ansia e sbalzi d’umore. Sempre più clienti ci attaccano malamente accusandoci di voler solo “spillare soldi” vogliono tutto e subito con la salvezza del loro pet benché si dica che la prognosi è riservata, minacce e parolacce oltre a recensioni negative non veritiere sono quasi all’ordine del giorno”. Una soluzione facile non è a portata di mano, ma si può fare molto, specialmente nel migliorare il rapporto e la comunicazione tra medici veterinari e proprietari, facendo cadere il tabù della salute mentale anche tra colleghi. Come riassume una collega veneta: “Parlare di questi problemi. Far capire che siamo tutti, chi più chi meno, sulla stessa barca. Far capire ai titolari di cliniche e ambulatori e ai clienti che il nostro è un lavoro, non una missione, e abbiamo diritto a vivere e a mantenere i nostri spazi”. *A. Schianchi, A. Pelosi, “La dimensione del benessere nella categoria professionale dei medici veterinari”, 2013 **A. Schianchi, A. Pelosi, “Stress, burnout e strategie di coping nei veterinari italiani”, 2015 ***A.Musetti, A.Schianchi et al” Exposure to animal suffering, adult attachment styles, and professional quality of life in a sample of Italian veterinarians” Gli specialisti Polivet sono a disposizione per commenti e interviste su tutto quello che riguarda il mondo degli animali domestici Per informazioni Flaminia Festuccia – ufficio stampa Polivet 3280077916 ufficiostampa@polivet.it

Poliscreativa un sistema, una comunità in movimento

Il Sistema Poliscreativa è un complesso organico e strutturato, fondato su principi filosofici e su un progetto etico e politico che mi ha formata. Prima di tutto Poliscreativa, è una filosofia e una visione dei nostri corpi nel mondo, accompagnata da un insieme di procedure che mirano a favorire una serenità condivisa e a migliorare lo stato fisico, emotivo e relazionale dei partecipanti. Questo sistema si propone di aumentare le nostre capacità di provare piacere nella vita e di minimizzare al massimo gli effetti delle inevitabili esperienze sgradevoli. Il nome “Poliscreativa” ci ricorda che ognuno di noi possiede una propria creatività, la quale è sempre il risultato delle interazioni con l’ambiente che ci circonda, rappresentato dalla molteplicità, che in greco antico era definita appunto “polis”. Attraverso pratiche di meditazione creativa corporea, sia individuali che collettive, il Sistema Poliscreativa è in grado di arricchire ogni esperienza nei campi artistico, terapeutico, riabilitativo, preventivo, socializzante e formativo. Questa pratica meditativa, sempre corporea e condivisa, può modificare il nostro stato emotivo, il nostro stile cognitivo e relazionale, e il nostro livello di coscienza e consapevolezza, in maniera graduale e costante, mantenendo sempre un controllo etico, sia individuale che collettivo, sul processo in atto. Le varie componenti del Sistema Poliscreativa possono essere utilizzate in diversi contesti operativi, trovando collocazione in molte aree nelle quali si possano realizzare progetti per la promozione umana: Area Artistica, Area Psicopedagogica, Area Preventiva e Riabilitativa, Area Psicoterapeutica, Area comunitaria e della socializzazione, Area del Team Building e della prevenzione del Burnout, le varie aree le vedremo nello specifico nel prossimo articolo.

Piangere: Un Viaggio Emotivo Verso il Benessere

Il pianto, spesso considerato un segno di vulnerabilità, è in realtà una risposta umana complessa e multifunzionale che contribuisce in vari modi al nostro benessere. Oltre al suo aspetto puramente emotivo, il pianto svolge un ruolo fondamentale nel mantenere un equilibrio psicofisico e nel favorire la connessione con gli altri. Innanzitutto, il pianto agisce come un meccanismo di liberazione emotiva. Quando piangiamo, rilasciamo tensioni e pressioni accumulate nel nostro corpo e nella nostra mente. Le lacrime non sono solo una manifestazione esterna delle emozioni, ma portano con sé sostanze chimiche legate allo stress. Il loro rilascio contribuisce a ridurre la tensione e a promuovere una sensazione di sollievo, fornendo così una sorta di catarsi emotiva. I benefici fisici del pianto:  • Rilascio di endorfine e ossitocina: Durante il pianto, il cervello produce questi due ormoni, noti come “ormoni del benessere”. Le endorfine sono sostanze chimiche legate alla riduzione del dolore e al rilassamento, l’ossitocina, invece, favorisce il legame sociale e la fiducia. La presenza di alti livelli di ossitocina dopo un pianto, produce una sensazione di benessere associata ad esso. Le endorfine, dal punto di vista biologico, sono anche degli analgesici naturali, ecco perché piangere dà anche la sensazione di riduzione del dolore fisico.• Riduzione dello stress: Il pianto aiuta a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. La connessione tra riduzione dello stress e diminuzione del ritmo cardiaco è guidata dai neuroni parasimpatici, appartenenti al sistema nervoso autonomo. La funzione di questo sistema nervoso è quella di ridurre le risposte di ipertensione, ansia e stress.• Regolazione della funzione cardiaca: Il pianto può avere un impatto positivo sulla salute del cuore, aiuta a regolare la funzione cardiaca, riducendo lo stress e favorendo la calma. I benefici psicologici del pianto: • Espressione emotiva: piangere è un modo per esprimere emozioni intense. Quando piangiamo, permettiamo al nostro corpo e alla nostra mente di liberare la tensione accumulata.• Affrontare situazioni di stress: il pianto ci aiuta ad affrontare situazioni di stress. Sopprimere le emozioni negative a lungo termine, infatti, può portare a una maggiore angoscia e problemi di salute mentale. Piangere ci consente di affrontare ciò che ci angoscia. • Miglioramento del benessere mentale: il pianto può avere un effetto calmare sulla mente, portando a una sensazione di calma e sollievo. Particolarmente utile quando si affrontano situazioni difficili o periodi di lutto. Un altro aspetto del pianto è la sua funzione sociale. Esprimere le emozioni attraverso il pianto può essere un potente mezzo di comunicazione. È un modo per gli individui di condividere il proprio stato emotivo con gli altri, stabilendo connessioni più profonde e costruendo empatia reciproca. In questo modo, il pianto diventa un linguaggio universale che trascende le barriere culturali, permettendo alle persone di connettersi su un livello emotivo primordiale.Il pianto, inoltre, può fungere da mezzo di elaborazione emotiva. Attraverso questo atto, le persone affrontano e digeriscono le esperienze difficili. Non è solo un segno di sofferenza, ma anche un processo che contribuisce alla resilienza emotiva. Piangere consente di accettare e affrontare il dolore, aprendo la strada a una guarigione emotiva più profonda.Un aspetto spesso trascurato del pianto è la sua capacità di esprimere la bellezza delle emozioni positive. Le lacrime di gioia o commozione sono altrettanto significative quanto quelle di tristezza. Il pianto diventa un modo per celebrare le esperienze significative della vita, evidenziando la complessità e la ricchezza delle nostre emozioni umane.In conclusione, piangere è molto più di una manifestazione di tristezza. È un processo fisiologico, emotivo e sociale che contribuisce al nostro benessere complessivo. Attraverso il pianto, liberiamo le tensioni, promuoviamo l’equilibrio emotivo, costruiamo connessioni più profonde e abbracciamo la nostra umanità in tutta la sua ricchezza ed espressione.