Psiconcologia: Dal dolore indicibile alle parole per dirlo

L’impatto dell’approccio psiconcologico  sui vissuti emotivi del paziente  ed  i vantaggi sulla qualità della  vita. La Psico-Oncologia è la disciplina che si è sviluppata a partire dagli anni ’70  come disciplina specialistica finalizzata ad affrontare, secondo un’ottica multidisciplinare, la sofferenza psichica secondaria all’ammalarsi di cancro,  focalizzando l’attenzione su quanto, all’interno della rete e del percorso assistenziale, coinvolge le persone ammalate, i familiari, nonché il personale sanitario. Come tutte le discipline “interpersonali”, la psiconcologia fa dell’integrazione tra le diverse professionalità coinvolte il proprio punto di forza  e che si collega con quanto le diverse discipline come la psichiatria di Consultazione, la Medicina Psicosomatica e la  Medicina Palliativa, hanno in questi anni sviluppato, attraverso programmi specifici di assistenza alle persone colpite da patologie tumorali. Il “dolore” psicologico, al pari del dolore fisico, è in tutto e per tutto un parametro vitale da monitorare regolarmente durante il percorso di malattia e di follow-up. Se l’ansia, la paura, la preoccupazione, la demoralizzazione, la rabbia sono normali risposte alla malattia, quando queste diventano più intense, più continue e perseveranti, è importante intervenire mediante l’utilizzo di modalità operative, proprie dell’approccio psiconcologico,  per garantire al paziente neoplastico e ai suoi familiari una migliore qualità di vita  ,“dovere” questo,  della medicina e della psicologia  e  “diritto” di ogni cittadino . Questo concetto, assunto nel giugno del 2008 come punto importante nelle conclusioni del   Consiglio dell’Unione Europea  ed inserito in Italia, nel Piano Oncologico Nazionale 2010-2012 ha sottolineato per la prima volta e  in maniera specifica, il ruolo e l’importanza della psiconcologia,  indicando che “la rilevazione precoce delle dimensioni psicosociali quali lo screening del disagio emozionale, la rilevazione dei bisogni del paziente e della sua qualità di vita, rappresenta il presupposto per individuare le persone che necessitano di interventi mirati”. Tutto questo  è in linea con quanto la Società Italiana di Psico-Oncologia (siponazionale.it), fondata nel 1985, porta avanti da anni nel nostro Paese.  È inoltre obiettivo della Sipo, creare le linee-guida, secondo gli standard internazionali accreditati, sulla formazione dei medici e delle figure professionali che operano nel settore oncologico. La Sipo è presente con sezioni specifiche in tutte le regioni, per favorire la cultura psiconcologica negli ospedali e nelle aziende sanitarie, nelle istituzioni e nella comunità. Il futuro che attende la psiconcologia passa necessariamente attraverso l’ufficializzazione e la diffusione degli obiettivi che la disciplina ha da sempre identificato: la creazione di servizi clinici per la cura globale del paziente, la formulazione di precisi standard di intervento, l’identificazione dei criteri formativi ed alla ricerca.

Psicologia, psicoanalisi, yoga e salute

di Veronica Sarno scientific 3 2022 “ Sia lo yoga che la psicoanalisi hanno uno scopo comune, che consiste nel favorire l’eliminazione della sofferenza nell’uomo e di permettere la sua realizzazione, anzitutto come esseri umani; per questo fine, almeno all’inizio, il loro percorso praticamente coincide: infatti, in entrambi i casi, quello che si vuole ottenere è, prima di tutto, la realizzazione di un individuo adulto e maturo, capace di rapportarsi con la vita in modo autonomo e razionale, senza il condizionamento dei desideri infantili o l’oppressione dei fantasmi nevrotici.” 1 Gaia Bergamaschi ha analizzato quelle che definisce le scuole di psicologia yogica: la psicologia Vedānta, reputa che l’attività mentale sia di tipo intellettuale, compatibile con una concezione intellettuale della mente. Lo studio della mente umana rientra nello studio del microcosmo, accordabile con le leggi del macrocosmico. Lo yoga di Patañjali invece considera l’esistenza di una psicologia sperimentale ed applicata. Tuttavia queste due scuole di pensiero hanno qualcosa in comune, considerano la mente uno strumento interno, mentre giudicano strumenti esterni corpo fisico ed energetico. La mente esegue tre tipologie di attività: 1° La mente Manas raccoglie le percezioni sensoriali coordinandole con le risposte motorie. 2° La mente Ahankara riguarda il senso dell’io che va a trasformare l’esperienza sensoriale in una personalizzazione di senso dell’esperienza sensoriale rispetto alla propria identità individuale, funzionale a stabilire una sensazione di unicità e di distinzione. 3° La mente Buddhi, mente superiore, volta alla valutazione ed al discernimento delle situazioni, formula giudizi e stabilisce il comportamento della persona in quella situazione. Queste tre menti sono interconnesse in Chitta concetto simile all’ES psicoanalitico Vi è poi il concetto di Ahankara che comprende il concetto di Io psicoanalitico con tutte le sue difese e di ego in senso comune occidentale del termine ed anche il limite fra ciò che è Io e ciò che non lo è. 1 “Quando la mente entra in degli stati in c’è la separatezza, i concetti di psicologia occidentale secondo i quali l’ego comprende sempre un certo campo di senso dell’io entrano in un circolo che porta al disorientamento.” 2 Patañjali invece usa il termine Chitta per indicare le funzioni mentali in senso olistico e complessivo come un lago calmo limpido e trasparente, talvolta turbate da onde Vrtti generate da percezioni sensoriali, pensieri, ricordi, quando le onde si placano è possibile accedere ad importanti livelli di interiorità. Nel primo libro degli Yoga Sutra di Iyengar (1993) si descrive lo yoga come metodologia finalizzata al controllo volontario ed alla regolazione dei processi di pensiero, tale che la coscienza possa liberarsi dall’identificazione con i pensieri stessi. Patañjali classifica Vrtti in diverse capacità mentali: percezione accurata o cognizione, percezione inesatta, fantasia o immaginazione, memoria, sonno. Man mano che ci si distacca dai pensieri si superano le Klesha, cause della sofferenza, che sono: – avidya: ignoranza, – asmita: angusta e stagnante definizione di sé, – raga: attaccamento, – dvesa: avversione fobica, – abhinivesah: terrore della morte. La pratica dello yoga si lega alla psicologia perché promuove la salute. Secondo Amy Weintraubm (2012), nello yoga terapeutico, il corpo è la porta che conduce alle emozioni. Van der Kolk (2014) individua tre strade, che adoperano la neuroplasticità cerebrale, per aiutare le persone a gestire i traumi, si tratta di – Via top-down (dall’alto verso il basso), il dialogo, la connessione fra le persone, consentono di capire ed elaborare e memorie traumatiche (psicoanalisi, psicoterapia dinamica, psicoterapia cognitivo-comportamentale) – Via farmaceutica, che va a cambiare i modi in cui il cervello organizza e gestisce le informazioni. – Via bottom-up (dal basso verso l’alto) il corpo fa esperienze che gli consentono di contrastare stati negativi come l’essere adirati ed il sentirsi impotenti. Alcune pratiche yoga si collocano nella prima via ed altre nella terza, le emozioni vengono regolate al meglio mediante la via top-down, mentre la via bottom up crea una riprogrammazione del sistema nervoso autonomo, che attraverso il respiro Pranayama dello yoga. 2. B. N. Gangadhar (2018) descrive prove neurobiologiche dello yoga per la salute mentale. Da quando nel 2014 le nazioni Unite hanno proclamato una giornata internazionale dedicata allo yoga, quest’ultimo si è trasformato da pratica esoterica in un’attività per la salute, divenendo anche oggetto di studio. Il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Governo dell’India ha creato un piano per finanziare lo yoga e la meditazione, piano chiamato SATYAM, inoltre il governo indiano ha creato il ministero AYUSH dedicato allo yoga ed alla medicina indiana. La parola yoga deriva dal vocabolo yui, che significa “collegare”, “amalgamare”, “unire”, ciò che unisce la consapevolezza del singolo con quella cosmica, mediante sforzi costanti (sādhana), il praticate detto (sādhaka) riceverà come beneficio una migliore salute fisica e mentale ed una maggiore padronanza della mente. Diverse ricerche hanno mostrato che i livelli di cortisolo crollano dopo aver praticato yoga, le ricerche sono state effettuate su pazienti affetti da depressione ed altri con dipendenza da alcol. Il cortisolo calava perché diminuiva il livello di depressione a seguito della pratica yoga, che a sua volta consentiva una migliore attività cognitiva. Si ipotizza che la diminuzione dello stress ed il sentirsi rilassati ed in generale in uno stato migliore, nella pratica dello yoga siano mediati dall’acido ƴ-amminobutirrico (GABA), un neurotrasmettitore che inibisce neuroni del cervello. Alcuni medicinali seguono lo stesso principio, infatti medicine con proprietà simili vengono adoperate per trattare l’agitazione, disturbi emotivi e perfino l’insonnia; le benzodiazepine facilitano il funzionamento del GABA. I livelli GABA del cervello sono misurabili mediante risonanza magnetica spettroscopica (MRS). Gli esperimenti indicano che i livelli di GABA aumentano dopo una sessione di yoga, sia in soggetti sani e sia in soggetti malati. Se si invia un breve impulso di energia magnetica attraverso lo scalpo, la regione cerebrale sottostante si attiva, stimolando un muscolo, lontano ma corrispondentemente collegato (come ad esempio, il muscolo della trachea), che è colpito da segnali elettrici, misurabili con l’elettromiografia (EMG). Reagendo a questa stimolazione magnetica, il cervello compensa anche generando sul muscolo effetti inibitori, che portano al silenzio elettromiografico. È un effetto di breve durata (circa 100

Psicologia e Pandemia: la comunicazione digitale al tempo del Covid

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Psicologia e Pandemia: com’è cambiata la comunicazione digitale al tempo del Covid? Il Covid 19 ci ha presi tutti alla sprovvista, cogliendo impreparati soprattutto gli “addetti ai lavori” che si sono dovuti confrontare con un’emergenza di tale portata. La pandemia ci ha costretti a significativi cambiamenti: dall’adozione di misure straordinarie di contenimento e di prevenzione, fino alla gestione della comunicazione istituzionale, specialmente in digitale. Il flusso delle comunicazioni, raramente univoche, è stato caratterizzato da grande caos e incertezza, ciò ha alimentato negli utenti l’insorgere di sentimenti negativi, come paura, ansia, tristezza e impotenza. Il primo fattore rilevante è il cambiamento degli attori coinvolti nel processo comunicativo. Se prima i media tradizionali erano dominati da giornalisti e conduttori, ora nei salotti televisivi così come sui social network, si avvicendano scienziati, medici e virologi, diventati improvvisamente i punti di riferimento al tempo del Covid. Spesso i pareri degli esperti sono discordanti, o magari così paiono a chi non ha strumenti adeguati per comprendere appieno le sfumature del linguaggio scientifico. L’assenza di una fonte di informazione unica, verificata e inconfutabile contribuisce a creare incertezza e preoccupazione. Se pensiamo ad esempio alla comunicazione digitale possiamo osservare come, in mancanza di precise linee guida del Ministero della salute, le singole Regioni si siano attrezzate autonomamente utilizzando il web e i social network come canali ufficiali di informazione. La scelta dell’uso (spesso improprio) per la comunicazione istituzionale di un canale bidirezionale come quello dei social, è particolarmente rischiosa a causa del dibattito che si innesca solitamente sotto ad un post. All’interno delle community si dibatte su quali informazioni siano attendibili e quali no, basandosi su percezioni e convinzioni spesso prive di fondamento. Questo ci porta al problema dell’infodemia: una sovraesposizione alle informazioni, spesso non verificate, che rende difficile orientarsi su un determinato argomento a causa della difficoltà a reperire fonti affidabili.L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto esplicito riferimento al fenomeno dell’infodemia nel suo report sul Covid, evidenziando il rischio di incorrere in fake news. Per sconfiggere queste problematiche occorre lavorare su due fronti: da un lato potenziando la comunicazione istituzionale basandola su principi di trasparenza e autorevolezza; dall’altro educando gli utenti alla ricerca attiva e consapevole di informazioni sicure e attendibili da fonti verificate.

Psicologia dello sharing: perché condividiamo contenuti sui social media?

di Anna Borriello e Francesca Dicé La continua evoluzione dei social n e t w o r k e d e i s e r v i z i d i messaggistica istantanea ha modificato sensibilmente l e caratteristiche delle reti sociali che si sono ultimamente arricchite della dimensione online. Infatti, ad oggi, la rete virtuale, al pari di quella familiare, amicale, di vicinato, di scuola, lavoro e istituzionale (Sanicola, 2009), funge da social support, ovvero da sostegno sociale (Ferrario, 1992). La rete virtuale può rappresentare per noi utenti un sostegno quotidiano naturale perché dispensato da persone che sono collocate nella nostra rete e che sono in grado di fornire supporto e m o t i v o ( r i c e v e r e a s c o l t o , attenzione, affetto), informativo (offerta di consigli e sostegno nella valutazione degli eventi) e affiliativo (sentire di appartenere a un gruppo e di avere la possibilità di trascorrere il tempo libero in attività con altre persone). Ma che cosa intendiamo per “virtuale“? Pierre Lèvy, già nel “lontano“ 1995 definiva il virtuale come la “trasformazione da una modalità dell’essere a un’altra”, ovvero come uno dei possibili modi di essere, contrapponibile non al reale ma a quello attuale. Nel momento in cui entriamo nelle comunità virtuali, infatti, ricostruiamo le nostre identità dall’altra parte dello schermo (Turkle, 1996). Quando parliamo di identità virtuali quindi, ci riferiamo a come una persona rappresenta una parte di sé e si relaziona con gli altri all’interno del mondo di internet, in particolare all’interno delle chat e dei social networks. Ad oggi, risulta sempre più evidente come i social media abbiano cambiato il modo in cui viviamo. Sono ormai diventati pervasivi della nostra r e a l t à quotidiana, l a cosiddetta “vita virtuale”, il luogo in cui le persone ora trascorrono la maggior parte del proprio tempo l i b e r o , n o v e l l e p i a z z e d e l passatempo 2.0. Fateci caso, non appena abbiamo un minuto di pausa dalla frenetica routine del quotidiano ci viene spontaneo accedere ai social network e dare una sbirciata a quel che fanno gli altri, con il pretesto di “vedere” un po’ quel che accade nel mondo. Non importa se siamo a bordo di una metropolitana affollata o in mezzo al traffico cittadino, l’accesso alle app social ci trasferisce automaticamente in un altro mondo: un universo incantato di sorrisi, paesaggi mozzafiato, piatti eccezionali da gran gourmet e felicità a non finire. Un mondo fuori dal mondo nel quale è lecito esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, e dire “Io penso” anche quando nessuno è in ascolto e nella realtà il pensiero risuona solo nella nostra testa, magari mentre siamo seduti su una banchina in attesa dell’ennesimo treno della giornata. I s o c i a l n e t w o r k h a n n o sicuramente rivoluzionato la comunicazione, ma anche il modo stesso di pensare. Hanno bandito gli attimi di noia: perché nei momenti vuoti, nelle pause, non c’è più tempo di lasciare vagare lo sguardo nel nulla. Si puntano subito gli occhi allo smartphone dove è improvvisamente comparso un like che ci gratifica, oppure ci attende un messaggio o un commento a cui rispondere. Si afferma sempre più questa capacità dei social network di creare una comfort zone, una confortevole bolla virtuale creata a misura d’utente. Siamo davvero così liberi e sorridenti nella vita reale una volta bloccato lo smartphone? Siamo davvero così liberi nelle nostre fil ter bubbles di like, commenti e pagine correlate e suggerite? S e c o n d o i l r e p o r t D i g i t a l 2021 pubblicato da We Are Social in Italia sono oltre 41mila le persone attive ogni giorno sulle piattaforme social, c i r c a i l 6 7 , 9% d e l l a popolazione totale che ogni giorno in media t r a s c o r r e s u i s o c i a l networks 1 or a e 52 minut i condividendo o postando qualcosa (foto, video, tweet, stato) e oltre 6 ore a navigare nel web. Siamo nell’era multimediale, lo smartphone è quasi un’estensione del corpo, soprattutto per i giovani, ma non solo. Ma fermiamoci un attimo a riflettere… Condividere contenuti? Cosa vuol dire oggi condividere qualcosa, postare, fare sharing? Significa dividere-con-altri qualcosa di te, della tua personalità e della tua giornata. “È la mia opinione, e io la condivido – Henri Monnier” “Condivisione” è una parola che nasce da molto lontano e che rimanda etimologicamente all’” avere qualcosa in comune”, allo “scambio consapevole e costruttivo”. La storia e la natura dell’essere umano testimoniano come vi siano e v i siano s t a t i i n fi n i t i t i p i d i condivisione: cibi, idee, lingue, passioni, veicoli, religioni, problemi, scoperte, abitazioni, ideali, giochi, t e r r i t o r i , costumi, tradizioni, comunità, sport e molte altre. Condivisione quindi significa: coinvolgimento, compartecipazione. D o p o t u t t o l ’ i s t i n t o a l l a condivisione non è nuovo nella specie umana, ma esiste dall’inizio dei tempi. Semplicemente, mentre una volta le persone condividevano le proprie esperienze di fronte a un falò o a una tavola imbandita, oggi hanno la possibilità di farlo online e l’accesso alle piattaforme social ha triplicato e velocizzato le modalità di interazione. Oggi, rispetto a qualche decennio fa, p o s s i a m o c o n t a r e s u u n a comunicazione facile e immediata. Abbiamo un maggior numero di contatti – potenzialmente infinito – e un’infinità di contenuti, stimoli, fonti da cui trarre spunto per le nostre “conversazioni” virtuali. Ma non si tratta solo di questo. Fino

PSICOLOGIA DEL VOTO

psicologia del voto

Il prossimo weekend gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi su cinque referendum abrogativi, quattro dei quali riguardano il lavoro e uno la cittadinanza. In molti casi, però, la partecipazione al voto non è scontata. Perché alcuni cittadini si sentono coinvolti e altri no?Dietro ogni gesto legato al voto si nascondono meccanismi psicologici profondi. La psicologia del voto ci aiuta a comprendere perché alcuni partecipano con entusiasmo, mentre altri scelgono l’astensione o si lasciano influenzare all’ultimo minuto. Analizziamo insieme i principali fattori che influenzano questo comportamento tanto individuale quanto sociale. Il voto come identità Per molte persone, votare non è solo un atto razionale, ma un modo per esprimere chi si è. Le ricerche in psicologia sociale mostrano che l’identificazione con un gruppo (politico, culturale, territoriale) può rafforzare il desiderio di partecipare. Questo vale anche per chi vota “contro”: esprimere opposizione può rafforzare il senso di sé, specie in tempi di polarizzazione. La psicologia del voto ci ricorda che l’identità personale e collettiva è una forza potente nel determinare le scelte elettorali. Il ruolo dell’emotività Contrariamente alla visione razionale dell’elettore, spesso si vota mossi da emozioni: paura, speranza, rabbia, entusiasmo. Le campagne elettorali sono costruite per suscitare emozioni forti proprio perché la mente umana tende a ricordare e agire più facilmente in base a ciò che sente, piuttosto che a ciò che sa. Questo spiega perché gli slogan emotivi o le narrazioni cariche di pathos abbiano un impatto maggiore di un programma tecnico. L’astensione Non votare non significa necessariamente disinteresse. In alcuni casi è un segnale di protesta, una forma di “silenzio rumoroso”. Per altri, è una scelta dettata da disillusione, stanchezza o sensazione di impotenza. Alcuni studi parlano di cognizione dissonante: quando una persona sente un conflitto tra il proprio senso civico e l’inutilità percepita del voto, può evitare di votare per non dover affrontare quella tensione interna. Influenza sociale e bias cognitivi La pressione sociale gioca un ruolo fondamentale: sapere che amici o familiari voteranno può aumentare la probabilità di recarsi alle urne. Esistono poi numerosi bias cognitivi in gioco: il bias di conferma, che porta a cercare solo informazioni che rafforzano le proprie idee; o l’effetto carrozzone (bandwagon effect), per cui si tende a seguire chi “sembra vincente”. Questi meccanismi rendono la psicologia del voto un terreno affascinante e complesso, spesso lontano da logiche strettamente razionali. Votare – o decidere di non farlo – è un atto che dice molto più di quanto immaginiamo. È il risultato di emozioni, identità, pressioni sociali e percezioni personali. Conoscere la psicologia del voto non solo ci aiuta a comprendere il nostro comportamento, ma ci invita a riflettere su come ci relazioniamo con la società e con noi stessi.

Psicologia del Futuro: la Psicologia nel 2050

Psicologia del Futuro: la psicologia nel 2050 Il mondo sta cambiando a un ritmo incredibile, e con esso anche il nostro modo di comprendere la mente umana. Le scoperte in neuroscienze, biotecnologie, intelligenza artificiale, e psicologia comportamentale stanno rivelando potenzialità straordinarie per il trattamento dei disturbi mentali. Ma come sarà la psicologia nel 2050? Ciò che ho notato, è la tendenza di due strade apparentemente apposte quanto innovative: l’aumento della tecnologia, da un lato, il ritorno al corpo, dall’altro. Psicologia e Intelligenza Artificiale: Terapeuti Virtuali e Assistenza Psicologica L’intelligenza artificiale (AI) è destinata a svolgere un ruolo centrale nel futuro della psicologia. Terapie automatizzate, assistenza psicologica virtuale e diagnosi basate su AI potrebbero diventare realtà quotidiana. I chatbot avanzati e gli assistenti virtuali, alimentati dall’IA, potrebbero essere in grado di fornire supporto psicologico immediato, 24 ore su 24, a chiunque abbia bisogno di un consulto, che si tratti di ansia, stress o solitudine. Questi “terapeuti virtuali” potrebbero essere addestrati a riconoscere emozioni, offrire consulenza e anche monitorare i progressi nel trattamento. Gli algoritmi di IA potrebbero essere in grado di analizzare enormi quantità di dati per identificare segni precoci di disturbi psicologici, come il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) o la schizofrenia, molto prima che i sintomi si manifestino in modo evidente. Inoltre, l’IA potrebbe aiutare a personalizzare i trattamenti psicologici in tempo reale, basandosi sul comportamento e sulle risposte fisiologiche del paziente. Sempre più diffusi sono i visori che permettono di far immergere il paziente in un mondo virtuale che possa far esporre il paziente alle situazioni temute senza uscire dalla stanza del terapeuta, come già ampiamente utilizzati in alcuni trattamenti di stampo cognitivo-comportamentale come l’ERP, per il trattamento dei disturbi d’ansia. Strumentazione simile viene sempre più utilizzata anche in fase diagnostica per la valutazione delle competenze neurocognitive. Psicologia e Salute Integrata: Corpo e Mente come Unità Allo stesso tempo, in futuro, la psicologia si integrerà sempre più con la medicina e altre discipline, come la nutrizione, la genetica e la neuroscienza. La salute mentale non sarà più vista come un’entità separata, ma come parte integrante del benessere generale dell’individuo. Grazie ai dispositivi indossabili, le persone potranno monitorare in tempo reale non solo i loro parametri fisici (come battito cardiaco e pressione sanguigna), ma anche i segnali fisiologici legati alla loro salute mentale (livelli di stress, ansia, qualità del sonno, ecc.). I dati raccolti potrebbero essere analizzati per prevedere e prevenire crisi psicologiche o emotive. I trattamenti psicologici potrebbero essere sempre più orientati verso un approccio integrato che coinvolge la meditazione, la respirazione, la nutrizione, l’attività fisica e l’interazione sociale come metodi complementari per migliorare la salute mentale. La psicoterapia non sarà più solo una questione di “parlare”, ma un processo che coinvolge corpo, mente e spirito. Conclusioni Nel 2050, la psicologia potrebbe sembrare molto diversa da quella che conosciamo oggi. L’integrazione di biotecnologie, IA, neuroscienze e approcci terapeutici innovativi promette di migliorare la qualità della vita e la gestione delle malattie mentali. Tuttavia, questi sviluppi solleveranno anche questioni etiche e filosofiche: come bilanciare il progresso tecnologico con il rispetto per l’autonomia e il benessere psicologico umano? Il futuro della psicologia sarà senza dubbio affascinante, ma anche pieno di sfide, e richiederà una riflessione continua su come utilizzare queste nuove potenzialità per il bene della società.

Psicologia Clinica, Psicoterapia, Riabilitazione neuropsicologica: integrare i saperi per superare il riduzionismo tecnicista

Emanuele del Castello, Psicologo Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica, Didatta Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC). Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Un po’ di storia: la nascita delle professioni psicologiche.  I trenta anni di Neuropsicologia Cinica in Campania, che celebriamo in questa sede, coincidono in gran parte con il trentennio di vita della Professione di Psicologo regolamentata dalla legge 56/89. Come si sa, questa legge era stato il frutto di un faticoso lavoro di mediazione tra interessi diversi. Era chiaro a tutti, infatti, che i nuovi professionisti laureati in Psicologia si sarebbero orientati verso la pratica clinica, sconfinando in un’area, la terapia, fino ad allora di competenza esclusiva della professione medica. Al di là di possibili verosimili interessi corporativi in gioco, diventava necessario tutelare, pertanto, la salute della cittadinanza, creando una chiara distinzione tra l’attività psicoterapeutica e le altre attività che vengono attribuite allo psicologo dalla stessa legge. In qualche modo la psicoterapia veniva individuata come area di pratica professionale comune per medici e psicologi. L’utile compromesso raggiunto con l’art. 3 lasciava allo Psicologo, non specializzato ai sensi dello stesso articolo, un’ampia gamma di attività professionali che se, da una parte, avevano lo scopo di estendere le competenze dello Psicologo ai più svariati settori della convivenza umana con attività come diagnosi, prevenzione, a b i l i t a z i o n e e r i a b i l i t a z i o n e che restavano idealmente ancorate all’ambito sanitario, dall’altra, attività come sostegno, ricerca, insegnamento non apparivano sufficienti a lasciare immaginare una professione psicologica non clinica. A quei tempi, una distinzione sommaria tra le attività dello Psicologo sembrò sufficiente, soprattutto perché la vocazione “clinica” dei giovani psicologi italiani li spingeva, spesso immediatamente dopo la laurea, ad iscriversi ad una s c u o l a d i P s i c o t e r a p i a p e r compensare la scarsa capacità professionalizzante delle Facoltà di Psicologia. Naturalmente, a questa scelta contribuì anche la norma per cui gli Psicologi, così come tutti gli altri professionisti Sanitari, possono accedere ai concorsi nella Sanità p u b b l i c a s o l o c o n l a S p e c i a l i z z a z i o n e . L a specializzazione in Psicoterapia, in carenza di altre specializzazioni in ambito psicologico, consentiva questa possibilità; pertanto, una formazione di questo tipo, nelle sue svariate declinazioni originate dai modelli teorici esistenti nel campo, diventava un valido sostituto per una formazione in Psicologia Clinica che potesse fornire ai professionisti impegnati nei vari ambiti della tutela della salute, nel Sistema Sanitario Nazionale come nell’ambito privato, l e competenze professionali teoriche, ma soprattutto pratiche, necessarie a garantire la tutela della salute delle persone. Il caso della Neuropsicologia Clinica.  La neuropsicologia clinica s e m b r a v a e s s e r e s f u g g i t a completamente all’attenzione del legislatore della 56/89. In teoria, il riferimento ad “abilitazione e riabilitazione” presente nell’art. 1 avrebbe potuto risolvere la questione collocando una disciplina così complessa chiaramente sanitaria, e forse ancor più ancorata alla pratica medica, fuori dell’area terapeutica. Non tutti, però, si sono accorti del pericolo di questa operazione; molti, anzi, hanno visto nella introduzione d e g l i i n s e g n a m e n t i d i neuropsicologia nelle facoltà di Psicologia, la possibilità di rendere autonoma la disciplina rispetto alla Neurologia, aprendo, allo stesso tempo, la possibilità di nuovi spazi occupazionali per i giovani psicologi. Questa aspirazione sembrava ancora più concreta con la riforma dell’Università che ha introdotto il cosiddetto 3+2 nel percorso universitario. Più che in altri settori, il Dottore in Tecniche Psicologiche (in ambito Neuropsicologico) sembrava aprire nuove prospettive lavorative; il problema così diventava: se esistono psicologi cosiddetti “junior” o anche “senior ” addet t i al la riabilitazione neuropsicologica, chi s a r à l o s p e c i a l i s t a che ne programmerà, supervisionerà e verificherà l’applicazione delle tecniche in cui è formato? All’interno del Sistema Sanitario la risposta risultava automatica e cioè che la direzione del processo terapeutico-riabilitativo spettasse al Medico specialista in Neurologia e non a uno Psicologo Clinico. Tuttavia, al di là degli evidenti conflitti di interesse corporativi, la conseguenza non può non essere che la riduzione del processo r i a b i l i t a t i v o i n a m b i t o neuropsicologico a procedura tecnica, paragonabile ad analoghe procedure in ambito ortopedico o urologico, scevra da un progetto terapeutico-riabilitativo che tenesse conto del ruolo fondamentale di funzioni quali la memoria, i l linguaggio ed altre che costituiscono aspetti importanti dell’identità e della vita relazionale di una persona. Tale consapevolezza, per fortuna, sembra cresciuta negli ultimi d e c e n n i . Lo s v i l u p p o d e l l e neuroscienze ha portato, infatti, a un superamento del vecchio dualismo cartesiano di corpo e mente e ormai prevale un’idea di funzionamento psicologico in cui mente e cervello sono strettamente integrati. Inoltre, l’esperienza clinica in ambito riabilitativo ha messo in evidenza la stretta connessione tra recupero delle funzioni cognitive danneggiate e sistema motivazionale del paziente (Del Castello e Lepore, 2002). Lo spazio della Psicologia Clinica.  La definizione della Psicologia come professione sanitaria ha aperto una nuova questione: e cioè quella di delineare il campo della Psicologia C l i n i c a e , d i conseguenza, p r o g e t t a r e i p e r c o r s i d e l l a formazione di uno Psicologo Clinico nei vari settori di applicazione. Se facciamo riferimento alla definizione della Divisione di Psicologia Clinica (Divisione 12) dell’American Psychological Association (APA) leggiamo che: “Il campo della psicologia clinica integra

PSICOLOGIA CLINICA E ROMANZO GIALLO

di Lia Corrieri “Lo studio dei caratteri mi interessa enormemente” replicò serio il mio amico. “Non ci si può occupare del crimine senza tener conto della psicologia. Non è tanto il delitto in sé stesso che interessa, quanto ciò che si nasconde dietro. Mi segue, Hastings?” Agatha Christie, Se morisse mio marito, 1933 Offrire una definizione univoca di “romanzo giallo” non è un’impresa semplice, vista anche la varietà di etichette con le quali ci si riferisce spesso a questo genere di produzioni editoriali, come, ad esempio, le anglosassoni mistery fiction, crime fiction, detective fiction, oppure il “romanzo poliziesco” o il “romanzo giallo”; o, ancora, l’espressione francese “noir”, che attualmente indica un ulteriore tipologia letteraria, sempre più autonoma rispetto al “giallo” originario. Si tratta di nomi derivanti dal colore delle copertine con le quali gli editori, rispettivamente il “giallo Mondadori” in Italia e il nero di Gallimard in Francia, pubblicavano tali prodotti e che, mediante un processo di “volgarizzazione del marchio”, sono giunti ad indicare un insieme variegato di narrazioni con alcuni elementi comuni tra loro (Carta, 2019). Il dibattito, lungi dall’essere risolto, viene ulteriormente complicato dal fatto che, sovente, ci si riferisce a questo t i p o d i p u b b l i c a z i o n i indicandole come “storie di genere”, espressione che, a volte, comporta un’accezione negativa, come se i romanzi ed i racconti di genere fossero unicamente meri prodotti di consumo di basso livello culturale e, in quanto tali, necessariamente di seconda categoria rispetto ai classici della letteratura (Carta, 2019). In linea con Lucchiari (2017) nel presente contributo si utilizzerà il termine “romanzo giallo”, conservando così l’origine storica del genere letterario in Italia. Gli studiosi di letteratura solitamente fanno risalire la nascita del romanzo giallo al 1841, anno di pubblicazione del racconto I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe. L’opera di Poe ha avuto il merito di differenziarsi dai racconti del mistero fino a quel momento pubblicati in quanto capace di focalizzarsi sul pensiero analitico (o logico-scientifico) grazie al quale il protagonista, Auguste Dupin, risolve l’enigma al centro della storia (Sova, 2001; Carta, 2019). Nella seconda metà del XIX secolo si assistette non solo allo sviluppo del romanzo giallo ma anche alla nascita e la diffusione della psicologia e della psicoanalisi, le cui idee e scoperte sono spesso riflesse nelle arti e nella letteratura dell’epoca (Mecacci, 2008; Najar & Salehi Vaziri, 2021). E’ interessante notare come i d u e a m b i t i , q u e l l o dell’indagine psicologica e quello del nuovo genere letterario, condividano non solo il periodo storico in cui hanno iniziato a diffondersi ma a n c h e a l c u n i c o n c e t t i d’interesse comune, come il pensiero analitico/logico-s c i e n t i fi c o adottato dal detective per risolvere un enigma o le motivazioni e le pulsioni inconsce che possono spingere una persona a commettere un crimine (Yang, 2010; Konnikova, 2013). Il rapporto tra psicologia e letteratura gialla, infatti, sembra essersi sviluppato già a fine ‘800 e nelle prime d e c a d i d e l ‘ 9 0 0 , c ome testimoniato dal lavoro di Marie Bonaparte che negli anni ’30 del XX secolo dedicò u n ’ i n t e r a o p e r a a l l a produzione letteraria di Edgard Allan Poe. Nel suo lavoro Bonaparte i n t e r p r e t a , i n u n ’ o t t i c a psicoanalitica, molti dei testi dell’Autore americano, tra i quali proprio I delitti della Rue Morgue, evidenziando la presenza, all’interno della storia, di un parallelismo tra l ’ a g g r e s s i v i t à a g i t a dall’assassino e la sessualità (Bonaparte & Freud, 1976; Yang, 2010; Finzi, 2017). P e r a l t r o l ’ a m b i z i o n e dell’analista laica, in analisi con Freud dall’età di 45 anni, era proprio di redigere la psicobiografia dello scrittore (1933). Il fascino sperimentato dall’originale e creativa allieva di Freud soprattutto per le storie gotiche di Poe, con il ritorno alla vita di persone morte e le svolte inquietanti e inattese degli eventi, può e s s e r e r i c o n d o t t o a l l a somiglianza delle loro prime esperienze di vita traumatiche. Bonaparte infatti aveva perso sua madre un mese dopo la sua nascita, e il padre di Poe abbandonò la famiglia quando Edgar aveva due anni e sua madre morì di tubercolosi quando lui ne aveva tre. Bonaparte perciò condivideva indirettamente la perdita di Poe e le fantasie del ritorno del genitore defunto nelle sue storie: ella era sensibile ed empatica nei confronti del mondo interiore di Poe perché il suo mondo interiore era simile (Warner, 1991). Nel corso delle ultime decadi dell’Ottocento il romanzo giallo si sviluppò ulteriormente grazie al lavoro di diversi Autori, tra i quali Wilkie Collins e, soprattutto, di Sir Arthur Conan Doyle, che ambientò nella Gran Bretagna vittoriana l e a v v e n t u r e d e l s u o personaggio più famoso, il detective Sherlock Holmes (Scaggs, 2005). Secondo Yang (2010) non solo Sigmund Freud s i interessò ai racconti del famoso detective inglese ma è p o s s i b i l e a d d i r i t t u r a individuare dei parallelismi tra i casi di Holmes ed i resoconti c l i n i c i d e l padre d e l l a psicoanalisi. Alcune analogie, infatti, si riscontrano già nei titoli delle loro opere, basti pensare ad esempio al racconto “Un caso d’identità” (A case of identity), raccolto nell’opera dell’Autore “Le Avventure di Sherlock Holmes” (Adventures of Sherlock Holmes,