Persuasione e Scarsità

di Veronica Sarno C. H. Cooley (1902) sostiene che la società si organizza mediante il meccanismo della comunicazione, affinché le relazioni umane possano sussistere e svilupparsi, ecco perché si è sviluppata l’esigenza di influenzare o forse pilotare le risposte dell’interlocutore, Cavazza (1997) definisce la persuasione una tecnica volta ad indurre cambiamenti negli interlocutori, per ottenere che si comportino come si preferisca. Palmarini (2012) dice: “Quando alcuni individui hanno capito che la risposta alla propria richiesta di soddisfacimento del bisogno poteva essere in un qualche modo guidata, diretta, indirizzata al soddisfacimento del bisogno stesso è iniziata, nella stria dell’evoluzione umana, la ricerca di quegli elementi che potevano produrre quella influenza così determinante: in altre parole, la persuasione. Quando una volontà, un’intenzione, una credenza, o una decisione, devono trasferirsi da una mente a un’altra, allora si devono innescare, sul momento stesso, moti convergenti nell’una e nell’altra, si tratta di un esercizio lieve, l’autorità subentra come mezzo pesante quando la persuasione non basta.”[1] Un particolare stile comunicativo può rinforzare un’idea oppure correggerla, oppure contribuire a cambiarla completamente. Verrastro (2004) definisce comunicazione persuasiva il fatto che nelle relazioni interpersonali si genera il tentativo di convincere le altre persone ad adottare un punto di vista simile al proprio e spingerli a fare qualsiasi cosa si desideri. Kelman (1961) ha sostenuto che se l’emittente dovesse dichiarare che le sue sono intenzioni di persuasione, il destinatario, allora, assume un comportamento volto ad ostacolare l’atteso cambiamento di atteggiamento, perché il destinatario della comunicazione, in questo caso, si sentirebbe minacciato. Quale tipologia di canale ha scelto l’emittente per il suo messaggio persuasivo? canale fisico sonoro: ogni ambiente in cui è presente l’aria portatrice di vibrazioni acustiche; canale fisico visivo: presenza della luce o di un fascio di luce (sala cinematografica): canale fisico olfattivo: ambiente in cui si avvertono degli odori; canale fisico tattile: materia che trasmette vibrazioni o sensazioni tattili; canale tecnico sonoro: strumenti che trasmettono suono (es. telefono, radio, cinema); canale tecnico visivo: strumenti come la fotografia, il cinema), canale visivo-sonoro – tattile e olfattivo: tecnologie di realtà virtuale. In che modo l’individuo si rappresenta il mondo? In che modo può dunque essere persuaso? Nel 1921, Freud scriveva: “La possibilità di condizionare, attraverso le pratiche discorsive, l’insieme delle interazioni umane ha permesso, nel corso dei secoli, alle classi dominanti ed i ceti emergenti di cercare di detenere o di conquistare il monopolio dello strumento linguistico, sottraendolo a coloro che avrebbero potuto usare la parola per finalità alternative.”[2] La persuasione è costituita da sei fasi, ed è necessario che ciascuna fasi s i espleti completamente, per ottenere la persuasione, ecco le fasi: la presentazione del messaggio, l’attenzione, che il ricevente deve prestare al messaggio, la comprensione dei contenuti, l’accettazione da parte del ricevente della posizione sostenuta dal messaggio, la memorizzazione della nuova opinione, in maniera da farla propria, il conseguente comportamento. Verrastro (2004) ritiene che il canale scelto cambi l’effetto ottenuto sui destinatari. McGuire (1960) ha individuato tre tipologie di destinatario di una comunicazione persuasiva: Quelli che hanno la tendenza a farsi influenzare da ogni comunicazione persuasiva e a cambiare i propri comportamenti; la persuasione avverrebbe, prevalentemente, in mancanza di argomentazioni a difesa della propria opinione; l’efficacia della comunicazione persuasiva sarebbe influenzata dal livello di autostima del fruitore del messaggio. I Mass Media hanno i l vantaggio di trasmettere il messaggio a distanza, contemporaneamente a più persone ed in un breve lasso di tempo, tuttavia nell’epoca contemporanea dominata dalla tecnologia, la persuasione viaggia anche attraverso l’informatica, la persuasione informatica prende il nome di Captologia, è bene interrogarsi su quali effetti persuasivi possano essere messi in atto dalla tecnologia. Si è valutato che i computer sono in grado di modificare idee ed azioni delle persone e modificando il modo si interagire con gli altri. Si parla oggi di tecnologie persuasive riferendosi ai sistemi informatici interattivi (computer, siti web, smartphone, videogames, tablet, ecc.) progettati con lo scopo di modificare opinioni, atteggiamenti e comportamenti delle persone. (Fogg, 2005). Fogg ha constatato che i principi della comunicazione persuasiva, individuati da Cialdini, possono essere applicati anche nelle relazioni uomo-macchina, come se le macchine fossero esseri viventi. Siamo portati a focalizzare l’attenzione su pc e smartphone, e social come Facebook, il cui intento persuasivo risiede nell’intenzione da parte di chi l’ha progettato di ottenere che gli utenti trascorrano molto tempo connessi al social, mediante la possibilità di interagire con gli altri utenti e pubblicare propri contenuti; ma la tecnologia, in quest’epoca è più pervasiva, rientrano negli oggetti persuasivi anche strumenti che possono diffondersi in maniera meno evidente come gli autovelox, che hanno il compito di persuadere gli automobilisti a rispettare il limite di velocità, oppure gli smartwatches, che rivelano all’utente informazioni sulla propria attività fisica, sulla qualità e durata del sonno, sul funzionamento cardiaco, che come i videogiochi possono ingenerare un’elevata dipendenza; un sistema informatico interattivo riveste il ruolo di strumento, modificando l’atteggiamento o il comportamento dell’utente, grazie alla sua capacità di semplificare attività quotidiane, processi o compiti pressoché impossibili da svolgere per l’essere umano. In tal senso è possibile, dunque, parlare di tecnologia facilitante in grado da un lato di ridurre o eliminare ogni tipo di barriera cognitiva, dall’altro lato di motivare l’utilizzatore a raggiungere più velocemente. Secondo la Captologia le macchine hanno il potere di adattare le proprie azioni persuasive a quelle dell’utente, per esempio si potrebbe spingere un’utente ad impregnarsi su un obiettivo come seguire una dieta oppure un certo allenamento fisico, aiutandandolo nella valutazione di eventuali progressi, e poi rimodellare le proprie azioni persuasive in base alle reazioni dell’utente. Fogg (2005) sostiene che le tecnologie informatiche sono più abili nel persuadere rispetto agli esseri umani perché: Non sono “senzienti”. Non provando sentimenti e non avendo bisogno di mangiare, bere e dormire, possono lavorare incessantemente tutto il giorno per raggiungere un determinato obiettivo, senza scoraggiarsi di fronte ad un eventuale fallimento, sono in grado di gestire, analizzare e memorizzare un’ampia mole di dati, fornendo all’utente informazioni e suggerimenti in poco tempo e al momento giusto, sono onnipresenti. Potendosi trovare potenzialmente in
Perseverare in mancanza di risultati: perché si fa?

Perseverare è un’azione che spesso indica costanza e impegno. Tuttavia, a volte, può risultare non utile perseverare. Quante volte è capitato di pensare “faccio sempre lo stesso errore!” e quante volte, nonostante si abbiano chiari gli obiettivi, ci si continua ad impigliare nelle stesse azioni che non producono i risultati sperati? Perché perseveriamo? E cosa comporta farlo? possiamo mettere in atto sempre le stesse azioni perché abbiamo imparato a seguire regole e, questo, ci può far diventare insensibili alle esperienze dirette. Quando il nostro apprendimento si basa su regole (ad esempio: “se studi, diventi bravo”), siamo portati a seguirla a prescindere da ciò che sperimentiamo nella realtà. Qual è il costo? Chi impara a regolare il proprio comportamento attraverso l’esperienza diretta, riesce ad adattarsi più velocemente ai cambiamenti; chi lo fa attraverso regole, avrà più difficoltà ad adeguarsi. La sofferenza psicologica a volte dipende proprio dal processo attraverso cui generiamo regole in cui rimaniamo impigliati. esistono diversi modi di aderire alle regole che possono condurre a perseverare, pur non essendoci i risultati sperati. Alcune regole vengono seguite perché derivano dalla nostra storia di apprendimento. Pensiamo ad esempio che il comportamento di guardare la strada prima di attraversarla deriva da quello che dicevano i nostri genitori e non dalla nostra esperienza diretta. Dunque, in alcuni casi, è un vantaggio tenere in considerazione l’esperienza di un adulto per non incorrere in rischi. Perseverare in mancanza di risultati, quando si segue una regola, può tuttavia mantenere comportamenti evitanti e causare insensibilità al contesto circostante. Pensiamo ai casi in cui tendiamo a ricadere negli stessi comportamenti, anche se l’esperienza ci mostra che probabilmente dovremmo modificare qualcosa. Se penso che “devo essere una persona di successo per essere accettato”, metterò in luce solo i comportamenti che seguono quella regola. Se fallisco, penserò di non valere nulla, senza dare attenzione ad altri elementi presenti nel mio contesto di vita. Qui, spesso, si nasconde il nucleo di comportamenti psicopatologici. Cosa vuol dire? Vuol dire che non siamo più attenti a cogliere gli aspetti della realtà che ci circonda, ma siamo legati ad una regola che ci immobilizza in un circolo vizioso e in abitudini malsane.
PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI

Quali sono i pericoli dell’eccessivo controllo sulla vita dei figli? Si descriveranno gli effetti possibili sulla crescita psicologica ed emotiva dei bambini in presenza di genitori controllanti. PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI Porre domande ai figli, al fine di controllare ogni loro azione, è sempre più frequente nei genitori. Spesso ciò accade perchè i genitori non tollerano che i figli possano sbagliare e cadono nell’errore di poter decidere per loro anche suggerendo comportamenti e azioni che dovrebbero tenere in determinate circostanze. “cosa ti ha detto la maestra? E tu cosa hai risposto?” “dopo che hai mangiato ti sei lavato le mani?” ”la tua amica ti ha sgridato e tu come hai risposto?”. Porre queste ed altre domande quotidianamente ad un bambino, fa si che egli metabolizzi l’idea di dover appuntare tutte le cose che gli accadono ad un genitore. Questo senso di controllo viene interiorizzato come se il genitore avesse una funzione giudicante. Il bambino solitamente si rifugia in uno stato ansiogeno, come da prestazione che il più delle volte lo rende insicuro. quale potrebbe essere l’effetto di un’educazione troppo rigida e soprattutto imposta? Un genitore rigido e con l’ossessione dell’ordine, guidato dalla sua ansia, con le sue richieste, produrrà lo stesso effetto nel suo bambino. Anche l’iperprotezione produce la paura di fare e di essere. Il bambino crescerà insicuro e con difficoltà nell’effettuare delle scelte se non appoggiandosi e confrontandosi necessariamente con qualcuno. In questo modo, tutto ciò che farà sarà condizionato dal ‘giudizio’ del genitore. Egli non maturerà spontaneamente propendendo e scegliendo cose che a lui piacciono realmente, ma seguirà le ‘indicazioni’ e le preferenze dell’adulto. La sua personalità sarà un surrogato di quella genitoriale. In questi casi può accadere che i bambini non si sentono liberi di muoversi, di sudare, di cadere, di sbagliare eseguendo soltanto delle istruzioni come se fossero dei soldatini. cosa fare? Si possono utilizzare le raccomandazioni quando davvero ricorre la necessità. Si può instaurare un dialogo propositivo con i bambini, dando informazioni sulle singole richieste. Ciò anche al fine di evitare inutili trasgressioni. Trasmettere l’idea di controllo, produce timore, ma anche voglia di trasgredire. Ecco che “non mangiare merendine” può sfociare in un comportamento di trasgressione quale mangiarle di nascosto. L’identificazione e l’empatia sembrano essere gli elementi costitutivi di tale processo che determina, attraverso un rapporto di conoscenza e comprensione reciproca, una crescita affettiva, emozionale e psicologica per entrambi. La negazione assume un valore educativo notevole se, assieme ad essa, viene associata ad una corretta informazione. Vissuta ed elaborata dal bambino sul piano emotivo ha il fine di proteggerlo. È importante per lui crescere con delle regole comportamentali e sociali che da adulto utilizzerà in maniera appropriata. Rafforzera’ la propria autostima e la sua capacità di esprimersi autonomamente accettando liberamente la possibilità di sbagliare.
PERFORMANCE MANAGEMENT

Il tema della valutazione delle performance è proprio di tutte le organizzazioni. Nel tempo si sono susseguite diverse prospettive, ma ad oggi l’approccio maggiormente diffuso, o per lo meno quello a cui si tende, è il Performance Management. Per tanti anni i responsabili HR si sono concentrati sul concetto di Performance Appraisal, focalizzato principalmente sulla valutazione di un collaboratore. In realtà, questo momento è solamente una piccola parte di un Sistema di Gestione della Prestazione più ampio chiamato Performance Management. Il passaggio tra queste due prospettive deriva dallo sforzo delle organizzazioni di collegare gli obiettivi delle singole persone a una strategia generale che esse stesse implementano al loro interno. Il Performance Management serve, quindi, ad allineare obiettivi, aspettative, contributi individuali alle strategie organizzative. E’ focalizzato sulla gestione del collaboratore sia al fine portare redditività e rendimento all’azienda sia per indirizzarlo verso lo sviluppo professionale e la realizzazione personale. Può essere descritto come un processo continuativo che accompagna la risorsa in tutto il percorso valutativo. Adottando tale prospettiva, è importante focalizzarsi sul momento di feedback. Durante tutta la nostra vita, può essere capitato di trovarci in situazioni in cui era richiesto di dare dei riscontri positivi/negativi ad altre persone (amici, colleghi, parenti…). Possiamo tutti concordare nel dire che dare un feedback positivo sia molto più facile rispetto a uno negativo. Anche all’interno delle organizzazioni, i momenti di feedback, soprattutto quelli negativi, sono molto delicati e richiedono un’attenzione particolare. Con l’approccio classico, il feedback era discontinuo, relegato al colloquio annuale finale e forniva una valutazione della prestazione in modo molto semplicistico e riduttivo. Con il Performance Management, invece, il feedback è costante e quotidiano mirato allo sviluppo delle persone. In primis, bisogna aiutare le persone a comprendere bene il motivo per il quale vengono utilizzati determinati strumenti di valutazione piuttosto che altri. In secondo luogo, il grado di accettazione di una valutazione negativa è tanto più elevato quanto più si riescono a spiegare le motivazioni che sottostanno a essa. Facendo un esempio, se si valuta negativamente una persona perché non sa l’inglese, bisogna spiegarle che non è la risorsa più adatta a ricoprire quel determinato ruolo in quanto l’organizzazione vuole espandersi in mercati stranieri. Inoltre, un feedback negativo viene tanto più accettato quanto più si garantisce equità e quanto più si ancora la valutazione alla strategia che l’organizzazione vuole mettere in atto. La percezione dei dipendenti del modo di valutare, infatti, è strettamente collegata alla percezione di equità; la motivazione del lavoratore dipende da quanto percepisce equo il bilanciamento tra cosa offre e cosa riceve da suo lavoro (equità distributiva). Queste valutazioni sono poi confrontate con i colleghi; se un dipendente percepisce che gli altri ottengono di più lavorando meno, nasce una percezione di mancata equità. Si possono così individuare quattro pilastri del Performance Management: Comunicazione strategica: fa sì che agli individui sia chiaro cosa ci si aspetta da loro e come interpretare il proprio ruolo Relazioni: mette insieme i manager e i collaboratori per monitorare il raggiungimento dei risultati Valutazione: consente di valutare le prestazioni individuali e prendere decisioni sull’assegnazione di incarichi, promozioni e reward Sviluppo: consente di fornire feedback sulla propria prestazione Il processo di gestione della performance è considerato come elemento cardine di altri processi HR, tra cui soprattutto lo sviluppo, il talent management e le politiche retributive. Concludendo si può dire che in un’ottica di Performance Management, l’organizzazione assume le sembianze di un alveare. La valutazione individuale per discriminare il contributo delle persone non viene eliminata, ma il prodotto finale è di gruppo. Il valore aggiunto dello psicologo consiste nella sue grandi capacità di ascolto, di comunicazione e di negoziazione che consentono di gestire al meglio tale processo. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G. & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Terza Edizione, De Agostini Scuola SpA – Novara
Perfezionismo: la ricerca di una realtà che non esiste

Il perfezionismo è la tendenza rigida e talvolta patologica a rifiutare limiti ed imperfezioni in se stessi e nella realtà circostante. Alla base del perfezionismo vi è una illusione infantile. Il bambino vive la prima fase della sua esistenza senza distinzione tra sé e l’esterno, in una dimensione soggettiva di perfezione e onnipotenza. E’ solo quando inizia a riconoscere altro da sé che comincia a confrontarsi con i suoi limiti e con i limiti della realtà che vive. Scopre, ad esempio, che da solo non può procurarsi il cibo, né calore, né affetto. Che tutte queste cose sono possibili nella relazione con l’ambiente e che sono soggette a variabili. A regole e tempi che esistono al di fuori della sua volontà. La ricerca di perfezione è il tentativo di ripristinare questo stato originario, sicuro e rassicurante, a scapito del contatto con la realtà. Una realtà che non esiste Chi aspira alla perfezione ricerca una realtà che non esiste. Vuole sempre eccellere e non commettere errori. Ha una spinta autoesigente, “sii perfetto“, che lo tiene nella costante tensione di dover fare di più e meglio e che gli impedisce di sentirsi soddisfatto. Spesso proietta all’esterno le attese grandiose e il giudizio critico e vive con ansia esperienze e relazioni. Sul versante patologico, vi è un iperinvestimento su tutti questi aspetti che si fanno più rigidi. Vi possono essere vissuti persecutori carichi di angoscia con risvolti autolesionistici. Il perfezionismo può estendersi oltre il rapporto con se stessi, in un corollario di aspettative su come dovrebbero essere gli altri, il mondo, la vita. L’amore, le amicizie, il lavoro, la società risultano deludenti, troppo mediocri per essere apprezzati e tollerati. Vi può essere l’idea di dover essere compresi del tutto, di dover ricevere un’attenzione assoluta, che con l’altro vi debba essere piena corrispondenza, sintonia totale. In questo stato di cose, non potendo trovare gratificazione, la persona vive perlopiù una condizione di frustrazione e malessere. Alcune volte, vi è una maggiore focalizzazione sulle carenze, con una maggiore percezione della sofferenza. Altre volte, un disinvestimento difensivo che porta più verso il ritiro e la rinuncia. La percezione di se stessi e degli altri e le posizioni esistenziali Il perfezionismo può assumere svariati volti. Può manifestarsi in presenza di una percezione di sé svalutante e di una idealizzazione dell’altro, nella posizione esistenziale “Io non sono ok, gli altri sono ok“. In questo caso, la persona vive nel continuo confronto con un ideale irraggiungibile. Non si sente all’altezza delle aspettative e, nonostante tutti i suoi sforzi, sente che ciò che fa e che ottiene non è mai abbastanza. In altri casi, invece, vi può essere il rifugio in una grandiosità narcisistica e nella svalutazione dell’esterno, nella posizione “Io sono ok, gli altri non sono ok“. Questo tipo di difesa consente di evitare il crollo dell’onnipotenza e il contatto con la propria vulnerabilità e i propri bisogni affettivi. Le svalutazione è più ampia ed estesa nella posizione “io non sono ok, gli altri non sono ok“. In questo tipo di atteggiamento esistenziale, nessun aspetto della realtà risulta sufficientemente adeguato ed appagante e vi è il rischio patologico di un ritiro depressivo, di una perdita di speranza e di senso.
Percorso dimagrimento: un processo che porta alla scoperta del vero Se’!

di Carol Pomante Se desideriamo dimagrire dobbiamo rivolgere lo sguardo dentro noi stessi, ascoltare le nostre emozioni e manifestare la nostra vera personalità. Il processo di dimagrimento inizia dalla mente, il nostro corpo riflette ilnostro modo di essere. Per intraprendere questo percorso, oltre a iniziare una corretta dieta alimentare e regolare attività sportiva che sono fondamentali, bisogna modificare lo stile di vita e ricreare un nuovo equilibrio, al fine di ritrovare la nostra vera natura personale. In questo progetto, il dimagrimento deve avvenire gradualmente e di pari passo con una consapevolezza sempre più approfondita di noi stessi. L’obiettivo principale di questo percorso è quello di cercare il nutrimento dai nostri interessi che forse abbiamo messo da parte e dalle attività che svolgiamo durante la giornata che ci piacciono fare e che ci soddisfano, invece che ricercare inconsciamente quella soddisfazione nel cibo, e poi eliminare tutte quelle azioni a cui dedichiamo del tempo che non sono necessarie per la nostra vita e che ci obblighiamo di fare. Inoltre, bisogna eliminare l’ipocrisia verso noi stessi, accettando chi siamo veramente e quello che desideriamo realmente fare nella vita. Dietro le abbuffate c’è qualcosa che non stiamo facendo nella nostra vita che vorremmo fare! La nostra psiche cerca di manifestarsi in ogni momento e ricerca del piacere, che quando viene contrastato cerca una compensazione e in questo caso, il cibo diventa il sostituto del piacere che ci neghiamo nella vita. Il grasso copre le nostre caratteristiche naturali personali, il nostro aspetto fisico e i lineamenti del corpo, nascondendo la nostra vera natura, quindi per iniziare a dimagrire bisogna riscoprire di nuovo sè stessi che il grasso nasconde e domandarsi cosa ci rende felici che non stiamo facendo. Il grasso in eccesso rappresenta una vita non pienamente vissuta, rappresenta le cose inutili a cui stiamo dedicando del tempo, che guidano la nostra vita e che non ci appartengono. Quando iniziamo a essere veramente noi stessi, accettandoci per quello che siamo con i nostri pregi e difetti, accettando il nostro modo di vivere la vita e ad esprimerci senza preoccuparci del giudizio degli altri, allora il cibo inizia a perdere di importanza e sono le attività che svolgiamodurante il giorno affini a quello che sentiamo dentro noi stessi a nutrire la nostra anima e il cibo torna ad essere soltanto un alimento e non un sostituto di qualcos’altro.
Perche’ mio figlio balbetta?

Spesso un genitore si scontra con questa problematica. Per prima cosa,un po per istinto, tende a rimproverare il bambino. “parla bene!”. Scopriamo insieme le cause della balbuzie ed il modo migliore per approcciare alla risoluzione Cos’è la balbuzie? La balbuzie, è un disturbo del linguaggio caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze. Il linguaggio presenta arresti, ripetizioni e prolungamenti involontari di un suono. I primi sintomi vengono solitamente osservati nei primi anni di vita, in media intorno ai 3 anni. La balbuzie è un disturbo della comunicazione complesso e variabile, può assumere forme diverse e nonostante sia nota fin dall’antichità continua a essere oggetto di dibattito tra gli studiosi. Sintomatologia Tra i sintomi più frequenti della balbuzie nei bambini ci sono contrazioni anomale di vari gruppi muscolari. Queste contrazioni si manifestano quando il bambino desidera o comincia a parlare, soprattutto all’inizio della frase. Esistono poi le caratteristiche secondarie, ovvero quei comportamenti che il bambino mette in atto per evitare di balbettare. Esse variano dalla semplice sostituzione di “parole di cui si ha paura” fino all’isolamento sociale al fine di evitare scambi comunicativi con gli altri. La percentuale di recupero nella balbuzie viene stimata dal 50% al 90%, ma tende a diminuire in proporzione all’aumentare del tempo in cui la balbuzie persiste. Cosa può fare il genitore? I genitori di un bambino con balbuzie possono fare molto per aiutare il proprio figlio. È importante ascoltare il bambino quando parla, anche se si mette a balbettare, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza. Lasciare che il bambino concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo.È utile parlare molto al bambino, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole. Il bambino noterebbe la differenza di come ci si rivolge a lui e ingigantirebbe dentro di sé il suo problema. Infine è necessario valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima.Ci sono al contrario comportamenti che i genitori di un bambino con balbuzie dovrebbero evitare.In particolare, è consigliabile non anticipare il bambino quando parla, completando le parole o le frasi e non interromperlo dicendogli che si è già capito, cosa che potrebbe comportare per lui una mortificazione.È utile prendere l’abitudine di parlare uno alla volta.Infine, quando parla è fondamentale non mortificarlo davanti agli altri, parenti e non parenti, assumendo un’aria ansiosa o annoiata. Conseguenze Paure, disagi, sensi di colpa per le proprie difficoltà, sono solo alcuni degli aspetti che possono caratterizzare il vissuto dei bambini che mostrano balbuzie. Questa problematica può condizionare inoltre la vita di relazione. Un intervento terapeutico per la balbuzie nei bambini prima dei 6 anni porta a una diminuzione più significativa della percentuale di sillabe balbettate. Chi balbetta presenta un rischio maggiore dei parlatori fluenti di inibizione nelle relazioni, di ansia sociale e bassa autostima. Pertanto è bene intervenire tempestivamente
Perché non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici

Perchè non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici Quanti di voi si sentono in difficoltà a chiedere, ad esempio, un passaggio al proprio partner, ad un amico o ai propri familiari? L’incapacità di fare delle richieste, dalle più semplici alle più complesse, è da sempre il tallone d’Achille mio e di molte persone che mi circondano. Anche nella stanza di terapia, esplorare la possibilità di fare richieste chiare e semplici all’altro risulta spaventosa e inimmaginabile! Gli scenari anticipati sono catastrofici e terrifici. Alla mia domanda <<Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere, chiedendo a Carlo di darti un passaggio?>>, queste sono solo alcune delle risposte più gettonate: <<Se Carlo mi dice di no allora mi sento umiliata>>; <<Se chiedo a Carlo un passaggio penserà che non posso cavarmela da sola>>; <<Penserà di me che sono debole e vulnerabile>>; <<Non ho il diritto di chiederlo perché non mi merito niente>>; <<Se Carlo mi dice no, mi sentirei rifiutata da lui>>. Spesso ciò che accade in queste circostanze, è che la nostra richiesta racchiude in sé una molteplicità di domande silenti riguardo il nostro valore e/o il bene che l’altro ci vuole. La semplice richiesta di un passaggio cela, per chi non riesce ad avanzare richieste, una domanda molto più importante del tipo: che posto occupo nella tua vita? Un ipotetico “no” diventa in questo modo la conferma che, evidentemente, non sono poi così importante, così amato, così meritevole. In realtà fare richieste è un diritto e una libertà che va protetta a tutti i costi. È un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no. Allora cosa posso fare per rendere quel “no” meno rischioso? Avere ben chiaro l’obiettivo della richiesta. Distacca la tua richiesta da interrogativi inespressi. Qual è il tuo reale obiettivo? Se è quello di ottenere un passaggio, allora Carlo potrebbe dire di no ad un passaggio, non alla tua persona! Se invece vuoi sapere che posto occupi nella vita di Carlo stai sbagliando domanda… potresti provarne una più chiara ed efficace, come “mi vuoi bene? Che posto occupo nella tua vita?”. Solo una domanda coerente con il mio obiettivo, permette di non incorrere in disguidi comunicativi. Assicurati di essere ascoltato. Sei sicuro che il tuo interlocutore possa prestarti attenzione in quel momento? Evita di fare richieste in momenti in cui è visibilmente impegnato o emotivamente molto attivato, ad esempio se è arrabbiato o preoccupato. Vai dritto al punto. Prova a porre una richiesta chiara e coincisa, ad esempio: “potresti darmi un passaggio?” è molto più efficace di “sai, non so come raggiungere casa…” e aspettarti che l’altro si proponga! Ricorda: è tuo dovere richiedere, non è dovere dell’altro interpretare. Se hai difficoltà a fare richieste chiare, esplicitalo. Rendere esplicita la propria difficoltà aiuta l’altro a capire il tuo stato emotivo, attivando una maggiore empatia ed ascolto. Prova a cominciare la frase con: “sai, mi sento in colpa/in difficoltà a chiedertelo, ma…” Ascolta l’altro. Ora che hai posto la tua richiesta, ascolta attivamente l’altro senza giungere ad interpretazioni o conclusioni affrettate! Il suo “no” può evidenziare dei bisogni che sono per lui altrettanto importanti quanto i tuoi! Il fatto che in quel momento non voglia darti un passaggio, potrebbe celare delle ragioni che vanno ben aldilà dell’affetto che prova per te! Mostra apprezzamento se l’altro accoglie la richiesta, o cerca un compromesso accettabile per entrambi. Ricorda che il tuo obiettivo è richiedere un passaggio, non avere una prova d’amore! Puoi quindi provare a chiedere di accompagnarti più vicino alla tua meta, in un posto che sia più comodo anche all’altro.
Perché non c’è più? Come spiegare la morte ai bambini

di Cinzia Iole Gemma Il termine lutto indica un insieme di reazioni emotive alla morte di una persona cara. Si tratta di un processo comune a tutti gli esseri umani, tanto che pur avendone un senso soggettivo doloroso, viene solitamene vissuto come un’esperienza triste ma anche fisiologica. Ognuno di noi è portato ad instaurare intense relazioni affettive con le persone di riferimento. L’interruzione di una relazione di questo tipo provoca una serie di risposte intense ma prevedibili e finalizzate al recupero del legame spezzato. J.Bowlby, uno degli studiosi più autorevoli riguardo i processi di attaccamento e separazione, identifica un cammino suddiviso in quattro fasi che l’individuo percorre per giungere a ridefinire la relazione con il defunto e a potersi legare emotivamente con altre persone. Le fasi identificate sono protesta, nostalgia, disperazione ed infine rielaborazione. È proprio in quest’ultima fase che si sviluppa una nuova identità che non si disperde più in quella antica. L’elaborazione del lutto è perciò un processo graduale e complesso attraverso il quale chi resta progredisce al fine di ricercare un nuovo equilibrio personale ed esperienziale. Se per l’adulto il lutto è un’esperienza dolorosa, per i bambini la morte di una persona cara è davvero molto difficile sia da capire che da esprimere. Eppure ancora oggi nella nostra società esistono dei tabù rispetto all’esperienza del lutto e della malattia, tanto più se si tratta di introdurre tale tematica ad un bambino. Il forte istinto di protezione verso i bambini, porta spesso l’adulto ad allontanarli dal tema della morte, attraverso il silenzio, l’evitamento o il tentativo di mascherare la verità. Di fronte ad un evento come la morte di un caro, il bambino può reagire nei modi più disparati. Possono, per esempio, non reagire, ascoltare senza commentare nulla, o allontanarsi e riprendere a giocare. Questo atteggiamento può riflettere la non comprensione di quello che è successo, ma può essere anche indice di un rifiuto ad accettare quanto accaduto. Qualche bambino può sintonizzarsi con l’adulto di riferimento e modellare il proprio comportamento in modo simile. Altri invece possono piangere, perché il ricordo del defunto stimola in loro il desiderio di averlo accanto. Quest’ultimo atteggiamento è forse più frequente per bambini in età scolare. I bambini in età prescolare, infatti, non comprendono la permanenza della morte e il significato del distacco definitivo, è portato a pensare che l’adulto può tornare in vita come ad esempio nei cartoni animati, come “willy il coyote” in cui il bambino non percepisce l’irreversibilità del concetto di morte. La logica alla base della scarsa comunicazione su questo tema dipende dal fatto che spesso gli adulti sottovalutino l’esperienza traumatica della perdita da parte del bambino, convinti che parlarne li esporrebbe troppo alla sofferenza. Tuttavia ciò che accade è che, evitando l’argomento, i bambini non vengono preparati a comprendere cosa può avvenire fuori e dentro di sé, gli s’impedisce di pensare all’esperienza di perdita che sta vivendo e alla possibilità di attivare le risorse personali e relazionali a sua disposizione per affrontarla e gestirla. Al contrario di ciò che si pensa, i bambini, sono in grado di gestire realtà tristi, sconvolgenti, a modo loro. Non devono perciò essere tenute nascoste informazioni importanti, ma al contrario guidare il bambino nell’elaborazione del lutto, utilizzando un linguaggio appropriato all’età, rispondendo a tutte le domande con franchezza e chiarezza. Potrebbe essere utile in questo caso introdurre delle letture che trattino l’argomento in modo da rafforzare l’idea che la morte è una parte naturale della vita. Bisogna lasciargli lo spazio per capire, per esprimere ogni emozione (stupore, curiosità, dolore, angoscia, paura, rabbia, senso di colpa), per ogni domanda o pensiero sull’accaduto e sulle sue prospettive future, correggendo le idee errate e confermando la sensatezza delle emozioni. Per aiutare il bambino ad esprimere i propri sentimenti, e le proprie emozioni potrebbe essere utile coinvolgerlo in attività come il disegno, la narrazione, creazioni con materiali plastici, attività fisiche, narrazioni. Uno degli effetti più profondi del lutto in età infantile è la necessità per il bambino di avere vicino a sé un adulto significativo che possa essere in grado di accogliere il suo dolore e che sia in grado di ascoltarlo. Il sentirsi ascoltato e il sentirsi visto contribuiscono a dare al bambino un senso di realtà e di fiducia in sé stesso, nelle proprie capacità e nelle proprie risorse. BibliografiaA.F. Lieberman-N.C. Compton-P.Van Horn- C. Ghosh Ippen (2007), Il lutto infantile, Bologna, Il Mulino. Agnès Bretron (2001), Una mamma come il vento, Milano, Motta Junior collana I melograni Jhon Bowlby (1979), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano (traduzione it. 1982), Cortina. Alberto Pellai e Barbara Tamborini (2011), Perché non ci sei più? Accompagnare i bambini nell’esperienza del lutto, Trento, RAI Erikson Daniel Oppenheim (2004), Dialoghi con i bambini sulla morte, Trento, Erickson. Earl A.Grollman (2002), Perché si muore?, Como, RED edizioni Maria Varano (2005), Tornerà? Come parlare ai bambini della morte, Torino, EGA.Mario Mapelli (2012), Il dolore che trasforma. Attraversare l’esperienza della perdita e del lutto, Milano, Franco Angeli.
Perchè la musica fa bene ai bambini?

I bambini amano la musica, le canzoni, i ritmi e, come gli adulti, traggono grande beneficio dal vivere in un ambiente musicale. Recenti studi hanno dimostrato che la musica influenza lo sviluppo fisico, emotivo e intellettuale di neonati e bambini e rafforza lo sviluppo cognitivo e sensoriale. I bambini esposti alla musica classica nel grembo materno mostrano un cambiamento positivo nello sviluppo fisico e mentale dopo la nascita. L’effetto della musica sullo sviluppo L’effetto positivo che la musica ha su neonati e bambini è vario, favorendone lo sviluppo sia nella sfera mentale che fisica. L’ascolto musicale da parte del tuo bambino può attivare i percorsi neurali responsabili di molte abilità, aumentandone le competenze generali quali la creatività, o competenze più specifiche come l’intelligenza spaziale. Per ascoltare, cantare o suonare si devono attivare entrambi gli emisferi del cervello: quello destro, sede delle emozioni e delle capacità sensibili, coglie il timbro della musica e la melodia; quello sinistro, invece, che controlla i processi logici, analizza il ritmo e l’altezza dei suoni. Per questo la musica è fondamentale nello sviluppo del cervello del bambino, lo aiuta ad affinare le capacità di astrazione, aumenta le competenze analitiche, matematiche e linguistiche. Quando poi i bambini imparano la musica, attraverso lo studio di uno strumento, affinano la concentrazione, l’autocontrollo e l’attenzione. Fin dal concepimento è immerso nei suoni del corpo della madre ed è raggiunto dal suono della sua voce. Dopo la nascita ritrova gli stessi suoni e, prima di arrivare a capirne il significato, ne apprezza la musicalità. Egli sviluppa così la capacità di ascolto: riesce a cogliere le sfumature, le inflessioni e persino l’emozione dietro le parole; in questo modo arriva a percepire e comprendere la lingua, ed è più facile acquisire il linguaggio. La musica ha anche un ruolo nello sviluppo affettivo-cognitivo, infatti i genitori e le persone che si occupano della cura dei bambini sanno che cantare per i bambini e suonare per loro aiuta a tranquillizzarli e a creare un rapporto più stabile, rafforza il legame e crea una sensazione di benessere e armonia. QUAL È LO STRUMENTO PIÙ ADATTO? Per scegliere lo strumento più adatto è importante sapere che: la batteria e i tamburi aiutano la coordinazione e il bambino attivo e vivace a scaricare la sua energia. La chitarra per forma e sonorità soddisfa un bambino poco incline ad esprimere le proprie emozioni. Il pianoforte stimola la coordinazione per la mano destra e per la sinistra. Inoltre permette di ricavare una soddisfazione immediata. La tromba è piuttosto semplice, ma richiede molta forza. È adatta a bambini con notevole energia da esprimere e con la tendenza a dominare. Il flauto traverso richiede braccia lunghe, polmoni sviluppati e capacità di mantenere la posizione eretta. Il violino richiede precisione, dita sottili, braccia non troppo corte e un temperamento riflessivo e tranquillo. Coltiviamo la sperimentazione Come posso stimolare la cultura musicale nei miei figli? Da dove parto, come mi oriento? Ci sono tanti approcci diversi, è vero, ma il fil rouge che sembra metterli tutti d’accordo è la varietà, l’eterogeneità dei generi e l’importanza di vivere la musica anche in gruppo, perché stimola le interazioni con gli altri e la socializzazione. Creare dei momenti di routine musicale in cui alternare brani di generi diversi, dal rock, all’indie, alla musica classica, pop, jazz, etnica e via dicendo, aiuta il bambino a conoscere diversi mondi, diverse musicalità e a capire pian piano quale preferisce. Perché in fondo i bambini hanno e sviluppano dei propri gusti musicali, sicuramente in parte condizionati da ciò che sono soliti ascoltare (i genitori, soprattutto), ma non solo. Lasciamo la possibilità ai più piccoli di avere accesso al mondo della musica nella sua meravigliosa eterogeneità, in fondo potrebbe essere un’occasione anche per noi grandi di aprirci a generi diversi che non siamo soliti ascoltare.