POS: acronimo inglese per indicare genitori alle spalle

POS

L’acronimo inglese POS (Parents over Shoulders, letteralmente genitori alle spalle) è utilizzato dai ragazzi in rete per indicare la presenza dei loro genitori che potrebbero spiare la conversazione. Il termine ha purtroppo assunto la connotazione di segnalazione di un “pericolo”. Per gli psicologi, invece, la presenza di genitori, rappresenta un efficace base per la crescita dei propri figli. Lo sviluppo psicofisico di un bambino è costellato di molteplici e complesse trasformazioni, che interessano diverse sfere: fisica, cognitiva, affettiva e relazionale. Questo processo evolutivo, normalmente, avviene in un ambiente familiare e sotto la guida di genitori attenti alle esigenze dei propri bambini. Innanzitutto, è necessario che i genitori siano consapevoli dell’individualità del proprio figlio, con proprie esigenze e copacità. I bambini vanno accompagnati verso l’autonomia, aiutandoli ad affrontare adeguatamente gli eventi critici, senza sostituirsi ad essi. Devono imparare a vestirsi, ad allacciare le scarpe e così via. Ogni giorno, sia i genitori che i figli, sono impegnati nella modulazione della loro relazione reciproca, in base agli accadimenti quotidiani. Nei rapporti fra adulti e bambini, entrano in gioco continuamente le capacità di adattamento degli uni e degli altri. E’ dall’infanzia, che i POS, i genitori, accompagnano i loro figli nella costruzione di una propria morale, mediante la costruzione di regole e l’interiorizzazione di esse. Senza dimenticare che, in questo processo, partecipano tutti i componenti della famiglia con un ruolo attivo. Il bambino, fin dalla nascita, infatti regola il proprio comportamento attraverso costanti feedback con l’ambiente circostante. Importante compito genitoriale è lo sviluppo del comportamento pro-sociale. I rapporti familiari favoriscono l’attenzione sull’empatia, sulla comprensione dell’altro, del suo pensiero e del suo eventuale disagio. L’importanza dell’adozione di uno stile educativo autorevole, basato proprio sulla comunicazione, sulla spiegazione e sul ragionamento condiviso, determina lo sviluppo di un comportamento altruistico, senza perdere la propria individualità.

Polivet lancia la campagna #loveyourvet. Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio

Maggio, mese della salute mentale. Polivet lancia la campagna #loveyourvet Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio Almeno la metà dei veterinari vede la sua salute mentale in pericolo. In cima ai fattori di stress il rapporto con i proprietari Roma, 25 maggio- Amiamo gli animali: ma chi ama i veterinari? Si occupano con passione e dedizione dei nostri animali domestici. Ci aspettiamo che siano reperibili, disponibili e infaticabili. Eppure il loro lavoro spesso manca di riconoscimenti, e diventa fonte di uno stress a volte ingestibile. I veterinari sono una delle categorie lavorative a più alto rischio di burnout ed episodi di autolesionismo. Un dato indagato in questi ultimi anni da varie ricerche negli Stati Uniti, in Germania, in Belgio e in Australia. Molto meno in Italia, dove la letteratura scientifica si occupa da tempo di indagare lo stress e il burnout nelle professioni sanitarie, ma non si può dire altrettanto per la professione del medico veterinario.Eppure qualcosa si è mosso, negli ultimi anni, anche se i risultati raramente hanno raggiunto il grande pubblico. In occasione del mese della salute mentale, l’ospedale veterinario Polivet di Roma ha somministrato un questionario online anonimo ai medici veterinari che ruotano intorno alla struttura (collaboratori diretti e medici che hanno aderito ai corsi di formazione, con un campione che va a coprire la totalità delle regioni italiane). “Il veterinario, a differenza delle altre professioni sanitarie, vive un dualismo complicato: da un lato il rapporto medico ed emotivo con il paziente, dall’altro quello con il proprietario dell’animale” spiega il direttore sanitario Polivet Simone Rota. “Con la nostra indagine abbiamo voluto mettere in risalto proprio questo aspetto, che è una delle maggiori fonti di disagio per i colleghi”. Una prima indagine, condotta nel 2013 da Alessandro Schianchi*, ha ipotizzato che circa il 25% dei veterinari si trovi in una condizione di elevato stress. Una seconda indagine del 2015** ha portato al primo posto tra i fattori di stress i rapporti conflittuali con proprietari difficili e lo scarso riconoscimento economico e professionale. Un dato che trova conferma nelle testimonianze anonime raccolte tramite il questionario Polivet. “La nostra professione è molto difficile. I proprietari degli animali pretendono troppo in termini di dedizione al loro animale. Manca il rispetto per la nostra professione. Con la scusa che abbiamo molta passione per gli animali tutto è dovuto. Dovremmo porre dei limiti come per i medici. Limiti sugli orari e sulle pretese assurde da parte di proprietari che perdono il senso della misura e pretendono da noi tantissimo” è lo sfogo di un titolare di ambulatorio di una grande città lombarda. Gli fa eco una collega dipendente di una clinica veterinaria “Serve sensibilizzare le persone sul fatto che non siamo dei, e che quindi non tutto ci è possibile” A rendere più complessa la situazione, continua il dottor Rota “è il fatto che molto spesso le cure veterinarie non vengono viste in ottica di prevenzione, ma come ultima spiaggia. Arrivano spesso animali già molto compromessi e si pretendono miracoli. Per questo una buona fetta del nostro lavoro come clinica si basa sulla sensibilizzazione nella prevenzione”. Un ulteriore studio del 2020*** ha messo in risalto come siano soprattutto le donne a soffrire di stress collegato alla professione veterinaria, con un mix di carico emotivo e lavorativo, e il mancato riconoscimento anche sociale del doversi rapportare quotidianamente con il dolore, la morte e la gestione del lutto. Degli intervistati tramite il questionario Polivet, 1 su 4 ha avuto pensieri autolesionisti o suicidi, quasi la metà conosce colleghi che si sono trovati in situazioni di burnout estremo. La maggior parte sono donne. “In  passato ho sofferto 2-3 volte di burnout, mi sono dovuta affidare a degli psichiatri e da 10 anni sto affrontando un percorso di psicoterapia”, racconta una veterinaria marchigiana, e come lei altre colleghe dichiarano di aver dovuto chiedere aiuto: “Lavoravo in una clinica veterinaria con un turno di notte fisso a settimana e una domenica al mese: ho rischiato il burnout. Non mi sentivo adeguata al lavoro, cominciavo a detestare clienti e pazienti, pensavo di dover cambiare lavoro” scrive una veterinaria dal Veneto, e una collega dalla Lombardia denuncia “Sono in terapia psicologica da 4 mesi per over stress, ansia e sbalzi d’umore. Sempre più clienti ci attaccano malamente accusandoci di voler solo “spillare soldi” vogliono tutto e subito con la salvezza del loro pet benché si dica che la prognosi è riservata, minacce e parolacce oltre a recensioni negative non veritiere sono quasi all’ordine del giorno”. Una soluzione facile non è a portata di mano, ma si può fare molto, specialmente nel migliorare il rapporto e la comunicazione tra medici veterinari e proprietari, facendo cadere il tabù della salute mentale anche tra colleghi. Come riassume una collega veneta: “Parlare di questi problemi. Far capire che siamo tutti, chi più chi meno, sulla stessa barca. Far capire ai titolari di cliniche e ambulatori e ai clienti che il nostro è un lavoro, non una missione, e abbiamo diritto a vivere e a mantenere i nostri spazi”. *A. Schianchi, A. Pelosi, “La dimensione del benessere nella categoria professionale dei medici veterinari”, 2013 **A. Schianchi, A. Pelosi, “Stress, burnout e strategie di coping nei veterinari italiani”, 2015 ***A.Musetti, A.Schianchi et al” Exposure to animal suffering, adult attachment styles, and professional quality of life in a sample of Italian veterinarians” Gli specialisti Polivet sono a disposizione per commenti e interviste su tutto quello che riguarda il mondo degli animali domestici Per informazioni Flaminia Festuccia – ufficio stampa Polivet 3280077916 ufficiostampa@polivet.it

Poliscreativa un sistema, una comunità in movimento

Il Sistema Poliscreativa è un complesso organico e strutturato, fondato su principi filosofici e su un progetto etico e politico che mi ha formata. Prima di tutto Poliscreativa, è una filosofia e una visione dei nostri corpi nel mondo, accompagnata da un insieme di procedure che mirano a favorire una serenità condivisa e a migliorare lo stato fisico, emotivo e relazionale dei partecipanti. Questo sistema si propone di aumentare le nostre capacità di provare piacere nella vita e di minimizzare al massimo gli effetti delle inevitabili esperienze sgradevoli. Il nome “Poliscreativa” ci ricorda che ognuno di noi possiede una propria creatività, la quale è sempre il risultato delle interazioni con l’ambiente che ci circonda, rappresentato dalla molteplicità, che in greco antico era definita appunto “polis”. Attraverso pratiche di meditazione creativa corporea, sia individuali che collettive, il Sistema Poliscreativa è in grado di arricchire ogni esperienza nei campi artistico, terapeutico, riabilitativo, preventivo, socializzante e formativo. Questa pratica meditativa, sempre corporea e condivisa, può modificare il nostro stato emotivo, il nostro stile cognitivo e relazionale, e il nostro livello di coscienza e consapevolezza, in maniera graduale e costante, mantenendo sempre un controllo etico, sia individuale che collettivo, sul processo in atto. Le varie componenti del Sistema Poliscreativa possono essere utilizzate in diversi contesti operativi, trovando collocazione in molte aree nelle quali si possano realizzare progetti per la promozione umana: Area Artistica, Area Psicopedagogica, Area Preventiva e Riabilitativa, Area Psicoterapeutica, Area comunitaria e della socializzazione, Area del Team Building e della prevenzione del Burnout, le varie aree le vedremo nello specifico nel prossimo articolo.

Piangere: Un Viaggio Emotivo Verso il Benessere

Il pianto, spesso considerato un segno di vulnerabilità, è in realtà una risposta umana complessa e multifunzionale che contribuisce in vari modi al nostro benessere. Oltre al suo aspetto puramente emotivo, il pianto svolge un ruolo fondamentale nel mantenere un equilibrio psicofisico e nel favorire la connessione con gli altri. Innanzitutto, il pianto agisce come un meccanismo di liberazione emotiva. Quando piangiamo, rilasciamo tensioni e pressioni accumulate nel nostro corpo e nella nostra mente. Le lacrime non sono solo una manifestazione esterna delle emozioni, ma portano con sé sostanze chimiche legate allo stress. Il loro rilascio contribuisce a ridurre la tensione e a promuovere una sensazione di sollievo, fornendo così una sorta di catarsi emotiva. I benefici fisici del pianto:  • Rilascio di endorfine e ossitocina: Durante il pianto, il cervello produce questi due ormoni, noti come “ormoni del benessere”. Le endorfine sono sostanze chimiche legate alla riduzione del dolore e al rilassamento, l’ossitocina, invece, favorisce il legame sociale e la fiducia. La presenza di alti livelli di ossitocina dopo un pianto, produce una sensazione di benessere associata ad esso. Le endorfine, dal punto di vista biologico, sono anche degli analgesici naturali, ecco perché piangere dà anche la sensazione di riduzione del dolore fisico.• Riduzione dello stress: Il pianto aiuta a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. La connessione tra riduzione dello stress e diminuzione del ritmo cardiaco è guidata dai neuroni parasimpatici, appartenenti al sistema nervoso autonomo. La funzione di questo sistema nervoso è quella di ridurre le risposte di ipertensione, ansia e stress.• Regolazione della funzione cardiaca: Il pianto può avere un impatto positivo sulla salute del cuore, aiuta a regolare la funzione cardiaca, riducendo lo stress e favorendo la calma. I benefici psicologici del pianto: • Espressione emotiva: piangere è un modo per esprimere emozioni intense. Quando piangiamo, permettiamo al nostro corpo e alla nostra mente di liberare la tensione accumulata.• Affrontare situazioni di stress: il pianto ci aiuta ad affrontare situazioni di stress. Sopprimere le emozioni negative a lungo termine, infatti, può portare a una maggiore angoscia e problemi di salute mentale. Piangere ci consente di affrontare ciò che ci angoscia. • Miglioramento del benessere mentale: il pianto può avere un effetto calmare sulla mente, portando a una sensazione di calma e sollievo. Particolarmente utile quando si affrontano situazioni difficili o periodi di lutto. Un altro aspetto del pianto è la sua funzione sociale. Esprimere le emozioni attraverso il pianto può essere un potente mezzo di comunicazione. È un modo per gli individui di condividere il proprio stato emotivo con gli altri, stabilendo connessioni più profonde e costruendo empatia reciproca. In questo modo, il pianto diventa un linguaggio universale che trascende le barriere culturali, permettendo alle persone di connettersi su un livello emotivo primordiale.Il pianto, inoltre, può fungere da mezzo di elaborazione emotiva. Attraverso questo atto, le persone affrontano e digeriscono le esperienze difficili. Non è solo un segno di sofferenza, ma anche un processo che contribuisce alla resilienza emotiva. Piangere consente di accettare e affrontare il dolore, aprendo la strada a una guarigione emotiva più profonda.Un aspetto spesso trascurato del pianto è la sua capacità di esprimere la bellezza delle emozioni positive. Le lacrime di gioia o commozione sono altrettanto significative quanto quelle di tristezza. Il pianto diventa un modo per celebrare le esperienze significative della vita, evidenziando la complessità e la ricchezza delle nostre emozioni umane.In conclusione, piangere è molto più di una manifestazione di tristezza. È un processo fisiologico, emotivo e sociale che contribuisce al nostro benessere complessivo. Attraverso il pianto, liberiamo le tensioni, promuoviamo l’equilibrio emotivo, costruiamo connessioni più profonde e abbracciamo la nostra umanità in tutta la sua ricchezza ed espressione.

Persuasione e Scarsità

di Veronica Sarno C. H. Cooley (1902) sostiene che la società si organizza mediante il meccanismo della comunicazione, affinché le relazioni umane possano sussistere e svilupparsi, ecco perché si è sviluppata l’esigenza di influenzare o forse pilotare le risposte dell’interlocutore, Cavazza (1997) definisce la persuasione una tecnica volta ad indurre cambiamenti negli interlocutori, per ottenere che si comportino come si preferisca. Palmarini (2012) dice: “Quando alcuni individui hanno capito che la risposta alla propria richiesta di soddisfacimento del bisogno poteva essere in un qualche modo guidata, diretta, indirizzata al soddisfacimento del bisogno stesso è iniziata, nella stria dell’evoluzione umana, la ricerca di quegli elementi che potevano produrre quella influenza così determinante: in altre parole, la persuasione. Quando una volontà, un’intenzione, una credenza, o una decisione, devono trasferirsi da una mente a un’altra, allora si devono innescare, sul momento stesso, moti convergenti nell’una e nell’altra, si tratta di un esercizio lieve, l’autorità subentra come mezzo pesante quando la persuasione non basta.”[1] Un particolare stile comunicativo può rinforzare un’idea oppure correggerla, oppure contribuire a cambiarla completamente. Verrastro (2004) definisce comunicazione persuasiva il fatto che nelle relazioni interpersonali si genera il tentativo di convincere le altre persone ad adottare un punto di vista simile al proprio e spingerli a fare qualsiasi cosa si desideri. Kelman (1961) ha sostenuto che se l’emittente dovesse dichiarare che le sue sono intenzioni di persuasione, il destinatario, allora, assume un comportamento volto ad ostacolare l’atteso cambiamento di atteggiamento, perché il destinatario della comunicazione, in questo caso, si sentirebbe minacciato. Quale tipologia di canale ha scelto l’emittente per il suo messaggio persuasivo? canale fisico sonoro: ogni ambiente in cui è presente l’aria portatrice di vibrazioni acustiche; canale fisico visivo: presenza della luce o di un fascio di luce (sala cinematografica): canale fisico olfattivo: ambiente in cui si avvertono degli odori; canale fisico tattile: materia che trasmette vibrazioni o sensazioni tattili; canale tecnico sonoro: strumenti che trasmettono suono (es. telefono, radio, cinema); canale tecnico visivo: strumenti come la fotografia, il cinema), canale visivo-sonoro – tattile e olfattivo: tecnologie di realtà virtuale. In che modo l’individuo si rappresenta il mondo? In che modo può dunque essere persuaso? Nel 1921, Freud scriveva: “La possibilità di condizionare, attraverso le pratiche discorsive, l’insieme delle interazioni umane ha permesso, nel corso dei secoli, alle classi dominanti ed i ceti emergenti di cercare di detenere o di conquistare il monopolio dello strumento linguistico, sottraendolo a coloro che avrebbero potuto usare la parola per finalità alternative.”[2] La persuasione è costituita da sei fasi, ed è necessario che ciascuna fasi s i espleti completamente, per ottenere la persuasione, ecco le fasi: la presentazione del messaggio, l’attenzione, che il ricevente deve prestare al messaggio, la comprensione dei contenuti, l’accettazione da parte del ricevente della posizione sostenuta dal messaggio, la memorizzazione della nuova opinione, in maniera da farla propria, il conseguente comportamento. Verrastro (2004) ritiene che il canale scelto cambi l’effetto ottenuto sui destinatari. McGuire (1960) ha individuato tre tipologie di destinatario di una comunicazione persuasiva: Quelli che hanno la tendenza a farsi influenzare da ogni comunicazione persuasiva e a cambiare i propri comportamenti; la persuasione avverrebbe, prevalentemente, in mancanza di argomentazioni a difesa della propria opinione; l’efficacia della comunicazione persuasiva sarebbe influenzata dal livello di autostima del fruitore del messaggio. I Mass Media hanno i l vantaggio di trasmettere il messaggio a distanza, contemporaneamente a più persone ed in un breve lasso di tempo, tuttavia nell’epoca contemporanea dominata dalla tecnologia, la persuasione viaggia anche attraverso l’informatica, la persuasione informatica prende il nome di Captologia, è bene interrogarsi su quali effetti persuasivi possano essere messi in atto dalla tecnologia. Si è valutato che i computer sono in grado di modificare idee ed azioni delle persone e modificando il modo si interagire con gli altri. Si parla oggi di tecnologie persuasive riferendosi ai sistemi informatici interattivi (computer, siti web, smartphone, videogames, tablet, ecc.) progettati con lo scopo di modificare opinioni, atteggiamenti e comportamenti delle persone. (Fogg, 2005). Fogg ha constatato che i principi della comunicazione persuasiva, individuati da Cialdini, possono essere applicati anche nelle relazioni uomo-macchina, come se le macchine fossero esseri viventi. Siamo portati a focalizzare l’attenzione su pc e smartphone, e social come Facebook, il cui intento persuasivo risiede nell’intenzione da parte di chi l’ha progettato di ottenere che gli utenti trascorrano molto tempo connessi al social, mediante la possibilità di interagire con gli altri utenti e pubblicare propri contenuti; ma la tecnologia, in quest’epoca è più pervasiva, rientrano negli oggetti persuasivi anche strumenti che possono diffondersi in maniera meno evidente come gli autovelox, che hanno il compito di persuadere gli automobilisti a rispettare il limite di velocità, oppure gli smartwatches, che rivelano all’utente informazioni sulla propria attività fisica, sulla qualità e durata del sonno, sul funzionamento cardiaco, che come i videogiochi possono ingenerare un’elevata dipendenza; un sistema informatico interattivo riveste il ruolo di strumento, modificando l’atteggiamento o il comportamento dell’utente, grazie alla sua capacità di semplificare attività quotidiane, processi o compiti pressoché impossibili da svolgere per l’essere umano. In tal senso è possibile, dunque, parlare di tecnologia facilitante in grado da un lato di ridurre o eliminare ogni tipo di barriera cognitiva, dall’altro lato di motivare l’utilizzatore a raggiungere più velocemente. Secondo la Captologia le macchine hanno il potere di adattare le proprie azioni persuasive a quelle dell’utente, per esempio si potrebbe spingere un’utente ad impregnarsi su un obiettivo come seguire una dieta oppure un certo allenamento fisico, aiutandandolo nella valutazione di eventuali progressi, e poi rimodellare le proprie azioni persuasive in base alle reazioni dell’utente. Fogg (2005) sostiene che le tecnologie informatiche sono più abili nel persuadere rispetto agli esseri umani perché: Non sono “senzienti”. Non provando sentimenti e non avendo bisogno di mangiare, bere e dormire, possono lavorare incessantemente tutto il giorno per raggiungere un determinato obiettivo, senza scoraggiarsi di fronte ad un eventuale fallimento, sono in grado di gestire, analizzare e memorizzare un’ampia mole di dati, fornendo all’utente informazioni e suggerimenti in poco tempo e al momento giusto, sono onnipresenti. Potendosi trovare potenzialmente in

Perseverare in mancanza di risultati: perché si fa?

Perseverare è un’azione che spesso indica costanza e impegno. Tuttavia, a volte, può risultare non utile perseverare. Quante volte è capitato di pensare “faccio sempre lo stesso errore!” e quante volte, nonostante si abbiano chiari gli obiettivi, ci si continua ad impigliare nelle stesse azioni che non producono i risultati sperati? Perché perseveriamo? E cosa comporta farlo? possiamo mettere in atto sempre le stesse azioni perché abbiamo imparato a seguire regole e, questo, ci può far diventare insensibili alle esperienze dirette. Quando il nostro apprendimento si basa su regole (ad esempio: “se studi, diventi bravo”), siamo portati a seguirla a prescindere da ciò che sperimentiamo nella realtà. Qual è il costo? Chi impara a regolare il proprio comportamento attraverso l’esperienza diretta, riesce ad adattarsi più velocemente ai cambiamenti; chi lo fa attraverso regole, avrà più difficoltà ad adeguarsi. La sofferenza psicologica a volte dipende proprio dal processo attraverso cui generiamo regole in cui rimaniamo impigliati. esistono diversi modi di aderire alle regole che possono condurre a perseverare, pur non essendoci i risultati sperati. Alcune regole vengono seguite perché derivano dalla nostra storia di apprendimento. Pensiamo ad esempio che il comportamento di guardare la strada prima di attraversarla deriva da quello che dicevano i nostri genitori e non dalla nostra esperienza diretta. Dunque, in alcuni casi, è un vantaggio tenere in considerazione l’esperienza di un adulto per non incorrere in rischi. Perseverare in mancanza di risultati, quando si segue una regola, può tuttavia mantenere comportamenti evitanti e causare insensibilità al contesto circostante. Pensiamo ai casi in cui tendiamo a ricadere negli stessi comportamenti, anche se l’esperienza ci mostra che probabilmente dovremmo modificare qualcosa. Se penso che “devo essere una persona di successo per essere accettato”, metterò in luce solo i comportamenti che seguono quella regola. Se fallisco, penserò di non valere nulla, senza dare attenzione ad altri elementi presenti nel mio contesto di vita. Qui, spesso, si nasconde il nucleo di comportamenti psicopatologici. Cosa vuol dire? Vuol dire che non siamo più attenti a cogliere gli aspetti della realtà che ci circonda, ma siamo legati ad una regola che ci immobilizza in un circolo vizioso e in abitudini malsane.

PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI

Quali sono i pericoli dell’eccessivo controllo sulla vita dei figli? Si descriveranno gli effetti possibili sulla crescita psicologica ed emotiva dei bambini in presenza di genitori controllanti. PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI Porre domande ai figli, al fine di controllare ogni loro azione, è sempre più frequente nei genitori. Spesso ciò accade perchè i genitori non tollerano che i figli possano sbagliare e cadono nell’errore di poter decidere per loro anche suggerendo comportamenti e azioni che dovrebbero tenere in determinate circostanze. “cosa ti ha detto la maestra? E tu cosa hai risposto?” “dopo che hai mangiato ti sei lavato le mani?” ”la tua amica ti ha sgridato e tu come hai risposto?”. Porre queste ed altre domande quotidianamente ad un bambino, fa si che egli metabolizzi l’idea di dover appuntare tutte le cose che gli accadono ad un genitore. Questo senso di controllo viene interiorizzato come se il genitore avesse una funzione giudicante. Il bambino solitamente si rifugia in uno stato ansiogeno, come da prestazione che il più delle volte lo rende insicuro. quale potrebbe essere l’effetto di un’educazione troppo rigida e soprattutto imposta? Un genitore rigido e con l’ossessione dell’ordine, guidato dalla sua ansia, con le sue richieste, produrrà lo stesso effetto nel suo bambino. Anche l’iperprotezione produce la paura di fare e di essere. Il bambino crescerà insicuro e con difficoltà nell’effettuare delle scelte se non appoggiandosi e confrontandosi necessariamente con qualcuno. In questo modo, tutto ciò che farà sarà condizionato dal ‘giudizio’ del genitore. Egli  non maturerà spontaneamente propendendo e scegliendo cose che a lui piacciono realmente, ma seguirà le ‘indicazioni’ e le preferenze dell’adulto. La sua personalità sarà un surrogato di quella genitoriale. In questi casi può accadere che i bambini non si sentono liberi di muoversi, di sudare, di cadere, di sbagliare eseguendo soltanto delle istruzioni come se fossero dei soldatini. cosa fare? Si possono utilizzare le raccomandazioni quando davvero ricorre la necessità. Si può instaurare un dialogo propositivo con i bambini, dando informazioni sulle singole richieste. Ciò anche al fine di evitare inutili trasgressioni. Trasmettere l’idea di controllo, produce timore, ma anche voglia di trasgredire. Ecco che “non mangiare merendine” può sfociare in un comportamento di trasgressione quale mangiarle di nascosto. L’identificazione e l’empatia sembrano essere gli elementi costitutivi di tale processo che determina, attraverso un rapporto di conoscenza e comprensione reciproca, una crescita affettiva, emozionale e psicologica per entrambi. La negazione assume un valore educativo notevole se, assieme ad essa, viene associata ad una corretta informazione. Vissuta ed elaborata dal bambino sul piano emotivo ha il fine di proteggerlo. È importante per lui crescere con delle regole comportamentali e sociali che da adulto utilizzerà in maniera appropriata. Rafforzera’ la propria autostima e la sua capacità di esprimersi autonomamente accettando liberamente la possibilità di sbagliare.

PERFORMANCE MANAGEMENT

Performance Management

Il tema della valutazione delle performance è proprio di tutte le organizzazioni. Nel tempo si sono susseguite diverse prospettive, ma ad oggi l’approccio maggiormente diffuso, o per lo meno quello a cui si tende, è il Performance Management.  Per tanti anni i responsabili HR si sono concentrati sul concetto di Performance Appraisal, focalizzato principalmente sulla valutazione di un collaboratore. In realtà, questo momento è solamente una piccola parte di un Sistema di Gestione della Prestazione più ampio chiamato Performance Management. Il passaggio tra queste due prospettive deriva dallo sforzo delle organizzazioni di collegare gli obiettivi delle singole persone a una strategia generale che esse stesse implementano al loro interno.  Il Performance Management serve, quindi, ad allineare obiettivi, aspettative, contributi individuali alle strategie organizzative. E’ focalizzato sulla gestione del collaboratore sia al fine portare redditività e rendimento all’azienda sia per indirizzarlo verso lo sviluppo professionale e la realizzazione personale. Può essere descritto come un processo continuativo che accompagna la risorsa in tutto il percorso valutativo.  Adottando tale prospettiva, è importante focalizzarsi sul momento di feedback. Durante tutta la nostra vita, può essere capitato di trovarci in situazioni in cui era richiesto di dare dei riscontri positivi/negativi ad altre persone (amici, colleghi, parenti…). Possiamo tutti concordare nel dire che dare un feedback positivo sia molto più facile rispetto a uno negativo. Anche all’interno delle organizzazioni, i momenti di feedback, soprattutto quelli negativi, sono molto delicati e richiedono un’attenzione particolare. Con l’approccio classico, il feedback era discontinuo, relegato al colloquio annuale finale e forniva una valutazione della prestazione in modo molto semplicistico e riduttivo.  Con il Performance Management, invece, il feedback è costante e quotidiano mirato allo sviluppo delle persone. In primis, bisogna aiutare le persone a comprendere bene il motivo per il quale vengono utilizzati determinati strumenti di valutazione piuttosto che altri. In secondo luogo, il grado di accettazione di una valutazione negativa è tanto più elevato quanto più si riescono a spiegare le motivazioni che sottostanno a essa. Facendo un esempio, se si valuta negativamente una persona perché non sa l’inglese, bisogna spiegarle che non è la risorsa più adatta a ricoprire quel determinato ruolo in quanto l’organizzazione vuole espandersi in mercati stranieri.  Inoltre, un feedback negativo viene tanto più accettato quanto più si garantisce equità e quanto più si ancora la valutazione alla strategia che l’organizzazione vuole mettere in atto. La percezione dei dipendenti del modo di valutare, infatti, è strettamente collegata alla percezione di equità; la motivazione del lavoratore dipende da quanto percepisce equo il bilanciamento tra cosa offre e cosa riceve da suo lavoro (equità distributiva). Queste valutazioni sono poi confrontate con i colleghi; se un dipendente percepisce che gli altri ottengono di più lavorando meno, nasce una percezione di mancata equità.  Si possono così individuare quattro pilastri del Performance Management: Comunicazione strategica: fa sì che agli individui sia chiaro cosa ci si aspetta da loro e come interpretare il proprio ruolo Relazioni: mette insieme i manager e i collaboratori per monitorare il raggiungimento dei risultati Valutazione: consente di valutare le prestazioni individuali e prendere decisioni sull’assegnazione di incarichi, promozioni e reward Sviluppo: consente di fornire feedback sulla propria prestazione Il processo di gestione della performance è considerato come elemento cardine di altri processi HR, tra cui soprattutto lo sviluppo, il talent management e le politiche retributive.  Concludendo si può dire che in un’ottica di Performance Management, l’organizzazione assume le sembianze di un alveare. La valutazione individuale per discriminare il contributo delle persone non viene eliminata, ma il prodotto finale è di gruppo. Il valore aggiunto dello psicologo consiste nella sue grandi capacità di ascolto, di comunicazione e di negoziazione che consentono di gestire al meglio tale processo.  BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G. & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Terza Edizione, De Agostini Scuola SpA – Novara

Perfezionismo: la ricerca di una realtà che non esiste

Il perfezionismo è la tendenza rigida e talvolta patologica a rifiutare limiti ed imperfezioni in se stessi e nella realtà circostante. Alla base del perfezionismo vi è una illusione infantile. Il bambino vive la prima fase della sua esistenza senza distinzione tra sé e l’esterno, in una dimensione soggettiva di perfezione e onnipotenza. E’ solo quando inizia a riconoscere altro da sé che comincia a confrontarsi con i suoi limiti e con i limiti della realtà che vive. Scopre, ad esempio, che da solo non può procurarsi il cibo, né calore, né affetto. Che tutte queste cose sono possibili nella relazione con l’ambiente e che sono soggette a variabili. A regole e tempi che esistono al di fuori della sua volontà. La ricerca di perfezione è il tentativo di ripristinare questo stato originario, sicuro e rassicurante, a scapito del contatto con la realtà. Una realtà che non esiste Chi aspira alla perfezione ricerca una realtà che non esiste. Vuole sempre eccellere e non commettere errori. Ha una spinta autoesigente, “sii perfetto“, che lo tiene nella costante tensione di dover fare di più e meglio e che gli impedisce di sentirsi soddisfatto. Spesso proietta all’esterno le attese grandiose e il giudizio critico e vive con ansia esperienze e relazioni. Sul versante patologico, vi è un iperinvestimento su tutti questi aspetti che si fanno più rigidi. Vi possono essere vissuti persecutori carichi di angoscia con risvolti autolesionistici. Il perfezionismo può estendersi oltre il rapporto con se stessi, in un corollario di aspettative su come dovrebbero essere gli altri, il mondo, la vita. L’amore, le amicizie, il lavoro, la società risultano deludenti, troppo mediocri per essere apprezzati e tollerati. Vi può essere l’idea di dover essere compresi del tutto, di dover ricevere un’attenzione assoluta, che con l’altro vi debba essere piena corrispondenza, sintonia totale. In questo stato di cose, non potendo trovare gratificazione, la persona vive perlopiù una condizione di frustrazione e malessere. Alcune volte, vi è una maggiore focalizzazione sulle carenze, con una maggiore percezione della sofferenza. Altre volte, un disinvestimento difensivo che porta più verso il ritiro e la rinuncia. La percezione di se stessi e degli altri e le posizioni esistenziali Il perfezionismo può assumere svariati volti. Può manifestarsi in presenza di una percezione di sé svalutante e di una idealizzazione dell’altro, nella posizione esistenziale “Io non sono ok, gli altri sono ok“. In questo caso, la persona vive nel continuo confronto con un ideale irraggiungibile. Non si sente all’altezza delle aspettative e, nonostante tutti i suoi sforzi, sente che ciò che fa e che ottiene non è mai abbastanza. In altri casi, invece, vi può essere il rifugio in una grandiosità narcisistica e nella svalutazione dell’esterno, nella posizione “Io sono ok, gli altri non sono ok“. Questo tipo di difesa consente di evitare il crollo dell’onnipotenza e il contatto con la propria vulnerabilità e i propri bisogni affettivi. Le svalutazione è più ampia ed estesa nella posizione “io non sono ok, gli altri non sono ok“. In questo tipo di atteggiamento esistenziale, nessun aspetto della realtà risulta sufficientemente adeguato ed appagante e vi è il rischio patologico di un ritiro depressivo, di una perdita di speranza e di senso.